Partido Comunista Internacional

Vulcano della produzione o palude del mercato? (Pt.1)

Categorías: Agrarian Question, Economic Works, National Question, Party Doctrine

Parte de: Vulcano della produzione o palude del mercato?

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Introduzione

1. Metodo di lavoro

Il nostro metodo di lavoro tende ad una sistemazione generale della storica dottrina marxista, ma per evidenti ragioni di limitati mezzi dell’attuale movimento non si può farlo in modo organico e conducendo innanzi su un piano uniforme tutte le varie parti, e tanto meno si vuol farlo esponendo capitolo per capitolo una definita «materia» come in un corso di lezioni scolastico o accademico. Le falle da chiudere nel bagaglio di lotta del movimento comunista sono tante e tanto gravi che si lavora sotto le esigenze delle manifestazioni più gravi del disorientamento e dell’opportunismo, ed in un certo senso della da noi disprezzata attualità, ed anche ogni tanto bisogna dedicarsi a rimettere sulle giuste linee teorie elucubrate da gruppi che vorrebbero dirsi estremisti e a noi «affini». Per conseguenza alcuni importanti settori della teoria, del metodo e della tattica proletaria sono stati alternativamente trattati, a volte nelle riunioni di studio e lavoro, a volte in serie di scritti nella rubrica «Sul Filo del Tempo», in questo quindicinale. Da tempo non è però possibile fare uscire un fascicolo della nostra rivista, che di seguito alla raccolta Dialogato con Stalin dové prendere il nome (a sua volta) di Filo del tempo.

2. Diffusione dei materiali

Il materiale pubblicato nel quindicinale o raccolto nel fascicolo in formato rivista ha potuto essere messo a disposizione dei compagni, che provvedono alla diffusione del nostro programma in una cerchia meno stretta, in forma di sunti più o meno estesi, di tesi, talvolta di opposte controtesi e tesi. Ma quando le riunioni con la loro esposizione verbale, di non lieve mole e talvolta su argomenti teorici non semplici, non sono state seguite da una pubblicazione adeguata, maggiori sono state le difficoltà nello sviluppo ulteriore del lavoro. Le riunioni prima di questa sono state otto (trascurandone due di natura regionale), iniziandosi col 1° aprile del 1951. Delle prime due il resoconto integrale fu diffuso con un bollettino ciclostilato di partito, mentre nel detto fascicolo-rivista si poté dare in testo riassuntivo il materiale delle riunioni svolte fino a quella di Genova (aprile 1953). Tutto tale materiale è quindi in certo modo disponibile, con qualche riferimento orientativo agli argomenti di teoria, di programma, di politica e tattica; nei campi economico, storico, sociale, filosofico, col sussidio delle pubblicazioni antecedenti nella rivista e giornale.

3. La questione nazionale


Mentre l’obiettivo centrale del lavoro era la rivendicazione del programma di partito contro le degenerazioni della ondata di opportunismo che travolse la Terza Internazionale, ponendo tale critica storicamente in relazione alla vigorosa opposizione tattica della Sinistra italiana dal 1919 al 1926, prima della rottura col centro di Mosca, si dimostrò necessario per ripetute richieste di compagni e di gruppi di chiarificare la portata marxista delle grandi questioni di strategia storica proletaria che sogliono indicarsi come questione nazionale e coloniale, e come questione agraria. La riunione di Trieste del 30-31 agosto 1953 fu dedicata ad una completa impostazione dei Problemi di razza e nazione nel marxismo e servì a sostituire ad una certa facile subordinazione di tali rapporti ad un dualismo classista semplificatore – di cui siamo stati sempre diffamati – la giusta valutazione dell’asse del materialismo storico, che si basa sul fatto riproduttivo anche prima che su quello produttivo, per trarre dai dati materiali la deduzione delle complesse innumerevoli sovrastrutture della umana società. Tale materiale fu pubblicato in tutta estensione in una serie di «Fili» nell’ultima parte dell’anno scorso in questo giornale, ed è a disposizione del lavoro dei compagni. Con Trieste tuttavia si giunse alla esposizione delle vedute marxiste sul tema nazionale europeo fino all’Ottocento, e rimase da trattare il problema delle colonie e dei popoli colorati e di Oriente, connesso al periodo dell’imperialismo capitalistico e delle guerre mondiali. Della successiva esposizione di Firenze, che rappresentò un ponte tra i dati del marxismo nei testi classici e quelli delle opere di Lenin e delle tesi dei primi due congressi dell’Internazionale di Mosca, non si ha finora altro che un sommario resoconto nel giornale: dal 6-7 dicembre, data della riunione, non è stato elaborato né diffuso un resoconto più ampio e ricco delle documentazioni che furono nell’occasione fornite. La mancanza di un tale testo si è fatta sentire poiché alcune posizioni non sono state bene assimilate e accettate sia pure da pochi compagni. Occorre dunque provvedervi.

