Come la socialdemocrazia italiana discute con Lenin e con Mussolini
Assolutamente ancora non è possibile, in base alle notizie che si hanno del Congresso comunista mondiale di Mosca, esprimere giudizi sulle risultanze di esso, soprattutto in quanto riguarda le discussioni e le risoluzioni sui problemi generali della tattica comunista che erano all’ordine del giorno.
Nemmeno circa quello che il Congresso ha deliberato intorno alla «questione italiana» si può formulare un giudizio definitivo, pel quale è indispensabile possedere almeno il testo della mozione adottata, se non un resoconto completo della discussione.
È però sicuro che il Congresso ha deciso nel senso di tagliare tutti i ponti tra la Internazionale Comunista ed il Partito Socialista Italiano. Questo è ancora invitato a decidere in un Congresso nazionale, se intende o meno applicare le ventuno condizioni di Mosca. La situazione è dunque quella che era prima di Livorno, ma con questa differenza, che mentre allora si sofisticava sul significato esatto della richiesta di «applicare le ventuno condizioni» formulata dal secondo Congresso comunista internazionale; oggi il terzo Congresso esplicitamente dichiara che quella richiesta venne esattamente tradotta nella formulazione che a Livorno le dava la frazione comunista con l’appoggio dei rappresentanti del Comitato Esecutivo di Mosca, che applicare le condizioni significa «escludere dal partito tutti gli aderenti alla frazione di concentrazione socialista ed ai suoi convegni (Reggio Emilia)».
Noi facciamo qui della cronaca e non ancora della critica. Quando avremo modo di far questa con conoscenza di causa spiegheremo perché il Partito Comunista d’Italia ritiene che la applicazione delle ventuno condizioni vada intesa «dialetticamente» e tradotta nel «fatto compiuto» della esclusione dalla Internazionale Comunista di tutti i non comunisti, ossia oltre che dei concentrazionisti reggiani, anche – e saremmo per aggiungere soprattutto – dei sedicenti «comunisti unitari» serratiani.
Del resto la mozione di Mosca non dice ancora che questo utile «fatto compiuto» corra rischio di essere compromesso. Essa, sembra, dice solo che la responsabilità di questa logica conseguenza dell’invito a staccarsi dai riformisti, dovranno prenderla agli occhi delle masse i «comunisti unitari» stessi e non la Internazionale Comunista. Questa ritiene utile poter dichiarare: «i serratiani hanno voluto, nella scelta loro proposta tra l’unità coi riformisti e la Terza Internazionale, deliberatamente optare per i primi».
Noi, modestamente, se facessimo la critica, oggi prematura, dimostreremmo perché concepiamo i problemi della tattica rivoluzionaria comunista in guisa tale da venire a concludere che è utile poter dire: siamo stati proprio noi che deliberatamente abbiamo voluto staccarci dalla razza peggiore di disfattisti della causa proletaria, dai «centristi» più tipici che il movimento internazionale abbia rivelati, dagli opportunisti della attuale “sinistra” del Partito Socialista i cui capi rispondono ai nomi altamente pregiati nella letteratura polemica nostra dei Serrati, dei Baratoni, dei Vella, degli Alessandri e rinnegati minori. Dimostreremmo come solo smascherando costoro e assumendo di ciò la responsabilità intera e diretta si possono sottrarre alla loro nefasta influenza le masse che li seguono ancora.
Ma la «cronaca» non deve per ora fare altro che passare agli atti la constatazione seguente: prima che la questione italiana sia «chiusa» ci vorrà: 1) Un congresso del Partito Socialista; 2) Un Congresso del Partito Comunista; 3) Se al Congresso socialista non si avesse la prevedibile unanimità «unitaria» una decisione dell’Esecutivo di Mosca ed un Congresso di unificazione.
I delegati del P.S.I. a Mosca, anche per bocca del «destro» Lazzari, pare abbiano detto in tutta serietà che si impegneranno a far rispettare dal loro Partito le decisioni del terzo Congresso.
Staremo dunque a vedere. E guardiamo dunque che cosa fa il Partito Socialista e se lo svolgersi della sua attività politica non corrisponda alla necessità da noi – modestamente – sostenuta, di buttarlo via tutto, senz’altra procedura.
***
Le brillanti esperienze che sulla funzione del «centrismo» presenta il partito socialdemocratico italiano dimostrano che si può nello stesso tempo promettere a Lenin per mezzo di una delegazione di accettare i canoni della azione rivoluzionaria contro la borghesia, e impegnarsi con i capi «bianchi» delle brigantesche bande del terrore borghese ad un disarmo definitivo che ha il valore di una complicità insuperabilmente vile e turpe.
A Roma si sono adunati i fiduciari del fascismo e quelli del Partito Socialista per trattare una tregua. Sono state tracciate le basi di un eventuale concordato.
Mentre scriviamo non sappiamo ancora come andranno a finire queste trattative. Del resto non si sa, nevvero?, nemmeno come finiranno quelle con Mosca. Avrà successo migliore la diplomazia dei Lazzari, Maffi e Riboldi, o quella degli Ellero e dei Zaniboni? Pare che, almeno per ora, la tregua coi fascisti non sarà ufficialmente sottoscritta, e che questi ultimi pensino che occorre ancora la somministrazione di un’altra dose di potenti legnate sul rassegnato groppone socialdemocratico, per sentirsi proprio sicuri che i socialisti italiani sono diventati tanto ragionevoli che – viva l’Italia! – si possa finalmente fidarsi di accordarsi con essi sul terreno di scongiurare il «fallimento economico della nazione».
