[RG-47]-[RG-48]-[RG-49] Marxismo e scienza borghese Pt.2
Le contraddizioni della scienza borghese
Non intendendo tracciare una storia esauriente della scienza borghese, ci fermiamo ai pochi esempi presentati: quello che ci importava di mostrare era come sia lontano dalla realtà l’idea di una Scienza sospesa al di sopra della società, e come lo sviluppo scientifico discenda da necessità sociali e, nella società borghese, dalla necessità inesorabile di accrescere sempre più il capitale.
Beninteso, per rispondere efficacemente ai bisogni del capitale, la scienza borghese dev’essere reale, cioè scoprire proprietà e leggi obiettive del mondo, deve effettivamente accrescere le nostre conoscenze positive. Ma accade alla scienza come in generale alle forze produttive e all’apparato di produzione sotto il dominio di S. M. il Capitale: come la produzione che ha per motore la produzione di capitale presenta, dal punto di vista dei bisogni umani, «escrescenze parassitarie» (inutili o nocive) sempre più grandi, così la scienza orientata dal capitale sviluppa settori che interessano soltanto il capitale, e ne trascura altri che sono essenziali per la specie.
Pur sapendo molto bene perché la scienza borghese spinge in questa o in quella direzione, in pratica ci è impossibile dire oggi quali conoscenze resteranno utili e quali (pur rimanendo «vere») cadranno in disuso come è spesso avvenuto nella storia – almeno per quanto riguarda le scienze naturali. Sappiamo ad esempio perché la chimica ha cercato (e trovato) le fibre tessili sintetiche: il capitalismo deve tentar di affrancarsi dalle materia prime «naturali», la cui produzione è legata a condizioni climatiche, a cicli stagionali, ed anche a situazioni economico-sociali (paesi coloniali o semi-coloniali a monocoltura, ecc.): deve cercare delle materie prime «industriali» prodotte non importa quando e non importa dove, al ritmo richiesto dal mercato e a bassi costi produzione. Ecco perché dobbiamo indossare indumenti di nailon, di terital, ecc., e il capitale se ne infischia di sapere se questi nuocciano o meno alla pelle (respirazione, traspirazione, ecc.) e quindi a tutto l’equilibrio biologico, almeno finché non abbiano effetti immediatamente catastrofici. Ma ciò non prova necessariamente che simili prodotti siano «un male». Anche qui, bisogna guardarsi dal cadere nel «naturismo»; del resto neanche una camicia di lana è un prodotto «naturale», bensì un prodotto dell’attività umana, provato da una lunga esperienza. A forza di invocare la natura, si arriverebbe ben presto, per dirla con Marx ed Engels, a «idealizzare lo stadio in cui gli uomini ignudi grattavano il suolo con le unghie in cerca di tuberi commestibili». Svincolandosi, per motivi suoi propri, da certi limiti naturali, il capitalismo ne libera effettivamente l’uomo: se poi convenga all’umanità svincolarsi da quei limiti naturali, e dove ciò possa condurlo, è una questione che la scienza attuale è socialmente incapace di risolvere.
Allo stesso modo, non diremo che l’energia atomica sia necessariamente un male. Sappiamo che la borghesia è costretta dalle leggi dell’economia capitalistica a generalizzare l’impiego di questa fonte d’energia senza tener conto dei pericoli che essa presenta e soffocando i dubbi e le angosce dei biologi. Ma l’energia derivata dalla fissione nucleare è così (o così poco) «naturale» come quella tratta dal primo fuoco di sterpi: oggi il suo impiego è richiesto dal capitale; solo una volta liberata dalle leggi del capitalismo l’umanità potrà cercar di scoprire se effettivamente, tenendo conto di tutte le sue implicazioni e conseguenze, essa è socialmente utile.
Esistono invece settori in cui possiamo fare delle previsioni: per esempio, è molto probabile che quasi tutta l’odontoiatria, la scienza ultraraffinata delle operazioni e protesi dentarie, finirà per scomparire nella misura in cui l’equilibrio generale e un’adeguata prevenzione eviteranno che i denti si guastino.
