Soviet, Partito, Sindacati
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I Soviet sono organi del potere proletario che nulla può sostituire perché, precisamente, i loro quadri sono elastici ed agili tanto che in essi possono immediatamente trovare un’espressione tutte le modificazioni non solo sociali ma anche politiche che si producono nella reciproca posizione delle classi. I Soviet hanno come loro punto di partenza le grandi officine e i grandi laboratori, ma essi giungono a far rientrare nel loro organismo gli operai della piccola industria e gli impiegati di commercio; di qui essi passano ai centri di campagna, danno una forma organica alla Iotta dei contadini contro i proprietari fondiari, e portano quindi alla sollevazione degli strati inferiori e medi del ceto campagnuolo contro i contadini ricchi. Lo Stato operaio assume ai suoi servizi una quantità innumerevole di impiegati che appartengono in gran parte alla borghesia e al ceto intellettuale borghese. A misura che essi si abituano alla disciplina del regime dei Soviet, essi acquistano la possibilità di farsi rappresentare nel sistema dei Soviet. Estendendosi e talora anche restringendosi a seconda che si estendono o si restringono le posizioni sociali conquistate dal proletariato, il sistema soviettista resta l’apparecchio di governo della rivoluzione sociale nella sua dinamica interna, nei suoi flussi e riflussi, nei suoi difetti e nei suoi successi. Quando la rivoluzione sociale avrà definitivamente trionfato il sistema soviettista si estenderà a tutta la popolazione, esso perderà per ciò stesso il suo carattere di organismo governativo e si risolverà in una possente collaborazione di produttori e di consumatori.
Se il partito e i sindacati sono stati degli organismi destinati a preparare la rivoluzione, i Soviet sono l’arma di questa rivoluzione. Dopo la sua vittoria essi diventano organi del potere, mentre il compito del partito e dei sindacati, senza diminuire d’importanza, si modifica sostanzialmente.
L’indirizzo generale degli affari è concentrato nelle mani del partito. Non già che il partito governi in modo diretto, perché la sua struttura non è adatta a questo genere di funzioni, ma esso ha voce decisiva su tutte le questioni di principio che si presentano. Ben più, l’esperienza ci ha portati a stabilire che su tutte le questioni litigiose, in tutti i conflitti che possono sorgere tra le amministrazioni e nei conflitti personali interni ad ogni amministrazione, l’ultima parola debba spettare al Comitato centrale del partito. Ciò permette un grande risparmio di tempo e di energia, e nelle circostanze più difficili, nelle situazioni più intricate ciò garantisce l’indispensabile unità di azione. Un regime simile non può però attuarsi se l’autorità del partito non resta assolutamente incontestata, se la disciplina del partito non lascia assolutamente nulla a ridire. Molto fortunatamente per la rivoluzione nel nostro partito sono soddisfatte entrambe queste due condizioni.
Quanto agli altri paesi, che dal loro passato non hanno ricevuto la tradizione di una forte organizzazione rivoluzionaria, temprata nei combattimenti, non si può dire sin d’ora se essi, quando suonerà l’ora della rivoluzione proletaria, potranno disporre di un partito comunista che abbia un’autorità eguale al nostro. È evidente però che la soluzione di questa questione avrà un’influenza considerevole sul destino della rivoluzione socialista in ogni paese.
II compito eccezionale che spetta al partito comunista dopo che la rivoluzione proletaria ha riportato vittoria è ben comprensibile. Si tratta della dittatura di una classe. La classe si compone di differenti strati sociali, le opinioni e i sentimenti non sono unanimi, i livelli intellettuali variano. La dittatura presuppone invece unità di volontà, unità di tendenza, unità di azione. Per quale altra via potrebbe essa realizzarsi? Il dominio rivoluzionario del proletariato suppone in seno al proletariato stesso il dominio di un partito provvisto di un programma di azione ben definito, forte di una disciplina interna indiscussa.
