Partito Comunista Internazionale

Il vero nemico è lo Stato

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In una amena «pièce» televisiva il saltimbanco Almirante ha ribadito la tesi, che per la verità è soltanto nostra, secondo la quale al «fascismo storico» è seguito (e vige) il regime «post-fascista». Quando abbiamo sostenuto negli anni ’20 che il fallimento della rivoluzione comunista avrebbe dato vita alla specie degli «antifascisti», un nemico ancora più schifoso per la classe operaia dei fascisti stessi, fummo presi per matti da legare.

Almirante ha oggi buon gioco a presentarsi come «antifascista di destra» uomo della Resistenza, «nostalgico del futuro» come ama definirsi con grande scandalo e stizza «degli antifascisti di sinistra»; il fatto è che, nonostante tutti i bizantini «distinguo», il saltimbanco e la sua corte siedono perpetuamente nel Parlamento Democratico e Repubblicano, recitano egregiamente in televisione, si permettono il lusso di dimostrare che l’impalcatura statale post-resistenziale, oltre che sull’opportunismo di sinistra, poggia sulle buone e democratiche intenzioni dell’opportunismo della destra nazionale.

Almirante ha citato, a prova di questa tesi, l’appoggio dato dal suo partito in varie occasioni ai partiti di centro, dai voti concessi ai governi Pella, Zoli, Tambroni, fino alle elezioni dei presidenti Gronchi, Segni e Leone.

Tutti sanno, nel clima della cosiddetta «strategia della tensione» che lo Stato democratico e resistenziale si è palleggiato tra i suoi vari organi la disquisizione sul cosiddetto fascismo, ed è giunto alla conclusione (si fa per dire) che non esiste una definizione univoca di questo fenomeno sociale, invocando la legge Scelba del 1952 (ed è bene ricordarlo ai signori del P.C.I.) varata contro i pericoli del «comunismo», contro qualsiasi movimento che per modi e forme riproponesse o si richiamasse al partito di Benito buonanima!

Balza agli occhi di tutti la babele pratica e teorica del regime post-fascista: da una parte si ostenta nelle adunate di piazza una retorica e petulante sicurezza nelle dimostrazioni antifasciste, mentre nel caldo dei salotti e degli studi televisivi si fanno salamelecchi ed inchini, tra l’imbarazzo ed il sussiego dei presunti «capi» «storici» o «teorici» della politica d’alto bordo.

La verità è che si è trascinato il proletariato mondiale in un secondo macello imperialistico e si è preteso da parte degli antifascisti democratici di tutte le tinte e dell’opportunismo di marca staliniana di denominare la guerra come lotta tra la barbarie da una parte, impersonata da Hitler e da Mussolini, e la civiltà dall’altra, incarnata per l’occasione dalle nazioni democratiche dell’occidente capitalistico.

La bussola impazzita dell’opportunismo ha giocato il brutto tiro di far perdere la luna al proletariato, che ha scambiato un nuovo conflitto interimperialistico per una guerra «morale» contro la violenza e la barbarie: gli Stati nazionali divisi in due, forze fasciste da una parte e fronti popolari dall’altra, hanno potuto giocare sul generoso proletariato dando l’impressione che si stesse combattendo per il socialismo, per la difesa di una fortezza assediata, l’URSS ormai da tempo incamminata sul terreno della crescita nazionale e patriottica.

Solo la nostra bussola ha resistito alla tempesta magnetica che sconvolse l’intera terra, restando ancorata alla chiave di lettura della moderna storia della lotta di classe che consiste nel metodo e nella visione del mondo del materialismo storico e dialettico.

Le difficoltà in cui si dibattono o fingono di dibattersi gli studiosi e i capi del campo borghese non è altro che lo specchio fedele dei limiti angusti nei quali si sono cacciati i rapporti di produzione e sociali, una volta che la Patria è stata riconsacrata come il valore al quale genuflettersi ed il socialismo in un solo paese il vitello d’oro al quale sacrificare tutto il sangue proletario.

