حزب کمونیست انترناسیونال

Il Programma Comunista 1965/22

Tempo di abiuratori di scismi

Il Concilio Ecumenico Vaticano II si è chiuso, se si volesse dirlo in gergo profano, regolando questioni di teoria  di tattica e di organizzazione. Il Papa stesso ha chiarito che i testi che promulgava come volontà della assemblea si dividevano in costituzioni e decreti. Le costituzioni derivano direttamente dalla teoria che per la chiesa è unica, immanente e sancita in testi immutabili rivelati da Dio stesso, la Bibbia e l’Evangelo. La Chiesa di Pietro è stata costituita dallo stesso Cristo, e le sue linee di dottrina non possono mutare nel tempo. I decreti possono seguire i tempi perché riguardano rapporti con altri organismi umani nel mondo non ecclesiastico e l’organizzazione della comunità religiosa e della sua gerarchia rappresentata dai Pastori locali, e dal Concilio dei vescovi. Sono le varie quistioni di organizzazione di questa bimillenaria comunità, che su una base dottrinale intangibile ha tuttavia traversato la storia subendo anch’essa crisi di tendenza, divisioni e scissioni.

Quale senso reale va dato al tentativo di questa grande organizzazione, che vuole restare elettiva e monarchica nel suo fondamentale centralismo, e vorrebbe ritornare ad essere internazionale ed interrazziale, dunque universale e cattolica, di risolvere in una unità mondiale gli scismi che hanno spezzato la cristianità?

Inserito questo problema nella storia delle classi sociali e dei modi economici di produzione, evidentemente non è uno scisma sanabile senza violare la stessa dottrina quello iniziale col mondo pagano, perché quella rottura coincideva con un reale superamento umano, quello dello schiavismo greco romano e politeista. Ma con lo stesso svolto coincide un’altra guerra di religioni con la condanna degli ebrei monoteisti primi, che Roma ha maledetti come uccisori del figlio di Dio. Il mito del calvario simboleggia anche una reale lotta contro ceti storici conservatori, gli scribi, i farisei, i teocrati reazionari dell’oriente, e Gesù è la figura del Capo di una rivoluzione.

La Chiesa attuale vuole risolvere questo scisma e redimere i massacratori del suo fondatore. La posizione è criticata dalla parte dei farisei del marxismo, i falsi comunisti russofili, perché troppo tardiva; in quanto l’antipenultimo pontefice, Pio XII, avrebbe nell’ultima guerra tenuto dalla parte di Hitler e della sua sanguinosa crociata antiebrea.

Più comprensibile è la inscenata saldatura dello scisma con la Chiesa di Costantinopoli, avvenuto nove secoli addietro, e di cui è meno facile classificare la posizione tra gli svolti storici classisti, in quanto Occidente e Oriente erano allora ordinati secondo il sistema feudale e la dominante nobiltà era dovunque vicina alla Chiesa. L’annullamento di questo scisma, di natura secondaria nella dottrina e nella organizzazione, sembra non impossibile in quanto i due pontefici si sono scambiati un abbraccio; oggi tutto si combina tra i vertici!  In grave ombra storica resta però la soluzione del ben più tragico dissidio tra Roma e le varie Chiese riformate, che esplose nell’epoca in cui la moderna borghesia capitalista si preparava alla sua guerra storica contro i regimi feudali.

Questo scontro che ha riempito di sé le storie d’Inghilterra di Francia e d’Europa, non si limitò a teorizzare se stesso come uno scontro tra teoremi della scolastica teologica, ma andò molto oltre anche nei paesi in cui come in Italia non ruppe con Roma, ma si manifestò nel mondo della cultura e dell’arte.

L’attuale Papa ha evidentemente mostrato di voler dialogare (secondo il termine di moda) non solo con le chiese non cattoliche, ma altresì con quello che chiama il mondo moderno, in cui trova gravi difetti spirituali, ma che sembra considerare molto più avvicinabile dei dichiarati anticattolici del tempo borghese eroico, da cui ci separa ormai un secolo almeno.