4. La questione agraria

Le richieste di altri compagni sulla questione agraria indussero a trattarla in in una serie di «fili del tempo», apparsi dal principio del 1954 ad oggi, e che costituiscono un complesso organico, con la serie di tesi conclusive data nel numero di più recente pubblicazione. Tuttavia anche qui resta ancora un vasto lavoro, come è noto, da sviluppare. Si è completamente dato il prospetto della questione agraria in Marx, mostrando che essa non è un capitolo staccato (ciò non avviene mai nel sistema marxista) ma contiene in sé non solo tutta la teoria dell’economia capitalista ma tutte le sue inseparabili connessioni col programma rivoluzionario del proletariato. Resta con altra serie, che sarà tra breve iniziata, a svolgere la storia della questione agraria nella rivoluzione russa, al fine di mostrare come colla teoria classista del partito collimino in tutto le impostazioni di Lenin, e la retta spiegazione che oggi va data del divenire sociale russo contemporaneo.

5. L’economia generale

Le conclusioni sulla questione agraria conducono direttamente al tema che si propone la relazione attuale: il grande conflitto, che non è di idee e di penne ma di reali forze di classe operanti nella società, tra la costruzione economica dei marxisti e le molte, ma tutte simili e nessuna nuova e originale, che le contrapposero i fautori ed apologisti dell’ordine capitalista. La retta impostazione di questo fondamentale nostro bagaglio serve ad assicurare la formazione del rinnovato movimento contro un duplice pericolo che talvolta insidia anche qualcuno meno provveduto dei nostri, a dispetto del rigido cordone sanitario di intransigenza organizzativa sul quale ci si rivolgono frequenti ironie. Un pericolo è quello di lasciarsi impressionare dal netto contrasto con le dottrine degli economisti ufficiali cronologicamente posteriori a Marx, e dal preteso vantaggio che avrebbero costoro per aver potuto lavorare su materiali posteriori «più ricchi», il che fa buon gioco alla loro pretesa che le vicende del mondo economico abbiano smentito, colle previsioni, la teoria di Marx. Il secondo pericolo è quello che davanti ai crolli paurosi del fronte proletario, elementi assai più presuntuosi che volonterosi affermino che la teoria economica del capitalismo e della sua fine vadano rifatte con dati che Marx non poté avere, e rettificando molte delle sue posizioni.

6. La batracomiomachia

Un contributo a questo secondo punto fu dato da una precedente serie di alcuni «Fili del Tempo» dedicati alla «batracomiomachia» di alcuni gruppetti, come quello francese di Socialisme ou barbarie, a cui alcuni deviati dal nostro movimento si sono assimilati, che pretendono di costruire un aggiornamento di Marx ed una eliminazione dei suoi «errori», serie nella quale fu in modo particolare combattuta la difettosa teoria di una inserzione tra capitalismo e comunismo di un nuovo modo produttivo con una nuova classe dominante, la cosiddetta burocrazia, che in Russia, al posto del capitale e della borghesia, opprimerebbe e sfrutterebbe i lavoratori; riducendo tale divergenza ad una insuperabile opposizione coi primi, più vitali, più validi elementi del marxismo.

7. L’invarianza del marxismo

Pertanto il tema della presente riunione si ricollega a quello che fu trattato a Milano sulla invarianza storica della teoria rivoluzionaria. Questa non si forma e tanto meno si raddobba, giorno per giorno, per successive aggiunte o abili «accostate» e rettifiche di tiro, ma sorge in blocco monolitico ad uno svolto della storia a cavallo tra due epoche: quella che noi seguiamo ebbe tale origine alla metà dell’Ottocento, e nella sua possente integrità noi la difendiamo senza abbandonarne alcun brandello all’avversario. La scientifica riprova a questa teoria della invarianza sta nel mostrare, alla luce dei brontolii controrivoluzionari nel corso di un secolo e più, fino ai recentissimi, che la grande battaglia polemica, combattuta negli svolti decisivi armi alla mano dalle due parti, è unitariamente sempre quella, e noi vi scendiamo cogli argomenti stessi che costituirono la proclamazione rivoluzionaria dei comunisti marxisti, che non solo nessuna scoperta o trovato di pretesa scienza ha superato o intaccato, ma che sovrastano colla stessa potenza e da sempre maggiore altezza le insanie della cultura conservatrice. E per schiacciare questa hanno bisogno della potenza di classe, ma non certo di aiuti di intellettuali e di cenacoli, intenti a sciorinare un marxismo nuovo e migliore.

