حزب کمونیست انترناسیونال

Comunismo 11

[RG23] Imperialismo, guerra, e rivoluzione, comunista mondiale

Esposto alla riunione di maggio 1982

Premessa

Il lavoro recentemente svolto di ricostruzione storica dei rapporti diplomatici tra le grandi potenze da Yalta in poi conteneva la tesi classica del marxismo che i rapporti di forza tra gli Stati sono fattori materiali che alla scala mondiale hanno nei rapporti di forza tra le classi un peso fondamentale che non deve essere sottovalutato pena l’incomprensione dell’attuale fase storica e dei suoi possibili sviluppi.

L’attuale polemica proprio su Yalta, assurta ormai a livello di grande politica internazionale, dimostra quanto sia stata esatta la nostra interpretazione degli anni successivi alla fine della Seconda Guerra mondiale, in applicazione proprio della suddetta tesi.

Abbiamo detto che guerra fredda e distensione sono state due facce del medesimo equilibrio scaturito dalla divisione del mondo operata a Yalta e che la fine della distensione ed il riapparire di polemiche sulla spartizione allora decisa dalle potenze vincitrici non fa altro che dimostrare l’inizio del crollo di quell’equilibrio e di conseguenza l’inizio della fase preparatoria della terza guerra mondiale. Che tale fase sia veramente iniziata, del resto, è confermato anche – ed è un fattore essenziale – dall’acutezza della crisi economica di tutto il mondo capitalista almeno dal 1975. La preparazione effettiva della risposta bellica alla crisi generale capitalistica non è indipendente dall’andamento della economia; trova anzi in quest’ultima la sua origine in ultima analisi definitiva, anche se il rapporto tra crisi economica e crisi bellica non può essere interpretato come di meccanica dipendenza.

Scopo principale che ci ripromettiamo con questo lavoro è quello di dimostrare, alla luce della nostra dottrina, l’importanza dei rapporti tra gli Stati, dando per scontata l’analisi classica dell’imperialismo di Lenin, di cui ripetiamo solo i punti essenziali. La tesi di fondo per l’esatta comprensione delle caratteristiche fondamentali dell’imperialismo consiste nell’affermazione che «l’imperialismo sorse dall’evoluzione e in diretta continuazione delle qualità fondamentali del capitalismo in generale», tesi che oggi rinnegano tutti da destra e da sinistra.

Particolarmente fetente l’opposta interpretazione kautskiana, massimo vertice raggiunto dall’opportunismo, in cui si confondono, consapevolmente o inconsapevolmente, i minimi kautskiani moderni. Kautsky sosteneva che si dovesse intendere l’imperialismo semplicemente come il prodotto del capitalismo industriale altamente sviluppato, caratterizzato dalla tendenza di ciascuna nazione capitalista industriale ad assoggettarsi un sempre più vaso territorio agrario. L’imperialismo, di conseguenza, non sarebbe altro che una politica e, magari, la “politica preferita” del capitale finanziario; dunque sarebbe possibile, sulla base dei moderni rapporti di classe, una politica di pace, compito di cui dovrebbe farsi carico proprio il movimento operaio obbligando gli Stati imperialisti a mantenere questo “bene supremo”: avremmo così l’ultraimperialismo.
 

1) Economia e politica dell’imperialismo

Il movimento operaio mondiale è tuttora avvolto nelle nebbie della ondata arciopportunista di mezzo secolo fa e non è in grado di riconoscere le vere posizioni rivoluzionarie. Non si può tuttavia negare che le tesi kautskiane sono identiche a quelle di coloro che oggi si pongono addirittura alla sinistra del movimento operaio. Per la stragrande maggioranza di questi la pace dovrebbe essere “richiesta” agli Stati imperialisti da tutti gli uomini “di buona volontà”! Nonostante lo spesso muro che tuttora separa il Partito dalla classe, non abbiamo che da riproporre le tesi rivoluzionarie, le uniche che saranno capaci di sciogliere i nodi sociali quando si riproporranno con tutta la loro carica di violenza invano repressa per decenni. Ed abbiamo oggi bisogno, e ne avremo ancora di più domani, della stessa frusta con la quale Lenin sbaragliò l’opportunismo negli anni precedenti la gloriosa vittoria di ottobre.

     «Le chiacchiere di Kautsky favoriscono un’idea profondamente falsa e atta soltanto a portare acqua al mulino degli apologeti dell’imperialismo, cioè la concezione secondo cui il dominio del capitale finanziario attutirebbe le sperequazioni e le contraddizioni in seno alla economia mondiale, mentre in realtà le acuisce (…) Kautsky ha rotto definitivamente ogni legame col marxismo, difendendo per l’epoca del capitale finanziario un “ideale reazionario”, la pacifica democrazia, il semplice peso dei fattori economici, giacché simile idea, obiettivamente, ci ricaccia indietro, dal capitalismo monopolistico al capitalismo non monopolistico, ed è una frode riformista (…) Quali che potessero essere i pii desideri dei pretucoli inglesi e del sentimentale Kautsky, il senso obiettivo, vale a dire reale, sociale, della sua “teoria” è uno solo: consolare nel modo più reazionario le masse, con la speranza della possibilità di una pace permanente in regime capitalistico (…) Inganno delle masse: all’infuori di questo non vi è assolutamente nulla nella “teoria marxista” di Kautsky» (“Imperialismo, fase suprema del capitalismo”).

L’essenziale, nella visione distorta di Kautsky e di ogni altra forma di opportunismo, è la separazione della politica dell’imperialismo dalla sua economia, la non comprensione che i capitalisti si spartiscono il mondo non perché sono diventati particolarmente malvagi, «bensì perché il grado raggiunto dalla concentrazione li costringe a battere questa via se vogliono ottenere dei profitti».

È dunque la resistenza alla legge che condanna il capitalismo alla sua inevitabile fine, la legge della caduta del saggio del profitto medio alla scala mondiale, che determina la evoluzione imperialistica del modo di produzione capitalistico. Il capitale finanziario ha mirato a suddividere il mercato mondiale in grandi spazi economici in quanto solo così è possibile ottenere, attraverso una perfezionata divisione mondiale del lavoro, un aumento consistente del saggio di plusvalore che contrasti la caduta del saggio di profitto medio. E tale scopo, effettiva base materiale dell’imperialismo, si realizza proprio attraverso la suddivisione del mercato mondiale tra poche grandi potenze in lotta continua tra di loro. Ecco dunque il legame inevitabile tra base economica e politica dell’imperialismo, ed è un legame talmente ferreo che solo la rivoluzione comunista potrà spezzare. La politica di guerra non è dunque una scelta del capitale finanziario, ne è la sua inevitabile caratteristica; non è un suo aspetto marginale, ne costituisce viceversa l’ossatura fondamentale. Così Lenin nell’Imperialismo e nella premessa alla sua edizione del 6 luglio 1920:

     «Il capitale finanziario è una potenza così ragguardevole, anzi si può dire così decisiva, in tutte le relazioni economiche ed internazionali, da essere in grado di assoggettarsi anche paesi in possesso della piena indipendenza politica, come di fatto li assoggetta (…) Il capitalismo si è trasformato in sistema mondiale di oppressione coloniale e di iugulamento finanziario della schiacciante maggioranza della popolazione del mondo da parte di un pugno di paesi “progrediti”. E la spartizione del “bottino” ha luogo tra due o tre predoni (Inghilterra, America, Giappone) di potenza mondiale, armati da capo a piedi, che coinvolgono nella loro guerra, per la spartizione del loro bottino, il mondo intero».

L’imperialismo quindi non è un particolare modo di produzione; è lo stesso capitalismo che diventa necessariamente imperialismo sviluppando le sue originarie caratteristiche dell’epoca concorrenziale. Si tratta delle caratteristiche già ampiamente anticipate da Marx ed Engels e riprese da Lenin senza nulla cambiare: concentrazione della produzione e del capitale; fusione e controllo del capitale bancario sul capitale industriale dando origine al capitale finanziario; grande importanza, alla scala mondiale, dell’esportazione di capitali, di gran lunga superiore alla esportazione di merci; esistenza di associazioni monopolistiche internazionali che sono in grado di ripartirsi il mondo in zone di influenza.

La tesi fondamentale comunista sull’imperialismo consiste dunque nell’affermazione che tra l’economia e la politica dell’imperialismo esiste un nesso inscindibile consistente nel fatto che, da un lato, lo sviluppo della concentrazione capitalistica ha come conseguenza inevitabile la caduta del saggio di profitto medio, dall’altro, il capitalismo reagisce cercando di opporvisi attraverso l’intensificazione dello sfruttamento del proletariato alla scala mondiale, cosa che può ottenere con la continua spartizione del mondo in zone di influenza tra le grandi potenze: di qui l’inevitabile politica di guerra degli Stati imperialisti.

Contro la solidità di questa tesi, come al solito, esistono due razze di detrattori: i negatori dell’economia, che vedono, alla Kautsky, nella lotta per la suddivisione del mondo solo una delle possibili politiche degli Stati imperialisti; e i negatori della politica, che vedono solo i rapporti economici, dai quali traggono meccanicamente tutte le implicazioni politiche. Non capisce la dialettica chi non comprende che i rapporti politici tra gli Stati hanno una loro sfera di autonomia. Sono deterministicamente legati ai rapporti economici, nel senso che non potrebbero sussistere rapporti duraturi di pace sulla base dell’imperialismo per le ragioni suddette, ma è attraverso i legami politici e i canali diplomatici che gli Stati decidono in che modo difendere i loro interessi particolari, in quale alleanza di Stati collocarsi, come e quando iniziare la lotta per conquistare le rispettive zone di influenza, se occorre, con le armi.

