Vulcano della produzione o palude del mercato? (Pt.6)
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II – GRANDEZZE E LEGGI NELLA TEORIA DELLA PRODUZIONE CAPITALISTICA
24. Sforzo e risultato
È stato utile presentare come in un organo diretto del profitto capitalista industriale trovi giusto posto – con impiego inesausto quanto confuso di teologia, storia, matematica – il tentativo di provare che in materia economica la determinazione del valore delle merci e della stessa moneta sfugge alla conoscenza umana e scientifica. È infatti un interesse immediato di classe il sostenere che nel campo dell’economia non si possono impostare e risolvere problemi di relazione quantitativa tra gli sforzi impiegati e i risultati ottenuti, come da che la società moderna borghese è sorta si è saputo fare nella scienza applicata. La società moderna si sviluppa decisamente colla macchina a vapore, ed è per essa un passo storico decisivo il calcolo della potenza della macchina termica e la sua misura in cavalli-vapore (vedi al proposito Engels nelle “Condizioni delle classi lavoratrici in Inghilterra”, sebbene, almeno nelle traduzioni, appaia qualche errore di terminologia teorica tra forza ed energia, che del resto anche oggi avviene nel linguaggio dei pratici).
Il cavallo-vapore è quasi l’espressione del salto tra una umanità che alla forza muscolare dell’uomo ha saputo solo aggiungere quella dell’animale, come ulteriore mezzo di produzione (a parte qualche energia naturale come l’acqua dei fiumi e il vento) e una nuova società che aggiunge la forza del calore, ossia la trasformazione dell’energia termica in meccanica.
Fin dal principio la nuova organizzazione sociale ha considerato problema di prima importanza quello del rendimento: ottenere il più possibile di energia meccanica motrice da un chilogrammo di carbone fossile. Ricerche quantitative stabilirono, al grande svolto in cui sorse la moderna termodinamica, perfetto e finito apparato teorico, che non solo vi era un limite insorpassabile nell’equivalente meccanico del calore (aspetto della legge della conservazione dell’energia) ma che il rendimento «uno», ossia il massimo, non si sarebbe mai raggiunto perché si può ottenere che una quantità di lavoro (meccanico) diventi tutta calore, ma il contrario è impossibile: con Clausius teoria ed esperimento hanno provato ai tecnologi applicatori che, con qualunque fluido e qualunque ciclo, solo una parte dell’energia termica può divenire energia meccanica: il resto va a riscaldare un pezzetto dell’universo ambiente (da cui, generalizzando, la supposizione che un giorno l’universo sarà un grande «stagno immobile» a temperatura costante). Ora su una conclusione del genere bisogna andarci piano, ma la questione quantitativa tra carbone bruciato, e meglio, con vero rigore, tra vapore prodotto in caldaia e lavoro reso dagli stantuffi o dalla turbina, è indiscutibile.
25. Scienza e tecnica
Tutto l’agitare dubbi sulle modernissime accezioni fisico-matematiche, al fine di stabilire la inconoscibilità quantitativa in economia, la impossibilità di questi «diagrammi di rendimento» come li ottenne la prima volta l’orologiaio Watt col suo indicatore (vedi sempre Engels), nel macchinone sociale che consuma lavoro e produce oggetti di consumo, e il far balenare infinitamente grandi e infinitamente piccoli, è pura blague di una classe che chiude gli occhi per non vedere e soprattutto per non fare aprire quelli altrui.
Abbiamo ricordato le due concezioni del discretum e del continuum, ossia della materia pensata, grosso modo, come una sabbia, o come un vetro, per dire che non ha alcun senso domandarsi se nel «pensiero razionale» le grandezze astratte o lo spazio puro debbano essere discrete o continue. Queste elucubrazioni sono abbordabili solo per la via storica. Si sono a volta a volta saggiate le due opposte supposizioni, con utili risultati: si tratta non di proprietà del pensiero, ma di transitorie, contingenti, convenzioni tra uomini e uomini.
