حزب کمونیست انترناسیونال

Prometeo (III) 1950/II/1

Corea è il mondo

Non occorrevano quattro mesi, alla critica marxista, per ricondurre la guerra in Corea alle sue proporzioni reali, a fissarla nella sua cornice storica. Non era un episodio contingente o locale, un caso, un deprecabile incidente: era una fra le tante, e certo tra le più virulente manifestazioni di un conflitto imperialistico che non ha paralleli né meridiani, ma si svolge sul teatro di tutto il mondo, nei limiti di tempo internazionali dell’imperialismo. I suoi protagonisti non erano né i coreani del Nord rivendicatori di un’unità nazionale spezzata, né i coreani del Sud araldi di un diritto e di una giustizia violati; ma le milizie inconsce e l’ufficialità prezzolata dei due grandi centri mondiali del capitalismo, entrambi protesi per un’ineluttabile spinta interna verso il precipizio della guerra. Non in palio erano la libertà, il socialismo, il progresso, e le mille ideologie in lettera maiuscola di cui è cosparso come di tante croci il cammino della società borghese, ma i rapporti di forza e le condizioni di sopravvivenza dei due massimi sistemi economici e politici del capitalismo, America e Russia.

E non aveva senso porre la questione, cara agli azzeccagarbugli di tutte le guerre, di chi fosse l’aggredito e chi l’aggressore, poiché aggressivo è sempre l’imperialismo e, come è vero che la pedina russa è stata la prima a varcare un ridicolo e assurdo parallelo (espressione anch’esso di una particolare fase dei rapporti di forza fra i due imperialismi), così è vero che su scala mondiale la più violenta forza di espansione e di aggressione, poco importa se tradotta in armi o in dollari o in scatolette di carne conservata, è quella che cova nelle viscere del gigantesco apparato produttivo degli Stati Uniti. Ma su un piccolo spazio si condensava, stringendo i tempi, tutto l’arroventato potenziale esplosivo di un contrasto mondiale, e più che in qualsiasi precedente episodio di guerre localizzate si proiettavano come su uno schermo tragico le forme che questo contrasto è destinato necessariamente ad assumere in tutto il mondo – lo spregiudicato sfruttamento da parte americana di macchine e ordigni di guerra, di lavoro accumulato, di capitale costante; l’altrettanto spregiudicato impiego di carne umana, di lavoro vivo, di capitale variabile (se così si potessero volgarizzare in termini di economia marxista le manifestazioni esterne del conflitto) da parte russa. E, insieme, questa particolarità, valida soprattutto per i Pesi asiatici: che la spinta russa – volta assai più a premunirsi dalla marcia incalzante del dollaro, che ad aprirsene una propria – si aggrappa ad un sottosuolo sociale in fermento, alla possibilità di far leva su stratificazioni borghesi insofferenti delle ultime sopravvivenze del passato, su ceti contadini in illusoria fame di terre, su masse proletarie sfruttate ed illuse (non per nulla lo stalinismo ha lì bandito la famosa tattica del “blocco delle quattro classi”), mentre la spinta americana non ha a suo sostegno che la gigantesca armatura del suo apparato produttivo dilatato fino ai limiti dell’inverosimile. Ancora una volta, la guerra portava all’esasperazione lo sfruttamento economico e politico delle masse lavoratrici, l’opera di spietata distruzione di beni e di forza-lavoro che è l’appannaggio storico inevitabile del capitalismo.

Non era guerra in Corea, ma guerra nel mondo. E la “pace”, la fine ormai prossima del conflitto col tradizionale abbandono delle forze lanciate nel massacro dal padrone strapotente e la loro parziale riutilizzazione in fasi successive in rinnovati esperimenti partigiani – che sarà un altro modo di continuare la guerra vera oltre le finzioni di una pace illusoria, – ha subito riaperto lo scenario di nuovi conflitti: e l’Indocina sembra essere, fin da oggi, l’anello immediatamente successivo del conflitto palese. La macina dell’imperialismo non ha soste.

E, come non ha soste nel tempo, non ha soluzione di continuità nello spazio e nelle sue manifestazioni morbose. Chi può dire che la guerra sia più in Estremo Oriente o più in Europa, dove, di qua come di là dalla barricata, il sudore dei proletari è sfruttato, come ieri alla ricostruzione, oggi all’epilogo storico necessario della ricostruzione, cioè alla preparazione di armi di guerra? Dove lo Stato stringe, non certo per virtù o capacità proprie, ma sotto la pressione costante del dominatore internazionale, sia esso l’America o la Russia, le maglie del suo apparato di repressione, di intervento economico, di accentramento e, insomma, di guerra? Dove partiti e organizzazioni cosiddette di massa non hanno, apertamente, altro contenuto e motivo di lotta che la mobilitazione senza cartolina precetto di carne proletaria da cannone per questo o quel dominatore imperialistico? Dove all’antica formula “burro o cannoni”, si lancia apertamente il grido “pane e cannoni”, cioè armi e, se possibile, solo pane? Dove insomma tutto è schieramento di guerra e di difesa del regime internazionale di sfruttamento del proletariato, partiti democratici di governo e partiti democratici di opposizione, associazioni padronali e sindacali, organizzazioni di massa legate alla parrocchia nera o alle mille sottoparrocchie “rosse”?

Corea è tutto il mondo; coreani i proletari di tutti i paesi, vittime predestinate del terzo macello. Il capitalismo che li divide in barricate opposte, li unifica involontariamente, per la logica stessa del suo sviluppo, in un comune destino. Per la critica marxista, l’imperialismo è la traduzione in forma spettacolare e violenta della crisi permanente di una società in putrefazione: la sua terribilità, la gigantesca spietatezza della sua marcia, non velano ai suoi occhi la realtà che i gazzettieri, i teorici, i sacerdoti laici e religiosi della società capitalistica hanno lo stesso interesse a nascondere dietro le cortine di fumo della stampa o dei cannoni – la realtà che l’imperialismo, come porta alla sua massima esasperazione e tensione le manifestazioni di violenza, di arroganza, di oppressione del modo di produzione borghese, così porta e porterà sempre più al vertice i suoi contrasti interni, le ragioni obiettive del suo disfacimento, la capacità d’urto delle forze soggettive che, nate dal suo grembo, saranno chiamate a distruggerlo. Se la guerra trova la sua base di partenza nella sconfitta della classe operaia, se le imprese dell’imperialismo trovano la strada segnata dalla parabola discendente della rivoluzione internazionale, nella sua dinamica sono contenute le ragioni della ripresa rivoluzionaria del proletariato. La bomba atomica potrà essere o non essere usata dall’imperialismo, come strumento tecnico di guerra; quella che l’imperialismo non potrà evitare di tirarsi addosso, per quanto grande possa apparire e sia oggi la sua strapotenza, è l’atomica della rivoluzione internazionale ed internazionalista della classe operaia.   

Il rancido problema del Sud italiano

Sulla eterna questione meridionale si fondano tutte le risorse per agitare lo spettro del feudalesimo in Italia. Sulla evocazione e sulla agitazione di questo flaccido spettro si poggia per il novantacinque per cento la lotta conservatrice della borghesia italiana contro la classe operaia, il socialismo e la rivoluzione.

Anche i buoni propagandisti del socialismo moderno in Italia si sono sempre mal liberati da questo pericoloso chiodo. Ad esempio Alessandro Schiavi, intorno al 1921, presenta per la Editrice Avanti! i Documenti della rivoluzione russa; e nella prefazione a quelli sul problema agrario, pur inquadrando bene il programma socialista rurale in Italia, opposto alla campagna borghese per lo spezzettamento della terra in piccoli lotti, non sfugge a dire: “Abbiamo in Italia i due termini estremi della parabola: il feudalesimo agrario scarsamente produttivo, per l’interesse privato; la coltivazione collettiva e fortemente produttiva, per l’interesse sociale“.

La prospettiva è totalmente deformata. Economicamente, socialmente, politicamente, il campo d’influenza della grandissima proprietà terriera (anche essa per nulla feudale) nel Sud e delle poche aziende cooperative di lavoro agrario nel Nord, è trascurabile dinanzi al pieno quadro di un sistema di economia agraria capitalistica, e di potere centrale della classe borghese, che deve costituire l’obiettivo diretto dell’assalto socialista della classe lavoratrice. E di questa fanno parte, dalla Lombardia alla Sicilia, masse potenti di lavoratori agricoli salariati, senza terra e senza sciocca fame di terra, che da settantacinque od ottant’anni sono socialmente determinati a lottare contro l’alleanza dei capitalisti e dei possidenti, per una vittoria dei proletari delle città e delle campagne.

Se qualche cosa è in arretrato, non è lo slancio delle masse nella lotta ma proprio la giusta formazione della teoria sociale e politica nelle organizzazioni e nei partiti dirigenti.

Questa formazione ha poi subìto un ripiegamento decisivo, con gravi conseguenze sulla impostazione sociale delle masse e la loro spinta a combattere, per il fatto che i partiti che pretendono accamparsi a sinistra, vivendo nella loro agitazione di basse rimasticature e sciocche falsificazioni delle esperienze rivoluzionarie russe, hanno spezzato le tradizioni di lotta di classe nelle nostre rosse campagne col pieno impiego dello spettro ciarlatano del pericolo feudale, ed hanno reso così alla dominante borghesia della nostra nazione il più solenne dei servigi.

Che fosse quello il cavallo di battaglia antisocialista dei nostri borghesi si può leggere in testi ormai ingialliti. Uno scontro sulle affermazioni proletarie e socialiste si ebbe alla Camera italiana il 13 maggio 1894.

Campione della borghesia fu l’ingenuo, onesto, enfatico deputato democratico napoletano Matteo Renato Imbriani. Né l’avversario era un campione di dottrina marxista; si trattava di Enrico Ferri, che avendo difesa la lotta di classe e prospettata l’antitesi tra il socialismo e l’individualismo, dovette ripiegare sullo sviluppo della “personalità” umana, quando l’oratore borghese usò un vecchio espediente retorico, dichiarando di essere un povero diavolo, al di sotto del Ferri nella vita economica!

Qui ci interessa il pezzo forte dell’oratore borghese in quell’antico, e un po’ barocco duello: “Ma io vi domando che cosa significa questo seme di turbamento, che si getta nelle coscienze allorquando si parla di classe borghese? È stata la classe che ha sacrificato tutto: vita, averi, libertà individuale; tutto, per suscitare nella coscienza popolare la dignità umana, l’affetto umano, i diritti umani. Quando il feudalesimo imperava, non è stato forse questo pensiero che ha agitato le menti, che ha detto alla povera vassalla trascinata al letto del signore: destati, trai il ferro che hai nascosto nelle trecce, e ferisci!? [bravo!]”. A cinquantasei anni di distanza, i difensori di ufficio dell’anticlassismo e delle glorie borghesi (tra cui freschissime quelle del secondo risorgimento contro le orde feudali teutoniche, che non salvò vassalle, ma piuttosto convogliò molte italiane, redente dall’umano diritto borghese, ai letti dei democratici liberatori) non vogliono smetterla col fantasma feudale. Ma non saprebbero più in quali trecce nascondere il sacro ferro, se non forse nelle spesse, ondulate capigliature dei Dodo e dei Giangi esistenzialisti, che battono i marciapiedi dei quartieri alti eretti nell’Urbe dall’edilizia postfeudale e capitalistica.

La ciarla del medio evo sopravvivente in Italia non solo dimentica che cosa fu il feudalesimo, ma dimentica che ve ne fu in Italia meno che altrove, e nel Sud meno che al Nord.

Le caratteristiche del feudalesimo sopravvivevano, ad esempio, come tutti sanno, nella Germania del 1848, quando già Marx ed Engels, pur caratterizzandole e avversandole, centravano tutto lo sforzo sulla lotta del nascente proletariato contro la borghesia imbelle, non ancora vittoriosa nello Stato.

Permanevano caratteri feudali in Germania verso il 1850 perché, meno che alla sinistra del Reno, la “nobiltà fondiaria aveva persino conservato la giurisdizione sui suoi sudditi” ossia, il signore faceva da giudice civile e penale. Nell’Italia del Sud, prima ancora della rivoluzione francese, funzionava in pieno il sistema della magistratura di stato culminante nel regio potere. Quei privilegi erano stati invano pretesi dai baroni fin dai secoli delle monarchie angioine e aragonesi.

Nella stessa epoca, anzi perfino dal tempo delle civili corti di Federico di Svevia in Palermo e Napoli, di cui nientemeno già parla Dante, ed in corrispondenza alla dottrina politica di lui, svolta nel De Monarchia, i nobili non erano elettori del Re, né su di lui avevano controllo; “privilegi politici” che in Germania finirono di perdere appena nel 1848.

Ivi conservavano tuttavia “quasi tutta la supremazia medievale sui contadini dei loro domini; così come l’esenzione dalle imposte“. Abbiamo qui un punto che arreca tale luce, da essere chiaro anche ai ciechi. Residui feudali nella grande proprietà terriera possono esisterne fin quando il signore non paga imposte allo Stato. Ma l’Italia è la terra regina dell’imposta fondiaria, possente istituto che, senza quasi parentesi, trae le sue radici dagli ordinamenti romani. Soprattutto nel Mezzogiorno, il possessore di terra piega sotto il peso di una colossale catasta di tasse, il cui ingranaggio ha funzionato nello stesso inesorabile modo sotto gli intendenti spagnoli e borbonici, o sotto quelli della Repubblica partenopea e di Murat, come poi del monarchico o repubblicano ministero di via Venti Settembre, ove la statua di Quintino Sella rammemora l’avvento, nella Roma dei Cesari e dei Papi, del pidocchio borghese.

La famosa perequazione fondiaria, vanto delle consegne economiche liberali di Roma, dopo che fu realizzato “tutto il potere alla borghesia”, ha costituito una delle basi per l’accumulazione capitalista in Italia, convogliando, insieme all’abile maneggio della politica bancaria, il gettito della rendita fondiaria dalle tasche sbrindellate degli ex-baroni nelle casseforti della borghesia industriale e finanziaria predetta. Ben s’intende che, nel processo di sviluppo capitalistico, le persone di molti proprietari di pretesi feudi si trasformavano in persone di industriali, commercianti, banchieri, e ruffiani di vario tipo del capitale.

Il peso dell’imposta fondiaria sull’economia è tanto più notevole ove è in arretrato la tecnica dell’intrapresa attrezzata sulla terra, ossia dove su questa vi è poco apporto, da una parte di capitale mobile, dall’altra di lavoro umano. La grande agricoltura capitalistica si copre con profitti altissimi mobiliari rispetto ai quali l’imposta fondiaria è trascurabile; lo stesso piccolo esercizio della terra in cui il proprietario è lavoratore, se è taglieggiato in cento modi da intermediari e strozzini di puro tipo borghese, sente poco il peso dell’imposta statale.

Il feudalesimo ha per sempre abbassato la testa, in quel paese in cui il catasto dello Stato inscrive la terra nei propri ruoli senza fermarsi alle frontiere del latifondo. Se nel Mezzogiorno si parla spesso di “feudi”, è perché tale parola indica i “demani”, ossia le terre di proprietà collettiva statale o comunale, non intestate a privati, e che non pagano tasse appunto perché di proprietà collettiva e di uso collettivo. Erano boschi ove tutta la popolazione faceva legna, pascoli ove tutti potevano condurre il proprio gregge. Lo Stato manteneva come aree sottratte ad ogni diritto privato i Regi Tratturi, o Trazzere, secondo la regione, larghissime piste (fino a cento metri) che dalle montagne conducevano al piano, lungo le quali avvenivano i trasferimenti stagionali delle greggi, specie di ovini, e dei loro allevatori: le bestie trovavano un poco di pastura lungo il tragitto di intere settimane. Il processo di usurpazione di tutti questi pubblici beni non fu un fatto feudale, ma un processo di natura borghese e capitalistica, secondo il fine degli economisti agrari classici, per cui ogni terra deve essere “libera”, potersi liberamente commerciare e possedere da privati. Facilitò un tale saccheggio la istituzione delle democratiche amministrazioni locali, ovvia conquista dei ricchi borghesi. Non restava allo Stato che accatastare questi tratti usurpati, e far loro pagare l’imposta. Un trapasso analogo avvenne in Francia dopo la grande rivoluzione. Ma chi fa economia con metodo letterario si appaga di una parola e di una assonanza, e scambia questo fatto con l’istituzione di possessi baronali, inalienabili dalla famiglia feudale, esenti da tasse, lavorati non da salariati o piccoli fittavoli, ma da servi tenuti alla comandata. Questo a grande scala e in tempo moderno il Sud d’Italia non ebbe, ma alla politica da retori fa comodo prendere lucciole per fischi; e se ne forbisca la bocca.

Ma ancora un’altra caratteristica del mondo feudale era ben viva nella Germania di un secolo fa. “La nobiltà feudale, allora estremamente numerosa e in parte molto ricca, era considerata ufficialmente come il primo ‘ordine’ del paese. Essa forniva gli alti funzionari dello Stato e gli ufficiali dell’esercito in modo quasi esclusivo”.

Se vi è un paese ove da secoli i figli della borghesia, del popolo grasso, perfino del popolo minuto, sono divenuti funzionari statali, impiegati, ufficiali di forze armate, questo è l’Italia.

Nel Sud, mentre per lo più i figli degli aristocratici vivevano in un ozio stupido consumandovi rendite tutt’altro che vistose, accedevano alle cariche civili e militari giovani delle famiglie popolari cittadine, e perfino in largo numero delle famiglie di medi e piccoli contadini delle province, affluiti nella città per i loro studi, e pervenuti ad alti posti nella cultura e nelle gerarchie senza che ciò fosse loro precluso da leggi sui privilegi degli “ordini”.