A maggior ragione le pretese «scienze dell’uomo», psicologia, psicologia sociale, sociologia, eccetera, spariranno per il semplice fatto che il loro oggetto, l’uomo della società capitalistica (homo capitalisticus) sarà scomparso. Senza dilungarci su queste «scienze», citiamo comunque un esempio. La psicologia sociale (che offre brillanti carriere di capo del personale, di agente pubblicitario, di esperto di mercato e di «relazioni (in)umane», in fabbrica o in diplomazia) si è scientificamente rivolta al problema della produttività degli operai (come aumentarla senza sganciar quattrini!), e ha scoperto che, per esempio, il rendimento di un reparto d’incannatrici aumenta di un tanto per cento se le macchine sono dipinte in verde tenero invece che in grigio, se qua e là ci sono fiori e quadri, e se il caporeparto (dai baffoni virili) si mostra cortese con tutte le operaie senza accordare preferenze a nessuna (oh, santa emulazione!) e questa è una «verità scientifica» e sperimentale, di cui fin da ora ce ne strafreghiamo, contro cui se necessario ci battiamo, e che, nella società comunista, diverrà un assurdo mostruoso!
Ma ritorniamo alle scienze un po’ più serie, a quelle che pretendono di accrescere il dominio dell’uomo sulla natura. Abbiamo visto che le più «obiettive» di queste si sviluppano soltanto nelle direzioni in cui tale dominio permette di estendere la riproduzione allargata del capitale. Ma questo stesso sviluppo, richiesto dal capitale, è intralciato dal modo di produzione capitalistico, e per diversi motivi:
– Il fatto stesso di questo orientamento altera l’equilibrio dello sviluppo scientifico, lo frantuma in settori antagonistici, lo rallenta;
– la lotta (inevitabile) tra profitto immediato e profitto futuro accentua tale squilibrio;
– l’idealismo borghese impregna la mentalità degli «scienziati» e ne contrasta il lavoro: questo fatto, già rilevato da Engels, si fa sempre più flagrante, come si è visto per la fisica;
– infine, la divisione sociale del lavoro, che ha permesso in passato il rigoglio delle scienze, ora ne ostacola lo sviluppo ulteriore.
Quest’ultimo punto è interessante perché è uno dei fattori cui si devono le agitazioni studentesche. Il capitalismo richiede sempre più scienza; ora, la forma in cui si svolge la produzione di scienza è molto in ritardo su quella della produzione materiale: fino a non molto tempo fa, la scienza era prodotta in modo semiartigianale e individuale; solo da qualche decennio il lavoro associato è stato seriamente introdotto in questo campo, ed ha causato una proletarizzazione dei docenti ed altri studiosi. Questi diventano dei proletari nella misura in cui non sono più padroni dei loro mezzi di produzione e dei loro prodotti, ma devono vendere la propria forza-lavoro: beninteso, questi lavoratori che costano caro e gli sono utili sotto molti aspetti, il capitalismo non li degrada al rango di proletari comuni: ne fa dei «proletari di lusso» (come ci sono «polli di stia»).
Ma questa «modernizzazione» dell’insegnamento e della ricerca viene in realtà già troppo tardi: agli inizi del capitalismo, l’introduzione del lavoro associato, la socializzazione della produzione, permise l’impetuoso sviluppo delle forze produttive; oggi queste forze soffocano nella morsa dei rapporti capitalistici. La stessa scienza attuale, borghese, non si trova più a suo agio entro la forma capitalistica: il suo sviluppo esige l’abolizione della divisione del lavoro, della contabilizzazione individuale o «aziendale», della concorrenza, del salariato.
Basta pensare al groviglio inestricabile che per la borghesia rappresenta la selezione e formazione di questa èlite: tutti gli ingegnosi ritrovati della psico-pedagogia si infrangono contro la realtà dei rapporti capitalistici. Del resto, a guardar bene, queste grandi scoperte non sono che pallide scimiottature di cose che sappiamo a menadito. Da gran tempo il Partito pratica il metodo di trasmissione di conoscenze e sviluppo del lavoro che gli «scienziati educatori» cercano brancolando nelle tenebre: l’«insegnamento» non è distinto dall’attività; la formazione dei giovani avviene senza «professori», mediante la loro partecipazione al lavoro collettivo; non occorrono esami o diplomi per controllare o sanzionare le capacità dei singoli; ognuno dà un contributo proporzionale alle sue forze e, se commette un errore, i compagni lo correggono senza tante storie. Ma, se il Partito può condurre la sua attività in questo modo che è insieme il più efficace e quello che consente ad ogni militante di esplicare al massimo le sue doti personali, ciò avviene perché il Partito è un organo collettivo unitario: lottando tutti per la stessa causa, i militanti non conoscono né concorrenza né arrivismo; non cercano né fortuna né gloria; l’attività s’impone loro come una necessità storica alla quale ciascuno dà spontaneamente il meglio di sé stesso.