E’ mancato poco che non dichiarasse di voler accettare, ricambiandolo, l’invito al dialogo dei comunisti farisaici! Sembrerebbe potersi accettare il gergo opportunista dei politicanti odierni secondo cui la Chiesa conterebbe una corrente di destra che avrebbe dominato fino a papa Pacelli, e dopo una prevalente corrente di sinistra, che si nutre della posizione antitedesca nelle due guerre mondiali e della simpatia per i miti di democrazia e libertà ovunque adorati.

Noi marxisti rivoluzionari, pur negando il metodo della scelta tra avversari più vicini e più lontani, possiamo tuttavia, non fosse che per distinguerci da questa zona marcia di rinnegati,. mandare piuttosto un saluto a certi potenti apostrofi del papa Pacelli che sembravano identificare la forza diabolica del male negli eccessi sfruttatori delle classi plutocratiche e nella dilagante religione di Mammona, a cui si sono votati tutti i loro servitori nei luridi mezzifondi della società e della politica e della cultura. Il papa attuale ha formulata la sua sostanziale approvazione alle repugnanti caratteristiche del mondo moderno quando si è posto di fronte esplicitamente  quello che ha chiamato «umanesimo laico profano».

Questo papa non meno abile e preparato forse, ma meno coraggioso del suo predecessore Pacelli, ha voluto andare incontro al secolo non solo ripetendogli l’offerta di lasciare a Cesare politico quello che è suo, come Cristo avrebbe detto, ma ritirando la grande tesi scolastica del doctor seraficus Tommaso, secondo cui la Chiesa doveva fornire l’autorità ad ogni potere civile perché la sua autorità non è nell’uomo ma in Dio. Con una squisita destrezza del tutto clericale ha voluto prendere per sé un umanesimo cristiano, stendendo le braccia protettrici di Roma sulla cultura, la letteratura, l’arte (fino ai cineasti), la ricerca scientifica e perfino il mondo del lavoro cui già ben altri papi avevano sorriso.

Tutto ciò per colpire l’umanesimo laico profano della giovane borghesia radicale e massonica di un secolo addietro che, spingendo l’autonomia della persona umana fino a renderla autonoma «da ogni trascendentalismo», aveva eretto quell’ateismo oggi da tutti rinnegato, sulle rive del Potomac come a Ginevra, a Yalta e alle N.U. e indubbiamente anche nel prossimo mentito Congresso della Internazionale «operaia» e «comunista», così come parimenti detestato alle Botteghe Oscure e dentro i portici del Bernini. Ha detto con aria di sfida il papa Paolo: questo vostro ateismo (egli lo considera già liquidato) è sempre una religione, la religione dell’Uomo fatto Dio, mentre la nostra religione cristiana è quella del Dio fatto Uomo.

Noi che non abbiamo la religione e che neghiamo che la storia sia fatta da Dio attraverso i Profeti ed i Dottori o Uomini Insigni e che la vediamo fatta dall’uomo nel gioco delle sue collettività sociali e della catena delle loro forme, domandiamo a questo mondo moderno, depravato e repugnante, se si alza una voce a difendere questa formula non nostra dell’Uomo che si fa Dio. Essa è quella dei borghesi rivoluzionari idealisti e la si può esprimere come la sostituzione al trascendentalismo dei deisti dell’immanentismo insegnato da Hegel. I traditori ed i trafficanti politici che hanno disertato il marxismo materialista storico che non scrive Dio né alla partenza né all’arrivo, getteranno essi a mare il loro Hegel ed il loro originario idealismo filosofico? Facciano anche questo salto, e passino al seguito della tiara di Paolo VI.

Gli scismi nacquero dal rispetto della dottrina da una parte, e dall’altra dalla rottura rivoluzionaria con essa. Sono i traditori che li rinnegano e li abiurano. Ben può accadere che nel mondo moderno, restando peccaminoso ed orgiastico, il capitale rinneghi il puritanesimo della riforma di Lutero raccogliendo la mano che non da oggi gli tende la gerarchia della Chiesa.