Ad esempio nella stessa grandiosa epoca della cultura ellenica si applica, come visto nei graziosi «sofismi» di Zenone, il concetto del continuum (e quindi del computo degli infinitesimi) alla teoria degli effetti fisici sensibili (velocità dei mobili), e si afferma con Democrito ed Epicuro, appartenenti alla stessa scuola che è sì «razionalista» ma anche sicuramente «materialista», la suddivisione della materia in atomi in continuo moto: anche il vetro, anche l’acqua sono come la sabbia; e non avevano microscopio. Dunque continuum matematico e discretum fisico erano buoni amici. Col grande rinascimento della scienza borghese il continuum servì a spiegare i moti e le forze meccaniche terrestri e celesti in modo grandioso, e il discretum a fondare la chimica, la scienza della qualità dei corpi esistenti in natura e delle loro combinazioni.
Così il calcolo infinitesimale dà piena ragione del legame tra temperatura e pressione del vapore e lavoro ottenibile colla sua espansione; su ciò l’ingegnere e il macchinista fanno da allora pienissimo assegnamento. Supponiamo che ai fini della decifrazione di altri problemi ottici, elettromagnetici e di fisica corpuscolare si possa utilmente scrivere che temperatura ed energia variano non per continui infinitesimi, ma per piccolissimi sbalzi finiti, o quanti, non per questo nel loro campo quelle relazioni tecnologiche perderanno di sicurezza e precisione di impiego, e Clausius discenderà a fesso.
La teoria dei grandi numeri o quella delle quantità evanescenti non servono dunque affatto per dare da bere che non si possa sottoporre a verifiche quantitative e di rendimento la massa sociale della produzione e del consumo.
26. Il lavoro di Dio!
Per arrivare a salvare la incessante riproduzione di una massa di beni, di ricchezze, di valori, di effettivi oggetti di consumo e servizi, che alcune classi sociali prelevano dalla massa sociale a loro benefizio senza avere erogato contributi di lavoro, il giro e rigiro di questi contemporanei economisti si riduce ad aggiungere al lavoro, come fonte del valore, altre fonti.
Essi sono fermi a posizioni già demolite da Marx con la possente critica a cui ora ed altre volte abbiamo già largamente attinto. Pretendono di bel nuovo, rinculando rispetto a Ricardo, che il capitale sia lavoro accumulato non solo, ma anche lavoro «trovato», e che quindi sia capitale anche la terra, che sia capitale anche la moneta, non in quanto titolo «civile» a metter la mano su capitali, ma come fonte per virtù propria di frutto, analoga a quella della terra. Anzi deve dirsi che queste versioni 1954 sono meno scientifiche di quelle di due secoli prima, mercantiliste e fisiocratiche.
Udite per l’ultima volta il nostro ebdomadario dei fabbricanti. «L’applicazione di una legge matematica al valore economico delle cose è tanto razionale come il desiderio di quel pazzo che voleva prendere il treno per Genova rimanendo seduto sulla tettoia della stazione centrale di Milano. Se fosse possibile fissare il valore dei beni ciò implicherebbe non solamente l’arresto della evoluzione del genere umano, ma la sua cristallizzazione (!) e quindi per biologica conseguenza porterebbe alla sua estinzione». Da quanto tempo diciamo, noi del marxismo, che per la ideologia della borghesia dominante la fine del suo privilegio (virtualmente contenuta nella scoperta teorica del rapporto di classe che sfrutta classe) non altro può significare che la fine del mondo?
Ed allora vediamo come ragiona chi sa essere «razionale». Ciò dopo avergli concesso di elargirci la storiella di Rothschild, ben nota ai nostri bisnonni, ma che oggi si applica al miliardario (s’intende) americano, con la quale si vorrebbe spiegare la legge del grande numero. L’autista brontola per i pochi cents di mancia: con 5 milioni di dollari che avete! E lui: Ne ho dieci, non cinque, ma sai quanti sono gli uomini sulla terra? No? Te lo dico io: due miliardi. La tua parte sarebbe mezzo centesimo: te ne ho dati 25! Volete la risposta? Sta perfino nelle Lotte Civili del buon De Amicis, marxista quanto una torta al lattemiele.