Il fatto che questo modo di funzionamento assilli (senza che essi ne abbiano chiara coscienza) un buon numero di riformatori dell’università conferma semplicemente la tesi marxista che, a partire da un certo grado di sviluppo, le forze produttive si ribellano contro la forma capitalistica e richiedono oggettivamente la forma comunista. Ma, essendo impossibile introdurre il comunismo a pezzi e bocconi nella società borghese, le più «audaci» idee dei riformatori sfociano nell’utopia, e il solo risultato reale del loro agitarsi è di coltivare l’illusione di una riforma della società senza rivoluzione e dittatura del proletariato, mentre la riforma effettiva dell’università avviene nel senso di una accentuazione della concorrenza (pudicamente detta «competizione», come se si trattasse di un sport disinteressato!): concorrenza per entrare nella categoria «di lusso», per restarci e salir di grado; concorrenza tra le facoltà, le unità di ricerca, ecc. Il capitalismo non conosce altro mezzo per far lavorare gli uomini.
L’oscurantismo scientifico
Abbiamo visto che la scienza borghese, lungi dall’aleggiare nell’etere della «conoscenza pura», è determinata dal capitale e coinvolta globalmente nelle contraddizioni della società capitalistica: vedremo ora che, in più, essa è un’arma di conservazione borghese.
Anzittutto, perchè il «progresso scientifico» è uno dei grandi alibi della borghesia. I mali di cui soffre l’umanità sono evidenti; non potendo negarne l’esistenza, la borghesia procura di mascherarne le cause sociali parandosi dietro le «forze naturali». Mentre, in realtà, le forze produttive dell’umanità sono già troppo sviluppate per la forma capitalistica, la propaganda borghese dà ad intendere ai proletari che le loro miserie siano dovute a un insufficiente dominio della natura.
In un discorso di Waldeck Rochet («France Nouvelle», 17 gennaio 1968), troviamo un esempio caratteristico di questa mistificazione, che rinvia il miglioramento delle sorti dei proletari a un avvenire imprecisato: «Via via che i progressi della scienza e della tecnica permettono di aumentare la produzione e la produttività del lavoro…»! Respingendo con orrore la lotta di classe per l’abbattimento della dominazione borghese, questi messeri predicano la sottomissione di «tutte le classi» agli imperativi del progresso della scienza e della tecnica borghese, da cui invece i proletari non hanno nulla da attendere! Si vede qui che anche le conquiste più serie della scienza borghese giocano a favore del conservatorimo capitalistico, portando acqua al mulino dell’illusione del Progresso. (Allo stesso modo, l’autorità scientifica di un Einstein non faceva che convalidare l’idealismo piccolo-borghese, democratico e pacifista, di cui egli non si è mai potuto liberare).
Inoltre, la borghesia trae spunto dai successi delle scienze naturali per costruire una «scienza sociale» sedicentemente al disopra delle classi, in realtà per giustificare la propria filosofia sociale e la propria forma di società. Qui le contraddizioni del pensiero borghese (riflessi delle contraddizioni sociali) esplodono:
– nelle scienze della natura, la borghesia ha accettato di fatto il materialismo; altrimenti, non ci sarebbe stata nè scienza nè espansione produttiva;
– nella scienza della società, non può accettarlo perchè implica la sua morte.
Per mascherare tale contraddizione, la borghesia ha sfruttato l’enorme confusione che, nel linguaggio, si traduce nell’ambiguità del termine «ragione»: quando la borghesia stessa si è presentata come la Luce («i lumi») contro l’oscurantismo, come la Ragione contro le superstizioni, il vocabolo «ragione» confondeva due diversi concetti: quello della razionalità del mondo e quello di una Ragione immanente e trascendente.
