حزب کمونیست انترناسیونال

Prometeo (III) 1952/II/3

Avvertenza

Il numero 3 (Anno V, serie II) di aprile 1952, di Prometeo, che segue, è un numero atipico, in quanto gestito da uno sparuto gruppo di contestatori del partito il cui unico titolo era quello della proprietà legale della testata, insieme a quella del quindicinale Battaglia Comunista. A niente valse la continuità ideologica e organizzativa del partito che la direzione dei nostri organi aveva sempre seguito secondo la storia e gli insegnamenti della Sinistra; solo contava, e conta, la proprietà borghese. Allo stesso titolo il partito attuale ha dovuto di recente rinunciare a suoi organi in altre lingue, in seguito a una dolorosa spaccatura che ha visto alcuni compagni preferire incamminarsi su una strada di dottrina e tattica divergente da quella che il partito sin dal lontano 1952 aveva mantenuto con rigore. Con questa compagine il centralismo organico, spina dorsale irrinunciabile del partito della Sinistra, rimane intatto, e non scambiabile con il centralismo quale che sia, inteso come una caserma guidata da meccanismi caporaleschi.

Questo numero 3 fu gestito dagli scissionisti che, prima di sottrarci le due testate, lo produssero per giustificare le loro errate e confuse interpretazioni del marxismo. Lo mettiamo a disposizione di lettori, simpatizzanti e militanti come esempio di enunciazioni errate, contrapposte a lucide precisazioni del tutto nostre, espresse dal compagno che per l’ultima volta utilizzava lo pseudonimo di Alfa. In seguito tutta la nostra letteratura, da allora a oggi, è sempre stata rigorosamente anonima, proprio perché nel partito cessavano, per sempre, di convivere due anime, due interpretazioni del marxismo, anche se entrambe facenti riferimento alla tradizione della Sinistra Italiana e dei primi anni del Partito Comunista d’Italia.

Nel primo numero di Il Programma Comunista, del 1952, era premessa una breve presentazione della nuova testata, che riportiamo di seguito, che valeva per la perdita di entrambe le testate, anche se nel testo si riferiva al solo quindicinale Battaglia Comunista.

AL LETTORE

Chiariamo ai lettori che il mutamento preannunciato nella testata del giornale, che da Battaglia Comunista diventa Il Programma Comunista, non è dovuto a nostra iniziativa, né ad azioni giudiziarie coattive la cui provenienza non interesserà mai indicare. Essendosi trattato di far valere contro il partito, contro la sua continuità ideologica ed organizzativa e contro il suo giornale, e beninteso dopo averla carpita, una fittizia proprietà commerciale esistente solo nella formula burocratica che la legge impone, non ci prestiamo a contestazioni o contraddittorii tra persone e nominativi; subiremo senza andare sul terreno della giustizia costituita le imposizioni esecutive. Quelli che se ne sono avvalsi non potranno più venire sul terreno del partito rivoluzionario. Inutile quindi parlare dei loro nomi e dei loro moventi, oggi e dopo.

Il giornale continuerà a svolgersi sulla linea che lo ha sempre definito e che rappresenta i suoi titoli non di “proprietà” ma di continuità programmatica e politica, conformemente ai testi fondamentali del movimento, alla Piattaforma e al programma della Sinistra, alle Tesi della Sinistra, alla serie dei “Fili del Tempo” e alla mole delle altre pubblicazioni contenute in Battaglia, in Prometeo e nel Bollettino, materiale di cui daremo prossimamente, ad uso del lettore, un indice analitico.

Onorio ad Alfa (6 luglio 1951)

Ho esaminato il tuo documento redatto sulla traccia dei tuoi motivi di assalto contro certe posizioni teoriche e politiche prevalenti in alcuni gruppi internazionali provenienti quasi tutti dai trotskismo, e ti dico subito che sotto certi aspetti ho preferito allo scritto la tua esposizione orale di Roma per una maggiore acutezza di analisi e forse anche per una maggiore compiutezza.

Ti riassumo qualche mia osservazione affrettata.

Nel capoverso 5 dei capisaldi di orientamento affermi che in Russia l’economia tende al capitalismo e ne dai la ragione a pag. 8 dove scrivi che “il carattere monetario, mercantile, redditiero e titolaristico del tessuto economico russo predominante, per nulla inficiato dalle statizzazioni di grandi industrie, servizi, ecc..”; non mi pare che tu contribuisca con ciò a precisare l’idea di ,una economia sovietica a struttura di capitalismo di Stato in un mondo economico nella fase più acuta del suo sviluppo monopolistico.

La tendenza a un sempre maggior intervento dello Stato, che è caratteristica di questa fase dell’economia nei paesi industrialmente più progrediti, trova nella economia sovietica la sua manifestazione più organica, più definita e completa. Sulla generale linea di sviluppo del capitalismo monopolistico la Russia ha potuto bruciare più d’una tappa, grazie alla Rivoluzione d’ottobre che ha consentito l’accentramento più assoluto dell’economia nell’ambito dello Stato, e grazie alla controrivoluzione stalinista che si è servita di questo enorme potenziale economico così accentrato per ingigantire il potere dello Stato e dare l’avvio all’esperienza estrema del capitalismo.

Il protagonista di questa fase della storia è dunque lo Stato la cui economia riproduce i modi e i caratteri, su scala forse allargata, propri della produzione e della distribuzione capitalistiche (salario, mercato, plusvalore, accumulazione, ecc.).

Quale la nuova classe che attraverso questo Stato esercita la propria dittatura? La strapotenza dello Stato sovietico non può non aver risolto in concreto il problema d’una sua classe dirigente omogenea e forte, per la coscienza che ha del proprio essere di classe e della funzione storica che è chiamata a compiere.

Non mi pare che quanto tu scrivi in proposito sia soddisfacente e porti elementi risolutivi tra gruppi internazionali così divisi e smarriti su questo problema della definizione della nuova classe dirigente sovietica. Non è storicamente possibile che il più accentrato e ferreo esercizio del potere che la storia ricordi possa essere demandato ad una “ibrida coalizione e fluida associazione tra interessi interni di classi piccolo-borghesi, medio-borghesi, intraprenditrici dissimulate, e quelli capitalistici internazionali, ecc.”.

Sempre nel capoverso 5 dei capisaldi di orientamento, al “trasporto delle forze di classe in tutti i paesi sul terreno dell’autonomia di fronte a tutti gli Stati” tu affidi il compito supremo di “infrangere il potere capitalistico nei paesi industriali più progrediti di occidente che sbarra la via alla rivoluzione”. C’è da domandarsi: proprio soltanto i paesi industriali più progrediti di occidente sbarrano la via alla rivoluzione?

Inoltre a pag. 3 sempre sullo stesso argomento scrivi: “Questo decorso confuso e sfavorevole della lotta proletaria, coincidente coll’aumento inarrestabile della industrializzazione capitalista altamente concentrata, sia come intensità nei paesi di origine che come dilagante diffusione in tutto il mondo abitato, viene a vantaggio dell’avanzata con cui la massima forza dell’imperialismo moderno, quella americana, tende, secondo la natura e la necessità di ogni grande concentramento metropolitano di capitale, di forza di produzione, di potere, ad assoggettare al suo sfruttamento e alla sua oppressione, brutalmente spezzando ostacoli territoriali e sociali, le masse dì tutto il mondo“.

C’è ancora da chiedersi: proprio soltanto la massima forza dell’imperialismo moderno, quella americana, tende ad assoggettare, ecc. le masse di tutto il mondo?

In un altro passo di un altro tuo scritto recente, che non ho però sotto gli occhi, parli di una Russia pacifista di fronte ad un’America bellicista.

“Il motivo conduttore è poi sempre lo stesso; soltanto per un errore della diplomazia sovietica e per un falso calcolo dei suoi uomini politici venne applicata nell’ultima guerra quella tale strategia politica che è sboccata – lasciamo andare a quella vergognosa autoliquidazione dei relitti della grande Internazionale Comunista – (non erano già forse marci fin nelle ossa e legati anima e corpo all’imperialismo?) nel rafforzamento di un potere imperialista occidentale, che troppo tardi governo e stato maggiore russi riconoscevano più minaccioso di quello tedesco, agli stessi loro fini ormai di aperto carattere nazionale”. In una parola Mosca è vista come la centrale di una errata politica, antiproduttiva anche dal punto di vista del puro interesse nazionalistico, e non come la centrale d’un imperialismo alla pari con quello americano nel porre in funzione russa il problema del dominio del mondo.