Nemmeno è questa la sede per dire di più sul significato di questi contatti socialfascisti, preludio eloquente del fronte unico controrivoluzionario di domani. Ci fermiamo qui al confronto tra l’atteggiamento del Partito Socialista dinanzi alla Internazionale comunista e dinanzi al fascismo, per mostrare come il dubbio che permane sull’esito delle due pratiche, e sulla natura definitiva dei rapporti che si stabiliranno in seguito ad esse, sia il mezzo precipuo per condurre avanti fino a che sarà estremamente possibile l’inganno delle masse, il disarmo traditore del loro orientamento e della loro decisione rivoluzionaria.
Un partito apertamente controrivoluzionario, riformista e complice dei violatori di ogni interesse e sentimento proletario, rompendola per sempre colla Terza Internazionale e con la causa della rivoluzione, anche nelle dichiarazioni verbali, cadrebbe vertiginosamente negli abissi del disprezzo delle masse, e determinerebbe la facile scelta di queste fra i suoi metodi e l’indirizzo del comunismo.
Ma la politica socialista odierna è veramente pericolosissima per il proletariato e le sue sorti, appunto per la calcolata ambiguità che la guida, fatta di oscillazioni “tendenziali” tra la santità di Mosca e l’onta della Bocca del Leone.
Ecco perché, se compito del Partito Comunista Internazionale è servire alle masse col lume della sua critica e della sua coscienza della storia nella difficile via travagliata del loro riscatto, meglio avrebbe, a nostro modo di vedere, provveduto Mosca contro la profanazione del suo tempio, respingendo i mercanti socialdemocratici italiani ai soli contatti degni di loro, ai negoziati parlamentari coi «colleghi» che hanno inzuppata la loro medaglietta nel sangue dei nostri morti.
Ma l’ultima parola è alla cronaca di domani.
***
Quanto alla «cronaca» odierna, essa dovrebbe pure accorgersi che in Italia è cambiato il Ministero, che c’è Bonomi e non più Giolitti, e dire la sua sul grave problema politico: il governo di Bonomi è governo di «destra» o di «sinistra»?
Numeri addietro avemmo occasione di dire alcunché sugli schieramenti topografici dei partiti parlamentari in Italia, sul significato del fatto che a «destra» ci siano i fascisti, e a «sinistra» i socialdemocratici…
Le nostre considerazioni sconvolgitrici dei luoghi comuni vigenti al proposito nelle farmacie della politica, trovano un suggestivo argomento in questa semplice constatazione: il ministero di «destra» (di fronte a quello di Giolitti che era di… sinistra!) è presieduto da un socialista riformista, ossia da chi nella topografia parlamentare meglio confina con i ministri socialisti «ufficiali» di domani…
La socialdemocrazia reazionaria o la reazione socialdemocratica o la Repubblica socialistoide cui tendono Mussolini e Modigliani, cui stemma sarà la forca, sono il grande fatto elucidatore di enigmi che già incombe sull’orizzonte politico!
La “Economia del periodo di transizione” di Bucharin (Pt.1)
di A. MASLOW
I.
La rivoluzione sociale nella sua prima fase aveva richiamato l’attenzione su una parte del rivolgimento che era di comprensione relativamente facile. II mutamento della struttura politica, che in Russia porto all’instaurazione della repubblica soviettista, e in Germania invece dopo lunghe lotte sanguinose mise capo provvisoriamente a una doppia sconfitta politica del proletariato, a causa dell’alto rumor di lotta che le accompagnava e dei simbolici ed effettivi mutamenti di scena visibili anche da lungi, era facilmente intelligibile a chiunque volesse capire tale processo.
Invece il rivolgimento economico, che stava a fondamento di questo processo politico, è una serie evolutiva complicata, collegata al periodo anteriore alla guerra e ancora lontana dal conchiudersi, la quale non solo non è facilmente comprensibile, ma quasi non è stata ancora approfondita neppur dai teorici.
I problemi, che a tal fine occorre esaminare, nel periodo pre-bellico in generale sono stati conosciuti solo parzialmente. Certamente si avevano alcuni lavori importanti sullo sviluppo del capitalismo finanziario e dell’imperialismo, ma i problemi teoretici dell’epoca più interessante, quella del passaggio dal capitalismo al comunismo, non che esaminati non erano stati ancora neppur formulati.
Appunto a questi problemi, altrettanto importanti e interessanti sotto l’aspetto teorico quanto ardenti nel campo pratico, è dedicato il libro del primo dei teorici comunisti, di Bucharin, il quale inoltre tiene anche un posto eminente nella politica pratica della Russia soviettista.
Finora si ha soltanto la prima parte, dedicata alla «teoria generale del processo di trasformazione». Esso costituisce il primo1 e nello stesso tempo il più risoluto e radicale tentativo di interpretare teoreticamente i fenomeni del periodo di transizione, sul quale spesso hanno idee assolutamente confuse anche compagni che si trovano in posti dirigenti.