Per «razionalità del mondo» si intende il fatto che i fenomeni e accadimenti del mondo non sono indipendenti e incoerenti, ma legati gli uni agli altri; che è possibile trovare queste relazioni e le leggi che le regolano e così «capire» il modo: è, semplicemente, il concetto del determinismo. Ora, questo non è una «innovazione» della borghesia, che ha solo dato espressione estrema a una tendenza vecchia quanto l’uomo e non ignota neppure agli animali. Nè si tratta di un principio a priori, ma di una conquista perenne: dire che «tutto è legato a tutto» è una frase vuota (che rischia di metter capo all’assurdo: il legame tra la conquista della Città Santa da parte dei Crociati ed il terremoto, putacaso, in Sicilia, è estremamente tenue ed indiretto!). Quel che conta è scoprire che cosa è legato, in che modo, a che cos’altro.
In qual senso possiamo dire che le «superstizioni» sono irrazionali? Non perchè neghino il determinismo, ma perchè, non potendo trovare le vere cause di un fenomeno, tentano di spiegarlo con un falso determinismo, che è generalmente antropocentrico, attribuisce all’uomo un Potere eccezionale, e serve a fini sociali. Così forze naturali che sfuggivano alla comprensione umana erano messe al servizio di un dato ordine sociale: così faceva la Bibbia quando spiegava il cataclisma geologico da cui si originò la valle del Giordano con i vizi e le turpitudini degli abitanti di Sodoma e Gomorra, o, in tempi ben più recenti, la Santa Inquisizione quando addebitava il terremoto di Lisbona agli Ebrei ed altri eretici. La borghesia è però andata troppo per le spicce nel trattare come sciocche superstizioni tutte le conoscenze delle società che l’hanno preceduta: gli stessi talismani non erano poi una cosa tanto idiota; il guerriero che si ritiene invulnerabile non conosce la paura; il suo comportamento in battaglia e lo stesso esito di questa risultano modificati; l’individuo convinto che una pietra «magica» gli assicura una felice disgestione, digerisce effettivamente meglio. Inoltre, la scienza ha molto spesso trattato come «superstizione» ciò che era il frutto di osservazioni millennarie, come, secoli fa, quello «scienziato» che scherniva gli «ingenui contadini brettoni che credono che la luna abbia a che vedere con le maree». Ancora oggi, la più scientifica previsione meteorologica non è più sicura di quella dei contadini, fondata su una lunga esperienza. Ricordiamo anche i due casi di rotture di dighe, in cui una vecchia esperienza condensata nei nomi di luogo (Malpasset, in Francia) sapeva che il terreno non era sicuro: ignorando il significato dei toponimi, geologi ed ingegneri costruirono le dighe proprio nei posti sbagliati.
Naturalmente, ciò non significa che si debbano riprendere tutte le credenze antiche. Ma anche quando la loro critica scientifico-razionalistica era fondata, essa serviva alla borghesia per accreditare l’idea di una Ragione a priori. Invece di intendere la razionalità umana come la ricerca del vero adeguamento dei mezzi a dati scopi, la borghesia ne ha fatto un Assoluto: e non per errore o per caso, ma perchè tale ragione astratta, al di sopra delle società, al di sopra delle classi, indipendente dagli uomini e a tutti ugualmente accessibile, è il fondamento teorico della sua filosofia sociale: su di essa poggia il Principio Democratico, la peggior superstizione di ogni tempo, la credenza che sia la libera espressione delle libere opinioni a determinare i rapporti sociali ed il divenire sociale. Con la «Ragione», la borghesia ha insieme eliminato un antropocentrismo semplicistico (quello per cui si fanno delle processioni per ottenere la pioggia), istituendone e istituzionalizzandone uno più raffinato: l’antropocentrismo che riconosce le leggi della natura ma ne esclude l’uomo; che lo pone come una Libertà
Tale credenza, che giustifica la forma politica della società borghese è, lo ripetiamo, una superstizione peggiore di tutte le superstizioni antiche. Se i Greci spiegavano la folgore o i maremoti con le ire di Zeus e di Poseidon, si può dire a loro discarico che erano effettivamente incapaci di trovarne la spiegazione vera. Ora che la borghesia pretende di spiegare i fenomeni sociali, e in specie le catastrofi che colpiscono l’umanità, con la superstizione democratica, la loro spiegazione scientifica reale è perfettamente accessibile all’uomo. Ma essa non è data da una Scienza astratta, bensì da una scienza che si proclama apertamente scienza di classe, e che non può essere se non la scienza della classe obiettivamente chiamata a distruggere il capitalismo, una scienza-azione, la scienza rivoluzionaria del proletariato.