Vi è ancora qualche altra cosa. Uno dei cardini, da un lato dell’economia antica, dall’altro di quella borghese, è il diritto ereditario. In Russia, in epoca non remota, i possidenti destinavano per testamento ai vari eredi, insieme ad ogni altro bene, le persone dei propri servi; ciò si legge nei romanzi di Ivan Turgenev o nelle novelle di Anton Cecov, scrittori ottocenteschi inseriti da Stalin e dall’Unità nella letteratura sociale marxista. In Italia è difficile trovare notizia di un simile istituto, forse da Dante in poi, a meno che non si voglia assimilare a questi diritti personali quello sulla magnifica mula di messer Buoso, abilmente scroccata agli eredi dal falso testatore Gianni Schicchi.

L’espressivo quadro letterario della Sicilia, ove banditi e mafiosi sono dipinti some scherani del barone feudale pagati per terrorizzare i servi (caso mai sono agenti dell’imprenditore rurale, tipico prodotto di rapporti borghesi, comparabili ai gangster e ai gunmen che negli Stati Uniti stanno legalmente al soldo degli industriali), fa ricordare che i bravi di don Rodrigo, a caccia della innocente Lucia, sono oggetto di letteratura di ambiente lombardo. Nel napoletano, nella contemporanea epoca della peste e della dominazione spagnuola, i bravi non avrebbero osato passeggiare per la città né per le campagne. In un vicoletto della vecchia Napoli si rinviene ancora un busto dai lineamenti corrosi: “Donna Marianna ‘a capa ‘e Napule”. Autentica borghese, moglie di un commerciante del Mercato, adocchiata dal Duca di Medina Coeli, non fuggì come Lucia tra le sottane dei francescani, ma, invitata a palazzo, rise sulla faccia del viceré e sulle sue profferte. Arrestato il marito per rappresaglia e torturato, Donna Marianna si reca al Seggio del popolo, e scesa in piazza, leva la massa alla rivolta; le carceri son prese d’assalto; fatti prigionieri dignitari spagnuoli e nobili napoletani. Lo stesso Duca d’Austria che entra in porto con la flotta spagnuola deve venire a patti con i delegati della città; tra i patti era quello famoso che aboliva per sempre l’Inquisizione. Letteratura per letteratura, Marianna è più avanti di Lucia. Il motivo retorico del povero Matteo Renato è fuori tono. Un esponente più smaliziato della amareggiata borghesia meridionale, il figlio di Scarfoglio, non ha tutti i torti allorché pretende (rallegrandosi a ragione con gli stalinisti per la loro borghese impostazione della questione del Mezzogiorno) che quello che si è fatto a Parigi nel 1789, si era fatto a Napoli nel 1647; e dice che lo stesso Croce ricollega il nascere dell’illuminismo francese a quella data, che vide il filosofo comunista Campanella e il fruttivendolo analfabeta Masaniello levare lo stesso rivoluzionario grido di “fora baruni!“. Per gli stralciatori di riforme antifeudali dopo tre secoli, il grido è in dialetto calabrese!

Di qui la nostra pretesa, anche nel dantesco “corno d’Ausonia che s’imborga – di Bari di Gaeta e di Crotona”, di avere un solo inequivocabile grido: “fora burghisi!“.

Quelle fin qui ricordate sono le caratteristiche distintive di un ambiente feudale e semifeudale, e sono quelle caratteristiche che, mentre nell’Italia meridionale non sono state mai decisamente dominanti, risultano definitivamente cancellate oggi da due forze storiche, che hanno operato nel medesimo senso: l’apparato statale accentrato del Regno delle due Sicilie; la centralizzazione unitaria nazionale dello Stato di Roma, che nella teoria e nella pratica è stata al vertice della battaglia liberale della borghesia italiana.

Quelle caratteristiche distintive, che si ravvisavano ancora nella Francia del secolo XVIII, nella Germania della prima metà del XIX, nella Russia della seconda metà o, poniamo, nella Cina della prima metà del ventesimo, sono tra noi scomparse, ed offrendo minore resistenza che altrove, almeno da cento anni. L’ostinazione a ravvisarne tracce, o germi capaci di ripullulare sarebbe una colossale cantonata, se non dovesse essere meglio definita la più insidiosa e la più ripugnante delle risorse di una borghesia nazionale, cui la storia ha assestato molte pedate, senza tuttavia averle tolto una sua spregevole destrezza politica, ed arte corruttrice di potere.

Il politicantume vive sotto gli spasimi dell’attualità. La questione meridionale è oggi, malgrado i grandi eventi mondiali, all’ordine del giorno. Nel 1860 già il conte di Cavour dichiarava tra la generale emozione che “era entrata nel suo stadio acuto”. Altro che acuto! Un rivoluzionario autentico, Carlo Pisacane, precorritore assai significativo del movimento socialista, prevedeva bene questo stadio acuto, come sbocco delle situazioni rivoluzionarie, nell’annessione sabauda. Ecco le sue parole, scritte a Genova il 24 giugno 1857, alla vigilia della spedizione in Calabria:

Sono convinto che i rimedi come il reggimento costituzionale, la Lombardia, il Piemonte ecc., ben lungi dall’avvicinare l’Italia al risorgimento, ne l’allontanano; per me, non farei il minimo sacrificio per cangiare un ministro, per ottenere una costituzione, nemmeno per cacciare gli austriaci dalla Lombardia e accrescere il regno sardo; per me dominio di casa Savoia o dominio di casa d’Austria è precisamente lo stesso. Credo eziandio che il reggimento costituzionale del Piemonte sia più dannoso all’Italia che la tirannide di Francesco II“. In questo stesso scritto, benché non sia quello che tratta le vedute economiche e sociali del magnifico lottatore, vi sono risolute enunciazioni come queste: “Sono convinto che il miglioramento dell’industria, la facilità del commercio, le macchine ecc., per una legge economica e fatale, finché il riparto del prodotto è frutto della concorrenza, accrescono questo prodotto, ma l’accumulano sempre in ristrettissime mani e immiseriscono la moltitudine; e perciò questo vantato progresso non è che regresso. Se vuole considerarsi come progresso, lo si deve nel senso che, accrescendo i mali della plebe, la sospingerà a una terribile rivoluzione, la quale cangiando d’un tratto tutti gli ordinamenti sociali, volgerà a profitto di tutti quello che ora è a profitto di pochi“. E più oltre si trova quest’altra recisa tesi, fin da allora diametralmente gettata contro la superstizione democratica: “Le idee risultano dai fatti, non questi da quelle, ed il popolo non sarà libero quando sarà educato, ma sarà educato quando sarà libero“. Segue l’aperta difesa del metodo della cospirazione, dell’insurrezione, dell’azione delle minoranze, apprezzabilisima scientificamente in rapporto ai tempi, in ogni caso non qualificabile di retorica, poiché solo otto giorni dopo Pisacane e i suoi cadevano, massacrati da quelli stessi che volevano redimere.

Se avanguardie rivoluzionarie già lottarono nel Sud sotto il Borbone con impostazioni antiborghesi, quale che fosse lo sviluppo della loro dottrina politica, la lotta divampò in molte e grandi occasioni nella realizzata e vantata unità d’Italia. Non occorre ricordare le bande di Benevento organizzate dagli internazionalisti, i seguaci di Bakunin, Fanelli, Malatesta, Cafiero, che benché libertario per primo traduce in italiano il Capitale.

Una battaglia autentica della guerra di classe tra proletari e borghesi fu il grande moto dei “fasci” di Sicilia nel 1893-94. Sono le masse che vi partecipano in una generale insurrezione. Da una parte lavoratori delle campagne, zolfari e carusi delle miniere, dall’altra la polizia e l’esercito statale, le amministrazioni comunali, al servizio della borghesia terriera, commerciale, industriale. Se i deputati socialisti del Nord giunti per solidarietà nell’isola (Agnini, Badaloni, Berenini, Ferri, Prampolini) esponenti in maggioranza della corrente legalitaria, non sfuggono nel loro manifesto all’impiego dell’espressione “tirannide dei feudatari sorvissuti [di sorvissuto c’è solo questo participio] alle rivoluzioni politiche“, di ben altro tono è il proclama del 3 gennaio lanciato dai capi socialisti del movimento (tra cui le belle figure di Nicola Barbato, Bernardino Verro, Garibaldi Bosco) tutto rivolto contro il governo e la borghesia che avevano fatto scorrere il sangue dei loro compagni. Ed è da notare che Nicola Barbato, nella coraggiosa difesa dinanzi al tribunale di Palermo, che emise la sua condanna a quattordici anni di reclusione, criticò il pur battagliero suo compagno nel comitato, De Felice Giuffrida, per aver voluto inserire in quel manifesto “un miscuglio policromatico di petizioni al governo”. Il discorso di Barbato fa veramente epoca come impostazione di marxismo rivoluzionario. Sulle basi del socialismo scientifico egli rimprovera Montalto ed altri che avevano divisa la loro responsabilità da quella degli anarchici, incolpati di atti terroristici; precisa la differenza delle dottrine, ma svolge con tutta chiarezza la dimostrazione che il socialismo ammette e prevede la insurrezione armata del proletariato. La dimostrazione echeggia suggestivamente quella del Pisacane: “Si potrà dissentire dal modo, dal luogo, dal tempo della congiura, ma dissentire dal principio è assurdo” scriveva Pisacane; Barbato dimostra che non in ogni momento può provocarsi l’insurrezione; egli chiude la sua audace dichiarazione dicendo: “Sono dolente che quest’ora dell’insurrezione armata non sia suonata; credo anzi che sia ancora molto lontana“.

Che si trattasse di un episodio di guerra sociale, basta a dimostrarlo il fatto che a capo della spietata repressione poliziesca fu un siciliano, non certo un difensore di baroni feudali, ma il garibaldino e rivoluzionario borghese Francesco Crispi, Ministro dell’Interno a Roma, che mandò tra l’altro il delegato di Pubblica Sicurezza di Bisacquino a deporre sulla circostanza che gli imputati erano al soldo della Francia e della Russia!!… Un teste, l’avvocato Battaglia, possidente di Palazzo Adriano, nel descrivere la miseria dei contadini che si nutrivano, con i loro piccoli, di finocchi selvatici crudi, altro non avendo, disse testualmente: “I contadini prima del 1812, quando esisteva il feudo, avevano assicurata l’esistenza, fuorché nelle annate cattive, ma soppressi i feudi divennero salariati e le loro condizioni furono sempre peggiorate, perché non esiste la mezzadria, ma la quinteria“.

Un borghese del 1894 può insegnare marxismo agli sgonfioni socialcomunisti del 1950.

Basterebbe tra cento altri episodi memorabili, a dimostrare la imponenza della lotta proletaria nel Sud, la storia socialista del movimento del bracciantato pugliese nelle sue dieci e dieci rosse cittadelle, ove la borghesia agraria tremava e sgombrava davanti all’onda degli scioperi economici e delle dimostrazioni rivoluzionarie.

Il grave errore della caccia al feudalesimo come surrogato della lotta di classe antiborghese produsse i suoi nefasti effetti anche quando si trattò di valutare e contrastare il movimento fascista.

La tradizione di quelli che oggi si chiamano cominformisti, si innesta a quella dottrina da mezze brache che proclamò: il fascismo è il movimento degli agrari che vogliono togliere il controllo dello Stato italiano agli industriali.

Sotto questa falsa posizione c’è in potenza la smaccata apologia del capitalista di fabbrica, moderno, democratico, civile e in una parola progressivo, che merita la simpatia e l’appoggio degli operai e dei contadini nella lotta contro le forze reazionarie e i “ceti retrivi”.

Ma chi accidenti sono gli agrari? Tutta la storia del movimento socialista in Italia, e i primi principii del marxismo, bastano a rispondere: sono i borghesi che conducono l’impresa agricola. Questi sono sempre stati i diretti nemici delle camere del lavoro rosse, nel Nord e nel Sud.

Una volta Filippo Turati rispose spiritosamente al referendum sulla definizione della donna: “La donna è un uomo”.

A un referendum di questi raccontachiacchiere sulla definizione dell’agrario va semplicemente risposto: “L’agrario è un industriale”.

Il fascismo iniziò il suo attacco nei capoluoghi di province agricole come Bologna, Firenze ecc. e solo col diretto impiego dell’appoggio dello Stato democratico borghese riuscì a vincere nei centri industriali. Ciò induce alla bestialità di vedere un’antitesi tra movimento fascista e padronato industriale. La ragione invece è un’altra, e si legge nel cap. XIV del Capitale: “La disseminazione dei lavoratori agricoli sopra maggiore superficie infrange la loro forza di resistenza, mentre il concentramento aumenta quella degli operai della città“. Abbiamo visto con i nostri occhi la tattica di concentrare, ad esempio, tutte le squadre del Ravennate a Cervia, dove i rossi venivano a trovarsi in uno contro cento; ed ecco come tutta la rossa provincia agraria cadde, sia pure vigorosamente combattendo, con spirito classista almeno non inferiore a quello delle concentrate masse industriali.

Se il fascismo avesse avuto anche minimamente carattere di ritorno della feudalità, i famosi baroni meridionali avrebbero dovuto essere alla testa dell’offensiva. Non ne fu nulla; la lotta dei fascisti e contro di essi fu quasi ignorata nelle campagne meridionali, lo fu del tutto ove predomina il piccolo contadino proprietario o il celebre “latifondo”; come l’unità, come la democrazia, come il parlamentarismo, il fascismo, prodotto del Nord, fu importato nel Sud attraverso Roma. Il radicale errore nel valutare socialmente il fascismo italiano, anticipazione del modernissimo rapporto economico-politico tra capitale e Stato, ebbe come contropartita la rovinosa tattica politica dell’alleanza con tutti gli impotenti e spregevoli movimenti ad etichetta antifascista della media e piccola borghesia, tattica che consentì la salvezza al capitalismo italiano traverso il capovolgersi delle vicende internazionali. Salvezza non significò solo avere scongiurata una rivoluzione, ma anche avere snaturato il movimento rivoluzionario.

Il nuovo rapporto tra capitalisti e Stato, rapporto aggiornato e moderno, rapporto che ben merita l’aggettivo di progressivo (dal tempo di Pisacane non applicabile a nulla di rivoluzionario) è rimasto acquisito alla struttura della società italiana, come vi rimarrebbe se con De Gasperi, o senza De Gasperi, governassero i Togliatti e i Nenni. Si parla, per definire questa recente fase del capitalismo, di dirigismo economico, di capitalismo di stato, di economia burocratizzata, e simili. L’interpretazione banale è quella che il sistema della libera iniziativa privata ceda mano mano il campo agli interventi dello Stato nei settori economici; la contrapposizione balorda è quella tra indirizzo liberista, che ingrassa i borghesi, e indirizzo di controllo e gestione statale, che ridonderebbe a beneficio delle classi operaie. Interpretazioni e contrapposizioni banali e balorde, perché prescindono sia dalla questione del potere di classe che da quella delle caratteristiche della economia collettiva in contrasto al capitalismo. Riferiamo qui le cose al caso concreto dell’Italia; ma per noi capitalismo di Stato, e in genere attività economica di Stato, non significano assoggettamento del capitale allo Stato, ma ulteriore assoggettamento dello Stato al Capitale. Lo Stato, nato e vivente come sbirro politico della classe abbiente, ne diventa sempre più l’impiegato, il contabile, l’amministratore, il cassiere, l’assicuratore, non solo contro i rischi politici, ma anche contro quelli economici. Lo Stato si sviluppa nelle sue funzioni multiformi di servo del Capitale; le smetterà soltanto con la sua distruzione violenta.

All’iniziativa privata dell’intrapresa borghese non vengono affatto opposte remore o applicati freni; ne viene invece esaltata l’inebriante corsa al profitto, creando una rete di ostacoli soltanto contro la possibilità che essa affronti rischi e passivi. Con questa rete lo Stato obbliga la grande massa dei poveri a pagare, perché siano fruttifere e remunerative tutte le intraprese, anche quelle inutili asinesche e sgangherate; mentre l’antica fase di pura libera concorrenza tagliava la strada a molte speculazioni, difettanti di competenza tecnica od anche di affaristica abilità.

Di questo “New deal” borghese l’Italia ha dato un bel modello suggestivo nelle applicazioni al Mezzogiorno: altro che baroni sorvissuti; ci appestano purtroppo i capitalisti da parto prematuro.

Una simile prospettiva economica spiega le glorie dei lavori di Stato lungo la slittovia storica Cavour-Giolitti-Mussolini-De Gasperi e successori, le gesta dell’industria protetta, a cavallo tra le terre e le fabbriche, dalla barbabietola all’incrociatore corazzato, l’orgia degli enti parastatali finanziatori di industrie fallite e incubatori di nidiate di alti profittatori.

Il borghese terriero ha la proprietà immobiliare ed ogni tanto ne molla qualche pezzo, compensandosi in altri affari; il capitalista di tipo moderno aveva dapprima impianti, fabbriche e macchine; poi si contentò di un capitale liquido; oggi lo ha volatilizzato; tiene ben saldo nelle grinfie un profitto decuplo, e il capitale che manovra glielo serve lo Stato, con finanziamenti, mutui, conversioni di titoli ed altri trucchi, attraverso una storica teoria di mangiatoie che hanno per nome ufficiale “leggi speciali”.

