Il significato del capo proletario
A proposito della commemorazione di Lenin-Liebknecht-Luxemburg
La canonizzazione del capo proletario rappresenta l’annullamento della sua opera, della sua funzione, della sua vita. Né Lenin né Liebknecht né Luxemburg rappresentano geni “accidentali”, singoli individui dotati di virtù proprie, superuomini giganteschi che irrompono improvvisamente nell’arena sociale per modificarne la forma secondo le loro intenzioni e secondo le capacità del loro genio.
Questi grandi capi, il cui anniversario commemoriamo oggi, capi di tutto il proletario, non rappresentano entità misteriose e trascendenti, che sfuggono all’interpretazione, ma sono i prodotti di un periodo storico, l’espressione più chiara delle forze rivoluzionarie di un determinata epoca.
Il fatto fondamentale della socievolezza della specie umana conferisce ad ogni cervello un effetto collettivo: il pensiero dell’individuo è, alla fine, solo il riflesso del suo ambiente sociale. La produzione intellettuale, che è unitaria nelle prime forme di società, perché queste non hanno ancora espresso antagonismi economici, è quindi diretta verso la conservazione e lo sviluppo del patrimonio comune, contro gli attacchi esterni. Poiché non vi è alcuna differenziazione economica all’interno della tribù in questo periodo assistiamo a un uso sociale e armonico delle diverse capacità intellettuali e naturali degli individui.
L’apparizione delle classi rompe ogni possibilità di armonizzazione dell’individuo nella società, e assisteremo alla formazione di tante ideologie, di tanti capi, quante sono le classi. La dinamica di questa battaglia tra classi permette alle classi fondamentali di esprimere, assorbire tutta l’attività economica, politica, intellettuale degli strati intermedi.
Il capo proletario è quindi colui che sintetizza, in nome della classe proletaria e attorno ad essa, lo sforzo di liberazione di tutti gli oppressi: la liberazione dell’umanità stessa contro la classe sfruttatrice, che difenderà il suo dominio a rischio della distruzione di ogni convivialità umana.
I capi individui sono quindi determinati, espressioni molecolari della classe; il significato e il ruolo degli individui e dei capi sono concepibili solo in termini di classe: il genio più grande, l’individuo più coraggioso, se sono separati dalla loro classe e dalla sua evoluzione storica, non possono costituire che effimere espressioni sociali. Invece l’individuo e il capo collegato alla classe e al suo processo di sviluppo costituisce un elemento fisiologico di quella classe.
La maturazione di quest’ultima avviene attraverso un meccanismo molto complesso; e, per questo motivo, il consumo di energie umane, la loro decomposizione, il loro passaggio al nemico, non determinano immediatamente la nascita di nuove espressioni che sintetizzano la classe. Ma la funzione storica della classe non cessa a causa della diserzione, del tradimento dei suoi militanti o dei suoi capi; il corso del suo sviluppo potrebbe essere temporaneamente compromesso, ma nuove energie nasceranno da queste esperienze negative, certamente benefiche per la vita e lo sviluppo della classe.
L’individuo e il capo, quindi, dipendono solo dalla classe a cui appartengono, al cui servizio mettono la loro vita e la loro intelligenza. In nessun caso rappresenteranno personalità che farebbero dono alla classe di un materiale ideale o intellettuale generato solo all’interno di se stessi.
Lenin, Liebknecht e Luxemburg rimarranno nella storia come espressione della classe proletaria e di particolari momenti della sua ascesa, non come geni o eroi che abbiano dotato la classe lavoratrice di qualità particolari della propria personalità. Altri cervelli, molto più potenti in campo politico, altri eroi più imponenti di questi capi proletari spariranno dalla scena storica solo perché non concretizzano i bisogni della classe proletaria e della sua lotta. Il capo proletario è quindi colui che annulla ogni individualità e proclama sé stesso debitore, con tutta la sua attività intellettuale e generale, alla classe proletaria.
* * *
I capi della rivoluzione borghese si trovavano in condizioni storicamente molto più favorevoli. Ciò era dovuto al ruolo storico della borghesia, che doveva semplicemente sostituire le classi privilegiate e, su questa base, riorganizzare la società. Molto più complesso è il compito del capo della rivoluzione proletaria. Non lasciando il meccanismo economico più spazio alla costituzione di nuovi privilegi e nuovi sfruttamenti, il compito della rivoluzione proletaria consiste nella liberazione dell’intera umanità dalla soggezione alle forze economiche. L’evoluzione industriale pone le condizioni necessarie per l’abolizione delle classi; il proletariato non ha quindi davanti a sé – come le classi rivoluzionarie che lo hanno preceduto e che sono diventate reazionarie dopo il loro accesso al potere – compiti di trasformazione sociale per la realizzazione di privilegi economici. Il suo ruolo è essenzialmente politico e consiste nell’eliminare dalla storia sia la borghesia sia tutte le forze regressive che vogliono lasciare in vita, con il capitalismo, la sottomissione al vecchio ordine e il dominio delle forze economiche sull’uomo.
Il compito politico del proletariato si manifesterà essenzialmente nelle soluzioni che sarà in grado di dare alle diverse situazioni, per incanalare attorno alla lotta rivoluzionaria, tutte le reazioni prodotte dagli antagonismi sociali e dal loro emergere. Questo compito politico deriva direttamente dallo sforzo intellettuale che il partito e la sua gerarchia devono fare. Il nemico capitalista sarebbe certamente destinato al fallimento, nella difesa del suo regime, se dovesse fare affidamento esclusivamente solo su dati materiali. Minuscola minoranza nella società, il capitalismo, può ricorrere, per la costruzione di tutti i suoi apparati di dominio e repressione, solo ai milioni di uomini dalle classe che sfrutta. Se, quindi, durante la lotta rivoluzionaria del proletariato, durante la gestazione della società comunista, si potesse stabilire una relazione diretta tra antagonismo sociale e lotta per la sua soppressione, il capitalismo non avrebbe alcuna possibilità di rimanere alla direzione della società: il soldato, l’ufficiale di polizia, il gendarme, il giudice, il funzionario, sarebbero tutti elementi che percepirebbero l’assenza di un interesse per la conservazione della borghesia, e che sarebbero consapevoli dell’interesse economico contrario, cioè della soppressione dell’attuale regime.
Ma il capitalismo riesce a intervenire, direttamente o indirettamente, nella formazione e nello sviluppo tanto degli strati intermedi del proletariato quanto del partito stesso della classe operaia; questa è la sua unica possibilità di salvezza. In tempi di pericolo supremo, non è piuttosto la violenza contro la classe operaia che salverà la borghesia, bensì la corruzione del partito della classe operaia e dei suoi capi.
* * *
Le armi per la lotta proletaria si trovano in una serie di formule primarie che permetteranno al proletario di intervenire vittoriosamente in tutti i movimenti di massa determinati dagli antagonismi sociali. La elaborazione di queste formulazioni centrali rappresenta un duro lavoro che impegna diversi anni; non è in una biblioteca, applicando le regole di un procedimento logico, che il proletariato arriva a indicare le sue soluzioni ai problemi della lotta. Il materiale con cui la classe operaia deve agire nasce da questa duplice esperienza storica: da un lato la borghesia può riuscire a contenere e schiacciare tutte le reazioni di classe prodotte dal suo regime, dall’altra il proletariato riesce ad estrarre il significato di queste reazioni nel corso degli eventi, per dare un obiettivo positivo e concreto alle lotte delle classi sfruttate. Tutto questo lavoro non può dipendere dalla forza di volontà o dal genio di individui, anche se tutti lavoratori. Abbiamo bisogno di un’organizzazione in cui tutti questi sforzi siano condensati, abbiamo bisogno di regole per controllare questo lavoro, abbiamo bisogno di una gerarchia che coordini questa attività, abbiamo bisogno di organi esecutivi, abbiamo bisogno di capi, abbiamo bisogno di un capo.
Organizzazione, regole, gerarchia, dipendono dalle condizioni sociali e storiche e non sono farneticazioni di individui o di geni. Il partito è quindi l’organismo in cui lo sforzo incessante della classe operaia è deputato a dare espressione e significato alle lotte della classe. Programma, politica e tattica del partito sono espressioni tangibili di diverse epoche storiche o situazioni diverse. Gerarchia significa la guida che può dirigere gli eserciti proletari. La lotta di classe e il suo meccanismo rappresentano il soggetto sul quale agisce il partito e condizionano la struttura del partito stesso.
Il potere del capitalismo è costituito da una ramificazione che si estende in tutto il paese. Questa rete consiste in poteri locali e repressivi, che non rappresentano rispetto allo Stato articolazioni sparse e discordanti ma meccanismi dell’organismo centrale. Il proletariato può basare la sua struttura organizzativa solo su una base simile. Alla sua testa c’è un organo centrale che ha raggiunto la più grande comprensione storica dei bisogni del proletariato; alla sua base tante organizzazioni, comitati, rappresentanti i rami del corpo centrale. Sia questo sia le organizzazioni locali costituiscono il partito nel suo insieme, spina dorsale della classe operaia, che la guida per le lotte contingenti e per la lotta finale.
In tutta la lotta, così come nel momento supremo, la velocità della soluzione e della decisione può appartenere solo a un cerchia molto piccola e a volte a un singolo individuo; così nel partito, situazioni decisive spesso richiederanno l’intervento di una singola personalità. Effettivamente per brevissimi momenti l’evoluzione delle lotte sociali precipita nelle sue fasi decisive; in alcune ore e spesso in poche ore si risolve il destino delle classi. La notte del 7 novembre fu decisiva per gli eventi in Russia; non avrebbero potuto trovare alcuna soluzione proletaria sulla base di una consultazione, per quanto limitata, anche del partito: era necessario che alla rapidità delle situazioni che procedevano con la velocità e la violenza del lampo, corrispondesse una decisione centralizzata, veloce e fulminea: Lenin rispose a questo compito. In Italia, invece, il consiglio del partito [PSI] e della Confederazione sindacale, discussero per i sette giorni dell’occupazione delle fabbriche, mentre la storia indicava la via della tempesta rivoluzionaria, costituisce la consacrazione della via opposta che garantì la vittoria del capitalismo.
Abbiamo già detto come e perché questo problema della necessità della gerarchia e del capo si trova al di fuori e contro le credenze sulla individualità o del genio. Se Lenin fosse stato assente nella notte del 7 novembre, o se una congestione cerebrale fosse avvenuta nel suo corpo, non significa necessariamente la sconfitta della rivoluzione. Il lavoro nella classe dispiegato da Lenin aveva prodotto anche altri elementi, nel corso degli eventi messi in secondo piano dalla presenza di Lenin, e che si sarebbero levati, con minore o altrettanta capacità, appunto in quella stessa notte storica del 7 novembre.
Per noi, può essere solo questione di personalizzazione della classe nel suo capo, non il contrario, vale a dire il dilatarsi del capo nella classe. Il meccanismo dell’organizzazione del partito, quello che determina la gerarchia, ci consente di vedere ancora meglio come si verifica la funzione intellettuale all’interno del partito. Qui non è il militante dotato del maggior numero di qualità intellettuali che sarà nelle istanze più alte del partito, ma, piuttosto, sarà la capacità politica dei militanti che determinerà il loro accesso agli organi locali e centrali. Infatti è abbastanza comune scoprire che un lavoratore ricopre degli incarichi ed è quindi nella possibilità di dare istruzioni a un professore universitario all’interno del partito.
* * *
È dal punto di vista mondiale che sono determinate le condizioni particolari della formazione e dello sviluppo della classe lavoratrice dei diversi paesi. Un proletariato può trovarsi nella condizione di fornire un’opera teorica di livello mondiale. La classe operaia in Russia si stava sviluppando in condizioni particolari: la coesistenza di un potere feudale e un giovane capitalismo altamente concentrato, un contadiname arretrato e un proletariato estremamente denso, nei centri industriali e nelle grandi città. Questo proletariato ha potuto trarre ispirazione dalle esperienze che i lavoratori avevano fatto in altri paesi, nella loro lotta contro il potere capitalista, al fine di neutralizzare l’opposizione del capitalismo allo zarismo, di fare un salto dal feudalesimo alla dittatura del proletariato, senza l’intervallo di un periodo di dominazione borghese. È in tali condizioni storiche che la classe operaia mondiale ha percorso la sua gestazione in Russia, nel periodo imperialista del capitalismo. Lenin, favorito da queste condizioni oggettive, ascoltò attentamente la voce della storia della classe operaia mondiale e russa e riuscì a costruire il partito bolscevico. È diventato il suo capo perché è riuscito a tradurre la volontà della classe operaia nei suoi lavori teorici e nel concretizzarne i fini.
Non è certamente una inferiorità intellettuale a porre in un secondo piano la Luxemburg in relazione a Lenin. La classe operaia tedesca prima della classe operaia russa aveva occupato il primo posto nella lotta per gli interessi del proletariato mondiale. In particolare ai tempi della Prima Internazionale furono i suoi militanti in prima linea alle guida della lotta proletaria mondiale. Rosa e Liebknecht hanno sicuramente dimostrato una devozione e un lavoro intellettuale intenso quanto lo stesso Lenin, per essere assassinati prima che potessero raccogliere i frutti del loro lavoro rivoluzionario.
A quel tempo, il capitalismo tedesco stava attraversando la sua fase ascendente e (diversamente dal capitalismo russo, che non aveva sbocchi) riusciva a trascinare al suo seguito tutte le formazioni dirigenti del movimento proletario. In una tale situazione, la lotta della Luxemburg acquista un’importanza e un significato immenso, sebbene questa lotta non abbia avuto successo.
Fu nel 1903 che Lenin affrontò i problemi costitutivi del partito bolscevico e si applicò alla sua costruzione per 15 anni, passando per la rivoluzione del 1905, la sua sconfitta e la critica della sua sconfitta. Fu solo nel dicembre 1918 che la Luxemburg e gli Spartachisti andarono alla fondazione del Partito comunista, mentre in precedenza lo Spartakus Bund non si era assegnato – dal punto di vista dell’organizzazione e del punto di vista teorico – compiti di frazione all’interno della socialdemocrazia, come avevano fatto i bolscevichi in Russia. Nel gennaio e nel maggio 1919 i movimenti degli scioperanti a Berlino e la rivolta bavarese si svolsero in assenza di un partito comunista che potesse guidarli alla vittoria rivoluzionaria. Il capitalismo tedesco aveva fatto l’esperimento nel marzo del 1917 e ne aveva tratto insegnamento: aveva allora fornito il famoso treno piombato che doveva portare il capo della Rivoluzione d’Ottobre in Russia.
Quando la situazione in Germania divenne vulcanica, traboccante di convulsioni ed eruzioni sociali, il capitalismo capì che sarebbe stato necessario decapitare il proletariato e il suo giovane partito comunista. Un lavoro a lungo termine non aveva potuto essere fatto e il Partito comunista era troppo giovane per poter sostituire immediatamente i suoi leader assassinati. La classe operaia tedesca era, dopo l’esecuzione bestiale della Luxemburg e di Liebknecht, nell’impossibilità di ricostruire la sua ossatura al ritmo delle tempeste rivoluzionarie del 1919-1921 e il 1923.
