حزب کمونیست انترناسیونال

Il Programma Comunista 1966/22

Questa friabile penisola si disintegrerà sotto l'alluvione delle «leggi speciali» vane, equivoche e sterili

Questa friabile penisola si disintegrerà sotto l’alluvione delle «leggi speciali» vane, equivoche e sterili (se non salta prima la macchina rugginosa dello stato capitalista ed elettorale) 

Il 4 novembre 1966 Firenze fu sommersa dalle acque dell’Arno in piena, per la prima volta nella sua storia. Vi furono 27 morti e gravissimi danni al patrimonio storico e artistico. Negli stessi giorni vi furono inondazioni in tutta l’Italia settentrionale.

L’«Unità» nel numero del 19 novembre ultimo pubblica, mettendola in grande evidenza, una notizia il cui contenuto è veramente interessante, se pure non ne abbiamo trovato traccia in altri giornali, e sebbene si tratti, se la notizia è fedele, di un pubblico documento di natura ufficiale, dovuto al Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, organo tecnico consultivo dello Stato, i cui pareri devono essere tenuti presenti nelle decisioni del governo in materia di opere pubbliche.

Troviamo giusto utilizzare la notizia pur non volendo certo apparire tanto ingenui da prendere per buoni materiali che si rinvengono nelle colonne dell’«Unità». Il giornale, dall’altra parte, non tenta neanche di trattare una soluzione comunista o teoricamente marxista del rapporto tra le calamità naturali e l’azione politica od amministrativa degli Stati politici moderni. Non ci attenderemo mai di trovare nulla di degno nell’organo di un partito che nulla ha più di comune con le impostazioni comuniste e marxiste; sia ben chiaro!

Riferiamo la notizia con gli estremi che si trovano stampati nel detto giornale, così come se il testo fosse proprio quello di una deliberazione del consesso di cui si tratta, certamente qualificato a trattare l’argomento, a parte ogni intrigo politico sempre possibile in tutti i meandri dello stato borghese attuale. Dopo il disastro delle inondazioni nel Polesine dell’anno 1951, il governo del tempo, secondo la fonte di cui ci serviamo, preparò un «Piano orientativo dei fiumi», e lo fece adottare con una legge dello Stato del 19 marzo 1952. Non volle evidentemente usare la solita espressione di Piano Regolatore, in quanto è chiaro che non si tratta di opere manufatte dall’uomo, ma di fatti esistenti in natura e la cui dinamica le collettività umane devono tentare di conoscere e di indirizzare, per evitare sfavorevoli effetti; quindi è accettabile la dizione di Piano orientativo anche per chi alle prime notizie diffuse nella mattinata del 4 novembre capì che il punto cruciale non era la preziosa Firenze insidiata dall’Arno (fiume che nella storia non ha crimini fin dai tempi di Dante fanciullo, quando Giotto dipingeva l’incontro con Beatrice mollemente appoggiata alle spallette del Lungarno, che dopo ben sei secoli di corretta funzione di contenimento del modesto fiume dovevano essere travolte sotto i nostri occhi di uomini che scioccamente si credono civili, progrediti, ed usciti da molte generazioni dotate di scienza e di tecnica; anche se il semplice ricordo di tal Leonardo da Vinci potrebbe dare alla povera Italietta un simile diritto) ma era invece il classico delta del re dei fiumi, il Po, dove questo confonde le sue foci con quelle dell’Adige e di altri fiumi delle Venezie.

Valgono dunque come se fossero vere le cifre che troviamo stampate su quelle così poco rispettabili colonne.

Con la legge ed il Piano del 1952 fu preveduta una spesa in 30 anni di 1454 miliardi di lire italiane, e quindi di 38,5 miliardi per anno. Da allora sono passati 14 anni, e quindi se i progetti tecnici e i calcoli economici del Piano erano esatti, si sarebbero già dovuti spendere 539 miliardi e la catastrofe attuale non sarebbe dovuta avvenire. Gli estensori del Piano Orientativo del 1952 avevano però fatto di più, cioè avevano selezionate ed elencate alcune opere assolutamente prioritarie che si dovevano effettuare in 10 anni, ed erano relative specialmente ai corsi e ai bacini dei fiumi Adige, Garda, Mincio, Tanaro, Po di levante, Tevere, ecc., ecc. Tale gruppo di opere di primo stralcio impegnava, dei previsti 1454 miliardi trentennali, ben 849 miliardi così ripartiti: 371 per opere idrauliche, ossia lungo gli alvei principali, 385 per opere idraulico-forestali, 93 per opere idrauliche agrarie.

Qui sta la gravità di quanto dichiara il Consiglio Superiore, gravità che è tale anche per noi, oltre ad essere ravvisata da quelli dell’«Unità», intenti solo alla volgarissima competizione elettorale e parlamentare con le cricche politiche che in questo periodo hanno tenuto il governo, e per buttare giù le quali è opportuno non spingere l’analisi marxista oltre la frase famosa di cui si pasce l’ignobile democrazia borghese già da lunga tradizione: «Piove, governo ladro!».