Campo principale di questa battaglia è il Mezzogiorno. Napoli, rovinata, arretrata, povera, con una percentuale di disoccupati e improduttivi che supera l’assurdo, è proprio la città ove, naturalmente, non un barone conta quattro soldi, ma spadroneggia uno stretto gruppo di capitani d’intrapresa; e meglio ancora che sotto Mussolini controlla industrie, trasporti, pubblici servizi, edilizia, commercio, banche e stampa. Si accampa su tutte le saracinesche di manovra della legislazione speciale, riuscendo a divorare almeno i tre quarti degli stanziamenti statali, con l’espediente di destinare l’altro quarto ad attuazioni perfettamente inservibili economicamente, sia perché lasciate a mezzo, sia perché il preteso dirigismo pianificatore si disinteressa nel modo più completo dell’attivazione di cicli economici capaci di persistenza e di esercizio utile anche in termini di economia mercantile.

Non avrebbe alcun senso assimilare queste cricche parassite di Napoli, o dell’Italia meridionale, o delle isole, operanti nel campo dell’industria, del commercio, della finanza e dei pubblici affari, con un altro “strato reazionario” o “gruppo monopolistico” da affiancare alla immaginaria consorteria terriera feudale, ed invocare da riforme di questa repubblica borghese (e peggio che mai da azioni proletarie) la loro dispersione, perché lascino il campo ad una non meno mitologica borghesia progressiva e democratica. Tale frequente frottola socialcomunista inverte due punti essenziali. Non si tratta di limitati cerchi d’interessi che si siano incrostati alle miserie del Mezzogiorno per un ulteriore dissanguamento, ignoto alle province più evolute, ma si tratta di una parte integrante del sistema di sfruttamento unitario della borghesia italiana, di un ingranaggio della stessa macchina di estorsione capitalistica che gira a Roma, a Milano, o nel triangolo industriale.

Quei signori operano, in banca, in borsa e nei pubblici uffici, di perfetta intesa col grande capitalismo del Nord, cui tengono bordone soprattutto nei casi in cui a quello conviene sviluppare organismi produttivi nel resto d’Italia, e nel Sud occuparsi soltanto delle prebende innestate a sovvenzioni, concessioni e lavori statali.

Non esiste urto tra borghesi del Sud e del Nord, nemmeno in potenza, poiché la tresca dalle radici economiche si dirama al campo politico ed elettorale, con lo scambio e il flusso organico di personale borghese di servizio, dal poliziotto al ministro, dal prete all’agente delle tasse.

L’altro punto capovolto è che tutto il sistema capitalista italiano è oggi parassitario: grano e vino, zucchero ed alcool, società tessili, chimiche e meccaniche; e nel suo parassitismo si aggioga alla grande rete supercapitalista occidentale. Si tratta di forme moderne e non arretrate, di borghesi avanzati e progrediti e non di “ceti retrivi”. I ceti possidenti di cento anni fa facevano ancora qualcosa di utile e davano qualcosa da mangiare ai popoli di zone povere: Lenin ha insegnato che proprio “il più recente” capitalismo presenta il carattere parassitario. Questa fase comporta la sua impossibilità a migliorarsi, la necessità che perisca. E, prima di allora, la impossibilità a colmare il divario tra paesi prosperi e zone depresse.

De Gasperi nei suoi discorsi non solo ha confermato che i mille miliardi in dieci anni per il Mezzogiorno saranno erogati dallo Stato, ma ha detto: se tra dieci anni vi troverete senza le opere progettate nel Grande Piano, non potrete dare la colpa al Governo, poiché i fondi ve li amministrerete da voi, in quanto versati a vostre mani nell’apposita Cassa del Mezzogiorno!

La formula è aggiornatissima: per nulla retriva e codina, per nulla risultante, come teorizzano le riviste staliniane, da “compromesso con l’antico”, da sopravvivenza (ma che chiodo! deve essere uno di quelli della Croce) di “vecchie strutture semifeudali arretrate”. Ad elaborare la formula lavorò Giolitti, lavorò Mussolini, lavora De Gasperi. È formula modernissima di preda del capitalismo imprenditore; i capi politici italiani anziché allievi di Metternich e di Torquemada (datemi voi un grande nome feudale italiano: Barbarossa? Borbone? Radetzky?) sono i professori di Roosevelt e di Truman. Paese di capitalismo meno sviluppato che fa la strada a paesi di capitalismo sviluppatissimo? Ciò sarebbe antimarxista per i dogmatici e i talmudici delle lettere di Stalin! Sta di fatto che se fosse antimarxista la nostra posizione sull’anticipo e l’aggiornamento dei metodi sociali e governamentali borghesi in Italia, in omaggio alla solita pretesa che vi si respiri aria feudale, più sballata ancora sarebbe la tesi che si possa dare lezione di avanzato metodo proletario e socialista dalla Russia, tesi per noi verissima alle date 1917, 1918, 1919 e poche altre, dunque verissima in principio, non applicabile in fatto alla Russia di oggi, per quanto proprio gli stalinisti la rivendichino fieramente, in principio ed in fatto.

La formula della Cassa è semplice e geniale. I mille miliardi si scrivono al passivo contro il bilancio di tutte le famiglie italiane; secondo il principio di giustizia economica che trionfa in aria di democrazia, più misero è il bilancio, più forte la quota del “caro-Stato”. Più forte quindi, in media, al Sud che al Nord.

Come attivo il fondo è a disposizione di tutte le intraprese che riescano ad organizzarsi per il suo sfruttamento, per quello che con elegante termine di affari si chiama “utilizzo”.

I piani di utilizzo sono studiati e formati dai gruppi filibustieri molto prima che la legge sia articolata e varata. Domande, progetti, pratiche dossiers sono già pronti, prima che le modalità per inoltrarli siano consacrate dal voto parlamentare; e le modalità sono studiante in modo che abbiano la precedenza i piatti più grossi e già cucinati. Attivo di ciascun piano: l’anticipo della Cassa; passivo, tutto il resto, senza omettere le partite di compenso a esponenti politici e funzionari statali.

La formula del vecchio capitalismo comportava l’anticipo di una spesa di impianti, materiali e salari per fondare l’azienda, ed il ricavo, dalla vendita dei prodotti, di un premio o utile annuo tra il cinque e il dieci per cento.

La formula moderna, all’italiana, consiste – fermi restando i caratteri tipici dell’impresa e dell’accumulazione capitalistica alla scala sociale – nel prelevare tutto l’anticipo alla cassa mutuante, e nel realizzare (sotto il pretesto di fare ponti, che per la degenerazione della tecnica borghese talvolta crollano, o strade la cui pavimentazione dura poche settimane, e così via) un margine di profitto che nel calcolo ufficiale è ritenuto giusto ed onesto fino al quindici o venti per cento, ma nella realtà raggiunge e qualche volta supera il cinquanta per cento non del “capitale della ditta”, ma del “volume dell’affare”.

Quale la banda che si alimenta su un così vasto succhionismo? Non si deve neanche dire che è la banda industriale del Nord, sfruttatrice del Sud, considerato come informe complesso di possidenti e di miserabili. Le posizioni regionali non valgono ad uscire da tali imbrogli, come non valgono quelle nazionali.

La banda è la classe capitalistica organizzata nello Stato di Roma, unitario e costituzionale, ormai sezione saldamente affiliata al grande trust imperiale della potenza mondiale. Pur nella speranza di frodare perfino sulle sovvenzioni avute con la formula del mutuo, non restituendo neppure i prelievi come avviene per i fondi internazionali destinati a placare il passivo di taluni settori della produzione, questa banda nazionale convoglia ai suoi padroni e mantenitori stranieri la gran parte di quanto estorce ai lavoratori affamati sia del Sud che del Nord.

Il problema del Mezzogiorno è un problema di classe, un problema di abbattimento dello Stato italiano, un problema di inquadramento di tutte le forze lavoratrici in Italia sul piano anticostituzionale, di fronte e contro la repubblica, fondata il 2 giugno 1946 dagli inviati speciali della borghesia occidentale e del tradimento proletario orientale, salvando la continuità dello Stato borghese subalpino 1861.

Napoli non deve essere liberata da Milano. Napoli e Milano devono liberarsi da Roma, agglomerato parassitario di locali notturni per il jazz e di locali diurni per lo spaccio di Cristo, di ministeri cellulari e anchilosati e di botteghe oscure – nuovissimi ed antichi arrivi barbari, da Chambery o da Stalingrado, da Gerusalemme o da Hollywood.

Saturno divora i propri figli

Il Governo italiano è stato col­pito da sgomento per l’esplicita accusa rivoltagli da Dayton, capo dell’ECA per l’Italia, il quale, riprendendo un vecchio motivo caro agli americani, ha in­colpato i nostri bravi democratici di trascurare le possibilità di ripresa della produzione industriale nazionale, di non svolgere un’attiva politica degli inve­stimenti e di pregiudicare così uno sforzo conseguente di riarmo.

Di fronte a un rimprovero tanto reciso non si è mancato di parlare di di­missioni del ministro responsabile, di revisione della politica degli investi­menti, o, per converso, di gesti e manifestazioni di indipendenza del « libero » governo italiano. La crisi non è stata approfondita, per reciproca intesa, ma è rimasto il peso di una divergenza che ai nostri borghesi scotta.

Fatto è che i veri dispiaceri nascono sempre in famiglia, e le pretese e l’arroganza del tutelatore e paterno imperialismo americano incidono sugli in­teressi della nostra borghesia ben più crudelmente della brutalità, per ora solo potenziale, del nemico russo. Gli americani intendono rimettere in piedi l’Europa a loro vantaggio, vo­gliono avere un’organizzazione capitalistica europea elastica ed efficiente, ca­pace di rappresentare un peso effettivo nel complesso dello schieramento in­ternazionale, e a questo fine son disposti a sacrificare tutte le montature po­sticce, i falsi schemi, le costruzioni di cartapesta.

Ora per la società capitalistica italiana, parlare di concorrenza, di calcolo, di costi, di ripresa dinamica della produzione e del consumo, è come venire a mettere il toro nel negozio di chincaglieria. Se c’è appena un soffio di vento, la nostra borghesia crolla, e questo non vogliono capire gli americani, che par­lano di espansione della produzione (e il mercato dove lo si trova?) e di uti­lizzo dei crediti congelati. I nostri bravi borghesi non riescono a capacitarsi come mai gli americani non condividano le loro perplessità, e per parte loro piatiscono venia, promettono di far meglio, e tergiversano.

Evidentemente, prima o poi si arriverà al redde rationem, e non è del tutto da escludere che il capitalismo americano metta all’incanto quello italico.

Per una storia del movimento operaio in Italia

Lodevole iniziativa quella di raccogliere documenti inediti sulla storia del movimento operaio in Italia fin dai suoi primi passi intorno alla metà del seco­lo scorso (Movimento Operaio, Bollettino Mensile di Storia del Movimento ope­raio italiano, n. 1-8). E’, comunque, il primo tentativo fatto in Italia al di fuori di una ristretta cerchia di studiosi. Si possono così leggere nel testo integrale o riassunte le lettere scambiate da Marx ed Engels coi loro corrispondenti ita­liani nel periodo che va dal 1871 al 1895 (i numeri finora usciti contengono la corrispondenza fino al 1872) non ancora pubblicate in edizioni recenti e com­prendenti gli scambi epistolari con le sezioni italiane dell’Internazionale: i gruppi napoletani (lettere a e da Cafiero, Palladino, Caporusso ecc), torinesi (a e da Terzaghi, Regis ecc), milanesi (a e da Cuno, Regis, Bignami, Gnocchi, Viani ecc), romagnole, che danno un quadro vivo, a volte anche solo aned­dotico, sul singolare e aggrovigliato processo di formazione dei primi nuclei  proletari pur entro il cozzo fra propaganda bakuninista e marxista e nel fre­quente mescolarsi, in un’atmosfera politicamente ancora confusa, di ideologie divergenti (mazziniane, radicali ecc). Le lettere pubblicate sono lungi dall’esaurire il complesso del Carteggio, anche per l’impossibilità di attingere a fonti fondamentali come l’archivio della socialdemocrazia tedesca, ma rappre­sentano un primo contributo di cui converrà far tesoro per una raccolta e una storia d’insieme. Sempre sullo stesso periodo i fascicoli citati contengono do­cumentazioni d’archivio sulla Internazionale a Roma e a Venezia, lettere di Gnocchi ad Andrea Costa e un carteggio Musini-Costa che lumeggia curiosa­mente quel particolare ambiente di crescita delle prime formazioni politiche proletarie della Val Padana, e soprattutto della Romagna, sul quale già le ama­rissime Lettere di Antonio Labriola ad Engels (ediz. Rinascita 1949) avevano gettato luci così crude e, pur nella polemica, così vere; documenti inediti sul soggiorno fiorentino di Bakunin (1864-65)  e via dicendo.

E’ per contro da lamentare che allo zelo encomiabile dei ricercatori non corrisponda finora una visione critica di insieme e una sicurezza nell’uso, nel­l’inquadramento e nella selezione del materiale. Documenti preziosi appaiono posti sullo stesso piano con materiale a carattere contingente, locale e generico: molte   lettere   del   Carteggio  Marx-Engels  sono  riassunte  mentre  sono  pubblicati integrali diari e cronache locali (ad es. di Imola) che spesso riguardano, molto più che il movimento operaio, la storia del radicalismo borghese; accu­rate bibliografie della stampa operaia dal 1880 al 1900 si alternano ad autentici pasticci come la nota sulla « Stampa comunista anteriore all’avvento del fa­scismo » di Giulio Trevisan, fatta per illustrare piuttosto la stampa non comu­nista che la comunista, e piena di inesattezze (il Soviet comincia ad uscire nel dic. 1918, non nel 1919; Rassegna Comunista uscì, prima che a Napoli, a Mila­no e a Roma a cura del P. C. d’I. e non « del gruppo bordighiano », e potrem­mo continuare) ; una biografia di Fernando De Rosa occupa tutti sei i numeri; un « profilo storico della questione meridionale » appare senza riferimento al­cuno e alla storia reale del problema e alle classiche impostazioni critiche del marxismo. Insomma, impressione almeno iniziale di eclettismo.

Il difetto si ricollega alla varietà degli apporti di provenienza politica, al­l’eterogeneità ideologica dei compilatori. Prendiamo il materiale per quel che è, e invitiamo i giovani studiosi a procedere su un piano costante di serietà ed organicità, come han dimostrato di sapersi muovere su un piano costante e ap­passionato di ricerca.

Proprietà e capitale Pt.6

Il problema edilizio in Italia

Come ogni regime all’avvicinarsi ed allo scoppio della guerra, l’onnipotente, il superstatale fascismo italiano prese a maneggiare tutte le leve del suo potere per arrestare la salita dei prezzi generali ed il corrispondente rinvilire del denaro. Non qui ci interessa il problema che l’aumento generale dei prezzi e l’inflazione monetaria corrispondono all’interesse della classe imprenditrice, del suo Stato e del suo governo, e che solo ragioni di politica sociale conservatrice e di demagogia ispirano l’armamentario legislativo di imperio per la frenata dell’aumento.

Le leggi sul blocco dei prezzi lanciate nel 1940 riflettevano tutto: prodotti della terra e dell’industria, salari, stipendi e remunerazioni, contratti che lo Stato aveva in corso per opere e forniture con le più diverse intraprese.

Tra le più interessanti furono le misure dirette al blocco dei fitti degli immobili, sia rurali che urbani. Il primo rapporto è meno semplice: il locatario della terra coltivabile non loca soltanto una sede su cui acquista il diritto di soggiornare e trattenersi, come avverrebbe se si trattasse di un jardin de délices, ma un vero strumento di produzione a cui applica il lavoro proprio o di propri dipendenti salariati, per trarne frutti e prodotti realizzabili in denaro sul mercato. In altro punto abbiamo accennato alla balorda confusione tra la portata sociale e politica della lotta per comprimere il fitto agrario, e in apparenza il ferocissimo “reddito padronale terriero”, a seconda che il beneficiario del minorato canone pagato è un lavoratore parcellare, uno sporco colono grasso borghese, o addirittura un capitalista intraprenditore di industria agricola, che scortica braccianti e talvolta sottoaffittuari lavoratori.

Il caso dell’immobile urbano, e per essere più esatti della casa di abitazione cittadina, per la sua semplicità, si presta in modo cristallino alla riprova di tesi fondamentali della economia marxista.

Esso costituisce il solo caso in cui il blocco è riuscito effettivo ed ha registrato un successo. Prima di domandarci se tale successo corrispose agli interessi della classe lavoratrice, come appare a primo lume di naso e come fa comodo dire agli agitprop da dozzina, rileveremo come esso dimostri, per la relativa limitatezza del settore, insieme alla giustezza dei concetti marxisti, la inconsistenza e la pochezza delle capacità controllatrici e pianificatrici in campo economico dello Stato moderno, anche dove esso si mostri politicamente e poliziescamente solidissimo.

Mentre in tutti i campi del lavoro agrario e industriale ciò che importa non è tanto, come in queste note andiamo mostrando, la pomposa intestazione proprietaria di luoghi e di impianti, quanto la padronanza ed il possesso dei prodotti, la casa locata non produce nulla di mobile portabile o vendibile, ma solo offre il comodo, il servigio, l’uso di essa come ricovero e soggiorno.

Lo Stato può imporre, e già in questo ha fatto un passo che è una sconfitta “teorica” della economia capitalistica, che un prodotto, per fissare l’idea un cappello, non sia venduto a più di cento lire. Ma per la stessa natura storica e sociale lo Stato attuale non può imporre di vendere a cento lire uno, due, mille cappelli, se il produttore e possessore non li porta al mercato di sua volontà. Lo Stato, si dice, può censire e requisire tutti i cappelli dovunque si trovano. In pratica sorge la difficoltà di scovare i cappelli e se si vogliono portare via pagarli tutti, sia pure a cento lire. Ecco perché il fatto economico noto a tutti è che, appena bloccato, calmierato e fissato di imperio il prezzo dei cappelli, questi spariscono dalla circolazione e vengono accaparrati per non venderli se non di nascosto, a prezzo maggiorato ancora di una quota a copertura, per il venditore, del rischio di ammende e prigione.

