Partito Comunista Internazionale

All’assenza di un indirizzo di classe della CGIL il Partito indica alle masse il suo programma comunista

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L’agonia della CGIL

L’accentuarsi e l ‘esasperarsi delle contraddizioni capitalistiche, se da una parte confermano la tesi marxista della necessità dello scontro diretto, generale, violento tra capitale e lavoro, non possono non mettere sempre più in evidenza l’azione controrivoluzionaria dei dirigenti controrivoluzionari e dei Partiti opportunisti che alla necessità storica della rivoluzione comunista oppongono l’illusorio piano di riformare il sistema, di lotta articolata per conquiste graduali, invocando la pace sociale fra le classi. I fatti parlano da soli: più di un milione di disoccupati, che vanno crescendo ogni giorno, migliaia le fabbriche chiuse per sempre, intere zone industriali stanno morendo a causa della crescente anarchia con cui procede l’economia capitalistica alla ricerca di sempre più alti profitti (Battipaglia è uno dei tanti esempi) provocando l’emigrazione di migliaia di proletari verso il nord che inevitabilmente aumenteranno la concorrenza all’interno della classe operaia, frenetico aumento dei ritmi di lavoro e il salario sempre più svalutato dall’aumento del costo della vita.

Questa la risposta sul piano economico al roseo piano di riforme dell’opportunismo, mentre su quello politico, alla pace sociale e alla collaborazione fra le classi voluta dai bonzi, si risponde con la repressione violenta e con la preparazione di squadracce bianche, in vista di un futuro assai incerto per le sorti del capitale, tant’è che la stessa borghesia parla di un nuovo «1919». Ecco quindi che la borghesia si prepara a difendere il suo avvenire di classe con i mezzi che le sono congeniali e cioè con la repressione e la dittatura. Noi marxisti ci prepariamo a vibrare il colpo decisivo ad un sistema di produzione ormai decadente intensificando la preparazione rivoluzionaria del proletariato, difendendo l’invarianza del nostro programma storico e della nostra tattica rivoluzionaria, mentre l’opportunismo si dibatte alla ricerca dello spazio politico, per le sue manovre controrivoluzionarie, che va riducendosi sempre più. Unica ancora di salvezza per i bonzi e per i partiti opportunisti è il tentativo di mantenere la classe operaia priva della visione generale dei suoi interessi immediati, di impedirle che saggi la capacità rivoluzionaria della sua forza collettiva e soprattutto che prenda coscienza della necessità di avere una direzione politica, legandosi al partito rivoluzionario, per gli elementi naturali e spontanei derivantigli dalla sua posizione sociale nella produzione.

È con questo impegno controrivoluzionario che i bonzi si preparano al VII Congresso, ed i «temi» congressuali proposti dal Consiglio Generale della CGIL, riflessi nella relazione di Novella, rispondono pienamente a questa necessità opportunistica. Essi infatti si presentano al Congresso senza un programma generale: «Il documento “Temi per il dibattito” avrà un carattere indicativo, non avrà il carattere di progetto di tesi o di risoluzione finale del Congresso… esso conterrà inoltre dei punti sui quali il Centro Confederale non prenderà posizione… non esclude anzi implica documenti particolari dei Congressi dedicati alle esperienze e alle prospettive locali».

Così il Centro Confederale viene meno alla sua funzione direttiva.

Esso teme di dare ai proletari una visione generale delle loro lotte, una piattaforma rivendicativa unitaria comune a tutta la classe operaia che inevitabilmente porterebbe alla negazione della lotta articolata e delle «varie realtà aziendali»; esso vuole mantenere gli operai divisi da una visione corporativa aziendale e individuale dei propri interessi e delle lotte che sulla base di questi interessi si svolgono.

È evidente che le conclusioni che usciranno dal Congresso non esprimeranno gli interessi collettivi e le generali prospettive di lotta della classe operaia, ma la somma di pareri individuali o di valutazioni locali, necessariamente differenziati, come differenziati sono i salari dei vari settori operai ed il grado della loro coscienza sindacale.

I bonzi sindacali avrebbero fatto volentieri a meno anche del documento iniziale: «Vi è stata in segreteria, continua Novella, la preoccupazione di una influenza negativa del documento iniziale… l’avvio di un dibattito senza un documento iniziale non ci è parso tuttavia opportuno. La mancanza di un punto di riferimento confederale poteva farci correre il rischio della utilizzazione in questo senso di documenti generali esterni al movimento sindacale…». Ora, fino a prova contraria, al Congresso partecipano solo operai e solo la base operaia nella sua parte più cosciente può sentire l’esigenza di un programma generale di classe.

Il pericolo per i capi traditori della CGIL deriva dal formarsi all’interno del movimento operaio in seguito all’aggravarsi delle condizioni economiche e sociali di una coscienza di classe capace di scavalcarli e di bloccare la loro criminale azione. Infatti Novella continua: «Impulsi anche contraddittori sono poi venuti in taluni punti dello schieramento sindacale, come espressione di uno stato di inquietudine e di scontento insorgente di fronte alla accresciuta pressione padronale, ma anche di fronte a nostre lacune, deficienze, ritardi… di fronte all’ impellenza dei problemi di una condizione operaia che si esaspera, i nostri vuoti e le insufficienze del movimento sindacale lasciano spazio ad altre forze o allo spontaneismo…».