Nelle righe che seguono io vorrei tentare di riprodurre la impostazione buchariniana del problema.
II.
Anzitutto B. si occupa della «struttura del capitalismo mondiale». «II capitalismo odierno è un capitalismo mondiale». Ci si offre quindi il quadro di un’organizzazione abbracciante tutto il mondo? Ecco il primo problema trattato da B. Una società che produce non prodotti, ma merci, è un’unità disorganizzata. La società produttrice di merci è una società con un tipo affatto determinato di collegamenti dei singoli membri e occorre studiare appunto questi collegamenti, la lacerazione di essi, l’annodarsi di nuovi collegamenti, i quali accoppiano elementi nuovi.
Ma quali elementi dell’economia moderna – sebbene essa, considerata come un tutto, sia irrazionale, dominata com’è dal movimento delle merci scambiate e dai prezzi compaiono grandi organizzazioni capitalistiche collettive, chiamate da B. «trusts capitalistici di Stato». Il capitale finanziario ha eliminato l’anarchia dentro i grandi paesi capitalistici. Appare una divisione tecnica di lavoro all’interno delle «economie nazionali» organizzate.
Ma con ciò è eliminata l’anarchia del modo capitalistico di produzione? Bucharin la ritrova nell’esistenza (o coesistenza) separata di intraprese. Queste si trovano tra di loro nel nesso creato dall’atto della compra-vendita, oppure in un altro «collegamento» che si estrinseca nella concorrenza. Mentre la contemporanea coesistenza di intraprese eterogènee è espressione di una divisione sociale di lavoro, la coesistenza di intraprese omogenee non esprime alcuna divisione di lavoro. D’altra parte, la concorrenza sui mercati rispecchia soltanto il tipo di «modo d’essere» e di rapporti di produttori di merci, che non ha alcuna relazione con la divisione del lavoro sociale.
E nella complicata economia del capitalismo finanziario continuano pur sempre a combattersi tra loro anche intraprese eterogenee. Orbene, il tratto saliente della società capitalistica è costituito dal fatto, che essa produce plusvalore. Ma poiché non ogni intrapresa realizza il plusvalore in essa creato, ne nasce (specialmente nella costituzione di monopoli capitalistici) una figurazione assai complessa, nella quale B. opera tre sezioni, distinguendo tre specie di concorrenza, che egli chiama «concorrenza orizzontale», «verticale», e «combinata».
«Orizzontale» è per lui la concorrenza di intraprese omogenee, «verticale» quella di intraprese eterogenee, «combinata» quella di intraprese combinate (miste).
A che serve questo schema? Esso vuol rendere intelligibili i diversi metodi della lotta di concorrenza. La concorrenza «orizzontale» può lavorare col metodo della riduzione dei prezzi. Ma per la «verticale» tal metodo non avrebbe significato, e quindi essa procede ad una specie di «action directe» di cui la forma più astuta è il boicottaggio. La concorrenza sui mercati è più o meno identica con la concorrenza orizzontale. Ma la lotta di concorrenza può svolgersi anche all’infuori del mercato propriamente detto, p.e., per il territorio di collocazione del capitale, cioè per l’ampliamento del processo di produzione.
E già stato rilevato che l’economia mondiale presa come un tutto è irrazionale, cieca, anarchica, nonostante la sua «organizzazione». Ma gli elementi di questa economia mondiale, cioè i trusts capitalistici statali, si fanno reciproca concorrenza come imprese combinate: esse non soltanto producono ogni volta le stesse «merci mondiali», ma anche si completano a vicenda.
Alla concorrenza così verticale come combinata è propria, come metodo di lotta, la pressione immediata. Ma in questo campo non si riesce più coi semplici metodi della concorrenza orizzontale; (che con le sue riduzioni di prezzo si adatta bene alla semplice economia di mercato). Qui, in quanto si tratta di concorrenza su scala mondiale, occorre adoperare la pressione, la pressione militare armata. Qui stanno le radici dell’imperialismo.
III.
Orbene, quale aspetto mostra in se stessa l’evoluzione capitalistica? Da quanto si è detto risulta essere inevitabile un conflitto nella lotta di concorrenza. Ora non si tratta soltanto della produzione, ma bensì della riproduzione, e il processo si svolge in cicli, il cui corso potrebbe forse nel modo più chiaro segnarsi graficamente mediante una spirale, la quale, dato l’ampliamento delle condizioni di produzione, si allarga continuamente anch’essa.
Ma condizione indispensabile per tale ampliamento, per ogni prossimo più largo giro della spirale, è la depressione, la distruzione di forze produttive. In mezzo vi è sempre equilibrio temporaneo, che viene ristabilito da un lato con la distruzione di valori (dei quali in certo modo ve n’è per un certo tempo «troppi») e dall’altra con la centralizzazione del capitale. Ma la centralizzazione del capitale ha precisamente la proprietà, che è indicata dalla nostra rappresentazione grafica essa in un primo momento divora e assorbisce la concorrenza, ma soltanto per rendere possibile una concorrenza ampliata su base ampliata (ulteriore giro della spirale); viene eliminata la piccola concorrenza, ma comincia la grande tra i grandi corpi produttivi. Ciò nell’economia mondiale si estrinseca mediante le annessioni, (che debbono venir considerate anche alla stregua dei tre tipi di concorrenza).
