Partido Comunista Internacional

Il Corso del Capitalismo Mondiale

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Ci si chiede se sarà ancora possibile affidarsi a lungo agli indici della produzione industriale per analizzare l’andamento del capitale, poiché le istituzioni che continuavano a calcolarli stanno cessando di descriverlo una dopo l’altra, tanto è catastrofico il quadro che questi indici delineano. Per questo gli economisti borghesi preferiscono ora fare riferimento al PIL o all’andamento della borsa, che consentono di dipingere un quadro più roseo. Eurostat, che fornisce le statistiche sulla produzione industriale degli Stati europei, si è fermata al mese di aprile e il FMI, che fornisce statistiche industriali per quasi tutti i paesi, si ferma al mese di marzo, il che è di cattivo auspicio. Inoltre, per il Giappone e il Regno Unito, le statistiche si fermano all’anno 2022, senza che se ne conosca il motivo.

In questo rapporto saranno trattate le condizioni economiche di alcuni Stati europei, e naturalmente degli Stati Uniti, che rappresenta almeno per ora il principale bastione della conservazione capitalistica, insidiato, in questo infame primato, dall’altro mostro borghese, la Cina.

Nel prosieguo del lavoro si cercherà, dati alla mano, di dare un quadro più completo dello stato economico di altri Paesi che giocano un ruolo importantissimo sullo scacchiere mondiale.

Gli Stati Uniti

Detto questo, passiamo all’analisi della produzione industriale degli Stati Uniti. Il grafico relativo agli incrementi annuali ci indica che, dopo una recessione nel 2023 e nel 2024, si è registrata una leggera ripresa nel 2025. La curva mensile ci mostra che la produzione industriale ha continuato a crescere nel 2026, da gennaio a luglio, nonostante la guerra in Medio Oriente e l’impennata dei prezzi dell’energia. Tuttavia, questa crescita sarà, nella migliore delle ipotesi, della stessa entità di quella del 2025, ma più probabilmente, alla luce della curva, più debole. Allora, l’aumento dei dazi doganali ha ridotto il deficit commerciale e incentivato la rilocalizzazione dell’industria? Se si esamina il deficit commerciale dei primi sei mesi dell’anno e lo si confronta con quello dello stesso periodo del 2024 e del 2025, a prima vista sembrerebbe di sì.

Per il 2026 disponiamo ovviamente solo del disavanzo dei primi sei mesi, che dobbiamo quindi confrontare con lo stesso periodo degli anni precedenti. Pertanto, secondo la tabella, si registrano 575 miliardi di dollari di deficit per l’anno 2024, 710 miliardi nel 2025 e infine un deficit contenuto, ma ridotto per il 2025 di soli, per così dire, 520 miliardi. Si tratta di un miglioramento del 9,6% rispetto al 2024 e, soprattutto, di una riduzione del 27% rispetto al 2025.

Quindi il Presidente degli Stati Uniti d’America, un voltagabbana patologico, ma non lo sciocco che la propaganda spaccia su tutti i media può gridare alla vittoria, al raggiungimento degli obiettivi?

In realtà non è così semplice. Nel 2025, di fronte alla minaccia di un aumento vertiginoso dei dazi doganali, tutte le aziende americane hanno speso somme favolose per costituire una scorta di tutti i beni stranieri indispensabili alla loro attività. Questo spiega l’enorme aumento del deficit commerciale di quest’anno, pari a oltre il 23%. E naturalmente queste scorte hanno permesso alle aziende di ridurre i propri acquisti nel primo semestre del 2026. Tuttavia, già a luglio il deficit riprende a salire con un incredibile -119,6 miliardi di dollari, ovvero un balzo del 39% rispetto alla media mensile dei primi sei mesi. Il che non fa ben sperare per il futuro.

Infatti, non basta imporre dazi esorbitanti sulle importazioni per ridurre il deficit: occorre anche produrre i beni importati. Tuttavia, le massicce delocalizzazioni della fine degli anni ’90 hanno fatto sì che gli Stati Uniti non producano più tali beni. Ciò è evidente se si osserva la tabella che riporta gli incrementi della produzione manifatturiera. La produzione manifatturiera nel 2025 è inferiore del 9% rispetto al picco raggiunto nel 2007. E le tasse non cambieranno granché la situazione, poiché queste aziende si sono delocalizzate proprio per aumentare il tasso di profitto. Un operaio in un paese come il Messico o la Turchia, per non parlare della Cina, ha uno stipendio cinque volte inferiore a quello di un operaio americano o francese.

