حزب کمونیست انترناسیونال

Il Programma Comunista 1971/4

Riprendendo la Questione Cinese Pt.11

Stato proletario e Stato borghese

Quanto abbiamo detto finora a proposito della assunzione da parte del P.C.C. di tutte le caratteristiche di un partito nazionale borghese, a proposito cioè della sua trasformazione nel “vero Kuomintang”, è confermato ulteriormente sia dalla struttura dello Stato cinese sia dalla sua politica.

Come abbiamo già scritto citando lo stesso Mao, lo Stato di “nuova democrazia” non doveva essere né la dittatura del proletariato, né la dittatura «di alcuna classe particolare», ma lo Stato di tutte le classi della società cinese, esclusi i grossi proprietari fondiari e la borghesia compradora, che dovevano dominare in comune in vista degli interessi nazionali della Cina. In linguaggio marxista, ciò significa che lo Stato cinese è uno Stato che esprime gli interessi generali dell’accumulazione capitalistica appoggiandosi sulla piccola borghesia contadina e sottomettendo tutti gli altri strati sociali a questa esigenza primaria. In conformità con questa direttiva “popolare” la battaglia per l’unificazione del paese fu condotta nella maniera più blanda, e si cercò in tutti i modi di schierare tutte le forze possibili sul fronte della difesa nazionale.

Abbiamo già visto che fino al 1947 il P.C.C. fece diversi tentativi per arrivare ad un compromesso perfino con il Kuomintang, e sacrificò a questo obbiettivo di conciliazione anche le minime rivendicazioni contadine. La “guerra di liberazione”, che ebbe fine nel 1949 con la vittoria del P.C.C., non vide perciò lo scatenarsi di violente ed estese lotte fra le classi, ma fu anzi condotta secondo lo slogan di “riunire tutti coloro che possono essere riuniti”. La lotta si svolse solo contro il dominio decrepito del Kuomintang e contro i suoi sostenitori americani, mentre sul piano interno si conduceva una politica di conciliazione perfino con i proprietari fondiari, che solo nel caso che si trattasse di “controrivoluzionari incalliti”, cioè sostenitori di Chiang, dovevano essere repressi e privati della loro terra. L’urto fra le classi fu attutito il più possibile, e in molti casi gli interessi immediati delle masse furono sacrificati alla convivenza “pacifica” nel blocco delle quattro classi.

Per questa stessa ragione non si creò nel corso della guerra nessuna organizzazione specifica di classe del tipo dei soviet e delle Unioni Contadine, come si era avuto nel 1927. L’unica organizzazione esistente fu quella dell’esercito popolare inglobante tutto il popolo che, anche se il suo nerbo combattente era composto di contadini poveri, non si proclamava però una organizzazione di classe.

La Repubblica Popolare dunque non solo vide la presenza di diversi gruppi e partiti al governo dello Stato, ma teorizzò che tutto questo era necessario e utile, perché in Cina non una classe ma il “popolo” aveva assunto il potere. La stessa caratteristica non classista ma popolare si riscontra nel P.C.C., il quale ancora nel 1956 contava 10.730.000 membri, di cui il 14% operai, il 69% contadini, il 12% intellettuali. Per i malati di filocinesismo, e sostenitori del partito formato di soli operai, un bell’esempio davvero!

Ma è soprattutto nella politica dello Stato cinese che il suo carattere borghese risalta in piena luce. Non si può definire il carattere di classe di uno Stato come di un partito facendo la conta di quanti operai e borghesi esso contiene; allo stesso modo che il partito proletario si definisce per un certo indirizzo politico conforme agli interessi generali e storici della classe proletaria, lo Stato proletario si caratterizza per una politica che sta sul terreno della emancipazione proletaria e della avanzata verso la società senza classi. È la direzione della sua politica che permette di stabilire se si tratta di uno Stato proletario o meno. Prendiamo in esame la politica dello Stato cinese.

Il primo atto della Repubblica Popolare fu la riforma agraria. Dal 1949 al 1953 si procedette alla «Grande Ripartizione», che in realtà si limitò alla distribuzione ai contadini poveri di circa 700 milioni di mu sui 2 miliardi circa di terre coltivabili. In realtà, la ripartizione della terra non poteva costituire per la Cina la soluzione della questione agraria, dato il carattere particolare della conduzione agricola, da millenni estremamente parcellizzata. Infatti la terra era sì posseduta da un piccolo numero di proprietari fondiari, ma questi la davano in affitto a piccoli lotti ai contadini. La terra era dunque già divisa e una sua ulteriore massiccia ripartizione era tanto poco possibile che, come abbiamo ricordato, nel 1927 la rivendicazione del proletariato non era stata quella della ripartizione ma della nazionalizzazione, che fra l’altro avrebbe permesso la formazione di grandi aziende statali condotte da lavoratori salariati e con l’impiego di mezzi tecnici moderni. La parola d’ordine della ripartizione era però la tipica rivendicazione dei contadini medi, cioè di quei contadini che già coltivavano un piccolo lotto di terra ma che volevano liberarsi del pesante affitto dovuto al proprietario fondiario. L’unico strato che beneficiò della ripartizione fu perciò appunto questo: non solo i contadini poveri, cioè privi di terra o con un appezzamento insufficiente alla loro vita, continuarono a rappresentare una parte notevole della popolazione, ma rimasero anche i proprietari fondiari e i contadini ricchi, sebbene i loro lotti fossero ridotti in estensione. «Ogni contadino abbia il suo pezzo di terra» era questa la formula piccolo-borghese di Mao; ma ogni contadino non poteva, nella situazione della Cina, avere il suo pezzo di terra e la maggior parte dei contadini poveri rimase tale nonostante le promesse del partito al governo. Si vede chiaramente qui, e lo vedremo ancor più chiaramente in seguito, qual’è la classe che costituisce la base dello Stato cinese. Per ora ci limitiamo a citare dai resoconti dell’8° congresso del P.C.C., tenuto nel 1956 (cioè tre anni dopo la fine della riforma agraria), quale fosse la situazione dei contadini:

     «La popolazione rurale della vecchia Cina contava dal 60 al 70% di contadini poveri e di operai agricoli (…) Dopo la riforma agraria la situazione economica delle grandi masse contadine si è sensibilmente elevata e numerosi contadini poveri e operai agricoli si sono elevati (?!) allo stato di contadini medi. Tuttavia, vista la modesta estensione delle terre arabili nelle nostre regioni rurali in rapporto a una popolazione molto numerosa, i contadini nell’insieme del paese possiedono in media solo tre mu a testa, e in numerose regione del Sud, soltanto un mu o anche qualche decimo di mu. Così sussistono ancora nelle regioni rurali contadini poveri e strati inferiori di contadini medi per il 60-70% della popolazione».

Come si vede, la riforma aveva portato sostanziali miglioramenti solo ai contadini medi e ricchi, così liberati dal tributo dovuto al proprietario fondiario. Infatti subito dopo la riforma si verificarono “eccessi” da parte dei contadini poveri delusi nelle loro speranze, e il P.C.C. dovette reprimerli con la forza. Siccome poi la terra era stata data ai contadini in proprietà, con pieno diritto di compravendita e trasmissione ereditaria, subito dopo la riforma si verificò un altro fenomeno tipico: quello della espropriazione per via puramente economica dei contadini poveri da parte dei contadini medi e ricchi.

Ma la riforma del 1949-1953 non dimostra chiaramente un modo di intervenire nell’economia che non ha nulla in comune con la strada che porta verso il socialismo e che rappresenta un reale cedimento alle illusioni piccolo-borghesi del contadiname; essa dimostra altresì che gli stessi dirigenti cinesi e Mao in primo luogo erano vittime di queste illusioni e non avevano alcun legame con la teoria marxista e con la visione tipica del proletariato.

Dichiarava infatti Mao nel 1953: «Dopo la liberazione, l’entusiasmo dei contadini per la produzione nel quadro dell’economia individuale era inevitabile. Il partito comprende perfettamente questa caratteristica dei contadini in quanto piccoli proprietari, e sottolinea che noi non dobbiamo disconoscere e respingere l’entusiasmo dei contadini per questa forma di produzione (…) Per un periodo considerevole (…) la proprietà privata della terra deve essere protetta». E la legge agraria del 28 giugno 1950 afferma: «Il regime del possesso delle terre da parte del contadiname sarà instaurato allo scopo di liberare le forze produttive della campagna, di accrescere la produzione agricola e di preparare il cammino alla industrializzazione della nuova Cina».

È chiaro qui che l’effetto della cessione della terra ai contadini deve servire ad elevare le forze produttive e quindi va mantenuta per un lungo periodo di tempo. Ciò significa una valutazione illusoria della reale situazione dell’agricoltura: significa procedere alla cieca nel campo della economia, o meglio significa procedere con l’esatta mentalità del contadino medio. Infatti la divisione delle terre, se portò ad un miglioramento immediato delle condizioni di vita dei contadini, non provocò per nulla (e non poteva provocare) un accrescimento delle forze produttive. Da una parte i contadini “liberati” si preoccuparono soprattutto di raggiungere un tenore di vita migliore e la conduzione dei piccoli fazzoletti di terra rimase ai metodi arretrati in uso da millenni; dall’altra la stessa limitata estensione delle proprietà non permise il ricorso a tecniche più moderne, mentre l’industria non era in grado di fornire i mezzi per la meccanizzazione agricola. Inoltre, dati i regimi delle acque, per l’estrema divisione degli appezzamenti e per gli scarsi mezzi di cui disponeva lo Stato centrale, si verificarono inondazioni e siccità che ridussero anche gli incrementi produttivi minimi previsti. Nel 1954, un anno appena dopo la dichiarazione di Mao che prometteva lunga vita alla piccola proprietà contadina, i fatti reali avevano già parlato il loro linguaggio perentorio imponendo ai dirigenti cinesi il passaggio alla «collettivizzazione». In cosa consistette?