* * *
Nell’attuale situazione di profonda crisi del movimento comunista, la conclusione che si trae falsamente dagli anniversari che commemoriamo è quella della necessità di creare, allo stesso tempo, quadri, stati maggiori, capi. Lenin è presentato come il capo che ha prodotto gli sconvolgimenti sociali che si sono conclusi nell’ottobre del 1917. Pertanto, sarebbe sufficiente formare – alla luce della sua politica – altri stati maggiori, altri capi e il proletariato potrebbe tranquillamente riprendere il cammino della sua lotta rivoluzionaria. L’intero problema del capo proletario è quindi posto su una base invertita: in un periodo di riflusso rivoluzionario, non ci sono leader in grado di trasformare il divenire delle situazioni; il comunista deve – seguendo l’esempio di Lenin – impegnarsi nel lavoro di ricostruzione dei quadri dei partiti rivoluzionari. Il problema rivoluzionario non è un problema di individui, ma di classe, e la modifica della situazione può dipendere solo dalla ricostruzione dell’organo della classe operaia.
Lenin stesso, se fosse sopravvissuto alla sconfitta del proletariato tedesco, non avrebbe potuto, a comando, determinare un altro corso rispetto agli eventi che abbiamo vissuto. Avrebbe contribuito alla ripresa della lotta rivoluzionaria nei vari paesi, perché, certamente fedele al suo passato intatto e immutato, invece di considerare gli eventi della Germania come una conferma delle posizioni politiche che aveva difeso (spiegando la sconfitta del 1923 come errori organizzativi o di Brandler), avrebbe riconsiderato tutti i dati politici sperimentati nella lotta; e a prezzo di una analisi spietata, avrebbe ripristinato le condizioni per la continuità della lotta rivoluzionaria. Avendo la sconfitta del 1923 significato un cambiamento di grande importanza a vantaggio del capitalismo, Lenin sarebbe probabilmente stato sconfitto e avrebbe subito il destino di Trotski, di Bordiga e tutti gli altri comunisti banditi dai ranghi internazionali guadagnati al centrismo.
* * *
La bandiera del proletariato è ora calpestata dalla borghesia. Sui membri della classe operaia, battuta da un capitalismo che è stato in grado di conquistare alla sua causa lo stesso Stato proletario, si sta preparando la canonizzazione dei capi che commemoriamo. Lenin, svuotato del suo significato comunista e internazionale, sarebbe diventato l’apostolo del socialismo in un solo paese. Per il centrismo, non è difficile, con frasi prese in modo fraudolento dal loro contesto, attribuire al capo della Rivoluzione d’Ottobre, la gratuita paternità della politica attualmente applicata all’interno dei partiti comunisti. Svuotato dal suo potente significato di combattente contro tutti gli equivoci della democrazia, Lenin è anche considerato l’apostolo delle parole d’ordine democratiche. Eppure nessuno più di lui era così attento a cercare il contenuto di classe delle istituzioni, delle organizzazioni e dello Stato. Non è difficile per nessuno ripetere questo inganno con frasi staccate dalla loro realtà storica e dal loro contesto. Anche la Luxemburg è stata trasformata in un apostolo della democrazia, mentre fu assassinata per ordine delle forze della controrivoluzione democratica.
Proprio come Marx ed Engels, anche Lenin e la Luxemburg potrebbero esser “scoperti” in flagranti contraddizioni tra le loro dichiarazioni di principio e le loro affermazioni politiche corrispondenti a particolari contingenze. In realtà, non ci sono affatto contraddizioni: le dichiarazioni di principio abbracciano un’intera epoca storica, che culmina nell’insurrezione del proletariato, le formulazioni politiche contingenti e di agitazione servono a legare attorno all’avanguardia comunista la massa dei lavoratori e delle classi medie. Ma la funzione delle formulazioni politiche intermedie non è affatto immutabile e si sposta in una direzione rivoluzionaria nella misura in cui accresce la possibilità rivoluzionaria per l’azione del proletariato.
Lenin ha continuato Marx perché ha rivisto la posizione contingente che quest’ultimo aveva applicato nel 1848-49 nei confronti della democrazia, divenuta una forza reazionaria di prim’ordine nella nuova fase dell’imperialismo capitalista. Quelli che continueranno Lenin, Luxemburg, Liebknecht, saranno quei rivoluzionari che, dopo una vera analisi della funzione delle forze sociali coinvolte nella situazione delle guerre e delle rivoluzioni, arriveranno ad una conclusione diversa da quella preconizzata per le contingenze in cui i nostri capi avevano vissuto. Questi ci lasciano in eredità dichiarazioni di principio la cui invocazione dobbiamo cercare di capire dove si applicava. Non faremmo altro che distorcerle e calpestarle se, sulla base di forme contingenti di agitazione, ne deducessimo posizioni di principio che sarebbero così contrarie a ciò che hanno sottolineato nelle loro opere fondamentali.
Marx scrisse nel “18 Brumaio”: «La rivoluzione del diciannovesimo secolo, per realizzare il proprio oggetto, deve lasciare che i morti seppelliscano i loro morti. Precedentemente la frase sopraffaceva il contenuto, ora è il contenuto che trionfa sulla frase». La lotta del proletariato è tutta nel futuro: le sue successive fasi sono collegate non come anelli uguali di una catena, ma come fasi distinte della sua ascesa. La canonizzazione dei dirigenti proletari può significare solo la canonizzazione di formule contingenti di agitazione, che, poiché non corrispondono più alle nuove realtà, facilitano il piano di conservazione del capitalismo. Per sua dolorosa esperienza, il proletariato può ispirare i suoi gesti, le sue posizioni, trova ispirazione nel suo passato solo se riesce a capire che in ogni periodo della sua ascesa sorgono nuovi problemi politici davanti a lui e che può risolverli solo a condizione di capirli.
La Seconda Internazionale trascinò il proletariato mondiale al servizio del capitalismo per fargli ottenere la sua guerra, cercando di servirsi dei nomi di Marx e di Engels per il tradimento che consumava. Il centrismo sta per ripetere, nel periodo attuale, lo stesso tradimento, e per questo userà il nome di Lenin per portare alla sua estrema conseguenza la politica del socialismo in un solo paese. Ma il proletariato riconoscerà i suoi capi e quando – con la ricostruzione del suo partito di classe nel tormento sociale della guerra – si riprenderà, saprà, come i bolscevichi nel 1917, tagliare le mani ai nuovi traditori che vogliono aggrapparsi a Lenin, a Luxemburg e a Liebknecht.
Van der Lubbe - Les fascistes exécutent. Socialistes et centristes applaudissent
La tête de Van der Lubbe est enfin dans le panier : voilà le triste épilogue du procès de Leipzig et du contre-procès de Paris. Juges et contre-juges peuvent être satisfaits ; le “provocateur a expié son crime”. Ce n’est pas seulement dans l’indifférence générale que le bourreau a fait justice, “L’Humanité“, organe central du Parti Communiste Français, n’avait-elle pas crié au “plus grand scandale judiciaire du siècle” ? Le verdict a prouvé qu’il y a encore des juges et de la justice au monde, que la conscience universelle, que l’opinion publique mondiale, soulevée par la “fine fleur prolétarienne”, siégeant au contre-procès de Londres, a déjoué la manoeuvre du ou des “provocateurs” et a empêché ce grand scandale judiciaire de se produire. Le couperet de la guillotine est là pour prouver à d’autres “provocateurs” que le jeu n’en vaut pas la chandelle et que si, demain, d’aucuns osaient lancer un nouveau défi à la conscience du monde entier, il se trouverait encore des juges, des contre-juges et des bourreaux pour châtier le coupable, et l’orchestre jouerait sans accroc : du fasciste au démocrate, du centriste à l’oppositionnel, jusqu’à l’anarchiste même s’élèverait le choeur unanime du “monde civilisé” qui s’insurge contre la provocation, le scandale judiciaire, l’idiotie du terrorisme, l’instrument inconscient du fascisme, le serviteur du “morphinomane” Gœring.
La seule force avec qui le bourreau de Leipzig devait compter c’était le gouvernement des bourreaux des marins des “Sept provinces” : toutes les organisations de masse agissant au sein du prolétariat n’ayant cessé de montrer aux ouvriers de tous les pays que Van der Lubbe était un provocateur. D’autre part, les quelques groupes prolétariens – dont nous sommes – qui ne joignaient pas leur voix aux socialistes et aux centristes ou qui prenaient ouvertement la défense du maçon de Leyde en revendiquant son geste, n’ayant aucune influence parmi les ouvriers.
Mais le “plus grand scandale judiciaire du siècle”, selon “L’Humanité” n’a-t-il pas raté parce qu’il s’est produit, le “plus grand scandale du mouvement ouvrier” ? Les conditions dans lesquelles est tombée la tête de Van de Lubbe ne signifient-elles pas que fascistes, démocrates, socialistes et centristes avaient déjà pu décapiter le prolétariat mondial qui, privé de son parti de classe, se trouvait dans l’impossibilité de réagir à la tragédie du procès de Leipzig et du contre-procès de Londres et de Paris ?
* * *
Aussitôt la nouvelle de l’attentat répandue à l’étranger, le 27 février 1933, la presse socialiste, centriste et oppositionnelle, en accord avec la presse gouvernementale des pays démocratiques, a immédiatement parlé de la machination des Hitler et des Goering. Et pourtant personne ne connaissait quoi que ce soit de la personnalité de Van de Lubbe, ni de ses prétendues attaches avec les nazis. Le militant prolétarien “le plus à gauche” était celui qui mettait tout en oeuvre afin que le fascisme tombe cette fois-ci dans son propre panneau, celui qui mobilisait la conscience universelle contre cet attentat, afin de gagner à cette entreprise salutaire les sympathies de “tout le monde”. L’indignation ne pouvait manquer de gagner “d’un bout du monde à l’autre”, et le fascisme aurait été pris dans son lacet : le tout étant de bien préparer la campagne du “grand scandale qui était allait éclater”. Voilà l’atmosphère qui fut créée autour de l’incendie du Reichstag et l’on ne peut nier que “Livre brun” et contre-procès de Londres n’aient pas atteint le sommet dans une campagne faite de scandales où la presse centriste s’est certainement classée, au premier rang, entre autres reportages à effet pour impressionner “l’homme de la rue”.
Ce n’est donc pas sur des données de faits que se détermine une disposition générale pour attribuer à Hitler l’initiative de l’incendie, car Van der Lubbe aurait pu prendre les plus grandes précautions, en chargeant ses amis de révéler ses intentions véritables, rien n’aurait empêché que toute la campagne contre la “provocation” ne se déclenche quand même.
Il faudra donc analyser cette mentalité qui conduit directement à considérer que l’attentat, l’acte terroriste, ne soient et ne puissent être autre chose que des machinations indispensables au fascisme pour raffermir son pouvoir et écraser ses adversaires. Cette mentalité découle de deux attitudes centrales, dont l’une est parfaitement logique, et l’autre appartient, de plein droit, à la dégénérescence qui gangrène le mouvement communiste, après la victoire du centrisme au sein des partis communistes.
Pour les démocrates et social-démocrates, le fascisme ne représente pas un mouvement bourgeois ; pour eux le capitalisme ne peut vivre sans la démocratie, et – à chaque instant – ils feront croire aux ouvriers, que sinon Bruening, ce sera Hindenburg, ou Von Papen, ou Hugenberg qui n’attendent que l’occasion propice pour passer à l’attaque contre l’invasion fasciste. La terrible expérience italienne ne signifiait pas, du fait de l’inexistence d’un véritable parti communiste en Allemagne, l’impossibilité pour la social-démocratie de répéter la fonction qu’elle occupa en Italie. Bien qu’en Allemagne, les conditions se trouvaient être beaucoup plus compliquées pour la réalisation de la fonction de la social-démocratie, celle-ci détenant le pouvoir en Prusse et étant un élément indispensable au jeu de Bruening à l’intérieur du Reichstag, les Severing, Braun et compagnie ont pu quand même s’acquitter honorablement de leur tâche de fossoyeur des organisations prolétariennes. Pendant deux ans le problème, pour le capitalisme, consistait à éviter que les travailleurs emploient leur force et la force de leurs organisations pour livrer, en pleine crise économique, leurs combats de classe. La social-démocratie était à sa place pour défendre à nouveau le capitalisme. Elle disait aux ouvriers que la seule condition pour éviter le “pire” était l’abandon de toute lutte ouvrière, celle-ci ne pouvant que faire le jeu du fascisme.
Lorsque la social-démocratie engage les ouvriers à ne plus se défendre par la violence, à laisser l’initiative de la “violence criminelle” au fascisme, à laisser même se perpétrer les crimes des bandes fascistes, elle reste parfaitement logique avec la fonction historique qui lui revient. Suivant la haute sagesse du social-démocrate, les ouvriers n’auraient par conséquent aucune goutte de sang sur la conscience et pourraient rappeler les gouvernements bourgeois “au sens de leurs responsabilités”.
Le capitalisme libéral et démocratique entendant les “voix” prolétariennes, parviendrait ainsi, grâce, à une investiture divine, à retrouver son “âme” malheureusement égarée. Et, en définitive, les prolétaires redeviendraient ces brebis du fidèle troupeau, rappelant leur gardien à l’ordre, pendant que le capitalisme continuerait à administrer les pilules de la liberté et de la démocratie. Cependant, l’histoire n’est pas faite de rencontres paisibles entre brebis sortant ou rentrant dans le troupeau et des gardiens, propriétaires, immuables de ce dernier. Mais l’histoire, et l’histoire du capitalisme, est celle des bouleversements économiques et de classe ; et si, faute d’un parti de classe, la crise économique sans issue se rencontre avec une crise sans issue de la révolution, l’organisme social qui n’a pu se reconstituer sur une base prolétarienne, au travers de l’insurrection victorieuse du prolétariat, se reconstitue, se réorganise, relancé qu’il se trouve être dans une direction opposée, sur une base capitaliste pour apparaître désormais au travers du bourreau fasciste.
Les social-démocrates italiens d’abord, allemands ensuite, n’ont-ils pas engagé les ouvriers à guetter la syphilis de Mussolini ou la morphinomanie de Goering, l’opposition du roi d’Italie, ou du président Hindenburg, du libéral Giolitti ou du nationaliste Hugenberg ou, enfin, le ressaisissement ou la révolte de la bourgeoisie contre le fascisme ? Ainsi les ouvriers se décideront à attendre que le capitalisme les délivre du fascisme : entre-temps les occasions, toutes les occasions, pour la lutte prolétarienne seront annulées et l’on arrivera enfin devant ces situations où la bourgeoisie pourra réaliser le bloc des ouvriers autour d’elle, pour le déclenchement de la guerre.