Contro questa scienza, la borghesia mobilita tutte le sue forze, e in particolare la sua scienza. La scienza perseguita il piccolo Dulcamara che vende erba secca come «rimedio segreto degli Aztechi» contro questo o quel male, e certo l’imbroglioncello sfrutta a suo vantaggio le sofferenze umane e l’impotenza della scienza borghese. Ma il suo è (talvolta più efficace e) infinitamente meno dannoso del ciarlatanismo intrinseco di questa stessa scienza: ponendosi come Scienza In Sé, pretendendo che una scienza astratta al di sopra delle classi debba regolare le questioni sociali, la scienza lotta direttamente contro la presa di coscienza rivoluzionaria del proletariato. Per questo – non per soddisfare meschine vanità – la borghesia leva tanto alle stelle la scienza e gli scienziati: finchè i proletari, tenuti dalla divisione del lavoro nell’ignoranza e nell’abbrutimento, ammirano scienza e scienziati e ne attendono salvezza, la borghesia può dormire fra due guanciali!
Diremo dunque che il proletariato non debba nulla alla scienza borghese? Sarebbe assurdo. Il proletariato deve alla borghesia la distruzione delle forme di produzione sclerotizzate, la realizzazione – a sue spese – di quell’impetuoso sviluppo delle forze produttive che lo pone obiettivamente davanti alla necessità della sua rivoluzione; che rende possibile e necessario il comunismo. Questo aspetto storicamente rivoluzionario del capitalismo si ritrova, beninteso, anche sul piano teorico: la scienza borghese ha avuto annch’essa la sua fase rivoluzionaria, consistente nella demolizione dello schema di un universo raggelato in categorie immutabili, e nella dimostrazione della storicità della natura. Questa fase è contrassegnata da due grandi tappe, (citiamo dei nomi per facilitarne il ricordo):
– Galileo e Kant: dalla negazione del moto «assoluto» e del cosmo geocentrico all’affermazione della storicità del sistema solare;
– Lamarck e Darwin: dimostrazione dell’evoluzione delle specie viventi e avvicinamento alle leggi che la governano; origine della specie umana.
Ecco le grandi conquiste della scienza borghese. Arrivata di fronte all’uomo, essa gira al largo: la terza tappa, la dimostrazione della storicità delle forme socio-familiari e delle leggi che reggono la loro evoluzione ad opera di Morgan, esce già dal quadro della scienza borghese.
Questa, infatti, non ha mai accettato il lavoro di Morgan: oggi non ci si accontenta di ignorarlo; tutta l’attività etnologica tende a nascondere il grande tronco storico messo in evidenza da Morgan sotto i ramoscelli divergenti: l’«approfondimento» dei particolari non mira che a spezzare o dissimulare l’unità della via maestra dello sviluppo storico e delle sue leggi. Questo perchè, se può accettare la storicità ed il determinismo nella natura, la borghesia non può accettarli nella società umana: per lei, la storia è un lento cammino dalle tenebre verso quell’Ideale di Ragione che è la società borghese. E più questo «ideale» svela sua vera essenza, più la borghesia respinge con orrore il determinismo che ne annuncia la morte, e si rifugia nella superstizione.
Il lavoro di Morgan segna il tramonto della fase rivoluzionaria della scienza borghese; compiuto sullo slancio di questa scienza, la supera e si congiunge alla scienza proletaria nata nel frattempo in Europa: è forse la sola opera scientifica se non «al di sopra» delle classi, almeno «fra due classi»: ma non poteva rimanere in questa posizione instabile; la scienza borghese, segnando con ciò i suoi limiti, l’ha rinnegata, e Marx ed Engels hanno subito capito che si inseriva perfettamente nella scienza proletaria, cui apportava una clamorosa conferma storica.