La rivoluzione anticapitalistica del proletariato non esclude, voglio sperare, il regime sovietico e non si muove secondo i criteri di una graduatoria dei Paesi capitalistici da abbattere, ma colpisce l’avversario, quando e come può, là ove questi appare più debole; ha colpito ad es. nel 1917 il capitalismo internazionale nella Russia zarista non considerata certamente matura ai fini del socialismo in confronto all’Inghilterra, alla Germania ecc., e noi ne conosciamo bene le ragioni.

Per il resto accentuerei l’analisi critica consentita dalla constatazione che l’avversione allo stalinismo di ogni secessione parte più dalla spinta della difesa della personalità umana e della indipendenza nazionale che da una esigenza di classe e dalla preoccupazione di portare materiale vivo e operante alla ricostruzione del partito internazionale del proletariato.

Alfa ad Onorio (9 luglio 1951)

Ho certamente gradito il contributo delle osservazioni tue all’appello internazionale da me proposto, e ti rispondo subito sulle cose principali.

Prendo prima la tua osservazione relativa alla pag. 3. Domandi: proprio soltanto l’America tende ad assoggettare etc.? — Ma tu stesso hai riportato l’inciso mio; secondo la natura e la necessità di ogni grande concentramento metropolitano di capitale, di forza di produzione e di potere.

Dunque non solo l’America, ma ogni concentramento. Dove e quali nei successivi momenti storici tali concentramenti? Qui il punto. Portiamo in conto: territorio e sue risorse, popolazione, sviluppo della macchina industriale, numero del proletariato moderno, possessi coloniali come materie prime, riserve umane, mercati, continuità storica del potere statale, esito delle guerre recenti, progresso nel concentramento mondiale delle forze sia produttive che di armamento. Ed allora possiamo concludere che nel 1905 o 6 grandi potenze erano sullo stesso fronte o quasi, nel 1914 poniamo si fronteggiavano Inghilterra e Germania; oggi? Esaminati tutti quei fattori si vede che l’America è il concentramento n. 1 nel senso, oltre tutto il resto, ed oltre la probabilità di vincere in ulteriori conflitti, che sicuramente può intervenire ovunque una rivoluzione anticapitalista vincesse. In questo senso storico dico che oggi la rivoluzione, che non può che essere internazionale, perde il tempo se non fa fuori lo stato di Washington. Ciò significa che ne siamo ancora lontani? Okei.

Veniamo poi alla solita richiesta; analisi e definizione della odierna società russa. Ti sarà noto che penso che su tale punto si può e deve dire poco e con circospezione. È una elaborazione compiuta dal movimento in un lungo periodo, un dato nuovo della storia, il primo caso di rivoluzione che si rincartoccia in sé e sparisce; io do il contributo che posso e non credo che vi sia il sommo sacerdote che aperto il Talmùd al versetto così e così risponda così e così. Naturalmente ne dissi a Roma di più e ne andrò dicendo di più in “Prometeo”, a tempo. Tu paragoni due cose che stanno su diversi piani: veramente preoccupa un poco tanto difetto di comprensione in tutti, poi tutti, e non faccio caso personale, si sentono spinti e predisposti a compiti di guida. L’appello ha un valore delimitativo, in certo senso negativo (come tutte le decisive proporzioni del marxismo che sono se non proprio negative almeno “alternative”) serve a stabilire confini tra noi ed altri e tu lo dovresti chiamare “politico” con aggettivo che ti piace. Lo si legge in non molti minuti, a Roma, per varie ore, si trattarono problemi da un lato di analisi scientifica (direi ricerca, esame, analisi mi piace poco se pure è termine di moda) e poi dall’altro di prassi tattica. Per forza maggiore compiutezza e dettaglio insieme.

Vengo quindi alla Russia. Vorrei che quelli che collaborano a definire l’appello formulassero positivamente le varianti che propongono. La formula di fase monopolistica e capitalismo di Stato ti pare completa? t estremamente indeterminata. La si applica tanto al regime di Mussolini che a quello britannico odierno che a quello russo. Due vie diverse per arrivare a posizioni analoghe? Giusto, è un buon concetto di propaganda, ma per carità evitiamo le confusioni. In quello che dirò, non credere che io individui in quanto hai scritto gli errori che vado ad indicare; ma tu dovresti appunto proporre di dati argomenti una tua stesura; tu ed ogni altro che faccia osservazioni, lavoro che credo utile e che è ben diverso dal “materiale per tutta l’organizzazione” con relativi: fesso è lui, fesso è quell’altro.

Non è esatto che in una fase del capitalismo sia stata protagonista la borghesia classe e che nella attuale sia protagonista lo Stato. Classe e Stato sono cose e nozioni diverse e non possono passarsi la stecca. Anche prima vi era lo Stato e anche dopo vi è la classe. Lo Stato non è il protagonista dei fatti economici ma un derivato di essi; se non la politica sorge dall’economia ma l’economia dalla politica e dal maneggio del potere, muore la interpretazione marxista della storia (chi lo pensa lo dica chiaro!) e tornano in auge le vecchie teorie, nuovissime per i fessi, che la storia nasce dal desiderio di comando dei capi, e il desiderio di comando da quello di ricchezza.

Più o meno alla stessa fessata viene chi si domanda: nella prima fase i protagonisti del duello eran borghesia e proletariato, ora prendiamo la lanterna e andiamo alla ricerca del terzo… uomo. Una terza classe? non la si trova e allora si risponde: lo Stato, come se quello che cercava il terzo uomo dicesse: eccolo, è questo paio di pantaloni. Oppure si risponde: la burocrazia: ecco la nuova classe? Che diavolo vuol dire questo? Non so se tu avesti un mio scritto su questo: la burocrazia l’hanno avuta tutti i regimi di classe: essa non può essere “una classe”. In linguaggio nostro la burocrazia è una delle “forme della produzione” mentre le classi sono forze di produzione, successivamente nella storia.

Conoscerai tra i miei testi (utilissimo che di essi si facciano critiche e si sollevino obiezioni) quello in cui dico che il capitalismo di Stato significa non un assoggettamento del capitale allo Stato, ma un ulteriore assoggettamento dello Stato al capitale.

Capitale — capitalismo — classe capitalistica o borghese — Stato capitalistico o borghese. Non facciamo pasticci. Ordine storico per ordinare le teste.

Una volta vi era già del capitale, ma non ancora il resto.

Questo capitale cominciò a concentrare forze di produzione (materie, uomini, macchine) e vi fu il capitalismo, ma lo Stato non era ancora borghese.

Poi vi fu la classe borghese, unione di tutti quelli che nel nuovo sistema produttivo capitalistico erano in alto, nello Stato in basso.

Questa classe prese il potere perché il capitalismo aveva bisogno per il suo sviluppo di forme ben diverse da quelle antiche. Si ebbe il nuovo Stato, la nuova burocrazia e via.

Marx, a prendere o lasciare, indica questo “postcapitalismo” (altra fessa parola di moda): il proletariato prende il potere e attua il socialismo.

A ciò si oppone lo Stato borghese, e la classe borghese.

Che cosa precisamente è la classe? Un insieme di persone? Detto male. È invece una “rete di interessi”. Non ti è piaciuta la mia formula intreccio, incontro di interessi? Io vi vedo un saggio passo avanti mentre vedo poco nel gioco disordinato delle parole: capitale, Stato, burocrazia.

Quando le classi erano ancora caste e poi ordini coincidevano con gruppi fissi di persone (di famiglie). Dalla rivoluzione borghese, a dispetto del cardinale diritto ereditario, non è più così. Un pari di Francia non era nessuno oltre Manica. Un capitalista lo è ovunque.

Tutte queste elementari cose — di cui non ti descrivo come un avversario, meglio ripetertelo perché sei abbastanza angoloso — sboccano nella questione russa. Ammesso che non abbiamo dati (Marx poteva compulsare tutto il materiale del British Museum, fotografia fedele del capitalismo inglese, ma noi non possiamo stabilirci a Mosca ove troveremmo carte false) sulla definizione anagrafica della classe dominante russa, non facciamo un passo avanti colla famosa “burocrazia”. Io ho già fatto molto assumendo esistere uno strato di intraprenditori senza proprietà titolare dei mezzi di produzione e forti beneficiari di profitto. Ma la burocrazia può essere anche come nei nostri paesi, uno strumento di costoro e dei loro grossi affari, come uno strumento di affari oltre frontiera.

La burocrazia governa e sbafa per sé sola? Ma che vuol dire questo? Lo Stato personalizzato in una rete di funzionari, la classe-Stato? Ohibò.

A noi, Monsieur de la Palisse. In capitalismo di Stato non vi sono che burocrati nella popolazione: anche l’operaio di officina è uno statale. Lo Stato-padrone, vecchia formula anarcoide.

Comunque in un testo come quello che volevo fare non è il caso di dire di più sull’argomento economico russo.

