Partito Comunista Internazionale

Nel ventennio del Congresso dei “morti” – Il nostro antistalinismo e il loro

Categorie: Stalinism, USSR

Questo articolo è stato pubblicato in:

È del tutto naturale che per descrivere e comprendere nella sua totalità un percorso storico, si debbano fissare in esso alcuni momenti più rappresentativi, che meglio di altri spiegano e chiariscono le caratteristiche essenziali del processo, come nell’uso tecnico per caratterizzare una curva non regolare, non è necessario dare tutti gli infiniti punti che la costituiscono, ma ci si limita a specificarne solo alcuni, i più importanti, per avere l’andamento «quantitativo» ove è necessario, e soltanto «qualitativo» ove cioè sia sufficiente. È questa una tecnica semplificativa anche fertile in altri campi scientifici, e ad essa la scienza storica può ricorrere: ma la borghesia ha da tempo cessato di essere classe che fa scienza, divenuta casta di manutengoli prezzolati al servizio di una forza anonima e collettiva, il Capitale. Il mentecatto teatro della sua pretesa «storia» è popolato da esangui marionette esaltate, esecrate, «comprese nella loro missione», celebrate nel giubilo o nell’abominio a seconda del momento e del luogo, ad ogni ciclica tornata della terra attorno al sole: unica «scienza» che questi smidollati tempi siano in grado di offrire all’umanità instupidita dalla grancassa dei «superuomini». Per il marxista, che della difesa di un programma, dell’uso di un metodo di critica storica, della fedeltà a dei principi e a una classe ha fatto la ragione di vita, fissare gli occhi su codesti «grandi» personaggi è scoprire, decifrare le forze storiche che li mossero, le spinte di classe che li fecero parlare ed agire, studiare il sottosuolo da cui emersero, ridurli ad espressioni di un determinismo tanto ad essi superiore. Nemmeno i suoi maestri, la cui dottrina possiede come arma di battaglia, egli esalta come grandi uomini di genio che «si levarono dal cervello» un metodo, un’azione, e «piegarono» al loro volere il corso della storia. Perché i «grandi uomini» sono tutti dei piegatori: fanno e disfanno, aggiustano, correggono, inventano: non le forze della storia li determinano, ma essi determinano la storia. Dottrina miseranda che fa il paio con l’altra secondo la quale sono i «popoli» – masse indifferenziate di uomini – che fanno la storia; ma guai quando i popoli delegano i loro poteri nelle mani del grand’uomo, che si fa tiranno proprio perché non più controllato; il grand’uomo diventa allora la fonte di ogni iniquità, anche se alla luce della «storia» la sua azione diventa comprensibile e spiegabile, e gli altri che soccombono, vittime da riabilitare in un futuro più o meno lontano, quando il grand’uomo non ci sarà più. I marxisti rivoluzionari non credono, negando ogni valore alla persona come singolo, alla troppa potenza nelle mani di un solo individuo, né credono nelle garanzie di democrazia del «controllo della base»; il materialismo dialettico ci ha insegnato a niente computare della somma delle volontà individuali, di fronte alla dinamica delle forze storiche. Per questo, quanti su quelle posizioni di allora fieramente battute nel sangue dei migliori compagni del comunismo internazionale si sono riorganizzati, ed hanno ripreso a tessere il filo spezzato dalla controrivoluzione, nulla hanno da dire sull’individuo Stalin; non esecrarlo come il boia della rivoluzione russa o ricorrere alle formulette del tipo «tutto il male è cominciato da lui», o «come mai è potuto succedere».

Gli ideologi e i critici storici borghesi ne hanno fatto un dittatore che ha portato alle estreme conseguenze, nelle condizioni storiche e politiche specifiche della Russia post-rivoluzionaria, i metodi terroristici e totalitari della dittatura del proletariato e sputano così su quello che chiamano «comunismo»: gli utili idioti della controrivoluzione, i figli degeneri di quel metodo affossatore della prospettiva rivoluzionaria mondiale, lo esaltano come l’arricchitore di una teoria che non ha mai avuto bisogno di arricchimento alcuno, il difensore della «Patria» del socialismo; l’opportunismo, ansioso di sbarazzarsi di ogni cencio di antidemocrazia, ne critica gli «eccidi», le «purghe», i metodi totalitari, ma in definitiva, visto che la difesa del socialismo in un solo paese solo da quella strada poteva passare, ne «comprendono» l’opera: gli antistalinisti democratici, vedono tutto il male nella liquidazione del controllo della base, nell’aver coartato la libera espressione popolare convinti assertori della «democrazia pura» e schifati dalla sola idea di «dittatura» e «violenza» nei rapporti sociali. Ma è sempre e soltanto l’individuo Stalin al centro di tutte queste diatribe fra topi e rane; a tutti costoro è totalmente inibita la strada per comprendere cosa e perché è accaduto, avendo i primi mai posseduto la chiave per spiegare i fatti storici, gli altri gettata via e dimenticata nella foia di «arricchimenti», nel tradimento di un metodo e di una tradizione.