Ma vediamo il vertice della scienza datata 1954, il teorema supremo della inafferrabilità, che ci dovrebbe far rinunziare a «cogliere» il valore economico come Ferravilla nel duello del sciur Panera: se si muove, come faccio a infilzarlo? Eccovi: «Come il mondo fisico, anche il mondo economico si muove continuamente; i beni prodotti dal lavoro di Dio e dal lavoro dell’uomo (capitale) subiscono infatti un processo ininterrotto di trasformazione dal momento in cui nascono (produzione) a quello in cui apparentemente muoiono (consumo) e non possono essere prodotti né consumati se non spostandosi continuamente da un luogo all’altro».
Qui non v’è altro Dio rispettato se non il Mercantilismo, per cui la essenza e del consumo e della produzione è lo scambio-trasporto: Dio dunque non lavora quando la tribù primitiva, o il contadino moderno, mangia il suo grano.
Come quindi non è usata in modo razionale la matematica e la storia, così non potrebbe meno razionalmente usarsi la stessa teologia: in questa non troveremo mai il lavoro di Dio, ma solo la grazia di Dio. Dio non lavora, non produce e non consuma; almeno fino a che non risulti che anche lui è diventato un prestatore d’opera, e dipendente dalla Confindustria.
Tutto fa brodo, e nei campi più diversi si pesca, pur di sfuggire alla strettoia di riconoscere che ogni valore in circolazione nel mondo capitalista e mercantile sorse da lavoro degli uomini per gli uomini, e non lo rovesciò nel circolo né la divinità, né la natura, né la magica formula capitalistica per cui Rothschild ereditò i miliardi dell’antenato, che nell’anno zero buscò in regalo i 25 cents della storiella: l’interesse composto.
27. Partito ed accademia
Dopo la riunione di Genova, dedicata ad una critica dell’economia occidentale ed in specie americana, dimostrandone le contraddizioni inesorabili tra aumentata produttività del lavoro e rifiuto di diminuire il tempo di lavoro, per sostituirvi la esaltazione di consumi interni ed esteri della mole crescente paurosamente di merci prodotte, un giovane compagno scrisse al relatore una lettera chiedente la confutazione delle teorie che sentiva esporre nel corso, coscienziosamente seguito, dell’Accademia di Genova (patria della Confindustria come del superiore insegnamento di discipline economiche e commerciali). Egli si diceva ben convinto delle posizioni marxiste ma chiedeva confutazione delle formule di varie scuole, di vari autori, tendenti a dare espressione del valore di mercato delle merci. Citava Kinley, Del Vecchio, Wieser e si fermava sulla equazione del Fisher, che si chiama infatti «equazione dello scambio» e che fa dipendere il prezzo di una merce dai soli fattori di offerta e di domanda: quantità di merce esistente sul mercato, da un lato, quantità di mezzi di pagamento esistenti sullo stesso dall’altro, e velocità di circolazione degli stessi.
Ora questa è sì una teoria quantitativa, dato che si esprime con una equazione matematica, ma sta agli antipodi della nostra ricerca in quanto non cerca di esprimere il valore della merce secondo dati risultati nella produzione, ma lo fa variare puramente secondo le circostanze del mercato. Si tratta di una delle tante versioni dell’economia ufficiale, da quando storicamente essa rinculò dalla posizione «classica» o ricardiana del valore-lavoro, e si disperse nei rigagnoli della registrazione mercantile.
A questo giovane compagno ci limitammo per allora a mandare in risposta una citazione di Marx ove questi ricercatori stipendiati ricevono le staffilate del caso, e che liquida anche quelli, oggi titolari di cattedre, che quando Marx scriveva dovevano nascere ancora. Volevamo per tal via portare in evidenza il diverso terreno di impostazione della questione e la impossibilità della ingenua richiesta di «conciliare» quei risultati ultimi della scienza accademica, coi nostri solidamente inchiavardati da quasi cento anni.
Il brano di Marx è tolto dalla “Storia delle dottrine economiche”, Tomo VIII, ed. Lacoste, pag. 184 e seguenti.