Ma tu mi dici: perché tutta l’artiglieria puntata verso occidente? Qualcuno può credere che in Russia la rivoluzione non si debba fare.

Accetto il rilievo: va detto qualche cosa per evitare questo grosso equivoco. Per difficile che sia il dare le leggi del processo di rivoluzione riassorbita, va detto che il processo successivo altro non può essere che la nuova rivoluzione di classe.

Mai ho detto o scritto o pensato diversamente. Ma diamo anche qui, sia pure male e con grande fretta e ad usum Onorii non “di tutta l’organizzazione” un poco di chiarimento. Hai ragione che i testi si devono fare: sotto a farli, invece che a litigare.

Né tu né io abbiamo le chiavi e le leve per scatenare la rivoluzione a Washington o a Mosca, e possiamo scegliere quale scambio dare alla storia.

La rivoluzione può cominciare dovunque, come nel 1917. Bene. Ma fu un atto di volontà o un prodotto della storia? Quali le circostanze? Regime feudale, disfatta militare, rottura tra Stato e classe borghese etc. ben noto. Ed allora dicemmo: “la rivoluzione mondiale può cominciare dovunque”.

Bada che potresti essere lo stalinisteggiante proprio tu. È Stalin che dice: la rivoluzione proletaria russa nacque crebbe e vivrà qui essa sola.

La questione va quindi vista internazionalmente. Come nell’economia è internazionale quella “rete di interessi” che è il regime borghese, così in politica è internazionale la questione del potere. Nell’uno e nell’altro senso i caratteri si vanno precisando da un secolo ad oggi.

Ora il momento storico è questo: gli stalinisti impiantano tutta la propaganda sull’attacco all’America e sulla pace. Il proletariato li segue, è finora indiscutibile. Tu riconosci o almeno concedi che sia importante fare rilevare il pericolo di opporsi ad essi per considerazioni di liberalismo di persone o popoli, e non su base classista.

Si tratta non di limitarsi a tacciare di errori nel senso nazionale russo la politica stalinista, ma di far leva sull’anticlassismo della posizione: 1944: tutte le forze con l’America, scioglimento etc. — 1951 tutto contro l’America, per dire: avete tradito allora e, giustamente dici, da molto prima di allora.

È già molto audace (nella lotta contro la spietata diseducazione in cui concorrono occidente ed oriente) dire “politicamente”: fatevi indietro che l’America così non la fregate, la fregheremo noi classisti, sarà fregata solo dal proletariato mondiale su base classista autonoma anche da voi.

È inutilmente bluffistico dire: prima vi mettiamo alla pari, non uno un millimetro prima dell’altro, e poi col colpo nostro vi sbirilliamo giù tutti e due colla stessa palla.

La sinistra si deve difendere dalla sciocca accusa di non vedere la storia e biascicare tesi astratte: deve provare che sono gli altri a non aver vista la storia.

Fermo restando che dopo la fase delle liberazioni nazionali ogni alleanza è spietatamente condannata si deve porre la spiegazione del restare in piedi del capitalismo in relazione non alla scoperta di ricette come il protagonismo dello Stato nell’economia, ma ai rapporti imperiali dei più grandi apparati industriali, e alla persistenza, non invasione nel territorio, non sconfitta delle guerre, degli apparati di Stato (comitati di delega degli interessi capitalistici giusta Marx, sia o non sia lo Stato gestore di aziende e botteghe) più continui e persistenti storicamente.

Indubbiamente il concentramento di potere di Mosca è anche un ostacolo che sbarra la via alla rivoluzione e lo è non solo come capitale della corruzione proletaria ma pure come forza fisica. Va detto chiaro.

Ma ha di vita solo 34 anni. Il territorio e il popolo sono miscugli di economie e tipi sociali.

Giappone e Germania sono a terra. Francia e Italia hanno subìto scosse tremende. La stessa Inghilterra è in crisi grave.

Ecco come vengo al chiodo America. Altri pochi anni e la polizia detta O.N.U. sarà efficiente a distanza di minuti in ogni punto del mondo.

Se possibile togliamo Baffone da Mosca e mettiamoci, per non sfottere nessuno, Alfa; Truman, che oggi ci sta pensando sopra, arriverà cinque minuti dopo.

Mi sono spiegato? Se così non è vuol dire che sto infessendo io pure. Mal di poco, per il mio convinto marxismo, a dialettica non volontarista. Ti farò anche quel papiello, non dubitare.

Onorio ad Alfa (23 luglio 1951)

Rispondo e a tono, come da tuo desiderio.

Prima constatazione, cui sono costretto, è il tono alquanto… asprigno del tuo scritto, che il contenuto e forse il modo delle mie osservazioni hanno involontariamente provocato. Nello scriverti sono partito dalla preoccupazione di tener conto del come i gruppi internazionali, cui l’indirizzo è rivolto, avrebbero reagito al nostro modo di porre, se non di risolvere, almeno di definire nei limiti delle possibilità subiettive e obiettive, i problemi del riannodamento internazionale dei gruppi rivoluzionari.

D’accordo col senso “politico” — sei contento così? — che ti ha guidato nel dar valore delimitativo, e in un certo senso negativo all’indirizzo, più adatto così a non respingere coloro che si vorrebbe accostare e possibilmente allacciare. Ma non sono d’accordo col tuo metodo di discussione, anche se cortese, che ha bisogno di crearsi a volte argomenti ora fittizi ed ora del tutto arbitrari, che esponi alla tua maniera e alla tua maniera combatti dando l’impressione che il tuo contraddittore porti la paternità effettiva o latente della loro formulazione. Segui pure il filo delle tue argomentazioni, ma tieni anche conto qualche volta, e obiettivamente, di quelle in realtà espresse da chi con te discute.

Seguo l’ordine della tua del 9 luglio. America Concentramento N. 1 ? Giusta la formulazione a patto però che sia intesa nel senso che il capitalismo internazionale, considerato nella sua realtà unitaria anche se diversamente graduata per effetto del suo sviluppo ineguale, ha nell’America

il suo più grande concentramento metropolitano di capitale, di forza di produzione e di potere.

Ma a che cosa si perviene allorché traduciamo tale formulazione sul piano della tattica e della strategia politica?

Si perviene alla tua constatazione che

l’America oltre tutto e oltre la probabilità di vincere in ulteriori conflitti (chi potrebbe impedirlo, dico io, e a che varrebbe?!) può sicuramente intervenire ovunque una rivoluzione anticapitalistica vincesse.

Difatti oggi avverrebbe così. E con ciò? Si dovrebbe forse per questa considerazione proclamare l’inutilità della rivoluzione in questo o in quel paese fino al giorno in cui il proletariato non fosse in grado di far fuori lo Stato di Washington?

Non scherziamo, anche se quanto scrivi va inteso storicamente.

Ripiglio il mio accenno su quest’argomento.

La rivoluzione proletaria colpisce l’antagonista di classe quando e come può, là ove questi è più debole.

È proprio necessario che io aggiunga per te che la rivoluzione, anche se scoppiasse a Roccacannuccia, è sempre un momento della rivoluzione internazionale, e ti senta perciò autorizzato a parafrasare proprio per me ciò che può aver detto Stalin?

Ciò che comunque interessa è la messa a punto della questione teorica.

Ecco come la porrei io. Secondo la dottrina uno scardinamento rivoluzionario si dovrebbe logicamente avere in quel dato concentramento di potere ecc. ecc. dello schieramento capitalistico mondiale in cui più intensa è stata l’accumulazione delle contraddizioni economiche e degli antagonismi sociali della dominazione del capitale, senza la presunzione però che questa abbia “raggiunto economicamente gli ultimi limiti obiettivi del suo sviluppo”.

A questo punto, invece di porre, come fai tu, il problema, a mio avviso unilaterale e statico, dell’intervento strangolatorio della polizia dell’O.N.U. (e non perché anche quello della polizia del Cominform non meno interessata allo strangolamento?), si dovrebbe porre l’altro storicamente più vivo che fa leva sulla capacità e potenza esplosiva e di irradiazione d’una prima realizzazione rivoluzionaria in un mondo obiettivamente maturo per il socialismo. t il solo modo per la rivoluzione socialista di porre in concreto il problema “di far fuori” anche lo Stato di Washington; in questo senso e solo in questo senso la “rivoluzione non perde tempo”. Ma lo perderebbe sicuramente, e con esso perderebbe tutte le occasioni che la crisi del capitalismo potrà offrire al proletariato, non importa in qual punto del suo schieramento, se la rivoluzione battesse il passo nell’attesa messianica e, peggio, subordinasse il compimento della sua missione su scala internazionale alla conquista del potere negli Stati Uniti.

