Partido Comunista Internacional

Nel naufragio della economia soccorre il pacifismo sindacale

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Alla recente riunione di Ariccia della Federazione sindacale tricolore è stata enunciata a chiare lettere la posizione che i sindacati terranno di fronte alle scadenze contrattuali di autunno, interessanti circa quattro milioni di lavoratori, tra cui metalmeccanici, tessili, edili, chimici.

Successivamente i metalmeccanici hanno impostato, nella loro Conferenza nazionale di Bologna, le linee principali del loro contratto di categoria, di cui il lettore troverà in altra parte del giornale un adeguato commento specifico.

Le questioni dei rinnovi contrattuali riflettono il superiore problema della politica delle Centrali sindacali nella presente congiuntura, che la riunione di Ariccia ha affrontato e su cui si sarebbero « scontrate » tesi diverse. In sostanza non si è fatto altro da parte dei superbonzi che riconfermare, adeguatamente all’attuale stato di depressione economica, la tradizionale politica nazionalista che risponde alla formula « richiedere ciò che è possibile ottenere senza compromettere il regime ».

Il consesso bonzesco si sarebbe diviso in due tronconi, uno fautore di una linea cosiddetta « dura », in cui prevarrebbe la rivendicazione primaria di « sostanziali » aumenti salariali su quella della richiesta di maggiori investimenti, con cui si dovrebbe bloccare o contenere la disoccupazione. L’altro troncone, fautore di una sedicente linea « morbida », sarebbe propenso a dare precedenza agli investimenti sugli aumenti salariali.

Non crediamo ai tronconi sindacali, ma soprattutto non crediamo che uno di questi enunci clamorosamente posizioni velleitarie, quando sino ad ora hanno marciato tutti la mano nella mano col preciso intento di imbrogliare gli operai. Infatti la conferenza di Bologna si è chiusa su una posizione unica, quella dell’« intreccio » delle rivendicazioni salariali con gli investimenti, come era logico che fosse quando il motivo di fondo di copertura pseudo teorica è quello di propugnare un « nuovo modello di sviluppo per l’economia italiana ».

È talmente feroce ed incallito l’odio per la rivoluzione comunista, che questi giannizzeri, personalmente non stupidi, sono costretti a sfoggiare la più crassa ignoranza, loro, dottori in economia e commercio! L’operaio più umile, ancora fermo saggiamente alla basilare ed ancora incorrotta tavola pitagorica, sa e comprende benissimo che lo « sviluppo economico », l’incremento della produzione, è possibile quando gli scambi sono in grado di svilupparsi. Oggi l’economia mondiale, e non solo e non tanto quella italiana, è entrata in una fase di riduzione degli scambi, e quindi di riduzione della produzione, della repulsa ad investirsi del capitale. È questo un fenomeno generale, internazionale, di regime appunto, di un modo specifico di produrre e di scambiare la ricchezza, del modo di produzione capitalistico che ha il suo fondamento vitale nel lavoro salariato, senza il quale il capitalismo cesserebbe di esistere. Investire di più! Ecco la panacea dei mercanti. Quanto più si investe, tanto più si produce, tanto più l’operaio è sfruttato. Quanto meno si investe, tanto meno si produce tanto meno l’operaio è sfruttato, ma viene espulso dalla produzione come un utensile in quel momento inservibile in attesa di essere nuovamente utilizzato a dovere al momento della ripresa produttiva. In ambedue i casi non c’è salvezza per il salariato. Il capitale non si investe là dove fa comodo ai demagoghi, ma dove trae profitto e trae profitto quando il prezzo di costo delle merci è inferiore al prezzo di vendita. Per questo il capitale si sposta in ricerca continua di collocarsi con profitto. Abbandona i settori che non gli assicurano sia l’utile che la conservazione. Si concentra in punti dove il tasso di profitto è maggiore, e si ritrae da quelli in cui è minore. La giostra continua sinché v’è possibilità di profitto e sinché esistono tassi differenziati. Quando i tassi di profitto si livellano su buone percentuali, e meglio se alte, sembra di essere nell’eterno paradiso, per i borghesi s’intende, e gli inni alla società del « benessere » si sprecano. Ma intanto la massa di capitale cresce in proporzione maggiore dei salari e preme su questo idilliaco assestamento. La concorrenza cresce, la lotta per i mercati s’intensifica. In alcuni punti la concorrenza è tale che i capitali vengono espulsi e assorbiti in una concentrazione più potente. Ma il movimento di eliminazione e di concentrazione dei capitali è ineluttabile. Alcune pause nella impietosa e feroce lotta, senza esclusione di colpi, che nel linguaggio dei politicanti, prendono il nome di « riconversioni » produttive, come gli « autobus » di Lama al posto delle « auto » di Agnelli; ma il rivoluzionamento dell’economia che sembrava aver raggiunto nuovi equilibri opera di nuovo, con potenza ed estensioni maggiori. Alcuni capitali che non riescono più a trarre profitto, si ritirano dalla mischia del mercato mondiale. Chiudono le prime fabbriche. Appaiono i primi disoccupati, oltre la porzione abituale. È il preludio dell’infrenabile crisi. Qualche sussulto nel corso dell’inesorabile caduta ed infine il ristagno completo dell’attività produttiva, poi la regressione a rotta di collo. Questa volta è il grosso delle aziende che chiude i battenti. Milioni, decine di milioni di salariati ne vengono espulsi. Questi signori, prezzolati dal nemico, conoscono molto bene tali passaggi e ricordano ancora meglio il punto di approdo: crisi 1929, decine e decine di milioni di senza-lavoro, migliaia di fabbriche ferme.