È quindi in contraddizione intima col regime della dittatura proletaria, una politica di blocco, di blocco, s’intende, non con i partiti borghesi, ma dei comunisti con altre organizzazioni «socialiste» che rappresentano in diverso grado le idee arretrate e i pregiudizi delle masse lavoratrici.
La rivoluzione getta rapidamente al suolo tutto ciò che è instabile, consuma tutto ciò che è artificiale: le contraddizioni che il blocco vorrebbe coprire si scoprono sotto la pressione degli avvenimenti rivoluzionari. Ce lo ha provato l’esempio dell’Ungheria, dove la dittatura del proletariato ha preso la forma politica di una coalizione dei comunisti con i socialisti che non erano altro che dei sostenitori di una intesa con la borghesia. La coalizione si sgretolò ben presto e il partito comunista pagò cara l’incapacità rivoluzionaria e il tradimento politico dei suoi compagni di avventura. È assolutamente evidente che sarebbe stato meglio per i comunisti ungheresi andare al potere più tardi, lasciando prima ai socialisti di sinistra (quelli dell’intesa con la borghesia) la possibilità di compromettersi a fondo. Vero è che si può chiedere se dipendeva da loro l’agire così. In tutti i casi il blocco con questi socialisti, il quale non è servito ad altro che a coprire provvisoriamente la relativa debolezza dei comunisti ungheresi ha in pari tempo impedito loro di farsi forti ai danni dei loro alleati intempestivi e li ha condotti a una catastrofe.
Lo stesso principio è sufficientemente dimostrato dall’esempio della rivoluzione russa. Il blocco dei bolscevichi con i socialisti rivoluzionari di sinistra, dopo aver durato per alcuni mesi, è finito in una rottura sanguinosa. Vero è che non siamo stati noi, comunisti, a dover pagare la maggior parte delle spese di questo affare, ma sono stati i nostri compagni infedeli. È chiaro che un blocco in cui noi eravamo i più forti e in cui per conseguenza noi non arrischiavamo troppo a tentare di utilizzare, per una sola tappa, l’estrema sinistra della democrazia (quella dei piccoli borghesi) – è evidente, diciamo, che questo blocco dal punto di vista tattico, non è tale da esporre noi ad alcun biasimo. Ciò non di meno questo episodio della nostra alleanza coi socialisti rivoluzionari della sinistra mostra chiaramente che un regime di transazioni, conciliazioni e mutue concessioni – e in ciò si risolve il regime del blocco – non può resistere a lungo in un’epoca in cui le situazioni cambiano con rapidità estrema, in un’epoca in cui al di sopra di tutto è necessaria l’unità dei propositi per rendere possibile l’unità di azione.
Ci hanno accusati più di una volta di aver sostituito alla dittatura dei Soviet quella di un partito. E tuttavia si può affermare, senza pericolo di sbagliarsi, che la dittatura dei Soviet non è stata possibile che per la dittatura del partito, per la chiarezza delle sue idee teoriche, per la sua forte organizzazione rivoluzionaria, che ha messo in grado il partito di garantire ai Soviet la possibilità di trasformarsi, da informi parlamenti operai quali essi erano in principio, in un apparecchio di dominio del lavoro. In questa sostituzione del potere del partito al potere della classe operaia non vi è nulla di fortuito, e non vi è nemmeno, in fondo, nessuna sostituzione. I comunisti rappresentano gl’interessi fondamentali della classe operaia. È quindi naturale che in un’epoca in cui la storia pone all’ordine del giorno la discussione di questi interessi in tutta la loro ampiezza i comunisti diventino i rappresentanti devoti della classe operaia nella sua totalità.
– Ma chi dunque vi dà garanzia, ci domandano alcuni maligni, che è proprio il vostro partito quello che esprime questi interessi e incarna in sé il destino storico? Sopprimendo o gettando nell’ombra gli altri partiti, voi vi siete liberati della loro rivalità politica, e vi siete quindi negata la possibilità di controllare la vostra linea di condotta.