Nel 1965 il sullodato Piano Orientativo subì un aggiornamento, e i calcoli vennero rifatti tenendo conto dei pochi lavori che si erano realizzati nei 13 anni. La conclusione di tale ricerca fu che il nuovo piano anche trentennale e che quindi avrebbe dovuto terminare nel 1995 e non come il primo nel 1982, avrebbe dovuto raggiungere il volume totale di ben 2200 miliardi al posto degli iniziali 1454. Infatti i costi delle opere ad oggi sono molto aumentati rispetto a quelli del 1952, su cui si basò il primo calcolo. Si tratta di un aumento del 32% che si può passare come ammissibile. In proporzione il gruppo di opere di urgenza vitale si può ritenere a sua volta salito, e precisamente da 849 a circa 1130 miliardi.

La questione più grave è che il potere esecutivo, pur potendo spendere 38,5 miliardi all’anno e pur potendo varare altre leggi integrative di quella del 1952, pensò di fare drastiche economie. Alla data del 1965 restavano disponibili ancora 38,5 miliardi per i 14 anni, come detto, e quindi circa 539 miliardi; ed anzi il Piano 1952 aveva già potenzialmente autorizzato come spese prioritarie la rilevante somma testé calcolata di 1130 miliardi. Ebbene, che cosa hanno fatto invece al governo, nel periodo di ben 14 anni? Secondo l’«Unità», e, salvo il vero, secondo il testo del Consiglio Superiore come da essa riportato, i governi hanno usato solo 289 miliardi di cui 251 disposti con successive leggi di finanziamento, e 38 inseriti in normali stanziamenti di bilancio. Quindi è giusto dire che si è speso meno di 1/3 di quanto si sapeva necessario e per 2/3 si son fatte «quelle economie che hanno indotto il Consiglio Superiore ad usare i termini di colpevole leggerezza e di miopia politica ed economica».

Di qui secondo l’«Unità» la colpa criminale di non aver voluto spendere denari del tutto disponibili in cassa provocando la catastrofe del novembre 1966, e facendo lo Stato la falsa economia di 1130 meno 289 eguale 841 miliardi, sulla pelle dei cittadini. Ed ora, conclude l’«Unità», giornale delle opposizioni di sua maestà, il più gran parte di quelli di allora non si sono voluti governo di oggi vuole farsi assolvere compiendo lo sforzo di stanziare solo 454 miliardi contro i 2200 miliardi che furono tecnicamente trovati necessari, e dopo che la spendere. Chi saranno quei fessi che voteranno per la nuova legge, sembra concludere trionfante «L’Unità»? Come potremo continuare la proficua caccia ai voti degli elettori semiannegati?

Bel colpo, per affogare anche il governo Moro di centrosinistra nelle melmose acque di una appetitosa crisi verso nuovi radiosi «mercati delle vacche» e dei «vitelli»!

I signori dell’«Unità» sono da anni da noi considerati e definiti meritevoli della feroce invettiva di cui Lenin fece oggetto il celebre rinnegato Carlo Kautsky, antico teorico del marxismo, quando lo definì marxista liberale.

Tanto la redazione dell’«Unità» quanto il Consiglio Superiore dei LL.PP. sono in buon predicato di ispirazione liberale nel considerare l’accusa che oggi si istituisce contro il governo italiano, che è quella di aver anteposto una economia di alcuni miliardi di spese statali alla esecuzione di provvedimenti destinati alla sicurezza vitale di ingenti masse di popolazione che quei governanti avrebbero dovuto proteggere. Quelli dell’«Unità» sono in predicato di liberali per avere abbandonata la via della dittatura del proletariato, così come Kautsky nei velenosi attacchi ai bolscevichi russi di Lenin. I membri del Consiglio Superiore sono ex-alti funzionari dei corpi tecnici dello Stato e, a parte il loro indiscusso valore professionale, risalgono alla tradizione del grande liberalismo italiano, invocando la quale il governo democristiano potrebbe difendersi allegando che non è colpa ma merito salvare il bilancio statale, sull’esempio di Quintino Sella, che depennò perfino la spesa di due lire per il cibo al gatto del ministero, osservando che, se era tenuto per distruggere i topi, non aveva bisogno di mangiare a carico delle pubbliche finanze.

Tutti dunque, sia pure per diverse ragioni, liberali puri, devono tenersi fedeli alla dottrina dello Stato a buon mercato, che evidentemente ha sedotto i pretesi comunisti dell’«Unità». Il padre Marx a suo tempo staffilò da pari suo questa teoria degli economisti volgari dei suoi tempi. Per tale gentaccia lo Stato democratico ha preso il posto che nelle vecchie ideologie e nella cultura medioevale teneva la provvidenza di Dio. Per essi il denaro dello Stato è cosa sacra, anche se è vero che ogni bene alle popolazioni viene elargito dalle mani dello Stato-Dio.

Per noi figli veri di Marx e di Lenin lo Stato è un arnese sporco e abbiamo in programma di relegarlo con la rivoluzione tra i ferrivecchi, come Engels dettò. Non ragioneremo quindi come ogni fedel minchione di liberale o di socialista riformista che dica:
«Lo Stato per avere danaro per tutte le esigenze è costretto a stampare moneta ed allora è tutto il popolo che soffre e soprattutto le classi più povere di esso per il rincaro generale della vita: ogni altro mezzo è lodevole. Viva dunque le due lire salvate dal taccagno Sella e gli 841 miliardi risparmiati lasciando allagare il Polesine e i tesori della Nazionale di Firenze».

