Marx e le classi medie
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Mentre la reazione capitalistica internazionale cerca impadronirsi della persona dell’ex Presidente dei Commissari del Popolo d’Ungheria, accusandolo di rapine, incendi ed assassinii, riproduciamo un articolo che egli, il compagno Béla Kun, scriveva nella “Pravda” del 4 maggio 1918 – per dimostrare ancora una volta che i “capi” del movimento comunista lungi da essere dei sanguinari, sono uomini dediti ai più alti problemi del pensiero al tempo stesso che alla battaglia rivoluzionaria per l’emancipazione del proletariato.
Le iene, i criminali vanno invece cercati nelle orde di banditi controrivoluzionari, che oggi per mandato del capitalismo mondiale, devastano ed insanguinano l’Ungheria impiccando i purissimi campioni dell’ideale rivoluzionario.
“Il nemico interno” della Rivoluzione proletaria russa è costituito in prima linea dalle classi medie inferiori.
La espropriazione degli espropriatori che viene svolta presentemente, non rappresenta il più serio ostacolo sulla via della dittatura proletaria.
Sulla via della espropriazione del capitale gli ostacoli sono d’una natura puramente obbiettiva. Il piccolo gruppo dei grandi capitalisti non ha le masse al suo fianco e quindi viene rapidamente a trovarsi in condizioni d’inferiorità dinanzi al proletariato armato.
Le più basse classi medie della società, rappresentano d’altra parte una parte considerevole della popolazione, specialmente in Russia – per non dire la parte preponderante della popolazione agraria. Il transigere con le aspirazioni di queste classi medie inferiori significherebbe l’arresto a metà strada del lavoro della rivoluzione; significherebbe la fine delle tendenze alla distruzione del capitalismo.
Proprio perché la classe media è numericamente grande, essa ha conservato una influenza sul movimento delle classi lavoratrici. Ma ogni concessione a questa influenza rappresenta una deviazione dal punto di vista marxista, perché fu precisamente Marx che liberò il socialismo dalle falsificazioni della piccola borghesia.
La condotta dei partiti socialisti della classe media durante i primi scontri e la finale lotta decisiva della rivoluzione proletaria ci impone doppiamente il dovere di richiamare nell’occasione del centenario della nascita del nostro primo maestro, quali erano le sue vedute intorno alle classi medie. E sebbene i rappresentanti delle varie scuole del socialismo piccolo borghese si riferiscono costantemente a Marx, non v’è in realtà maggiore sacrilegio di questo.
I.
Marx, dopo la profonda trasformazione avvenuta tanto nella sua concezione filosofica del mondo che nelle sue vedute sulle condizioni materiali della produzione sociale, si liberò delle ultime tracce del Liberalismo.
“La Miseria della Filosofia” sotto l’aspetto economico, e “Il Manifesto dei Comunisti” sotto l’aspetto politico annunciavano la finale liberazione del socialismo dalle ultime suonate dellecampane piccolo-borghesi.
I fondatori del socialismo scientifico non avevano ancora avuto l’esperienza d’una rivoluzione, ma per la via d’un’analisi teoretica essi erano pervenuti fin d’allora a stabilire il fatto che nel processo del movimento rivoluzionario la classe media si comporterà soltanto come un reazionario ed utopistico fattore.
Questa classe media – come il Manifesto dei Comunisti proclamò – sta a mezza strada tra il proletariato e la classe capitalista. Essendo un necessario complemento della società capitalistica, questa classe si riproduce continuamente. Composta di elementi estremamente frammisti dell’epoca precapitalista – la cosiddetta “intelligenza lavoratrice”, i lacchè della classe capitalistica – questa classe si trovò in Francia, in Svizzera, ed a un certo momento in Germania ai posti avanzati della rivoluzione del 1848. Secondo il Manifesto dei Comunisti, i comunisti sostenevano i vari partiti che raggruppavano questi elementi fin tanto che essi erano all’opposizione, comprendendo chiaramente tuttavia che se i rappresentanti della classe media erano rivoluzionari realmente nel loro sentimento, ciò era soltanto quando erano posti di fronte alla loro immediata discesa nei ranghi del proletariato.