È così che possono germogliare le interviste alla Renzo De Felice, le contorsioni degli Amendola, e dei Valiani, fino alle sofisticate ed esoteriche alla Axel Kuhn. Quest’ultimo, a puro titolo d’esempio, propone di applicare al fenomeno fascista la cosiddetta «teoria simmachista» secondo la quale né il fascismo è dato dal capitalismo (teoria di autodeterminazione) né da altre cause di ordine diverso (come crisi morale, politica, altrimenti riassunte dal pensiero liberale come teoria di eterodeterminazione). Per lui il capitalismo e fascismo stanno in rapporto di aggiunzione, e cioè in un rapporto che si può esprimere come sommatoria di due fenomeni, l’uno e l’altro complessi…!

Se si pensa che questo Kuhn pretende di essere marxista (non dogmatico, s’intende!) c’è veramente da sbellicarsi dalle risa: nelle sue mani la dialettica si riduce ad un’… aggiunzione!

Ma, come abbiamo sempre giustamente sostenuto, se proprio il campo borghese si trova in difficoltà a spiegarsi i fenomeni sociali che esso stesso produce, affari suoi; ciò è per noi la riprova che la scienza borghese che seppe e si dimostrò capace di conoscere il mondo in tutti i campi, compreso e specialmente quello sociale (non è il caso di citare i Machiavelli, gli Hobbes e via di seguito fino agli illuministi e gli utopisti da Fourier o Owen) non è oggi in grado di vedere al di là del proprio naso, anche se trucemente agguerrita per difendere il suo paradiso terrestre, sempre più gelido, sempre più tentato dal serpente-demonio che le forze produttive capitalistiche evocano specie in fase di crisi.

Ribadiamo così fino alla nausea le nostre tesi sul fascismo, di ieri e di oggi:

  1. il fascismo non è che una forma di governo che il capitale assume nella fase del suo sviluppo monopolistico e imperialistico.
  2. Se nel primo dopoguerra ha assunto la forma di fascismo questo non significa affatto che il termine e il partito fascista risolva la tendenza e la necessità urgente per lo Stato del capitale di rafforzare gli ormeggi e passare al contrattacco, se possibile preventivo, contro l’insubordinazione proletaria e contro i suoi assalti alla diligenza.
  3. Non abbiamo mai sostenuto che una forma di governo borghese vale l’altra; quando abbiamo sostenuto, come riconfermiamo, che il fascismo non si combatte con la democrazia, siamo coerenti con la documentazione storica, obiettiva e scientifica, che il fascismo ha trovato spianata la strada per il suo trionfo dalla «democrazia».
  4. L’unico sbocco possibile alla tendenza dello Stato capitalistico a rafforzarsi e a rendere più efficiente la sua macchina repressiva è la rivoluzione proletaria e la dittatura del proletariato; il che non significa che in ogni momento è possibile «far la rivoluzione», ma che ogni momento è valido per prepararne le condizioni, come ebbe a ribadire Lenin al delegato francese Frossard.
  5. Non è stato, secondo l’inconcludente fraseologia parlamentaristica di «destra e di sinistra», che il fascismo, o il «nazismo», siano le ultime forme di governo dello Stato del capitale se affrontate dal punto di vista puramente nominalistico e formale: l’analisi comunista che la Sinistra ha fatto storicamente al contrario dimostra che il fascismo come forma di governo ha avuto come antecedente anti-proletario il governo socialdemocratico dei Noske e degli Scheidemann, presidente di turno il sellaio Ebert.
  6. È dunque da prevedere ragionevolmente l’azione concentrica, nei confronti del ravvicinarsi della lotta di classe, della tradizionale forma fascista, comunque aggiornata con la forma opportunistica per la repressione del proletariato. L’alleanza tra queste due forme non ha necessariamente bisogno di sanzioni formali; come ricorda Marx, le forze sociali, nel momento della battaglia, non hanno bisogno di accordi formali per giocare un ruolo identico o complementare.

Alla luce di queste tesi si spiega il grottesco, se non fosse immondo e nefasto per la classe operaia, dei partiti nominalmente comunisti di discendenza staliniana che rinunciano ufficialmente alla dittatura proletaria (ultimo arrivato il PCF di Marchais), dopo averla rinnegata nella pratica di 50 anni, dal 1926 in poi, e dei partiti di ascendenza fascista tipo MSI che giurano di non voler sostenere più, né a livello dottrinario, né a livello pratico, la teoria dello Stato totalitario, dichiarandosi «democratici» a tutta prova, perfino e glielo riconosciamo, garanti della costituzione repubblicana. Da che cosa è determinata questa spinta, da apparenti opposte posizioni, verso il centro democratico?