Ma finora si è tenuto conto solo dei produttori di merci, quindi dei capitalisti. Se si considera che nell’economia mercantile capitalistica accanto ai rapporti anarchici fra le intraprese vi sono anche rapporti anarchici tra le classi, ci si trova in presenza di antagonismi «puramente economici» e di «antagonismi sociali» e naturalmente le due serie sono tra loro collegate. Se la distruzione delle forze produttive e la concentrazione del capitale sono sufficientemente avanzate, e si verifica una determinata costellazione, succede la catastrofe di tutto il sistema e quindi l’inizio della rivoluzione comunista.
Orbene, noi oggi siamo nell’imminenza di tale catastrofe, e sappiamo che è stata la guerra a darle la spinta. Così, in maniera affatto generale, deve porsi la questione teoretica «della guerra» (e non di questa o di quella guerra).
La guerra è fatta da determinate organizzazioni. In una società di classi essa è fatta dall’organizzazione dello Stato. L’organizzazione dello Stato è l’organizzazione della classe dominante, è la più generale organizzazione della classe dominante. L’essenza di essa è costituita da un rapporto sociale tra uomini, non da una concretezza tecnica od organizzativa. Questa «sovrastruttura» di una determinata base economica è sorta su questa base e precisamente su di essa; e ad una data base economica appartiene un tipo di «Stato» nettamente determinato, una sovrastruttura nettamente determinata. Pertanto lo Stato è un mezzo per il rafforzamento e l’ampliamento di una determinata base economica, e siccome la guerra è funzione dello Stato, cosi essa ha appunto questa funzione: è «un mezzo di produzione di quei rapporti di produzione, sulla base dei quali essa è nata».
Mediante questa analisi, che abbiamo riprodotto sinteticamente, B. determina così teoreticamente l’ufficio della guerra. Ciò posto, è affatto indifferente di quale guerra si tratti. Una determinata base economica possiede una determinata espressione statale (sovrastruttura); e a questo tipo di Stato appartiene un determinato tipo di guerra. Prendiamo, ad esempio, la economia socialista. A questa appartiene un tipo affatto determinato di Stato, e a questo un tipo affatto determinato di guerra, la «guerra socialista». La guerra socialista è una guerra di classi, una guerra tra due organizzazioni statali (una proletaria contro una non proletaria). Invece la guerra civile propriamente non è una «guerra», giacché qui non sono in lotta l’una contro l’altra due organizzazioni statali.
IV.
Come mai noi comunisti ora, dopo la guerra mondiale, parliamo dello sfacelo del capitalismo? Questa è la questione centrale di tutta la ricerca, e quindi va precisata. Primo: su quale base metodologica bisogna collocarsi? Secondo: che cosa risulta dall’analisi delle circostanze concrete? Alla seconda domanda si può rispondere facilmente, se si vuole ridurre la risposta ad una formula. La guerra mondiale è stata l’urto di varie parti del sistema capitalistico mondiale, un conflitto sorto tra l’incremento delle forze produttive del sistema e la sua struttura anarchica. E’ stato un conflitto tra trusts capitalistici statali, che tendeva a trasformare il sistema economico privo di soggetto in un sistema organizzato. E la formula, cui si accennava dianzi, è questa: l’imperialismo non ha potuto venire a capo di questo compito di organizzazione.
I sistemi parziali del sistema economico mondiale furono bensì riorganizzati ed organizzati (centralizzazione, statizzazione) – e le cause ne furono ovunque i bisogni di guerra, la scarsità di materie prime, ecc. ma il sistema nel suo complesso non solo non fu organizzato, ma anzi fu disorganizzato. L’imperialismo raggiunse il suo massimo fiore tutto fu statizzato, lo Stato divenne in tutto e per tutto la suprema instanza, l’organizzazione universale. Fu mobilitata la produzione, e perfino l’ideologia (socialpatriottismo) e tutto fu assoggettato allo Stato (naturalmente allo Stato borghese).
Anzi la centralizzazione fu estesa anche a sindacati di Stati (coalizioni).
Ma tutto ciò si ottenne a costo di un’enorme distruzione di forze produttive. Ed ora ci si presenta il compito di esaminare queste spese di costo, questa distruzione di forze produttive. E qui veniamo alla questione metodologica.
Bucharin colloca in prima linea la questione della riproduzione: questa è la base metodologica della sua ricerca. Questo strumento metodologico gli serve in ultima analisi anche per risolvere la questione che maggiormente ci interessa, vale a dire quella di sapere se oggi ci troviamo di fronte ad una delle periodiche crisi o al crollo del capitalismo.
Nel periodo precedente alla guerra il processo riproduttivo del capitalismo aveva il carattere di una riproduzione allargata.
II risultato dell’analisi buchariniana è che per effetto della guerra si è giunti ad una riproduzione del capitalismo ridotta, abbreviata2.
Qui non possiamo addentrarci nei particolari della analisi: il risultato ultimo è affatto plausibile per chiunque. Ed ora, se si deve e si vuol rispondere alla questione, se si tratti di crisi o di rovina, bisogna ritornare alle condizioni concrete dell’odierno sistema del capitalismo mondiale.