Per far fronte alla crisi del capitale, che vede naturalmente crollare i propri profitti, le grandi imprese hanno puntato sull’aumento assoluto del tasso di plusvalore ricorrendo alla delocalizzazione, al subappalto e facendo leva su un’immigrazione massiccia di lavoratori per abbassare i salari. Nel settore del subappalto, le piccole e medie imprese di tutto il mondo che si aggiudicano gli appalti devono condividere una parte dei propri profitti e sono costrette a impiegare manodopera a basso costo, ma poco qualificata.

È così che i grandi centri imperialisti sono riusciti, finora, a evitare un nuovo 1929 e un’esplosione sociale con il ritorno della lotta di classe. Ma ciò comporta anche degli svantaggi: un indebolimento del peso industriale su scala mondiale, e quindi un declino relativo del Paese e del suo peso geopolitico, un notevole indebitamento dello Stato; interi settori industriali sono scomparsi e non possono più versare le imposte, il che comporta un calo delle entrate per lo Stato e i comuni. Ciò si traduce in un indebitamento ancora maggiore, poiché ad ogni crisi lo Stato interviene per salvare la propria borghesia senza badare a spese. E naturalmente deficit commerciali da record: ad esempio, tre quarti delle automobili francesi sono prodotte all’estero, ovvero in Spagna, in Turchia, nell’Europa dell’Est e anche nel Nord Africa, in Marocco e in Tunisia. Ciò si traduce per la Francia in un deficit commerciale compreso tra i 15 e i 20 miliardi di euro all’anno, solo per le automobili che ora devono essere importate.

Negli Stati Uniti, gran parte della produzione automobilistica è affidata al Messico e per quanto riguarda i computer, sono tutti prodotti in Cina, solo per citare questi due tipi di beni. Quando si chiede all’Amministratore Delegato di Apple se intende riportare negli Stati Uniti la produzione dei suoi Mac e dei suoi iPhone, da bravo ipocrita, risponde che è impossibile perché negli Stati Uniti non c’è più manodopera qualificata per farlo! E come ha fatto Apple quando ha delocalizzato la produzione in Cina? Ha inviato i propri ingegneri per insegnare agli operai cinesi come produrre MacBook della stessa qualità di quelli statunitensi.

All’inizio presentavano dei difetti, ma a poco a poco la produzione ha raggiunto lo stesso livello di qualità degli Stati Uniti. Il vero motivo è il tasso di profitto, che non è affatto lo stesso negli Stati Uniti e in Cina, poiché il tasso di plusvalore è molto più elevato in Cina grazie a uno sfruttamento più spietato della manodopera. E se Apple e le altre aziende americane dovessero avere problemi geopolitici con la Cina, allora delocalizzerebbero in Vietnam o in India, e perché no, in Messico.

Dopo la forte ripresa del 2021, che ha fatto seguito a un calo della produzione di quasi l’11% nel 2020, a differenza degli Stati Uniti non si è verificata una recessione, ma una quasi stagnazione con incrementi pari allo 0,4%, allo 0,6%, allo 0,2% e, infine, a un fantastico 0,7% nel 2025.

La Francia

La curva degli incrementi mensili si ferma ad aprile; non è quindi possibile trarne conclusioni per l’intero anno. Tuttavia, data la situazione generale caratterizzata dall’impennata dei prezzi dell’energia e da una situazione finanziaria piuttosto difficile per molte aziende, ci si può aspettare, nella migliore delle ipotesi, una quasi stagnazione, come negli anni precedenti, o addirittura un calo della produzione.

Se si osserva la tabella, si nota che per l’anno 2025 si registra un calo dell’11% rispetto al massimo raggiunto nel 2007.

La Germania

A parte il rialzo del 4,7% registrato nel 2021, che compensa in parte il calo dell’8,8% del 2020, la Germania è in recessione dal 2019. E lo stesso vale per il 2026, se si considera che gli incrementi dei primi quattro mesi sono tutti negativi.