Il compratore subisce dunque il mercato non legale o nero, a meno di non andare senza cappello. Molte teste oggi vanno senza cappello, e molte vanno in giro vuote, specie quelle dei competenti di economia politica; ma sono gli stomaci a non potere andare in giro vuoti perché le gambe fanno cilecca: ecco perché nulla poté impedire la salita dei prezzi, oltre che dei cappelli, di tutti gli alimenti e generi di prima necessità.

Ora, la casa viene dal locatore al locatario fornita non pietra per pietra ma tutta intera appena il contratto ha corso: lo stesso padrone non vi può mettere piede senza permesso dell’inquilino. Mentre su ogni altro settore di mercato è arbitro del prezzo chi vende, poiché può sempre dire impassibile: ebbene, se non vi va il prezzo lasciatemi la merce, per le case è arbitro, dopo che è dentro, chi compra e paga. In via normale, se non paga i canoni successivi al primo o ai primi versati all’atto della stipula, o se paga meno, il padrone deve ricorrere ad una lunga e costosa procedura legale di sfratto, e raramente di recupero delle non pagate pigioni.

Nel caso generale è il compratore che deve cedere o correre a piagnucolare dallo Stato perché obblighi a vendere; in quello della abitazione è il venditore del servizio casa che non ha altra alternativa che chiamare lo Stato quando non lo pagano.

Lo Stato fece quindi la bella bravata: inquilini, opponetevi ad ogni richiesta di aumento di canone: pagate il vecchio affitto e non un soldo di più fino a guerra finita, e io mi guarderò bene dal dare i poliziotti per cacciarvi. Mentre il capitalismo industriale, commerciale e finanziario sfoderava tutti i suoi artigli di lupo e di tigre, il terribile Stato, democratico, popolare o nazionale che fosse, menò a buon mercato il vanto sociale e morale di aver tagliato le unghie alla timida gattina della proprietà urbana. Non arrivò a controllare né a discriminare un accidente, e bloccò tanto il canone che una povera famiglia di disoccupati versava ad un padrone di edifizi miliardario, quanto quello che per avventura un grande stabilimento industriale pagava per occupare la sola casetta che possedesse una famiglia di piccoli borghesi magri alla fame.

Come abbiamo ricordato, trionfava non il moderno indirizzo dirigista e pianificatore dei pubblici poteri per il generale interesse, ma il tradizionale articolo che compendia tutta la sapienza del giure borghese: “articolo quinto, chi tiene in mano ha vinto”.

Questa misura, uscita senza sforzo dal cranio di Benito, è stata ereditata, difesa e sbandierata come facile elemento di successo, specie elettorale, da socialisti e comunisti di oggi, mentre Stato capitalista da una parte e capi proletari dall’altra, da allora ad oggi, in una ugualmente comune indifferenza ed impotenza, hanno dovuto assistere alla salita vertiginosa di tutti i costi ed alla depressione progressiva del tenore di vita di chi lavora, in guerra e dopo guerra: sbilancio a cui il tantum economizzato sulla casa è lontanissimo dal turare le dolorose falle.

Quanto questa politica di compressione della pigione, o di abolizione di essa col trasformare in piccolo proprietario l’inquilino, sia radicalmente non socialista, lo abbiamo a fondo mostrato con il richiamo al classico scritto di Engels, che ha ridicolizzato – traendone magnifiche lezioni sulla economia marxista – l’analogia tra il rapporto di inquilino a padrone di casa e il rapporto di operaio a padrone di azienda. Il lavoratore scambia la sua forza di lavoro con denaro; l’inquilino il suo denaro con la casa, a rate di uso di essa. Egli dunque non è un produttore sfruttato ma un consumatore: anzi un consumatore privilegiato perché tiene in pugno l’oggetto di consumo, mentre di norma lo tiene in pugno il venditore.

Comunque l’agitatore da tre soldi dice: nel caso del lavoratore, gli abbiamo evitato (Benito ed io) che al caro pane, al caro cappello e al caro scarpe si aggiunga il caro case, dunque è meno sfruttato.

Ma una breve analisi mostra che il peso sociale sulla classe lavoratrice, su cui tutto pesa e non può non pesare, non è diminuito per gli effetti della scema, sbilenca e trappolaria legislazione italiana sui fitti, siglata dai guardasigilli Grandi, Togliatti o Grassi.

Tagliata la rendita padronale, si è tagliato in vivo su quella contribuzione a fini sociali che provvede a mantenere in ordine la dotazione edilizia, risultato del lavoro di generazioni. Questo danno è di volume superiore in Italia a quello dei bombardamenti di guerra. In Italia il patrimonio edilizio specie di abitazione è di età media altissima e altissima è la quota di manutenzione: omettendola si accelera il degrado. Questo dovrebbe essere equilibrato da intensificate nuove costruzioni, che in ambiente capitalistico si arrestano del tutto perché il basso fitto impedisce di remunerare il capitale investito, e prima ancora per effetto generale della crisi economica di guerra.

Quindi la dotazione di abitazioni a disposizione della popolazione italiana non solo è diminuita in cifre assolute, mentre dovrebbe aumentare per ragioni demografiche e di disaffollamento e bonifica, ma il ritmo della diminuzione è stato aggravato dalla politica di blocco.

Ciò vuol dire che, diminuendo le case e crescendo gli abitatori, è cresciuto paurosamente l’affollamento, che era già uno dei peggiori di Europa, ed è soprattutto cresciuto a danno delle classi povere, compresse nelle case antiche e malsane, che pagano meno casa, ma ne consumano anche di meno, e spesso ne mancano del tutto.

Essendosi poi creata una strana sperequazione tra case bloccate e case a fitto libero, avviene che le poche costruzioni che si fanno si possono locare a qualunque prezzo: coi dati di costo di oggi il capitale si astiene da tutte quelle che non possono dare più di un 2.000 lire a vano e al mese, a dir poco; poiché un reddito netto di 20.000 lire annue non remunera che al 5% un capitale di 400.000 lire, che non basta a costruire il vano. Va a finire che tutti i contributi delle leggi speciali vanno a vantaggio delle case per le classi ricche, e per i poveri non se ne fanno: l’apparenza che il proletariato paghi con una aliquota minore del suo reddito la massa di case che una volta occupava, cede il posto alla realtà che i lavoratori pagano in mille forme, tra caro prezzi e tasse, restando nelle topaie, le case costruite per i signori.

In Francia hanno notato che mentre tra il 1914 e il 1948 tutti gli indici economici sono cresciuti duecento volte, quello pigioni è cresciuto sette volte! La classe operaia paga ora per la casa il 4% del salario, e si propongono di riportarla al 12%, il che non toglie che il capitale edilizio renda solo un quinto del normale, e quindi per le nuove case operaie lo Stato ne debba pagare i quattro quinti. Ora al lavoratore conviene più pagare la casa altrui ad alto prezzo, che pagare a prezzo medio la casa costruita “a proprie spese”! Quella assurda diversità di adeguamento di indici economici riportati alla moneta è una balordata, una delle tante del regime capitalistico, un elemento di più per il peso che l’anarchia economica determina sulle spalle dei lavoratori, non mai una prova che anche in campo ristrettissimo lo Stato moderno voglia, possa, sappia fare opera di “giustizia” e anche soltanto di mitigazione delle distanze sociali.

La legislazione italiana di oggi offre un altro capolavoro. Non potrebbero fare in qualche città un festival annuo delle leggi degli Stati di tutto il mondo, come a Venezia per i film? Alludiamo alle leggi Fanfani, che forse battono perfino il materiale offerto dai decreti e leggi Gullo-Segni in materia di riforma agraria.

Le leggi Fanfani dichiarano di non aver di mira la ricostruzione edilizia né la soluzione generale del problema delle abitazioni in Italia, ma l’ovviare al problema della disoccupazione.

La trovata non è spregevole, poiché la vastità del problema delle case in Italia ridicolizza le cifre di stanziamento delle varie leggi Tupini, Aldisio e così via, mentre certo ogni costruzione in più impiega qualcuno a lavorare. Anche i liberatori che sganciavano dalle fortezze volanti potevano con la stessa logica dire: diamo un contributo alla occupazione operaia.

Vediamo tuttavia il nuovo armamentario in rapporto alla necessità edilizia. Prima ancora dei danni bellici in Italia, senza rinnovare le case troppo vecchie e malsane, senza disaffollare dall’indice di 1,4 persone per ogni stanza abitata, si calcolava che, per l’aumento di abitanti e per il naturale degrado delle case, si sarebbero dovute costruire ogni anno 400.000 stanze nuove. Oggi, con un minimo apporto per colmare il danno di guerra e l’arretrato di costruzioni, e sempre senza la pretesa di disaffollare e migliorare, quindi a benefizio scarso delle classi male alloggiate, si dovrebbe arrivare almeno a 6000 mila@@ stanze annue di abitazione. Costo: almeno 250 miliardi annui.

C’è un grosso problema che non è ancora entrato nella testa dei pianificatori centrali, dei loro osservatori e laboratori di sapienza economica e statistica. Non occorrono solo abitazioni, ma costruzioni di ogni tipo, perché anche per queste giocano invecchiamento, danno di guerra, arretrato di rinnovi. Ogni vano di abitazione ne comporta altri due mediamente per lavorarci, fare pratiche varie, commerciare, e divertirsi: ciò malgrado abbiano aperte le case chiuse.

L’economista pubblico anteguerra aveva già concluso che per le abitazioni lo Stato doveva intervenire a fondo perduto con un 20%, oggi sa concludere che deve intervenire almeno per il 60%. Ma per gli altri vani, che sarebbero dunque 1.200.000 annui, prima si supponeva che sorgessero per privato investimento al di fuori di pubblici aiuti: oggi così non è, salvo che in una minoranza di casi, e quindi nei bilanci pubblici andrebbero altre potenti cifre.

Restiamocene alle case. Contro i 250 miliardi che servono “per non rinculare” che cosa danno tutte le leggi speciali? Forse la decima parte, sulla carta.

La legge Fanfani mobilita 15 miliardi annui statali, e inoltre contributi sul volume dei salari che per due terzi pagano i padroni, per un terzo i lavoratori. Senza tediare con calcoli, sarebbero a pieno regime del piano forse altrettanto, e quindi 30 miliardi. Non bastano per centomila vani annui, una sesta parte del minimo necessario. Il problema trascende le possibilità del regime presente. In pratica resta poi da vedere quanta parte dei 30 miliardi, che in sostanza paga la classe lavoratrice, sia pure in senso lato, andranno a finire non in case, ma in lauti profitti di imprenditori, mediatori di ogni genere, e piloti di carrozzoni finanziari e costruttivi.

Ed allora vediamo pure le cifre dal lato del problema disoccupazione. Il capitalismo e i suoi agenti organizzatori sindacali hanno già detto al nullatenente disoccupato: Hai fame? Vuoi mangiare? Ebbene, investi.

Investi, a coro bene intonato gridano l’ECA e il Cominform allo Stato italiano e alla classe operaia italiana. Quando investe il povero, pappa il ricco.

Fanfani, uomo di genio, che non crediamo discenda da quello del dizionario, e non bada al senso letterale, ha un’altra formula: hai fame? Costruisciti la casa. La formula è così intelligente che conduce ad una ulteriore economia: la casa la faremo senza cucina.

Descriviamo la società Fanfani, la Città dell’Ombra, in cui tutti sono muratori. Un milione di abitanti di Fanfània, coll’indice italiano anteguerra, abbisognano di 650.000 stanze. Supponiamo che una casa duri 50 anni; è già un ritmo moderno, superato solo in America, a cui aspirano in Francia; noi abitiamo in case vecchie di secoli e secoli. Ma al ritmo di una casa su 50 all’anno ci troviamo bene col programma italiano di 600.000 vani annui contro i circa 29 milioni di stanze che ospitano 45 milioni di italiani.

Il milione di fanfànici costruisce dunque ogni anno 13.000 stanze. Quanti lavoratori occorrono? Se una stanza costa 340.000 lire e per manodopera la metà, ossia 170.000, possiamo calcolare 200 giornate lavorative medie, e l’impiego al massimo di un lavoratore annuo. Dunque del milione lavorano solo 13.000 persone. Le altre 987.000 non lavorano, ma stanno in casa. Mangiare non mangiano, e del resto nessuno mangia, in Fanfània.

Veniamo alla conclusione che i cantieri Fanfani, a pieno ritmo, ossia dopo il primo ciclo settennale, impiegheranno per fare 100.000 stanze annue 100.000 lavoratori. A sua difesa dalle mende americane Pella ha rilevato che il solo incremento demografico gettò sul mercato ogni anno 200.000 nuovi lavoratori. Il piano Fanfani, dunque, non spianta né la peste edilizia, né la peste sociale.

Il più bello è che, mentre si vanta che finalmente si avranno case che saranno in effetti occupate da operai, il calcolo conduce ad un affitto talmente forte che un operaio coi salari attuali non lo può pagare.

Quando poi si tocca l’apice della casa in proprietà all’operaio, a parte il labirinto delle disposizioni per prenotare, assegnare, smistare, ereditare, cambiare se si cambia lavoro e residenza, ecc. ecc., si vede che l’assegnatario dovrà, per 25 anni, pagare una rata enorme. Essa corrisponde al costo di costruzione, maggiorato delle spese generali della Gestione Fanfani-case, diminuito del valsente del contributo statale dell’1% annuo, che sarà distribuito in rate costanti, oltre a tasse, contributi e spese condominiali. Provvisoriamente si è annunziata una rata di 1.100 lire mensili, ma un computo che per brevità omettiamo conduce alla previsione sicura di almeno 1.500 lire mensili per stanza, e quindi per una casa operaia modestissima 5.000 o 6.000. Nei nostri computi sul salario netto di meno di mille lire, a giornate non tutte lavorative, anche col francese 12%, il lavoratore non dovrebbe e non potrebbe spendere per la casa più di tremila lire, a parte le categorie privilegiate e specializzate.

Ne seguirà che, poiché le case pronte saranno sempre poche, e molti i lavoratori contribuenti, l’operaio italiano pregherà al mattino: Dio di De Gasperi, fammi vincere alla Sisal, ma non ai sorteggi delle case Fanfani.

Se, come per il blocco, si tiene conto che l’onere statale è onere della classe attiva e non dei ricchi, ben si vedrà come il lavoratore, se il piano avrà effetto, avrà forse una casa sua, ma la avrà pagata il buon doppio del suo valore di mercato, in rinunzie, sacrifizi e tagli sulla sua remunerazione reale.

Questi i miracoli dell’intervento dello Stato nell’economia, che sono poi gli stessi con la formula mussoliniana, hitleriana, rooseveltiana, con quella laburista e quella “sovietista” di oggi.

Non solo fino a che lo Stato è nelle mani della classe capitalistica, ma fino a che nel mondo vi saranno Stati capitalistici potenti, la pianificazione economica è una chimera, una fanfània universale. Ovunque e da chiunque sia essa tentata, non riuscirà a governare i fatti dell’umana soddisfazione e benessere, ma costruirà piedistalli al privilegio, allo sfruttamento e al saccheggio, al “tormento di lavoro” cui sottopone le popolazioni.

Esperienze di economia pianificata

Per quanto affetti di richiamarsi ai canoni critici ed interpretativi del mar­xismo, questo volumetto di Cesare Dami (Esperienze di economia pianificata, ed. Einaudi, 1950) si muove in realtà nell’ambito della polemica borghese sulla maggiore o minore economicità dell’economia controllata o diretta in rappor­to all’economia della cosiddetta libera concorrenza, e il suo assunto è dimo­strare, cifre alla mano, come gli incrementi produttivi di questo dopoguerra siano stati possibili solo in virtù della pianificazione economica. In altre pa­role, l’intervento dello Stato nell’economia, la direzione o il controllo centrali della vita economica, sono concepiti non come il portato di un’evoluzione sto­rica che ha le sue radici nello stesso meccanismo del regime capitalista e per­ciò come il termine di approdo obiettivo e necessario dell’evolversi del capi­talismo, ma come un’alternativa, un metodo di conduzione che si tratterebbe di scegliere a preferenza dell’altro, ed applicare, in funzione della dimostrata sua capacità di potenziare la macchina produttiva. Si legga il capitolo sulle « ragioni del generalizzarsi delle forme di pianificazione economica », e si con­staterà come queste ragioni siano cercate ora nell’esigenza del pieno im­piego dei fattori produttivi, ora in quella dell’ammodernamento e della razio­nalizzazione, ora in quella di un maggior grado di coordinazione fra le atti­vità produttive, o di una migliore distribuzione dei fattori della produzione, o del risollevamento di aree depresse, o del maggior collegamento fra le eco­nomie nazionali, cioè negli aspetti esteriori e nelle forme, per così dire, ana­litiche del fenomeno della pianificazione, invece che nelle tendenze e nelle necessità profonde di conservazione dell’economia del profitto.