Questa considerazione è inspirata da una concezione puramente liberale del cammino della rivoluzione. In un’epoca in cui tutti gli antagonismi si svelano crudamente e in cui la lotta politica rapidamente si cambia in guerra civile, il partito dirigente ha sufficienti materiali e strumenti a sua disposizione per controllare la propria linea di condotta senza dovere per ciò fare assegnamento sulla diffusione dei giornali menscevichi. Noske folgora i comunisti eppure il numero loro aumenta sempre. Noi abbiamo schiacciato i menscevichi e i socialisti rivoluzionari e di essi nulla rimane. Questo è per noi un indizio sufficiente. In ogni caso il compito nostro non sta nel valutare in ogni istante, mediante una statistica, l’importanza dei gruppi che rappresentano ogni tendenza, ma nel garantire la vittoria alla tendenza nostra, che è quella della dittatura proletaria, e nel trovare, esaminando il cammino che ci porta a questa dittatura, osservando i diversi inciampi che si oppongono al buon funzionamento del suo meccanismo interiore, un criterio sufficiente per verificare il valore dei nostri atti.
Tanto impossibile quanto la politica dei blocchi è la conservazione prolungata della «indipendenza» del movimento sindacale in un’epoca di rivoluzione proletaria. I sindacati diventano, in quest’epoca, i più importanti organi economici del proletariato al potere. Per questo fatto stesso essi rientrano sotto la direzione del partito comunista. E non solamente le questioni di principio, ma anche i seri conflitti che possono sorgere nel seno di questi organismi si incarica di risolverli il Comitato centrale del nostro partito.
I partigiani di Kautsky accusano il potere dei Soviet di essere la dittatura «di una parte» soltanto della classe operaia. «Se almeno – esclamano – la dittatura fosse della classe intiera!». Non è facile capire che cosa intendano essi dire con ciò. La dittatura del proletariato significa, in sostanza, il dominio immediato di una avanguardia rivoluzionaria che si appoggia sulle grandi masse e che obbliga i tardi a farsi avanti. Ciò vale anche per i sindacati. Dopo la conquista del potere da parte del proletariato, i sindacati prendono un carattere obbligatorio. Essi debbono raggruppare tutti gli operai dell’industria. Il partito invece continua a non assorbire che i più coscienti e i più devoti. Esso usa molta circospezione quando si tratta di ampliare le sue file. Di qui discende l’ufficio direttivo che spetta alla minoranza comunista nei sindacati, ufficio che corrisponde al dominio esercitato dal partito comunista nei Soviet, e che è l’espressione politica della dittatura del proletariato.
I sindacati si addossano senz’altro in questo periodo il compito immediato della produzione. Essi esprimono non solo gli interessi degli operai dell’industria, ma quelli dell’industria stessa. Sul principio le tendenze corporative più di una volta rialzano il capo nei sindacati, spingendoli a mercanteggiare nei loro rapporti con lo Stato dei Soviet, a mettere condizioni, a esigere garanzie. Ma più si procede, più i sindacati capiscono che essi sono gli organismi produttori dello Stato dei Soviet; essi si sentono allora responsabili della sorte di esso, non gli si oppongono, si confondono con esso. I sindacati si incaricano di fissare la disciplina del lavoro, esigono dagli operai un lavoro intensivo nella condizioni più penose, attendendo che lo Stato operaio abbia le risorse necessarie per modificare queste condizioni. I sindacati si incaricano di esercitare la repressione rivoluzionaria contro gli indisciplinati, i turbolenti e i parassiti della classe operaia.
Abbandonando la politica corporativa che, in una certa misura, è inseparabile dal movimento sindacale in una società capitalistica, i sindacati si adattano completamente alla politica del comunismo rivoluzionario.
LEO TROTSKI.