La Germania sta attraversando una grave crisi in settori chiave della sua industria, come la produzione automobilistica, l’industria chimica, ecc. Sta subendo in pieno la perdita del gas russo a basso costo e, soprattutto, la concorrenza esistenziale dell’industria cinese, che sta schiacciando la Germania nei suoi punti di forza come l’automobile, le macchine utensili e persino l’industria chimica. Ciò spinge i colossi dell’industria chimica tedesca, come BASF, a delocalizzare massicciamente la propria produzione in Cina. Ma non siamo più ai tempi in cui gli industriali europei venivano accolti a braccia aperte. Ora si tratta di sostenere le imprese nazionali, di favorire l’emergere di campioni nazionali. Gli ostacoli giuridici rendono meno facile fare affari in Cina.

La novità per la Germania è che si trova nella stessa situazione di Francia, Regno Unito, Italia, Spagna e Portogallo; mentre, insieme al Belgio e a differenza degli altri Stati dell’Europa occidentale, aveva superato il picco raggiunto nel 2008, attestandosi al 6% nel 2018, dal 2020 si trova al di sotto di tale picco, con un valore addirittura pari a -10,6% nel 2025!

L’Italia

La situazione non è diversa per l’Italia. A parte il picco del 12,1% registrato nel 2021, che compensa il brusco calo dell’11% del 2020, il Paese è in recessione dal 2019. E nonostante alcuni incrementi positivi registrati da febbraio ad aprile 2026, in particolare dell’1,3% e poi dell’1,4% negli ultimi due mesi, alla luce del contesto europeo e internazionale non ci si può aspettare una ripresa economica nel 2026.

E, per ricordarlo, nel 2025 la produzione italiana è inferiore del 21,6% rispetto al picco raggiunto nel 2007.

Le Eccezioni

Se tutti i vecchi paesi imperialisti non producono più una serie di beni, questi devono essere prodotti altrove. Nell’ultima tabella si può notare che alcuni paesi mostrano dati positivi in controtendenza. Si tratta della Polonia, dei Paesi Baltici, della Turchia e anche di uno dei primi paesi industrializzati, il Belgio, che, grazie alle Fiandre, regione un tempo puramente agricola, registra anch’esso ritmi di crescita non trascurabili, con un +28% nel 2025 rispetto al 2007. Si osservi però che questo non è un miracolo, perché corrisponde ad un incremento medio anno di 1,4%.

La Polonia e i Paesi Baltici hanno tratto il massimo vantaggio dal loro ingresso nell’Unione Europea, registrando un vero e proprio sviluppo industriale. Questi Paesi, che negli anni ’90 avevano attraversato una drammatica recessione, hanno scoperto con gioia la prosperità, sviluppando in modo straordinario il proprio apparato industriale. Purtroppo, l’andamento del capitale è inevitabilmente caotico e, a loro volta, anche loro conosceranno la recessione, proprio come la Cina oggi.

La stessa Turchia registra un incredibile incremento del 116% nel 2025 rispetto al picco del 2007. La Turchia, che pure sta affrontando un’elevata inflazione e una forte svalutazione della propria moneta, ma che trae vantaggio dalle esportazioni verso l’Europa. Le auto di marca francese prodotte in Turchia portano soldi!

La Russia

I rilevamenti statistici ed economici ufficiali della Federazione Russa relativi al 2026 mostrano un progressivo rallentamento dell’attività economica, condizionata da forti pressioni macroeconomiche, dall’impatto delle sanzioni occidentali e dalle ingenti spese statali legate al conflitto in corso.

Non presentiamo dati come abbiamo fatto per altri Stati, stante le dubbie ed incerte cifre che ci forniscono il servizio statistico federale russo Rosstat, e la Banca Centrale Russa, però la guerra imperialista che la Russia sta conducendo contro l’Ucraina ha effetti gravi e pesanti sulla sua economia.

Non abbiamo per ora alla mano dati certi, e tutto quanto traspare è anche frutto di ricostruzioni più o meno attendibili di parte occidentale; quindi di Organismi di rilevazione schierati sul campo bellico opposto.  Da queste rilevazioni si dedurrebbe che il suo fondo statale, a cui ha attinto per finanziare la guerra, è praticamente esaurito. La sua economia è schiacciata da alti tassi di interesse e la popolazione lavoratrice deve sopportare una forte inflazione.

Intendiamo però riportare una descrizione quantitativa nei prossimi nostri lavori.