Questo metodo di impostare il problema, che è appunto l’inverso del meto­do marxista, permette d’altra parte a noi di trovare un’altra e indiretta confer­ma alle nostre tesi. Il Dami finisce infatti per mettere sullo stesso piano quelle stesse forme economiche che, secondo il suo assunto dichiarato, dovrebbero contrapporsi come antitetiche: fra economia sovietica ed economia, poniamo, americana, v’è soltanto differenza di gradi, non di qualità, il divario che corre fra una struttura economica pianificata « pura » ed una struttura pianificato mista. Come potrebb’essere diverso, d’altronde, quando si istituisce un’identità meccanica fra collettivismo e pianificazione statale? Su questo piano, le anti­tesi classiche del marxismo si stemperano in altrettante identità dinamiche, e la « pacifica coesistenza fra capitalismo e socialismo » tanto cara agli staliniani è dimostrata anche sul terreno economico.

Potrà essere interessante leggere, raccolti in sintesi, i dati statistici sui ri­sultati della pianificazione economica in tutti i Paesi di questo dopoguerra; ma che dire della serietà scientifica di un autore e di un editore che si piccano di simpatie marxiste e che annunciano urbi et orbi: «Si ha sistema collettivista od economia pianificata quando: 1) la distribuzione dei fattori di produzione fra i vari impieghi è effettuata direttamente mediante un piano centrale senza che con essa possa interferire alcun diritto privato di disporre dei beni di pro­duzione; 2) l’equilibrio fra quantità offerte e domandate è assicurato diretta­mente dall’autorità centrale, la quale può anche tener conto delle preferenze dei consumatori così come si manifesterebbero su di un mercato, e lasciare libertà di scelta dell’occupazione, ma comunque non si affida alle sole forze che nel mercato tendono ad assicurare l’equilibrio stesso, ma cerca di raggiun­gerlo attraverso alla diretta fissazione dei prezzi» (pag.19). A questa stregua « collettivismo » era l’economia nazista, è almeno tendenzialmente l’economia pianificata laburista, è l’economia moderna di guerra, è insomma la forma e­strema del capitalismo, e Marx diventa un aspirante al « brain trust » di un Roosevelt o di un Truman. Ma tant’è: siamo nell’èra del bestione trionfante; il bestione, ahimè, ca­muffato da marxista!

Progressismo sindacale

Si legge che la grande organizzazione sindacale americana, AFL., ha organizzato uno sciopero di protesta per l’arrivo di navi russe in porti americani, esortando i propri iscritti a non effettuare lo scarico delle merci ch’esse trasportavano. Il Governo federale è immediatamente intervenuto rimproverando all’organizzazione sindacale il suo atteggiamento e dichiarando che le navi russe dovevano essere scaricato allo stesso titolo di qualsiasi altra nave.

Logica disposizione governative in quanto in nessun caso un Governo borghese può consentire che per semplici motivi ideologici o di carattere locale si danneggino concrete relazioni d’affari.

Né ci si può meravigliare d’altra parte dell’atteggiamento dei sindacalisti della AFL ma solo considerarlo un’ulteriore prova che ormai le grandi «organizzazioni dei lavoratori» noin sono al rimorchio ma bensì all’avanguardia della spinta imperialistica.

Corporazioni, sindacati sovietici, sindacati democratici, ecco l’espressione di un solo dio: l’imperialismo.

Accumulazione del capitale ed imperialismo

Nel 1913, nell’intervallo fra il Finanzkapital di Hilferding e l’Imperialismo di Lenin, Rosa Luxemburg sviluppava nella sua Akkumulation des Kapitals la teoria delle leggi, dei modi e delle condizioni dell’accumulazione allargata del capitale, base e obiettivo permanente della produzione capitalistica, giungendo alla duplice conclusione: 1) che il processo di accumulazione del capitale è possibile soltanto per il sopravvivere di isole a produzione precapitalistica che il capitalismo continuamente e violentemente erode e perciò contiene necessariamente in sé la spinta all’imperialismo in tutta la varietà delle sue manifestazioni 2) che, distruggendo queste isole e trasformando il mondo in una sola grande macchina produttiva capitalistica, l’accumulazione del capitale, e quella sua manifestazione politica che è l’imperialismo, affrettano il momento in cui il modo di produzione borghese non troverà più sfogo al suo processo di sviluppo, e perciò maturano le condizioni obiettive della grande crisi sociale della rivoluzione proletaria.

Entrambe le conclusioni furono, allora, violentemente criticate dai rappresentanti ufficiali della socialdemocrazia, la prima distruggendo alle radici la teoria di un pacifico sviluppo del modo di produzione borghese senza espansioni imperialistiche e perciò senza guerre, la seconda postulando l’inevitabilità della crisi capitalistica su scala internazionale e la sua soluzione rivoluzionaria. L’interpretazione della Luxemburg fu criticata, e rimane tuttora opinabile, negli schemi matematici sui quali si muove (derivati in gran parte dal II libro del Capitale), anche al di fuori del filone teorico della socialdemocrazia; ma il nocciolo fondamentale della teoria sopravvive a quegli schemi, ed è finora la più organica e poderosa analisi delle radici storiche dell’accumulazione, dell’imperialismo, e della crisi permanente del capitalismo nella sua fase di putrefazione.

Nel 1915, la Luxemburg scriveva in carcere una confutazione delle critiche che alla sua opera maggiore erano state mosse, e al suo inizio riassumeva le linee generali della sua tesi, che gli avvenimenti di due guerre mondiali e l’attuale fase di preparazione di nuovi massacri hanno reso di un’attualità bruciante, specie per quel che riguarda la violenza dell’espansione imperialistica nei «paesi arretrati» nelle «zone depresse», nei «paesi coloniali e semi coloniali», e le prospettive di esplosione rivoluzionaria che questa stessa espansione, conformemente alla storica prospettiva marxista, prepara ed affretta.

L’opera maggiore e la sua appendice (Die Antikritik) non sono ancora apparse in italiano, e una traduzione ci risulta in corso di stampa presso la Casa Editrice Giulio Einaudi, cui auguriamo di vedere prossimamente la luce. Per parte nostra, abbiamo creduto di offrire ai lettori, con le brevi e dense pagine di riassunto generale contenute all’inizio dell’Antikritik, un primo saggio di quella che si deve considerare una delle più potenti armi teoriche di interpretazione dell’imperialismo e della lotta rivoluzionaria del proletariato contro di esso, una delle più vibranti dimostrazioni dell’inevitabilità dell’imperialismo e della guerra in regime capitalista, e della necessità storica obiettiva della violenza rivoluzionaria.

* * *

Il modo di produzione capitalistico è dominato dall’interesse del profitto. Per ogni capitalista la produzione ha senso e scopo solo se gli permette, di anno in anno, di riempirsi le tasche di un utile netto cioè del profitto che rimane al di sopra degli investimenti di capitale. Ma la legge fondamentale della produzione capitalistica, che la distingue da ogni altra forma economica basata sullo sfruttamento, è non soltanto il profitto ma un profitto sempre crescente. A questo scopo il capitalista, anche qui in modo nettamente diverso da qualunque altro tipo storico di sfruttatore, impiega il prodotto del suo sfruttamento non solo né in prima linea per il lusso personale, ma in misura crescente allo sviluppo dello sfruttamento medesimo. La maggior parte del profitto ottenuto viene dunque aggiunto al capitale e fatto servire all’allargamento della produzione. In tal modo il capitale, secondo l’espressione di Marx, si «accumula», e, come premessa a un tempo e conseguenza dell’accumulazione, la produzione capitalistica si estende sempre più.

Per raggiungere quest’effetto, non basta tuttavia la buona volontà dei capitalisti. Il processo è legato a rapporti sociali obiettivi, che si possono sintetizzare nel modo seguente:

Anzitutto, per render possibile lo sfruttamento, è necessaria la presenza di una sufficiente massa di forza-lavoro. A questo provvede, una volta storicamente avviato e consolidato il modo di produzione capitalistico, lo stesso meccanismo di questa produzione: 1) mettendo bene o male i salariati in condizione di sostentarsi mediante il salario ricevuto ai fini dell’ulteriore sfruttamento e di riprodursi per naturale incremento, ma non più di questo; 2) costituendo, mediante la continua proletarizzazione dei ceti medi e la concorrenza fra macchina e lavoratore nella grande-industria, un esercito di riserva sempre disponibile di proletariato industriale.

Soddisfatta questa condizione, cioè assicurata una materia di sfruttamento sempre disponibile sotto forma di proletari salariati, e regolato mediante lo stesso sistema salariale il meccanismo dello sfruttamento, una nuova condizione fondamentale dell’accumulazione del capitale si presenta: la possibilità di vendere in un raggio sempre più largo le merci prodotte dai salariati per riottenere in denaro sia le somme spese dai capitalisti, sia il plusvalore estorto dalla forza-lavoro. «La prima condizione dell’accumulazione è che il capitalista sia riuscito a vendere le sue merci e a ritrasformare in capitale la maggior parte del denaro così ricevuto» (Marx). Affinché l’accumulazione come processo continuo abbia luogo, è dunque indispensabile al capitale la possibilità sempre crescente di smerciare i suoi prodotti. La prima condizione dello sfruttamento, come si è visto, se la crea lo stesso capitale.

Ma e la realizzabilità dei prodotti dello sfruttamento, le possibilità di smercio? Da che cosa dipendono? È nel potere del capitale o nell’essenza del meccanismo della sua produzione di allargare lo smercio conformemente alle sue esigenze, allo stesso modo che adatta alle sue esigenze il numero dei lavoratori salariati? La risposta è negativa. Si esprime qui la dipendenza del capitale dalle condizioni sociali. La produzione capitalistica, pur con le sue fondamentali diversità dalle altre forme storiche di produzione, ha questo in comune con esse: che sebbene il suo scopo determinante sia, soggettivamente, il puro interesse del profitto, essa deve soddisfare, oggettivamente, i bisogni materiali della società, e può raggiungere quello scopo soggettivo solo se e nella misura ‘in cui risponde a questo compito obiettivo. Le merci capitalistiche possono es- sere vendute solo se ed in quanto soddisfino i bisogni della società: solo a questa condizione il profitto in esse incorporato può trasformarsi in denaro. Il continuo allargamento della produzione capitalistica, cioè la continua accumulazione del capitale, è perciò legato a un altrettanto continuo allargamento bisogni sociali.

Ma che cosa sono i bisogni sociali? Sono qualcosa di esattamente determinabile e misurabile, o rappresentano, anche qui, un concetto vago e confuso?

In realtà, la cosa, vista così come si presenta a tutta prima alla superficie della vita economica nella sua prassi quotidiana, cioè dall’angolo visuale del capitalista singolo, appare incomprensibile. Un capitalista produce e vende macchine. Suoi acquirenti sono altri capitalisti, che ne comprano le macchi- ne per produrre così, a loro volta, altre merci. Il primo può dunque tanto più collocare le sue merci, quanto più i secondi allargano la loro produzione. Qui, dunque, il «fabbisogno sociale» cui il nostro capitalista è legato sarebbe il fabbisogno di altri capitalisti; il presupposto dell’allargamento della sua produzione quello della loro. Un altro produce e vende mezzi di sussistenza pei lavoratori. Può tanto più venderli, e perciò accumular capitale, quanto più i lavoratori sono impiegati da altri capitalisti (e da lui stesso), o, in altre parole, quanto più altri capitalisti producono e accumulano. Da che cosa dipende che gli «altri» possano allargare le loro aziende? Ancora una volta, si direbbe, dal fatto che questi capitalisti, per es. i produttori di macchine o di mezzi di sussistenza, comprino in misura crescente le loro merci. Il fabbisogno sociale da cui l’accumulazione del capitale dipende, sembra dunque essere, a primo sguardo, l’accumulazione medesima del capitale. Quanto più il capitale accumula, tanto più accumula – è a questa vuota tautologia o a questo circolo vizioso che una più attenta analisi sembra portare. Ma dov’è il punto di partenza, l’iniziativa del moto? E’ chiaro che giriamo su noi stessi e il problema ci sfugge tra le mani. Così è infatti, ma solo finché ci limitiamo a studiarlo dal punto di vista della superficie del mercato, cioè del capitalista singolo, piattaforma prediletta dell’economista volgare.

Ma la questione prende subito forma e contorni precisi se esaminiamo la produzione capitalistica come un tutto, dal punto di vista del capitale totale, che è anche, in definitiva, l’unico solo giusto e decisivo…

L’esistenza privata e sovrana del capitale singolo è, in realtà, solo la forma esteriore, la superficie della vita economica; solo l’economista volgare può ma considerarla essenza delle cose e fonte unica della loro comprensione. Al di sotto di questa superficie, e pur attraverso tutte le condizioni della concorrenza, rimane il fatto che i capitali singoli costituiscono socialmente un tutto, che la loro esistenza e il loro moto sono regolati da leggi sociali comuni che solo per effetto della mancanza di un piano e dell’anarchia del sistema vigente si impongono, attraverso continue deviazioni, dietro le spalle dei capitalisti singoli e senza che questi ne abbiano coscienza.

Consideriamo la produzione capitalistica come un tutto, e anche il fabbisogno sociale diventerà una grandezza afferrabile e scomponibile nei suoi elementi.

Immaginiamo che tutte le merci annualmente prodotte nella società capitalistica vengano riunite in un solo enorme mucchio per trovare impiego come si nella società; e ci accorgeremo subito che questa poltiglia di merci massa suddivide naturalmente in alcune grandi categorie di diversa natura e destinazione.

In ogni forma sociale e in ogni tempo la produzione deve, in un modo o nell’altro, provvedere: 1) a nutrire, vestire, soddisfare i bisogni molteplici della società mediante oggetti materiali; cioè, in altre parole, a produrre mezzi di sussistenza in senso lato per la popolazione di ogni condizione ed età; 2) a produrre mezzi di produzione a sostituzione dei consumati (materie prime, attrezzi, fabbricati), per render possibile la sopravvivenza della società, il suo ulteriore lavoro. Senza la soddisfazione di questi due elementari bisogni di ogni società umana, lo sviluppo della civiltà, il progresso sarebbero impossibili. Anche la produzione capitalistica deve, pur con tutta la sua anarchia e indipendentemente dall’interesse per il profitto, tener esatto conto di queste elementari esigenze.

Di conseguenza, nel magazzino generale di merci capitalistiche da noi immaginato si troveranno anzitutto una grande porzione di merci a sostituzione dei mezzi di produzione consumati nell’ultimo anno; le nuove materie prime, le macchine, i fabbricati ecc. (ciò che Marx chiama «capitale costante»: che i diversi capitalisti producono gli uni per gli altri nelle loro aziende e che debbono reciprocamente scambiarsi perché in tutte le aziende la produzione possa essere ripresa sulla precedente scala. Poiché (secondo la nostra ipotesi) sono le aziende capitalistiche a fornire tutti i mezzi di produzione richiesti per il processo di lavoro della società, lo scambio delle merci corrispondenti sul mercato sarà anche una pura faccenda interna, domestica, dei capitalisti nei loro reciproci rapporti. Il denaro necessario per mediare in tutti i suoi aspetti lo scambio delle merci esce, naturalmente, dalle tasche della medesima classe capitalistica – dovendo ogni capitalista disporre a priori del capitale denaro necessario per il proprio esercizio – e, compiuto lo scambio, ritorna altrettanto naturalmente dal mercato nelle sue tasche.

Poiché fino a questo punto non consideriamo che il rinnovo dei mezzi di produzione sulla scala precedente, la stessa somma di denaro basta anche, anno per anno, a mediare periodicamente l’approvvigionamento reciproco dei capitalisti in mezzi di produzione e ritornare sempre per un periodo di riposo nelle loro tasche.

Una seconda grande sezione della massa delle merci capitalistiche deve, come in ogni società, contenere i mezzi di sussistenza della popolazione. Ma come si scompone, nella forma sociale capitalistica, la popolazione, e come ottiene i mezzi per vivere? Due forme fondamentali caratterizzano il modo di produzione capitalistico. Primo: scambio generale di merci, il che significa, in questo caso, che nessuno riceve il più piccolo mezzo di sussistenza dalla massa sociale delle merci se non possiede per il suo acquisto del denaro. Secondo: sistema salariale, cioè un rapporto per cui la gran massa della popolazione lavoratrice ottiene i mezzi di acquisto per le merci solo mediante scambio di forza-lavoro contro capitale, e la classe possidente ottiene i suoi mezzi di sussistenza solo mediante sfruttamento di questa situazione. Perciò la produzione capitalistica presuppone di per sé due grandi classi: capitalisti e lavoratori, in posizione radicalmente diversa in rapporto al rifornimento in beni di consumo. I lavoratori, per quanto indifferente sia al capitalista singolo il loro destino personale, devono essere almeno nutriti, nei limiti in cui la loro forza-lavoro è utilizzabile ai fini del capitale, per rimanere disponibili ai fini di un ulteriore sfruttamento: dalla massa complessiva delle merci da loro prodotte, la classe capitalista destina loro ogni anno una parte di mezzi di sussistenza nella precisa misura della loro possibilità di impiego nella produzione. Per comprare queste merci i lavoratori ricevono dai loro imprenditori dei salari in forma monetaria. Ne segue che, attraverso lo scambio, la classe lavoratrice riceve ogni anno dalla classe capitalistica, vendendole la propria forza-lavoro, una certa somma di denaro con cui ritira dalla massa sociale delle merci, proprietà degli stessi capitalisti, la parte di mezzi di sussistenza riservatale a seconda del suo sviluppo culturale e del livello raggiunto dalla lotta di classe. Il denaro che media questo secondo grande scambio nella società esce dunque anch’esso dalle tasche dei capitalisti: ogni capitalista deve, per l’esercizio della sua azienda, anticipare quello che Marx chiama «capitale variabile», cioè il capitale denaro necessario per l’acquisto della forza-lavoro, Ma questo denaro, appena i lavoratori hanno acquistato i loro mezzi di sussistenza (cosa che ogni lavoratore deve fare per il sostentamento suo e della famiglia), riaffluisce fino allo ultimo centesimo nelle tasche dei capitalisti in quanto classe, essendo ancora imprenditori capitalisti a vendere come merci ai lavoratori i mezzi di consumo.