28. Economia e volgarità
Così Marx risponde: «L’economia classica si sforza di ricondurre, con l’analisi, le diverse forme della ricchezza alla loro unità interna e di spogliarle della forma nella quale esse stan vicine, indifferenti le une dalle altre».
Qui Marx ricorda la riduzione di rendite e interessi a parti del profitto, plusvalore.
«Ne va in modo radicalmente diverso per l’economia volgare, la quale non si sviluppa che quando con la sua analisi l’economia classica ha distrutto le condizioni su proprie, o almeno le ha gravemente scosse, e la lotta esiste di già sotto una forma più o meno economica, utopistica, critica e rivoluzionaria; poiché lo sviluppo dell’economia politica e della contraddizione che ne risulta va di pari con lo sviluppo reale delle opposizioni sociali e della lotta di classe, contenute nella produzione capitalistica. Non è che quando l’economia politica è pervenuta ad un certo sviluppo, posteriormente dunque a Smith, e che essa si è data delle forme deteminate, che l’elemento il quale non è che la riproduzione del fenomeno in cui si manifestano queste forme, cioè l’elemento volgare, se ne stacca per diventare una teoria a parte».
«Di più, l’economia volgare, nei suoi primi tentativi, non trovò la materia completamente lavorata né elaborata, essa fu dunque costretta a collaborare più o meno alla soluzione dei problemi economici. Fu il caso di Say. Bastiat non rappresenta ancora l’apogeo. Fa ancora prova d’ignoranza e non ha che una tinta superficiale di scienza che egli arrangia alla meglio nell’interesse delle classi dirigenti. In lui l’apologetica resta appassionata e costituisce il suo vero lavoro, poiché attinge negli altri il fondo della sua economia secondo i suoi bisogni. L’ultima forma è la forma professorale; essa procede storicamente e, con una saggia moderazione, spizzica dovunque quello che vi è di meglio; poco importano le contradizioni, si tratta unicamente di essere completi. Tutti i sistemi perdono quello che faceva la loro anima e la loro forza, e tutti finiscono per confondersi sul tavolo del compilatore. Il calore dell’apologetica è qui temperato dalla sapienza che getta uno sguardo di commiserazione benevola sulle esagerazioni dei pensatori economisti e si contenta di diluirli nelle sue elucubrazioni. Poiché queste specie di lavori non si fanno che quando l’economia politica ha, come scienza, terminato il suo ciclo, noi vi troviamo, nello stesso tempo, la tomba di questa scienza. Inutile aggiungere che questi uomini si credono egualmente bene al di sopra delle farneticazioni dei socialisti. Anche le idee vere di uno Smith, di un Ricardo, ecc., paiono qui vuote di senso e diventano «volgari». Un maestro in questo genere è il professore Roscher che si è annunciato modestamente come il Tucidide dell’economia politica. La sua identità con Tucidide proviene forse dal fatto che egli si figura che lo storico greco confonda sempre la causa e l’effetto».
29. Le scuole del prezzo
A questo punto dell’esposizione di Asti, altro giovane compagno presente, di Messina, chiese al relatore di volergli dare il relativo carteggio, al fine di stendere una risposta, tratta da studi che anche egli aveva fatto su trattati universitari di economisti borghesi. Questo compagno ha preparata una nota, corredata a sua volta di citazioni di Marx, in cui è messa in rilievo la confutazione di quelle varie teorie ed i quesiti sul valore intrinseco e convenzionale della moneta. In detta nota viene esaminata la terna di teorie, che è utile ricordare qui ai lettori, salvo ulteriori trattazioni apposite sulla moneta.
1. Teoria «oggettivistica» del valore, che lo riporta al costo di produzione, della scuola classica o scientifica. È la teoria di Ricardo dalla quale Marx partì; ma considera come costo di produzione la sola spesa per capitale costante e capitale salari: Marx aggiunge il profitto al medio saggio ed ha il prezzo di produzione, che proponiamo chiamare valore di produzione, dato che in Marx lo stesso è pari al valore di scambio dei classici.