Leggiamo nei citati resoconti dell’ottavo congresso del P.C.C.:      « È molto dubbio che essi [cioè il 60-70% dei contadini poveri] giungano a condurre una vita agiata persistendo nello sfruttamento individuale del loro pezzo di terra. Per questo i contadini poveri e i contadini non agiati che formano la maggioranza della popolazione rurale rispondono con ardore all’appello del nostro partito e sono desiderosi di intraprendere la via della cooperazione». Mao, nel suo scritto del 1955 Sulla cooperazione agricola, era stato ancora più esplicito nel descrivere la tensione delle campagne cinesi:   «Come ciascuno ha notato nel corso di questi ultimi anni, la tendenza spontanea al capitalismo nelle campagne è cresciuta di giorno in giorno e si sono visti apparire dappertutto nuovi contadini ricchi. Molti contadini poveri, mancando di mezzi di produzione sufficienti, non sono ancora sfuggiti alla stretta della miseria; alcuni hanno dei debiti; altri sono obbligati a vendere o affittare la loro terra. Se lasciamo che questa tendenza si sviluppi, la divisione della campagna in due poli si aggraverà inevitabilmente giorno dopo giorno».

Ma lo Stato cinese ha la sua base sociale nel contadiname e non può permettere l’esplodere della lotta di classe nelle campagne. Il blocco sociale su cui si regge deve rimanere intatto. Perciò abbandona il suo indirizzo precedente e cerca di limitare il malcontento dei contadini poveri lanciando il movimento cooperativo. Ma perché non si scateni il malumore degli strati superiori del contadiname, che sono anche quelli le cui aziende sono più produttive, è necessario procedere con cautela. Si comincia perciò con l’impiantare una forma di cooperativa di carattere “semi-socialista” dove la proprietà privata della terra è perfettamente riconosciuta e soltanto la gestione è comune: «Si tratta di un specie di cooperativa di forma elementare che implica degli apporti di terra come partecipazione ed una gestione unica, che lascia sussistere tuttavia la proprietà privata della terra e dei principali mezzi di produzione». Solo in un secondo momento queste cooperative si “riorganizzano” in una forma superiore, detta “socialista”, in cui non esiste più la proprietà privata della terra, salvo un piccolo appezzamento individuale, e i cui mezzi di produzione sono collettivizzati. Ma esiste una differenza nel computo dei compensi che la cooperativa dà a ciascun membro e che tengono conto dell’apporto in terre di ciascun contadino. Lo Stato cinese cerca così ad ogni costo di tenere ferma una base sociale che gli si muove sotto i piedi e che minaccia di farlo saltare. Abbiamo visto come la collettivizzazione si proponesse di tacitare il malcontento dei contadini poveri; vediamo ora come lo stesso 8° Congresso descrive la politica del P.C.C.:

     «La politica di classe del partito nel corso del movimento di cooperazione agricola è quella di favorire in seno alle cooperative il predominio dei contadini poveri e degli strati inferiori dei contadini medi sorti dal contadiname povero dopo la riforma agraria e nello stesso tempo di stringere solidamente intorno a sé i contadini medi. Benché i contadini medi agiati e relativamente agiati siano in minoranza nelle nostre campagne, essi esercitano tuttavia una grande influenza sugli strati inferiori dei contadini medi e anche sui contadini poveri. Questi contadini medi agiati in generale danno il loro appoggio al Partito Comunista e al governo popolare (…) È tuttavia inevitabile che essi siano inclini ad assumere un atteggiamento ambiguo quando si tratta di prendere la via della cooperazione. In vista di consolidare l’alleanza con i contadini medi, il fattore chiave consiste nella applicazione rigorosa nel movimento di cooperazione della politica della libera adesione e del reciproco vantaggio (…) Non solo il partito proibisce di costringere i contadini medi ad aderire alle cooperative, ma ha prescritto di ammettervi in primo luogo i contadini poveri e gli strati inferiori dei contadini medi e di non ammettervi in generale i contadini medi relativamente agiati durante lo sviluppo iniziale del movimento di cooperazione. Il partito ha anche precisato che, prima e dopo l’entrata dei contadini medi nelle cooperative, soprattutto per ciò che riguarda le disposizione relative ai mezzi di produzione messi come apporto nelle cooperative, non è permesso nuocere ai loro interessi e non tenerne conto».

Risulta chiaramente da queste poche citazioni in quali contraddizioni dal 1949 si sia mosso lo Stato cinese nel tentativo di assicurare lo sviluppo capitalistico della Cina. È chiaro fin da ora che questo modo di muoversi non ha nulla a che vedere né con la dittatura proletaria, né tanto meno con il socialismo. Sono i travagli del parto di un capitalismo giovane che stenta a farsi strada in un paese in cui vigono rapporti di produzione piccolo-borghesi, e che è stretto alla scala mondiale nel ferreo cerchio dell’imperialismo internazionale. Lenin nota già nelle tesi del 1920 sulla questione nazionale e coloniale che la borghesia dei paesi coloniali tende a mascherare sotto il manto di un falso socialismo le sue necessità di sviluppo. È esattamente questa la situazione dello Stato cinese, come vedremo in maniera più precisa nel seguito di questo lavoro.