Come si spiegherebbero altrimenti scelte sbagliate di campo? E come si spiegherebbe la possibilità di soluzioni anche contraddittorie degli stessi attriti internazionali che possono andare dalla provvisoria soluzione pacifica alla immediata soluzione bellica? Perfino Lenin ha dovuto lottare anche contro questa seconda deviazione, nonostante che in quel periodo fosse di gran lunga più pericolosa la prima, quella kautskiana. Contro il secondo tipo di deviazione, che chiama “economicismo imperialistico”, Lenin si esprime senza mezzi termini, con parole di lucida chiarezza e di rovente polemica, come le seguenti:

     «Parlare del capitale finanziario e dimenticare per questo i problemi politici significa forse ragionare di politica? No, i problemi politici non scompaiono in virtù degli errori logici dell’”economicismo”. In Norvegia il capitale finanziario inglese “ha operato” prima e dopo la separazione. In Polonia il capitale finanziario tedesco “ha operato” fino alla separazione di quel paese dalla Russia e continuerà ad “operare” qualunque sia la situazione politica della Polonia. È questa una verità talmente elementare che è imbarazzante ripeterla, ma che fare quando si dimentica l’abc?» (“Intorno ad una caricatura del marxismo e all’economicismo imperialistico”).

La deviazione “economicista” sembra in apparenza meno grave di quella “ultraimperialista”, ma, a ben vedere, nelle sue false tesi si viene a dimenticare proprio il pilastro fondamentale della teoria marxista: quello che afferma che l’esercizio della violenza di classe avviene attraverso un organo specifico: lo Stato.

2) Esercizio della violenza e Stato

I piani politici dei diversi Stati non possono desumersi meccanicamente dai rapporti economici. Non è da individuare quello “più favorevole” alla rivoluzione. Ogni piano è da rigettare, le forze nemiche tutte in blocco debbono essere combattute. Lo Stato moderno è, qualunque ne sia la forma giuridica, l’organizzazione che la società capitalistica si dà per sostenere il suo modo di produzione, e cioè «una macchina essenzialmente capitalistica» (Engels), e lo è tanto più quanto più si sottomette alle forze produttive, trasformandosi essa stessa in “capitalista collettivo”.

Lo Stato, e non il solo Stato capitalista, nasce per difendere lo sviluppo delle forme economiche: ogni Stato esistito storicamente è caratterizzato da questa origine. Tuttavia, una volta che la “macchina” che esercita la violenza si è consolidata, vive di vita propria, esercita la violenza perché la funzione di sostegno dei sottostanti rapporti di classe ne richiede la sopravvivenza.

Ma, “salvo rare eccezioni”, come dice Engels, lo Stato soggiace allo sviluppo economico: è la struttura economica che determina storicamente la sovrastruttura politica e non viceversa. Magistralmente sintetizza Engels questa dialettica nell’Antidühring:

     «È chiaro quale funzione abbia la violenza nella storia, di fronte allo sviluppo economico. In primo luogo ogni forza politica è fondata originariamente su una funzione economico-sociale, e si accresce nella misura in cui, con la dissoluzione delle comunità primitive, i membri della società vengono trasformati in produttori privati e quindi vengono ancora più estraniati da coloro che amministrano le funzioni sociali comuni. In secondo luogo, dopo che la forza politica si è resa indipendente di fronte alla società, si è trasformata da serva in padrona, essa può agire in duplice direzione. O agisce nel senso e nella direzione del regolare sviluppo economico. In questo caso tra i due non esiste nessun conflitto e lo sviluppo economico viene accelerato. O invece agisce nel senso opposto, e in questo caso, salvo rare eccezioni, soggiace regolarmente allo sviluppo economico».

Quando lo sviluppo delle forze economiche porrà tassativamente la necessità del comunismo, e quando le forze sociali favorevoli a questo risultato prevarranno sulle forze ostili, concentrate negli apparati statali, l’ultima difesa sarà il tentativo di indirizzare l’esplosione di violenza sociale verso la guerra imperialista tra gli Stati, in alternativa alla guerra sociale tra le classi. Questo il processo storico che ci sta di fronte e non un ulteriore “affinamento” dei rapporti economici e politici capitalisti. Dallo Stato imperialista storicamente si passa solo al comunismo attraverso la dittatura del proletariato. Non vi saranno ulteriori evoluzioni economiche all’interno del modo di produzione capitalistico, e non vi saranno ulteriori forme di Stato capitalista dopo quello liberal-democratico equello fascista. L’imperialismo è veramente l’ultimo stadio del capitalismo. È per questo che il Partito Comunista dovrà svolgere la sua funzione rivoluzionaria in opposizione a tutti gli altri partiti.

Gli Stati capitalisti sono attrezzi idonei non solo all’utilizzo in forma potenziale della forza di cui dispongono nei periodi di “pace sociale”, ma, in maniera ancor più efficace, al suo totale spiegamento in forma cinetica allorquando l’esigenza della difesa in extremis dello Stato lo imponga. Da tempo la nostra scuola ha fissato tesi lapidarie a tale proposito:

     «Ciò che interessa è mostrare che anche in lunghe fasi di amministrazione incruenta del dominio capitalistico, la forza di classe non cessa di essere presente e la sua influenza virtuale contro i possibili scarti di individui isolati, di gruppi organizzati, e di partiti, resta il fattore dominante per la conservazione dei privilegi e degli istituti della classe superiore. Abbiamo già annoverato tra le manifestazioni di questa forza di classe, non solo tutto l’apparato statale con le sue forze armate e la sua polizia, quando anche resti con l’arma al piede, ma tutto l’armamentario di mobilitazione ideologica giustificatrice dello sfruttamento borghese, attuato con la scuola, la stampa, la chiesa e tutti gli altri mezzi con cui vengono plasmate le opinioni delle masse (…) Siamo in mano a pochissimi grandi mostri di classe, ai massimi Stati della terra, macchine di dominio la cui strapotenza pesa su tutto e su tutti, il cui accumulare senza mistero energie potenziali prelude, da tutti i lati dell’orizzonte, e quando la conservazione degli istituti presenti lo richieda, allo spiegamento cinetico di forze immense e stritolatrici, senza la minima esitazione, da nessuna parte, innanzi a scrupoli civili, morali e legali»(da “Forza, violenza, dittatura nella lotta di classe”).

Ciò vale soprattutto nei periodi di guerra tra gli Stati, come chiaramente affermato da uno dei più importanti articoli della Sinistra del PSI allo scoppio della Prima Guerra mondiale:

     «Gli Stati moderni tendono al militarismo, oltre che per contendersi l’egemonia commerciale, anche per altre ragioni che riflettono la politica interna (…) L’Austria borghese andava a gran passi verso lo sfacelo, dovuto non solo all’azione del proletariato, ma anche e forse più agli odii delle razze. Per necessità della sua conservazione statale ha assalito la Serbia. È sciocco pensare che uno Stato si lasci dissolvere senza impegnare le grandi forze militari che direttamente maneggia»(Al nostro posto! Da “Avanti!”del 16 agosto 1914).

Nei loro rapporti internazionali gli Stati si ispirano sempre al massimo dell’egoismo. Come ogni capitalista vede esclusivamente la propria azienda e solo di questa vuol fare gli interessi (magari concedendo qualcosa anche ai propri operai quando gli affari vanno bene) senza curarsi degli interessi sociali generali, e finisce in tal modo, senza saperlo, per autodistruggere la sua stessa azienda, così ogni Stato non esita ad usare le armi dell’inganno, dell’astuzia, della corruzione ed infine quelle vere, per fare i propri interessi. I governi, al servizio fedele degli Stati, «non tendono a far trionfare un principio all’interno della propria nazione e tanto meno a diffonderlo all’esterno con le armi, ma solo a rassodare lo Stato e a curarne nel modo più acconcio gli interessi» (Da Il socialismo di ieri davanti alla guerra di oggi, in “Avanguardia”, 1 novembre 1914).

3) Spartizioni e ripartizioni del mondo

Questa natura, essenzialmente aggressiva, dei rapporti tra gli Stati è sempre stata la loro caratteristica fondamentale, che tuttavia assurge a legge assoluta nel periodo dell’imperialismo. Nella fase del primo capitalismo, in cui era prevalente il capitale industriale e commerciale, era l’esportazione di merci il tratto fondamentale delle relazioni economiche internazionali: i rientri dei capitali aumentati del plusvalore realizzato potevano trovare ancora impiego produttivo nelle metropoli industriali. La lotta tra gli Stati era soprattutto una lotta per la conquista dei mercati esteri, incuranti del loro influenzamento politico. Nella fase imperialista, invece, è caratteristica fondamentale dei rapporti internazionali l’esportazione dei capitali in sovrapproduzione nelle metropoli e che dunque vagano alla ricerca di investimenti produttivi sempre più aleatori. Perfino il liberale Hobson sapeva che la via dell’espansione imperiale era una necessità per gli Stati imperialisti ed è lo stesso Lenin a chiosare come “elementare verità” nei Quaderni sull’imperialismo la sua affermazione che «rinunciare all’espansione imperiale significa lasciare il mondo alle altre nazioni».

L’imperialismo non è dunque una via volontariamente scelta, ma una strada obbligata per gli Stati imperialisti e con esso, a differenza della fase precedente, si sviluppa sempre più la tendenza all’influenzamento politico dei vari Stati verso cui sono indirizzati gli investimenti dei capitali, in quanto è interesse delle centrali finanziarie ridurre il rischio connesso alle condizioni politiche di quei paesi.