2. Teoria «soggettivistica» della scuola psicologica o austriaca. Come la borghesia «si accorge» che le sue rivendicazioni sono di classe e non di tutta la società, lascia in tutti i campi l’oggettivismo e torna sul soggettivismo. È la teoria dell’utilità marginale, che è in relazione al bisogno del singolo, ossia tiene conto della sua personale soddisfazione: varrebbe milioni un bicchiere di acqua in pieno Sahara, nulla il più squisito dolce per chi avesse la nausea del consumato banchetto.
3. Teoria dell’»equilibrio economico», della scuola detta matematica. Tale scuola come dicemmo non usa la matematica per trovare leggi causali, nella genesi del valore di produzione, ma solo per dedurre il prezzo al mercato dai dati quantitativi del mercato. Vuol spiegare perché non solo il prezzo di singole merci oscilla, ma anche lo fa quello della merce equivalente generale, la moneta. L’inflazione o deflazione dipenderebbe dalla scarsezza o abbondanza di moneta, tenuto conto della sua velocità, o capacità di servire in dato tempo a successive contrattazioni di scambio.
Nelle considerazioni di Marx, senza che avesse letto questa piccola gente – contenute sia nel Capitale, Libro Primo, che nella Critica dell’Economia politica – è già definitiva la dimostrazione che questi fattori di necessità soggettiva o di sazietà, come quelli di larghezza o ristrettezza di segni del valore e specie monetaria, non possono determinare che variazioni secondarie per natura e per portata, e che si equilibrano nella media intorno al valore desunto dai dati del processo sociale di produzione; e tanto più quanto il capitalismo mercantile – tipo sociale di produzione – si estende.
Il modo quindi con cui il valore delle merci si cifra rispetto alle monete cartacee convenzionali e forzose, anche se i numeri che lo rappresentano variano enormemente, non incide sulla portata della legge del valore di produzione.
Tutta questa ricerca dei vari economisti mercantili quindi segue un vicolo cieco di cui da tempo conosciamo il fondo, e non ci riguarda più.
Troveremo i borghesi, vogliano o non, sulla strada maestra della funzione di produzione. Allora discuteremo con loro sul «limite» della funzione. Per essi è continua, e non ha svolte acute, per noi presenta un «punto singolare», ove la direzione della dolce curva si infrange; tutte le direzioni sono al tempo stesso possibili, come i raggi dei frammenti che partono da una centrale esplosione. La rivoluzione sociale.
30. L’economia del «Welfare»
La parola Welfare vuol dire benessere, prosperità, alto tenore di vita, ed è di moda in America, schierandosi attorno ad essa tutti i difensori dell’attuale andamento delle cose: euforia, spese sempre più forti, produzione sempre più spinta, e la pretesa di dimostrare che il medio benessere è in continuo accrescimento.
Molte cose interessanti presenta questa tendenza, e noi ci serviamo di un recentissimo scritto di J. J. Spengler, della università di Durham, che ha per titolo: Economia del Welfare e problema della sovrappopolazione.
La dottrina di cui si tratta si contrappone decisamente a quella marxista, eppure la sua impostazione è per noi del massimo interesse perché viene a dimostrare che l’avversario teorico deve ormai accettare il combattimento aperto e male si chiude nella farragine del soggettivismo o del mercantilismo ondeggiante e volutamente inafferrabile.
Matematicamente e storicamente parlando, la difesa del capitalismo viene con questa modernissima dottrina in una zona più illuminata.
Anzitutto col dare la maggiore importanza al famoso indice del «reddito individuale» in relazione al «reddito nazionale» – e la relazione che li lega è appunto il problema scabroso dell’aumento demografico – gli economisti del capitalismo vengono sul terreno della produzione, e riconoscono che non valgono trucchi mercantili a sfuggire al confronto tra forza produttiva e numero sociale di consumatori. Vedremo che per questi teorici i prezzi non sono più fatti «naturali» incontrollabili e superiori alla volontà sociale, ma essi sostengono che se l’economia capitalista vuol resistere, deve arrivare a plasmare secondo dati piani la «struttura dei prezzi». Diciamo subito che si tratta del livello dei prezzi in vari settori di consumo, e li vedremo subito concludere per alto prezzo dei viveri, basso dei manufatti! Ben lo sapevamo.