«Riproduzione» significa anche riproduzione delle stesse relazioni di produzione, riorganizzazione degli elementi del sistema. Qui si tratta di nessi e connessi economici, tecnici, sociali, di tipi di nessi e di connessi, i quali non soltanto tengono insieme il sistema «realmente», ma anche si fissano come tipi nelle menti degli elementi umani del sistema, e vi formano un sedimento ideologico. Questo sedimento a sua volta influisce sul reali nessi e connessi, e il complesso di questi scambievoli rapporti dà uno speciale tipo al sistema, che è determinato dai rapporti di produzione e, secondo l’espressione di B., mostra una struttura «monistica»; che è quanto dire, che la costituzione di una fabbrica, di un reggimento di fanteria, di una cancelleria statale, hanno un’identica struttura, una stessa gerarchia.
La società capitalistica così conformata è da B. considerata nella sua forma naturale, giacché date le circostanze «anormali», solo tale forma può servire di base ad una ricerca3.
Attraverso questa catena di riduzioni, B. giunge infine a questa precisa formulazione della questione:
«Che cosa avviene del sistema sociale nella sua forma naturale data la condizione di una riproduzione negativamente ampliata?»
La sua risposta è semplice. Le «viti» inferiori della macchina capitalistica si spanano, e i nessi tra i membri superiori e inferiori della catena gerarchica dell’apparato tecnico ed economico della produzione dapprima si allentano, e poi sono spezzati rivoluzionariamente. Il primo stadio è contrassegnato dall’abbassamento della disciplina (capitalistica) del lavoro, dalla decadenza delle «buone abitudini» nel commercio, nelle professioni, ecc.; il secondo dagli scioperi e altre manifestazioni di ribellione contro la classe dominante. Contemporaneamente comincia a svanire a poco a poco nei membri inferiori della gerarchia quella stratificazione ideologica, di cui s’è fatto cenno, mentre invece nei membri superiori l’interesse al mantenimento dell’antico sistema sveglia il desiderio della lotta, e così la lotta di classe, latente nel primo periodo, diviene ora aperta. E tale processo si osserva dappertutto: nella produzione, nell’esercito, nell’apparato amministrativo statale.
V.
Come il proletariato conquista il potere, allorché il capitalismo è andato in rovina?
Qui B. rielabora con grande acutezza il complesso di idee già presentate da Lenin in «Stato e rivoluzione». L’assunzione del potere da parte del proletariato non consiste in un mutamento delle «cime». Invece l’antico apparato sarà distrutto e gli elementi dell’antico sistema saranno parzialmente adoperati in combinazione nuova alla costruzione del nuovo sistema. Questo concetto, già chiaramente formulato da Lenin per quanto riguarda la politica, è trasportato da B. nel campo dei rapporti di produzione. Ma qui ciò che è importante è il tipo del nesso degli elementi, non gli elementi in se stessi.
Per fissare chiaramente questo importante complesso di concetti, che contraddice a tutte le teorie (e pratiche) miranti al mantenimento della «continuità» della produzione (e che possono qualificarsi come mensceviche, anche quando vengono da bolscevichi), occorre mettere nuovamente in rilievo, che allo stesso modo che nell’esercito i membri inferiori della catena gerarchica restano così «corrotti» dal processo dissolutivo, da non poter più servire come membri di quella data gerarchia, precisamente allo stesso modo avviene nel processo produttivo. I rapporti di produzione in grazia della loro struttura «monistica», sono nessi e connessi a un tempo tecnici e sociali. La scomposizione e il laceramento rivoluzionario dei membri sociali della catena determina automaticamente anche la scomposizione e il laceramento dell’organizzazione tecnica (organizzazione umana) della società.
Da ciò consegue precisamente che non si può conquistare l’apparato tecnico, e che l’anarchia della produzione è uno stadio necessario d’introduzione alla rivoluzione sociale.
Che per conseguenza le forze produttive risulteranno diminuite, e che la produttività cadrà, è cosa che s’intende da sé, e nessuna lamentela vi può mutar nulla.
Ma si intende anche senz’altro che una «rinascita» della società è possibile soltanto nel caso che gli strati inferiori della gerarchia, il proletariato, si rimettano a costruire (non a ricostruire, ma a costruire ex-novo), cioè nel caso che gli elementi umani del sistema sieno posti in nuovi nessi e connessi, a meno che non si preferisca l’unica soluzione possibile all’infuori del comunismo la conservazione dell’anarchia, cioè la barbarie.
Ma, se si ritorna al terreno metodologico della riproduzione, da questo punto d’osservazione si ottiene anche un bel risultato accessorio: l’attuale crisi del capitalismo ci appare come una catastrofe, come la rovina di esso. La riproduzione del capitalismo cessa. Ma se procediamo alla costruzione comunista, comincia un nuovo ciclo riproduttivo (non più capitalistico) e tutta la crisi rivoluzionaria della umanità, tutti i «costi» di tale crisi, come l’abbassamento della produttività, ecc., saranno stati soltanto i «costi» mediante i quali soltanto si è resa possibile una base ampliata (del prossimo ciclo) della produzione sicché la riproduzione, soltanto ormai non più capitalistica, trionfando di ogni crisi, si sviluppa, per esprimersi graficamente, in una grandiosa spirale sempre più ampia4.