I – LA STRUTTURA TIPO DELLA SOCIETÀ CAPITALISTICA NELLO SVILUPPO STORICO DEL MONDO CONTEMPORANEO

1. Il modello di Marx

Il recente studio sulla questione agraria nel marxismo ha posto a disposizione gli elementi necessari ad intendere quale sia il «modello» di Marx della società presente, succeduta nei paesi avanzati di Europa alle grandi rivoluzioni della borghesia. Secondo la nostra dottrina una classe che viene al potere col subentrare di uno dei grandi «modi di produzione» al precedente, ha una conoscenza e coscienza ideologica del tutto approssimata del processo che si è esplicato e dei suoi sviluppi ulteriori; comunque da ogni lato si ammette, nel seno della giovane borghesia vittoriosa e romantica, che un tipo sociale con caratteristiche diverse ed opposte a quelle del mondo feudale è comparso, e si riconosce che i nuovi rapporti economici sono radicalmente diversi dai vecchi: la legge e lo Stato non pongono ostacoli a nessuna categoria ed ordine di soggetti nel compimento delle operazioni tutte di acquisto o vendita, e negano che alcuno possa essere astretto a dare senza compenso tempi del suo lavoro e a non potersi allontanare da una cerchia di lavoro.

Residui dei vecchi rapporti feudali non mancano, e le più «eversive» leggi non possono togliere ogni gradualità alla loro sparizione: così il canone di affitto dei terreni in natura nei primi tempi ha le forme dell’antica prestazione di decime del prodotto al signore, al clero, allo Stato. Ma tutto tende ad assumere una forma unica di rapporto: mercantile, e di accesso volontario al mercato aperto a tutti. La formula liberale come dice: tanti cittadini, uguali molecole davanti ad uno Stato solo di tutti, così dice: tanti compratori-venditori liberi, nel quadro di un mercato unico aperto nazionale, e poi internazionale. Non occorre tuttavia arrivare a Marx per vedere modelli in cui lo sciame di isolati insetti economici con i loro mille rapporti è sostituito da uno schema di pochi gruppi sociali – classi – tra i quali in effetti il movimento e il flusso della «ricchezza» si svolge. Per Marx, nella complessa società del suo tempo che ancora in grandi paesi del centro di Europa svolge conquiste proprie del capitalismo, e quindi con obiettivi reali di portata individuale e nazionale, dal diritto elettorale alla indipendenza della razza e della lingua, il modello puro della nuova grande forma di produzione che trionfa è a tre classi: capitalisti imprenditori; proletari salariati; proprietari fondiari.

2. Le tre classi «pure»

Nessuna di queste tre classi riproduce la posizione giuridica feudale. Nel campo agrario il signore feudale, che aveva diritto di prelevare lavoro e prodotto servile sui suoi sudditi territoriali e non poteva perdere la potestà sul territorio per vicenda economica, è scomparso, e ha preso il suo posto il proprietario di terra al modo borghese, essendo ormai la terra bene alienabile contro denaro da chiunque a chiunque. Nella produzione urbana la cooperazione in masse dei lavoratori manuali ha sostituito il moderno proletario all’artigiano anche più umile, che possedeva bottega e attrezzi e disponeva degli oggetti manifatturati; mentre ai più grossi padroni di bottega si è sostituito il ben diverso fabbricante capitalista, possessore degli strumenti di produzione e di un capitale per l’anticipo dei salari. È ben noto che questi ceti hanno risorse nuove e diverse. Mentre il servo della gleba campava consumando quanto del prodotto fisico del suo lavoro gli era lasciato dopo adempiuti tutti gli obblighi, il moderno proletario non vive che del suo salario in moneta, convertendolo sul mercato monetario in generi di sussistenza. Mentre il signore feudale viveva delle prestazioni a lui dovute, il proprietario fondiario borghese vive della rendita che gli versa l’affittaiuolo del suo terreno, e con essa compra mediante moneta quanto consuma. L’industriale capitalista dalla vendita dei prodotti, al di sopra del costo ricava un utile, che converte a sua volta in consumi – o in nuovi strumenti produttivi e forze umane di lavoro – sul generale mercato. Tre classi nuove, tre classi distinte e precise, tre necessarie e sufficienti perché si possa dire, vedendole presenti, che l’epoca capitalista è giunta.