Lors de l’incendie du Reichstag, il était parfaitement concevable – et il ne pouvait en être autrement – que les social-démocrates parlent de la “provocation” contre le capitalisme qui, surpris en janvier 1933 par l’arrivée de Hitler au pouvoir, s’apprêtait à se libérer de cette force médiévale par le canal sans doute de M. Hugenberg ou de M. Von Papen. Le socialiste n’est-il pas celui qui prêche la nécessité de l’opposition permanente du prolétariat à la violence ? N’est-il pas l’”anti-violent” par excellence, ainsi qu’il l’a si bien prouvé en Allemagne en 1920 par l’assassinat de milliers de spartakistes ? Mais, sans aucun doute, l’appui à la violence de 1919-1920 avait sa raison, parce qu’elle s’opposait à la lutte d’émancipation des travailleurs, parce qu’elle garantissait le règne du capitalisme. La violence de Van der Lubbe, pouvant compromettre le “retour” (?) de ce capitalisme, devait être considérée comme une provocation. Aussi le geste de Van der Lubbe, voulant signifier la nécessité de la violence comme seule arme de lutte du prolétariat, devait-il se heurter à l’opposition acharnée de la social-démocratie, toute désignée pour occuper une place de premier plan dans la croisade contre le maçon de Leyde. Il avait osé commettre le sacrilège de donner au parlement allemand une mort héroïque, c’est dans les flammes qu’il voulut faire disparaître cette institution bourgeoise qui préserva le capitalisme de la révolution et qui, pendant quatorze ans, s’était démontrée indispensable pour permettre à la bourgeoisie d’extirper toutes les organisations de la classe ouvrière.
* * *
La montée du fascisme en Italie, l’instauration et le renforcement de la dictature des chemises noires, se sont heurtés à une série d’attentats et d’actes terroristes.
Ceux-ci ne se bornaient pas seulement à la personne de Mussolini, mais surtout avant la marche sur Rome, s’exprimaient différemment. Ainsi, il y eut la période dite de “l’allumette” qui représente l’incendie d’énormes bois. Notamment à l’occasion de l’incendie des chantiers de St-Marc, le prolétariat de Trieste écrivit une des pages les plus glorieuses de sa lutte.
A aucun moment il ne fut question, de la part des communistes, de considérer qu’il s’agissait là d’actes de provocation. Et pourtant, au moment même où ces attentats se produisaient, les communistes avaient nettement la certitude que le fascisme en aurait profité pour passer à une lutte toujours plus violente contre son avant-garde. Lors de l’attentat du “Diana” en 1921, la panique fut générale et elle engloba même les anarchistes et leur chef incontesté, Malatesta, qui d’ailleurs a donné maintes preuves de courage et de fermeté personnelles. Mais les communistes n’ont jamais participé à ces concerts unanimes contre les attentats et – à chaque occasion – ils brisèrent le choeur des lamentations hypocrites et des disculpations peureuses pour en arriver, dans certaines circonstances, à ne pas revendiquer leur opposition de principe aux actes terroristes. Car cela pouvait faire le jeu de l’ennemi qui exploitait ces événements, pour extirper du cerveau de la classe ouvrière l’idée de la nécessité de la violence. Mais alors le centrisme n’était pas à la direction des partis communistes et, au point de vue de la doctrine, la divergence avec les anarchistes se plaçait nettement sur le terrain de la nécessité de la préparation de l’insurrection sur la base des mouvements de classe, contre leur thèse de la révolution pouvant résulter d’une multiplication de gestes individuels. De plus, sur le terrain concret, cette divergence se manifestait clairement au travers de la compréhension que les communistes avaient de la lutte ouvrière. Cette dernière ne se déroule pas suivant le schéma militaire d’armées contrôlées et disciplinées, se mouvant en réflexe des mouvements de classe. De ce fait, les communistes passaient ouvertement à l’explication des actes terroristes et des attentats, et s’efforçaient de les encadrer dans le processus de la lutte révolutionnaire du prolétariat. Les anarchistes, de leur côté, ne faisaient qu’exploiter ces gestes pour appeler les ouvriers à délaisser les organisations de classe et surtout l’action du parti de la classe ouvrière.
Lénine disait que Plekhanov n’avait rien compris de la politique communiste envers les anarchistes : sa lutte contre eux en arrivait à suffoquer l’esprit de combat et de sacrifice de ces militants au lieu de les discipliner et de les coordonner dans l’ensemble du mouvement révolutionnaire. Pas mal de ces militants actuels, membres des différents groupes oppositionnels, orthodoxes ou hétérodoxes, feraient bien de relire ces pages de Lénine, et de ne pas se hâter dans leurs graves et solennelles sentences sur “l’idiotie” de tel ou tel geste (où ils rejoignent le réformisme), dans l’analyse, le jugement des événements d’Espagne, quant aux “responsabilités” des anarchistes faisant le jeu de la réaction monarchiste.
L’incendie du Reichstag nous permet de saisir sur le vif la dénaturation de la position communiste au sujet des gestes individuels de terrorisme. Au fond, l’on renonce à considérer que les situations dépendent des contrastes de classe et du plan de l’ennemi pour étrangler – à travers l’instauration du fascisme – toutes les organisations de classe du prolétariat, ou pour corrompre jusqu’à la moelle des organismes ouvriers, à l’aide d’une direction social-démocrate ou centriste qui les fera servir aux buts de la conservation du capitalisme. La social-démocratie, le centrisme diront que la classe ouvrière ne devra et ne pourra pas se regrouper dans les frontières de ses programmes pour résister à l’ennemi, mais sera forcée de chercher ailleurs les moyens de sa défense. L’incendie du Reichstag se produit en présence de la sainte indignation du capitalisme, de l’horreur – ah ! combien sincère du fascisme – contre les violences et contre l’attentat envers les institutions sacrées de la démocratie, devant le bouleversement des classes moyennes, de l’intellectualité à la recherche perpétuelle d’un pouvoir fort qui assure une tranquillité à leur vie économique misérable, qui va enfin trouver une planche de repos et de satisfaction car, dans les bureaux, les syndicats, les troupes d’assaut, il y aura enfin de quoi alimenter la sotte présomption de cette intellectualité qui pourra commander les ouvriers au nom de la patrie et de l’Etat fort ; selon le socialiste et le centriste, en présence de la déconfiture des travailleurs contre qui se déchaîne l’attaque du capitalisme, le prolétariat n’a qu’une seule voie de salut : s’associer à cette répugnante mise en scène, repousser toute compromission avec l’incendiaire et affirmer bien haut que l’incendie du Reichstag est bien le fait de provocateurs qui veulent favoriser le plan des fascistes, de “repris de justice” qui sont venus au pouvoir au mépris de toutes les lois de la société démocratique du capitalisme.
Le sort de la classe ouvrière à la merci d’un commissaire de police qui, sous l’instigation de Hitler ou de Goering, prépare et réalise le grand coup de l’incendie du Reichstag et a besoin de cela pour modifier de fond en comble la situation du prolétariat. Voilà comment a été considérée, dès le début, l’incendie du 27 février 1933. Comme si, sans cet incendie, la situation aurait été autre en Allemagne ; comme si, enfin, pour neutraliser ou repousser l’attaque fasciste, l’on devait se baser sur la mobilisation de la “conscience universelle” qui aurait fini par révéler le scandale et déjouer la manoeuvre de Goering et Hitler au service desquels se serait trouvé Van der Lubbe.
La panique de la classe ouvrière, le bouleversement des classes moyennes, sont des faits réels auxquels il fallait donner une solution prolétarienne et il n’est nullement établi que le fascisme ait besoin de ces grands coups de scène pour réaliser son plan. Au contraire, si les masses ouvrières renoncent à mener leur lutte contre le capitalisme, si (hypothèse totalement abstraite) la bourgeoisie pouvait organiser et maintenir sa domination dans la “paix sociale”, elle pourrait assurer une tranquillité absolue aux esclaves de son exploitation. Une comparaison entre l’expérience italienne et l’expérience allemande prouve d’une façon incontestable que les violences de Hitler ont été de beaucoup moindres et cela parce que la classe ouvrière italienne a pu opposer une résistance énergique et armée à la montée du fascisme. Cela évidemment ne dépend pas des qualités supérieures des ouvriers italiens à l’égard des ouvriers allemands, mais de facteurs positifs et historiques : la classe ouvrière italienne ne portait pas dans sa chair les plaies de trahisons répétées et elle pouvait compter sur une Internationale Communiste ; alors que le prolétariat allemand rencontrait, dans sa pénible et sanglante résistance à l’attaque fasciste, l’obstacle formidable représenté par le centrisme qui n’aura pas lancé, ne fût-ce qu’un appel à la classe ouvrière mondiale pour se mobiliser aux côtés des prolétaires d’Allemagne. Nous avons établi cette comparaison, pour réagir contre cette mentalité pourrie, d’après laquelle l’incendie du Reichstag devait être forcément, inéluctablement, naturellement, l’oeuvre de provocateurs et ne pouvait être un produit de la situation que traversait le prolétariat allemand après la victoire de Hitler.
Millions de voix aux élections, victoire socialiste qui assurait le triomphe de Hindenburg contre Hitler, victoire sur victoire du parti communiste selon les dires des centristes qui mettaient en évidence les “succès de la ligne politique juste et bolchevique” ; et l’addition, la synthèse de toutes ces victoires, c’était le gouvernement de Hitler préparé directement par les cent jours du “général social” von Schleicher, de ce général qui, soi-disant, aurait poussé socialistes et communistes au déclenchement de la grève générale à la fin janvier pour éviter le gouvernement Hitler. Pour indiquer la déconfiture et la pourriture du mouvement communiste, il suffira de rappeler que certains dirigeants du S.A.P. (Parti Ouvrier Socialiste) qui veulent mettre en évidence le frottement ou l’opposition du capitalisme au fascisme, attribuent une valeur à cette démarche de von Schleicher auprès des dirigeants socialistes ou communistes.
Dans cette situation d’écroulement général des organisations et des partis traditionnels de masse, rien d’extraordinaire si des actes de terrorisme se déterminent. Et d’ores et déjà la perspective de la situation actuelle peut être fixée : de tels gestes ne feront que se répéter en Allemagne ainsi qu’il en a d’ailleurs été le cas en Italie. La position communiste en face de ces manifestations individuelles ne peut être que la suivante : expliquer ces gestes et essayer de les encadrer dans le problème de la lutte générale de la classe ouvrière. Les conditions dans lesquelles le triomphe du centrisme nous oblige à lutter rendent très difficile et presque impossible de donner une solution ferme à un problème nouveau qui est posé à la classe ouvrière par le mouvement fasciste. Doit-on, à l’occasion des mouvements de classe, ou en prévision d’une grève – dans les pays fascistes – passer à des actes de terrorisme individuel pour que les masses qui se disposent à la lutte pour leurs revendications immédiates, voient la nécessité et la possibilité de donner à ces luttes la forme armée et violente désormais indispensable pour obtenir le moindre succès en face d’un capitalisme qui est forcé – par des conditions économiques particulières – de réduire les ouvriers à l’état d’esclaves qui ne peuvent plus songer à la possibilité de se défendre contre leur esclavage ?
En face du procès du Reichstag, les communistes devaient donc, d’une façon bien ferme, se refuser au traquenard qui leur était offert : ils n’avaient pas le devoir de se prononcer pour ou contre : ils avaient le devoir d’exprimer qu’en face des assassinats de prolétaires faits par des social-démocrates ou des fascistes, le geste d’un prolétaire contre le Reichstag n’avait en fait que la signification d’une brique qu’on lance en face d’une mer de sang ouvrier ; ils avaient le devoir d’alerter la classe ouvrière d’opposer au scandale ennemi, la nécessité de défendre les institutions de la classe ouvrière, la seule possibilité de les défendre par l’exercice de la violence prolétarienne.
Le tournant unanime fait de scandales, autour du Reichstag, devait être brisé bien nettement, et les communistes devaient proclamer aux ouvriers que le parti de leur classe, loin de s’associer à la spéculation ennemie, repoussait toutes les canailles dans leur caverne ; que le problème à résoudre n’était pas d’établir la provocation fasciste mais de mobiliser toutes les énergies pour permettre une résistance efficace. Le fascisme voulait-il profiter de l’incendie pour le tourner à son avantage, en se présentant comme le défenseur de l’ordre : le prolétariat avait le devoir d’affirmer qu’il entendait bien menacer cet ordre et qu’il s’apprêtait à défendre ses institutions de classe pour le renversement de l’ordre capitaliste. Ainsi, même dans l’hypothèse d’une provocation, le prolétariat aurait affirmé qu’il n’est pas à la merci d’un commissaire de police, et l’éventuelle machination de celui-ci aurait trouvé le prolétariat décidé à ne pas se laisser prendre au piège. Même s’il n’avait eu que la possibilité d’éditer un seul tract polygraphié, le parti communiste aurait dû affirmer que le prolétariat a le devoir de multiplier les actes de violence – en connexion avec les mouvements de classe – pour la réalisation de l’attaque insurrectionnelle. Ceux qui disent que l’incendie du Reichstag était indispensable au fascisme, n’ont qu’à se demander si les assassinats d’Altona, de Cologne ou le plébiscite de novembre ont eu besoin d’autres incendies du Reichstag.
Mais n’est-ce pas la caractéristique de la mentalité actuelle de groupes communistes qui prennent une attitude, essayent de l’expliquer et de lui donner la réponse et la solution “communiste” en l’isolant, en la situant en dehors de toute considération de principe, ou d’analyse comparée d’expérience, pour en arriver à cette conclusion : “Voilà la provocation, il s’agit de se lancer dans une course de vitesse pour la déjouer”. L’épilogue de Leipzig est là pour prouver comment les contre-juges de Londres et de Paris ont su déjouer la provocation tout en laissant se renforcer le régime fasciste en Allemagne.
La position anticommuniste de départ devait inévitablement comporter ses conséquences. Le prolétariat mondial, ses organisations, ses luttes vont être délibérément mis de côté. Les appels que l’on lancera autour de l’incendie du Reichstag n’émaneront jamais des partis, mais entremêlées au fatras de signatures se trouvant au bas des appels lancés, il y aura à peu près tout : le groupe sportif ou féminin du parti, les Amis de l’U.R.S.S. ou les Amis de la Paix, mais il ne s’y trouvera jamais la mention d’un parti communiste. Et toutes ces organisations collatérales au parti (et qui loin d’être un appui au mouvement communiste, sont des appendices nécessaires au centrisme pour sa politique contre-révolutionnaire) lanceront des appels de soutien à l’oeuvre des contre-juges. Qui sont ces derniers ? Nitti, bourreau en congé du prolétariat italien ; MM. Darrow et Hays, les collègues des juges qui ont brûlé Sacco et Vanzetti ; Mr Pritt, conseiller de la Cour royale d’Angleterre, Lord Marley, vice-président de la Chambre des Lords et d’autres éléments tout aussi “liés” à la lutte prolétarienne pour parfaire cette “cour de justice” éditant le “Livre brun de la vérité”. Il faut immédiatement remarquer que le contre-procès de Londres a représenté l’axe de toute la campagne mondiale et non un élément d’appui pouvant être occasionnellement utile à l’action du prolétariat en faveur des accusés de Leipzig. Qu’il en soit ainsi, cela est prouvé non seulement par l’éclipse et la non-participation communiste, mais surtout par la thèse centrale autour de laquelle devait être mobilisée la “conscience universelle”.