VI.
Per quanto l’analisi di B. sia «radicale», tuttavia egli non si rimane a questo risultato. E già stato rilevato che i nessi della gerarchia vanno in pezzi; ma la questione è questa: cadono tutti i nessi tecnici e sociali? E la risposta per fortuna è no. Cadono soltanto i nessi gerarchici5 tra la classe lavoratrice e l’intellettualità tecnica, la burocrazia, la borghesia.
Al contrario si osservano i rapporti di produzione, che legano i lavoratori ai lavoratori, i borghesi ai borghesi, vale a dire nessi6 che non derivano dalla stratificazione sociale della gerarchia. E quindi restano specialmente i nessi in seno al proletariato, ciò che offre il momento fondamentale alla edificazione comunista.
A questo punto si affaccia una nuova questione quale specie di rapporti di produzione della società capitalistica può principalmente servire di base alla nuova struttura produttiva?
In questi termini B. riduce l’antica questione circa la «maturità per il comunismo». La questione della maturità un tempo era sempre concepita in questo modo: l’apparato della produzione è (o meglio non è) costruito in modo tale (si potrebbe dire che è già talmente sconquassato) da permettere al proletariato di impadronirsene puramente e semplicemente, per navigare in pieno comunismo. La accennata analisi buchariniana svela quanto sia primitivo e insufficiente questo modo d’impostar la questione appunto il «bello» quanto «sconquassato» apparato centrale di produzione si disgrega, e il proletariato deve per prima cosa costruirsene uno nuovo.
B. risponde al quesito della «maturità» richiamandosi direttamente a Marx. I due antichi momenti marxisti, la centralizzazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro, costituiscono le parti dell’«apparato» della nuova organizzazione.
L’apparato oggettivo, la base materiale e tecnica della società, non fa parte dei rapporti di produzione e non vi è necessità che esso soffra del su menzionato processo di distruzione. Se anche qui si verifica disgregazione o decadenza, ciò è soltanto conseguenza della dissoluzione dell’apparato umano. L’apparato materiale fa parte dei mezzi di produzione. E siccome non è necessario che esso si disgreghi, così il centro di gravità dell’analisi non risiede in questo primo dei due momenti marxistici, ma nel secondo: la socializzazione del lavoro.
Pertanto mediante questa analisi il momento della «maturità» resta trasportato nel campo dell’apparato umano della società capitalistica. «Il sistema del lavoro in comune, creato dai rapporti di produzione che intercedono tra gli operai» e la «maturazione» di esso, che del resto è benissimo una funzione dello sviluppo delle forze produttive: ecco ciò che meglio d’ogni altra cosa respinge le chiacchiere sulla «immaturità». Poiché qui si possono supporre logicamente solo due casi: o la socializzazione del lavoro permette, tecnicamente parlando, di organizzare metodicamente la produzione, o invece la socializzazione è troppo debole, e allora non è possibile tecnicamente al- cuna organizzazione. Inoltre, questa alternativa logica ha valore affatto generale e quindi segue, che se il capitalismo è maturo per il capitalismo di Stato, è anche maturo per il comunismo. Volendo punteggiare più nettamente la questione, possiamo dire che appunto lo sconquasso, che gli avversari portano come argomento contro il socialismo, è ritenuto da noi, che consideriamo la cosa dialetticamente, come prova di quella «maturità» di cui si parlava.
(continua).
Note
L’imposta alimentare
di N. Lenin
Pubblichiamo l’analisi di un recente opuscolo di Lenin nel quale egli giustifica e spiega, dal punto di vista scientifico, la nuova politica economica della Russia dei Soviet.
La questione dell’imposta alimentare suscita oggi l’attenzione generale e dà luogo a molti ragionamenti e discussioni. La cosa si comprende, poiché si tratta veramente di una questione essenziale della nostra politica nel momento presente.
Sarà più utile affrontare tale problema non più dal suo lato attuale, ma da quello generale e di principio. In altri termini cercheremo di considerare l’insieme ed il fondo di questo quadro sul quale noi disegniamo ora l’una ora l’altra misura pratica risultante dalla politica quotidiana.
Per tale scopo, mi permetterà di fare una lunga citazione di un opuscolo da me pubblicato sotto il titolo: «Il problema essenziale della nostra epoca. La malattia d’infanzia «di sinistra» e lo spirito piccolo-borghese…»
Riporto soltanto ciò che riguarda il «capitalismo di Stato» e gli elementi fondamentali della nostra struttura economica contemporanea, transitoria fra il capitalismo ed il socialismo.
Ecco ciò che scrivevo allora:
La struttura economica della Russia contemporanea
«II capitalismo di Stato costituirebbe un progresso in rapporto allo stato di cose quale è quello della nostra Repubblica Soviettista. Se per esempio entro sei mesi avessimo il capitalismo di Stato stabilito presso di noi, ciò sarebbe un successo enorme e la migliore garanzia che fra un anno noi avremmo in Russia il socialismo definitivamente consolidato ed invincibile.
lo mi figuro la nobile indignazione che oscurerà il volto di certuni… Come? Nella Repubblica Socialista dei Soviet il capitalismo di Stato sarebbe un progresso! Non è ciò tradire veramente il socialismo?