3. Modello fisiocratico

Un modello di società trinitaria ha preceduto Marx: è quello del fisiocratico Quesnay. Le classi sono distinte in un modo incompleto, quali potevano individuarsi in una produzione scarsamente industriale e prima della caduta degli ordinamenti feudali. Importante è tuttavia che Quesnay precede Marx nel fare avvenire i movimenti di valore e di ricchezza tra classe e classe, cercando in tal modo di studiare il divenire della «ricchezza di un paese», e si oppone ai mercantilisti, che trascurano di dare un modello della macchina produttiva, pretendendo vedere sorgere i beni dal mondo dello scambio di cui esaltano la diffusione imponente entro ed oltre le frontiere. È noto quali sono le tre classi di Quesnay: proprietari fondiari, e questi chiaramente non più intesi al senso feudale, ma che ricevono la rendita da fittavoli imprenditori agrari. Classe attiva, che sono i fittavoli stessi insieme ai loro operai agricoli, già intesi come salariati puri. Classe sterile, ossia industriali e salariati delle manifatture, i quali a detta di Quesnay trasformano e non incrementano il valore di quanto maneggiano. Modello insufficiente per spiegare la formazione di nuovo valore, di sopravalore, in quanto i fisiocratici credono che tanto si determini solo quando il lavoro dell’uomo si svolge nel campo delle forze della natura, potendo solo nell’agricoltura il produttore consumare una parte e non tutto il suo fisico prodotto, alimentando così tutta la società negli strati non produttivi.

4. Modello classico

Negli economisti classici inglesi, e nel sommo di essi Ricardo, mentre il problema è sempre quello, incomprensibile al mondo preborghese, di promuovere la maggiore ricchezza nazionale, che si era posto il postfeudale Quesnay, la soluzione è scientificamente più corretta, in quanto si stabilisce, dopo l’esperienza della prima grande industria manifatturiera, che non la natura ma il lavoro dell’uomo produce la ricchezza, e che i margini sociali di questa si ottengono da qualunque lavoratore retribuito a tempo, il quale aggiunge al prodotto, sia esso derrata o manufatto, maggior valore di quello che gli viene versato come suo salario. Ma il modello di Ricardo ha questo difetto: è un modello aziendale ed individuale e non riesce alla costruzione sociale che da Quesnay era stata brillantemente affrontata. Il lavoratore della azienda produce tanta ricchezza che una parte è il suo salario, un’altra il profitto del suo datore di lavoro, e, quando questo si verifica sulla terra agraria, una terza, la rendita pagata al padrone di essa.

5. I modelli scottano

Non è dunque Marx il primo che per spiegare il processo economico e darne le leggi costruisce uno schema della meccanica produttiva, cerca l’origine del valore e il suo ripartirsi tra i fattori della produzione, e questo esprime immaginando una forma tipo con classi pure. Fino a che gli economisti esprimevano esigenze ed interessi di una borghesia rivoluzionaria, sulle soglie del potere politico e della dirigenza sociale, essi non esitarono a lavorare alla scoperta di un modello che rappresentava la realtà del processo produttivo. Solo dopo, per ragioni di conservazione sociale l’economia come scienza ufficiale prese altra piega, negò e derise ostentatamente i modelli e gli schemi, e si immerse nell’indefinito e indistinto caos dello scambio mercantile tra liberi accedenti al generale traffico di merci. Più oltre si dirà del «diritto ai modelli» come metodo rigorosamente scientifico e non come scopo ideale o attrezzo di propaganda. Per ora stiamo al risultato della società schematica a tre classi. Il modello di Quesnay voleva mostrare che essa poteva vivere senza oscillazioni sconvolgenti; quello di Ricardo che essa poteva svilupparsi indefinitamente nella struttura capitalista a condizione di accumulare sempre maggiori capitali investiti nell’industria, e al più col passo ulteriore di confiscare le rendite della classe fondiaria, divenendo così binaria e non ternaria. Il modello di Marx è venuto a dare la prova certa che una tale società, nell’ipotesi ternaria o binaria, corre verso l’accumulazione e la concentrazione della ricchezza, ed anche verso la rivoluzione, che la schioderà dalla pista mercantile.

6. Le classi spurie

Prima di procedere nel nostro compito odierno, che è la difesa della validità del modello, e delle relazioni quantitative a cui il suo impiego ci ha condotti, le quali sono confermate dai fatti in corso nel modo più evidente, e la dimostrazione della inanità degli sforzi della cultura borghese per sottrarsi alla morsa che così la serra, occorre tuttavia fermarsi alquanto sulle altre classi, lasciate da parte, fuori dalla luce della scena su cui muovono le tre protagoniste.

Un frequente errore non solo di avversari ma perfino di seguaci di Marx consiste nel credere che tali classi vadano rapidamente scomparendo, che comunque solo dopo la totale loro scomparsa si daranno le condizioni per la crisi finale ed il crollo del capitalismo. Ed un errore analogo è quello di dire che il marxismo ne ignora o almeno trascura la esistenza, è quello di dichiarare che il moto sociale di tali classi non può in alcun modo influire sul rapporto di forze e sul prevalere l’una contro l’altra delle classi tipo. La questione di queste altre classi, specie di quelle meno abbienti, è di scottante attualità davanti alle degenerazioni del moto proletario nell’opportunismo. Oggi tali strati impuri e malamente definiti sono dalla politica dei grandi partiti portati allo stesso livello dei veri lavoratori salariati, e sono avanzate rivendicazioni vaghe e scialbe che si dice interessino al tempo stesso tutti i ceti poveri, tutti gli strati popolari. Per tal via, tattica, organizzazione, teoria del partito operaio sono andate a rovina, e da quando il povero ha preso il posto del proletario, il popolo della classe.