L’istituzione capitalistica fondamentale dell’epoca imperialista è la banca, di cui già nel “Capitale” Marx aveva sottolineato la funzione creatrice di una contabilità generale capitalistica e di una distribuzione generale dei mezzi di produzione. Sono proprio le banche che vengono spinte all’attività all’estero, non certo da entusiasmo nazionale ma dalla necessità di trovare per i capitali nazionali favorevoli aree di impiego. È così che le banche «incarnano il nesso interno che si crea tra un gran numero di imprese, rappresentandone la comunanza di interessi esistente tra loro» (Lenin). E sono ancora le banche, attraverso il collegamento strettissimo tra il loro personale e quello dello Stato, a mettere in pratica il loro tentativo di influenzare politicamente gli Stati in cui investono i capitali. Lenin, nei Quaderni, dice, commentando il testo dell’autore russo E. Agahd:

     «La quantità si trasforma in qualità anche qui: un affarismo puramente bancario e l’attività specialistica strettamente bancaria si trasformano in tentativo di controllare rapporti e nessi reciproci di grandi masse, di interi popoli e di tutto il mondo – semplicemente perché i miliardi di rubli (a differenza delle migliaia) spingono a questo, lo esigono».

Una tale importanza nel determinare la politica mondiale delle banche è databile – sempre secondo Lenin – all’inizio del ventesimo secolo, da cui può farsi iniziare anche l’attuale fase imperialista, ultima dell’infame modo di produzione capitalistico. Tale torno storico è caratterizzato anche dalla ormai definitiva spartizione del mondo tra le grandi potenze, di modo che di lì in avanti si avranno solo nuove spartizioni delle aree mondiali soggette allo sfruttamento imperialistico e quindi il passaggio di queste da un padrone all’altro. Si tratta di una ferrea catena di interessi imperialistici che solo la Rivoluzione comunista mondiale potrà spezzare attraverso l’alleanza tra il movimento comunista delle metropoli e la lotta nazionalista antimperialista nelle colonie. Ecco quanto afferma a questo proposito Lenin nell’Imperialismo a commento del testo di A. Supran, Sviluppo territoriale delle colonie europee:

     «Il tratto caratteristico del periodo considerato (fine XIX secolo/inizio XX) è costituito dalla spartizione definitiva della terra: definitiva, non già nel senso che non sia possibile una nuova spartizione – ché anzi nuove spartizioni sono possibili ed inevitabili – ma nel senso che la politica coloniale dei paesi capitalistici ha condotto a termine l’arraffamento di terre non occupate sul nostro pianeta. Il mondo per la prima volta appare completamente ripartito, sicché in avvenire sarà possibile soltanto una nuova spartizione, cioè il passaggio da un “padrone” a un altro, ma non dallo stato di non occupazione a quello di appartenenza ad un “padrone”».

Ciò evidentemente non significa svalutazione delle lotte anticoloniali dei popoli soggetti all’imperialismo, e certamente Lenin può essere accusato di tale deviazione. Significa, come affermato in tutti i testi marxisti, che la lotta contro l’imperialismo può essere vinta solo alla scala mondiale con l’unione di tutte le forze antimperialiste sotto la direzione del Partito Comunista Mondiale. E nemmeno significa dispregio delle lotte antimperialiste dei popoli coloniali, pur perdurando l’assenza del movimento comunista occidentale, ma affermazione dell’impossibilità della vittoria definitiva di tali lotte, isolate dalla lotta proletaria delle metropoli. Ogni lotta antimperialista è da salutare e da sostenere in quanto contribuisce ad accelerare la crisi degli equilibri imperialistici, ma non può essere la via per sconfiggere l’imperialismo, come viene sostenuto dai sostenitori delle svariate ideologie cosiddette “terzomondiste”.

Ribadito questo chiodo fondamentale è necessario, ancora con Lenin, riaffermare che il carattere peculiare dell’imperialismo è la lotta per la ripartizione del mondo intero, non solo tra gli Stati altamente sviluppati per dividersi le colonie ma anche quella degli Stati imperialisti più forti per sottomettere quelli più deboli. Così si esprime Lenin nell’Imperialismo:

     «Quando si tratta della politica coloniale dell’imperialismo capitalista deve notarsi che il capitale finanziario e la relativa politica internazionale, che si riduce alla lotta tra le grandi potenze per la ripartizione economica e politica del mondo, creano tutta una serie di forme transitorie della dipendenza statale. Tale epoca è caratterizzata non solo dai due gruppi fondamentali di paesi, cioè dai possessori di colonie e dalle colonie stesse, ma anche dalle più svariate forme di paesi asserviti che formalmente sono indipendenti dal punto di vista politico, ma che in realtà sono avviluppati da una rete di dipendenza finanziaria e diplomatica (…) Simili rapporti tra i singoli grandi e piccoli Stati esistettero sempre, ma nell’epoca dell’imperialismo capitalistico diventano sistema generale, sono un elemento essenziale della politica della “ripartizione del mondo”, e si trasformano in anelli della catena delle operazioni del capitale finanziario mondiale».

Se tali rapporti sono un elemento essenziale della politica di ripartizione del mondo, sarà allora inevitabile la formazione di due blocchi di Stati contrapposti sotto l’egida di due maggiori Stati imperialisti, come premessa allo scatenamento della guerra generalizzata per la conquista dell’egemonia mondiale assoluta. Questa è tanto più vicina quanto più agiscono, nei rapporti tra Stati, come acutamente notava Trotski alla vigilia della Seconda Guerra mondiale, i cosiddetti “Stati parvenus”, quelli che ritengono di dover ridividere il mondo in quanto la vecchia suddivisione non corrisponde al loro peso relativo. La nuova spartizione non può farsi che mettendo alla prova la forza reale degli Stati, che dimostri il loro peso effettivo. In un articolo del 18 marzo 1939, La situazione mondiale e la guerra, Trotski faceva le seguenti affermazioni:

     «Sì, una guerra mondiale è inevitabile, se prima non si verifica una rivoluzione. A rendere la guerra inevitabile è in primo luogo la crisi insanabile del sistema capitalista; in secondo luogo, il fatto che l’attuale suddivisione del mondo non corrisponde al peso economico realtivo degli Stati imperialisti. Cercando una via di uscita dalla crisi mortale gli “Stati parvenu” aspirano ad una nuova divisione del mondo, e non potrebbe essere diversamente. Solo dei lattanti o dei pacifisti di professione, cui neppure l’esperienza della malcapitata Società delle Nazioni ha insegnato qualche cosa, possono credere che una suddivisione più “equa” dei territori possa realizzarsi attorno ai tappeti verdi della democrazia».

È così che la guerra diventa un fatto inarrestabile, indipendente dalla volontà di ciascuno Stato e che ciascuno Stato non può più controllare. Non sono certamente categorie sociologiche – o, peggio, la psicologia dei cosiddetti grandi politici – ad indicarci la vicinanza della guerra generalizzata, come tutti credono. Il marxismo ha sempre affermato che l’origine ineliminabile delle guerre imperialiste va ricercata nella natura dei rapporti economici capitalistici, ed in definitiva nella legge mortale della caduta del saggio di profitto medio. Le categorie “psicologiche” possono tutt’al più costituire un indice della difficoltà generalizzata di mantenere le forze produttive dentro le catene capitalistiche, come afferma anche Lenin nei Quaderni,annotandovi come «uno dei motivi per la guerra» il fatto che l’aperta ostilità sul mercato mondiale potrebbe essere vantaggiosa per tutti i capitalisti anche da un punto di vista «psicologico», perché «grazie alla situazione di forza maggiore della guerra essi potrebbero ripulire i loro bilanci, senza poter essere ritenuti personalmente responsabili delle perdite».

Non pretendiamo certo la qualifica di profeti, né tantomeno di indovini; è la storia passata e recente che dice chiaramente che i pretesti per lo scatenamento della guerra esistono sempre, ma che vengono utilizzati solo se il disagio sociale è diventato incontenibile per l’impossibilità generalizzata di realizzare sicuri e sufficienti saggi del profitto, rendendo totalmente incerta e insicura l’attività produttiva e quindi tutti i rapporti sociali, che ogni giorno rischiano di esplodere in lotte di classe.

Fino a che il ciclo produttivo alla scala mondiale riesce bene o male a funzionare, tutte le crisi anche acute dei rapporti internazionali vengono risolte pacificamene. Prima di giungere a scatenare la guerra generalizzata gli Stati hanno sempre fatto il possibile per risolvere le loro controversie sul terreno diplomatico, consapevoli che la crisi bellica può innescare anche la crisi rivoluzionaria.