In base all’esperienza dell’Ottobre bolscevico sappiamo che la spinta dinamica verso l’allargamento del fronte di lotta, insito ad ogni radicale vittorioso rovesciamento dei rapporti di forza, in parte effettivo, in parte potenziale, non consente di essere premisurata scientificamente. È una specie di riserva “atomica” che ogni rivoluzione porta in sé. La frattura psicologica si allarga? La rivoluzione straripa, travolge gli ostacoli con obbiettivo il mondo. Nel caso opposto la rivoluzione si batte per morire in piedi o si “rincartoccia” in sé, come tu dici, e sparisce. Ma la strada è questa e soltanto questa.

E veniamo all’analisi e definizione della odierna società russa. Avrai notato che su quest’argomento mi sono limitato a formulare e indirettamente quesiti e obiezioni. Scrivi:

Non è esatto che in una fase del capitalismo sia stata protagonista la borghesia classe, e che nell’attuale sia protagonista lo Stato.

Tale inesattezza l’hai forse pescata nel mio scritto, e formulata in modo così maldestro? Non sarebbe stato più corretto e assai più utile ai fini della chiarezza che tu ti fossi obbligato a considerare anche criticamente l’importanza delle obiezioni che ho sentito di doverti fare? Ti riporto quanto ho scritto sull’argomento “economia e Stato”:

La tendenza a un sempre maggior intervento dello Stato, caratteristica di questa fase della economia nei paesi industrialmente più progrediti, trova nella economia sovietica la sua manifestazione più organica ecc. ecc.

Più oltre:

Sulla generale linea di sviluppo del capitalismo monopolistico la Russia ha potuto bruciare più d’una tappa grazie alla Rivoluzione d’ottobre che ha consentito l’accentramento più assoluto della economia nell’ambito dello Stato e grazie alla controrivoluzione stalinista che si è servita di questo enorme potenziale economico così accentrato per ingigantire il potere dello Stato e dare l’avvio alla esperienza estrema del capitalismo. Il protagonista di questa fase della storia è dunque lo Stato la cui economia (l’economia cioè dello Stato sovietico) riproduce i modi e i caratteri, su scala forse allargata, propri della produzione e della distribuzione capitalistica (salario, mercato, plusvalore, accumulazione ecc.).

Perdonami la lunghezza della citazione ma mi premeva documentarti che nessuno ha confuso e tanto meno capovolto i termini “economia e Stato” e del tutto inutile il tuo richiamo allo Stato non protagonista dei fatti economici.

Meglio sarebbe stato invece confutarmi.

Estremamente indeterminata la formula di fase monopolistica e capitalismo di Stato? Ma non è mia ed è prima d’ogni altro di Lenin il quale affermava che il capitalismo di Stato, compatibile col sistema della dittatura del proletariato, aveva come compito di fare da intermediario tra il potere sovietico e la campagna e stabilire la loro alleanza. È sempre Lenin che considerava il capitalismo di Stato come forma dominante della economia sovietica.

Questo nel 1921; nel 1925 diamo la parola a Sokolnikov, voce non sospetta per conoscenza e sincerità:

il nostro commercio estero è condotto come una intrapresa di capitalismo di Stato; le nostre società di commercio interno sono ugualmente intraprese di capitalismo di Stato e la Banca di Stato è allo stesso modo una intrapresa di Stato. Egualmente il nostro sistema monetario è tutto impregnato dei princìpi dell’economia capitalistica.

E dal 1925 in poi? In “Vers le capitalisme ou vers le socialisme?” Trotskij scrive testualmente:

Di fronte all’economia mondiale capitalistica lo Stato sovietico si comporta come un proprietario privato gigantesco.

Inoltre l’industria dello Stato riunita in un solo trust viene poi efficacemente definita “il trust dei trusts”. Si trattava di sapere allora, l’opuscolo citato risale al 1925, se “con lo sviluppo delle forze di produzione le tendenze capitalistiche sarebbero aumentate a scapito della tendenza socialista”. La storia ulteriore ha provato la prevalenza decisiva della tendenza basata sulla economia mercantile, che è appunto dire capitalista.

Se a questo punto la rivoluzione si rincartoccia, ciò non vuol dire che l’economia trustificata nell’ambito dello Stato, e con la quale lo Stato fa corpo, debba decentrarsi e ritornare cioè al capitalismo individuale e al suo regime di concorrenza. Gli strumenti creati dalla evoluzione tecnologica della economia nazionalizzata e che dovevano operare per una più rapida realizzazione del socialismo, sono serviti, di fatto, per operare la spinta in avanti del capitalismo.

Che cosa intendo dire con lo Stato che fa corpo con l’economia trustificata? Intendo riferirmi alla tendenza dell’imperialismo a formare lo Stato che Lenin chiama dei rentiers, lo Stato degli usurai la cui borghesia vive esportando capitali e tagliando coupons. Tale fenomeno, visibilissimo nella economia americana per il noto predominio del capitale finanziario, è comune alla stessa economia russa anche se operante nei limiti d’una più ristretta zona d’influenza.

Il mondo si divide in un piccolo gruppo di Stati usurai e una immensa massa di Stati debitori.

Stato gestore? Stato imprenditore? Stato soggetto della economia? Non si tratta di questo, ma di considerare certi fenomeni propri di questa fase della economia quali il ruolo del capitale finanziario, una delle leve di comando manovrate prevalentemente dallo Stato, la politica della sua esportazione come strumento di dominio mondiale, la organizzazione a carattere di permanenza di una parte dell’economia nella fase di economia di guerra col mantenimento di due eserciti permanenti, quello dei funzionari e l’altro dei militari, tutti fenomeni che vanno a confluire nello Stato, la sola organizzazione unitaria e potentemente accentrata, che possa e sappia risolvere le contraddizioni economiche e i contrasti sociali, in tal modo acuiti, sul piano della forza, della violenza e della guerra. Ce n’è abbastanza, mi pare, per vedere nello Stato imperialista qualcosa di più della sua funzione di Comitato di delega degli interessi capitalistici.

E, come per ogni fenomeno del capitalismo, anche per questo la linea della interpretazione marxista va dalla economia allo Stato e non inversamente.

Che poi il capitalismo resti in piedi e permangano gli apparati di Stato storicamente più continui e persistenti, è constatazione questa aperta all’esame critico dei marxisti. Sotto chi ha filo abbastanza per tessere…

E siamo così alla classe dirigente in Russia. Io mi chiedevo e continuo a chiedermi: quale è la nuova classe in Russia che attraverso lo Stato esercita la propria dittatura? Per mio conto mi limitavo alla constatazione reale e storicamente inconfutabile che

la strapotenza dello Stato sovietico non può non aver risolto in concreto il problema d’una sua classe dirigente omogenea e forte per la coscienza che ha del proprio essere di classe e della funzione storica che è chiamata a compiere.

Quanto tu vai sostenendo sul ruolo della burocrazia non può che trovarmi consenziente; ma la tua formula di “ibrida coalizione e fluida associazione ecc.” esclude allo Stato attuale la esistenza d’una classe storicamente definita e si intona perfettamente con l’altra tua formula d’una economia che tende al capitalismo.

Se tende al capitalismo, vuol dire che in Russia c’è una economia che non è ancora capitalismo, per cui la classe dirigente che la esprime tende essa stessa a divenire capitalista, e non è ancora capitalista.

Che l’economia contadina tenda per gran parte al capitalismo, d’accordo; ma che tenda al capitalismo l’economia trustificata nello Stato, assolutamente no. Su questa realtà economica caratteristicamente capitalistica si articola inevitabilmente la classe dirigente che le è propria.

È qui, mi pare, la chiave di volta per la interpretazione di tutto il tuo pensiero sul problema russo, da qui la minore urgenza, per te, della rivoluzione socialista in questo paese in confronto agli Stati Uniti. Giunti a questo punto non credo che i termini della nostra conversazione manchino di chiarezza, anche se siamo andati oltre la preoccupazione dell’indirizzo internazionale.

Alfa ad Onorio (31 luglio 1951)

Sono a rispondere alla tua del 22-23 luglio. Accolgo la proposta di togliere di mezzo toni asprigni.