Questi non cercano più le equazioni di scambio del Fisher, ma impiantano – alla loro maniera – una funzione di produzione: lo Spengler adotta quella di Douglas Cobb, di cui vedremo, pur non potendo esagerare nell’apparato matematico, di chiarire il senso; allo stesso tempo contrapponendola alla funzione di produzione di Marx. Naturalmente in quella del «Welfare» non sono in evidenza le classi, come nelle quantità da noi usate; ma le ragioni sono ben chiare.
Storicamente poi è interessante come questo autore, senza polemizzare con Marx, che non nomina né cita, vada più indietro di lui, e dichiaratamente colleghi la recentissima scuola del benessere nientemeno che con Malthus e colle sue note opere apparse intorno al 1830 sulla Economia Politica e sul Principio di popolazione.
Malthus aveva secondo Spengler intravista la soluzione che consentiva di adeguare gli alimenti alla popolazione; od anche di migliorare il primo indice rispetto al secondo. Egli aveva tracciato due modelli: il primo risponde alla fase in cui una società riesce a far crescere la produzione in proporzione al numero dei suoi componenti, il secondo quello in cui riesce addirittura a migliorare il rapporto; superando così in ambo i casi la sua famosa formula (considerata più letteraria che scientifica) che la popolazione cresce in proporzione geometrica, la produzione di alimenti in proporzione solo aritmetica.
31. Quel bravo Malthus
Ecco così il vecchio figuro elevato anche lui a benemerito dell’umano benessere! La sua vera teoria non era che si dovesse ridurre le nascite colla moral restreint, ossia colla castità dettata da ragionamento ed ascetismo, e nemmeno comprimere ad ogni costo la popolazione. Per lui la stessa poteva anche restare costante o crescere lentamente, e si potevano avere prodotti a sufficienza; la sua proposta era ben chiara: rendere di difficile accesso i prodotti che servono ai bisogni alimentari, e tenere nel disagio la classe che lavora, rendere più a buon mercato ed accessibili gli oggetti di lusso.
Tanto è vero, che è meglio farlo dire dall’ammiratore sfrenato ad un secolo di distanza. È per noi prezioso questo parallelo: esso conferma la nostra tesi che a un dato svolto le teorie di classe si definiscono e si contrappongono, e che la scienza sociale avanza a grandi esplosioni secolari e non per fastidioso stillicidio di imparaticci accademici e di compilazioni sciatte che, come Marx disse, usurpano il nome di scientifica ricerca.
Malthus, come Ricardo, e come Marx, scrive in uno svolto decisivo della storia: il capitalismo prende figura e profilo netto contro i vecchi sistemi economici feudali; il socialismo proletario abbozza già la critica teoretica del trapasso dal secondo al primo e dello sviluppo della società nuova borghese.
Ecco come Spengler riporta la dottrina del ritrovato Maestro:
«Mentre Malthus sembra essere stato al corrente della portata dei cambiamenti nella struttura dei prezzi, egli non ne ha specificato chiaramente l’origine; probabilmente perché aveva presente allo spirito l’equilibrio di modello 2 (tenore di vita medio in aumento malgrado l’aumento della popolazione) e perché egli non attribuiva eccessiva importanza ai possibili effetti di un tale cambiamento nelle condizioni del modello 1 (tenore di vita medio costante con aumento di popolazione). Egli era apparentemente consapevole che un effetto di sostituzione si sarebbe determinato contro (o a favore) della generazione di molti figli, in conseguenza di un cambiamento nella struttura dei prezzi che avrebbe comportato un relativo decrescere o crescere del prezzo di quei prodotti che entrano nelle spese di riproduzione e di allevamento dei bambini; e un corrispondente decrescere o crescere dei prezzi di altri gruppi di prodotti. Egli (Malthus) descrive come «desiderabile» che «l’abituale nutrimento» del popolo «sia caro» e che il prezzo delle comodità, degli articoli di conforto e dei generi di lusso sia abbastanza basso da estendere queste costumanze fra la popolazione. Presumibilmente, avendo in mente le condizioni del modello 2, egli supponeva che l’introduzione di questo tipo di struttura dei prezzi avrebbe compressa la natalità, stimolato il consumo, generato bisogni, sostenuto il reddito per testa di fronte alla pressione demografica, ritardando così la trasformazione delle condizioni di modello 2 in quelle di modello 1».