7. Società tipo e società reali

La tesi marxista che i ceti medi scompariranno non si prende nel senso che in tempo prossimo in tutti i paesi sviluppati debbano esservi solo capitalisti, grandi proprietari, e salariati, ma invece che delle tre classi tipo solo quella proletaria può lottare e deve lottare per l’avvento del nuovo tipo sociale, del nuovo modo di produzione. Dato che questo comporterà l’abolizione del diritto sul suolo e sul capitale e quindi l’abolizione delle stesse classi, quando abbia ceduto la resistenza delle attuali due classi dominanti non vi sarà per le classi minori posto in una forma di produzione, che non sarà più privata e mercantile. Esse non possono legare le loro forze che alla causa della conservazione delle classi sfruttatrici, o in certi casi, e per effetto subcosciente, a quella della classe proletaria, ma quello da cui sono escluse è lottare per un tipo di società «loro proprio». Di qui non la loro attuale o prossima inesistenza e nemmeno la loro assenza totale da lotte economiche, sociali o politiche; solo la certezza che non hanno un compito proprio e che hanno importanza secondaria e non possono essere messe sullo stesso piano della classe salariata, ove si tratti di uno scambio di aiuti; mentre è fase nettamente regressiva della rivoluzione anticapitalista quella in cui il proletariato sostituisce alle sue le esigenze di tali classi e si confonde tra esse nella organizzazione o nelle famigerate alleanze e fronti.

8. Infinita gamma dei bastardi

Se ci guardiamo oggi attorno nella politica italiana la serie di questi ceti e strati, cui i partiti che vantano di organizzare le classi operaie rivolgono i più caldi e nauseosi inviti di amicizia fraterna, non finisce mai. Nell’agricoltura mal ci fermeremmo ai tre tipi: piccolo mezzadro lavoratore, piccolo fittavolo lavoratore, piccolo proprietario lavoratore, perché subito si presenteranno come altri degni sozii anche i tipi «medi» ossia quelli che apertamente ingaggiano i braccianti agricoli. Non basta: l’ufficio agrario del partito staliniano che pugna solo contro il mulino a vento dei feudali baroni, ogni tanto proclama che difende e tutela gli interessi anche del grande fittavolo agrario! il vero pilastro della borghesia e dello Stato italiano. Fuori della campagna vedremo chiamato amico e difeso contro la «esosità dei ceti monopolistici» anche l’artigiano, l’impiegato, l’esercente bottegaio, il professionista, il piccolo commerciante e industriale, e anche, sicuro, il medio commerciante e il medio industriale, per non dire dei funzionari statali fino a… Einaudi, per non dire dei grandi artisti e delle dive cinematografiche, dei preti poveri, dei birri e così via. Tutta questa roba serve come elettore, come lettore, come tesserato.

9. Statistico ciarpame

Abbiamo dato molteplici citazioni di Marx dove egli spiega che tratta di una società capitalista ipoteticamente pura, ma che al suo tempo, dunque alla seconda metà dello scorso secolo, nemmeno la progredita Inghilterra ha una popolazione o anche una maggioranza di popolazione ripartita tra le sole tre classi moderne. Molto tempo da allora è passato e noi, mentre seguitiamo a maneggiare il modello della società tipo (superando la preoccupazione della Luxemburg che sosteneva che questa «non può funzionare» o di Bucharin secondo cui invece era possibilissimo che funzionasse nel senso tecnico economico; ben vero tutti e due convenendo che impura o pura la attendeva la rivoluzione), constatiamo che in tutti i paesi le classi medie o spurie formano parte grandissima della popolazione.

Prenderemo non una statistica recente, ma i confronti internazionali contenuti nell’ufficiale Annuario Statistico Italiano del 1939, in quanto riferiti ad una generale situazione antebellica, e meno incerti, sebbene sempre da prendere con una certa riserva, quanto a parallelismo di metodo di ricerca e di terminologia da nazione a nazione. In Italia ad esempio si comincia a distinguere tra popolazione attiva (individui aventi reddito proprio, e quindi esclusi vecchi, bambini, invalidi, ecc.) e popolazione totale. Su 42 milioni e mezzo erano attivi 18 milioni circa, il 43,4%. Della popolazione attiva, il 29% era occupata nell’industria. Sterili per Quesnay, sono per noi, operai o imprenditori, tanti «puri». Nell’agricoltura erano occupati il 47% degli attivi. Intanto sono rimasti, sparsi in tante cifre, ancora il 24%, un quarto circa, che sono impuri. Il difficile è smistare gli agricoli, tra puri (fondiari, fittavoli, capitalisti, braccianti) e tutto il resto. Per l’Italia possiamo trovare qualche criterio nella tabella della popolazione oltre 10 anni addetta a professione. Nell’industria sono operai veri e propri i 7/10; nell’agricoltura i 4/10, mentre i titolari di grandi aziende e proprietà sono confusi negli «indipendenti». Dunque la classe operaia poteva constare del 12% nell’agricoltura e del 21% nell’industria: totale 33% sulla popolazione attiva. [Verificato il conteggio, arriveremmo al 39%]. I veri borghesi capitalisti e fondiari saranno ben pochi: insomma in Italia abbiamo un terzo di società capitalista «pura», due terzi «impura». Zero però baroni e servi feudali!