Anzitutto elimino anche l’appunto di avere esagerato le tue tesi formulandone di più esagerate ed erronee, e mi sforzerò di ritornare alle tue formulazioni e citazioni di quanto già formulato. Non è un cattivo metodo prestare al contraddittore opinioni un poco più errate, anzi è un metodo marxista utile, quando conduce a belle chiarificazioni di punti notevoli e che pure alle volte in tanto tempo elementi anche di primo piano non hanno assimilati. Mi dico sempre un modesto ripetitore e non più, ma tale metodo credo di averlo bene assimilato. Evidentemente purché la messa a punto sia buona non è molto grave aver prestato all’altro una tesi che non era proprio la sua: non ci interessa la democrazia nella polemica e non dobbiamo arrivare a punti di merito scolastici e tanto meno ad una classifica generale per vedere chi è il migliore, siamo appunto andati oltre questa robetta. Può essere utile una contestazione inventata per andare avanti; e alle volte scrivendo la formula volutamente falsa si trova la soluzione dell’equazione scoprendo una via che nel procedimento normale non vi era; e intanto non si è mandato in galera nessuno. Dunque che prima giocava la classe borghese ed ora l’ha sostituita lo Stato, non sono parole con la tua firma, comunque sono un grosso pregiudizio in circolazione più o meno cosciente, ed è utile sventrarlo, lavoro che si fa insieme e non serve al merito o alla celebrità di un autore, etc.

Ed ora alcune note. Quando io parlo di più importante centro capitalistico di potere che accorrerebbe a spegnere ogni tentativo rivoluzionario, non intendo vietare tentativi o fare una graduatoria di tentativi. Intendo soprattutto portare in prima linea che il movimento politico, che di questo centro è stato alleato in tutta la fase più decisiva del cammino alla egemonia, deve essere giudicato dai militanti operai come pur sempre controrivoluzionario, anche quando vi è in contesa politica e adopera a far gioco posizioni teoriche comuniste e classiste. Questo il punto: tentare per ora non possiamo né a Pittsburg né a Casale, dobbiamo lavorare a rettificare l’indirizzo della classe rivoluzionaria di domani o dopodomani. Perché dico verrebbe qui l’O.N.U. e non il Cominform? Prima di tutto i paesi cominformisti stanno nell’O.N.U. In secondo luogo se mi volto vedo la sagoma della Mount Olympus e non quella di una nave sovietica. Sono convintissimo che la squadraccia scenderebbe anche da quella e te ne do atto.

Adesso mi fermo sul perché vediate tutti in primo piano la definizione degli stadi di trapasso della economia in Russia da uno all’altro tipo sociale, e dopo chiarirò un equivoco a cui forse le mie parole hanno dato luogo sul “senso” delle tendenze di tale trapasso, o meglio di tale insieme di trapassi.

Non sono una sola le tre questioni: va nel senso giusta l’economia russa? fa la politica giusta il partito comunista russo e l’Internazionale? Fa la politica giusta internazionale lo Stato russo? Dico giusto per rivoluzionario e pongo le questioni generali, come si potevano porre dal 1919 ad oggi. Chiaro che oggi rispondiamo picche su tutti i tre punti. Ma non vi è la condizione che si debba rispondere o tutti e tre sì o tutti e tre no, e quindi la risposta economica non decide sulle altre due.

Spiego al solito con esempi storici. Guerra antigiacobina dell’Inghilterra e politica di appoggio agli emigrati feudali. Quale il paese più progredito come economia borghese nel mondo? L’Inghilterra. Quale il paese in cui certo il processo capitalistico non è minacciato da involuzione feudale? Idem. Ma quale la politica dei partiti inglesi al governo rispetto alla lotta in Francia? Controrivoluzionaria, non meno di quella austriaca e russa, ove sono al potere le aristocrazie. Quale la politica estera del governo inglese? Controrivoluzionaria, tenda essa a fermare la convenzione o Napoleone. Non abbiamo dunque risposto sì — sì — sì e neppure no — no — no. Abbiamo risposto sì — no — no.

Rivoluzione di ottobre 1917 in Russia e prime misure di comunismo magari primitivo. Lotta comunista in tutto il mondo; lotta internazionale contro i tedeschi ed intesa su tutti i fronti: tre posizioni rivoluzionarie: sì — sì — sì. Errore aver cominciata la rivoluzione europea e mondiale, poi sconfitta, nel paese poco capitalista? Lo dimostrammo cento volte: nemmeno per idea!

Ripiegamento economico sociale del 1921 e rinunzia a certe forme socialiste (il punto strettamente economico dopo). Tutti noi sinistri approvammo le giustificazioni di strategia rivoluzionaria internazionale: un passo indietro per riprendere lena: risposta: no — sì — sì. Cioè l’economia sociale interna rincula, la lotta rivoluzionaria va avanti.

Dopo la morte di Lenin, deviazioni tattiche dal 1922 poniamo al 1926, ma nessuna alleanza con nessun paese borghese del mondo, chè tutti lottano contro la Russia: noi sinistri non siamo contenti della politica di partito; nostra risposta: no — no — sì.

Ulteriore degenerazione sia nell’economia interna, sia nella politica di partito che ridiviene collaborazionista e opportunista, sia infine nella politica estera dello Stato russo con alleanze capitaliste; siamo al finale no — no — no.

Ho voluto stabilire che il sì o no sul processo economico interno non determina di per sè solo, automaticamente, le altre due risposte. L’insieme delle tre risposte dipende dall’avere inteso tutto il quadro storico internazionale, marxisticamente, dialetticamente.

Ciò toglie molta importanza al problema che vi pare — o che pare a molti — problema chiave: quale l’economia russa odierna, quale la classe nuova, etc. Non che questo problema non conti, solo che la sua soluzione non risolve tutti gli altri. Come l’economia inglese 1793 era quanto di più avanzato e la politica quanto di più reazionario, così potrebbe accadere che un paese con evoluti caratteri socialisti della economia sociale facesse una politica di partito e di guerra borghese. Qualunque sia la verità sul processo della economia russa e sulla sua vera “direzione” la politica di partito e la politica internazionale degli stalinisti sono egualmente fetenti.

Ecco perché nell’appello agli operai non mi importa tanto dire: in Russia il cittadino Borgo Capitalistoff in via tale numero tale non fa niente e si nutre di caviale e vodka e quadri di Rubens; ma: la politica di liquidare i partiti fu fetente, perché americani e inglesi facessero bene la guerra; la politica dei blocchi partigiani fu fetente.

Ed adesso al tuo punto centrale: capitalismo di Stato. Esattamente citato da Trotsky Sokolnikoff Lenin, e del resto Marx ed Engels un secolo fa: vedi Fili su Fili in cui da tempo lo provo. Ora vedremo che è il capitalismo di Stato. Ma tu vai oltre, parli di economia di Stato e di “accentramento più assoluto della economia nell’ambito dello Stato”. Ora tale formula, non dico merita tanti anni di galera, ma dico lascia pensare che non sia ben visto che cosa sono marxisticamente parlando: società -produzione — economia — Stato. Ed allora io rimastico, e con ciò non voglio menomare nessuno.

Cominciamo a stabilire un altro punto essenziale. Ammettiamo la serie di tipi economici: capitalismo di libera concorrenza e aziende personali — capitalismo di trusts, monopolii — capitalismo parassitario finanziario — dirigismo di Stato nella economia — statizzazione di aziende industriali e bancarie. Prendiamo poi la serie di rapporti politici di potere: democrazia parlamentare borghese — imperialismo e totalitarismo capitalistico — potere proletario rivoluzionario — potere proletario degenerante — potere proletario degenerato e quindi capitalistico (senza terza classe, e ciò non perché le classi della società moderna siano due sole).

Orbene dico che le due serie non sono parallele; non formano una corrispondenza biunivoca, si dice in matematica. Ogni tipo della prima serie può nel tempo x e nel luogo y coincidere con ogni tipo della seconda serie.

Comincio a spiegarmi. Quanto ci è voluto per battere nella testa di democratici e libertari il nostro chiodo marxista numero uno: la dittatura? Quale l’argomento di centro? E è non solo possibile, ma inevitabile, che dopo un’ora, un anno o un lustro dalla distruzione del potere borghese sia in piedi una cellula economica, una struttura aziendale di tipo borghese: si dice una per dire eventualmente anche tutto un sistema. Non solo quindi in tali settori della produzione vi saranno operai salariati e sfruttati ma anche un padrone che si approprierà un profitto. Ebbene ciò non toglierà che anche in tale periodo vi sia il pieno potere politico operaio; solo che la trasformazione produttiva non avrà ancora raggiunto quel settore: lo farà dopo. Intanto quel borghese è privo di diritti civili e politici, controllato per quanto tollerato ancora dagli organi della dittatura rossa. È questo? Ed è solo per questo che la dittatura si spiega e si impone? Bene. Dunque possiamo avere un proletariato e partito rivoluzionario al potere che buona tattica interna ed internazionale comunista, e nello stesso tempo una zona di economia capitalistica anche ad azienda privata.