Il s’agissait d’une provocation, le responsable c’était Goering et Van der Lubbe était l’instrument de ce dernier. Dès lors, la classe ouvrière mondiale n’avait plus de poids spécifique, elle ne pouvait intervenir que dans la mesure où elle épousait la thèse des contre-juges et s’associait aux manifestations pour le triomphe de la “justice”. Le prolétariat aurait pu remplir son rôle spécifique seulement si on avait placé le problème tout autrement et s’il avait été appelé à défendre les accusés, tous les accusés. Van der Lubbe, Dimitrov, Popov, Tanev et Torgler. Alors, le fait évident que le fascisme avait voulu compromettre le parti communiste, au point de vue juridique, aurait apparu dans sa signification réelle : un geste de violence s’étant vérifié au cours du plan de l’organisation fasciste en Allemagne, pour empêcher que ce geste ne se généralise, il fallait frapper l’organisme historiquement appelé à réaliser la victoire violente et insurrectionnelle contre le capitalisme. Le centrisme pouvait immobiliser et anéantir cette fonction historique du parti communiste mais il ne pouvait pas faire l’impossible, soit empêcher la formation d’une fraction de gauche assurant la continuité du parti de classe du prolétariat. Sur cette base, l’inculpation de militants communistes aurait pris sa signification réelle : on aurait pu défendre ces militants au point de vue juridique, sans les présenter comme des “innocents politiques” mêlés à une entreprise de provocation.
Et le fascisme devait avoir le jeu facile ; il devait permettre à Dimitrov ce qui ne fut permis ni à Altona, ni à Dusseldorf où il put exécuter des dizaines d’ouvriers pour qui le Livre Brun contenait à la fois les pages des assassinats fascistes et les exploits des contre-juges de Londres et de Paris.
Dimitrov, lui-même, qui – au début – devait avoir une attitude digne d’éveiller l’enthousiasme des masses ouvrières, devait, à la fin, descendre au niveau de bassesse des contre-juges, lorsqu’il déclara (voir “L’Humanité” du 17 décembre 33) : “Je demande, en conséquence, que Van der Lubbe soit condamné comme ayant travaillé contre le prolétariat”. Les bourreaux de Leipzig ont répondu : ils ont châtié Van der Lubbe et ils ont donc acquis un titre “prolétarien” de premier ordre en face du mouvement ouvrier.
* * *
Van der Lubbe a-t-il été un instrument inconscient dans les mains des fascistes ? Il n’existe pas de preuves à ce sujet, alors qu’il existe – pour détruire cette hypothèse – le fait indiscutable suivant : si le fascisme voulait compromettre des militants du parti, il n’aurait pas agi d’une façon aussi idiote et, au lieu d’inculper des éléments qui ont pu produire des alibis irréfutables, aurait préparé beaucoup mieux la scène de l’incendie et les moyens ne pouvaient lui faire défaut à cet effet. Ce qui intéressait le fascisme c’était de profiter de l’incendie pour frapper politiquement le parti et nous avons déjà indiqué comment il aurait fallu réagir et se défendre.
Van der Lubbe s’est trouvé seul contre un monde d’ennemis. Au procès, il s’est trouvé devoir renoncer à revendiquer même son geste, car s’il l’avait fait, il aurait directement compromis le système défensif de ses co-inculpés. Ces derniers ne disaient-ils pas qu’ils étaient les victimes d’une machination fasciste ? Si Van der Lubbe avait osé revendiquer son geste, il lui aurait été répondu qu’il continuait son rôle de provocateur en détruisant la thèse de la défense et en disculpant les responsables fascistes.
Une tragédie d’une telle ampleur doit avoir fini par anéantir, bien avant que le bourreau n’arrive, la vie de Van der Lubbe. Son silence n’a été que le sacrifice même de sa vie morale dans une situation où, en face d’un monde d’ennemis, la vie de ses co-inculpés ne pouvait dépendre que d’une attitude d’atonie, d’insensibilité, qui devaient se conclure par sa déclaration disant qu’il savait qu’il exposait sa vie en incendiant le Reichstag et qu’il n’attendait que la mort, c’est-à-dire qu’il ne demandait que la fin du procès.
Maintenant que l’ennemi a pu avoir sa tête, il ne reste que des groupes prolétaires insignifiants pour défendre sa mémoire. Demain, lorsque le prolétariat pourra reconstruire son parti, au feu des batailles révolutionnaires juges, contre-juges, socialistes et centristes auront leur compte : le régime qu’ils ont défendu s’écroulera sous les coups de la classe ouvrière qui reconnaîtra un des siens dans le “provocateur” Van der Lubbe et le vengera dans la bataille insurrectionnelle pour l’instauration de la dictature du prolétariat.
Le cerveau du chef est un instrument matériel fonctionnant grâce à des attaches avec le parti et l’ensemble de la classe ; les idées que le chef exprime en tant que théoriciens et les instructions qu’il donne en tant que dirigeant pratique, ne sont pas ses créations, mais les précisions d’une conception dont les matériaux appartiennent à la classe, au parti et sont les produits d’une très grande expérience. Ces données ne sont pas toujours présentes à l’esprit du chef sous forme d’érudition mécanique ; nous ne pouvons donc nous expliquer certains phénomènes d’intuition véritablement divinatoires, qui, loin de nous prouver la transcendance de certains individus sur la masse, démontrent mieux notre point de vue, à savoir que les chef est l’instrument opérateur et non pas le moteur de la pensée et de l’action commune.
BORDIGA.
Per i funerali delle vittime del "Diana"
Lavoratori milanesi!
Sugli avvenimenti di questi ultimi giorni i partiti della classe borghese impostano un’evidente speculazione, alla quale dobbiamo prepararci a rispondere.
Minoranze audaci ed organizzate per l’azione controrivoluzionaria, che dovrebbe contrastare il passo all’avanzata della classe lavoratrice verso gli obbiettivi della sua lotta, che sono quelli fissati nel programma comunista, tentano di sfruttare facili motivi sentimentali per trascinare dietro di sé la massa grigia delle classi intermedie e di tutti gl’incerti ed i senza partito, per montare nella cosiddetta pubblica opinione della nostra città uno stato d’animo ostile al proletariato rivoluzionario.
Questa manovra, in parte riuscita altrove soprattutto per l’insufficienza e l’inettitudine di certi dirigenti delle masse, non può e non deve riuscire in Milano e noi comunisti, sicuri della coscienza della massa operaia milanese, sentiamo il dovere di additarvi il gioco degli avversari e gli errori in cui si potrebbe cadere, se di fronte ad esso si agisse nella maniera errata che già accennano ad adottare i dirigenti socialdemocratici.
Si vuol ripetere qui quanto si fece a Bologna dopo l’uccisione di un consigliere comunale borghese ad opera di sconosciuti. I dirigenti del movimento proletario locale sentirono il bisogno di sconfessare con pubbliche dichiarazioni un atto di cui non venivano accusati che per inscenare una speculazione politica su di un cadavere. Essi credettero di far cadere la speculazione protestando la distanza tra i propri metodi politici e quelli degli autori di tale atto, ma non riuscirono che a spargere il disfattismo tra i lavoratori e ad agevolare la manovra degli avversari che, approfittando del disorientamento e della fuga generale dai posti di responsabilità del partito proletario, imbaldanzirono in un’offensiva; che, trovando i lavoratori disorganizzati e delusi della forza dei loro organismi, si vantò di facili vittorie; che schiaffeggiarono la fierezza della classe lavoratrice e spezzarono le sue conquiste.
Sulle vittime dell’altra notte si vuol ripetere la speculazione cinica e turpe per colpire la compattezza della massa operaia. La borghesia non si commuove sul serio per i morti e i feriti del Diana – chiude per l’imposizione fascista le sue botteghe, ma per continuare sotto le saracinesche semialzate la caccia al profitto in cui sta tutta la sua morale di classe. Ma intanto la montatura si va completando. Ma intanto da taluni vostri dirigenti vengono parole che l’avversario attende per non tenerne altro conto che quello di vantarle come vittoria del suo intervento punitore e rintuzzatore delle idealità rivoluzionarie.
Proletari comunisti!
Ben, altra sia la nostra, la vostra parola. L’incanata avversaria non c’impegna a dire un nostro giudizio su atti che essa sceglie ad argomento gradito delle sue manovre. Il nostro programma è noto; non va rabberciato o scusato per dare spiegazioni all’insolenza della stampa antiproletaria e della propaganda controrivoluzionaria.
L’accendersi di una lotta che dà luogo a tragici episodi non si giudica da noi col dare sanzioni o rifiutarne. Le nostre responsabilità risultano chiare dalle nostre dichiarazioni programmatiche. Pel resto, noi vediamo riconfermata la grande verità storica proclamata dal comunismo, che alla situazione non v’è altra uscita che la vittoria rivoluzionaria dei lavoratori in un nuovo ordine veramente civile, o l’infrangersi di ogni forma di convivenza sociale in un ritorno alla barbarie più tetra.
La borghesia piuttosto che scomparire dalla storia vuole la generale rovina della società umana. Le bande bianche, che si formano per spezzare l’avanzata emancipatrice dei lavoratori, lavorano per questa seconda tenebrosa soluzione. Noi speriamo e crediamo che saranno spezzate dalla forza cosciente del proletariato, ma anche se ciò non fosse, in nessun caso esse salveranno dalla rovina finale il fradicio ordinamento borghese.
Il proletariato milanese non deve dunque in questi momenti lasciarsi impressionare dall’abile messa in scena di un simulato cordoglio da volgere in odio contro i lavoratori ed in sopraffazioni del suo movimento. L’avversario non deve avere la soddisfazione di vederlo associarsi alle sue attitudini di ipocrisia, il che sarebbe la prima tappa della via di prepotenze che si propone.
Si facciano dunque i funebri delle vittime. Noi saremo estranei ad una manifestazione, cui si dà artatamente un carattere antiproletario, e colla quale si vuole ancora una volta realizzare una solidarietà di classe che cela l’agguato e la libidine di dominio della classe privilegiata. Ma se la manifestazione farà un passo salo sulla via dell’aggressione al proletariato e ai suoi istituti, dell’oltraggio alle nostre e vostre idealità rivoluzionarie, allora, lavoratori milanesi, risponderemo con tutta la nostra e la vostra energia. Il piano dei controrivoluzionari non dovrà riuscire. Il proletariato milanese, non dimentico del suo passato, sarà al suo posto per difendersi, per difendere l’onore della sua rossa bandiera, le sorti dell’offensiva di domani, con cui prenderà il suo posto tra i compagni d’Italia e del mondo nella vittoria della rivoluzione sociale.
Il Comitato Esecutivo del Partito Comunista
La Federazione Provinciale Comunista Milanese
La Sezione Comunista Milanese
Il Comitato Esecutivo della Federazione Giovanile Comunista d’Italia
La Federazione Provinciale Giovanile Comunista
Il Fascio Giovanile Comunista Milanese.
Résolution de la Ligue des Communistes internationalistes sur la IV Internationale
MOUVEMENT COMMUNISTE INTERNATIONAL
Résolution de la Ligue sur la nouvelle orientation de l’opposition
La fraction a établi, sur la base d’une lettre de la C.E. qui a été publiée dans le bulletin intérieur de la Ligue des Communistes Internationalistes de Belgique, une collaboration qui ne se base évidemment pas sur une identité de positions politiques. Mais la Ligue n’a pas repris à son compte les condamnations de principe (!) dont la fraction a été l’objet au sein de l’Opposition de gauche et a en outre déclaré vouloir procéder à l’élaboration d’une plateforme politique, sur la base des principes communistes sanctionnés par la révolution russe et la fondation de l’Internationale Communiste. C’est dans de telles conditions que la collaboration continue entre la Ligue et notre fraction. Nous publions la résolution de la Ligue au sujet de la IVe Internationale et qui ne concorde pas – en plusieurs points – avec la résolution de la C.E. de la fraction sur l’Internationale 2 et 3/4, publiée dans le n°1 de Bilan. Nous espérons publier bientôt la résolution qu’adoptera la Ligue au sujet de notre position sur le tournant adopté par l’Opposition de gauche. C’est seulement après qu’il sera possible d’instituer une polémique susceptible de donner des résultats concrets pour le mouvement communiste.
I Par sa participation à Paris à la conférence des partis socialistes n’adhérant à aucune Internationale, par le caractère des résolutions et déclarations qu’elle y a défendues, l’Opposition Communiste de Gauche Internationale vient de marquer un tournant important dans sa politique. Sa position en faveur de la création d’une nouvelle Internationale et de partis communistes indépendants constitue un progrès sérieux par rapport aux positions défendues précédemment. Le mot d’ordre de la constitution d’une nouvelle Internationale trouve sa justification dans l’effondrement complet de la IIIe Internationale [1] au cours de la défaite du prolétariat allemand. Cet écroulement marque une carence plus grande et plus complète que celles enregistrées au cours d’autres circonstances historiques lorsque le prolétariat mondial attendait de l’I.C. des mots d’ordre et des actes décisifs.
Aussi, si jusque maintenant la Ligue des Communistes Internationalistes avait préconisé l’organisation des communistes oppositionnels dans des organisations indépendantes travaillant à l’échelle nationale, il est manifeste qu’après la catastrophe un pas de plus doit être fait et qu’il faut proclamer maintenant ouvertement la nécessité de la création d’une IVe Internationale.
II La création d’une Internationale Révolutionnaire du prolétariat ne peut se faire à n’importe quel moment. Pour former une telle organisation, il ne suffit pas que les anciennes formations qui prétendaient remplir cette fonction aient démontré, par leur faillite, qu’elles étaient incapables de mener à terme la lutte pour la Révolution. Il faut encore que les principes sur lesquels prétend se baser cette Internationale aient trouvé, dans l’action ouvrière, tant à l’échelle nationale qu’internationale, certains points d’appui. Toute tentative de former une organisation internationale tant que des fractions importantes ne se soient soudées aux principes de cet organisme, est nécessairement vouée à un échec certain. La nouvelle Internationale Communiste qu’il s’agit de créer est conditionnée par la renaissance du communisme dans les prolériats d’au moins un des principaux pays industriels.
Il ne s’agit donc pas, pour l’instant, de proclamer la IVe Internationale, mais de commencer le travail de clarification idéologique et de propagande communiste indispensable pour préparer sa création dans d’autres circonstances.