10. Confronto internazionale

Passando ad altri paesi possiamo senz’altro mettere da parte quelli che hanno indice di impurità peggiore del nostro, e quindi sono «meno capitalisti», per quanto tra essi molti siano considerati più moderni evoluti e civili a causa di tanti indici di benessere e cultura. Sono senz’altro: Bulgaria, Irlanda, Finlandia, Grecia, Norvegia, Portogallo, Ungheria; e fuori Europa (dati incompleti geograficamente) India, Palestina, Egitto, Sud Africa, Canada, Cile, Messico, Nuova Zelanda. Sono «capitalisti puri per meno di un terzo». Vediamo molto all’ingrosso i paesi più capitalisti di noi. Abbiamo dati solo per l’industria e l’agricoltura, e non abbiamo facoltà di smistare come ora tentammo per l’Italia. Sono in Europa: Belgio, Francia, Germania, Austria, Olanda, Svizzera; e fuori: Stati Uniti d’America. Ricordare che siamo coi confini avanti il 1939, e accorgersi che non abbiamo parlato di due casi primari: Gran Bretagna e Russia. Ad esempio la Francia: agricoltura 35%, industria 35%. La Francia non è un paese di concentrazione di aziende superiore di molto alla nostra, e calcolando coi rapporti usati per l’Italia di 4/10 e 7/10 avremmo che la popolazione attiva salariata, più i grandi borghesi (se vero che son cento famiglie!) raggiunge il 40% circa: più del terzo, non ancora la metà come indice di purezza capitalista.

Non raggiungono metà nemmeno Germania, Austria, e le altre dette. Gli Stati Uniti come percentuale addetta all’industria sono all’altezza della Francia (però coi dati 1926 e la sola popolazione bianca!) e per l’agricoltura hanno meno: 28%. Considerando tutto il territorio, anche oggi non possono essere molto oltre il 40-45% di «purezza». Notare che è elevata la quota di addetti al commercio e banche (tra cui pochi salariati operai), ossia circa 19%, come in Gran Bretagna 1931 (stimmata degli sfruttatori del mondo).

11. I clamorosi estremi

Per Inghilterra e Scozia la statistica a prima vista pone in imbarazzo. Industria 47-48%, agricoltura 5,8%. Si spiega un tale fatto solo ammettendo che le aziende di affittaiuoli capitalisti sono censite come industria, e resta nell’agricoltura solo la popolazione piccolo contadina, che è relativamente poca. Dobbiamo allora considerare capitalista solo la popolazione stimata nella quota del 48%. Teniamo pure conto della forte quota di addetti ai trasporti e comunicazioni (7,8%), massimo mondiale, e sul complesso del 55%, tenuto conto che si tratta di economia a grandi aziende, prendiamo non il 7, ma l’8 e se volete il 9%: andremo a sfiorare appena il 50%. Dunque: il paese tipo per le analisi marxiste non arriva a costituire una società capitalista che sia di forma pura per il 50%: è solo semicapitalista. Marx lo sapeva bene. Ed abbiamo riportata la citazione che la società borghese è condannata a portarsi dietro enormi ed informi masse di classi medie, agrarie e non agrarie, avanzi di tempi sorpassati.

Unione Sovietica. Dati del 1926: Industria, così calcolando tutti i dichiarati operai senza specificazione, solo 6,6% (trasporti solo 2,6, commercio solo 2,5). Agricoltura: 85%. Dal 1926 come è noto molto è cambiato. Appunto per questo si tratta di una società economica precapitalista che evolve verso il capitalismo col diffondersi dell’industria a grandi aziende e del mercato generale. Non qui discutiamo come oggi si classifichi la popolazione che vive nella campagna. La parte che stava nel rapporto feudale, boiardi e servi, è certo scomparsa. Deve dividersi il resto tra produzione minuta e aziende collettive: la forma attuale è forse un ibrido tra l’azienda capitalista rurale e il comunismo agrario? No, essa è un ibrido tra l’azienda ad impresa agraria e le forme antiche di coltura frazionata. L’indice di purezza capitalista della Russia 1926 era non oltre 8%, oggi risulta ancora (si intende che è compreso tutto il territorio asiatico) al di sotto di qualunque altro paese europeo e bianco, sia esso finito dentro o fuori cortina. Un ghigno all’equazione: imperialismo americano = imperialismo russo.