Il richiamo del Consiglio Superiore dei LL. PP. su cui si appoggia l’«Unità» contiene un altro concetto importante. Quando si distribuiscono questi ingenti stanziamenti statali sotto l’abusata forma di risarcimento in moneta della perdita di valore subita dai privati possessori, non tutta la somma viene spesa per autentiche finalità di pubblico interesse e sicurezza generale, ossia per una migliore attrezzatura tutelatrice del territorio minacciato da sinistri, ma una parte va a sanare le ferite dei patrimoni privati. Osserva il testo del Consiglio Superiore che parti degli argini e delle golene sono di proprietà privata e tali restano dopo la esecuzione della imponente opera pubblica. Infatti tecnicamente per impedire il debordare dei grandi fiumi non si eseguono gli argini a contatto del lembo o della sponda del corso d’acqua, ma a distanza molto maggiore, perfino di chilometri. La terra pianeggiante che rimane tra le acque del fiume e il nuovo argine si chiama golena, e pure essendo destinata ad essere invasa dalle acque per prima, è suscettibile di valore agrario, ed è in generale molto fertile, come avviene per le risaie del Polesine, che poi restano sterili per anni, a causa dell’invasione salmastra dell’acqua marina.

Il testo fa un notevole confronto tra gli interessi delle aziende private e dell’azienda statale in materia idraulica, e dice che non è diverso il contrasto che si verifica nelle città ogni qualvolta si formano i piani regolatori che impongono vincoli severi alla iniziativa dei privati. È puro liberalismo quello di considerare l’azienda pubblica non come una espressione della società umana uscita dalle tenebre dei regimi a proprietà privata, ma come una grande azienda in modo che l’optimum sarebbe affidarla non a politici ma ad accorti operatori economici. I socialisti e anche i comunisti mostrano di essere altrettanto liberali quando a proposito di piani e di programmazione tempestano perché sia lasciato posto al fattore dell’iniziativa privata; s’intende, al non nobile scopo di strappare voti anche alle classi medie dei piccoli possidenti e dei piccoli imprenditori. Lo spunto che offre la delibera del Consiglio Superiore potrà essere utilmente sviluppato – oh! non certamente dall’«Unità»! – a proposito del piano quinquennale per la programmazione, in cui tutta la economia nazionale la si vuole trattare con la teoria dei costi e dei ricavi, ossia come se si trattasse di una grande privata azienda. Un tale proposito dovrebbe fare inorridire ogni marxista anche all’acqua di rosa, e non adesso ne svolgeremo tutti i motivi. Né prendiamo sul serio le critiche dell’«Unità» al centrosinistra ed al piano Pieraccini, che da quella si vorrebbe del tutto rifatto, mentre invece pare che il governo voglia mantenerlo come già compilato, anche quando parla di portare al Parlamento non solo la tante volte fallita legge urbanistica, ma anche il famoso piano idrogeologico del territorio; per ora si vara solo una legge per il risarcimento dei danni a cui come sempre ha diritto solo chi ne ha ricevuti nella figura di proprietario.

Ma anche tale discutibile beneficio non va soltanto alle classi dei piccoli possessori urbani o rurali, bensì la delizia di tante piccole imprese e di abili operatori economici, o brasseurs d’affaires, che aprono, come subito dopo la guerra, la caccia al sinistrato, e tenendo sotto il braccio la benefica legge gli promettono: vi facciamo noi la pratica per incassare i saporiti soldi du’ govierno; voi, non cacciate nulla! Si capisce che in tale giro delle migliaia di miliardi di risarcimento danni, una buona parte va ai proprietari privati e un’altra notevole ai sopradescritti ruffiani. È questo il meccanismo col quale fanno oro sulle catastrofi non solo le classi dominanti, ma anche le ancora più ignobili classi medie, cuore di questa repubblica vaticanesca, e nemico di classe numero uno della emancipazione proletaria e degli interessi anche modesti ed immediati di tutti quelli che lavorano. Il contrasto tra l’interesse privato e l’interesse pubblico, anche pensato come identico all’interesse statale, può rientrare nella ideologia liberale, e quindi anche in quella della spenta «Unità», come preminenza del secondo sul primo. Per il marxista lo Stato è il comitato d’interesse della parte più alta della classe dominante, e la difesa dell’interesse pubblico si può disegnare solo come distruzione di ogni classe e di ogni tipo di Stato attraverso la dittatura della classe lavoratrice. Tra poco vedremo che «L’Unità» rincula anche rispetto ad un vigoroso liberalismo borghese. Qual meraviglia?

Un altro punto eloquente che risalta dal commovente accordo tra i saggi parrucconi dei LL. PP. e la scavezzacolla «Unità», è quello della inguaribile statolatria. In Italia per mettere a terra in una polemica il proprio avversario, argomento principe non consiste nell’impiego di dottrina o di scienza, ma nell’ultima ratio di ricorrere a qualcuna delle innumerevoli leggi scritte promulgate dallo Stato.