La défaite douloureuse du prolétariat allemand, la situation en Autriche, donnent à ce travail un caractère d’urgence. L’écrasement du prolétariat dans ces pays a augmenté la force de la réaction capitaliste dans le monde entier et il importe donc de ne pas perdre un seul instant pour donner au prolétariat l’arme indispensable à ses victoires. D’autre part la faillite de la IIe et de la IIIe Internationale ébranle la confiance que les travailleurs avaient mise en elles.
Il peut sembler que ces circonstances rendent superflue la remise de la création de la nouvelle Internationale jusqu’à ce que la classe ouvrière y soit réellement préparée. Ce point de vue là est faux. Toute action prématurée ferait plus de tort que de bien. Un nouvel échec après ceux déjà si nombreux enregistrés dans les années passées, ruinerait pour longtemps l’idée de l’action internationale révolutionnaire du prolétariat.
III La Ligue des Communistes Internationalistes souscrit à la déclaration de l’Opposition de Gauche à la Conférence de Paris (Vérité, n°170) qui dit “que l’unité de la classe ouvrière ne peut être atteinte par une mixture des conceptions réformistes et révolutionnaires”. La manière qui fut celle de la Conférence de Paris peut précisément conduire à une mixture des conceptions réformistes et révolutionnaires. Il est bien entendu que la Gauche Communiste non seulement ne peut se refuser, mais doit encore prendre l’initiative d’une confrontation approfondie de son programme avec les formations venues de la IIe Internationale ou des groupements socialistes qui, depuis longtemps, vivent en marge d’elle. Mais d’un autre côté, il est impossible de voir la Gauche Communiste continuer à ignorer les oppositions communistes qui, au cours des dix dernières années, se sont détachées de l’I.C.
Bon nombre d’entre elles ont participé à la création de l’Opposition Internationale de Gauche. Avant de chercher à s’unir à des socialistes de gauche, l’Opposition Internationale de Gauche doit faire un effort pour unifier ces organisations. La constitution d’une Opposition Internationale unifiée serait un progrès sérieux et formerait un appoint considérable et tout à fait heureux pour entamer une confrontation d’idées avec les groupements venant de la Social-démocratie.
Il va sans dire que même limité aux cadres oppositionnels, le regroupement ne peut pas aboutir à une confusion des principes ou des liaisons sans principes. Pour ne citer qu’un exemple, il semble bien difficile d’arriver à un accord avec les brandlériens aussi longtemps qu’ils tiennent à leurs idées fausses sur la non-culpabilité du Parti Communiste Russe dans l’effondrement de l’Internationale.
N’empêche qu’une confrontation générale et systématique des programmes des différents groupes oppositionnels doit se faire. En France, aucun des groupes communistes ne pourrait être exclu de cette confrontation. A cet effet, la Gauche Communiste Internationale devrait adresser aux groupements adhérant à l’ancienne Communauté de Travail de Berlin, au Cercle Communiste démocratique, à la Fédération Indépendante de l’Est, un appel, ainsi qu’aux autres groupements de ce genre. Une revue internationale de discussion devrait être crée, englobant des représentants de ces organisations. Cette discussion servirait de préparation à la réunion d’un Congrès international des groupements communistes.
IV En Belgique, l’obstacle à la réunion des deux tronçons du communisme de gauche se trouve être levé par la nouvelle orientation de l’Opposition Internationale de Gauche. La fusion entre la section de l’Opposition et la Ligue peut être opérée immédiatement si un accord intervient pour considérer, comme première tâche de la nouvelle organisation unifiée, l’élaboration d’un programme résumant les principes généraux du communisme international et traçant les directives principales pour l’action révolutionnaire dans le pays.
Comme seule limite à la discussion qui précédera l’élaboration de ce programme est posée celle de rester dans les cadres des enseignements du communisme international, tel qu’il résulte de la révolution russe d’octobre et concrétisé par la partie des travaux des quatre premiers Congrès de l’I.C. qui se rapportent aux principes généraux, sans faire une obligation de l’acceptation des règles tactiques qui y furent élaborées.
La même restriction doit être faite pour les travaux de l’Opposition Communiste de Gauche dont la partie principielle doit faire partie intégrante du capital idéologique du communisme rénové, alors que la partie tactique ne peut être considérée comme obligatoire.
V La levée de la part de l’Opposition de Gauche à l’obstacle à la fusion ne signifie pas qu’il n’y a plus de divergences entre les deux organisations. Ces divergences subsistent et s’expriment le plus nettement à l’heure actuelle dans la façon différente d’envisager la voie à suivre pour arriver à la constitution d’une véritable Internationale révolutionnaire. Ces divergences doivent trouver leur solution dans une confrontation permanente de la théorie et de l’action.
Afin de réaliser cette confrontation et d’arriver à sa solution définitive dans un sens ou dans l’autre, il sera garanti aux diverses tendances le droit d’expression le plus complet, y compris celui pour les camarades de ces tendances de se réunir pour présenter les documents qu’ils croiraient nécessaire de devoir présenter.
(Adopté à la réunion nationale des groupes de la Ligue des Communistes Internationalistes, le 24 septembre 1933)
Un révolutionnaire mou, hésitant dans les questions théoriques, borné dans son horizon, justifiant son inertie par la spontanéité du mouvement de masse, plus semblable à un secrétaire de trade-union qu’à un tribun populaire, sans un plan hardi et de grande envergure qui force le respect de ses adversaires, un révolutionnaire inexpérimenté et maladroit dans son métier (la lutte contre la police politique) est-ce là un révolutionnaire ? Non, ce n’est qu’un misérable et grossier manouvrier. Que l’on ne s’offense pas de notre épithète en ce qui concerne l’impréparation, je me l’applique à moi-même le premier. J’ai travaillé dans un cercle qui s’assignait de vastes tâches et, comme tous mes camarades, je souffrais de sentir que nous n’étions que de grossiers manouvriers à ce moment historique où une organisation de révolutionnaires eût suffit pour retourner en Russie.
Lénine (Que Faire ?)
Roosevelt au gouvernail
La grande manoeuvre que le capitalisme américain développe depuis près de neuf mois, et que l’on a intitulée, improprement, “Expérience de Roosevelt” parce-que l’élection de celui-ci s’est faite surtout sous le signe de la lutte générale pour le redressement économique, a donné lieu à trois interprétations essentielles :
La première, celle du capitalisme : les États-Unis, écrasés sous le poids des antagonismes croissants, doivent opérer une concentration de toutes leurs forces pour trouver une solution à la crise, pour le salut du monde capitaliste.
La seconde, émanant de la social-démocratie internationale : Roosevelt fait de “l’économie dirigée”, du Socialisme d’État, mûrissant les conditions qui doivent permettre aux “socialistes” de conquérir “pacifiquement” et progressivement les rouages essentiels de l’État.
La troisième, que nous partageons : l’approfondissement des contradictions particulièrement significatives aux États-Unis, l’intensité de la crise économique qui y sévit conjuguée avec le chômage et la misère de millions d’hommes, amoncellent les menaces de conflits sociaux redoutables que le capitalisme américain doit dissiper ou étouffer par tous les moyens en son pouvoir.
Avant d’analyser la réponse des faits et de tirer les conclusions, il convient d’examiner rapidement les principales manifestations de la crise aux États-Unis.
1. Production industrielle
La quantité de houille extraite est tombée, à fin 1932, de 41 % par rapport à 1929. La production de la fonte enregistre une baisse de 80 % pour la même période et l’acier, 75 %. Le niveau de la production de ces trois matières essentielles est ramené à celui de 1900.
En 1929, il y avait en activité 157 hauts-fourneaux ; il en reste encore à feu, à fin 1932, 42. L’industrie sidérurgique travaille encore à 14 % de sa capacité, au début de 1933.
Les indices de la production industrielle totale indiquent, par rapport à la production de 1929, une régression atteignant, en mars 1933, pour la production totale, 49 % ; pour les automobiles, 80 % ; pour le textile, 32 %. En 1928, la part des États-Unis dans la production industrielle mondiale était de 44,8% ; en 1932, elle est ramenée à 34,5%. Au contraire, l’Angleterre voit sa part dans la production mondiale passer de 9,3 en 1928 à 11,2 en 1932. La part de l’URSS passe de 4,7 à 14,9 pour la même période.
L’utilisation très incomplète de la capacité de l’appareil de production provoque l’arrêt presque total des investissements de capitaux : l’émission d’actions, qui se chiffrait à 5924 millions de dollars en 1929, n’est plus que de 20 millions de dollars en 1932.
2. Production agraire
La crise agraire constitue un facteur important du désordre économique aux États-Unis. Elle se rattache à des causes qui sont surtout d’ordre mondial :
a) la surproduction : après la guerre, les E.-U., le Canada et l’Australie augmentèrent leurs emblavements, conséquence des besoins accrus de l’Europe dévastée et de la carence des producteurs russes et roumains ; le Canada a, en 1929, augmenté ses cultures de blé de 150 % par rapport à la période 1909-1913 ; l’Australie, de 85 %, et les États-Unis, de 30 % ;
b) l’amélioration des méthodes de culture : par l’extension de la motoculture, conséquence du développement capitaliste agricole ;
c) les ciseaux de prix, prennent aux États-Unis une importance particulière du fait que la chute des prix des produits agricoles est plus accentuée que celle des produits industriels, ce qui aggrave la situation du petit fermier ; en août 1932, le fermier reçoit pour ses produits 9 % de moins qu’en 1914 ; par contre, il paye les produits industriels 43 % de plus ;
d) les frais élevés de vente, de manutention, et de distribution des produits agricoles imposés par les intermédiaires, le coût plus élevé des frais de transport et des baux de fermage, et les charges hypothécaires qui écrasent le petit paysan. 25 % des fermes sont hypothéquées de plus de la moitié de leur valeur : 800 000 fermiers ont été saisis en 1932.
Cependant l’Europe rétablit sa production de blé au niveau de 1913 et même la dépasse au moyen de l’intensification des cultures, de l’augmentation des terres emblavées et cela grâce à la politique protectionniste et des contingentements.
Aux États-Unis, le Gouvernement finance les stocks, favorisant le maintien de prix artificiels et encourageant la production. Les stocks mondiaux augmentent au 31 juillet 1932 de 163 % sur juillet 1926 ; par contre, la consommation intérieure décroît fortement par suite de l’intensification du chômage et de l’effondrement du pouvoir d’achat des masses. C’est la chute des prix : sur le marché mondial les prix tombent au-dessous du prix de revient ; en août 1931, le boisseau de blé se vend à Chicago à 48 cents, prix le plus bas enregistré depuis 25 ans ; si on déduit tous les frais, il reste au paysan américain 20 cents par boisseau pour le blé d’hiver, lui permettant d’acheter tout juste 2 paquets de cigarettes. Le blé “Norhern n°1” lui rapporte 16 cents et demi et le “n°3”, 8 cents ; en juillet 1932, le prix du blé de la meilleure qualité est de 59 cents.
3. Le commerce extérieur
L’année 1932 marque une formidable régression sur 1929, atteignant, pour les importations, 70 % (26 % sur 1913). Les exportations baissent de 70 % (35 % sur 1913). En tenant compte de la baisse des prix, la régression du commerce total est de 52 % sur 1929, et tombe en réalité au niveau de 1905-1910. La balance favorable se réduit de plus en plus : le pourcentage de la valeur des exportations, par rapport aux importations, tombe de 125,5 en 1930 à 72,3 en avril 1933, en 1913 il était de 138,5. La part des États-Unis, dans le commerce mondial, qui était de 15,4 en 1928 n’est plus que de 12,4 en 1932. Par contre, la part de l’Angleterre passe de 14,8 à 15,4, reconquérant ainsi la première place grâce à l’abandon de l’étalon-or en 1931 et à l’accord d’Ottawa. La part des exportations des États-Unis, dans le commerce mondial, en 1928 était de 17,7 %, elle est de 14,7 % en 1932. L’Angleterre, de 12,4 % ne recule qu’à 11,8 %. Pour l’Amérique, les conditions de lutte pour les débouchés s’aggravent ; elle s’efforce d’améliorer sa position sur les marchés sud-américains : Argentine, Brésil, Chili, Colombie, Bolivie, Mexique, Cuba et d’y supplanter l’Angleterre, par sa puissance financière. Les placements des USA en Amérique du Sud équivalent à peu près à ses placements en Europe et se dirigent surtout vers l’Argentine où ils s’effectuent principalement dans les entreprises privées et les services publics.
Afin de parer à l’approfondissement de son déficit commercial, le capital américain accentue sa politique protectionniste. Les tarifs sont relevés dans des proportions telles qu’en dépit de la baisse sensible des recettes douanières, le coefficient de protection passe de 13,8 en 1929 à 20,4 en 1932.
L’effondrement de toute l’activité économique se traduit par une misère croissante de la classe ouvrière. L’organisation de l’assurance-chômage est inexistante ; les chômeurs dépendent de la charité privée (Armée du Salut) et leur nombre peut être estimé à fin 1932 approximativement à 15 millions. New-York seul en compte 1 600 000. Le pourcentage des ouvriers occupés, si l’on prend 100 comme base pour 1923-1925, est, en décembre 1929 pour toutes les industries, de 101,1 et en mars 1933, de 56,7. Dans l’industrie automobile, ces pourcentages sont respectivement de 114,3 et de 43,9. Le revenu annuel des fermiers, de 12 milliards de dollars en 1929, descend à 5 milliards en 1932 : leurs dettes s’élèvent à 15 milliards de dollars. En 1932, on a relevé plus de 3000 faillites par mois. Le passif global des entreprises ayant fait faillite en 1931 s’élève à près de 2 milliards et demi de dollars, soit à l’époque, 64 milliards de francs français.
La fortune nationale qui atteignait, fin 1929, 362 milliards de dollars, soit 3 000 dollars par habitant, n’est plus que de 247 milliards à fin 1932 ou 2 000 dollars par habitant.
La situation des finances publiques reflète évidemment la déconfiture générale. La dette publique intérieure atteint plus de 21 milliards de dollars à fin 1932, ce qui représente environ 10 % de la fortune nationale.
Les créances de guerre sur l’Europe constituent un facteur important du budget américain. A fin décembre 1932, la dette totale encore recouvrable sur l’Europe se monte à plus de 20 milliards de dollars, soit au pair : 522 milliards de francs français. La quote-part de l’Angleterre est de 48 % ; de la France, 31 % ; de l’Italie, 12% et de la Belgique, 3,5 %. Le moratoire Hoover (été 1931) ayant suspendu les paiements de l’Allemagne et la question des réparations ayant été liquidée en été 1932 (Lausanne), les débiteurs européens ne peuvent plus acquitter leurs dettes envers l’Amérique en se rattrapant sur l’Allemagne. D’autre part, la baisse mondiale des prix a alourdi le poids relatif des dettes qui, de plus en plus difficilement, peuvent s’acquitter en marchandises. La carence de l’Europe, facilitée par le protectionnisme effréné des États-Unis (droits Hoover), se greffe sur la crise de la production et des échanges et place les États-Unis devant de redoutables difficultés.