Ma basta, signori: noi andiamo a discutere una società capitalista tale che non possiamo mostrarvela, nella realtà, in nessun punto del mondo, o quanto meno di questo avventurato pianeta. Né prevediamo mai di potervela mostrare, volendo ben prima mandare al macero capitalismi impuri e puri, confessati e mentiti.

12. Scaglionamento geografico

Abbiamo così cercato di dare un sommario sguardo al come la forma tipo triclassista del capitalismo si scagliona in vario modo nel magma sociale.

A titolo di semplice cenno ricordiamo come geograficamente i paesi ed i continenti già conquistati da larghe proporzioni delle forme capitaliste si mescolano ad altri dove la composizione sociale è tanto più arretrata, che non vi è quota apprezzabile di economia borghese. Vi sono le popolazioni africane e australasiane allo stato ancora selvaggio e barbaro, vi sono le popolazioni densissime dell’Asia con forme sociali non solo precapitalistiche ma anche prefeudali, con signorie militari e talvolta teocratiche sovrapposte ancora al comunismo primitivo e a una miserrima coltura parcellare, forma tante volte definita da Marx come di tremenda inerzia, restia a porsi in evoluzione verso nuovi rapporti di produzione, ancora indifferente al mercantilismo, alla accumulazione iniziale e progressiva di capitale (che in Europa sotto il regime medievale posero le basi del ciclo che va al capitalismo e al socialismo). In queste aree (India, Cina e così via) il capitalismo è apparso sui contorni come importato dalla razza bianca, determinando conflitti e squilibri al contatto con la società interna, satrapico-dispotica o feudalistica. Ma due fattori si determinano colle stesse leggi del materialismo storico e del contrasto tra nuove forze produttive e tradizionali rapporti di proprietà: la lotta dei piccoli contadini ed artigiani e dei primi borghesi indigeni contro i vecchi poteri autoritari, e la lotta per rendersi nazionalmente indipendenti dalla colonizzazione dei bianchi. Nascere del capitale e lotta nazionale si associano suggestivamente collo stesso aspetto che ebbero due secoli dietro in Europa; il marxismo ha in questo una vitale conferma, che va oltre le spiegazioni razziali, religiose, filosofiche, volontaristiche e granduomistiche della storia.

13. I gialli in moto

Basterebbe l’esempio del Giappone (assente dal precedente quadro) a dare di tutto ciò una prova enorme. Vi è poi il problema della Cina. Lo ricordiamo qui solo per rilevare che quel governo ha vantato dopo il primo storico censimento di avere 560 milioni di cittadini; che sono 600 contando i cinesi all’estero: un classico vanto di stile capitalistico-nazionale. Può in tale campo sorgere e vivere di forza endogena una rivoluzione capitalistica? Essa è già in corso! Ha caratteristiche, ad esempio, diverse da quella giapponese come la tedesca le ebbe da quella inglese; anche per ragioni geografiche. Diverse le può avere quella, poniamo, coreana o indocinese, come le ebbe quella piemontese ove non vi fu guerra civile evidente autoctona, ma urto di eserciti e Stati imperiali esteri.

Lo sviluppo del confronto è esauriente. Importa certo la circostanza della presenza delle colonie e basi imperialistiche occidentali; influisce certo, ma in quale senso? Non certo, soprattutto negli ultimi venticinque anni, in quello che la lotta delle classi in Oriente languisca e dorma, divampando invece quella di grado superiore tra operai e industriali delle metropoli di Occidente. La tesi che il capitalismo borghese abbia portato il mercato ai limiti del mondo e determinato il carattere non più nazionale ma internazionale del successivo antagonismo tra classi e modi di produzione, tra borghesia capitalistica e proletariato comunistico, sarebbe tradotta in modo spropositato nei termini: alla situazione odierna storica non vi possono essere lotte di classe, quale che sia la composizione delle varie società nazionali, se non nel quadro mondiale. La generale situazione mondiale economica, politica e militare non autorizza a dire che nel campo del mezzo miliardo di cinesi non sia ammissibile una imponente lotta civile per decidere tra il modo feudale di produzione e quello mercantile borghese, che ormai conviene meglio a contadini, artigiani, intellettuali, burocrati, e in cui agenti esteri e governi interni possono dare, pur lottando politicamente tra loro, contributi tecnici paralleli.