32. La nostra risposta
Prima di ogni altro sviluppo e per dimostrare che Malthus è degnamente presentato e giustamente seguito dal moderno supercapitalismo di America, non vogliamo che riportare parole già scritte da Marx, molte generazioni prima degli Spengler e del loro «cinico ottimismo».
I passi, veramente classici e decisivi, si trovano nel VI tomo francese della Storia delle Dottrine Economiche:
«Questa teoria di Malthus dà nascita a tutta la dottrina della necessità di un consumo improduttivo senza posa crescente, dottrina che questo apostolo del controllo della popolazione per mancanza di nutrimento ha predicato con tanta insistenza.
«Tutte queste conclusioni discendono dalla teoria fondamentale di Malthus sul valore. Questa teoria, d’altronde, si adattava in modo notevole allo scopo perseguito: la glorificazione dello Stato sociale inglese con i suoi landlords, lo Stato e la Chiesa, i pensionati, i collettori d’imposte, le decime, il debito pubblico, gli agenti di cambio, gli sbirri, i preti, i lacchè, tutto ciò che la scuola di Ricardo combatteva come resti inutili e pregiudizievoli nella produzione borghese. Ricardo è il rappresentante della produzione borghese nella misura in cui essa significa lo sviluppo sfrenato e senza riguardo delle forze produttive sociali, qualunque debba essere la sorte dei produttori, capitalisti o operai. Egli ha difeso il diritto storico e al necessità di questo grado di sviluppo. Tanto egli manca di senso storico dove si tratta del passato, tanto ne mostra per la sua epoca. Malthus vuole anche egli lo sviluppo il più libero possibile della produzione capitalista, nella misura in cui la miseria delle classi lavoratrici ne è la condizione; ma chiede che questa produzione si adatti nello stesso tempo alle esigenze di consumo dell’aristocrazia e di tutto ciò che la completa nella Chiesa e nello Stato, e serva di base materiale alle pretese sorpassate dei rappresentanti degli interessi trasmessi in eredità dalla feudalità e dalla monarchia assoluta. Malthus ammette la produzione borghese nella misura in cui non è rivoluzionaria, non costituisce un elemento storico e fornisce semplicemente una base materiale più larga e più comoda all’antica società.
«Abbiamo dunque, da un lato, la classe operaia che, secondo il principio del popolamento e perché sempre troppo numerosa in proporzione alle sussistenze che le sono destinate, costituisce sovrapopolazione per la sottoproduzione; poi la classe capitalista che secondo lo stesso principio, è sempre capace di rivendere agli operai il loro proprio prodotto a prezzi tali che essi non ne possano acquistare se non il puro necessario per non morire di fame; in più l’enorme categoria dei parassiti e fannulloni gaudenti, padroni e servitori, che si appropriano gratuitamente, a titolo di rendita o di altro, una massa considerevole della ricchezza, pur pagando queste merci al di sotto del loro valore col denaro sottratto agli stessi capitalisti; e la classe capitalista, spinta alla produzione, rappresenta l’accumulazione, mentre gli improduttivi non rappresentano, dal punto di vista economico, che il semplice istinto del consumo, la dissipazione. D’altronde, è questo l’unico mezzo che esista di sfuggire alla sovraproduzione, che esiste da quando vi è sovrapopolazione in rapporto alla produzione. La sproporzione fra popolazione operaia e produzione scompare per il fatto che una parte del prodotto è consumata dai non produttori, dai parassiti; e lo squilibrio della sovraproduzione capitalista è corretto mediante il sovraconsumo dei ricchi gavazzatori».