LES PALLIATIFS DE HOOVER
Dans sa tentative d’opérer un redressement du capitalisme, Hoover adopte un programme composé de trois facteurs essentiels : la protection du marché intérieur par l’établissement d’un tarif de droits ; le maintien de l’étalon-or ; l’extension des crédits.
A la suite du krach bancaire de 1929, signal de la crise générale, un courant pousse toutes les valeurs (titres, créances, dépôts, marchandises) vers l’effondrement, leur amputation partielle ou même leur destruction totale. Hoover essaye d’endiguer le désastre menaçant. Il développe la politique d’ “argent facile” des crédits largement accordés.
Ici, indiquons succinctement le fonctionnement de l’appareil bancaire américain dont l’armature est déterminée par le Système des Réserves Fédérales se composant :
1) Des Banques Fédérales (d’émission) qui n’ont pas de rapport direct avec le public.
2) Des Banques Nationales et des Banques d’État, dites commerciales, affiliées au Système Fédéral et qui, seules, traitent directement avec le public. Elles doivent couvrir les dépôts de leur clientèle en confiant un certain pourcentage de ces dépôts (Réserves) aux Banques Fédérales. Plus ces réserves sont élevées, plus importants sont les crédits dont les Banques Commerciales disposent en faveur de leurs clients.
Hoover, par voie législative, accroît leurs facilités légales de réescompte auprès des Banques Fédérales en autorisant celles-ci à accepter certaines valeurs comme les obligations d’Etats, jusque-là exclues. Remarquons cependant que ces facilités nouvelles ne donnent pas la possibilité aux Banques Fédérales d’imposer aux Banques affiliées un accroissement des crédits privés. Ce facteur est à l’origine du conflit entre l’appareil bancaire et le Gouvernement ; conflit latent sous l’administration Hoover, ouvert et s’amplifiant avec Roosevelt.
Hoover étend le mouvement d’élargissement des crédits en créant la Reconstruction Finance Corporation, qui accorde son appui aux Banques, aux Entreprises Industrielles et Commerciales, aux Fermiers ; ces derniers obtiennent, par le financement de leurs stocks de blé et de coton, le maintien artificiel des prix.
La politique “généreuse” des crédits ne réussit pas à ranimer la production ! Les actifs bancaires restent “gelés” et continuent à se déprécier. La réaction des déposants, menaçant d’écroulement toute l’armature financière, aboutit au krach bancaire de février 1933.
LA POLITIQUE DE ROOSEVELT
L’intention primitive de Roosevelt vise un assainissement des banques par une large amputation des dépôts. Mais c’est aller au-devant d’une faillite de tout le système bancaire ; ainsi, le programme “déflationniste” ne se traduit-il que par des mesures de compression budgétaires : réduction du “bonus” des vétérans et des traitements des salariés d’État.
C’est alors que Roosevelt sort son programme dont les objectifs essentiels sont :
1) L’appui aux banques pour libérer leurs avoirs immobilisés ;
2) La hausse des prix au niveau de 1926 ;
3) L’allègement de l’économie du poids considérable des dettes, qui doit résulter de la hausse des prix, conséquence de la baisse de la monnaie ;
4) Une intervention accrue de l’État dans le domaine économique : la “codification” de l’industrie et l’ “aide” à l’agriculture ;
5) L’augmentation des capacités de concurrence sur le marché extérieur (lutte contre l’Angleterre et le Japon).
Les deux principaux moyens utilisés pour la réalisation de ce programme sont : l’abandon du dollar gagé sur l’or et la N.R.A.
Toute la stratégie de Roosevelt s’appuie principalement sur la manoeuvre monétaire qui a pour fonction “d’amorcer” la reprise. L’abandon de l’étalon-or ne se justifie nullement par des nécessités techniques (le pourcentage de la couverture or est de près de 50 % en mars 1933) mais correspond à une volonté de dépréciation consciente et systématique du dollar. Cela se traduit par le vote d’une loi donnant à Roosevelt la faculté d’émettre des billets jusqu’à concurrence de 3 milliards de dollars et de réduire la valeur du dollar de moitié.
Hausser les prix, accroître le pouvoir d’achat par la multiplication des “signes monétaires”, tels sont les buts. La “création” de ces signes devient ainsi synonyme de production de valeurs nouvelles, d’accroissement des richesses !!! On exhume la vieille théorie “quantitative” de la monnaie qui veut que ce soit le volume de la monnaie en circulation qui détermine la valeur des marchandises alors qu’au contraire nous pensions jusqu’ici que la valeur des marchandises était représentée par la valeur du travail qu’elles contiennent.
Voilà donc une excellente occasion de réexaminer le caractère et la fonction de la monnaie : sur son caractère, Marx nous a déjà indiqué que “l’or ne joue le rôle de monnaie vis-à-vis des autres marchandises que parce-que, auparavant, il s’y opposait déjà comme marchandise” et aussi que “parce-que, dans certaines fonctions déterminées, l’or peut être remplacé par de simples signes de lui-même, on se figure qu’il n’était lui-même qu’un simple signe” (“Capital”, vol. I).
L’or, comme monnaie, a deux fonctions : a) il est mesure des valeurs parce-que, avant tout, il est une marchandise représentant du temps de travail matérialisé ; sa valeur est donc variable comme celle de toute autre marchandise. (Par exemple : 1,5 g or = 10 heures de travail = un boisseau de blé).
b) Il est aussi étalon des prix, parce-que, comme unité de mesure et de compte (conventionnelle), il représente un poids déterminé de métal invariable, subdivisé en parties aliquotes ! Dans cette fonction, l’or rend toujours le même service quelle que soit la variation de sa valeur : une dixième partie de l’unité ne modifie pas son rapport à l’unité (1,5 g or = 1 dollar = 100 cents).
Le prix d’une marchandise exprime, par conséquent, deux choses : a) sa grandeur de valeur correspondant à une quantité de travail social qui s’exprime en son équivalence en or monnaie (première fonction) ; b) le multiple ou la fraction de l’unité de mesure contre quoi elle est échangeable (deuxième fonction), soit l’équation : une table = (20 heures de travail) = 3 grammes d’or = (20 heures de travail) = 2 dollars.
Une hausse réelle des prix ne peut donc se produire : 1° que par une baisse de la valeur de l’or, la valeur des autres marchandises restant constante ; 2° que par une hausse de la valeur de toutes les marchandises, la valeur de l’or restant constante. L’inverse se vérifiera en cas de baisse générale des prix.
Décider arbitrairement qu’un dollar ne représente plus 1,5 grammes d’or mais, par exemple, 0,75 g, ne change rien au fait que, par exemple, un boisseau de blé doit continuer à s’échanger contre 1,5 g d’or (la valeur, l’offre, la demande restant constantes). Il faudra deux signes monétaires dollar pour obtenir un boisseau de blé, mais sa valeur, son prix réel, n’auront pas changé. Pour m’illusionner sur la longueur d’une pièce d’étoffe, mesurant, disons, 10 mètres, je puis évidemment convenir que le mètre, unité de longueur, n’équivaut plus qu’à 50 centimètres et obtenir une pièce de 20 mètres (de 50 cm) !… C’est cependant ce genre de plaisanterie que voudraient nous faire accepter Roosevelt et ses conseillers.
La valeur, le prix réel des marchandises ne sont donc nullement fonction de la quantité des signes monétaires en circulation : les besoins en échange, en monnaie, peuvent être aisément déterminés, d’une part, par la valeur totale des marchandises existantes, et par leur vitesse de circulation, d’autre part. Pour les jongleurs de la théorie quantitative, il suffit d’augmenter le volume de la monnaie pour faire hausser les prix et inversement, d’où ce miracle, le “dollar compensé” : dollar à contenu or variant avec les prix (s’élevant en cas de hausse des prix ou s’abaissant en cas de baisse) qui semblerait détenir un pouvoir d’achat constant et conférer de la stabilité aux prix.
Voilà un exemple d’expédient auquel le capitalisme aux abois doit recourir pour duper et confondre les masses et gagner ainsi l’indispensable répit.
LE BATTAGE DE LA N.R.A.
Toute la démagogie de cette vaste manoeuvre stratégique du capitalisme peut se concentrer dans cette déclaration de Johnson, le chef de la N.R.A., l’homme de confiance de Baruch, qui est lui-même le plus puissant représentant du capital financier. “Il faut restaurer, augmenter le pouvoir d’achat du peuple. Le consommateur est essentiel pour le succès de nos efforts. SI tous les patrons se conforment aux codes, et SI tous les consommateurs effectuent des achats importants, on assistera à la reprise la plus formidable qui ait été constatée.”
Mais que signifie, en régime capitaliste, augmenter le pouvoir d’achat ? Pour la simplicité de la démonstration, nous envisageons une société purement capitaliste.
Marx a formulé comme suit la valeur de la production annuelle : capacité générale d’achat = capital constant (consommé) + capital variable + plus-value.
Le travail nouveau incorporé à cette production ou capital variable + plus-value constitue le revenu social annuel et la fraction du revenu consommé par les individus c’est la capacité de consommation représentée par : capital variable + plus-value (moins la partie accumulée).
Nous rappellerons que la production sociale se décompose en objets de production et en objets de consommation : chaque branche de l’économie, chaque entreprise constitue un marché pour les autres branches, mais en fin de compte, c’est la consommation individuelle qui détermine la consommation productive et, par conséquent, la capacité totale d’achat du marché.
Or, les nécessités de l’accumulation capitaliste ont réduit de plus en plus, dans l’ensemble du capital, la part réservée au capital variable (part du prolétariat) et à la plus-value consommable pour grandir la part du capital constant et, par conséquent, les capacités productives (capital fixe). D’où cette contradiction fondamentale : le développement des forces de production entraîne une régression relative du revenu social et de la capacité de consommation individuelle.
Le cercle vicieux se place ici : la consommation individuelle, d’une part, détermine la capacité générale d’achat, mais est conditionnée, d’autre part, par cette même capacité d’achat limitée par les possibilités d’emploi de l’appareil de production. Nous voilà au centre du problème : l’extension du marché.
Or, pour le capitalisme en général, et le capitalisme américain en particulier, le marché extérieur non-capitaliste n’offre plus, pour longtemps, de perspectives d’élargissement. Reste le marché intérieur. Sur quelles bases celui-ci peut-il se développer et entraîner la ré-activité des industries de production et de consommation ?
L’industrie des moyens de production ne peut se ranimer qu’en fonction d’une reprise de l’accumulation qui ne se justifie nullement : la capacité de l’appareil de production est utilisée à 15 % à fin mars 1933 et les sommes thésaurisées (40 milliards dans les banques) ne peuvent être attirées vers des investissements, ceux-ci n’étant pas rentables.
Les codes introduits dans l’industrie américaine contiennent des clauses qui empêchent même toutes velléités d’accumulation par l’interdiction d’utiliser de nouvelles machines. Nous constaterons plus loin, au cours de notre analyse des évènements, que l’industrie de production n’a pas réussi à progresser.
L’industrie des objets de consommation : ici, la production est conditionnée par la capacité de consommation individuelle ou capital variable + plus-value (consommée). Il va de soi qu’une modification dans le rapport de ces deux termes sera le résultat de la lutte des forces en présence (prolétariat et bourgeoisie) et il est donc inconcevable que le capital puisse librement consentir à augmenter la part du capital variable au détriment de sa plus-value.
Ainsi, la démagogie de Roosevelt apparaît clairement lorsqu’il fait appel au “patriotisme capitaliste”, lorsqu’il demande au patronat “d’escompter” les avantages futurs devant résulter d’une reprise et d’augmenter les salaires aux dépens de son profit en l’engageant à ne pas élever ses prix de vente et en lui promettant un appui financier…
Mais la seule modification du rapport entre le capital variable et la plus-value ne peut entraîner une augmentation permanente du pouvoir d’achat. Cette augmentation n’est possible que par l’accroissement absolu du capital variable, lui-même fonction du développement de la production.
Roosevelt tente d’animer celle-ci par la hausse des prix devant résulter de la chute du dollar. Il espère ainsi, par la vitesse acquise, pouvoir amener une reprise générale !
Les clauses de travail insérées dans les codes industriels et les mesures en faveur des fermiers reflètent un autre aspect des préoccupations du capitalisme américain : la nécessité d’étouffer la menace grandissante que constitue l’armée de 15 millions de chômeurs et la détresse des paysans. Réintégrer dans le processus de la production un certain nombre de chômeurs en répartissant les possibilités de travail sur un plus grand nombre d’ouvriers, tel est l’objectif concrétisé dans la fixation du maximum des heures de travail et du minimum de salaire. Nous examinerons plus loin comment ces mesures se manifestent dans les faits.
En outre Roosevelt désire s’assurer la collaboration de l’organisme qui exerce la plus grande influence sur le prolétariat, l’American Federation of Labor : les codes autorisent les ouvriers à s’organiser dans les syndicats de leur choix (ceux de l’A.F.L.).
Pour satisfaire les fermiers, Roosevelt leur promet, d’une part, la hausse des prix de leurs produits et la réduction de leurs dettes par la dévaluation du dollar, et, d’autre part, des primes pour la réduction des cultures.
Dans les codes apparaît aussi la clause de “concurrence déloyale” qui favorise le capital monopoliste et constitue une entorse à la loi des Trusts, votée antérieurement. Il faut signaler ici que le statut de chaque code est fixé par la majorité du capital de la branche en cause ; ce qui signifie que le monopole peut imposer ses vues aux petites et moyennes entreprises. Celles-ci se trouvent ainsi dépossédées, vis-à-vis des Trusts, des avantages qu’elles avaient pu acquérir au cours de la crise : la faible composition organique de leur capital leur permettrait d’abaisser plus aisément les prix de revient par une réduction plus massive des salaires. Au contraire, les Trusts voyaient leurs charges alourdies par la faible utilisation de leur capacité productive. Les codes, par le nivellement des salaires et la réduction des heures de travail (fait déjà accompli dans les grosses entreprises) affaiblissent la position des petites industries et créent les conditions propres à une plus grande concentration de la production sous le contrôle des monopoles.
ROOSEVELT DEVANT LES REALITES ECONOMIQUES
L’expérience débute par un mouvement d’essor économique qui suit immédiatement l’abandon de l’étalon-or et qui prend un caractère nettement spéculatif. Cette reprise se poursuit en juillet. Soulignons cette coïncidence : les réserves de produits manufacturés ont été fortement entamées par quatre années de crise ; les perspectives d’inflation et de hausse des prix fournissent précisément la possibilité de rétablir ces réserves à un niveau normal et dans des conditions apparemment avantageuses.