Via via che la fase rivoluzionaria della borghesia si esauriva e il capitalismo vittorioso entrava in fase d’espansione, poi cominciava a putrefarsi, la scienza borghese doveva seguire un’evoluzione parallela: essa non poteva che svilupparsi secondo le esigenze del capitale rinculando sul piano dei principi, non poteva che porre la sua razionalità al di sopra delle classi e pretendersi depositaria della salvezza dell’umanità. Questa Scienza astratta oggi non è più che un oppio del proletariato, e non c’è da stupirsi se convive in così buona armonia con la sua nemica di ieri, la religione. La borghesia non cerca più la coerenza: nel suo terrore del proletariato, essa utilizza alla rinfusa Dio e la Ragione, il Papa e la Democrazia.
La scienza del proletariato
Così, la scienza borghese, ieri rivoluzionaria, è oggi un ostacolo sul cammino del proletariato. Non è neppure più che questo, perchè noi ci disinteressiamo totalmente dei «progressi» che può ancora compiere; da un lato perchè sappiamo che non andrà molto lontano, dall’altro perchè oggi ciò non importa nulla: I problemi che attualmente si pongono all’umanità non sono dovuti a insufficiente padronanza delle forze naturali, ma al fatto che l’umanità non padroneggia le proprie forze.
Il suo dominio sulla natura, la sua scienza e le sue forze produttive sono sfuggite al suo controllo, sono divenute «autonome» sotto forma di capitale, la dominano e si moltiplicano a sue spese secondo le leggi del capitale. E non si tratta qui di un rapporto fra l’uomo e la macchina (che la superstizione borghese tende a «personalizzare» come gli antichi personalizzavano la folgore) e il capitale non è per noi un’entità metafisica. Si tratta del rapporto reciproco fra gli uomini nell’attività produttiva.
Proprio perchè i rapporti di produzione sono fondati sull’appropriazione privata, sul mercato e sul salariato, essi hanno trasformato le forze produttive sociali in «capitale», cioè in un meccanismo sociale di produzione che può solo funzionare secondo le leggi dell’economia capitalistica.
Il problema non è quindi di accrescere quantitativamente le forze produttive (fra cui la scienza): questo aumento, peraltro realizzato dal capitalismo, non fa che rendere più violenta la contraddizione tra le forze produttive e i rapporti di produzione, provocando convulsioni sociali che la superstizione borghese interpreta in chiave «scientificamente» fantastica.
Si tratta di rivoluzionare qualitativamente le forze produttive, mediante il sovvertimento dittatoriale dei rapporti sociali di produzione.
Perciò il proletariato, classe oggettivamente chiamata a realizzare questa rivoluzione, capovolge l’ordine «logico» della scienza, che vorrebbe costruire prima una fisica «compiuta», quindi una biologia «compiuta», per giungere infine a una scienza sociale. Il proletariato parte dalla scienza della società umana e le subordina tutte le altre. Solo la conoscenza delle leggi dello sviluppo sociale gli permette di realizzare questa rivoluzione imposta dalla storia; solo dopo di aver liquidato le contraddizioni sociali, gli uomini, divenuti padroni della propria forza, potranno riprendere efficacemente lo studio della natura. Liberata dalle contraddizione del modo di produzione capitalistico, la scienza integrata nell’insieme delle attività sociali progredirà allora a passi di gigante.
In sintesi, potremmo rifarci a un detto di Vallès. In un articolo inteso (già allora!) a radunare gli scienziati e gli intellettuali intorno alla bandiera del proletariato, egli usa la formula: «La Rivoluzione non è che la marcia in avanti della Scienza». Ora se è vero che, come si è visto, lo sviluppo della scienza, e di tutto il complesso delle attività umane, passa necessariamente per la rivoluzione comunista, la formula di Vallès rispecchia l’idealismo borghese che ha fin troppo appestato il movimento operaio (francese soprattutto): mettendo la Scienza al di sopra della società, esso disarma il proletariato. La formula va rovesciata e rimessa sui due piedi: La scienza oggi è la marcia in avanti della rivoluzione; è la scienza di classe del proletariato, la teoria e la prassi rivoluzionaria, la dottrina storica e l’esperienza delle lotte del proletariato; è l’organizzazione del proletariato in classe rivoluzionaria; in una parola, la scienza umana oggi è il PARTITO. Solo il Partito di classe del proletariato rappresenta, difende e mette in azione la sola scienza che conti, e che ingloba tutte le altre.