Impostando un parallelo con la lotta della classe proletaria e con la sua dottrina storica, il comunismo, che non attinge da Dio o da profeti individuali, che non ha il doctor seraficus, ma quello che i borghesi di Londra occhiuti chiamarono red terror doctor o quello che i democratici di ogni banda chiamarono erede di Tamerlano e di Gensis Kan, noi infamiamo nel campo proletario gli abiuratori dello scisma dai socialpatrioti e dai socialdemocratici, che fu proclamato da Mosca e da Livorno.

La via della nuova umanità è nella rivoluzione. La rivoluzione nasce dallo scisma.

La struttura organica del partito è l'altra faccia della sua unità di dottrina e di programma Pt.1

Nel giro di un anno è apparso su queste colonne un corpo di tesi in cui trova sistemazione definitiva la posizione della Sinistra Comunista e del nostro Partito sulle questioni di organizzazione. Elenchiamo la successione cronologica secondo cui questo materiale è stato pubblicato: n. 22 del 30 dic. 1964, Appunti per le tesi sulla questione di organizzazione; n. 1 del 12 gennaio 1965, Primi risultati dei contributi giunti da tutto il Partito per l’elaborazione delle tesi definitive sulla sua organizzazione; n. 2 del 24 gennaio 1965, Considerazioni sulla organica attività del Partito quando la situazione generale è storicamente sfavorevole; n. 14 del 28 luglio 1965, Tesi sul compito storico, l’azione e la struttura del partito comunista mondiale secondo le posizioni che da oltre mezzo secolo formano il patrimonio storico della Sinistra comunista (tradotte e pubblicate anche su Le Proletaire, n. 24 del sett. 1965); n. 15, 16, 17 e 18 del 1965, Materiale documentario esposto ed illustrato a commento delle tesi generali della riunione di Napoli.

In tutto questo corpo di tesi si dimostra ad abundantiam che le posizioni del nostro Partito sulle questioni di organizzazione sono quelle sempre sostenute dalla Sinistra Comunista e che nessuna «svolta» o «nuovo corso» in materia è stato inaugurato. A questa abbondanza di dimostrazioni noi vogliamo aggiungere nuova abbondanza, non certo per aprire gli occhi ai ciechi, ma per rinsaldare ancor più la decisione nostra e di tutto il Partito nel proseguire lungo la via che da oltre cinquanta anni la Sinistra Comunista ha imboccato, la sola giusta, la sola che porterà alla ricostruzione di una nuova Internazionale Comunista e alla vittoria proletaria mondiale.

Sono alcune citazioni quelle che intendiamo ricordare, tratte da fondamentali testi del nostro Partito da lungo tempo noti a tutti i compagni. Sul n. 14, 23 luglio – 2 agosto 1953, di Programma Comunista, apparve un importante articolo intitolato «Pressione “razziale” del contadiname, pressione classista dei popoli colorati», che servì da introduzione allo studio classico del partito «I fattori di razza e nazione nella teoria marxista».

Il nostro movimento usciva allora da una fase in cui si era dovuto liberare di alcune scorie controrivoluzionarie, una delle cui caratteristiche consisteva appunto nel considerare superate le tesi nazionali di Marx e di Lenin. Ma altra loro caratteristica era un’analoga deviazione sulla questione organizzativa, consistente nel rivendicare l’utilizzazione del meccanismo democratico e respingere la tesi classica della Sinistra comunista sul centralismo organico.