Marx ed Engels studiarono la crisi dei rapporti russo-turchi nel 1853. Innanzi tutto Engels affermò che esiste un legame inscindibile tra le crisi locali di un certo rilievo, come fu allora certamente quella dell’Impero Ottomano, e la rivoluzione internazionale. Engels dice infatti in un suo articolo, “Che cosa avverrà della Turchia europea?”: «No, diplomazia e governo non risolveranno queste difficoltà. La soluzione del problema turco è riservata, insieme con molti altri grossi problemi, alla rivoluzione europea». Se ciò era vero allora, oggi che i legami internazionali si sono centuplicati non è più possibile avere alcun dubbio in proposito. Inoltre Marx, in una serie di articoli dal luglio all’agosto 1853, mette bene in evidenza la cautela delle potenze europee, timorose di suscitare con l’eventuale stato di guerra anche la lotta rivoluzionaria del proletariato. Questi i passi salienti e di estrema attualità di Marx:

          «A partire dal 1815 nulla paventarono le grandi potenze dell’Europa più di una violazione dello “status quo”. Ma qualsiasi guerra tra due di quelle potenze comporta il sovvertimento dello “status quo”. Questa è la ragione per cui sono state tollerate le intromissioni russe in Oriente (…) Per riassumere la questione mediorientale in poche parole: lo Zar sta perseguendo il suo disegno di avere accesso al Mediterraneo; sta separando una dopo l’altra le più remote membra dell’ImperoOttomano dal corpo centrale, fin quando alla fine il cuore, Costantinopoli, cesserà di battere. Rinnova le sue invasioni periodiche ogni qual volta giudica che le sue mire sulla Turchia siano messe in pericolo dall’apparente consolidamento del governo turco, o dai più pericolosi sintomi di autoemancipazione che si manifestino tra gli slavi. Contando sulla viltà e sulla paura delle potenze occidentali, incute timore all’Europa e spinge le sue richieste fino all’estremo limite, allo scopo di dimostrarsi in seguito magnanimo accontentandosi di ciò che fin dall’inizio si proponeva di ottenere. Le potenze occidentali, d’altra parte, incostanti, pusillanimi, sospettose l’una dell’altra, all’inizio incoraggiano il Sultano a resistere allo Zar, delle cui aggressioni hanno paura, per costringerlo da ultimo a cedere, per timore che una guerra generale provochi una rivoluzione generale. (…) Nel giudicare la politica estera delle classi dirigenti e del governo inglesi non dobbiamo perdere di vista il fatto che una guerra con la Russia si tirerebbe dietro un generale sommovimento rivoluzionario in tutto il continente che al momento attuale potrebbe trovare fatale ripercussione tra le masse della Gran Bretagna».

4) La lotta per la supremazia mondiale

La guerra generalizzata tra gli Stati imperialisti è dunque inevitabile, ma è l’ultimo dei mezzi che verranno usati per la difesa del modo di produzione capitalistico. Ciò non toglie che l’imperialismo abbia sempre significato guerra. I cosiddetti periodi di “pace” infatti sono stati tali solo per gli Stati imperialisti e quindi per un’infima minoranza della popolazione mondiale, senza contare che tali periodi sono stati caratterizzati ugualmente dalla lotta di tutti gli Stati per acquisire i maggiori vantaggi; e tale lotta, mai venuta meno, può sempre tramutarsi in guerra aperta. Nonostante questa evidenza il filisteo piccolo-borghese, la cui ottica non va oltre la sua bottega, può ancora affermare che il mondo ha goduto della pace negli ultimi trenta anni e che quindi vale la pena fare qualunque sacrificio per mantenere questo “bene supremo”.

Con la loro continua lotta senza esclusione di colpi, nonostante la “pace”, gli Stati imperialisti vogliono ottenere due risultati: la conquista di posizioni vantaggiose sotto il profilo strategico in vista della sempre possibile guerra generalizzata, e la conquista di notevoli vantaggi economici anche a scopo di politica interna, per garantirsi cioè il consenso delle masse e quindi la pace sociale. Lo notava già un illustre finanziere inglese nel 1895, Cecil Rhodes, le cui affermazioni sono sottolineate da Lenin nei suoi Quadernisull’imperialismo: «L’Impero, io l’ho sempre detto, è una questione di stomaco: se non si vuole la guerra civile, occorre diventare imperialisti».

La lotta tra gli Stati si fa sempre più acuta per la caccia alle materie prime, di cui si teme la scarsità in conseguenza dello sfrenato sviluppo capitalistico e del conseguente inevitabile sciupio. E sono oggetto dell’appetito del capitale finanziario non solo le sorgenti di materie prime già scoperte, ma perfino quelle ancora da scoprire, poiché si spera che con il progresso della tecnica gli stessi terreni oggi inutilizzabili potranno diventarlo nel prossimo futuro. Ecco perché si tratta di una lotta mondiale che non risparmia nessun angolo del pianeta, nemmeno il più sperduto ed insignificante. Anzi, poiché si tratta di una lotta per l’egemonia, che quindi può essere vinta solo in relazione alle pretese degli altri Stati, l’importante è sì conseguire i maggiori vantaggi diretti, ma sono altrettanto importanti i vantaggi indiretti, quelli miranti all’esclusivo scopo di indebolire l’avversario. È quanto Lenin oppone a Kautsky, il quale, nascondendo proprio come caratteristica dell’imperialismo la lotta tra gli Stati per l’egemonia e la supremazia assoluta su tutto il mondo, finiva per ammettere la possibilità di un interesse comune di tutti gli Stati imperialisti per suddividersi “i territori agrari”, in pace tra di loro. Kautsky finiva così, con il suo “ultraimperialismo”, per nascondere l’inevitabilità della guerra imperialista. Lenin gli ribatteva:

     «L’imperialismo è la tendenza alle annessioni: a questo si riduce la parte politica della definizione kautskyana. È esatta, ma molto incompleta (…) Per l’imperialismo non è caratteristico il capitale industriale, ma quello finanziario (…) È caratteristica dell’imperialismo appunto per la sua smania non soltanto di conquistare territori agrari, ma di metter mano anche su paesi fortemente industrializzati (bramosie della Germania sul Belgio, della Francia sulla Lorena) giacché in primo luogo il fatto che la terra è già spartita costringe, quando è in corso una nuova spartizione, ad allungare le mani su paesi di qualsiasi genere, e, in secondo luogo, per l’imperialismo è caratteristica la gara di alcune grandi potenze per l’egemonia, cioè per la conquista di terre, diretta non tanto al proprio beneficio, quanto a indebolire l’avversario e a minare la sua egemonia».

In tale lotta gli Stati imperialisti, con le loro banche, con la loro diplomazia e i loro servizi segreti, con gli ingenti mezzi economici a disposizione, non esitano nemmeno a servirsi di eventuali movimenti sociali per raggiungere i loro scopi. Finché questi ultimi, specialmente nei paesi imperialisti, non avranno nuovamente espresso le organizzazioni proletarie rivoluzionarie, ed in primo luogo il Partito Comunista come guida dei movimenti stessi, non costituiscono alcun pericolo per la saldezza del potere politico degli Stati capitalisti.

Un esempio recente di movimento sociale, sicuramente influenzato dalla politica estera degli Stati imperialisti, è il “movimento pacifista” che improvvisamente si è diffuso in tutte le nazioni europee e sembra che nel prossimo futuro abbia un nuovo rilancio, e anche oltre Atlantico.

È sintomatico quanto Lenin scriveva a proposito dei movimenti pacifisti perfino in periodo di guerra guerreggiata: tali movimenti possono essere “un trastullo” nelle mani delle varie diplomazie se non sono diretti in senso rivoluzionario, e non c’è ragione di negare tale verità per i movimenti moderni:

     «Il pacifismo e la propaganda astratta della pace sono una delle forme di mistificazione della classe operaia. In regime capitalistico e specialmente nella fase imperialista le guerre sono inevitabili (…) Oggi la propaganda della pace, se non è accompagnata dall’appello all’azione rivoluzionaria delle masse, può soltanto seminare illusioni, corrompere il proletariato inculcandogli la fiducia nell’umanitarismo della borghesia e facendo di esso un trastullo nelle mani della diplomazia segreta delle nazioni belligeranti» (Da un conferenza delle sezioni estere del POSDR del 4 marzo 1915).

E non solo movimenti interclassisti come quello pacifista vengono utilizzati per sostenere la politica estera degli Stati imperialisti, ma anche veri e propri movimenti operai:

     «Il diplomatico tedesco Ruedorfer, nel suo libro sulle basi della politica mondiale, sottolinea il fatto ben noto che l’internazionalizzazione del capitale non elimina per nulla la lotta acuta dei capitali nazionali per il potere ev per le zone di influenza ed osserva che anche gli operai vengono trascinati in questa aspra lotta. Il libro porta la data dell’ottobre 1913 e l’autore parla con piena chiarezza degli interessi del capitale come causa delle guerre odierne»(“Il fallimento della II Internazionale”).

A tali manovre dell’imperialismo gli operai possono sottrarsi solo esprimendo la loro autentica forza di classe che non si sprigiona automaticamente, per il solo fatto di mettere in piazza degli operai, ma che si manifesta nella sua potenza antagonista solo attraverso la loro organizzazione di classe con alla testa il Partito Comunista.

5) Guerra imperialista o rivoluzione comunista

Non esistono manovre o espedienti per accelerare la ripresa del movimento di classe. Essendo stato sconfitto e distrutto nella battaglia degli anni ’20 per ragioni prevalentemente oggettive, sarà l’esaurirsi altrettanto oggettivo di tali ragioni che rimetterà in movimento il proletariato verso i suoi destini storici. La fine di ogni possibilità materiale che finora ha permesso agli Stati imperialisti di legare le loro sorti al fenomeno giganteggiante dell’opportunismo in campo operaio sarà anche il segnale inequivocabile della ripresa rivoluzionaria.

Questa curva della crisi sociale è però indipendente da quella che porrà gli Stati imperialisti nella necessità, per sopravvivere, di scatenare la guerra generalizzata. Tale necessità è infatti in stretta relazione con l’acutezza della crisi economica, che non è detto si estrinsechi in crisi sociale, e la guerra generalizzata è una necessità economica prima di tutto.

La guerra del resto, e siamo soli a sostenerlo con estrema chiarezza, sarà necessaria anche nell’ipotesi più favorevole, che il proletariato riesca a risollevarsi dalla situazione attuale e a conquistare il potere politico in qualche paese imperialista. Con la vittoria della rivoluzione comunista in un paese o in qualche paese – essendo una fantasia l’eventualità della vittoria simultanea in tutti – diventerebbe inevitabile la guerra tra questi Stati e il resto del mondo ancora capitalista. Certo in tale situazione la guerra tra Stati diverrebbe qualitativamente diversa, ma non meno necessaria: non sarebbe più la guerra imperialista, ma si trasformerebbe in uno dei mezzi della lotta internazionale del proletariato contro il capitalismo.