Queste tendenze delle classi medie inferiori benché fossero abbastanza sentite, furono ciò nondimeno completamente spazzate via: la rivoluzione del 1848 rivelò chiaramente la bancarotta politica della frazione rivoluzionaria della borghesia. Perché la rivoluzione dimostrò non soltanto la loro debolezza, ma anche quanto esse fossero pericolose per il compito della rivoluzione.
Durante la rivoluzione francese di quell’anno il proletariato fu schiacciato non dai capitalisti ma da queste molto basse classi medie. “Il piccolo Bottegaio”, scrive Marx nella “Lotta di classe in Francia”, si mosse contro le barricate allo scopo di impedire che il movimento passasse dalla strada nella bottega. E quando le barricate furono distrutte, quando gli operai furono sconfitti, quando i bottegai, brindando alla vittoria ritornarono alle loro botteghe, essi le trovarono sbarrate dai salvatori della proprietà, dagli agenti ufficiali che rivolsero a loro queste brusche domande: “I bilanci sono divenuti troppo passivi! Pagate signori! Pagate per i vostri fondi!”. La povera bottega fallì, il povero bottegaio fu rovinato! La piccola borghesia non è adatta a reggere il potere, e un lungo governo da parte sua è irrealizzabile. Ciò, anzitutto, per ragioni economiche: il piccolo bottegaio è il debitore del grande capitalista, e deve dipendere da lui da quando esiste il sistema del credito – che non può essere distrutto mentre il dominio della proprietà privata continua.
L’era imperialista della produzione capitalistica ha pienamente giustificato queste vedute di Marx. Se la democratizzazione del capitale per mezzo delle società anonime – il sogno irreducibile dei falsificatori del marxismo – fosse una possibilità economica anche quando la maggioranza della classe media fosse di azionisti, sarebbe sempre impotente a governare la società.
Le radici del dilemma creato dall’imperialismo devono essere trovati nei rapporti economici sui quali l’imperialismo si fonda.
Vi sono due sole classi capaci di governare: la classe dei grandi capitalisti e il proletariato.
Ogni compromesso colla borghesia è tradimento della rivoluzione proletaria. Ogni compromesso con la classe media dopo la vittoria della rivoluzione condurrebbe alla restaurazione della supremazia dell’alta borghesia – alla restaurazione del regime capitalista.
L’esperienza della rivoluzione del 1848 confermò completamente Marx nella sua convinzione che la rivoluzione può scrivere sulla sua bandiera soltanto queste parole d’ordine: il completo abbattimento di tutte le sezioni della classe capitalistica, e la dittatura del proletariato.
II.
Nella struttura della Società capitalistica la classe media è immortale. Non solo i piccoli commercianti e bottegai adoratori del principio della proprietà privata e del credito, assicurano inevitabilmente l’esistenza di parassiti nell’organismo sociale, in quanto sono causa della dissipazione e dello sperpero del lavoro sociale, ma anche fuori dal loro ambiente appaiono come i fautori di una speciale filosofia che ha per obbiettivo di impedire la rivoluzione proletaria.
“La classe media – con le parole di Marx – non ha speciali interessi di classe. La sua liberazione non importa una rottura col sistema della proprietà privata. Essendo incapace di fare una parte indipendente nella lotta di classe, essa considera ogni decisiva lotta di classe come un disastro per la comunità. Le condizioni della sua propria libertà, che non comportano un distacco dal sistema della proprietà privata sono, agli occhi dei membri della classe media, quelle stesse secondo le quali l’intera società può essere salvata”.
E questa è la vera ragione per la quale le masse delle piccole classi medie sono le più pericolose nemiche della dittatura del proletariato. Esse rappresentano una porzione molto forte della Società. I loro speciali interessi sono assolutamente incompatibili con le perturbazioni economiche che accompagnano inevitabilmente i periodi di transizione.
Le perturbazioni del credito tagliano il terreno sotto i loro piedi. Esse cominciano ad agitarsi per l’ordine, per il rafforzamento del credito, in tal modo che ogni concessione ad esse conduce in effetti ad una completa restaurazione dell’antico ordine.