Era dunque logico che, nel demolire la deviazione opportunistica sulla questione nazionale, il Partito accennasse anche alle tesi classiche della Sinistra sulle questioni di organizzazione, sebbene queste non fossero allora poste in primo piano, dato lo scarso sviluppo del Partito in quel periodo. Ed ecco infatti come, nell’articolo citato venivano sinteticamente ricordate le tesi della Sinistra Comunista nel campo tattico e organizzativo, in un paragrafo suggestivamente intitolato «Né libertà di teoria né di tattica»:

«Bisogna intendersi su questo fondamentale concetto della sinistra. L’unità sostanziale ed organica del partito diametralmente opposta a quella formale e gerarchica degli stalinisti deve intendersi richiesta per la dottrina, per il programma, e per la cosiddetta tattica. Se intendiamo per tattica i mezzi di azione, essi non possono che essere stabiliti dalla stessa ricerca che, in base ai dati della storia passata, ci ha condotti a stabilire le nostre rivendicazioni programmatiche finali e integrali. I mezzi non possono variare ed essere distribuiti a piacere, in tempi successivi o peggio da distinti gruppi, senza che sia diversa la valutazione degli scopi programmatici cui si tende e del corso che vi conduce. E’ ovvio che i mezzi non si scelgono per le loro qualità intrinseche, se belli o brutti, dolci o amari, morbidi od aspri. Ma, con grande approssimazione, anche la previsione sul succedersi della loro scelta deve essere comune attrezzatura del partito e non dipende dalle «situazioni che si presentano». Qui la vecchia lotta della Sinistra. Qui anche la formula organizzativa che intanto la cosiddetta base può essere utilmente tenuta ad eseguire i movimenti indicati dal centro, in quanto il centro è legato ad una «rosa» (per dirla breve) di possibili mosse già previste in corrispondenza di non meno previste eventualità. Solo con questo legame dialettico si supera il punto scioccamente perseguito con la applicazione di democrazia interna consultativa, che abbiamo ripetute volte dimostrate prive di senso. Sono infatti da tutti rivendicate, ma tutti sono pronti a dare spettacolo, on piccolo e in grande, di strani e incredibili colpi di forza e di scena nell’organizzazione».

Io Lenin nel 1904 e nel 1922

Il testo è di una cristallina chiarezza. Tuttavia, riteniamo utili alcune osservazioni. Il superamento della «democrazia interna consultativa» nel partito rivoluzionario viene collegato alla «previsione» e pianificazione dei mezzi tattici di cui il partito si serve nelle successive situazioni storiche. E’ ovvio che nei periodi storici in cui il partito proletario non era ancora giunto storicamente ad una razionale pianificazione della tattica, dunque nella II e nella stessa III Internazionale, ogni brusco (e anche lieve) mutamento di situazione generasse nel partito rivoluzionario contrasti, scontri, formazioni di correnti e di frazioni, e a volte lacerazioni organizzative. Il meccanismo democratico era dunque, in quel periodo storico, lo strumento di cui le correnti e frazioni componenti il partito si servivano nella loro lotta interna per sopraffarsi a vicenda, ed era nello stesso tempo il tessuto connettivo che in periodo normale teneva unito il partito. Se la democrazia nel partito fosse la fonte della «verità» o dell’ «errore», era una questione che potevano porre solo dei metafisici, e che in realtà ponevano da una parte i riformisti, dall’altra gli anarchici e i sindacalisti sorelliani. I marxisti rivoluzionari, dal canto loro, non hanno mai posto, e non potevano porre, una simile puerile questione. I marxisti erano tenuti a sapere che la democrazia è un meccanismo di coercizione, un inganno organizzativo, e dovevano essere pronti a servirsene per i loro scopi come a metterla sotto i piedi, quando era necessario, sempre per i loro scopi. Dovevano sapere che i partiti nei quali conducevano la loro lotta non erano «partiti puramente comunisti», che si trovavano correnti e frazioni non marxiste e non comuniste, e che si trattava di sopraffarle e sottometterle servendosi del meccanismo democratico. La democrazia nel partito doveva servire ai marxisti per ingannare i propri nemici evitando con cura d’essere ingannati.