Veniamo ora al consumo dei capitalisti medesimi. I mezzi di sussistenza della classe capitalistica le appartengono già come massa di merci anteriormente allo scambio, e ciò in forza del particolare rapporto capitalistico per cui tutte le merci con la sola eccezione della merce forza-lavoro nascono come proprietà del capitale. Peraltro, quei mezzi di consumo di «qualità superiore», appaiono, proprio perché merci, come proprietà di molti capitalisti privati disseminati, come proprietà privata rispettiva di ogni capitalista singolo: ne segue che la classe capitalistica giunge a godere della massa di beni di consumo ad essa pertinenti esattamente come del capitale costante mediante uno scambio reciproco fra capitalisti. Anche questo scambio sociale dev’essere mediato dal denaro, e la quantità di denaro necessaria a questo fine dev’essere gettata a più riprese in circolazione dai capitalisti, trattandosi, come per il rinnovo del capitale costante, di una faccenda interna, domestica, della classe degli imprenditori. E, come prima, anche questa somma ritorna regolarmente, effettuato lo scambio, nelle tasche della classe dei capitalisti da cui era uscita.

Che ogni anno sia effettivamente prodotta la necessaria quantità di mezzi di consumo con gli articoli di lusso necessari per i capitalisti, è un fatto a cui provvede lo stesso meccanismo dello sfruttamento capitalistico che regola il rapporto salariale. Se i lavoratori producessero solo quel tanto di mezzi di sussistenza che occorre per mantenerli, la loro occupazione sarebbe, dal punto di vista del capitale, un assurdo. Essa comincia ad acquistare un senso solo se il lavoratore provvede, oltre al proprio mantenimento, che corrisponde al proprio salario, anche al mantenimento di chi «gli dà il pane» cioè produce, secondo l’espressione di Marx, del «plusvalore» per i capitalisti. Questo plusvalore deve servire fra l’altro a provvedere la classe capitalistica, come ogni classe sfruttatrice nei precedenti periodi storici, del necessario sostentamento e lusso. Ai capitalisti rimane la particolare cura di provvedere con lo scambio reciproco delle merci corrispondenti e la preparazione dei mezzi monetari necessari all’esistenza «piena di spine e di rinunce» della propria classe e alla sua naturale riproduzione.

Ci saremmo così disfatti, per cominciare, di due grandi gruppi della poltiglia sociale di merci: i mezzi di produzione per il rinnovo del processo di lavoro, e i mezzi di sussistenza per il mantenimento della popolazione cioè della classe lavoratrice da una parte, della classe capitalistica dall’altra.

Non ci si può tuttavia accontentare di questa grande suddivisione in due parti della massa sociale delle merci. Se lo sfruttamento dei lavoratori servisse unicamente a permettere agli sfruttatori una vita di sfarzo, avremmo bensì una specie di società schiavistica rimodernata o un regime feudale medievale, ma non il dominio moderno del capitale. Lo scopo e la missione dello sfruttamento capitalistico è il profitto in forma monetaria, l’accumulazione di capitale danaro. Lo specifico senso storico della produzione comincia dunque solo là dove lo sfruttamento varca quei confini. Il plusvalore deve non solo bastare a permettere alla classe capitalistica un’esistenza conforme al suo grado, ma contenere, in più, una parte destinata all’accumulazione. Questo scopo specifico ha un peso così schiacciante che i lavoratori sono impiegati (e perciò anche messi in condizione di procurarsi i mezzi di sussistenza) solo nella misura in cui producono questo profitto accumulabile ed esiste la prospettiva di accumularlo realmente in forma monetaria.

Dunque, nel magazzino di merci da noi immaginato dovremo trovare anche una terza porzione di merci non destinate né al rinnovo dei mezzi di produzione consumati né al mantenimento degli operai o della classe capitalistica, merci contenenti la percentuale inestimabile di plusvalore estorto ai lavoratori che rappresenta il vero obiettivo del capitale: il profitto destinato alla capitalizzazione, all’accumulazione. Che specie di merci sono queste e chi, nella società, ne ha bisogno, cioè chi le acquista dai capitalisti per aiutarli a trasformare in danaro la parte principale del profitto?

Siamo così giunti al nocciolo del problema dell’accumulazione, e dobbiamo esaminare i diversi tentativi di risolverlo.

Possono essere i lavoratori ad acquistare l’ultima aliquota di merci del magazzino sociale? Ma i lavoratori non dispongono di mezzi di acquisto oltre i salari loro passati dagli imprenditori e prelevano nella misura di questi solo la parte loro strettamente destinata del prodotto sociale totale. Al disopra di questo limite non possono essere acquirenti neppure per un centesimo di merci capitalistiche, anche se non tutti i loro bisogni vitali sono stati soddisfatti. Inoltre, lo sforzo e l’interesse della classe capitalistica tendono a calcolare al minimo, non al massimo, la parte di prodotto sociale totale consumata dai lavoratori e i mezzi di acquisto a tal fine necessari. Infatti, dal punto di vista dei capitalisti come classe- è molto importante tener presente questo punto di vista nella. sua distinzione dagli orizzonti limitati del capitalista singolo – i lavoratori non sono acquirenti di merci, «clienti» come altri, ma pura forza-lavoro il cui mantenimento con una parte del loro prodotto è una triste necessità, da ridurre al minimo socialmente consentito nelle circostanze specifiche del momento.

Possono, d’altra parte, essere gli stessi capitalisti gli acquirenti di quel- l’ultima porzione della massa sociale delle merci, allargando il proprio consumo personale? La cosa sarebbe forse possibile, sebbene, anche senza questo espediente, al lusso della classe dominante e alle sue follie si provveda già largamente. Ma il fatto è che, se i capitalisti divorassero senza residui l’intero plusvalore estorto ai loro lavoratori, l’accumulazione si ridurrebbe a zero. Avremmo allora, dal punto di vista del capitale, una fantastica ricaduta nella economia schiavista o nel feudalesimo.

Chi dunque può essere l’acquirente, il consumatore della parte di merci socialmente prodotte la cui vendita permette sola l’accumulazione? Una cosa è finora chiara: non possono esserlo né i lavoratori né i capitalisti.

Ma non vi sono nella società un insieme variopinto di strati sociali, impiegati, ufficiali dell’esercito, preti, professori, artisti che non sono calcolabili né come lavoratori né come imprenditori? Non devono anche queste categorie della popolazione soddisfare i propri bisogni di consumo e non possono perciò essere i tanto ricercati acquirenti dell’eccedenza di merci? La risposta è ancora una volta: per il capitalista singolo senza dubbio, ma non così se consideriamo tutti gli imprenditori in quanto classe, il capitale sociale totale. Nella società capitalistica, tutti gli strati e le professioni indicate non sono, economicamente, che appendici della classe capitalista. Se ci chiediamo da dove gli impiegati, ufficiali, preti, artisti ecc. derivino i loro mezzi di acquisto, si con- stata che li ricevono in parte dai capitalisti, in parte (attraverso il sistema delle imposte indirette) dai lavoratori. Ne risulta che, dal punto di vista economico, questi ceti non possono rappresentare per il capitale totale una parti- colare classe di consumatori: essi non hanno una sorgente autonoma di potere di acquisto, ma, condivoratori di capitalisti e salariati, sono già compresi nel consumo di entrambi.

Impossibile dunque, fino ad ora, trovare acquirenti, impossibile metter le mani su colui che, acquistando l’ultima aliquota di merci, può solo dar l’avvio all’accumulazione.

Ma, alla lunga, la soluzione della difficoltà appare semplice. Forse noi sia- mo come quel tal cavaliere che andava disperatamente in cerca del cavallo sul quale era in sella, Forse, i capitalisti sono acquirenti a vicenda anche di quel residuo di merci – non già per scialacquarle ma per impiegarle all’allargamento della produzione capitalistica. Ora, per rispondere a questo scopo, quel- le merci devono consistere non in oggetti di lusso per il consumo privato dei capitalisti, ma in mezzi di produzione di ogni genere (nuovo capitale costante) e in mezzi di sussistenza per lavoratori.

Ottimamente. Ma è una soluzione che si limita a spostare la difficoltà da un piano a un altro. Giacché, una volta ammesso che l’accumulazione si sia compiuta e la produzione allargata getti sul mercato l’anno successivo una massa di merci maggiore del precedente, risorge la domanda: dove troveremo allora gli acquirenti di questa massa cresciuta di merci?

Se si risponde: Be’, questa massa cresciuta di merci sarà, nel prossimo anno, nuovamente scambiata fra loro dai capitalisti e impiegata da tutti ad allargare ulteriormente la produzione, e così via di anno in anno, eccoci davanti a una giostra che gira su sé stessa nel vuoto. Non si ha allora accumulazione capitalistica, cioè accumulazione di capitale danaro, ma l’inverso: produzione di merci per amore della produzione, che è, dal punto di vista del capitale, un assurdo completo. Se i capitalisti come classe sono essi stessi gli acquirenti della loro intera massa di merci prescindendo dalla parte che devono destinare al mantenimento della classe lavoratrice se si vendono reciprocamente le merci col proprio danaro e così monetizzano il plusvalore in esse contenuto, l’accumulazione del profitto da parte dei capitalisti diventa impossibile.

Se questa deve verificarsi, bisognerà dunque trovare altri acquirenti per il gruppo di merci in cui il plusvalore destinato all’accumulazione si annida, acquirenti che traggano i loro mezzi di acquisto da fonti autonome e non li ricevano dalle tasche dei capitalisti, come avviene per i lavoratori e per i collaboratori del capitale – impiegati statali, militari, clero, liberi professionisti; – acquirenti i quali vengano in possesso dei propri mezzi di. acquisto sulla base di uno scambio e perciò di una produzione di merci che si svolgono al difuori della produzione mercantile capitalistica; produttori i cui mezzi di produzione non possano essere considerati come capitale e che non appartengano alle due categorie dei capitalisti e dei lavoratori, ma abbiano bisogno in un modo o nell’altro di merci capitalistiche.

Ma dove si trovano questi acquirenti? All’infuori dei capitalisti col loro seguito di parassiti e salariati, non vi sono, nella società moderna, altre classi o ceti!1.

Gira e rigira, finché si rimane fissi all’ipotesi che nella società non esistano strati al difuori dei capitalisti e dei lavoratori riesce impossibile ai capitalisti come classe di smaltire le loro merci eccedenti per trasformare il plusvalore in danaro e così accumulare capitale.

Ma l’ipotesi marxista (dominio generale ed esclusivo della produzione capitalistica) è solo un’astrazione teorica destinata a semplificare e facilitare la indagine. In realtà, la produzione capitalistica, come tutti sanno e come lo stesso Marx mette in rilievo nel Capitale, non è affatto l’unica né il suo dominio è esclusivo e totale. In realtà, in tutti i paesi capitalistici, anche in quelli a grande industria altamente sviluppata, esistono, accanto alle imprese capitalistiche, nell’artigianato e nell’agricoltura, numerose aziende artigiane e contadine fondate sulla produzione semplice delle merci. In realtà, accanto ai vecchi paesi capitalistici, esistono anche in Europa Paesi in cui la produzione contadina e artigiana è tuttora fortemente prevalente, come la Russia, i Balcani, i Paesi scandinavi, la Spagna. Infine, accanto all’Europa e all’America del Nord capitalistici, esistono giganteschi continenti nei quali la produzione capitalistica ha appena cominciato a metter radici in piccoli punti sparsi, mentre per il resto i popoli di questi continenti presentano tutte le forme economiche possibili, dalla comunistica primitiva alla feudale, contadina, artigiana. Tutte queste forme sociali e produttive vivono e son vissute non soltanto in pacifica contiguità spaziale col capitalismo, ma fin dall’inizio dell’era capitalistica si è sviluppato fra loro e il capitale europeo un attivo ricambio organico di natura tutta particolare. La produzione capitalistica come pura produzione di massa conta su acquirenti di origine contadina e artigiana dei vecchi paesi e su consumatori di tutti gli altri, e a sua volta non può fare tecnicamente a meno di prodotti di questi strati e Paesi (siano mezzi di produzione o mezzi di consumo). Perciò, fin dall’inizio si svolse- fra la produzione capitalistica è il suo ambiente non-capitalistico un rapporto di scambio in cui il capitale trovò la possibilità sia di realizzare il proprio plusvalore ai fini di un’ulteriore capitalizzazione in danaro, sia di rifornirsi di tutte le merci necessarie per l’allargamento della sua produzione, sia infine di assorbire nuove forze-lavoro proletarizzate mediante la decomposizione violenta di forme di produzione non-capitalistiche.

Ma questo non è che il nudo contenuto economico del rapporto. Il suo manifestarsi concreto nella realtà costituisce il processo storico dello sviluppo del capitalismo sull’arena mondiale in tutto il suo variopinto e mobile atteggiarsi.

Anzitutto, lo scambio del capitale col suo ambiente non-capitalistico urta contro le difficoltà dell’economia naturale, dei rapporti sociali consolidati e dei bisogni ristretti dell’economia contadina patriarcale e artigiana. Per vincerlo il capitale ricorre a mezzi eroici , alla violenza politica. Nella stessa Europa il suo primo gesto è il superamento rivoluzionario dell’economia naturale feudale. Nei Paesi transoceanici, il soggiogamento e la distruzione delle comunità tradizionali è il primo atto di nascita storico-mondiale del capitalismo e, in seguito, il fenomeno destinato ad accompagnare in modo continuo l’accumulazione. Attraverso l’erosione dei rapporti primitivi dell’economia naturale, con- tadina, patriarcale, di quei Paesi, il capitale europeo vi apre la porta allo scambio delle merci e alla produzione mercantile, trasforma i loro abitanti in acquirenti di merci capitalistiche, e nello stesso tempo accelera la propria accumulazione appropriandosi direttamente masse di materie prime e di ricchezze tesaurizzate dei popoli soggetti. Fin dall’inizio del XIX sec. si accompagna a questi metodi l’esportazione del capitale accumulato dall’Europa verso i Paesi non-capitalistici delle altre parti del mondo, dove esso trova su un nuovo terreno, sulle macerie delle forme di produzione indigene, un nuovo raggio di acquirenti delle sue merci e perciò un’ulteriore possibilità di accumulazione.

Così, grazie all’azione reciproca su strati sociali e paesi non-capitalistici, il capitalismo si estende sempre più, accumulando a loro spese ma nello stesso tempo erodendoli e scacciandoli per occuparne il posto. Senonché, quanti più Paesi capitalistici partecipano a questa caccia ai territori di accumulazione, quanto più ristrette sono le zone di produzione non-capitalistica ancora aperte alla espansione mondiale del capitale, quanto più si inasprisce la lotta di concorrenza per quei campi di accumulazione (l’imperialismo), tanto più le sue scorribande sulla scena del mondo si trasformano in una catena di catastrofi economiche e politiche: crisi mondiali, guerre, rivoluzioni.

Ma attraverso questo processo il capitale prepara in duplice modo il proprio crollo. Da una parte, allargandosi a spese di tutte le forme di produzione non-capitalistiche, si avvia verso il momento in cui l’intera umanità consisterà unicamente di capitalisti e salariati e perciò un’ulteriore espansione e quindi accumulazione risulterà impossibile; dall’altra, nella misura in cui questa tendenza s’impone, acuisce a tal punto i contrasti di classe e l’anarchia economica e politica internazionali che, prima ancora che l’ultima conseguenza dello sviluppo economico – il dominio assoluto e indiviso della produzione capitalistica nel mondo – sia raggiunta, dovrà provocare la rivolta del proletariato internazionale contro il mantenimento della dominazione capitalistica.

Questo, in breve, il problema, e la sua soluzione come io la vedo. A primo aspetto può sembrare un’elucubrazione puramente teorica. Tuttavia, l’importanza pratica del problema è chiara, perché si ricollega al fatto più saliente della vita politica attuale, l’imperialismo. Le manifestazioni esterne tipiche del periodo imperialistico – lotta di concorrenza fra stati capitalistici per le colonie, le sfere d’interessi, i campi d’investimento del capitale europeo; sistema dei prestiti internazionali, militarismo, protezionismo doganale, ruolo dominante del capitale finanziario e dell’industria cartellizzata nella politica mondiale -, queste manifestazioni sono ormai universalmente note. Il loro collegamento con l’ultima fase dell’evoluzione capitalistica, la loro importanza per l’accumulazione del capitale, sono ormai così evidenti che li riconoscono sia i rappresentanti sia gli avversari dell’imperialismo. Ma la socialdemocrazia2 non può accontentarsi di questo riconoscimento empirico. Si tratta per essa di determinare in forma esatta le leggi economiche di questo, intreccio di fenomeni, scoprire la radice vera, del grande e variopinto insieme di manifestazioni dell’imperialismo, giacché, come sempre in casi simili, solo la esatta comprensione teorica del problema può dare anche alla nostra prassi nella lotta contro l’imperialismo, la sicurezza, finalità e forza d’urto che la politica del proletariato esige.