Nel campo della immensa classe ruffiana avviene che gli esperti e gli specialisti (peste del nostro tempo), poniamo in ingegneria, in idrogeologia, o in medicina, ovvero usciti da qualsivoglia altra facoltà delle università borghesi, cedono il primo posto agli esperti non diremmo del diritto o della scienza giuridica, ma semplicemente del diritto positivo italiano, tutta gente che usa come testo aureo del sapere la collezione della «Gazzetta Ufficiale». In materia di questa imbelle adorazione dello Stato e della legge, i comunisti e i socialisti di tutte le correnti non si regolano di un pollice al di sopra dei liberali, convinti ammiratori delle prime classiche leggi dello stato unitario nei primi anni della sua costituzione. Ma qui va detta un’altra cosa, non meno scottante; anche Benito Mussolini ed il fascismo che pure avevano conquistato lo stato e fatto strame della sua legalità costituzionale, vollero farsi buon gioco, negli anni di persecuzione spietata di ogni loro avversario, di questa maniaca statolatria o mito della legislazione, e consumarono i loro crimini abilmente affibbiando ad essi il numero d’ordine e la data dell’anno solare che caratterizzano ognuna delle infinite stupide leggi, utilizzando in questo trucco finché fu possibile la tradizione liberale dello stato storico e la funzione ridicola del re di cartapesta che apponeva le forme di firme e di suggelli ad ogni legge redatta nell’interesse della classe dominante, nella fase ventennale della sua offensiva dittatoriale e fascista.

Neghiamo quindi fieramente ai comunisti dell’«Unità» non solo il diritto di fare i liberali a spese delle immense boiate che va perpetrando la democrazia cristiana, ma anche quello di vantare se stessi come benemeriti della distruzione del fascismo, la cui abnorme prassi amministrativa aveva le stesse pecche che nel seguito hanno presentato i governi democristiani e i governi di centrosinistra, o uno in cui riuscisse a ficcarsi il partitaccio delle Botteghe Oscure, perché una è l’ispirazione retriva e reazionaria di tutti quegli strati della politica borghese italiana.

Nel 1951 come nel 1966, uguale è la nostra invettiva contro una classe dominante che piange da coccodrillo sulle sciagure nazionali e sa così bene servirsene per difendere il regime maledetto del suo profitto e del suo privilegio.

Partito e sindacati nella classica visione marxista Pt.7

Sarebbe grave errore ritenere che la partecipazione dei comunisti alle organizzazioni economiche del proletariato intesa come formazione in seno a tali organizzazioni di gruppi comunisti, sia una posizione “tattica”, un “mossa” per conquistare pure e semplici adesioni alla politica del partito comunista. La partecipazione dei comunisti al sindacato e alle lotte economiche del proletariato è una necessità implicita nel carattere operaio del partito comunista, e assolve alla funzione fondamentale del partito di classe di guidare le masse proletarie all’abbattimento del potere capitalistico. Quella falsa concezione è tipica di raggruppamenti politici che nel presente marasma, in cui regna assoluta l’ignoranza e la confusione delle idee, sostengono che il “nuovo” corso del capitalismo avrebbe superato la funzione dei sindacati, cosicché essi postulano la sostituzione dei sindacati tradizionali con altre forme di organizzazione operaia più “avanzate” e rispondenti alle “nuove necessità” della lotta. Tale concezione fa il paio con quella del sindacalismo ufficiale, il quale, partendo dallo stesso preteso mutamento delle strutture fondamentali della società, vorrebbe affidare ai sindacati non più i “soliti” “tradizionali” compiti di “contestazione”, di “rivendicazionismo”, di lotta “frontale”, ma quelli assai più “civili” e “moderni” di “intervento” nelle strutture economiche, sociali ed anche politiche, per “trasformarle”, in democratica competizione, al servizio dei lavoratori. Ciò giustificherebbe la “nuova tattica” dei partiti sedicenti operai (e soprattutto del partito che usurpa oggi la tradizione comunista, il PCI) che non aspirano a conquistare il monopolio della direzione delle organizzazioni economiche del proletariato, ma ritengono “tatticamente” più utile alla loro causa uno sviluppo parallelo delle organizzazioni politiche del proletariato (i partiti) e delle organizzazioni economiche (i sindacati), consistente nell’autonomia e nell’indipendenza di azione e di giudizio di ciascuna nella propria “sfera”.

È chiaro, da quanto abbiamo già scritto e soprattutto lungamente citato, che tale “nuova” concezione ricalca perfettamente quella del riformismo socialdemocratico di cinquanta anni fa, e serve solo a privare la classe operaia della sua guida naturale, il partito comunista rivoluzionario. Finché esisterà il capitalismo, e anche dopo il suo abbattimento nel periodo di trasformazione economica, in cui le classi borghesi, politicamente battute, continueranno tuttavia a sopravvivere per un certo tempo nel processo di lacerazione sistematica delle forme di classe, i sindacati operai sono l’organizzazione elementare indispensabile del proletariato, e il partito comunista ha il dovere di dirigerne l’azione (Lenin).