Viceversa con un potere squisitamente borghese come ad esempio l’Inghilterra possiamo avere anche un settore industriale del tutto statizzato, ossia che non solo è passato dall’azienda personale a quella anonima, poi a quella sindacata e trustizzata, infine al tipo in cui lo Stato è proprietario ed imprenditore dell’azienda, poiché la conduce non in concessione ma in economia, come ad esempio in Italia le Manifatture Tabacchi: ogni operaio è un dipendente statale. Come dissi altre volte abbiamo anche più: veri tipi comunisti in potere capitalistico: esempio il servizio dei vigili del fuoco: quando qualcosa brucia nessuno paga per spegnerlo; se nulla brucia i pompieri sono lo stesso nutriti.

Dico tutto ciò per combattere la tesi, chiunque ne sia autore, che segna come stadi successivi: capitalismo privato, capitalismo di Stato come prima forma di socialismo inferiore, socialismo superiore o comunismo.

Il capitalismo di Stato non è un semi-socialismo, ma un capitalismo vero e proprio; anzi è lo sbocco del capitalismo secondo la teoria marxista della concentrazione, ed è la condanna della teoria liberista di un permanente regime di produzione in cui il gioco mirabile della concorrenza metta sempre di bel nuovo una fetta di capitale alla portata di tutti.

A discriminare tra capitalismo e socialismo non basta la titolarità (vedi Proprietà e Capitale) del possesso dello strumento produttivo, ma occorre considerare il fenomeno economico integrale, ossia chi dispone del prodotto e chi lo consuma.

Precapitalismo, economia dei produttori individuali: il prodotto è del lavoratore indipendente; ognuno consuma quel che ha prodotto. Ciò non toglie che prelievi di sopraprodotto e quindi sopralavoro siano fatti a danno delle moltitudini di lavoratori parcellari (talora uniti con la forza in masse ma senza la moderna divisione di momenti produttivi) da caste ordini e poteri privilegiati.

Capitalismo: lavoro associato (in Marx lavoro sociale) divisione del lavoro prodotto a disposizione del capitalista e non del lavoratore che riceve danaro e compra sul mercato quanto gli occorre a tenersi in forza. Tutta la massa di oggetti prodotti passa per la forma monetaria nel viaggio da produzione a consumo.

Socialismo inferiore. Il lavoratore riceve dalla organizzazione economica sociale unitaria una quantità fissa di prodotti che occorrono alla sua vita e non ne può avere di più. Finisce la moneta ma sussistono buoni di consumo non accumulabili né mutabili di destinazione. La tessera? Già, il socialismo inferiore è la tessera a tutti, senza impiego di danaro, e senza mercato.

Socialismo superiore e comunismo. In tutti i settori si tende ad abolire la stessa tessera e ognuno preleva quanto gli occorre. Qualcuno assisterà a cento spettacoli cinematografici di seguito? Lo può fare anche oggi. Telefonerà ai pompieri dopo aver dato fuoco alla casa? Lo fa oggi, ma allora non vi saranno assicurazioni. Comunque allora ed oggi il servizio manicomio è fatto secondo l’economia comunista pura: è gratuito ed illimitato.

Riepilogo:

  • – Precapitalismo: Economia senza danaro o con impiego complementare del danaro. Produzione parcellare.
  • – Capitalismo: Economia con impiego totalitario del danaro. Produzione sociale.
  • – Socialismo inferiore: Economia senza danaro e con tessera. Idem.
  • – Socialismo superiore o comunismo: Economia senza danaro né tessera. Idem.

Il capitalismo di Stato che sarebbe cretineria chiamare socialismo di Stato sta tutto sano sano nel reparto capitalismo. Tutti divenuti salariati dello Stato? Sussiste il plusvalore, lo sfruttamento, ecc. Tu questo lo dici, ed è esatto, ma le cose non basta che siano in esatti termini, devono stare nelle esatte relazioni di luogo e tempo etc.

Una parolina ancora su cose da me spesso dette o meglio copiate nei testi prima di venire ai processi russi.

La corresponsione del salario in danaro definisce il capitalismo. Il plusvalore non è che una conseguenza dedotta da Marx, polemicamente, dialetticamente, anche e perfino nella gratuita ipotesi di scambi ovunque e sempre liberi ed uguali. Un regime che dia ai salariati in danaro il frutto indiminuito del lavoro in danaro non può esistere (insegnato a Lassalle). Per due principali ragioni: il solo mezzo mercantile conduce alla accumulazione e sfruttamento capitalistico (M-D-M; D-M-D’ etc.); un prelievo è sempre indispensabile a fini sociali; manutenzione ammortamento miglioramento con incessante nuovo investimento di beni prodotti che divengono strumentali.

In atmosfera mercantile non vi può essere prelievo sociale senza sfruttamento di classe.

Ma il fatto è questo: il tanto di plusvalore che la minoranza capitalista pappa materialmente non è il fenomeno preponderante. È il prelievo a preteso fine sociale che diventa abnorme, sbagliato, sperequativo, distruttivo.

Sia dieci ore la media giornata del lavoratore nel mondo.

I capitalisti pappano mezz’ora.

Il capitalismo pappa sei ore e mezza.

Il lavoratore pappa tre ore, se va bene.

Nel capitalismo di Stato, e più in apparenza che altro, si è tolta via la mezz’ora. Roba da poco. Si sono però concentrate le condizioni per cui è tremendamente più difficile riscattare le altre sei ore diventate sette o più.

Sarebbe più socialismo legare tutti i capitalisti e mandarli a Tahiti a papparsi un’ora, e amministrare poi le altre nove ore: dopo poco basterebbe lavorare poche ore al giorno.

Dunque, in un certo senso posso dire con te che partendo da punti diversi paesi capitalisti e Russia vanno a situazioni paragonabili, come tessuto economico, in cui lo Stato accumula maneggia investe capitali che non hanno titolari privati. La concentrazione del potere facilita la capitalizzazione dei settori economici ancora precapitalistici: benissimo. Però la forza dello Stato non cessa di essere usata a fini di classe come fin dall’inizio quando teoricamente esso si disinteressava dell’economia. (Una economia borghese sorge dal libero scambio di equivalenti; ma questo non è possibile senza che una forza concreta non sia pronta a colpire chi tenta di scambiare non equivalenti nel senso giuridico borghese: dunque il fattore Stato è decisivo sempre).

Nei paesi borghesi tu richiami la descrizione di Lenin che vale fino alla vigilia della prima guerra. Bene anche qui. Torneremo sui paesi (non Stati) creditori e debitori, ossia sui capitalisti che investono all’estero, e sulla vera spiegazione del parassitismo. Nella moderna forma questo non è dei cedolisti o rentiers, ma dei brasseurs d’affaires e sempre dell’imprenditore: ma non si tratta più di imprenditore di produzione che lavorava su piccoli margini ma dell’imprenditore di grandissimi affari con scarti colossali e mutamenti personali frequentissimi etc.

Il dirigismo e capitalismo di Stato moderno a mio avviso lascia posto maggiore del passato al brigantaggio della iniziativa privata e di gruppi, nella solidarietà di classe che la borghesia ha avuto politicamente e socialmente da quando è apparsa; solidarietà sempre più mondiale, anche in guerra.

Qui una “analisi” a cui è bene lavorare. Solo che il meccanismo può essere puta caso in Siberia e il gruppo profittante nel Canadà…, via Tangeri o altra.

Processo in Russia, poi per stavolta chiudo. Comincio col notare che sotto lo Zar il capitalismo era affermato quasi solo nell’industria pesante e di guerra: il capitalismo in fondo nasce nella forma di Stato (arsenali delle monarchie assolute etc.); viene poi l’officina privata…

Sarebbe bastata la rivoluzione borghese democratica a dare un maggiore impulso allo svolgimento di tendenza capitalistica in tutti gli altri settori arretrati: contadino, patriarcale asiatico, etc. etc., artigianato commercio e simili. Naturalmente la Rivoluzione d’Ottobre fatta soprattutto dai proletari industriali delle grandi città lancia tutta l’economia del paese in avanti ancora di più e quindi da allora almeno i nove decimi della preborghese società russa tendono al capitalismo, e non possono tendere al socialismo che per questa trafila.

Ma io ho parlato di quel decimo di economia che aveva tentato di divenire socialista e poi ha dovuto tendere al capitalismo andando all’indietro.

Ora ha finito di tendere ed è tutta capitalista? Può ammettersi, ma da quando, oltre a tendere per aspettare la rivoluzione mondiale, tende senza più aspettarla; la posizione controrivoluzionaria è acquisita anche se a Mosca… i pompieri sono gratis.

Nel 1919-20 a Leningrado e Mosca si va in tram gratis ossia non solo il lavoratore ha un ticket per andare al lavoro, ma chiunque sale non fa biglietti e non mostra tagliandi. In treno non si paga neppure, ma ci vuole il biglietto di una organizzazione sovietica. Socialismo qui inferiore.