Note

  1. A questo punto, la Luxemburg ricorda come, secondo l’interpretazione da lei data altrove per esteso, lo schema dell’accumulazione contenuto nel II vol. del Capitale si fondi sul presupposto che la produzione capitalistica sia. l’unica ed esclusiva forma di produzione oggi esistente, e come in tale schema la accumulazione si trovi posta di fronte ad un insolubile circolo vizioso (nostra nota). ↩︎
  2. Non dimentichi il lettore che «socialdemocrazia» erano allora tutti i partiti socialisti non ancora divisi, e il termine non aveva ancora assunto il significato di «riformismo», «gradualismo», «opportunismo», in contrapposto a «comunismo», oggi corrente (nostra nota). ↩︎

Voci dalla Germania

Due voci ci sono finora giunte di correnti a tradizione socialista che, in Germania, si muovano fuori del cerchio fatale dei due imperialismi dominanti sui due grandi tronconi del Paese vinto e occupato: quelle delle «Thomas-Münzerbriefe» e del periodico «Neues Beginnen», ora federatesi attorno ad un organo, redatto a numeri alterni dai due gruppi e uscito a partire dal giugno di quest’anno: Funke (Aussprache-Hefte Radikaler Sozialisten e Aussprache für internationale sozialistiche Politik). Dobbiamo subito dire che questa produzione politica, se da una parte segna uno sforzo di autonomia del movimento proletario dalla morsa infernale dell’imperialismo internazionale, documenta dall’altra lo smarrimento e la rovina che guerra ed occupazione militare hanno, dopo il nazismo, seminato tra le file operaie.

I due gruppi sono partiti deliberatamente, senza programmi: il programma, asserivano entrambi, verrà in seguito, come frutto ultimo di una discussione fra socialisti che hanno rotto con un passato di asservimento ad interessi non proletari. Ed era già un partir male, un affidarsi all’eclettismo come ricetta ai disastri dell’ortodossia staliniana e del tradizionalismo funzionaristico della socialdemocrazia. Ma al disotto di questa posizione agnostica c’era qualcosa di più: la fobia del partito, dell’organizzazione centralizzata, dell’inquadramento ideologico e pratico dei militanti. Come altre correnti separatesi dal filone dell’esperienza bolscevica 1917-20, la reazione allo stalinismo ha qui assunto la forma aberrante della negazione del compito del Partito nella lotta proletaria, della costruzione di un mito della classe operaia che si autoemancipa nella sua totalità prima dell’urto rivoluzionario, della riduzione del rapporto dialettico classe-partito a quello di un’antitesi insormontabile fra i due termini, della contrapposizione della cosiddetta democrazia operaia alla dittatura ed al totalitarismo. I comunisti radicali o internazionali hanno colto i tratti specifici dell’evoluzione capitalistica: vedono nei due blocchi di oriente e di occidente due forme della stessa evoluzione, non confondono nazionalizzazione o socializzazione e socialismo; ma non riescono a liberarsi dell’antinomia, di origine schiettamente democratica ed antifascista, libertà-dittatura. Il fenomeno, l’abbiamo spesso documentato nelle nostre rassegne, è largamente diffuso, e ostacola il già faticoso processo di ristabilimento del cardini di interpretazione critica e di lotta del marxismo; e non ci si stupisca che, postisi su questo terreno, i socialisti radicali tedeschi ripiombino nell’elettoralismo, nel federalismo, nel terzaformismo europeistico e in altre piaghe consimili del movimento operaio.

Una posizione a sé occupa la rivista Pro und Contra (Weder Ost noch Westen-eine ungeteilte sozialistiche Welt), di cui ci è pervenuto finora solo il n. 7 e che contiamo di esaminare nel suo complesso al prossimo numero.

On the Dialectical Method

The present note is a reminder of the well-known concepts on the dialectical method followed by Marx in his economic and historical expositions. It is intended as a transition to broader research, which should be undertaken, on a topic that it is not appropriate to call: Marxist Philosophy; Philosophical part of Marxism. Such a title would contradict Engels’ clear statement:

«[M]odern materialism is essentially dialectic, and no longer needs any philosophy standing above the other sciences. That which still survives, independently, of all earlier philosophy is the science of thought and its laws – formal logic and dialectics. Everything else is subsumed in the positive science of nature and history».

At a decisive turning point, it was affirmed that, just as the phenomena of physical nature were treated by means of experimental research and no longer with the data of revelation and speculation, replacing ‘natural philosophy’ with the sciences, so, in turn, the facts of the human world: economics, sociology, history, should be treated with the scientific method, eliminating all arbitrary assumptions of transcendental and speculative dictates.

Since positive scientific and experimental research would be meaningless if it merely found results without transmitting and communicating them, the problems of exposition are just as important as those of investigation. Philosophy could be an individual product, at least in form; science is fact and collective activity.

The method of coordination and presentation of data, with the use of language as well as other more modern symbolic mechanisms, thus constitutes a general discipline for Marxists as well.

This method, however, differs substantially from that of the modern bourgeois philosophical schools, which, in their critical struggle against religious and scholastic culture, arrived at the discovery of the dialectic. In them, as especially in Hegel, the dialectic lives, is found and discovered in the human spirit, with acts of pure thought, and its laws, with all their construction, pre-exist to the approach of the external world, be it natural or historical.

For the bourgeois materialists, the material natural world exists, yes, prior to the thought that investigates and discovers it; but they lacked the strength to reach the same height in the sciences of human society and history; to understand, in the material world itself, the importance of perennial change.

As we have already mentioned in notes to Elements of Marxist Economics, the study we referred to, and which should not be titled as the philosophy of Marxism, could be called: Marxism and the Theory of Knowledge.

Such a study would, on the one hand, unfold the fundamental themes given by Engels in Anti-Dühring and Lenin in Materialism and Empirio-criticism, in connection with the results of science subsequent to the epoch of the two classics; on the other hand, it would oppose the dominant tendency in contemporary ‘thought’ which led, for class reasons, to the battle against deterministic dialectics in the social sciences, claims to base its rejection of determinism in general on the recent achievements of the science of physical nature.

It is therefore first and foremost necessary for Marxist militants to orient themselves on the value of the dialectic. This asserts that the same laws and connections apply to the presentation of the natural process and of the historical one. It denies any idealistic presupposition, as a claim to find irrevocable rules in the head of man (or the author of ‘systems’), to be premised on research in any field. It sees, in the causal order, the physical and material conditions of man’s life and of society as ceaselessly determining and modifying the way of feeling and thinking. But it also sees, in the action of groups of men in analogous material conditions, forces that influence the social situation and come to change it. Here lies the true meaning of Marx’s determinism. Not an apostle or an enlightened one, but a ‘class party’ can, in given historical situations, have ‘found’, not in the head, but in social reality, the laws of a future historical formation that will destroy the present one. In all the famous statements – «theory also becomes a material force as soon as it has gripped the masses» – «The (…) working-class movement is the inheritor of German classical philosophy» – «Philosophers have hitherto only interpreted the world in various ways; the point is to change it» – the realistic and positive content of the method is intact, and the ruthless rejection of this thesis is consistent: with purely mental operations it is possible to establish laws to which both nature and history are ‘forced’ to submit.

There is therefore nothing mysterious or eschatological in the shift from necessity to revolutionary will, from the cold analysis of what has happened and is happening to the call for ‘violent combat’.

The old desired equivocation must be eliminated in the light of the same texts and references on the historical course of Marx and Engels’ research and studies; the clear coherence of their construction must be vindicated; and this must be defended, in the light of the most recent data, in the natural and social field, today more than ever escaping metaphysical pedantry and idealistic romanticisms, both explosive – and revolutionary.

Let us therefore make a few notes on all this, of an elementary nature.

They refer to the well-known passage in Capital, penultimate paragraph of the penultimate chapter, where the ‘negation of the negation’ is cited to explain the passage: petty industry – capitalism – socialism, a passage that was the subject of Engels’ lively polemic against Dühring.

Dialectics and metaphysics

Dialectics means connection, that is, relation. Just as there is relation between thing and thing, between event and event in the real world, so there is relation between the (more or less imperfect) reflections of this real world in our thought, and between the formulations we use to describe it and to store and practically exploit the knowledge of it that we have acquired. Our way of expounding, reasoning, deducing, of drawing conclusions, can therefore be guided and ordered by certain rules, corresponding to the successful interpretation of reality. Such rules form logic insofar as they guide the forms of reasoning; and in a broader sense they form dialectics insofar as they serve as a method for linking together acquired scientific truths. Logic and dialectics help us to tread a non-fallible path when, starting from our way of formulating certain results from observation of the real world, we want to arrive at enunciating other properties from those deduced. If these properties turn out to be valid in the experimental field, it will mean that our formulae and our way of transforming them were sufficiently exact.

The dialectical method is opposed to the metaphysical one. This, a tenacious inheritance of the flawed way of formulating thought, derived from religious conceptions based on dogmatic revelation, presents the concepts of things as immutable, absolute, eternal and reducible to certain first principles, unrelated to one another and having a kind of autonomous life. With the dialectical method, all things are in motion, not only that, but in their motion they influence each other, so that even their concepts, i.e. the reflections of the things themselves in our mind, are connected and related to each other. Metaphysics proceeds by antinomies, i.e. by absolute terms that are opposed to each other. These opposite terms can never mix or reach each other, nor can anything new arise from their connection, which does not reduce to the simple affirmation of the presence of one and the absence of the other, and vice versa.

To give some examples, in the natural sciences one metaphysically contrasts stasis with movement: there is no reconciliation between the two; by virtue of the formal principle of contradiction, that which stands does not move, that which moves does not stand. But already the Eleatic school showed with Zeno the fallacy of a distinction that seems so certain: the arrow in motion, as it passes through a point in its trajectory, stands at that point, therefore it does not move. The ship moves with respect to the shore, the passenger walks on deck in the opposite direction: he stands still with respect to the shore; therefore he does not move. The alleged sophisms were demonstrations of the possibility of reconciling opposites: rest and motion; only by breaking motion down into many point-like elements of time and space will it be possible for infinitesimal mathematics and modern physics not blinded by the metaphysical method to solve the problems of non-rectilinear and non-uniform motion. Today it is considered that motion and stillness are relative terms, as neither motion nor stillness is absolute.

Another example: for the astronomy of the metaphysicians, all the bodies placed in the sky beyond the sphere of fire are immutable and incorruptible, their dimensions, form, and motion will remain eternally equal to themselves. Terrestrial bodies, instead, are transformable and corruptible in a thousand ways. There is no reconciliation between the two opposing parts of the universe. We know today, however, that the same evolutionary laws are valid for the stars and for the Earth, which is a ‘piece of heaven’, without thereby assuming mysterious titles of nobility. For Dante, the influence of the incorruptible planets on the vicissitudes of corruptible humanity was a big deal, while for modern science, the reciprocal influences between the Earth and the other parts of the universe are a matter of daily observation, even though it is not believed that the stars move in order to mark our fate.

Finally, in the human and social field, metaphysics introduces two supreme absolute principles: Good and Evil, acquired in a more or less mysterious manner into the consciousness of all, or personified in otherworldly beings. We have alluded to the relativism of moral concepts, to their mutability and to their with exchanging one another according to places, epochs, and class situations.

The metaphysical method with its absolute identities and contradictions causes gross errors, being traditionally ingrained in our way of thinking, even if we are not conscious of it. The concept of the antipodes seemed absurd for a long time, one laughed in the face of Columbus who sought the East by way of the West, always in the name of the formal contradiction of terms. Thus it is a metaphysical error to resolve human problems, such as those of violence and the State, in only two ways: that is, to declare oneself for the State or for violence; against the State or against violence. Dialectically, on the other hand, those problems are placed in their historical moment and are resolved simultaneously with opposite formulas, such as advocating the use of violence for the abolition of violence, the use of the State for the abolition of the State. The error of authoritarians or libertarians in principle is equally metaphysical.

Idealistic dialectics and scientific dialectics

However, the introduction of dialectics can be understood in two very different ways. First enunciated by the most brilliant cosmological schools of Greek philosophy as a method for natural knowledge unconstrained by aprioristic prejudices, it succumbed in later times to the acceptance by authority of Aristotelian texts, not because Aristotle did not feel the value of dialectics as an interpretation of reality, but because the scientific decadence and the dominant mysticism of later epochs fossilised, by immobilising them, Aristotelian results.

In modern critical philosophy, it is said, dialectics reappears and triumphs in Hegel, from whom Marx would have taken it. But the dialectic of these philosophical schools, while realising the unbinding in the handling of reasoning from the formal and verbal fetters of scholasticism, is based on the assumption that the laws of the construction of thought are the basis for the actual construction of the world. Human science would first seek in man’s own mind the rules by which the truths enunciated must relate to one another; it would then go on to frame all the notions of the external world on this scheme. Logic and dialectics could thus be established and formulated by a purely mental work: every science would depend on a methodology to be discovered inside the skull of man, or rather inside the head of the individual author of the system. This claim is justified with the usual argument that, in science, the factor of the external elements to be studied inevitably intertwines with the factor of human personality, by which every science is thus conditioned. In conclusion, the dialectical method with an idealistic presupposition also has a metaphysical character, even if it pretends to call its purely mental constructions by the name of science instead of revelation, of critique instead of absolute apriorisms, of immanence of the possibilities of human thought instead of transcendence in relation to it, as with the data of religions and spiritualist systems.

Dialectics is valid for us insofar as the application of its rules is not contradicted by experimental control. Its use is certainly necessary, since we must also treat the results of every science with the instrument of our language and of our reasoning (aided by mathematical calculation: even the mathematical sciences for us, however, are not based on pure properties of thought, but on real properties of things). Dialectics, that is to say, is an instrument of exposition and elaboration, as well as of polemic and didactics; it serves as a defence against the errors engendered by traditionalistic methods of reasoning and to achieve the quite difficult result of not unconsciously introducing arbitrary data based on preconceptions into the study of questions.

But the dialectic is itself a reflection of reality and cannot claim for itself to oblige or generate it. Pure dialectics will never reveal anything to us of itself, yet it has an enormous advantage over the metaphysical method because it is dynamic, whereas the latter is static, cinematographing reality instead of photographing it. I know little about a car, when I know that its instantaneous speed is 60 km per hour, if I do not know whether it increases or decreases. I would know even less if I only knew where it is in a snapshot. But even knowing that it is travelling at 60 km/h, if it is accelerating from 0 to 120 in a few seconds it will be enormously distant, if it is braking it will be stationary a few metres further on. The metaphysician who gave me the where and when of the phenomenon knew nothing, compared to the dialectician who gave me the dependence between the where (space) and the when (time), which is called velocity; or rather, more, the dependence between velocity and time (acceleration). This logical process corresponds, in the mathematical theory of functions, to successive derivatives.

If I know dialectics, I avoid saying two absurdities: the car is speeding, therefore it will soon be far away; the car drives slowly, therefore it will soon still be nearby. However, I would be just as naive as the metaphysician if, for the sake of being dialectical, I concluded: the car runs, therefore it will soon be near, and vice versa. Dialectics is not the sport of paradoxes, it states that a contradiction can contain a truth, not that every contradiction contains a truth. In the case of the car, dialectics warns me that I cannot conclude from pure reasoning, lacking other data: dialectics does not replace them a priori, but obliges us, when they are lacking, to deduce them from new experimental observations; in our case, a second measurement of speed made a few instants later. In the historical field, he who said: the Terror, given the means it employed, was a reactionary movement, would reason like a metaphysician; but he would be a very poor dialectician to judge Thiers’ government, for example, as revolutionary because of its violent repression of the Communards.

The negation of the negation

Let us return to the negation of negation. In the metaphysical method, since there are two opposing but fixed principles, negating the one yields the other, if you then negate the second you fall back into the first: two negations equal one affirmation. E.g.: Spirits are good or evil. Tizio denies that Lucifer is an evil spirit. I deny what Tizio says: consequently, I affirm that Lucifer is an evil spirit. Thus remains obscure the story of the myth of Yahweh, ‘vile demiurge’, who casts Satan down into hell and usurps the throne of the heavens, a primitive reflection in human thought of an overturning of powers and values.

From the dialectical point of view, during negations and affirmations, the terms have changed in characteristics and position, such that, having negated the original negation, one does not fall back into the original affirmation pure and simple, but arrives at a new result. E.g., in Aristotelian physics, every body tends to its place, and so heavy things descend downward; air that goes upward, or smoke, are not heavy. Having got this false schema into their heads, the Peripatetics uttered infinite stupidities to explain the movement of the pendulum, which rises and falls in every oscillation. Instead, the question, thought dialectically, is expounded much better. (But to get there, it was not enough to think, one had to experiment, as Galileo did).

Heavy things move downwards. Bodies that do not move downwards are not heavy: then is the weight of the pendulum, a heavy thing or not? Behold the difficulty for the Aristotelians, behold violated the sacred ‘principle of identity and contradiction’. If, on the other hand, heavy things are said to accelerate downwards, they can also proceed upwards, provided they slow down. The pendulum has a pre-impressed velocity, which increases as long as it descends, decreases as long as it ascends. We have first negated the direction of motion, and then negated the direction of acceleration. However, we have taken a step forward not only acquiring the right to affirm that the pendulum is always a heavy thing, but above all by discovering that gravity is not the cause of motion, but of acceleration, a discovery that founds modern science by the work of Galileo. He, however, did not make it by handling dialectics, but by measuring the motion of pendulums: dialectics only served him to break the formal and verbal constraint of the old statements.

In encountering a negation of a negation, we must not believe that we have returned to the point of departure, but must expect, thanks to the dialectic, to have arrived at a new point: where it is and what it is, the dialectic does not know, but only positive and experimental investigation can establish.

Categories and ‘a priori forms’

Before illustrating the negation of the negation in the example of social character that we have encountered in Marx’s text, it is good to say a few more things about the common arbitrary character of metaphysics and dialectics with an idealistic presupposition.