Attribuire, poi, ai sindacati autonomia e indipendenza significherebbe ravvisare nella loro politica una coscienza che spetta solo al partito; come il ritenere superata la necessità per la classe di organizzarsi sulla base delle spinte economiche fa supporre che la classe abbia completamente percorso tutto l’arco storico che la separa del comunismo pieno, in cui non vi sarà più bisogno di organizzazioni di difesa di classe, in quanto la stessa classe proletaria non esisterà più, insieme a tutte le altre classi, come espressioni della “preistoria” dell’umanità.

Abbiamo già visto che la prima posizione circa lo svuotamento storico dei sindacati e quindi, di riflesso, la necessità della loro sostituzione con organi più idonei, fu fatta proprio dai comunisti tedeschi cosiddetti di “sinistra” che dettero vita al Partito Comunista Operaio di Germania. Oggi, coloro che postulano tale scadimento di funzioni non riescono, però, a prospettare nemmeno una soluzione di ripiego, e cadono nel completo assenteismo. Tuttavia, tanto le posizioni dei comunisti operaisti, quanto quelle di tutti coloro che intravedono lo sviluppo più celere e sicuro del moto rivoluzionario attraverso l’invenzione di organi diversi da quelli classici, e implicitamente affidano il risultato storico alle forme di organizzazione, commettono il grave ed irreparabile errore di sminuire la primaria importanza del partito di classe nella storia. Tale errore fu comune anche agli ordinovisti italiani, sebbene in diversa misura e con atteggiamenti meno perentori degli operaisti tedeschi e dei tribunisti olandesi.

* * *

La questione è sempre “attuale”, nel senso che le “malattie” insorgenti nel movimento operaio furono sia perfettamente diagnosticate e teoricamente debellate, e anche nel fuoco della viva lotta delle classi battute senza pietismi, ma non per questo il loro risorgere velleitario può ritenersi scongiurato. Il pericolo, come al solito, non sta nelle teste di alcuni o nei programmi politici di raggruppamenti con tendenza centrifuga rispetto al movimento ufficiale; ma trae origine dalle condizioni stesse in cui la classe proletaria versa e conduce la sua immancabile lotta difensiva. Il lungo richiamo storico, nel quale in fondo consiste questa nostra trattazione, vuole proprio ricordare alla classe che il marxismo rivoluzionario si compiace di ripetere teoremi noti non per il gusto di definirsi non-innovatore, ma perché gli stessi teoremi d’un secolo fa sono ancora validi oggi, in quanto le questioni abbordate sono tutt’oggi vive. Finché la classe operaia non avrà conquistato il potere politico, cioè finché il capitalismo vivrà e con esso vivranno le fiancheggiatrici schiere dei disertori e dei servi col preciso scopo di trattenere una parte della classe dallo slancio di occupare la linea del combattimento di classe, le deviazioni sono possibili e i pericoli delle sconfitte presenti: come la demenza produttiva del capitalismo resta operante finché la dittatura proletaria non ne avrà ucciso per sempre il potere politico.

Non è solo la conquista di una chiara, solida e inconfutabile posizione teorica che immunizza il partito di classe da un possibile deperimento: questa fu la storica lezione che la Sinistra intese trarre dalle lotte furibonde del periodo 1919-1926, soprattutto in relazione alla generosa pretesa di facili tesi che volevano dimostrare come ai comunisti tutto fosse permesso, perché… comunisti. A un saldo possesso dei principi deve corrispondere un’altrettanto salda azione conforme ai principi che rispetti in tutto l’assunto di partenza.

I Consigli di fabbrica e lo stesso “fronte unico” restavano strumenti della lotta rivoluzionaria del proletariato finché non si riteneva che sostituissero i sindacati e le organizzazioni economiche in genere. Allorché a questi strumenti fu affidata una funzione preminente rispetto a quella tradizionale dei sindacati, e gli operai furono chiamati a sopravalutarli e a vedere in essi rispecchiata in anticipo la loro futura condizione di classe vittoriosa, e la realizzazione di condizioni di infallibile successo, si perse di vista la funzione fondamentale del partito e si affidò alla classe una capacità di azione cosciente che prescindeva dal partito, e assegnava al numero di proletari schierati in trincea una posizione determinante sull’esito della battaglia. Quando, invischiati nel teoricismo tattico, i capi dell’Internazionale si fecero prendere dalle dispute bizantine su che cosa si dovesse intendere per “maggioranza” della classe, e in quale espressione matematica dovesse ravvisarsi, si stava spezzando proprio quel saldo legame tra principi ed azione, tra tattica e fini. Non solo non si realizzò nessun “Ordine nuovo”, ma si pregiudicò irrimediabilmente anche l’elementare struttura organizzativa della classe.

Il partito comunista si era conquistate invidiabili posizioni in seno al proletariato in virtù della propria intransigenza rivoluzionaria, e non di una vuota campagna di velleitarismo rivoluzionario, come purtroppo fu accusata di fare la Sinistra dai suoi crescenti denigratori.