Il lavoratore di fabbrica ha molte cose in natura tra cui il pane; che si va a prendere in campagna anche colla forza. La moneta non vale nulla: tuttavia riceve un poco di denaro e compra qualcosa ai mercati illegali.

Viene la NEP. Lenin spiega: inutile, dobbiamo legalizzare il mercato, ammettervi il contadino dopo che ci avrà data una quota di imposta, portare al mercato di provincia i prodotti industriali, pagare in danaro gli operai di fabbrica. Inutile dilungarsi: in attesa della rivoluzione mondiale ed anche nei grossi centri e per la grande industria noi liquidiamo il poco socialismo che l’economia russa consentiva e ricadiamo nel capitalismo. Non abbiamo i borghesi padroni delle fabbriche o le azioni di esse alla borsa di Londra. Che per ciò, Lenin dice, è forse questo un fattore socialista? È sempre capitalismo, ma di Stato. Se lo regge uno Stato proletario la cosa feto di più che se lo regge uno Stato borghese.

Rileggi le tue citazioni e vedrai che collimano con quanto dico. Ora da allora, sulle spalle del proletariato, si è accumulato ed investito, diffondendo industrialismo e potenziale capitalista: hai ragione. E sempre nella stessa forma: capitalismo. Di Stato, aggiungiamo? Sia pure.

Dovunque esso sia e dovunque sia la forma economica di mercato il capitale è una forza sociale. È una forza di classe. Ed ha a sua disposizione lo Stato politico. I suoi interessi divengono sempre più internazionali, anche quando la lotta agonica dei centri statali li mette in guerra. Formano una rete impersonale, hanno una propria inerzia dinamica che li muove secondo le loro leggi. Per dare in concreto l’idea della situazione presente di tali forze nell’ambito russo ho creduto di dire qualcosa che vada oltre la frase sul capitalismo di Stato, che in sé nulla ci dice.

Onorio ad Alfa (6 ottobre 1951)

Ripiglio la conversazione al punto in cui è stata lasciata dalla tua lettera del 31 luglio, e abbozzo alcune note riassuntive a mo’ di conclusione.

Il mio appunto critico si era particolarmente indirizzato su quel tuo perder tempo della rivoluzione se non avesse prima provveduto a far fuori il più importante centro capitalistico, universalmente individuato oggi nello Stato di Washington.

Qui convieni con me, né poteva essere altrimenti, che non si intendeva vietare tentativi rivoluzionari o fare una graduatoria di tentativi. Per noi marxisti non si tratta invero di “vietare” ma di riconoscere che l’esplosione rivoluzionaria in qualunque punto dello schieramento capitalistico possa avvenire, esprimerà — qui il punto — una sua capacità e potenza esplosiva e di irradiazione su cui la strategia della rivoluzione socialista punta per investire dall’esterno e cercare di “far fuori” lo Stato di Washington. Anche tutto ciò va inteso storicamente, ma non sottinteso, per evitare di discuterne la validità sia in sede teorica che in quella politica. Ne convince l’aver messo in linea un argomento politico che vorrebbe essere di propedeutica rivoluzionaria verso quei proletari che dovrebbero giudicare per contro-rivoluzionarie le forze politiche della Russia sovietica che sono state alleate di quelle americane nella fase più decisiva del loro cammino alla egemonia; argomento su cui non si può non essere d’accordo ma che messo lì sa di mero accorgimento polemico per evitare di centrare il problema della intima capacità espansiva nel mondo di ogni episodio di rivoluzione vittoriosa, dovunque questa vittoria rivoluzionaria si fosse affermata.

Così, per incidens, ricordo d’avere letto sulla nostra “Battaglia” qualche cosa che vorrebbe essere in posizione originale tra le nostre due tesi che in fondo hanno cessato di divergere dal momento che tu accetti che la rivoluzione può scoppiare là dove il fronte del capitalismo appare più debole all’assalto del proletariato. La tesi sostenuta dallo scrittore di “Battaglia” è un saggio assai significativo del modo con cui vien posto il problema della rivoluzione: la polemica politica di partito al posto d’un esame dialettico.

Si pone la rivoluzione antistalinista come “conditio sine qua non” perché sia reso possibile di far fuori lo Stato di Washington. Ma non si chiede se questa rivoluzione in quanto opera del proletariato, risolve il problema fondamentale di classe che è quello della distruzione dello Stato capitalista che consente il passaggio dell’economia capitalista sul piano della produzione e della distribuzione socialista. Questo non è detto perché chi lo ha scritto crede ad una rivoluzione evirata dei presupposti deterministici essenziali nella concezione marxista.

Siamo ad un ritorno di fiamma dei motivi di pura marca idealista e volontarista che credevamo definitivamente sorpassati almeno nel seno di questa nostra sparuta avanguardia.

La rivoluzione antistalinista per il fatto stesso che è realizzata dal proletariato avrà tutti i caratteri dell’anticapitalismo oppure si ridurrà alle proporzioni di un banale episodio di rivoluzione di palazzo e di cambio di guardia.

E poiché siamo ad una applicazione del metodo dialettico ripiglio il filo della nostra conversazione per dire quel che penso anche sul tuo “modo” di dialetticizzare la storia.

Il gioco contraddittorio dei tuoi “sì” e “no” non mi pare si liberi del tutto dalle maglie della dialettica formale; gli esempi storici che citi se hanno valore dimostrativo nei riguardi del tuo assunto, non soddisfano in pieno l’esigenza d’una valutazione dialettica del moto rivoluzionario della nascente borghesia. I dati che desumi dall’esperienza inglese sembrano formalmente esatti, ma chi pensa e crede ad una specie di sincronicità non soltanto temporale tra il moto delle cose del sottosuolo e il moto delle forze sociali e politiche della sovrastruttura, pensa e crede secondo i precetti d’un determinismo meccanicista che ripugna al materialismo storico inteso come lo intendeva Marx più “storico” che “materialismo”.

Ti ricordo con Bukharin che

ogni contraddizione tra le forze produttive e l’economia si appiana rapidamente, esercita rapidamente la sua influenza sulla sovrastruttura, poi la sovrastruttura a sua volta sull’economia e le forze produttive, e il circolo ricomincia senza posa.

Non si tratta insomma di cogliere soltanto la contraddizione tra una progredita economia inglese a carattere capitalista e una relativa politica di partiti e di governo in funzione anticonvenzione e antinapoleone.

Il dipanarsi della rivoluzione industriale inglese aveva posto il problema d’una organizzazione sociale politica e d’un costume borghese come esigenza rivoluzionaria il cui affermarsi e progredire andava misurato sul metro della quantità delle forze economiche politiche e sociali dell’antico regime da vincere e sulla loro materiale capacità di resistenza.

Ti sei chiesto se la rivoluzione industriale inglese era stata poi soltanto inglese?

È poi accettabile quanto tu affermi che “tutte” le forze di sovrastruttura inglese fossero in questo periodo in funzione controrivoluzionaria? Che lo fossero in buona parte e prevalenti nella politica estera per la necessità della lotta per il predominio sul continente che la Francia minacciava è spiegabilissimo, ma che lo fossero in “toto” no. In ogni caso la lotta sul piano politico tra le forze dell’antico regime dure a morire e le nuove forze liberali espresse dalla rivoluzione industriale non significava che il moto borghese dovesse dialetticamente realizzarsi. Il movimento illuministico trovò la sua prima formulazione in Inghilterra dopo la rivoluzione del 1688 e si concluse con l’assalto alla Bastiglia che fu del resto una risposta, la prima di una serie di risposte rivoluzionarie, alla istanza posta internazionalmente dal nascente capitalismo.

Comunque la linea di sviluppo storico del moto liberale è facilmente individuabile e cesseremmo di capire nel suo complesso e nelle sue contraddizioni l’affacciarsi dell’Inghilterra nel mondo della moderna borghesia, se sottovalutassimo questo vasto e progressivo conflitto tra le nuove ed ingrandenti forze del moto liberale e l’antico regime, tra i difensori dell’ “habeas corpus” e i ritorni dell’assolutismo, tra il mondo dei forti residui medioevali e dell’età delle lotte religiose, dei privilegi politici delle proprietà fondiarie e il mondo dell’industria e del commercio che doveva dare i motivi e le forze per la veemente lotta dei libero-scambisti. Questo è il mondo reale della sovrastruttura che dialetticamente riflette quel momento dell’economia capitalistica inglese anche quando, per la maggiore grandezza e complessità dei suoi interessi politici e commerciali nel mondo, la politica del governo era forzatamente in funzione controrivoluzionaria nei confronti della Francia della Convenzione e di Napoleone.