Per quanto ci riguarda, militanti anonimi di una dottrina intangibile che non ha finalmente più alcun bisogno di nomi di capi e grand’uomini, Stalin vivo, dialogammo con lui, e lo convincemmo di bestemmiato marxismo, prevedemmo la futura «confessione» in cui sarebbero stati dichiarati rotti i legami tra la struttura produttiva russa e il socialismo, tra la lotta di classe dei lavoratori di tutti gli Stati contro la forma mondiale capitalistica e la politica e lo Stato russo, vedemmo nell’annientamento dell’opposizione rimasta fedele ai cardini della rivoluzione internazionale la manifestazione del cambiamento di polarità dello Stato sovietico, il sovrapporsi degli interessi statali russi alle necessità della rivoluzione, lo Stato che andava schiacciando il Partito, l’economia che si sviluppava in forme pienamente capitalistiche. A tutto ciò fu dato il nome di stalinismo per significare, con l’uomo che di questo processo fu l’espressione più rappresentativa, la lotta terribile, svoltasi in quegli anni, tra l’ondata rivoluzionaria spegnentesi, e la controrivoluzione, che sempre più traeva forza dagli avvenimenti, ed infine la lastra di ghiaccio richiusasi sul movimento rivoluzionario. Le pezze di appoggio «teoriche» – le famigerate «innovazioni» – teoria del socialismo in un paese solo, teoria del mercato socialista, e via annegando in questo fango, sono i corollari di tale inabissata; di non altre prove c’è bisogno ormai per decidere sulla natura pienamente capitalistica e borghese della Russia, vantata patria del socialismo, nel che ravvisiamo il vertice, il capolavoro d’infamia controrivoluzionaria. Il resto, le turpitudini dei partiti sedicenti comunisti, gettati nella collaborazione socialnazionale, nei blocchi partigiani per la democrazia, per la ricostruzione, le «vie nazionali e parlamentari», tutto deriva da quella sconfitta subita, dal polarizzarsi in quel modo della controrivoluzione.

Per questo, che un laido congresso di funzionari di uno Stato capitalistico, abbattesse la statua del morto nel nome di Lenin e del leninismo, con la pretesa di arricchire la dottrina della classe proletaria, compito che contestammo al non piccolo Stalin, e figuriamoci a questi omuncoli, ricalcando, percorrendo sino alle estreme conseguenze la strada che lo stesso Stalin è stato costretto a percorrere, ci ha solo mosso il riso; come il capitalismo tende a sbarazzarsi delle persone fisiche che compongono la classe che lo sostiene al suo sorgere, per divenire sempre più potenza collettiva e anonima, così lo Stato capitalistico russo si è sbarazzato del nome di Giuseppe Stalin, per trasferire le proprie funzioni nelle mani di una banda di mezze figure, tanto più triviali in quanto cianciano di agire nel nome del socialismo; quando, pur nella distruzione operata da Stalin, di più ne era rimasto in piedi che nei «restauri» di costoro; e meno infame l’assassinio di compagni, che la loro riabilitazione, mutata tempora.

A 23 anni dalla morte di Stalin, a 20 dalla sua seconda morte, fuori dai rumoreggiamenti teorici dei «consideriamo», dei «fece bene», «fece male», gli sconfitti di allora proseguono la loro strada, come il vincitore l’ha proseguita, da vivo e da morto, gli occhi e la volontà fissi a quella stessa meta che allora e sempre li mosse, ricostruendo pazientemente la tela lacerata, militi fedeli di un metodo e di un programma anonimo, che si contrappone oggi come sempre, netto ed inconciliabile, col programma che del morto porta il nome, e sul quale i vivi di oggi sono schierati a feroce difesa anche se ne hanno stracciata la vecchia etichetta.

Quindi abbiamo solo da ripetere, con la stessa sicurezza e fiducia che sempre ci ha sorretti, quanto nel 1956 scrivemmo:

«I massacrati del 1934-’37 esprimevano gli interessi delle classi proletarie internazionali contro la politica di distacco dello Stato russo dalla lotta proletaria mondiale, mascherata dalla menzogna dell’edificazione del socialismo.

Fu quella la grande svolta, il capovolgimento della lotta rivoluzionaria in Russia. La spiegazione di questo imponente episodio scoppiato nel sottosuolo non può, senza che Marx crolli, esser trattata da una canagliata, un errore, o una distrazione del nominato Stalin. La lotta fu quella che fu, ed è giusto dirla una lotta di classe, nella forma ideologica e in quella violenta.

Il posto comune al morto e ai vivi è dunque uno solo: quello della controrivoluzione capitalistica.

Proprio la controrivoluzione è «creativa», e le si scoprono, vivendo la storia, le più nuove ed inattese forme e manifestazioni. In questo senso abbiamo molto appreso da mezzo secolo di tradimento al proletariato socialista.

È la rivoluzione che è una; ed è sempre lei, nel corso di un arco storico immenso che si chiuderà come si è aperto, e dove ha promesso; dove ha appuntamento forse con molti dei vivi, ma certamente coi nascituri, come coi morti: questi sapevano che essa non manca mai, non inganna mai. Essa, nella luce della dottrina è già scontata come cosa vista, cosa viva».