Dal 1926 è totalmente distrutto il movimento comunista nelle metropoli occidentali. Ciò spiega la facilità con cui in questo secondo dopoguerra sono stati assorbiti non solo i movimenti nazionali delle colonie, che hanno solo modificato i rapporti di forza tra i blocchi trovandosi a dover contare sulle loro sole forze, ma anche alcuni poderosi movimenti operai nel cuore della stessa Europa capitalista. Valga per tutti l’esempio della rivolta proletaria di Berlino nel 1953, di cui riportiamo il nostro commento dell’epoca. È da sottolineare, a 30 anni di distanza, l’attualità e l’applicabilità delle valutazioni di allora alle successive esplosioni proletarie. In particolare che i blocchi imperialisti svolgono la loro funzione di difesa complessiva del modo di produzione capitalistico attraverso i loro rapporti antagonisti, che arrivano perfino ad appoggiare rivolte armate operaie all’interno delle altrui zone di influenza, pronti a confederarsi nel reprimerle solo nel caso in cui esprimano una direzione comunista, l’unica in grado di mettere a repentaglio il loro potere. Questo fu il nostro commento di quei fatti:

     «Tragici sono i fatti di Berlino Est per il proletariato internazionale, perché mentre gli operai berlinesi insorgevano contro la galera del lavoro salariato, ancora una volta l’imperialismo è riuscito a sfruttare per i suoi fini di guerra una manifestazione della collera proletaria contro lo sfruttamento capitalistico e un tentativo di scuoterne il pesante giogo (…) Le manifestazioni di Berlino Est sono costate la vita di un numero imprecisato di operai, ma, quel che è di gran lunga più tragico, non sono servite ad aprire uno spiraglio nella cortina di infatuazioni partigiane che avvolge le menti proletarie. In verità hanno mostrato di quale fulminea reattività e potere di influenzamento dispongono le opposte, ma solidali sul terreno antirivoluzionario, centrali imperialistiche. Hanno dato la misura della strapotenza delle forze della conservazione, che dovevano scattare in piedi ad imbrigliare un’esplosione sociale scaturita dal crudo contrasto tra le forze di produzione e i tirannici rapporti capitalistici, stroncare sul nascere i germi della rivolta di classe, e sfruttare l’esasperazione delle masse ai fini della politica bellicista che dalla fine della guerra oppone Mosca a Washington. È vero che le centrali propagandistiche del blocco atlantico non hanno esitato ad incitare alla rivolta. Ciò aiuta a comprendere come il ricorso alla violenza e alla guerra civile sia perfettamente compatibile con la conservazione capitalista, quando beninteso il controllo delle forze operaie sia assicurato a formazioni politiche apertamente o copertamente legate all’imperialismo» (Da “Programma Comunista”, n. 12, 1953).

Altrettanto importante la rievocazione di questi fatti un anno dopo:

     «Nessuno aveva previsto lo scoppio violento ed improvviso di una rivolta proletaria nella Berlino occupata. Non fu prevista l’insurrezione; ma era prevedibile che, purtroppo, sarebbe stata schiacciata. In grado infinitamente superiore alla Comune parigina, la rivolta proletaria berlinese scoppiò, episodio fulgido ma localizzato, nel deserto della reazione borghese imperante. Non poté neppure, come la Comune del 1871, conquistare e conservare il potere temporaneamente. Intorno alla Berlino 1953 vi erano le macerie del movimento rivoluzionario internazionale distrutto e disperso, l’infezione dilagante del tradimento e dell’opportunismo, le forze di repressione internazionali saggiamente disposte da Est e da Ovest, a presidio dell’ordine» (Da “Programma Comunista”, n. 13, 1954).

Non essendo per niente migliorata la realtà materiale relativa alla distruzione e alla dispersione del movimento comunista mondiale, non v’è ragione per modificare l’angolo visuale di possibili movimenti proletari nei paesi imperialisti e di movimenti antimperialisti delle colonie. Solo con la riorganizzazione del Partito Comunista Mondiale e con la rinascita di sindacati classisti, che costituirebbero un segno importante della maggiore facilità di riorganizzazione comunista, i movimenti sociali alla scala mondiale potranno riacquistare tutta la loro carica rivoluzionaria. In questa decisa affermazione non è contenuta alcuna disperazione, ma esclusivamente l’esatta comprensione della realtà, premessa indispensabile per poter agire in maniera consapevole.

A tutti i nostri avversari non abbiamo che da riproporre, per il momento, che i principi immodificabili del comunismo. In particolare a tutti coloro che cianciano della loro capacità di fare più e meglio di noi, ingannando con il loro attivismo i pochi proletari oggi disposti a ritrovare la via del comunismo, dedichiamo questo Filo del Tempo del 1954:

     «Teoria e azione. Vecchio diverbio sul valore del loro rapporto. Il preteso contrasto tra esse, nel senso che il dare troppa importanza alla teoria possa compromettere il successo dell’azione, è la bestialità centrale di ogni opportunismo. La prima è indispensabile alla seconda, quando anche i tempi di esse si stacchino di mezzi secoli. È assurdo, ove il nostro determinismo non sia frottola, che possa darsi l’alternativa tra l’uno e l’altra. Se lontanamente si desse, non esiteremmo – schiatti chi vuole – a lasciare andare l’azione, mai la dottrina» (Da “Programma Comunista”, n. 1, 1954).

La Sinistra Comunista ha sempre affermato di essere dottrinaria e che proprio nella fedeltà alla dottrina consiste il compito del Partito e, soprattutto, il suo compito pratico. La difesa pratica, intransigente, della dottrina oggi è la premessa per poter guidare le masse proletarie mondiali verso la vittoria sul nemico di classe. Da ciò non risulta minimamente sottovalutata l’importanza storica del piccolo Partito di oggi, che certo non può nell’immediato proporsi ridicoli compiti di direzione rivoluzionaria, ma ha da assolvere un compito non meno importante, quello di esperimentare e trovare in sé stesso il suo modo organico di vivere in relazione a tutti i compiti che si pongono oggi e si porranno nel futuro, nel vivo della lotta di classe, consapevole che con tale acquisizione soltanto sarà anche conseguita la premessa indispensabile della certezza della vittoria della Rivoluzione Comunista Mondiale.

[RG23] Il declino della parabola del capitalismo statunitense conferma della dottrina marxista e indice del catastrofico corso avvenire

Esposto alla riunione di maggio 1982

Allo studio del diverso sviluppo del capitalismo americano, ad oggi massimo industrialismo e massima concentrazione finanziaria e militare e bastione della conservazione mondiale, è sempre stata dedicata l’attenzione del partito, in una continuità di ricerca, di rappresentazione schematica dei fenomeni reali e della loro interpretazione, a conferma – sempre e puntuale – dei cardini della nostra teoria di classe nel campo della scienza economica.

Lo studio dei passati trascorsi del capitalismo e l’inquadramento del suo sviluppo nelle note leggi è anche l’unico strumento che permette al partito di restringere il campo delle possibili prospettive sul futuro storico, col metodo scientifico che rifugge il misticismo interessato dell’economia accademica borghese.

Il rapporto qui esposto è da considerarsi come ad ulteriore verifica delle tesi e aggiornamento delle serie statistiche riguardanti l’economia americana esposte, or sono venticinque anni, nel rapporto sul “Corso del capitalismo mondiale nella esperienza storica e nella dottrina di Marx” pubblicato sul giornale di partito di allora “Il Programma Comunista” nei numeri da 16/1957 a 10/1958.

Prima tesi centrale: il capitalismo è modo di produzione instabile, può riprodursi solo attraverso periodiche catastrofi distruttive; ma l’elemento essenziale della tesi marxista è che queste crisi non si ripetono ciclicamente, sempre uguali a se stesse, al contrario si aggravano per profondità ed estensione sino allo sconquasso totale della macchina produttiva, con estensione mondiale e sconvolgenti ogni precedente equilibrio fra le classi sociali. Il capitalismo non perverrà – come teorizzano oggi i suoi estremi difensori, nell’impossibilità ormai di negare la crisi – ad una sorta di crescita ciclica ma senza fine, se non altro per la limitata estensione dell’ambiente già tutto occupato, ma precipita verso la morte violenta per opera della classe operaia, da esso stesso formata e concentrata. L’andamento dei successivi cicli della riproduzione capitalistica ci spiega anche come il capitalismo, sviluppatosi potente fuori della originaria Europa, ha trovato le risorse per ritardare per più di un secolo la maturazione rivoluzionaria del proletariato mondiale e come il futuro svolgersi della crisi, ormai senza confini da Vladivostok alla California, più non possa sfogare la sovrapproduzione. È questa la nostra prospettiva rivoluzionaria, che collochiamo nell’ultimo ciclo di rapina imperialistica di questo secolo.

Il quadro che qui riportiamo, parziale rispetto a quello esposto alla riunione, è tracciato al fine di evidenziare le velocità di crescita di diverse grandezze. Tutti i dati provengono da fonte governativa statunitense, per lo più l’edizione 1970 della Historical Statistics of the U.S.; dove si sono dovute raccordare serie diverse abbiamo verificato la coerenza dei ritmi di crescita. Le nostre fonti non ci hanno consentito di spingerci più addietro del 1850, epoca comunque sufficientemente antica trattandosi di un capitalismo relativamente recente.