14. Campi e cicli di lotta

Con questa digressione sulle società spurie, nel seno di una trattazione su società capitalista tipo, vogliamo arginare la minaccia di buttare fuori un quarto della umana specie dalla obbedienza al materialismo storico, e ribattere che se si ammette (come la stampa gialla nel senso… bianco e rosso) che il dinamismo sociale si alimenta di «quinte colonne» e di «aggressioni imperiali» atte ad esportare forme economiche come la cotonina e le conterie, il determinismo di Marx non ha che andarsi a riporre.

In campi della più diversa estensione la borghesia ha ovunque lottato col regime antico, e secondo questi campi nei più diversi – ma definibili e stabili in tutto il corso – cicli storici, il proletariato ha prima lottato per lo stesso fine della borghesia, poi è venuto a inesorabile conflitto con essa. Questa è la chiave della ricostruzione marxista che collega, anche nell’opera di alcuni anni del nostro movimento presente, la dottrina storica e sociale alla strategia di posizione e di manovra del partito comunista internazionale, organizzato nel 1848 dichiaratamente. I campi chiusi di lotta di classe sono stati, ad esempio, in Italia e in Fiandra e Renania, fin da mille anni addietro quasi, anche solo comunali. La grossa borghesia cittadina ha tolto il potere alla aristocrazia agraria fondando piccole Comuni-Stato, democratiche e capitalistiche. Il popolo minuto, i Ciompi, i primi proletari, hanno lottato col Comune contro i nobili, talvolta contro la Chiesa e l’Impero. Quando hanno tentato di sollevarsi contro la miseria economica sono stati sanguinosamente battuti dalla grande borghesia banchiera e di governo. Vive e vince il materialismo storico quando si vede in campo, non più di una città ma di una nazione, svolgersi lo stesso processo, dopo secoli, ad esempio nella Francia dell’Ottocento.

È detto fin dal Manifesto che il moto si accelera. Se ci vollero secoli e secoli a saldare le forze comunali dei borghesi in un assalto al potere nei grandi Stati, occorre mezzo secolo a far dilagare la nuova forma sociale in tutta l’Europa. E in lunghe trattazioni mostrammo che lo sviluppo fu nel profondo del magma sociale e andò perfino in controsenso alle invasioni di vittoriosi eserciti, come per gli stessi barbari che avevano conquistato il mondo romano.

Grandi o grandissimi campi dello spazio orientale, africano, asiatico, non possono ma debbono dare lo stesso «spettacolo storico» prima che sulla scena arrivino ad essere due soli personaggi: capitalismo e proletariato. Le forme nuove che andarono più presto da Londra a Vienna che non da Genova a Pisa, potranno non farci troppo attendere a fare questo giro del mondo e delle razze, ma lo faranno con le stesse leggi e cicli, a meno che noi non abbiamo fin qui sognato, raccontato balle, e mal masticato formule irrigidite e senza vita.

15. Rimessa in riga

Fu incluso nel rapporto di Trieste tutto un capitolo per ridare ordine a noti e fondamentali concetti sulle forze di produzione, il loro contrasto con tradizionali rapporti di produzione o forme della proprietà, l’avvicendamento tra due successivi storici grandi modi o forme di produzione; nell’aspetto politico di passaggio di potere da classe a classe, e nell’aspetto economico di riorganizzazione della produzione e della distribuzione sulle nuove radicalmente diverse basi. E fu fatto a proposito della Rivoluzione Russa di Ottobre, che fu rivoluzione doppia, della borghesia e di altre classi contro il feudalesimo, e del proletariato contro la borghesia e le sue appendici piccolo-borghesi e democratiche; con doppia vittoria. Delle due vittorie la prima è rimasta acquisita alla storia, la seconda senza guerra civile (lunghe dimostrazioni vennero date di questa possibilità, alla luce del materialismo storico con ricordo appunto dei Comuni medievali) in campo russo, ma per le battaglie perdute in nostra colpa, di noi proletari di occidente, si è capovolta in sconfitta. Ora in questa riunione di Asti ci siamo dovuti occupare della interpretazione della rivoluzione cinese. Essa non è stata ancora una doppia rivoluzione e per ora si consolida come una rivoluzione capitalistica e borghese, in cui contadiname, artigiani e poco proletariato hanno combattuto in sottordine, come esponenti dell’arrivo del modo capitalista sociale. Non sono mancati tentativi di Ciompi e insurrezioni di Giugno, ma il potere e le armi borghesi li hanno soffocati nel sangue. Una sola continua rivoluzione borghese al potere nel governo di Ciang Kai-scek e in quello di Mao Tse-tung, come con gli Orléans e la seconda repubblica, con Bonaparte e con la terza in Francia. Una rivoluzione però, ragazzi, altro che una passeggiata di soldatacci con stella rossa. Ed una rivoluzione ancora non raffreddata, non cristallizzata, non anchilosata. Siamo noi, rivoluzionari bianchi, ad esser legati come salami, e poche lezioni possiamo impartire all’incendiato Oriente.