Stando così le cose, la politica dell’« intreccio » sarebbe utopia se non costituisse un preciso piano per svirilizzare l’azione operaia. I duci sindacali sanno meglio di noi che non vi potranno essere investimenti determinanti la ripresa produttiva, che un numero crescente di imprese cesserà la produzione e la massa di operai a sottosalario e disoccupati aumenterà vertiginosamente; e soprattutto perché non è una questione di investimenti locali, in Italia, ma alla scala mondiale, ammesso e non concesso che siano possibili.

Dal punto di vista dell’« intreccio » il presupposto della ripresa produttiva è ancora più utopistico perché considera gli interessi anche contingenti della classe operaia non in contraddizione con gli interessi delle altre classi, nascosti nel linguaggio infame della politica ufficiale sotto il nome di « popolo », di « Paese ». Ora – e qui sta il principio e la fine del capitalismo, il suo crollo catastrofico – il regime capitalista vive sulla base dello scambio tra salario e forza-lavoro. Senza questo scambio non resta in piedi, perché non può sfruttare i lavoratori, lucrare sul loro lavoro. Appena uno dei due termini della equazione dello scambio, il salario o la forza-lavoro viene meno, il sistema crolla, o comunque, se il fenomeno non è generalizzato, s’inceppa. Ne consegue che impostare la difesa delle condizioni vitali della classe operaia, negando noi che in effetti la politica sindacale ufficiale si ponga come obiettivo questa difesa, sulla stimolazione della produzione, mantenendo intatte le condizioni capitalistiche della produzione, che, ripetiamo per i sordi o le carogne, si sintetizzano nell’esistenza del lavoro, salariato, quale che sia l’etichetta esteriore del regime politico, significa non difendere nessuna condizione operaia, né il pane né il lavoro, né la casa né la salute dei lavoratori. Ad un regime che ha fatto bancarotta, non si può chiedere altro che di scomparire! E siccome le classi possidenti non si convincono, come madre storia insegna, con le parole e il « buon senso », di cui si vantano i supremi duci sindacali e politici, ma con la forza, la difesa degli interessi immediati proletari coincide con la lotta aperta contro, il regime del capitale, per sfociare nella guerra civile.

Appare evidente sempre più quel che per noi è scontato da sempre, che è impossibile una convivenza, pacifica o meno, tra capitale e lavoro, tra padroni grandi e piccoli, e salariati. La « coesistenza democratica », secondo cui classi opposte potrebbero « liberamente » far valere i loro, interessi senza mettere in discussione le loro rispettive esistenze, ha sempre consistito, a conti fatti, nello scaricare sulle spalle dei lavoratori il peso di questa abnorme « coesistenza », nel subordinare i loro interessi a quelli delle altre classi. Per cui la « libertà » di far valere i propri interessi l’ha sempre avuta la classe capitalista, la libertà, di sfruttare fino all’osso i proletari in fabbrica e di spremerli fuori, l’hanno avuta le classi possidenti. Agli operai non è mai capitato di avere un solo attimo di libertà per sfruttare i … capitalisti!