Dopo l’attacco aperto e violento dello Stato borghese, già liberale, in virtù dell’azione concentrica di forze «extralegali» (fasciste) e «legali» (democrazia liberale), in grazia dell’opportunismo socialdemocratico e massimalista, parolaio e inconcludente, di fronte alla pretesa fascista di aver operato una «rivoluzione» capace di aprire una terza via tra liberalismo e comunismo, abbiamo, soli, opposto che l’unica vera possibile moderna rivoluzione è quella comunista. Ieri nel nostro famoso «Roma e Mosca», mettemmo in risalto questa alternativa, oggi allineatasi Mosca a Roma, nella logica dello Stato nazionale, è inevitabile che, sia da «sinistra» che da «destra», si prema verso il centro: ciò corrisponde alla spinta delle forze politiche che rappresentano il capitale, ancorché differenziate e spesso in vergognosa baruffa a causa della concorrenza, a presidiare, in forme sempre più concentrate, lo Stato, la sua macchina repressiva, democratica, amministrativa militare.

La base sociale dei partiti del cosiddetto «arco costituzionale», attorniati da pazzi satelliti gruppettari all’extra-destra o all’extra sinistra, è sostanzialmente la stessa: piccola borghesia allargatasi a macchia d’olio nella fase delle vacche grasse che si vede restringere la propria area durante la carestia determinata dalla crisi economica: prova per noi che sul lavoro salariato si è ingigantita la massa dei parassiti, in sociologia elargiti della denominazione di «terziario».

Oh, sì, sappiamo che l’opportunismo di destra e di sinistra oltre misura dilatati si fanno in quattro per nutrirlo e lusingarlo, proprio perché i parassiti sono parassiti solo per noi, per il proletariato: per borghesi e piccolo-borghesi sono lavoratori produttivi a tutta prova, e, male che vada, lavoratori da riconvertire, da ristrutturare, mai comunque da aizzare contro lo Stato del capitale.

La legge del plusvalore è la sola chiave che permette di discriminare la delimitazione tra classe operaia e contadini poveri e classe borghese sorretta dalle mezze classi. I parassiti di cui parlavamo sono per l’appunto la massa di manovra che permise al fascismo di diventare il partito politico unico di massa della borghesia, con grande scorno dell’opportunismo che ancora oggi non riesce a digerire come il neofascista MSI riesca ad avere masse al suo seguito, al punto da «considerare impolitico» tentare la sua dichiarazione di illegalità.

A questo punto è naturale che il caporione Almirante possa permettersi il lusso di affermare spudoratamente di non volere rappresentare altro (sono sue testuali parole) che lo «spauracchio» nei confronti non tanto del PCI, ma, (e lo ha ben ribadito!) del comunismo, intendendo per esso non il partitaccio, ma l’istintiva paura di quello spettro di cui parla il Manifesto del 1848, di cui la borghesia non potrà costituzionalmente liberarsi, se non la libererà (anch’essa!) la rivoluzione proletaria. Il partito di Almirante è di fatto lo spauracchio che funziona da deterrente e da copertura al baluardo vero che il capitale oppone da sempre al proletariato, e cioè lo Stato.

I proletari imparino dall’avversario più pacchiano e losco: il cosiddetto fascismo, convenzionalmente inteso, come realtà in sé indipendente dallo Stato, è uno spaventapasseri, che una volta conosciuto per tale non può diventare che oggetto di ludibrio da parte degli uccellini al punto da cacarci sopra.

Il nemico vero è lo Stato, democratico o autoritario, e su quello non vale farci pisciatine: per abbatterlo è necessaria la violenza armata e la dittatura di classe del proletariato diretto dal partito comunista. Vale accanirsi contro lo spauracchio ma per far capire al padrone che è ormai inutile nascondersi dietro i bambocci.

Per questo è necessaria la ripresa della lotta di classe virile e irriducibile, altrimenti lo spauracchio continuerà a recitare vilmente nel teatro dei pupi.