Ed è su questa linea di interpretazione dialettica che si perverrà alla conoscenza delle ragioni reali che erano alla base dei primi moti operai di violenta, rabbiosa azione contro la macchina ritenuta generatrice di disoccupazione e al sorgere delle prime unioni operaie a cui farà seguito un gran numero di scioperi.

C’è, in una parola, una economia capitalistica in progressiva dilatazione e affermazione a cui corrisponde una classe dirigente borghese la cui politica è liberale e reazionaria insieme, progressiva e perciò stesso sagacemente conservatrice.

Chi non sa che in ogni società nell’ondeggiamento tra il regressivo e il progressivo il gravitare verso la tradizione è ovunque e in ogni epoca prevalente?

Qualche osservazione ancora sul tuo modo di applicare la dialettica all’esperienza della Russia sovietica. Tu scrivi:

Ripiegamento economico sociale del 1921 e rinunzia a certe forme socialiste (il punto strettamente economico dopo). Tutti noi sinistri approvammo le giustificazioni di strategia rivoluzionaria internazionale: un passo indietro per riprendere lena: risposta: no — sì — sì. Cioè l’economia sociale interna rincula, la lotta rivoluzionaria va avanti.

Le risposte che dai “no” — “sì” — “sì” possono aver senso se riferentisi alla condizione tutta soggettiva della nostra lotta politica di allora, ma se dovessimo rispondere oggi agli stessi quesiti, non c’è dubbio che risponderemmo no a tutti e tre; non è vero cioè che l’economia sociale interna della Russia rinculava e la lotta rivoluzionaria andava avanti. Ora sappiamo che l’economia di allora ha continuato a rinculare e la lotta rivoluzionaria non è andata più avanti dalla morte di Lenin in poi né nella patria del… socialismo né altrove.

La verità è che noi della sinistra fino al 1926 ci siamo mostrati contrari alla politica di partito ma non ci siamo sufficientemente preoccupati di legare le ragioni del declino della rivoluzione proletaria nel mondo al sempre minore socialismo e alla sua scomparsa nelle organizzazioni economiche e sociali della prima rivoluzione proletaria. La colpa è semmai soltanto nostra che abbiamo preferito farci assertori d’una dialettica delle parole al posto d’una dialettica delle cose.

Non c’è automatismo in tutto ciò, d’accordo, c’è soltanto svolgimento involutivo sul piano della sovrastruttura verso la prassi borghese, riflesso d’un ritorno al modo di produzione proprio del capitalismo. È adombrata perciò di idealismo l’ipotesi da te formulata che:

come l’economia inglese 1793 era quanto di più avanzato e la politica quanto di più reazionario, così potrebbe accadere che un paese con evoluti caratteri socialisti della economia sociale facesse una politica di partito e di guerra borghese.

Se si tratta d’una possibilità al presente, logica vuole che il tuo riferimento sia diretto all’esperienza russa, se si trattasse invece di possibilità al futuro, l’ipotesi cesserebbe d’interessarci perché sfugge all’analisi marxista.

Constato infine volentieri come le nostre argomentazioni inizialmente divergenti sulla valutazione del capitalismo di Stato siano andate raccordandosi come era naturale che ciò avvenisse. Soltanto che la vecchia funzione dello Stato più carabiniere che interessato all’economia ha maggior rilievo nella tua visione del mondo borghese, mentre nella mia lo Stato potenzia al massimo l’esercizio della forza a particolare protezione della economia in esso accentrata contro le forze concorrenti e di urto ingigantite anch’esse su scala nazionale e internazionale.

Poichè consideriamo insieme il capitalismo di Stato “tutto sano nel reparto capitalismo”, tiriamo le conclusioni anche sul processo in Russia. Le tiro da parte mia con le tue parole che a loro volta parafrasano quanto sono andato scrivendoti sull’argomento dell’economia russa in quanto capitalismo di Stato:

Ora da allora sulle spalle del proletariato, si è accumulato ed invertito, diffondendo industrialismo e potenziale capitalista. sempre nella stessa forma: capitalismo. Di Stato, aggiungiamo? Sia pure.

Dovunque esso sia e dovunque sia la forma economica di mercato il capitale è una forza sociale. È una forza di classe ed ha a disposizione lo Stato politico.

Termini esatti fino al 1900, epoca in cui si suole aprire la fase dell’espansione imperialista, termini che rimangono veri e attuali anche se per sé soli incompleti quando l’evoluzione del capitalismo attribuisce allo Stato la funzione di sottrarre le punte terminali di tale evoluzione all’iniziativa privata. Varrebbe la pena documentarsi sull’attuale svolgimento di determinati settori dell’economia americana per vedere plasticamente vivo questo fenomeno, che osservatori borghesi già puntualizzano nella realizzazione a carattere di capitalismo di Stato demandata alla possente personalità del Kaiser. Non è che io vada oltre nel parlare di economia di Stato, gli è che i fatti dell’economia sono più innanzi di noi, che alla loro dinamica preferiamo a volte gli schemi fissi d’una cultura economica, che là ove cessa di combaciare con la storia cessa anche di essere marxista. Faremmo torto alla nostra capacità d’intendere rivoluzionaria-mente e alla nostra “cultura” se anche in questo fossimo dei ritardatari.

Non si tratta di discutere più o meno acutamente intorno ad un assunto teorico, ma di mettere in evidenza e precisare le caratteristiche di questa fase dello sviluppo capitalistico che pone il problema d’una particolare visione tattica e strategica ad un partito che sia di rivoluzionari e non di… frati trappisti.

Per la Russia, che non si sottrae a questa realtà, c’è di particolare secondo la tua opinione questo tendere della sua economia verso il capitalismo, vi tendono, tu dici, i nove decimi della pre-borghese società russa, come vi tende ora quel decimo di economia, che aveva tentato di divenire socialista, e che ora procede all’indietro.

Riconosciamo che la tendenza dei nove decimi è sul binario giusto, ma quella del decimo, anche nella supposizione che fosse pervenuta al socialismo, diciamo pure inferiore, non può ora tendere al capitalismo perché, a mio parere, non può strutturalmente tornare all’imprenditore privato, ma rimane funzionante con le sue caratteristiche di economia accentrata, nell’ambito dello Stato il quale ci appare oggi come lo “sbocco naturale del capitalismo secondo la teoria marxista della concentrazione”.

In questo preciso mondo va ricercata la ragione d’una politica di partito e di Stato che pute, e non in un nesso dialettico che non regge dal punto di vista storico e tanto meno dal punto di vista della lotta rivoluzionaria.

Non voglio chiudere queste note col sottacere la mia impressione su quanto hai sostenuto, o meglio sul modo come tu l’hai sostenuto. Che dirti? Allorché rileggo i tuoi scritti a distanza di tempo, quello strano senso di meraviglia e di insoddisfazione proprio della prima lettura, è tuttora presente e forse più precisato. C’è nei tuoi scritti un motivo centrale allo stato di nebulosa che non osa scoprirsi per intero, e attorno tutta una frangia di scintillio polemico dove non è difficile scorgere la tendenza ad attenuazioni e accomodamenti che sconcerta.

Il motivo centrale è dato dalla tua persuasione che l’economia sovietica nella sua marcia all’indietro verso il capitalismo non abbia ancora portato a compimento questa sua curva d’involuzione: in parole povere non è tornata tutta al capitalismo.

Da questa persuasione appena accennata discende tutto il resto, e la formulazione di un ipotetico paese con evoluti caratteri sociali che fa una politica di partito e di guerra borghese, e l’affannosa ricerca nella storia inglese e francese di esempi a mo’ di riprova valida, e infine la tesi del concentramento capitalista n. 1 Stati Uniti d’America verso cui deve puntare lo sforzo rivoluzionario, mentre il concentramento russo solo in un secondo tempo e in via del tutto subordinata dovrebbe entrare nelle… grazie della Rivoluzione Proletaria.

Perché insisto tanto su questo particolare aspetto della tua interpretazione? Per le conseguenze che se ne possono trarre sul piano più specificatamente politico. In verità quel nostro metter gli U.S.A. e la Russia sulla stessa bilancia, tu non l’accetti, e non da oggi.

Non è possibile al partito rivoluzionario non praticare una politica di equidistanza, soprattutto se in periodo di guerra guerreggiata, tra un paese a massimo sviluppo capitalistico come gli U.S.A. e la Russia ad economia che tu fai tendere al capitalismo; potrebbe divenire la premessa teorica per nuove esperienze intermediste; in ogni modo verrebbe a turbare profondamente i termini della visione strategica del partito della rivoluzione nel corso della prossima guerra imperialista.

Se questo apprezzamento riassuntivo fosse però ispirato dal demone della polemica, vorrei poter prenderne atto con piacere.

Et de hoc, satis.