E’ proprio questo il punto che noi dobbiamo esaminare dettagliatamente:
- Ci occorre analizzare la natura precisa di questa transizione dal capitalismo al socialismo che ci dà il diritto e la ragione di assumere il nome di Repubblica Socialista dei Soviet.
- Ci occorre smascherare l’errore di colore che non vedono che il principale nemico del socialismo nel nostro paese è l’elemento piccolo-borghese, il carattere piccolo-borghese della nostra struttura economica.
- Ci occorre comprendere bene il significato di Stato soviettista ed in cosa esso differisca economicamente dallo Stato borghese.
Esaminiamo dunque queste tre circostanze.
Non s’è ancora trovato nessuno che abbia negato il carattere transitorio dell’attuale stato economico della Russia. Non s’è trovato un solo comunista che abbia negato che l’espressione di «Repubblica Socialista dei Soviet» riflette la volontà del potere dei Soviet di realizzare questa transizione verso il socialismo, ma non pretende affatto qualificare di «socialista» l’attuale regime economico.
Cosa significa dunque la parola transizione? Non significa essa, in materia economica, che il regime considerato possiede ad un tempo degli elementi, delle particelle, dei rimasugli di capitalismo e di socialismo? Tutti riconoscono che questa è la realtà. Ma tutti non riflettono alla natura degli elementi appartenenti a strati sociali ed economici diversi quali ci si presentano in Russia. Ciò nonostante tutta la questione è qui.
Enumeriamo questi elementi:
- II regime patriarcale, cioè per una parte considerevole la economia contadina naturale
- La piccola produzione mercantile (regime di cui fanno parte la maggioranza dei contadini, quelli che hanno qualche cosa da vendere);
- Il capitalismo privato;
- Il capitalismo di Stato;
- II socialismo.
La Russia è così grande e così varia che questi differenti tipi economici e sociali vi sono inseriti gli uni negli altri. L’originalità della situazione consiste precisamente in questo.
Quali sono gli elementi che dominano? E’ chiaro che fra i piccoli contadini è l’elemento piccolo borghese che domina, e non può essere altrimenti, poiché l’enorme maggioranza dei coltivatori sono dei piccoli produttori di merci. La scorza di capitalismo di Stato (monopolio del grano, controllo sugli imprenditori privati, cooperative borghesi) è intaccato ora in un punto, ora in un altro dagli speculatori, ed il principale oggetto di speculazione è il grano dei contadini.
La parte più importante della lotta si svolge dunque in questo campo. Fra chi si svolge essa, se adottiamo gli strati economici designati più sopra? E’ fra il 4° ed il 5° grado della mia enumerazione? Certamente no. Non è il «capitalismo di Stato» che combatte il «socialismo», ma la piccola borghesia più il capitalismo privato, che insieme combattono ad un tempo il capitalismo di Stato ed il socialismo. La piccola borghesia resiste ad ogni intervento, registrazione o controllo governativo, sia che venga dallo Stato capitalista che dallo Stato socialista. Questo è un fatto reale indiscutibile, ed è per non averlo compreso che si commette una serie di errori economici…
Non veder ciò, è manifestare con il proprio accecamento la propria sottomissione ai pregiudizi piccolo-borghesi.
Il piccolo borghese possiede una riserva di moneta, qualche migliaio di biglietti «onestamente» ammassati, e sopratutto disonestamente grazie alla guerra. Ecco il tipo economico ben caratterizzato che è la base della speculazione e del capitalismo privato. II denaro è un segno che permette d’acquistare una parte della ricchezza pubblica, e milioni di piccoli proprietari conservano tenace- mente questo segno, lo nascondono allo Stato, non vogliono credere a nessuna specie di socialismo o di comunismo, si ritirano soltanto all’annuncio della tempesta proletaria. O noi sottometteremo al nostro controllo ed alla nostra statistica questo piccolo borghese (vi arriveremo purché noi organizziamo i poveri, cioè la maggioranza della popolazione o del semi-proletariato, attorno all’avanguardia cosciente del proletariato) o è lui che rovescerà il nostro Governo operaio. La cosa è fatale e inevitabile, così come i Napoleone ed i Cavaignac hanno rovesciato la rivoluzione precisamente appoggiandosi ed ingrandendo su questo terreno della piccola proprietà. Così si pone la questione e non altrimenti…
Nella scala economica, il capitalismo di Stato è infinitamente superiore alla nostra situazione economica attuale. Ciò sia detto per incominciare.
In secondo luogo, questo capitalismo di Stato non ha nulla di pericoloso per il Potere dei Soviet, poiché lo Stato Soviettista è quello nel quale gli operai ed i contadini poveri detengono il potere.
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Allo scopo di rendere ancor più chiara la questione, citeremo innanzi tutto un esempio concreto di capitalismo di Stato. Nessuno l’ignora, questo esempio è la Germania. Questo paese ci presenta l’ultima parola della grande tecnica e della moderna organizzazione capitalistica, ma sotto la dominazione dell’imperialismo junker e borghese. Cancellate le parole sottolineate, mettete al posto dello Stato militarista, aristocratico, borghese, imperialista, uno Stato ancora, ma di un altro carattere sociale, di un altro contenuto di classe, lo Stato soviettista, cioè proletario, ed avrete l’insieme delle condizioni che presuppone il socialismo.