La production reprend, le commerce de gros et le commerce de détail passent des commandes. Mais, ce qui importe, ce n’est pas d’augmenter la production et d’accumuler les stocks, mais de trouver des possibilités d’écoulement. Or, l’activité industrielle et du commerce de gros se maintient à un niveau supérieur à l’élargissement de la consommation qui s’accroît, cependant, dans une certaine mesure : il se produit le phénomène qui accompagne toute période de dépréciation monétaire : la fuite vers les “valeurs réelles” ; les détenteurs d’argent, les thésauriseurs convertissent leurs dollars – devenus du “papier” – en marchandises, titres, monnaies étrangères, même si ces achats ne correspondent pas à des besoins immédiats. Cependant, cette transformation du pouvoir d’achat latent en pouvoir d’achat actif ne suffit pas.
Du côté des producteurs agricoles, nous voyons que le premier palier de dépréciation du dollar a provoqué, d’avril à juillet, une hausse sensible des principaux produits de l’agriculture. Le prix du blé, par exemple, passe de 65 cents le boisseau (13 litres), à la mi-avril, à 105 cents à la mi-juillet, soit 61 % de hausse (il valait 180 cents en décembre 1925) ; le prix des produits agricoles, de 40 en mars, passe à 60,1 en juillet.
Nous voyons aussi que le rapport entre l’indice général des prix et l’indice des produits agricoles se modifie en faveur du second : les ciseaux des prix ont tendance à se refermer.
Le pouvoir d’achat des paysans s’accroît d’environ 30 %. L’avantage acquis en juillet est d’ailleurs déjà reperdu en octobre.
Si on sait que la classe paysanne ne constitue qu’un peu plus d’un cinquième de la population active (10,5 millions sur 48 millions), on tire aisément la conclusion que les espoirs d’extension du marché de ce côté sont limités.
Et puis, que signifie une augmentation du prix des produits agricoles si elle ne se traduit pas par un développement des possibilités d’écoulement ? Or, quelle est la fraction de la population qui peut consommer beaucoup de blé, de viande, de beurre, de coton, sinon la classe ouvrière ? Et que constatons-nous ? :
La N.R.A. A fixé le salaire hebdomadaire minimum à 12 dollars dans le Sud et à 13 dollars dans le Nord, mais ce minimum devient un maximum du fait qu’il n’est pas stipulé le nombre d’heures minima par semaine : un ouvrier qui travaillait précédemment 48 à 54 heures par semaine, ne travaille plus que 35 à 40 heures ; le salaire horaire est augmenté, mais le salaire global est inférieur à celui payé précédemment, s’élevant à 16,71 dollars.
Les ouvriers spécialisés sont licencié et repris aux conditions du salaire de base : le travail est intensifié : dans le textile, les ouvriers servent 40 métiers au lieu de 8 ou 12. La réintégration des chômeurs s’effectue ainsi au détriment des ouvriers restés au travail et les statistiques, même optimistes sur le chômage permettent de conclure qu’il n’y a pas d’augmentation absolue de la capacité de consommation des masses ouvrières !
Nous constatons que, de mars à juin, l’augmentation de la production est de 42 %, mais les ventes des petits commerçants n’augmentent que de 19 %. En août 1933, le commerce de gros s’élève de 52 % par rapport à août 1932, par contre, les ventes des grands magasins de New-York, par exemple, s’accroissent de 8,5 % seulement. En juin et juillet, la production est supérieure de 40 % à la consommation.
Les petits commerçants sont surchargés de marchandises, mais les fabricants et les gros commerçants accroissent leurs profits en élevant leurs prix avant l’augmentation des prix de revient.
De mai à juillet, les prix de gros haussent de 14 % et les prix de détail de 7 % seulement.
Ce décalage ne peut signifier qu’une chose : que la rupture entre l’offre et la demande ne s’est pas faite vers cette dernière, que les ventes au détail ne s’accroissent pas suffisamment pour permettre aux petits commerçants d’adapter leurs prix, et à la dépréciation monétaire, et aux prix imposés par le gros commerce.
D’autre part, la hausse des prix, qui reste nominale et spéculative, ne compense nullement la dépréciation du dollar. Les prix en or baissent, d’où cette prime à l’exportation qui n’est autre que ceci : que sous un régime de dépréciation monétaire, les marchandises exportées s’échangent contre moins d’or que précédemment : cette fameuse prime au change n’est, somme toute, qu’une perte au change.
De février à juin, l’indice des prix or a baissé de 80,1 à 77,1, alors que les prix en dollars papier ont monté de 80,4 à 94,4.
La vaste campagne de Roosevelt pour la hausse des prix qui doit entraîner l’augmentation du pouvoir d’achat des masses n’est qu’un leurre : un mouvement nominal des prix ne peut entraîner qu’une modification momentanée dans la répartition du pouvoir d’achat entre les classes sociales et non un accroissement de ce pouvoir d’achat.
Nous avons maintenant à déterminer les caractéristiques du développement de la production :
L’industrie de base, la sidérurgie progresse comme suit : en février 1933, elle travaille à 14 % de sa capacité ; en juin elle travaille à 46 % et en juillet, à 59 %.
Pour les sept premiers mois de 1933, la production correspond à 31 % de la capacité, contre 22 % pour les sept premiers mois de 1932.
La consommation de l’acier se répartissait en 1932, principalement entre le Bâtiment (21 %), l’Industrie de l’Automobile (17 %), les Chemins de fer (12 %), la Construction des chaudières (11 ½ %), le Pétrole (8 ½ %).
Or, actuellement, nous constatons que l’industrie du bâtiment travaille à 15 % de la moyenne de 1920-1930. Les dépenses pour la construction en juillet 1933 sont inférieures de 33 % à celles de juillet 1932.
Les commandes d’acier de construction pour le deuxième trimestre de 1933 sont inférieures de 15 % à celles du premier trimestre 1933 et les consommations du premier trimestre 1933 sont en diminution de 8 % sur celles du premier trimestre 1932.
L’industrie automobile a été le pivot de l’augmentation de la demande d’acier. A fin juin 1933, sa production s’élève à 58 % de la moyenne de 1927 à 1930 contre 10 % en mars dernier.
On évalue cette production pour 1933 par une augmentation de 25 % sur 1932, mais elle atteindra seulement un tiers de la production de 1929.
Les chemins de fer, qui consomment des aciers lourds, font peu d’achats, l’équipement étant suffisant.
L’industrie de la Construction des Chaudières a vu sa production se développer par les commandes de l’Industrie de la Bière.
Dans l’agriculture ne s’effectue aucun achat et la fabrication de l’outillage agricole des tracteurs est à peu près arrêtée.
De même pour la construction des machines.
Par contre, les armements navals font de grosses commandes d’acier.
Cependant, à la phase ascendante de la production d’acier allant jusqu’à juillet, succède une phase décroissante qui ramène l’utilisation de la capacité à 31,8 % à fin octobre et, actuellement, à 23 %, ce qui laisse prévoir une accumulation de stocks équivalant à 50 % de la production de 1933. La destination de la production d’acier permet d’affirmer qu’il ne s’effectue pas de renouvellement du capital fixe et que le marché ne peut se développer dans cette direction.
Parmi les Industries de consommation, le Textile augmente sensiblement sa production, mais dans un sens nettement spéculatif ; cela s’explique par le désir du Capital de réaliser un surprofit que la hausse des prix permet d’escompter, mais aussi par celui de produire avant l’aggravation du prix de revient, qui doit résulter de l’application des codes et du paiement de l’impôt sur le travail du coton.
On voit ainsi les filatures travailler, en juin dernier, à 129 % de leur capacité normale de production et, en juillet, à 117 ½ %.
Par contre, les ventes au détail dans le commerce du Vêtement sont inférieures de 2 % à celles de 1932.
Nous avons vu que l’application des codes entraînait un affaiblissement de la petite et moyenne industrie. L’accroissement des frais de production ralentit, en effet, le développement de la reprise qui s’effectuait sur la base des perspectives inflationnistes.
Les ventes dans le commerce de gros et de détail reculent, d’où la campagne de la N.R.A. : “Achetez tout de suite” !
Les petits producteurs voient leur situation financière s’aggraver, leurs besoins de liquidités augmenter. Cela explique leur pression pour que la politique de l’expansion des crédits s’accentue. Roosevelt fait des tentatives pour accroître les moyens de crédit, mais cette forme d’inflation requiert le concours des banques ; or, les banques, instruites par les expériences de 1929 et de mars 1933 qui ont failli amener leur écroulement, font la sourde oreille en dépit des objurgations des agents de Roosevelt de “se montrer chic”. Le gouvernement dit aux banquiers : “Faites du crédit, et l’économie s’améliorant, vos débiteurs seront sains”.
Les banques répondent : “Nous ne pouvons faire du crédit qu’à des débiteurs actuellement sains”. L’instabilité monétaire ne les incite non plus à transformer leurs disponibilités en valeurs fixes ; elles préfèrent que ce soient les organismes gouvernementaux qui se chargent de ces peu alléchantes opérations. Cette politique d’abstention peut aussi constituer un appui aux monopoles pour accentuer la concentration industrielle : l’ensemble des dépôts qui égale dix fois le total de la monnaie en circulation, permet de mesurer l’influence considérable que les banques peuvent exercer sur la circulation et les échanges. Le refus du concours bancaire entraîne pour l’État la nécessité de créer ses propres organismes de financement des crédits (c’est tout ce que demandent au fond les banques) chargés d’effectuer des avances jusqu’à concurrence de 1 milliard de dollars sur les actifs bloqués, de libérer les dépôts des banques fermées, de garantir les autres, de faire acheter par les Reserve Banks (d’Emission) des fonds publics.
Il s’ensuit une augmentation considérable des charges de l’État, la diminution des disponibilités du Federal System. Le crédit de l’État est menacé par les banques qui convertissent de gros paquets d’obligations à long terme du Gouvernement en Bons du Trésor et en certificats à échéance rapprochée, entraînant une baisse des Fonds Publics. De plus, deux milliards de dollars fuient à l’étranger.
Ajoutons que les dépenses pour les tentatives de redressement économique atteignent déjà plus de 15 milliards de dollars en crédits, avances, primes de toutes espèces.
Signalons ici que les dépenses engagées par le gouvernement fédéral en fonction du programme des Travaux Publics (programme qui, en ce moment, paraît occuper une grande place dans les préoccupations de Roosevelt), ne peuvent jouer qu’un rôle minime dans l’ensemble de l’économie américaine, si l’on se rappelle que le revenu national atteint 40 milliards de dollars en 1932. Mais le volume de ces dépenses peut cependant atteindre des limites, telles que les perspectives d’inflation s’en trouvent considérablement élargies.
Le courant inflationniste, déjà, s’amplifie, sous la pression de la multitude des débiteurs qui croient y voir leur salut : les fermiers, qui avaient vécu d’espoirs jusqu’en juillet, voient leurs illusions s’effriter : la chute des prix agricoles (l’index tombe de 60 en juillet, à 55,5 au début de novembre), la hausse des produits industriels, entraînent une diminution de leur pouvoir d’achat de 17 % par rapport à juillet. D’autre part, on enregistre l’échec des tentatives de contrôle de la production cotonnière, égale à celle de 1932, en dépit d’une réduction de 17 % des surfaces cultivées. Le rendement de l’acre est estimé à 208 lbs pour 1933, alors que la moyenne des dix dernières années était de 167 lbs. Naturellement, les fermiers se sont bornés à abandonner les terres les moins productives et les indemnités d’abandon qu’ils ont touchées ont servi à l’achat d’engrais pour l’amélioration des emblavements conservés.
L’agitation agraire se traduit en grèves des producteurs, pour faire pression sur le gouvernement, mais Roosevelt refuse d’imiter Hoover dans sa politique de financement des récoltes, qui s’est révélée désastreuse. Il consent tout au plus à consacrer quelques millions de dollars à l’achat de blé destiné aux chômeurs !
La nouvelle orientation que Roosevelt donne à la politique monétaire à la fin d’octobre (achats d’or) s’explique fort bien par la nécessité de calmer les fermiers en continuant à leur promettre la hausse des prix.
En attendant, la situation, notamment dans l’industrie, s’aggrave : d’une part, les prix de revient ont haussé de 25 à 30 % ; d’autre part, par suite du large déséquilibre subsistant entre la production et la consommation, les prix de vente n’ont pas suivi la dépréciation du dollar (17 % contre 37 % au dollar). L’index des prix est à 71 contre 100 en 1926, ce dernier chiffre étant l’objectif que Roosevelt s’était fixé.
Le bulletin d’octobre de la Federal Reserve avoue : “Le ralentissement de l’activité industrielle au cours de ces derniers mois s’est manifesté surtout dans les industries qui avaient bénéficié auparavant de l’expansion la plus rapide. Il est également sensible dans les industries où les impôts de transformation et des Codes ont été mis en application récemment“.
L’index de la production, de 92 en juillet, redescend à 66 au début de novembre et retombe ainsi presque au niveau de la même période de l’année 1932.
L’agitation ouvrière s’est amplifiée dans des proportions que Roosevelt n’avait certes pas prévues. Les clauses insérées dans les codes, qui apparaissaient comme des avantages, des concessions accordées aux ouvriers, ont été systématiquement sabotées par le patronat. Beaucoup de patrons refusent d’entrer en pourparlers avec les syndicats (Ford et C°).
Les grèves se multiplient et s’étendent. En juillet, en Pensylvanie et en Virginie – citadelles de la puissante United Steel Corporation (Trust de l’Acier) – un mouvement englobe 75 000 mineurs et métallurgistes par suite du refus d’acceptation, par le patronat, du “Code du Charbon”. Le travail reprend au début d’août, sur la promesse de la N.R.A. de faire appliquer le code. En septembre, la grève éclate à nouveau et s’étend progressivement à 130 000 ouvriers. Le code accepté et appliqué, ne donne pas satisfaction aux mineurs : au lieu de 4,5 et 5 dollars, le tarif ne prévoit que 3,6 et 4,6 dollars dans le Nord et un salaire encore inférieur dans le Sud. Aucune garantie n’est donnée d’une quantité de travail minimum dans l’année. Par contre, l’arbitrage obligatoire est imposé aux ouvriers. A Chester, chez Ford, une grève éclate pour protester contre la réduction des heures de travail de 40 à 32 heures et parce-que les salaires sont ramenés de 20 à 16 dollars par semaine.
Johnson, chef de la N.R.A., dans un discours traitant de la question des grèves, dit : “les grèves ne doivent pas être tolérées, le capital et le travail sont à présent sur un pied d’égalité ; le travail n’a plus besoin de lutter pour sa cause puisque le gouvernement fait pour lui tout ce qui est “possible” et que les grèves, organisées par les travailleurs, menacent de détruire le mouvement ouvrier”.
Et, à un congrès de la A.F.L., il a l’occasion de déclarer : “On ne saurait non plus permettre à une organisation ouvrière de paralyser une industrie par le libre déploiement de sa puissance”. Pour Johnson, la distribution des richesses et des revenus est à présent juste ; il affirme que “le travail ne pourra jamais obtenir davantage dans le système économique actuel” (nous le savions déjà un peu). Le jugement du gouvernement dans ces questions est sensé être définitif et obligatoire. “Si le travail organisé n’est pas d’accord avec lui, il sera supprimé”.