L’utilizzazione del meccanismo democratico è dunque indissolubilmente legata a un’epoca storica in cui non vi sono «partiti comunisti puri». Non solo i partiti della II e della III Internazionale non erano giunti ad una sistemazione razionale della tattica basata sulla teoria, sui principi e sui fini comunisti, e quindi entravano in crisi frazionistiche ad ogni svolta della situazione politica, ma non erano per definizione «partiti marxisti». Ciò è evidente per quanto riguarda la II Internazionale, coacervo federalistico di tendenze di ogni genere. Ma nella stessa III Internazionale vi erano correnti che si proclamavano apertamente non marxiste senza che ciò comportasse la loro espulsione.

In Francia, ad esempio, sindacalisti rivoluzionari come Rosmer e Monatte e riformisti evoluzionisti come Cachin e Frossard costituivano di fatto la sezione francese dell’I.C., tenuti insieme dalla ammirazione per la rivoluzione d’Ottobre. In Italia, A. Graziadei, esponente della corrente di destra del Partito, poteva scrivere pubblicare e difendere libri in cui si demoliva il Capitale di Marx, senza che ciò portasse alla sua espulsione. In Germania, Lukacs e Korsch potevano iniziare una revisione filosofica del marxismo in senso idealistico e rimanere tuttavia nella Internazionale. Zinoviev  tuonava, è vero, da Mosca; ma i tuoni di Zinoviev non significavano certo la espulsione di Korsch e di Lukacs.

Se non si parte da queste ovvie considerazioni, è inutile leggere Lenin, e in particolare il testo che egli dedicò nel 1904 alle questioni organizzative sorte nel P.O.S.D.R dopo la prima rottura fra bolscevichi e  menscevichi, e cioè «Un passo avanti, due passi indietro».

A questa importantissima opera di Lenin, che da quarant’anni è divenuta il cavallo di battaglia delle falsificazioni staliniste per quanto riguarda le questioni di organizzazione del partito rivoluzionario, dedicheremo una analisi approfondita non solo ricollocandola nella situazione storica in cui essa nacque, ma collegandola alle polemiche svoltesi nel campo proletario sulle questioni di organizzazione, a partire dalla Lega dei Comunisti e dalla I Internazionale, e giungendo fine alla Internazionale Comunista e alla sua degenerazione e dissoluzione. Un simile studio dovrebbe affiancarsi a quello analogo apparso nel 1960 sul nostro giornale e dedicato a L’estremismo, malattia d’infanzia del comunismo di Lenin. Come infatti l’ «Estremismo» è il testo sul quale lo stalinismo e il post stalinismo fondano la loro falsificazione nel campo della tattica, così «Un passo avanti, due passi indietro» è il testo utilizzato dagli opportunisti di ogni sfumatura per creare confusione nel campo delle questioni organizzative, e anche per esso possiamo ripetere quanto dicemmo a proposito dell’ «Estremismo»: «Il testo più sfruttato da quarant’anni da tutte le carogne opportuniste, e la cui impudente invocazione caratterizza e definisce la carogna».

Ma a noi ora interessa ricordare che nel 1904, quanto Lenin scrisse Un passo avanti, due passi indietro, il P.O.S.D.R. era una sezione della Seconda Internazionale, e che le formule organizzative in esso propugnate sono le stesse allora fatte proprie dalla socialdemocrazia tedesca come Lenin stesso ripeté ad ogni pagina, con in più un’accentuazione del centralismo e dei poteri del comitato centrale nei confronti della base, del resto spiegata e giustificata dalla situazione illegale in cui il P.O.S.D.R. era costretto a lottare.