Starting from the observation that we only know the external world by way of psychic processes, whether we refer to sensism, i.e. the doctrine that bases knowledge on the senses, or pure idealism, which bases it on thought (to the point of conceiving, in certain systems, the external world as a projection of subjective thought), the traditional philosophies all maintain that to the cognitive system, to concrete science, must be premised certain norms of thinking, found purely in our I. These first principles, which were made to appear unquestionable precisely because they were unprovable, were called categories. In the Aristotelian system, the categories (there is a clear difference between this meaning of the term and the current meaning of class, or grouping) are the following ten: substance, quantity, quality, relation, space, time, position, property, action and passion; corresponding to the questions: what is it made of? How big is it? Of what quality is it? In what relationship is it with other subjects? Where is it? When? In what position is it? Of what attributes is it endowed? What does it do? What affects it? (i.e. what action does it receive?). For example: a man is a living and heavy substance; 1.80 m tall; of the white race; heavier than another; is in Athens; lives in the year 516; sits; wears the cuirass; speaks; is watched by onlookers.

The Aristotelian categories were modified and reduced in number. Kant gave a slightly different picture of them, still calling them ‘a priori forms’ of thought, with which human intelligence can and must elaborate any datum of experience. According to Kant himself, experience is impossible if it does not refer to two ‘a priori intuitions’, namely the notion of space and the notion of time, which pre-exist in our minds every datum of experience. But the later achievements of modern science have subsequently broken up these various ‘a priori’ systems, and have broken them up irremediably, even if they remain far from having exhaustively answered all the questions, whose void was filled by fabricating ‘a priori forms’. Hegel could already say that quality reduces itself to quantity. (The man is white and not black because in the analysis of his pigment there is a certain figure rather than another). Kant would be quite astonished to see that physicists (Einstein’s relativity) treat space and time as a single quantity, or that, by common consensus, the decision on the fusion or divorce of the two irreducible categories is postponed to certain positive experiences in physics and astronomy, except for Madame Intelligence to accustom itself to the victorious result.

Marx rejects the cold empiricism of those thinkers who claim that only the collection of data from the external world is possible, like so many detached and isolated findings, without arriving at their systematisation, and without knowing how to ask themselves whether we are collecting sure results on objective reality, or only dubious imprints on our sensitive tissues. Such a method, to which the thought of the bourgeoisie falls back after the first bold systematisation, as in the field of economics, is suited to the conservatism of those who have come to power and guard their privileges against excessively corrosive analyses. Marx, while attributing great social importance to it, is not fully happy with the materialism of the French encyclopaedists, who, despite their revolutionary vigour and the unmitigated overthrow of religious prejudices, did not free themselves from metaphysics and could not generate any other socialism than that of the utopians, defective in the historical sense. Marx, thirdly, although he drew heavily on the results of the systems of German critical philosophy, broke, as he and Engels repeatedly recounted, with its idealistic content as soon as he grappled with social problems, that is, as early as 1842.

Pure German criticism had in common with the materialism of beyond the Rhine, the dispersion of religious phantasms and the liquidation of every dogmatic element, and of every element transcending, by definition, the rational possibilities of man; it had, in addition to that, the overcoming of metaphysics and the general vision of the movement of things and facts; but it had less the strength to historically generate a revolution against the old German feudal world, corresponding to the formidable one carried out by the political students of the Voltaires, the Rousseaus, and the d’Alemberts. East of the Rhine, the bourgeois class had not been able to make the transition from the theoretical field to that of action; Hegel’s system was used for even pre-bourgeois and reactionary purposes; and Marxism broke this thread, foreshadowing the substitution of a new class for the bourgeoisie, which had exhausted its doctrinal possibilities and completely missed the revolutionary ones.

Having thus re-established the authentic position of Marxism in relation to the previous schools, it is here of interest to reclaim that reservations about concretist empiricism (especially English) and metaphysical materialism (especially French) never meant recognition of the abstract criticism of the Germans, and its abstruse search for a priori forms. One need only recall Marx’s critique of Proudhon, in the Poverty of Philosophy, of 1847, on the latter’s hybrid Hegelianism-Kantianism. The categories of thought and spirit are therein amiably mocked, along with Proudhon’s claim to be a… German philosopher. In joking form, what we have said about empiricism and criticism becomes this joke: «If the Englishman transforms men into hats, the German transforms hats into ideas»!

There follows, in the ‘First Observation’, a splendid exposition and at the same time a radical critique of the dialectical method in Hegel, reduced to a useless ‘applied metaphysics’. The empiricist leaves the individual and the isolated fact in their sterility. The critic, by dint of abstractions, lets all the elements and limits of the individual datum fall away, and in the end reduces himself to the ‘pure logical category’.

«If all that exists, all that lives on land, and under water, can be reduced by abstraction to a logical category – if the whole real world can be drowned thus in a world of abstractions, in the world of logical categories – who need be astonished at it?»

It is not possible to reproduce and annotate the whole page. It remains established that, in dialectical materialism, the ‘logical categories’ and ‘a priori forms’ take the same path that the thinkers of the revolutionary bourgeoisie made the entities of the supernatural world, the saints and souls of the dead, take.

The negation of capitalist property

In the passage, which we quoted at the end of the study on Marxist Economics, Dühring wanted to catch the author in contradiction, since the new form that will replace capitalist property is first called ‘individual property’ and then ‘social property’.

Engels duly restores the scope of the expressions by distinguishing between the ownership of products, or consumer goods, and the ownership of the instruments of production.

The application of the dialectical schema of the negation of the negation proceeds clearly in Marx. Before repeating it, we would like to add some better indication of the scope of the terms employed. Terminology is of great importance for us Marxists, both because we work constantly switching from one language to another, and because for the sake of polemics and propaganda we often have to apply the language of different theories.

Let us therefore stop at three terminological distinctions: instrumental and consumer goods – ownership and use of the former and the latter – private, individual, social property.

The first distinction is now also current in common economics. The products of human activity either serve for direct consumption, like a food or a garment; or they are used in other working operations, like a hoe, a machine. The distinction is not always easy, and there are mixed cases; however, everyone understands when we distinguish products between consumer goods and instrumental goods.

Ownership over consumer goods at the moment of their use, it would be good not to call it by the term property, even if followed by the adjectives: personal, individual. It consists in the relationship whereby he who is about to feed himself holds the food in his hand and no one forbids that he take it to his mouth. Even in the legal sciences, this relationship is not well defined as ownership, but as possession. Possession can be de facto and material, or even rightful and legal, but it always implies ‘holding in hand’, the physical disposition of the thing. Ownership is the relationship whereby one disposes of a thing, without having to hold it in one’s hands, by titular effect of a piece of paper and a social norm.

Property stands to possession as in physics Newton’s actio in distans stands to contact action, to direct pressure. Since term possession also has a juridical value, we could try, for this practical concept of being able to eat a piece of bread or put on shoes, to use the term ‘disposal’ (given that the term ‘disposition’ gives the idea of deployment, ordering, which belongs to another field).

We shall reserve the term property for instrumental goods: tools, machines, workshops, house, land, etc.

Calling property also the disposal, for example, of one’s own suit or pencil as property, The Manifesto of the Communist Party says that the communists want to abolish bourgeois property, not personal property.

Third distinction: private, individual, social. Right, private power over a thing, over a good, consumable or instrumental (and, before that, over the persons and activities of other men) means right not extended to all, but reserved to some only. In the term private, even literally, the negative value prevails; not the faculty of the enjoying of the thing, but rather that of depriving others – with the protection of the law – of the enjoyment of it. A regime of private property is one in which a few are owners, and a great many others are not. In the language of Dante’s time, the ‘private human beings’ are the latrines, a place where it is the norm for only one occupant to reign, a good symbol of the stinking ideologies of the bourgeois.

Individual property does not have the same meaning as private property. The person, the individual, are thought of by the… well-thinking people as bourgeois person, bourgeois individual (Manifesto). But we would only have a regime of individual property when every individual could achieve ownership over something, which in bourgeois times is in fact not the case, despite legal hypocrisies, neither for instrumental nor for consumer goods.

Social property, socialism, is the system in which there is no longer a fixed relationship between the good in question and a particular person or individual. In this case it would be good to stop saying property, since the adjective proper refers to a single subject and not to universality. Anyhow, one speaks every day of national and state property, and we Marxists speak, to make ourselves understood, of social, collective, common property.

Let us now follow the three social and historical phases presented in synthesis by Marx in the first volume of Capital.

Let us leave aside preceding epochs of slavery and full landed feudalism, in which the property relation between man and thing prevailed over the personal relation between man and man.

First phase. Society of small production, artisanal for manufactures, peasant for agriculture. Each worker, of the workshop and the land, in what relationship is he to the instrumental goods he uses? The peasant is the master of his small plot, the artisan of his simple tools. Hence, the worker has disposal and ownership of his means of production. What relationship is each worker in with his products, whether of the field or the workshop? He disposes of them freely, if they are consumer goods he uses them as he pleases. Then we shall say with exactness: individual ownership of instrumental goods, personal disposal of products.

Second phase. Capitalism. Both these forms are negated. The worker no longer owns land, workshop or tools. The instruments of production have become the private property of a few industrialists, of the bourgeoisie. The worker no longer has any right over the products, even consumer goods, which have themselves become the property of the master of the land or factory.

Third phase. Negation of the negation. ‘The expropriators are expropriated’ not in the sense that the capitalists are expropriated of their workshops and land in order to restore general individual ownership of instrumental goods. This is not socialism, it is the ‘all proprietors’ formula of the petty bourgeois, today of the CPI-ists. Instrumental goods become social property, since the ‘acquisitions of the capitalist era’ that made production a ‘social’ fact must be ‘preserved’. They cease to be private property. But what about consumer goods? These are placed by society at the general disposal of all consumers, i.e. to any individual.

In the first phase, therefore, every individual was an owner of small quantities of productive instruments, and every individual had disposal over products and consumer goods. In the third phase each individual is forbidden private ownership of instrumental goods, which are of a social nature, but he is assured the possibility – which capitalism had taken away from him – of always having disposal over consumer goods. This means that, with the social ownership of machines, factories, etc., the ‘individual property’ of each worker is reborn – but how different! – the ‘individual property’ of each worker over a share of consumable products which existed in the artisanal-peasant, pre-capitalist society, no longer a private, social relation.

[If there subsisted the slightest doubt as to our interpretation of Marx’s words on the ‘re-establishment of individual property’, and also on the strict rigour of continuity in Marxist terminology, a quotation from a text of a different date and on a different theme, The Civil War in France, will suffice to dispel it: «…no sooner do the working men anywhere take the subject into their own hands with a will, then uprises at once all the apologetic phraseology of the mouthpieces of present society with its two poles of capital and wage-slavery (the landlord now is but the sleeping partner of the capitalist), as if the capitalist society was still in its purest state of virgin innocence, with its antagonisms still undeveloped, with its delusions still unexploded, with its prostitute realities not yet laid bare. The Commune, they exclaim, intends to abolish property, the basis of all civilisation! Yes, gentlemen, the Commune intended to abolish that class property which makes the labor of the many the wealth of the few. It aimed at the expropriation of the expropriators. It wanted to make individual property a truth by transforming the means of production, land, and capital, now chiefly the means of enslaving and exploiting labor, into mere instruments of free and associated labor. But this is communism, “impossible” communism!»].

The two negations in the inverse sense have not led us back to the starting point of the economy, of scattered, molecular production, but much further and higher, to the communist management of all goods, in which, in the end, the terms of property, of good, of personal share will no longer have any reason for use.

The theory of knowledge

For our methodological assumption, the confutation of Engels contra Dühring is important, after this schema of the historical transition has been clarified.

«It is only at this point, after Marx has completed his proof on the basis of historical and economic facts (…) Thus, by characterising the process as the negation of the negation (…) only after he has proved from history that in fact the process has partially already occurred, and partially must occur in the future, he in addition characterises it as a process which develops in accordance with a definite dialectical law (…) It is therefore once again a pure distortion of the facts (…) that Marx [on faith in the negation of negation] wants anyone to be convinced of the necessity of the common ownership of land and capital».

In conclusion, the dialectic serves us, both (as Marx says in the afterword to Capital) to expose what analytical research has established, and to destroy the obstacle of traditional theoretical forms. Marx’s dialectic is the most powerful force of destruction. Philosophers toiled to construct systems. Dialectical revolutionaries forcibly destroy consolidated forms, which want to bar the way to the future. The dialectic is the weapon to break the barriers that, once broken, break the spell of the eternal immutability of the forms of thought, which unveil themselves as incessantly mutable, moulded by the revolutionary change of social forms.

Our cognitive methodology must lead us to the opposite pole of a statement, which we will take from a decisive source such as Benedetto Croce, in one of his concise notes against the Stalinist dissemination of dialectical materialism.

«The dialectic takes place solely in the relationship between the categories of the spirit and is intended to resolve the ancient and bitter, and seemingly almost desperate, dualism of value and disvalue, of true and false, of good and evil, of positive and negative, of being and non-being».

For us – on the contrary – the dialectic takes place in those representations in continuous change, with which human thought reflects the processes of nature and recounts their history. These representations are a group of relations, or transformations, that one tends to deal with without positing any absolute datum required of the ‘spirit’ and its solitary exercises, and with a method that has nothing different from that which holds for the influences between two fields of the material world.

When ‘modern’ conservative thought attempted to marry the forces of empiricism and criticism, in a common negation of the possibility of knowledge of the laws of both nature and human society, it was Lenin who in turn perceived the counter-revolutionary pitfall, and quickly provided the remedy.

The current order of Russian power, tied to the conformism of established positions, lacks any possibility of continuing this struggle, even in the scientific sector: the orderly defence and offence of the Marxist school in the field of theory threatens to break down under the desperate counterattack of the world capitalist intelligentsia, and its immense means of propaganda, unless new bases emerge for radical party work, free to carry the flame of the dialectic over all the welds that hold together artificial structures of privilege, and metaphysical faiths in brand new infallibilities.

No priest is needed, no Mecca is needed, for the doctrine of the Communist Revolution.

Prezzo di una milizia

Sergio Salvadori, di anni 21, è morto nelle carceri di Parma. Innocente dell’accusa che gli era stata mossa e che gli era costata una gravissima condanna, aveva la colpa di essere un militante rivoluzionario, un nemico della società borghese.

Strano destino, quello degli internazionalisti: piccolo gruppo di individui da potersi contare sulle dita, irriso dai destri, calunniato dai sinistri, disprezzato da tutti perchè orientato verso un obiettivo che’è giudicato pazzesco: chi li accusa di essere visionari senza prospettive di affermazione nella realtà politica, chi li rimprovera di fare direttamente o indirettamente it giuoco del capitalismo.

Sergio Salvadori è il terzo caduto nella battaglia di classe dalla fine della guerra ad oggi. E, oltre alle tre vittime, il regime democratico ha fruttato agli internazionalisti arresti, processi, condanne clamorose, multe, licenziamenti, persecuzioni sui posti di lavoro; ciò quando tutti dichiarano che la loro propaganda non ha prospettive nè valore politico, e non spaventa nessuno. Perchè, allora, tanto accanimento?

Il prezzo pagato dalla milizia rivoluzionaria dimostra una volta di più che la repressione esercitata dal regime democratico contro le autentiche forze di classe non è affatto seconda a quella, tanto temuta e tanto deprecata, dei regimi fascisti.

I Webb e il «Comunismo Sovietico»

La Casa Editrice Einaudi ha recentemente lanciato la traduzione dell’opera dei Webb sulla Russia: Il comunismo sovietico. Dopo attenta lettura di questo monumentale lavoro, non resta a noi che esclamare: «Tartufo ha passato la Manica ed è emigrato in Inghilterra».

Socialdemocratici e controrivoluzionari per tutta la vita, i due coniugi non hanno voluto smentirsi al tramonto, e si sono affrettati a prendere pubblicamente le difese della Russia bolscevica quando questa era ormai completamente soggiaciuta alla controrivoluzione staliniana. Così come erano stati avversari e nemici della Russia di Lenin e dell’insurrezione di Ottobre, essi sono divenuti amici e difensori dello stalinismo.

Ma quel che soprattutto merita osservare, è che, contrariamente ad altre opere di amici o apologeti del regime russo, che, per quanto vuoti, un minimo di dignità conservano, il libro dei Webb è improntato alla stessa sfrontatezza e idiozia critica che imperversa nelle opere dei gesuiti o dei peggiori cortigiani di tutti i tempi. La pretesa obiettività scientifica dei due matusalemme del laborismo inglese vi è sacrificata nel modo più ignobile all’obiettivo propagandistico che è evidentemente alla base del volume – esempio letterario quale credevamo possibile solo nella stessa Russia o nel caso di opere compilate con la rivoltella alla nuca. È tuttavia evidente che nessuna costrizione ha mai influenzato il lavoro dei Webb, e che essi hanno deliberatamente e volutamente sposato la causa dell’abbindolamento e della turlupinatura della classe operaia.

Che dire dei loro argomenti? Dell’affermazione che i processi di Mosca erano giustificatissimi in quanto tutte le accuse erano vere? Che Trotzki è stato assassinato da uno dei suoi seguaci? Che Stalin non è un dittatore perché, tanto per citarne una, dichiara di aver scritto il noto articolo su «La vertigine del successo» dietro incarico del Comitato Centrale? Che la differenza dei salari è cosa ottima e da incoraggiare? Che il concetto di «socialismo in un solo paese» è un principio di gran lunga superiore all’internazionalismo e ad altre consimili teorie dei vecchi bolscevici?

I Webb hanno voluto morire quali erano sempre stati: dei preti in rosso.