È venuto il momento, cioè la condizione offerta dalla palese incapacità borghese di uscire dalla crisi, che la classe operaia deve prendere la « libertà » non di sfruttare i capitalisti, inutili, persino come bestie da soma alla pari dei burocrati e dei tecnocrati del moderno capitalismo statale, ma di mettere la loro classe, e quindi il loro Stato, con le spalle al muro.

Il capitalismo licenzia gli operai per mantenere in vita il suo spreggevole regime? Ebbene, gli operai si apprestino a licenziare il capitalismo!

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La politica sindacale sinora seguita, coerente con quella più generale della primaria difesa degli interessi nazionali, non poteva che svolgersi nel senso, da noi anticipato, di un continuo sforzo per mantenere l’equilibrio tra opposti interessi di classe, politica che è andata vieppiù scoprendo questa infame vocazione di sottomettere il lavoro e la vita dei proletari al mantenimento del regime del profitto. Sotto l’incalzare della catastrofe economica imminente, questa politica poggia, come abbiamo visto, su due posizioni contrastanti, quella degli aumenti salariali e quella degli investimenti. Dimostrata, l’impossibilità di investimenti determinanti, non resta che quella degli aumenti salariali. Ma come sarà possibile la rivalutazione dei salari adeguata alla svalutazione reale che si aggira attorno al 50%, di fronte all’ineluttabile smobilitazione dell’apparato produttivo, all’aumento continuo, e massiccio dei disoccupati, che, per non crepare di fame saranno costretti a vendere le loro braccia al di sotto dei salari correnti, mettendosi involontariamente in concorrenza con i lavoratori occupati?

È chiaro che questa politica non solo non produrrà maggiori investimenti, o investimenti tali da rimettere in marcia la produzione caduta sotto il 18%, e se anche fosse sarebbero un fenomeno episodico e momentaneo senza una ripresa economica mondiale, ma non riuscirà neppure a difendere le elementari esigenze dei lavoratori.

Nel « rispetto » delle leggi di mercato, del « pluralismo non solo politico ma anche economico », come Lama ha sostenuto alla Conferenza di Ravenna tra sindacalisti e piccoli capitalisti, nel rispetto, cioè, dei diversi e irriducibili interessi delle classi, non esiste, non è mai esistito e non esisterà una politica adatta, se non quella del « tallone di ferro », del dispotismo totalitario dello Stato, in breve del fascismo.

Esiste, invece, collaudata storicamente, sebbene tradita mille volte dall’opportunismo dei falsi partiti operai e dei sindacati di regime, una autentica politica di classe, che impone la difesa soltanto degli interessi operai contro gli interessi delle altre classi e del loro Stato politico, con tutti i mezzi, nessuno escluso, che nega la convivenza dei lavoratori e dei padroni, nella galera aziendale dell’esercito dei forzati proletari. Da questo presupposto che ovviamente si disinteressa di investimenti, ristrutturazioni, riforme, prende avvio la difesa delle condizioni generali della classe proletaria. Ma oggi, più di sempre, difendere il salario, il pane, il lavoro, vuol dire arrovesciare la politica sindacale ufficiale. Propugnare questa linea d’azione classista nel campo economico, significa scontrarsi con la struttura sindacale vigente e con i partiti opportunisti che la sostengono; significa porsi contro il regime politico esistente. È necessario per non prolungare lo stato di soggezione dei lavoratori alla schiavitù salariale.

Per Lama e banditi affini rivendicare soltanto il pane e il lavoro è oggi « impossibile ». Per questa razza di venduti è sempre « impossibile » ciò che serve alla classe operaia per emanciparsi dal capitalismo. Noi diciamo ai proletari lottate senza tregua perché l’« impossibile » sia reso possibile!