Le masque tombe.
Avant de terminer, nous voulons signaler la dernière trouvaille de Roosevelt : la fixation du prix de l’or. Nous savons déjà ce que Marx pense lorsqu’il dit que : “parce-que l’or, comme étalon des prix, se présente sous les mêmes noms de compte que les prix des marchandises (par exemple : 1 once d’or = 20,67 dollars), on a fait naître l’étonnante notion que la valeur de l’or pouvait s’exprimer en sa propre substance et qu’à la différence de toutes les autres marchandises, il recevait de l’État un prix fixe”.
La nouvelle mesure signifie que Roosevelt a l’intention d’acheter de l’or sur des bases qu’il fixera et qui fluctueront : le cours du dollar sera “dirigé” ; mais il reste évident que c’est le dollar (papier) qui variera en fonction de l’or et non le prix mondial de l’or (celui-ci étant fixé actuellement par la Banque de France, qui a maintenu l’étalon-or et la convertibilité en or).
Par conséquent, plus le prix de l’or fixé en dollars s’élèvera, plus s’abaissera la valeur du dollar sur le marché international. Où la prétention impérialiste de Roosevelt nous paraît excessive, c’est lorsqu’il se propose de s’emparer du contrôle du marché international de l’or afin de relever les prix mondiaux (il est exact que si ceux-ci ne haussent pas, l’augmentation des prix intérieurs restera inopérante). On lui prête les projets suivants : “rectifier la répartition de l’or dans le monde ; la valeur de l’or doit doubler partout ; le dernier refuge des capitaux à court terme (pays à monnaie d’or) doit être conquis ; il faut déblayer le terrain en vue de l’adoption d’un nouvel étalon monétaire“. “Rien, dit-il, n’est davantage susceptible de répondre aux besoins de l’humanité qu’un nouveau système monétaire”. Il entend par là, évidemment, l’établissement du système de la “monnaie-marchandise” ou “monnaie-indice”, ou monnaie compensée dont nous avons parlé précédemment et qui équivaudrait à la suppression de la marchandise or utilisée comme mesure de toutes le autres marchandises. Ce serait, en fait, la disparition de la monnaie elle-même, qui ne peut se réaliser que si disparaissent aussi la loi de la valeur, le marché, et le capitalisme lui-même.
Résumons-nous : la dépréciation monétaire déclenchée par Roosevelt ne peut aboutir à une hausse réelle des prix, de la valeur des marchandises et ne peut donc, en aucune mesure accroître la richesse et le revenu nationaux ; la hausse des prix ne peut être que nominale, s’exprimant par un grand nombre de signes monétaires ; exprimés en or, les prix, au contraire, baisseront, et cette baisse provoquera celle des prix mondiaux (ce phénomène s’est produit après la dévaluation de la livre sterling).
Une hausse nominale des prix ne peut entraîner une augmentation de la capacité d’achat existante. Le seul générateur du pouvoir d’achat, c’est le TRAVAIL et le pouvoir d’achat supplémentaire correspond au travail nouveau incorporé à la production.
Aucune des mesures incluses dans l’expérience américaine et dans le cadre du capitalisme ne détermine ni ne peut déterminer, dans l’avenir, une augmentation de la capacité générale de consommation. Au contraire, les résultats acquis jusqu’ici aboutissent à une réduction de cette capacité de consommation au détriment du prolétariat industriel et agricole. Le fossé entre la capacité productive et la capacité de consommation va s’élargissant. Tel est le résultat logique de la tentative de Roosevelt.
Au début de notre étude nous avons indiqué les trois interprétations essentielles du plan de l’impérialisme américain dont l’exécution fut confiée à Roosevelt.
Le capitalisme présentait l’ensemble des mesures comme devant apporter une solution aux problèmes de la crise économique. Mais, en réalité, il s’agissait bien plus d’un battage d’estrade destiné à camoufler le plan réel du capitalisme yankee : attaque générale contre la classe ouvrière, ou mieux, préparation des conditions pour empêcher la classe ouvrière de passer au déclenchement de ses actions de classe.
Pour les problèmes économiques, Roosevelt lui-même est obligé de donner une réponse sans équivoque : après quatre années de crise, qui ont rétréci la production générale, une certaine reprise, pour la reconstitution des stocks épuisés, devait se vérifier ; il fallait lui conférer un caractère spécifiquement capitaliste.
Qu’il s’agissait d’une période occasionnelle et non d’une solution de la crise, cela est prouvé par les caractères de l’activité économique fébrile entre mars et juillet 1933. Les branches industrielles, particulièrement sensibles à la reprise industrielle de cette époque, ne sont nullement celles qui constituent l’armature même du capitalisme ; d’autre part, l’accroissement de la production de l’acier ne se dirige pas vers l’industrie du bâtiment, forme caractéristique de l’investissement capitaliste à long terme. En général, les autres branches économiques, exception faite pour celles s’occupant de la production de matériel de guerre, marquent une régression nette après juillet, même à l’égard de la production de 1932.
Par ailleurs, Roosevelt a profité de cette reprise économique contingente et passagère, pour réaliser un plan de consolidation du grand capitalisme monopoliste, par la suppression des survivances individualistes au sein du capitalisme américain, et tenter de réaliser le contrôle total de l’impérialisme financier sur toute l’économie. Mais où on pourra le mieux constater les résultats de la politique de Roosevelt et comprendre la réelle signification de toutes ses mesures économiques, c’est dans le domaine social. Par les déclarations du général Johnson, que nous avons rappelées, Roosevelt s’est assigné comme but de diriger la classe ouvrière non vers une opposition de classe, mais vers sa dissolution au sein même du régime capitaliste, sous le contrôle de l’État capitaliste. Ainsi des conflits sociaux ne pourraient plus surgir de la lutte réelle – et de classe – entre les ouvriers et le patronat et ils se limiteraient à une opposition de la classe ouvrière et de la N.R.A., organisme de l’État capitaliste. Les ouvriers devraient donc renoncer à toute initiative de lutte et confier leur sort à l’ennemi lui-même. Il est fort compréhensible que la social-démocratie, dont la fonction historique est celle d’asservir le prolétariat au capitalisme, trouve dans la N.R.A. des morceaux de socialisme et engage le prolétariat à appuyer le programme “socialiste de Roosevelt”.
Demain, et les grèves de Pennsylvanie sont là pour le prouver, si les ouvriers passent à des mouvements de classe, ils se trouveront devant le bloc qui va de l’American Federation of Labor, jusqu’à la N.R.A. et la police pourra les mitrailler au nom du programme “socialiste” de Roosevelt. Le prolétariat américain n’a pas eu, dans le parti communiste, le guide qui lui était indispensable dans cette période de quelques mois de reprise économique, pour déclencher ses mouvements de classe. Voilà pourquoi la N.R.A. lui a été imposée. Demain, les clauses des Codes du Travail seront annulées par le capitalisme. Et les ouvriers dans une situation moins favorable n’auront même pas la force d’obtenir le respect des Codes et vivront l’époque où, même au point de vue formel, la N.R.A. se sera transformée en organe d’oppression violente.
Enfin, au point de vue international et des rapports entre les impérialismes, Roosevelt peut affirmer avoir obtenu des succès effectifs. En effet, si par la dévalorisation du dollar, le capitalisme américain n’est pas encore parvenu à arracher des positions à ses rivaux, il a quand même réussi à défendre plus efficacement le marché américain contre la concurrence étrangère par le renforcement de sa politique douanière. Mais que fera de toute sa surproduction le capitalisme américain ? Roosevelt ne peut avoir d’autres vues que celles des autres impérialismes, puisqu’il lui est impossible d’écouler pacifiquement cette production à l’extérieur comme à l’intérieur, il ne peut s’orienter que vers la guerre pour essayer de conquérir d’autres marchés. Les récents événements d’Extrême-Orient et la reconnaissance de l’U.R.S.S. sont des mesures toutes pratiques et orientées dans cette direction : le demi-milliard d’habitants de la Chine est un appât de premier ordre pour les appétits des impérialismes américain et japonais : N.R.A., guerre économique, guerre monétaire, ne sont que les pionniers de la guerre de demain.
MITCHELL
C’est une illusion insensée que de croire que les capitalistes se soumettraient de bon gré au verdict socialiste d’un parlement ou d’une assemblée nationale, qu’ils renonceraient tranquillement à la propriété, aux bénéfices, à leur privilège d’exploitation. Toutes les classes dirigeante qui ont lutté, jusqu’à présent, avec la dernière énergie, pour leurs privilèges. Les patriciens romains, de même que les barons féodaux du Moyen-Age, les chevaliers anglais, de même que les marchands d’esclaves américains, les boyards valaques, de même que les fabriquants de soie de Lyon, tous ont versé des torrents de sang, enjambé les cadavres, semé les meurtres et les incendies, provoqué des guerres civiles et les trahisons d’État pour défendre leurs privilèges et leur pouvoir.
La classe capitaliste impérialiste, en sa qualité de dernier rejeton de la classe des exploiteurs, dépasse tous ses prédécesseurs en brutalité, en cynisme et en bassesse. Elle défendra son saint des saints, ses bénéfices et ses privilèges d’exploitation, du bec et des ongles par toutes les méthodes de froide cruauté, dont elle a fait preuve dans toute l’histoire de sa politique coloniale et de la dernière guerre mondiale. Elle mettra en branle ciel et enfer contre le prolétariat. Elle mobilisera les campagnes contre les villes, elle excitera les couches retardées des ouvriers contre l’avant-garde socialiste, elle organisera des massacres avec l’aide des officiers, elle cherchera à paralyser toutes les mesures socialistes par mille moyens de résistance passive, elle soulèvera contre la révolution une vingtaine de Vendées, elle invoquera pour son salut l’invasion étrangère, le fer exterminateur de Clemenceau, de Lloyd George et de Wilson ; elle préférera transformer le pays en montagnes de ruines fumantes plutôt que de renoncer de bon gré à l’esclavage salarié.
Rosa LUXEMBURG, Que veut l’Union de Spartacus ?
Le cas Calligaris
Calligaris est un des fondateurs du parti communiste italien, dans lequel il a occupé des postes de confiance dans la lutte terrible contre le fascisme. Notamment, c’est lui qui assura la rédaction du dernier journal du parti, le Lavoratore de Trieste, en face des pires dangers : le fascisme ayant déjà conquis le pouvoir. Les lois d’exception proclamées en Italie, ce révolutionnaire est condamné à la déportation où il continuer fermement à militer pour le communisme. Évadé d’Italie, il se refuse au premier abord, à voir la réalité telle qu’elle se trouvait être après la victoire du centrisme. En Italie n’avait-il pas – comme bien d’autres prolétaires – vécu dans l’espoir que, malgré l’effondrement du mouvement prolétarien dans tous les pays, il restait quand même une dernière ancre de salut : la Russie Soviétique, le pays du socialisme.
Calligaris arrive à l’étranger, il n’a pas changé d’idées, il reste attaché aux mêmes positions politiques de gauche pour lesquelles il s’était battu contre les social-démocrates, contre les fascistes, parmi les ouvriers ou parmi les déportés. Mais il ne se prononce pas sur la question de la Russie. Le centrisme veut évidemment marchander et risque le coup : Calligaris peut partir pour la Russie où la suggestion d’une vie facile, commode, la considération pour l’émigré, auront enfin raison de sa droiture politique, et il prêchera, lui aussi, le “socialisme dans un seul pays”. Mais Calligaris n’est pas une girouette de la marque des Grieco, Berti et autres, qui, arrivant en Russie, ne s’inquiètent nullement de comprendre les intérêts du prolétariat russe, mais comprennent immédiatement la politique des dirigeants centristes dont l’acceptation fournira la possibilité d’entretenir, de garder, une bonne petite place de “chef de l’appareil”.
Et Calligaris ose. Il exprime, dans les réunions de parti, son point de vue. La réponse est immédiate : tu es un contre-révolutionnaire et quand il demande à pouvoir retourner parmi l’émigration, c’est l’isolement autour de lui. Il prévient alors des camarades qu’il avait connus dans la déportation, des camarades qui appartiennent à notre fraction. Prometeo commence une campagne pour son cas. Des journaux fascistes s’emparent de l’affaire, dans le but de montrer aux ouvriers italiens que “le paradis soviétique” ne vaut pas mieux que “l’enfer fasciste”. Et le centrisme triomphe : voyez donc, le “front unique bordiguiste-fasciste », inutile de s’inquiéter, que demain l’on fasse ce que l’on voudra de Calligaris, on aura ainsi châtié un instrument du fascisme : cela prouve que le socialisme progresse malgré tous les obstacles. Dans une bien tardive réponse, les centristes italiens affirment que Calligaris aurait reçu des instructions fractionnelles avant de partir en Russie. N’est-ce pas là un chef d’accusation pour un éventuel procès ? Il est vrai que le centrisme affirme que Calligaris peut partir de Russie ; mais, alors, pourquoi lui refuse-t-on les documents nécessaires ? Est-ce pour l’obliger à demander au Consulat italien un passeport et crier ensuite au traître ? Si cela était, il n’y aurait pas de quoi se préoccuper, le révolutionnaire ne se déjugeant pas, étant obligé de posséder une carte d’identité qui lui est délivrée par l’ennemi. Mais il est aussi possible que, tout en mettant Calligaris dans l’impossibilité de partir, on lui dise « tu peux partir ». Si, par exemple, le consulat italien de Moscou refusait de lui délivrer le passeport, persuadé qu’il est de ne rencontrer aucune difficulté diplomatique de la part du gouvernement soviétique, pour qui Calligaris est un ennemi de la Russie ?
Le fait positif est celui-ci : Calligaris ne se trouve pas encore dans la possibilité de partir. D’ores et déjà, les prolétaires communistes doivent veiller sur le sort de ce militant prolétarien. Nous tiendrons nos lecteurs au courant des suites du cas Calligaris et nous comptons lancer un appel aux organisations communistes au cas où le centrisme persisterait dans son attitude équivoque.
Appel aux lecteurs et souscription
Encore une fois, nous faisons appel au soutien de tous nos lecteurs. La revue ne peut vivre que si elle reçoit le soutien de tous les communistes qui comprennent la nécessité d’un effort intense de clarification politique. Que chaque militant nous aide à diffuser Bilan, que chaque révolutionnaire fasse l’effort financier nécessaire en s’abonnant et en souscrivant. Notre fraction savait parfaitement que la parution régulière de la revue exigeait des fonds considérables en regard des ressources dont elle pouvait disposer, mais elle s’est basée sur l’esprit de sacrifice de tous les militants qui sentent la gravité des situations actuelles, qui sont prêts à faire l’effort de compréhension formidable qu’exige la préparation de la reprise des luttes de demain.
Que nos lecteurs nous aident donc par leurs souscriptions et nous secondent par la diffusion de Bilan.
La rédaction.