Non solo la Sinistra in Italia fu la prima a lanciare la parola d’ordine del “fronte unico”, ma fu anche la sola ad applicarlo con evidenti successi. E tali successi e tale tattica furono possibili perché il partito non si mescolò con gli altri, non inseguì le sinistre di pretesi partiti operai né tanto meno strinse con questi o con quelle alleanze ideologiche e organizzative, che avrebbero compromesso l’esistenza stessa del partito di classe. Basti ricordare che nel novembre del 1921, a dieci mesi dalla costituzione del Partito Comunista d’Italia, la mozione comunista al Consiglio Nazionale della C.G.d.L. a Verona raccolse, malgrado i brogli e le pastette, un quarto dei voti: cioè sessantamila comunisti ottennero la adesione alla loro politica di quattrocentomila proletari.

L’applicazione della tattica del fronte unico fatta dalla Sinistra fu esemplare nel dimostrare due cardini dell’azione comunista: la necessaria partecipazione dei comunisti alle organizzazioni economiche di classe, con conseguente formazione di gruppi comunisti all’interno di esse, giusta l’insegnamento del marxismo e dello stesso Lenin (vedi L’Estremismo); l’assoluta fedeltà ai principi, che non dovevano essere compromessi per un ipotetico vantaggio immediato. Con questo la Sinistra non mise mai in discussione la questione della “conquista delle masse”, nel senso che il partito dovesse abilitarsi a dirigere la lotta generale del proletariato in primo luogo strappandolo all’influenza nefasta dei riformisti e dei centristi, più pestilenziali i secondi dei primi. La Sinistra, tuttavia, fu la sola a non credere ai miracoli della storia, e con tale convincimento fu sensibile più di qualunque altro partito al reale andamento dell’economia capitalistica in una situazione storica in cui tutti i conati rivoluzionari, dopo la vittoria dell’Ottobre, erano stati battuti. In questo stato di cose, la massima preoccupazione della Sinistra consistette nel conservare una salda compagine di partito fedele al marxismo rivoluzionario, che operasse per quello che le condizioni materiali glielo consentivano nella classe operaia, sia che le prospettiva immediata fosse di battaglie di avanguardia o fosse invece di battaglie di retroguardia.

Tutta l’opera formidabile della Centrale del Partito di sinistra del Partito Comunista d’Italia, fino al 1924, fino a che direttamente o indirettamente essa tenne la direzione del partito testimonia l’indefettibile indirizzo marxista dato al partito. Instancabile fu la ricerca di motivi di unificazione della classe per la costituzione di uno schieramento di battaglia rivoluzionaria che fosse il più esteso e il più profondo possibile.

La costituzione dell’”Alleanza del Lavoro” tra le correnti sindacali comunista, anarchica, sindacalista, dei ferrovieri, social-massimalista, fu un primo risultato considerevole. Attraverso l’”Alleanza”, di cui il partito era l’anima, fu preparato lo sciopero generale dell’anno 1922, dopo che erano stati presi dall’”Alleanza” contatti con i partiti operai, i quali, però, tentavano di usufruire di questi legami al solo fine di servirsi dell’”Alleanza” per sabotarne l’azione e bloccare il lavoro dei comunisti. Lo sciopero fu proclamato e al terzo giorno riuscì di una imponenza inattesa, tanto che fu stroncato per iniziativa dei collaborazionisti che temevano uno sviluppo della lotta tale da compromettere irrimediabilmente le loro manovre per la costituzione di un governo di coalizione, sotto il pretesto di impedire un governo fascista. Il risultato immancabile fu che la cessazione dello sciopero generale mise in movimento le squadre fasciste, che passarono ovunque all’attacco, contro le organizzazioni operaie; ma al tempo stesso screditò di fronte alle masse sia i socialisti riformisti sia gli stessi imbelli massimalisti, e spinse la parte più avanzata del proletariato verso il partito comunista.

* * *

La Sinistra svolse i principi tattici del partito nelle celebri Tesi di Roma e condensò le lezioni dei primi due anni d’esistenza del partito comunista nel Progetto di programma d’azione. Nel “Progetto”, dopo aver precisato che «obiettivo del P.C. deve essere la dimostrazione alle masse dell’incapacità rivoluzionaria di tale partito (del Partito Socialista Italiano), come della sua incapacità a difendere anche i concreti loro interessi», e che «questo esige che non sì cessi dall’opposizione a tutte le correnti del P.S.I., che si dichiari impossibile fare opera comunista e rivoluzionaria nelle sue file, che si respinga ogni progetto di “noyautage” ufficiale nelle sue file da parte del P.C.», e che, «di fronte alla scissione del P.S.I. e alla formazione di un partito indipendente, la attitudine del P.C. deve essere tale da impedire che questo partito possa essere accolto dal proletariato italiano come un organismo di capacità rivoluzionarie», viene così messa a punto la questione dell’azione del partito:

«L’incremento delle forze organizzate e dell’influenza sulle masse del P.C. non può essere conseguito col semplice proselitismo che potrebbe derivare da una propaganda teorica e ideologica dei principi del partito, e il compito di questo non può limitarsi alla preparazione di elementi che ha inquadrati per il momento della suprema lotta rivoluzionaria (…) La conquista delle masse allo scopo di prepararle alla lotta per il potere proletario si deve realizzare come un’azione complessa ed intensa in tutti i campi della lotta e della vita proletaria, e con la partecipazione del partito in prima linea in tutte le lotte anche parziali e contingenti suscitate dalle condizioni in cui il proletariato vive. Tuttavia, nel corso della partecipazione del partito a tali lotte, deve essere in ogni istante posta in rilievo la connessione stretta tra le parole che il partito lancia e gli atteggiamenti che assume, ed il conseguimento dei suoi massimi fini programmatici. Per assicurare la conquista delle masse alla causa comunista è necessario accompagnare tutta questa opera nel campo ricchissimo dei problemi concreti con una critica incessante ed una polemica diretta verso gli altri partiti che guidano parte delle masse, anche quando appare che questi possano condividere gli stessi obiettivi per cui lotta il P.C. Gli elementi guadagnati all’attitudine ed opera del partito devono poi venire in tutti i campi solidamente inquadrati nelle varie reti organizzative di cui il partito dispone, delle quali tende ad ottenere la incessante estensione e delle quali deve in ogni circostanza essere assicurata la indipendente esistenza e continuità».

Al paragrafo 6): “I Comunisti nei sindacati”, oltre a ribadire il concetto centrale della partecipazione dei comunisti, si danno norme pratiche di azione: «La partecipazione del P.C. alle lotte concrete del proletariato con le sue forze, con le sue soluzioni, con la sua esperienza, si effettua in primo luogo con la partecipazione dei membri del partito all’attività di quegli organismi associativi delle classi lavoratrici che nascono per necessità e finalità economiche come i sindacati, le cooperative, le mutue, ecc. Di massima e sistematicamente i comunisti lavorano in quegli organismi che sono aperti a tutti i lavoratori e non esigono dai loro aderenti speciali professioni di fede religiosa o politica (…) In tutti questi organismi, di massima, i comunisti hanno i loro gruppi, ben collegati tra loro e col partito, che vi sostengono il programma conforme alle direttive comuniste (…) Il P.C. tende all’unificazione tra loro dei grandi organismi sindacali classisti italiani e lavora per essa fino dalla sua costituzione».

Al punto 7): «Il lavoro nei sindacati, tendente alla conquista di essi al partito ed alla conquista al partito di nuovi proseliti a scapito degli altri partiti che nel sindacato agiscono, nonché tra i senza partito, è quello più utile per un rapido incremento dell’influenza del P.C.» Nello stesso paragrafo si ritrova una norma utile in concreto ancora oggi: «Oggi il P.C. deve condurre una intensa campagna in tal senso col motto: sindacati rossi e non sindacati tricolore. A questo scopo il P.C. deve cercare di concludere una intesa con quelle correnti di sinistra del movimento sindacale che vogliono tenerlo sulle linee di una lotta di classe rivoluzionaria, e inserire in questa azione la lotta per la unificazione organizzativa dei sindacati, che assicurerebbe un massimo di attrazione delle masse nei sindacati stessi. Questa unificazione deve essere perseguita il più largamente possibile, senza escludere nemmeno gli elementi di destra che sono inquadrati da riformisti e sindacalisti già interventisti, oggi tendenti alla rettifica di rotta dei sindacati, ma deve avere i limiti di mantenere gli organi sindacali immuni ad ogni influenza diretta dello Stato, e di partiti e sindacati padronali, escludendo la partecipazione esplicita alla vita dei sindacati operai di partiti e correnti che sullo stesso piano propugnano la organizzazione di corporazioni professionali dei ceti abbienti, come oggi sostengono, oltre ad altri partiti borghesi, i fascisti ed in un certo senso i popolari. In caso contrario si lascerebbero passare tutti gli effettivi proletari in organismi in cui ogni propaganda ed ogni penetrazione comunista e rivoluzionaria sarebbero resi impossibili».

Nella Relazione sulla tattica al secondo Congresso del partito (il Congresso di Roma del 1922), veniva analizzata e approfondita la questione del “rapporto tra il P.C. e la classe operaia”: «Come può il P.C. sempre più allargare la sua zona di fattiva e reale influenza? Attraverso l’esempio della sua indefettibile dirittura? Per mezzo della propaganda? Sfruttando la seduzione estetica del gesto ribelle e coraggioso di pochi suoi iscritti? Non sono questi i soli e soprattutto non sono questi i maggiori mezzi che il P.C. deve usare nella sua opera assidua di penetrazione fra le grandi masse lavoratrici. Il P.C. ha il compito soprattutto di partecipare proficuamente ed instancabilmente a tutte quante le manifestazioni della complessa attività del proletariato. Dovunque un gruppo sia pur esiguo di lavoratori si è costituito per lottare sul terreno della lotta di classe, il P.C. deve portare la sua parola ed il suo incitamento per un’azione concreta; anche se quest’azione presenta solo rudimentalmente ed in forma embrionale i caratteri propri ad un’azione prettamente rivoluzionaria non è mai il caso di estraniarsi o irridere: bisogna sempre intervenire, perché attraverso la lotta qualunque movimento, per quanto poco rilevante e poco deciso sia al suo inizio, finirà con l’inquadrarsi nel complesso delle attività rivoluzionarie del proletariato. Il nostro partito anche sotto questo aspetto ha dato finora prova di essere interamente all’altezza del suo compito. Nessun compagno, anche chi più specificamente è dedicato agli studi storici riguardanti il nostro movimento, si è mai rifiutato di prestare la sua opera nelle forme più modeste ma più proficue ai fini che il nostro partito si propone di raggiungere».