Se dunque Lenin nel 1904 parla di utilizzazione del meccanismo democratico, parla nello stesso tempo della normalità della divisione del partito in correnti e in frazioni. Questo nel 1904. Ma, se ci occupiamo della III Internazionale, anche qui vediamo che Lenin accetta come normale  la sua divisione in correnti. In tutti gli scritti successivi al 1919, Lenin parla dell’esistenza di una destra, di un centro, di una sinistra comunista. Vi è di più, anzi, di peggio: nell’articolo intitolato Serrati e la caccia alla volpe, scritto fra il III e il IV Congresso, Lenin, dopo aver riconosciuto ancora una volta la divisione dell’Internazionale in destra e sinistra, riconosce di aver sbagliato al III Congresso nell’attaccare troppo a fonda la  «sinistra», e si ripromette di condurre una lotta ben più dura contro la «destra». Lenin si poneva dunque come capo dell’Internazionale la cui funzione doveva essere, fra l’altro, di equilibrare, finché possibile, l’urto delle correnti nel suo seno. E in questa situazione politica e organizzativa veramente tragica, lo stesso Lenin, alla fine del 1922, al IV Congresso, intrattiene i delegati del proletariato mondiale intorno alla questione: «Siamo o non siamo perduti?». E riconosce di non poterle fornire risposta. Ma, nello stesso periodo Lenin prevede, nel suo «testamento», la possibilità di una rottura nel Partito Comunista russo, nel «monolitico» partito russo, e negli articoli sulla questione nazionale, mentre attacca Stalin, come «sciovinista grande-russo», registra lo sviluppo di un «imperialismo russo» e di un «socialnazionalismo russo», constata la sopravvivenza del «vecchio apparato statale zarista consacrato dall’olio santo sovietico», e prevede che i piccoli nuclei di operai sovietici e sovietizzati restino annegati nell’oceano della spazzatura sciovinista grande-russa «come una mosca nel latte». E, mentre prevede e scrive tutto ciò, il capo dell’Internazionale si trova  nella non invidiabile situazione di non sapere a chi confidare le sue previsioni, a chi trasmettere i suoi scritti. Egli è prigioniero di un nascente opportunismo. E mentre la controrivoluzione sta in agguato e già costruisce l’osceno mausoleo in cui rinchiudere l’imbalsamato, il capo della rivoluzione d’ottobre, l’altro grande capo, Trotskij, richiude nei suoi cassetti gli ultimi scritti di Lenin, accettando di non rivelarli al Partito già restio ad affrontare con vigore le questioni di politica economica rese urgenti dalla «crisi delle forbici» del 1923. Abbiamo osservato altra volta, commentando la lettera di Lenin a Serrati dopo il Congresso di Bologna, che la questione della rivoluzione si risolve scrivendosi qualche decina di indirizzi giusti. Lenin nel 1922 non aveva più indirizzi.

L’Internazionale e la Sinistra

In conclusione la III Internazionale era un’organizzazione non «puramente comunista», nel cui seno quindi esistevano correnti dichiaratamente non marxiste e perfino antimarxiste, un’organizzazione divisa in correnti e frazioni che per tutti questi motivi non era potuta pervenire ad una sistemazione razionale delle questioni tattiche. Essa era un prodotto della storia, certamente, un ponte di passaggio verso un’Internazionale «puramente comunista» e verso un Partito Comunista Internazionale unico, come Zinoviev e i bolscevichi sostenevano. Perciò, la formula di organizzazione che la caratterizzava, il «centralismo democratico», appunto, era anch’essa una formula di transizione, aperta a diversi e opposti sviluppi.

La Sinistra Comunista italiana condusse coraggiosamente la sua lotta in seno alla Internazionale, per salvarla da un nuovo opportunismo e per facilitarne e renderne possibile il passaggio a partito Comunista Internazionale. Essa sostenne che condizione di questo passaggio era la sistemazione della tattica alla scala mondiale, e che solo su questa base si sarebbero potute superare le crisi frazionistiche, la divisione in correnti e l’utilizzazione del meccanismo democratico. Questa lotta coraggiosa e difficile si risolse allora in una sconfitta, perché la Sinistra si trovò sola a condurla, ma fu tuttavia la sola lotta feconda, che salvava i principi comunisti e l’ avvenire  del movimento e poneva le solide basi di una lontana, ma inevitabile ripresa della battaglia rivoluzionaria.