33. Spengler non è solo
Non è solo Spengler ad andare sulle orme di Malthus. Il nostalgico feudale vescovo inglese e i moderni «portavoce» dell’alto capitale hanno in comune la legge storica che per avere aumento di prodotto e diminuzione di consumatori occorre tenere la massa che lavora a basso consumo, soprattutto di generi di prima necessità, ma allo stesso tempo tenere alto il prodotto integrale. Ed allora per il consumo del prodotto in più la soluzione di Malthus sono i parassiti del corteggio preborghese; la soluzione dei modernissimi è la «struttura dei prezzi», il che vale «struttura dei consumi». La struttura caldeggiata nei due così lontani tempi è la medesima: pochi generi alimentari, molti generi per consumi «differenziati», di lusso.
I modernissimi sostituiscono alla banda parassitaria dei nobili e loro codazzo la stessa indistinta massa dei consumatori nazionali, costringendoli a consumare da imbecilli: poco alimento, molto attrezzamento per bisogni fittizi.
Essi ritengono che una massa molto eccitata e drogata ma poco nutrita farà meno figli e il loro famoso prodotto pro capite si terrà alto. Noi abbiamo risposto da oltre cento anni, da quando abbiamo adottata la classica parola proletariato, che viene da prole. La massa affaticata e sfruttata fa troppi figli, e la legge non va verso il compenso, ma verso lo scompenso e la rivoluzione. Le due leggi sono in diretto contrasto.
Tutto il moderno pensiero della classe dominante si tormenta davanti al problema demografico. Non è solo Spengler a vedere la salvezza nella fame. Il dott. Darwin junior prevede cinque miliardi di uomini fra un secolo, e cifre spaventose più oltre, preconizzando la crisi di distruzione della specie. Un prof. Hill parte decisamente in lotta contro l’applicazione dei progressi scientifici a salvare vite umane. L’India cresce ogni anno cinque milioni. Egli propone di non usare in India penicillina e DDT, come freno demografico, rimpiangendo le storiche paurose epidemie e carestie di quel paese.
Gli «ottimisti» demografici come l’inglese Calver e il tedesco Fuchs pensano invece che con l’aumento demografico si va al miglioramento delle condizioni di vita, e mostrano di mantenersi sulla ipocrita formula della «libertà dal bisogno» e della lotta alla miseria. Fuchs vede tra cento anni non cinque ma otto miliardi e sostiene che fino a dieci miliardi ce la facciamo a mangiare.
Ma il sig. Cyril Burt, altro britannico, ci regala una «teoria degli stupidi». Egli rileva che le classi agiate figliano sempre meno, le povere sempre più, e lo stesso rapporto corre tra popoli bianchi avanzati e popoli selvaggi. Prevede quindi che il corso va verso l’aumento, per ereditarietà, degli incolti (per lui lavoratore uguale stupido) e l’aumento dei popoli non bianchi che sopraffaranno noi europeidi. Egli pretende con lunghi studi di aver constatato l’aumento della fessaggine sociale da quarant’anni. Non una parola di più: ha ragione.
Tutti costoro si chiudono in una via senza uscita perché vogliono scoprire il senso del decorso ammettendo aprioristicamente che tutto debba restare come oggi: divisione della società in classi, e mercantilismo. Noi diciamo che non appena la divisione di classe sia superata socialmente, ossia abolito il connettivo mercantile tra produzione e consumo, il problema si risolverà da sé con produzione ridotta, tempo di lavoro sociale ultraridotto, aumento di popolazione ridotto e in dati casi invertito.
Struttura dei consumi non da «stupidi». Sono, avete ragione signori, gli stupidi che figliano, ed oggi vi fanno sudare camicie perché non vi cali tra le mani la cifra pro capite.
La vera difesa della specie è anche contro l’inflazione della specie. Ma ha un solo nome: comunismo. Non folle accumulazione di capitale.
Storicamente le due opposte posizioni si chiariscono bene. Ma occorrerà che le vediamo nella scabrosa «funzione di produzione».
Sarà la nostra ultima tappa.