Ecco gli interrogativi che Novella pone all’apparato controrivoluzionario della CGIL: come conciliare una situazione economica di crisi, che spinge larghi strati operai a radicalizzarsi su posizioni di classe, con la politica confederale pacifista e collaborazionista? Come mantenere il controllo sulla classe operaia?

La soluzione controrivoluzionaria c’è; si tratta di farla accettare alla classe operaia.

Essa consiste nell’accelerare il processo di smembramento aziendale e corporativo degli operai e di distruzione sistematica della CGIL nel «nuovo» sindacato unificato, in breve nell’ imprigionamento dei lavoratori in un sindacato statale o fascista. In questa prospettiva controrivoluzionaria, le dirigenze sindacali forzano i tempi per la creazione di organi aziendali, le Sezioni Sindacali d’azienda, con «prerogative deliberative», «autonome e indipendenti dal Sindacato, Comitati di reparto, di linea, ecc., istituzionalizzano il referendum. Vale a dire che lo sciopero non sarà più un’arma di lotta di classe, ma sarà il risultato dell’indice di gradimento dei singoli operai!

L’organizzazione si frantuma, si privatizza, si personalizza. Al posto del Sindacato d’industria, conquista storica della classe, il sindacato aziendale. Al posto della direzione centralizzata del sindacato operaio, il parere personale del singolo lavoratore, sia di quello peggio pagato che di quello privilegiato, del crumiro come del militante fedele, della spia della direzione di fabbrica come dell’umile operaio cosciente, del rivoluzionario come del controrivoluzionario. Ecco il risultato a cui porta la democrazia ruffiana!

Al tempo del VI Congresso la CGIL disse che le lotte articolate dovevano servire di appoggio alle lotte generali. Oggi si dice che la forma centrale della lotta è l’articolazione, nella definizione spudorata di «intreccio tra particolare e generale», dove domina sempre il «particolare», e il «generale» è un mero accidente! La «grande» visione conclusiva è la «riforma», che non riforma nulla, come i fatti e non le chiacchiere dimostrano, e quando è operante serve soltanto ad alimentare la banda dei fannulloni a carico dei lavoratori, a irrobustire le strutture repressive dello Stato. In questi ultimi venti anni tutti i provvedimenti presi e quelli che i partitacci vorrebbero che fossero presi han servito e servirebbero soltanto ad aumentare il potere del braccio militare-repressivo e di quello amministrativo burocratico dello Stato. Le riforme in regime capitalista sono sempre rivolte alla conservazione del regime e contro la classe operaia.

Dinnanzi alla constatazione, amara per i bonzi, che i lavoratori, «in particolare» i «giovani», stanno facendo la «riscoperta di forme più tradizionali di lotta, c’è tutta la volontà dell’opportunismo e del tradimento dei capi ufficiali del proletariato ad annientare qualunque tradizione di classe per impedire la rinascita e il potenziamento del Sindacato di classe. La nostra parola d’ordine «Per il Sindacato Rosso» è questa opposta volontà del proletariato rivoluzionario di strappare ai nemici del comunismo il Sindacato e di farne uno strumento generale della classe operaia, per marciare a ranghi serrati verso l’abbattimento del potere del capitale.

Alla totale assenza di principi il «documento» della CGIL sopperisce con una insistente richiesta di addivenire in fretta e furia all’«unità organica» con CISL e UIL. È questa una tappa che i bonzi considerano fondamentale per diventare finalmente funzionari di Stato. Dopo l’«unità», il riconoscimento giuridico dei Sindacati, cioè il loro inserimento negli organi dello Stato capitalista. Addio lotte, rivendicazioni, scioperi. Lo Stato si sarà veramente democratizzato, perché la classe operaia non potrà più muovere un dito.

I bonzi giustificano questa alleanza con gli avversari di ieri, con una presunta debolezza della CGIL: «Siamo fermamente convinti che nessuna organizzazione può portare avanti da sola con successo l’azione sindacale che si impone per i prossimi tempi a livello aziendale, settoriale, di categoria, e confederale». Perciò al Congresso lanceranno la proposta di dar vita nell’azienda a comitati unitari permanenti tra le organizzazioni aziendali aderenti alle tre centrali. Questo non significa aumentare la forza sindacale degli operai, ma semplicemente aumentare la schiera dei gendarmi antiproletari di guardia ai cancelli delle fabbriche per respingere quegli operai che tentassero di uscirne fuori per trasformare l’infame lotta articolata in vera lotta generale di classe. La forza del sindacato di classe sta in una piattaforma rivendicativa rispondente realmente alle necessità della classe, nell’adozione di metodi di lotta capaci di collegare, unificare e centralizzare l’azione dei vari settori operai e nella direzione politica del Partito Comunista Internazionale che possiede integralmente i principi e i mezzi per la vittoria della rivoluzione proletaria comunista.