I fautori della filosofia della classe media, che mettono cattedra come critici del capitalismo nel movimento delle classi lavoratrici, nel tempo in cui questo movimento è ancora nello stadio di un’attitudine puramente critica verso il capitalismo, e che esercitano su di esso una particolare vigilanza piccolo-borghese, si sentono disillusi quando giunge l’ora della decisiva battaglia.
La loro supremazia nel campo intellettuale non può continuare a lungo, perché non è in loro potere di liberarsi dalle concezioni piccolo-borghesi della vita e del mondo.
Questo è ciò che Marx dice nel suo “18 Brumaio” nel quale egli ci dà una magistrale analisi di questa vigilanza della classe media, a proposito di questi “rappresentanti” del movimento operaio o, per essere più esatti, di queste sanguisughe che si sono attaccate ad esso. “Ciò che fa di loro gli esponenti della piccola borghesia è il fatto che i loro sentimenti non abbandonano la via in cui muove tutta la vita di questa, e che perciò essi vengono per una via teoretica agli stessi problemi e soluzioni cui la piccola borghesia giunge nella vita attuale. Tale è in genere la relazione tra i rappresentanti politici e letterari di una classe e la classe medesima”.
Marx era spietato con questi avvelenatori della coscienza di classe del proletariato. Tutto il movimento proletario dovrebbe esserlo parimenti. Con le armi del ridicolo e dell’odio egli combatteva contro gli “eroi” della democrazia sociale francese dell’epoca, il movimento politico che rappresentava una irregolare unione tra la piccola borghesia e il proletariato.
Egli mirava a separare il movimento operaio da tutti gli elementi piccolo-borghesi, perché l’attitudine della piccola borghesia – attaccamento all’idea della proprietà privata, più o meno aperta lotta per sostenere il credito, terrore di ogni profonda perturbazione sociale – è in pratica il più grande nemico interno del proletariato e della rivoluzione proletaria.
III.
Una dittatura proletaria che dimostra una tendenza a far concessioni alla piccola borghesia, è minacciata di distruzione.
Una classe lavoratrice che lotta contro la borghesia “dal disotto” si sottrae a questo pericolo più facilmente che un proletariato vittorioso.
Un proletariato che combatte “dal disopra” possedendo il potere dello Stato ed affrontando i problemi della organizzazione della produzione, è in una posizione più difficile che un proletariato che ancor non abbia raggiunta la vittoria. La classe lavoratrice stessa non è ancora libera di tutti gli abiti mentali piccolo-borghesi, mentre le masse di parassiti della classe media che vivono sotto il vecchio regime non sono egualmente pronte a vivere sotto il regime dello Stato proletario.
Lo schiacciamento della controrivoluzione in Russia (ricordiamo che questo scritto è del maggio 1918) mostra che anche ivi è venuta l’epoca in cui, come dice Marx nella “Guerra civile in Francia” tutte le frazioni della borghesia ad eccezione dei grandi capitalisti – “bottegai, commercianti, esercenti” – riconoscono che il proletariato è la sola classe capace di iniziativa nella sfera della ricostruzione sociale. Questo vuol dire dunque, che la stessa frazione della piccola borghesia la quale “offriva i lavoratori come un sacrifizio ai propri creditori” tenterà ancora una volta di venire ad un accordo coi suoi creditori.
Finché la piccola borghesia esiste, essa non è capace di rinunziare a sé stessa, quando debba sottomettersi al proletariato. Benché incapace di una resistenza indipendente essa tenterà nondimeno per diverse vie di deviare l’indirizzo e i metodi della rivoluzione.
Se essa perviene una volta, sotto qualsiasi maschera a riapparire nell’arena della lotta dei lavoratori, essa userà tutte le sue energie allo scopo di poter rimanere la proprietaria delle sue bottegucce e la cliente del capitalismo. Essa chiede prima di tutto “il ristabilimento del credito” – ma questo grido rappresenta per la piccola borghesia solo “una forma dissimulata del grido pel ristabilimento della proprietà privata”.
La Rivoluzione, mentre celebra il centenario della nascita di Marx, non deve dimenticare la sentenza che egli pronunziò nei riguardi della piccola borghesia.
Béla Kun