Per la suddivisione base dei periodi abbiamo, nella prima colonna del quadro, tutti gli anni nei quali si è verificato un massimo storico della produzione industriale e del prodotto nazionale lordo in termini reali. I due metodi portano ad anni coincidenti tranne: mancano dati attendibili per il prodotto nazionale lordo per gli anni anteriori al 1892: il massimo del 1859 l’abbiamo portato al 1860 solo per la poca disponibilità di dati per il primo, nel quale, per esempio, si verifica il massimo per la estrazione di carbone; nel 1873, preso a termine nel rapporto del 1957, è qui spostato al 1872 in forza dell’andamento dell’indice industriale; il massimo del 1903 del prodotto nazionale è anticipato all’anno precedente dalla industria; lo stesso per il massimo 1918 del prodotto nazionale lordo che si verifica al 1916 nell’industria; il 1920 non è massimo assoluto ma solo relativo, dopo l’euforia prebellica eccezionale del 1916; nel 1937 il massimo del prodotto nazionale lordo è ancora inferiore a quello del 1929; il 1944, massimo per il prodotto nazionale è anticipato di un anno dall’industria; nel 1948 rispetto al 1943 abbiamo la stessa inversione che nella prima guerra ma in misura molto superiore; infine il 1973 nel quale il massimo del prodotto lordo anticipa di un anno l’industria.
 
 

Anni
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Pro-
dotto nazio-
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Pro-
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Prezzi
all’
Ingros-
so
Spesa Fede-
rale
In %
PNL
Saldo commer-
ciale
Mil. $ 1913
1850  
Rapina natura 3,55 9,5 2,5 1,01 -40
1860  
Guerra-ricostr. 3,296,199,337,74,9-0,143,22 -60
1872  
Rallentamento 3,214,447,528,42,90,69-2.68 131
1883  
Crisi 3,235,217,011,02,91,37-3,07 70
1892 2,0 
Euforia3,771,574,878,211,73,10-0,681,21 524
1902 1,8 
Rallentamento3,760,614,355,47,62,98-1,071,56 509
1913 1,4 
Guerra0,900,522,912,53,782,920,7312,0 1581
1920 5,4 
Euforia4,25-2,194,64-0,73,300,002,49-5,22 608
1929 3,0 
Catastrofe0,000,610,41-2,3-1,350,112,36-1,23 299
1937 8,1 
Guerra4,322,865,803,54,153,401,175,78 3200
1948 11,7 
Ricostruzione3,79-0,654,01-2,34,061,093,491,39 1914
1957 17,2 
Distensione4,022,094,951,41,351,351,691,11 1665
1969 22,6 
Rallentamento3,116,183,262,8-0,300,42-0,128,3 -2551
1979 20,1 

Nei centottanta anni si ravvisano ben ventitrè massimi, con successive crisi recessive, a distanza variabile da tre a dodici anni. Da questa serie di anni-cuspidi, con operazione non geometrica ma storica, andiamo ad individuare gli estremi di tre tipi di cicli economici capitalistici, che col nostro linguaggio distinguiamo in brevi, medi e lunghi. Gli anni che consideriamo delimitare i cicli brevi sono 1850, 1860, 1872, 1883, 1892, 1902, 1913, 1920, 1929, 1937, 1948, 1957, 1969, 1979, trascurando i massimi intermedi del 1864, 1895, 1907, 1910, 1916 bellico, 1923, 1943 ancora bellico, 1953, 1974. In tutto risultano tredici cicli brevi della durata media di dieci anni, minima di sette, quello comprendente la prima guerra, massimo di dodici. Questa partizione dei cicli brevi coincide con quella adottata nel 1957, salvo una maggiore suddivisione di quelli più antichi.

Riteniamo qui di potere articolare un po’ diversamente la successiva periodizzazione, distinguendola in media e lunga: estremi dei cicli medi risultano gli anni 1850, 1872, 1892, 1913, 1937, 1969, cinque cicli di durata media ventiquattro anni, minima venti, massima trentadue; cicli lunghi soltanto due, 1872-1913, di quarantuno anni, e 1913-1969, di cinquantasei anni, che potremmo chiamare il primo Ciclo lungo imperialista di pace e il secondo Ciclo lungo imperialista delle guerre.

La popolazione degli Stati Uniti cresce nel periodo considerato da 30,7 milioni nel 1859, nel territorio nazionale che possiamo considerare costante, escludendo Alaska e Hawai, di 7.689.000 chilometri quadri, con densità media di 4,1 abitanti per chilometro quadro, fino a 225,1 milioni nel 1979, con densità media di 29,2 ab/Kmq. Il confronto della densità abitativa non regge con gli europei (più di 250 ab/Kmq in RFT, 184 nella montuosa Italia, 229 in Gran Bretagna o i 96 della poco popolata Francia) ma nemmeno con il Giappone a 295; anche passando alle nazioni quasi-continenti si trova 86 per la Cina e 178 in India.

Solo la Russia, con 33 abitanti per chilometro quadro nella parte europea ma soli 3,5 in Asia e 11 in media è, fra i paesi capitalistici, meno popolato degli Stati Uniti. Questo ritardo nella stabilizzazione umana nei territori nord americani è il risultato anche di una rigida politica di contingentamento dell’immigrazione che non permise mai che il flusso in entrata superasse qualche millesimo della popolazione residente: il massimo afflusso si verificò negli anni del boom d’inizio secolo, con immigrati 1,1% della popolazione (e contemporanee riduzioni dei salari per effetto della concorrenza), per subito restringersi intorno all’attuale misero 0,2% contro la pressione delle plebi affamate d’Asia e d’Africa. La chiusura degli Stati Uniti nei confronti dei diseredati degli altri continenti ha permesso il mantenimento di quella middle class estesa e dai sentimenti conservatori, vera base interna del massimo imperialismo mondiale ed oggettivo ritardo sociale nel senso del capitalismo “puro” come conosciuto da più di un secolo di qua dell’Atlantico. A distanza di decenni possiamo quindi rinnovare la previsione che la sollevazione proletaria nella vecchia Europa trarrà di nuovo dai paesi “radi” ai sovraffollati le insegne del progresso e della rivoluzione.

La prima serie illustrata è quella del Prodotto nazionale lordo, che per le nostre categorie marxiste si avvicina al Capitale totale. I dati originari sono espressi in termini reali, in dollari al valore del 1958. Mancando le cifre per i primi quattro cicli brevi la serie – tronca, inizia col quarto periodo – parte con il 3,77% di incremento medio annuo nel periodo 1892/1902, si mantiene pressoché costante nel ciclo breve successivo, nonostante la grave crisi del 1908, crolla a solo +0,9% dal 1913 al 1920 nel quale l’affare bellico non compensa l’incipiente depressione, risale al massimo di 4,25% nell’euforia degli anni ’20 per segnare “crescita zero” (non è una novità) nella seconda metà dell’interguerra. Salva la situazione il secondo macello imperiale ripristinando il massimo del 4,32%. Nei tre cicli di questo dopoguerra, con tendenza calante, 3,79%, 4,02%, 3,11%, con il boom ’57-69 della “distensione” mondiale e della guerra in Indocina.

Altro significato ha la serie dei cicli medi 3,8%, 1,8%, 4,1%: l’ultimo, 1937-69, solo in temporanea inversione alla legge della caduta del saggio del profitto (assimilabile ai saggi di incremento del capitale con piccolo errore). Infatti la serie dei cicli lunghi, qui mista perché tronca, dà 3,8% nel ’92-‘13, 3,1% nel ’13-’69: la ripresa sostenuta in questo dopoguerra non fa che recuperare il ritardo del ciclo depresso precedente mentre la nostra tesi del progressivo perdere di produttività del capitale è confermata nei lunghi cicli.
 
 

Anni di 
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Prodotto
nazionale
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nella
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tura
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nella
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tura
Prezzi
all’In-
grosso
1850
Formaz.mercato naz.9,43,72,3
1872
Prima Depressione4,87,36,42,91,05-2.8
1892
Imper.nelle Americhe3,81,14,66,89,73,0-0,91,4
1913
Seconda Depressione1,8-0,42,7-0,31,90,91,90,9
1937
Dominio sul mondo4,11,65,00,92,92,02,08,8
1969

Per il settore agricolo americano (che sarà oggetto di ulteriore studio riguardo alla evoluzione sociale del farmer americano e della sua azienda da familiare-autosufficiente a familiare-mercantile) qui riportiamo la serie del mais che è la produzione prevalente. La serie, completa, marca un periodo iniziale, tutto il secolo scorso, durante il quale è possibile spostare ad Ovest il confine delle terre coltivate, con saggi di incremento stabili (3,55%, 3,29%, 3,21%, 3,23%), in lenta tendenziale decrescita. Il nuovo secolo, che segna la fine della libera disponibilità di terre, prima di allora assegnate ai coloni ad un prezzo simbolico, si svolge con tassi di incremento in continuo drammatico crollo: per i primi cinque cicli brevi del ‘900, fino alla Seconda Guerra, abbiamo 1,57%, 0,61%, 0,52%, -2,19% nel boom speculativo degli anni ’20, 0,61% durante la crisi. La guerra e la grande fame nel mondo riportano il saggio del corn a 2,86% ma per ricadere subito a -0,65 nella ricostruzione. Solo la “distensione” e le massicce esportazioni di granaglie hanno riportato la crescita a 2,09% e nell’ultimo ciclo ad un enorme 6,18%, che sconvolgerà il mercato mondiale, con terra seminata costante, produttività della terra e del lavoro forzata al massimo.