Non è dunque possibile separare le posizioni della Sinistra nel campo tattico dalle posizioni della Sinistra nel campo organizzativo. Non si può dire: sistemazione razionale della tattica sì, centralismo organico e soppressione del meccanismo democratico nel Partito no. Chi pretende di attuare una simile distinzione, non è che un demagogo che mistifica gli altri mistificando se stesso. E i demagoghi, come Lenin disse, sono i peggiori nemici del proletariato.

Chi pretende (o si ripromette), di utilizzare il meccanismo democratico nell’organizzazione del partito, non può cianciare di Partito Monolitico. I partiti proletari in cui vigeva l’utilizzazione della democrazia non sono mai stati partiti monolitici, ma sono stati partiti divisi in correnti e in frazioni, partiti non «puramente comunisti» e non per definizione «marxisti». Un solo esempio ci ha fornito la storia di partiti organizzati sulla base del meccanismo democratici, e malgrado ciò monolitici: quello dei partiti stalinisti. Ma lo stalinismo poté essere monolitico e democratico al tempo stesso, perché si fondava sulla forza dello Stato, come del resto il fascismo. Ed oggi il monolitismo staliniano si spezza nell’urto fra gli Stati che compongono, o componevano, il falso e bugiardo «campo socialista».

Ed oggi?

La formula organizzativa del «centralismo democratico», caratteristica della III Internazionale, era dunque aperta storicamente a diversi ed opposti sviluppi: essa tendeva da una parte verso il centralismo burocratico, dispotico e statale, e tuttavia sempre democratico dello stalinismo, cioè della controrivoluzione; e dall’altra parte verso il centralismo organico e non democraticoproprio del Partito Comunista Internazionale unico, puramente comunista e puramente marxista, basato su una sola dottrina, un solo programma e una sistemazione razionale della tattica. Il «centralismo democratico» era aperto storicamente da una parte verso il monolitismo della rivoluzione, dall’altra parte verso il monolitismo della controrivoluzione. Questo concetto è chiaramente formulato nel testo del 1953 sopra citato, in cui «l’unità sostanziale ed organica del partito» viene «diametralmente opposta a quella formale e gerarchica degli stalinisti».

Prima di abbandonare questo tema, con riserva di tornare ad analizzarlo compiutamente in uno studio su «Un passo avanti, due passi indietro», accenniamo brevemente alla distinzione fra «circolo» e «partito», da molti sollevata del tutto a sproposito. Che cosa erano i «circoli»? Essi sorsero in Russia fra il 1890 e il 1900, e confluirono nella costituzione del P.O.S.D.R. Ed ecco, cianciano alcuni, che oggi ci troviamo nella situazione della Russia fra il 1890 e il 1900: esistono molti «gruppi» e «circoli» rivoluzionari, quello che manca è il «partito». E per arrivare a questo – a parte l’eventuale e sospirata ricomparsa del «grande capo» – occorre una ricetta, quella della «democrazia», cioè di un «congresso sovrano» che unifichi i «gruppi» in «partito».

Il parallelo storico fra la situazione russa del 1890-1900 e la situazione d’oggi è talmente puerile che merita un solo commento. Nel 1890 esisteva soltanto una Seconda Internazionale. Esiste oggi qualcosa di simile? Non si sono mai poste le scimmie che vogliono fare come Lenin, questa piccola, semplice domanda?

E d’altra parte, se fosse vero (ma non è) che viviamo nell’epoca dei «circoli», dovrebbe essere altrettanto vero che nei «circoli» non si vota. Ora tutti quelli che cianciano di passaggio dai «circoli» al «partito» votano, eccome. Ma allora è chiaro che dieci persone le quali chiacchierano per votare e votano per chiacchierare, non sono un «circolo» e nemmeno un «salotto», perché nei «salotti» si fanno giochi di società, si chiacchiera e si maligna ma non si vota. Dieci persone che votano non possono pretendere di costituire un «circolo» che confluirà nel futuro partito rivoluzionaria, perché sono soltanto una sezione del presente e reale manicomio bo4ghese, una succursale dell’osceno bordello capitalistico.