Nel definire i compiti specifici del partito, le Tesi di Roma affrontavano anche la questione controversa del fronte unico che, secondo i dirigenti dell’Internazionale, doveva interessare non solo le organizzazioni economiche e di massa del proletariato, ma anche i partiti politici operai. La Sinistra fu tacciata di praticare una “tattica sindacalista”, perché, riteneva dannosa e improducente quella cosiddetta “politica”, cioè il fronte unico con altri partiti a base proletaria. La “Relazione” chiarisce egregiamente la controversia e mette in evidenza, al contrario, il significato squisitamente politico della tattica del partito: «È sembrato ad alcuni compagni dell’Internazionale che la nostra tattica meriti piuttosto il nome di sindacalista, perché prescinde dal fattore politico. Ciò non è esatto. Tutti i nostri compagni, nel portare comunque e dovunque nei sindacati la parola comunista, sanno di fare e fanno in realtà opera squisitamente politica. La verità è che noi stiamo costruendo nel sindacato il nostro solido congegno per la lotta contro i riformisti. Questo congegno è strumento prevalentemente politico nella lotta ingaggiata dal proletariato contro lo sfruttamento capitalista. Il nostro fronte unico significa il fronte unico delle organizzazioni di tutti i lavoratori. Esso varca ogni limite di categoria e di località. Esso si sforza di cancellare tutti i residui di tendenze corporativistiche che sovente vengono mascherate sotto un sindacato rivoluzionario che poco ha da invidiare alla socialdemocrazia federale. Questo fronte unico per il quale noi lottiamo è un patto eminentemente politico perché, attraverso la lotta per ottenere la sua realizzazione, si costituisce e si sviluppa l’inquadramento delle masse proletarie sotto la guida del partito politico di classe. Questa nostra tattica comincia già a dare i suoi buoni frutti (…) Noi conserveremo e difenderemo strenuamente la solidità di questo nostro inquadramento unitario; né disdegneremo in niun caso l’avvicinarci a qualsiasi organismo proletario per attirarlo nell’orbita del nostro movimento». Il chiarimento serviva non solo a rigettare certe accuse d’attivismo sindacale, in contrasto peraltro con quelle di uno sdegnoso atteggiamento di dottrinarismo che avrebbe racchiuso i comunisti in un “torre di avorio”, ma colpiva anche atteggiamenti di gruppi “ultrasinistri” che, nel rigettare il principio della lotta nelle organizzazioni economiche proletarie, non avevano alla lunga altra risorsa, per non soffocare nell’isolamento della masse operaie, che di veleggiare ai margini del movimento opportunista.

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Si deve ritenere che le citazioni date e gli atteggiamenti ricordati siano stati sufficienti ad inquadrare la questione, pur riconoscendo che la letteratura marxista rivoluzionaria abbonda di testi che trattano questo argomento; e che, negli anni incandescenti, formidabili lotte sul terreno dello scontro tra le classi e su quello dell’apprezzamento politico dell’azione del partito, oltre quelli qui riferiti, riproposero in continuazione il problema specifico dell’attitudine del partito comunista nei confronti dei sindacati, e quello più in generale della tattica.

Ma la presente serie di scritti non voleva soltanto e soprattutto essere una commemorazione più o meno riuscita, o un panegirico più o meno brillante, delle lotte del partito comunista rivoluzionario e della sua integrità marxista. Come al solito, i comunisti rifuggono da tali atteggiamenti e si preoccupano invece di ricercare nelle condizioni del presente, dell’oggi particolarmente avverso, i motivi di conferma del programma rivoluzionario e le ragioni di conforto della ripresa della lotta. È la tensione verso questi obiettivi preliminari e storicamente attuali che spinge la nostra piccola compagine a sondare nel processo reale quali possibilità sussistano per la penetrazione del programma rivoluzionario in uno con l’azione rivoluzionaria. Non ci accontentiamo di compiacerci d’aver sciolto grossi problemi teorici: vogliamo soprattutto impegnare la nostra organizzazione nel terribile e duro lavoro tra le masse proletarie, nelle fabbriche, nei campi, nelle organizzazioni di difesa economica e di classe, consapevoli che soltanto in virtù di questo lavoro oscuro sarà possibile riconquistare alla rivoluzione comunista i consensi e le adesioni dei proletari. Si devono raggiungere le condizioni di lotta e di capacità rivoluzionaria che furono proprie del partito di allora, e da esse con rinnovato slancio ritentare l’assalto al potere.

Ogni sforzo, quindi, sarà fatto perché i comunisti possano guidare dalla prima trincea l’armata proletaria, non temendo “di sporcarsi le mani”, perché nella lotta rivoluzionaria tutto si purifica e si esalta.