Questa la serie dei cicli brevi: 3,4%, 3,2%, 1,1%, -0,4%, 1,6% con la illustrata inversione degli ultimi due. I due cicli lunghi danno 2,1% o 0,7% di incremento: terribile! Si consideri solo che il tasso di accrescimento demografico nei due cicli lunghi è stato del 2,1% medio annuo nel primo e dell’1,1% nel secondo e questo con un continente da dissodare, disponibilità massima di capitali e tecniche moderne e con un “tenore di vita medio” il più alto: detratte le crescenti esportazioni risulta che al consumatore non medio ma proletario americano la pagnotta è sempre bene sofferto e raro. Il consumo medio settimanale di granaglie è passato, dal 1942 al 1965, da 1,22 a 1,12 chilogrammi.

I prezzi dei prodotti agricoli hanno marcato netti ribassi nei periodi di crisi, segnatamente nel ventennio successivo alla guerra di secessione, negli anni ’30 e negli ultimi venti anni con crollo in verticale, minimo storico, all’epoca in cui scriviamo, premessa di positive sovversioni anche nella stabile società yankee.

Tutta l’industria è rappresentata dall’indice medio il cui saggio di accrescimento medio annuo riportiamo nella terza colonna. L’anno più antico è il 1860 ed il primo ciclo comprende la guerra di secessione; il ritmo è ovviamente il più alto della serie con 6,19% che conteggia anche gli anni della prima ricostruzione ma anche la crisi finanziaria e speculativa sull’oro che seguì la fine delle ostilità. La grave crisi del 1873 – che fu mondiale – apre il ciclo medio ventennale depresso, che vede il panico alla borsa di New York l’anno seguente, di nuovo crisi industriale fino al 1885, crisi finanziaria a Wall Street per lo scandalo di Panama, crolli produttivi nel ’93-’94 e nel ’96 con recessione del 13% nei primi due e dell’8% nel terzo anno. Nel primo ciclo breve il tasso crolla a solo 4,44%, risale nel secondo a 5,21% non modesto.

Ma più nette valutazioni riguardo questi periodi più antichi le troviamo da altre due serie industriali di base: il carbone e l’acciaio. Estrazione del carbone nei primi quattro cicli brevi dal 1850: 9,5%, 9,3%, nel ciclo medio 9,4%; nella depressione scende a 7,3% con scatto sensibile e nei due decenni 7,5% e 7,0% in calo. La netta ripresa di fine secolo con 8,2%, apre il ciclo medio che abbiamo chiamato Imperialismo americano, con la guerra con la Spagna e l’annessione di Cuba e delle Filippine, l’istituzione della Zona del Canale di Panama e la fondazione dell’Unione Americana. Il massimo espansionistico precede un successivo rallentamento e che fa il paio con l’altro ciclo analogo ’37-’48, ma di guerra mondiale e di dominio USA sul mondo intero.

La produzione di acciaio, andando dal 1863, primo anno con dato attendibile, al 1872 cresce al ritmo da nuovo impianto del 37,7%, rallenta poi al 28,4%, crolla nella crisi a solo 11,1%. Risale nel ciclo medio favorevole ma solo all’11,7%.
 

Anni di
massimo
Prodotto
nazionale
lordo
Produz.
Mais
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Indu-
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Carbone
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Salari
reali
nella
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tura
Prezzi
all’In-
grosso
1872
Imperialismo
 nelle Americhe
 2,14,66,89,73,0-0,91,4
1913
 Dominio
sul mondo
3,10,75,00,92,92,02,08,8
1969

Il secondo ciclo lungo imperialista 1913-1969 ripete le stesse fasi industriali. Depressione, la Prima Guerra non basta a risolvere la crisi mondiale, il periodo si partisce in tre brevi: ’13-’20 crisi e guerra, ’20-’29 euforia, ’29-’37 catastrofe. Questi i saggi di crescita: Produzione industriale generale, 2,91% (che non dimostra il massimo eccezionale del 1916), 4,64%, 0,41%; in media 2,7%. Carbone 2,5%, -0,7%, -2,3%, in media -0,3%. Acciaio 3,78% (l’acciaio bellico da vendere ai contendenti europei), 3,30%, -1,35%, in media 1,9%. L’andamento del ciclo medio è comunque in forte ribasso, al di sotto della curva media del tesso del profitto.

Il ciclo depresso non esclude la speculazione sulle nuove industrie nascenti e la foga del credito all’estero, specialmente alla Germania, l’euforia dei titoli esteri e del credito al consumo. A fare le spese della depressione sono principalmente i piccoli borghesi – in particolare i contadini – rovinati dalla politica di isolazionismo e dalle forte barriere tariffarie e dall’asfissia del mercato mondiale.

Il recupero nel successivo ciclo medio comprendente i tre brevi ’37-’48 con la crisi e guerra, il ’48-’57 di ricostruzione e il ’57-’69 di distensione con questi indici di crescita: carbone 3,5%, -2,3%, 1,4% (è quest’ultimo il recupero successivo alla fine della man bassa sul petrolio a basso costo); acciaio 4,15%, 4,06%, 1,35%; industria nell’insieme 5,80%, 4,01%, 4,95%. Risulta che solo questa guerra mondiale risolve la crisi anche economica imperialistica, con netti rimbalzi dei tassi nel primo ciclo rispetto ai precedenti di depressione. La guerra vinta fa meno brillanti i profitti nella ricostruzione, specialmente per le produzioni di base, mentre per gli altri settori l’ultimo ciclo evidenzia una netta inversione e ripresa di slancio “fuori tempo”. È l’euforia che precede la crisi degli anni successivi al 1969.

I tre cicli brevi del medio ’37-’69 portano ciascuno una guerra, la prima ’41-’45 con affari colossali e la sanzione definitiva del predominio americano sul mondo in sostituzione di quello inglese. La pace porta sempre la crisi finanziaria e recessione industriale: nel 1946, nonostante lo sfogo dell’esportazione di capitali per la ricostruzione del mondo martoriato; nel 1954 post-Corea, breve ma virulenta, con crisi industriale, discesa dei prezzi all’ingrosso e l’anno dopo crisi in borsa; nel 1969 dopo la sfavorevole impresa in Vietnam con crollo dei titoli.

Questo l’andamento nei cicli medi e lunghi. Industria tutta: mancano dati per il primo ciclo, poi 4,8%, 4,6%, 2,7%, 5,0%, evidentissimo il picco frutto della rapina imperialistica sul mondo che ha ammorbato col suo oppio di falso benessere le due ultime generazioni di proletari. La crescita nel ciclo ’37-’69 è addirittura superiore a quella della seconda metà dell’800; solo la media sul ciclo lungo ristabilisce la sequenza ineluttabile 4,7%, 4,0% che ci fa certa la sospirata riscossa.

Più marcato il fenomeno ma qualitativamente lo stesso per l’acciaio, che anche parte col 1872: 6,4%, 9,7%, 1,9%, 2,9% con notevole inversione all’interno di entrambi i cicli lunghi nei quali comunque in media si conteggia 8,0% e 2,5% come da legge e con forte gradiente.

Il carbone conferma nei cicli lunghi con drastici 7,0% e 0,4%.

Al 1969 indichiamo essere entrati nel ciclo medio che senza incertezza chiamiamo Terza Depressione, destinata a durare tutto il resto del secolo, e nel terzo ciclo lungo cinquantennale che vogliamo anche l’ultimo e mortalmente incompiuto, spezzato dalla fine violenta del modo di produzione capitalistico per l’intervento sovversivo proletario mondiale infrangente ogni ritmo di accumulazione di valori.

Del ciclo medio in corso già è trascorso un primo breve decennale che collochiamo fra i massimi del 1969 e del 1979, qui indicato come Rallentamento: il prodotto nazionale lordo cresce del 3,11%, destinato ad ulteriore abbassamento essendo uguale alla crescita nel ciclo lungo precedente e superiore a quello della depressione ’13-’37; caso a sé il carbone per la detta particolarità del suo mercato che è in crescita al ritmo ormai eccezionale del 2,8%; crisi nera per l’acciaio, nel ciclo -0,30%, già confrontabile con il -1,35% della catastrofe ’29-’37, ma destinato ad ulteriori ribassi. La produzione industriale in genere ha marcato nello scorso decennio 3,26%, anche questo ritmo superiore al 2,7% medio della Seconda depressione e destinato al tracollo. È questo infatti ritmo niente affatto disprezzabile, nonostante le crisi ripetute, ed indica chiaramente che non di vera crisi, nemmeno solo economica, si è trattato negli scorsi dieci anni ma solo dei suoi prodromi. Quella, e non solo americana ma mondiale, verrà nel ciclo breve in corso che possiamo collocare nel decennio, o poco più, dal 1979.

Di più difficile ricerca l’andamento del numero degli occupati, scontrandoci con la definizione sociologica borghese niente affatto rispondente alle nostre categorie e inquinando la misura con fenomeni eterogenei propri di altre classi. Restringiamo il margine di errore ricorrendo alla serie degli occupati nella sola manifattura (ma compresi impiegati e dirigenti) che nella nomenclatura americana non coincide con la nostra industria perché esclude la mineraria e le costruzioni. Sensibili dissonanze emergono fra le diverse serie disponibili per i primi due cicli brevi, ma non per il medio 1850-1870 (fino al 1890 dati solo per l’anno di inizio dei decenni).

Questo l’andamento: primo medio 3,7% di incremento medio annuo; secondo, Prima Depressione, 2,9%, identico nei suoi due brevi; lieve recupero durante l’isolazionismo protezionistico di fine secolo con 3,0% ma con i due brevi in declino, 3,10% e 2,98%. Molto peggiore anche per l’occupazione industriale la Seconda Depressione rispetto alla prima con solo 0,9% di incremento, ben inferiore al corrispondente 1,2% di aumento della popolazione; nei brevi 2,92% durante l’affare della guerra, occupazione stazionaria nelle euforia speculativa degli anni ’20 e in minima crescita, 0,11% fra gli estremi ’29 e ’37 e con la voragine della crisi nel mezzo. L’ultimo ciclo di Seconda Guerra e Imperialismo vede crescere l’occupazione industriale al ritmo medio annuo del 2,0%, con alti e bassi contemporanei a quelli della produzione: balzo nel ciclo della guerra, difficoltà nella ricostruzione, recupero effimero negli anni ’60.

I due cicli lunghi si accodano regolari con 3,0% nel primo e 1,5% nel secondo. Detratto l’aumento della popolazione, visto nei due lunghi uguale a 2,1% e 1,1%, si evidenzia l’invecchiamento della società capitalistica americana nella quale il tasso di incremento dell’esercito del lavoro ha quasi raggiunto quello medio della popolazione e nel prossimo ciclo ne sarà certamente inferiore (intanto è partito con un ciclo breve a solo 0,42!), altro aspetto dell’agonico rinculo della produttività ed efficienza storica dell’attuale modo di produzione, nel quale la pletora delle classi parassite grava come massa inerte sul supersfruttato proletariato industriale e agricolo.

Degno di nota è anche il confronto fra i saggi di crescita del prodotto e quelli degli occupati: ovviamente i primi sono sempre maggiori dei secondi anche nei singoli cicli brevi (con l’eccezione apparente del bellico ’13-’20) significando l’aumento della produttività del lavoro. Ma è anche da notare che la serie delle differenze, nei cicli medi 1,88%, 1,80%, 3,00% e nei lunghi 1,7%, 2,5% è tendenzialmente in crescita sostenuta e dà un’indicazione che non solo la produttività del lavoro aumenta ma aumenta, storicamente, a velocità crescente. Con alcune semplificazioni, supponendo il valore del salario costante, ci conferma che il saggio del plusvalore cresce inesorabilmente, rafforzando la potenza sociale del Capitale e nello stesso tempo immiserendo, almeno relativamente, la classe dei salariati.

Il tasso di crescita dell’occupazione nell’ultimo ciclo, sebbene ancora superiore allo zero, è molto inferiore a quello dell’aumento demografico, implicando un inesorabile dilagare della disoccupazione; il confronto con i ritmi della Seconda Depressione però ci fa ancora prevedere che, come il decennio trascorso è stato solo di rallentamento, il peggio sia ancora da venire anche per la disoccupazione.

Molto frammentaria la statistica borghese anche circa il livello medio dei salari: abbiamo il dato in dollari correnti che, per quanto possibile, abbiamo trascritto relativo all’industria e per gli operai non qualificati. L’abbiamo quindi rapportato all’indice dei prezzi al dettaglio dei generi alimentali, nella nostra dogmatica certezza che anche nella consumistica America solo eccezionalmente il salario può eccedere le necessità elementari.

Si nota come per effetto della deflazione il livello reale dei salari tende piuttosto a salire in tempo di depressione e a discendere in tempo di abbondanza di profitti, secondo la nostra dialettica visione di classi opposte con opposti interessi e a smentita di ogni superstizione di solidarietà sociale: si confrontino le colonne acciaio-salari-prezzi nei tre medi dal 1872 al 1937. Fa di nuovo eccezione il medio ultimo trascorso che nell’abbondanza imperiale pompa i salari al 2% annuo sì che nei due lunghi risulta nel primo 0%, salari mediamente costanti, 2,0% nel secondo. La tendenza degli ultimi cicli medi è però nettamente in crollo rovinoso per la classe operaia: 3,5%, 1,7%, -0,1%: il dato dello scorso ciclo decennale ritorna al regresso dei salari, come non succedeva fin dall’inizio del secolo, tipico dei cicli di rallentamento, pre-crisi, quando alla perdita di slancio dell’accumulazione si accompagna ancora la tendenza all’aumento dei prezzi. La riduzione dei salari reali è dunque un altro segno della chiusura definitiva di una fase storica particolare che ha consentito la anomalia dell’assenza rivoluzionaria.

Dalla serie dei tassi di inflazione – qui dedotti dall’andamento dei prezzi sul mercato all’ingrosso – scaturiscono le seguenti conferme: 1. Le depressioni, originate da sovrapproduzione, spingono alla deflazione (1872-92, 1920-37); la peggiore è ancora quella del ’29 con media nel ciclo -5,2%; nei cicli medi fu però peggiore la Prima Depressione nell’ultimo quarto del secolo scorso che fece diminuire i prezzi al ritmo annuo del 2,85%. 2. Le guerre vedono sempre un forte aumento dei prezzi (osservare i cicli 1860-72, 1913-20, 1937-48 con massimo durante la Prima Guerra imperialista al medio 12% annuo, più del doppio che nella Seconda). 3. Negli anni di pace e non di crisi l’aumento dei prezzi ha oscillato nelle medie annuali comprese entro lo stretto intervallo 1,01-1,56%. 4. La tendenza storica sul lungo periodo è in senso inflazionistico: nei due cicli lunghi abbiamo -0,7% e 2,0% mentre nel primo breve del terzo ciclo lungo in corso già si segna 8,3%, vera novità storica in tempo di pace e di rallentamento produttivo.

Il fenomeno, come già altrove abbiamo documentato, si spiega non con la malvagità dei petrolieri ma con il generale inarrestabile deprezzamento dei segni monetari cartacei, prodotto dall’eccessivo indebitamento delle banche centrali anche delle maggiori potenze capitalistiche, Usa in testa. Si confronti l’aumento della spesa federale, espresso in percentuale sul prodotto nazionale lordo: dai tassi intorno al 2% (in tempo di pace) del secolo passato, con scatto in occasione del primo macello mondiale, l’aumento è enorme.

Già per la guerra di secessione, attentamente studiata da Marx e da Engels come primo esempio di guerra combattuta da una moderna repubblica capitalistica, con i nuovi mezzi tecnici, il debito pubblico crebbe di molto così come la pressione fiscale nella giovane Federazione che si stava dando piena unità governativa ed economica. Con la guerra si afferma la nuova aristocrazia dei capitali accanto a quella ex-schiavista della terra, tanto da rendere possibile già alla fine delle ostilità la crisi finanziaria del ’66 e quella di borsa del ’69. Il ritorno alla pace riporta il bilancio dello Stato al peso di pochi per cento; il lieve regresso verificato anche dopo la Prima Guerra mondiale non si ripete dopo la Seconda, fino ad arrivare ad una spesa dell’ordine del quinto dell’intero prodotto nazionale, con lo stato di allarme ormai permanente dello Stato capitalista. Dati ugualmente significativi provengono dall’andamento del debito pubblico e degli interessi passivi dello Stato federale.

Si tratta quindi di inflazione da troppo Stato, da troppe energie dissipate a scala planetaria nella repressione delle potenziali forze produttive sociali e nell’artificiale sostentamento del cadavere imperialista. È lecito quindi prevedere per il futuro anche la possibilità di diverse combinazioni di depressione-inflazione/deflazione, con la conseguenza che, a differenza delle precedenti crisi, la difesa delle condizioni operaie comprenderà anche la lotta per il mantenimento dei salari reali.

Il saldo commerciale nella sua parabola compendia l’evoluzione degli Stati Uniti nelle diverse fasi: da giovane capitalismo ex-colonia britannica anelante all’indipendenza commerciale e tendente – come previde Marx – a difendere col protezionismo le proprie industrie nascenti dalla concorrenza inglese, a potenza mondiale che sostituisce la vecchia madrepatria nel dominio dei mercati, infine imperialismo maturo esportatore di capitali più che di merci, insidiato dalla concorrenza degli industrialismi più giovani. Il protezionismo è comunque una costante in tutte le parabole, anche nel tratto più alto, puntando il capitale Usa più sull’esportazione di dollari che di prodotti, forti del vasto e recettivo mercato interno.

Il saldo commerciale, qui espresso nelle medie annue e in dollari fittizi del valore al 1913, presenta un inizio in deficit nel primo ciclo medio di formazione del mercato nazionale; poi un secolo sano di bilancia in surplus senza eccezioni, con le irregolarità causate dalle crisi e dai rallentamenti, che diminuiscono l’attivo sull’estero, e dalle guerre fuori patria che invece lo portano ad altezze massime: si notano le crisi degli anni ’80, il peggioramento precedente la Prima Guerra e il triplicarsi del margine durante questa; il dimezzamento negli anni ’30 e quindi il balzo di dieci volte nella Seconda carneficina. Il dopoguerra vede invece un calo costante fino al ritorno in rosso dopo la crisi del 1971 e per valori di grande entità: il passivo medio attuale è dello stesso ordine di grandezza, in termini reali, dell’attivo durante l’ultimo conflitto ben indicandoci come mutati da allora possono essere i rapporti di potenza tra gli imperialismi.

La curva storica del capitalismo americano piega dunque nettamente verso il basso come, con tempi diversi, succede per la maggior parte dei paesi e per l’insieme dell’economia mondiale. Il prossimo chiudersi del ciclo euforico capitalistico svelerà al proletariato anche dei paesi ricchi la reale putrescenza del regime capitalistico e la intollerabilità della condizione salariale. Saranno le forze materiali potenti la cui maturazione lenta ma inesorabile abbiamo qui intravisto a svegliare il gigante proletario dal suo torpore e a far balzare dalle viscere del sottosuolo sociale la più sconvolgente Rivoluzione della storia.