II socialismo è impossibile senza la tecnica del grande capitalismo basata sugli ultimi ritrovati della scienza contemporanea, senza un’organizzazione governativa perfettamente regolare che subordina decine di milioni d’abitanti alla stretta osservanza di una norma unica di produzione e di ripartizione.
E’ ciò che noi marxisti abbiamo sempre affermato, ed è inutile perdere anche solo due secondi a discutere su ciò con della gente che non ha compreso neanche questa verità (come gli anarchici ed una buona metà dei socialisti-rivoluzionari di sinistra).
II socialismo è egualmente inconcepibile se il proletariato non detiene il potere nello Stato. Anche ciò è elementare. La storia, con il suo cammino originale, – e nessuno, se non dei menscevichi imbecilli di prima forza, poteva attendere ch’ella ci dasse immediatamente, tranquillamente, in modo semplice e facile, il socialismo «perfetto» – ha dato vita nel 1918 a due metà separate di socialismo, come due pulcini che si preparano a venire alla luce l’uno a fianco dell’altro sotto il guscio comune dell’imperialismo mondiale. La Germania e la Russia nel 1918 sono l’incarnazione evidente, l’una delle condizioni materiali, economiche e sociali, l’altra dello condizioni politiche del socialismo.
La vittoria della Rivoluzione proletaria in Germania spezzerebbe al primo colpo con estrema facilità il guscio imperialista (che per disgrazia è fatto d’un acciaio migliore e per tal ragione non cede sotto i colpi di qualsivoglia pulcino) e realizzerebbe la vittoria del socialismo universale a colpo sicuro, senza difficoltà o con il minimo di difficoltà giudicandone naturalmente le difficoltà dal punto di vista della storia universale e non da quello di qualche piccola cerchia di individui.
Se la Rivoluzione tedesca tarda a scatenarsi, noi dobbiamo seguire la scuola del capitalismo di Stato dei tedeschi, imitarlo con tutte le nostre forze, non temere i processi dittatori per accelerare questa assimilazione della civiltà occidentale da parte della Russia barbara, non esitare dinanzi ad alcun mezzo barbaro per combattere la barbarie…
L’elemento che domina oggi in Russia è il capitalismo piccolo borghese. Da questo capitalismo una sola ed unica via conduce verso il grande capitalismo di Stato e verso il socialismo. Questa via passa per una sola ed unica stazione intermedia, che si chiama «statistica e controllo nazionale della produzione e della ripartizione». Chi non comprende questa verità commette un imperdonabile errore economico, sia ch’egli ignori i fatti reali, non veda le cose come sono, non sappia guardare in faccia la verità: sia che egli si limiti ad opporre astrattamente il «capitalismo» al «socialismo» senza penetrare nelle forme e nei gradi concreti per i quali attualmente presso di noi si opera la transizione dall’uno all’altro…
Ed è precisamente perché è impossibile fare un progresso al di là della attuale situazione economica della Russia senza passare per questo punto comune al capitalismo di Stato ed al socialismo (statistica e controllo nazionale), che è una profonda bestialità teorica lo spaventare gli altri e se stessi con non so quale «evoluzione nel senso del capitalismo di Stato». Ciò conduce veramente a deviare dalla vera «evoluzione» ed a non comprendere il suo cammino; in pratica ciò conduce a ritornare verso il capitalismo piccolo-borghese.
Per convincere il lettore che il mio giudizio sul capitalismo di Stato non è immaginato per i bisogni della causa, ma rappresentava già la mia opinione prima della presa del potere da parte dei bolscevichi, mi permetterà di citare il seguente brano d’un opuscolo intitolato: «La catastrofe imminente e come combatterla», scritto da me nel settembre 1917.
«Provate a mettere al posto dello Stato capitalista dei grandi proprietari fondiari, lo Stato democratico rivoluzionario, vale a dire distruggendo rivoluzionariamente tutti i privilegi e non temendo di realizzare rivoluzionariamente la democrazia più assoluta. Voi vedrete che il capitalismo monopolistico di Stato, unito ad uno Stato veramente democratico rivoluzionario, equivale necessariamente ad un progresso verso il socialismo.
Il socialismo infatti non è altro che la tappa che segue il monopolio capitalista di Stato. Il capitalismo monopolistico di Stato rappresenta la più perfetta preparazione materiale del socialismo, è l’anticamera del socialismo, un gradino della scala che nessun altro gradino intermedio separa più da quell’altro gradino che si chiama il socialismo» (pag. 27 e 28).
Notatelo bene, queste righe erano scritte sotto Kerenski, e si trattava non già della dittatura del proletariato, nè dello Stato socialista, ma semplicemente dello Stato «democratico rivoluzionario».
Non è chiaro che più noi abbiam sorpassato questo stadio nel campo politico, più abbiamo completamente realizzato nei Soviet lo Stato socialista e la dittatura del proletariato, e meno saremmo perdonabili di temere il capitalismo di Stato? Non è chiaro anche che dal punto di vista materiale, economico, industriale noi non abbiamo raggiunto questa anticamera del socialismo? Non è chiaro che senza passare per questa anticamera che noi non abbiamo ancora raggiunto è impossibile arrivare al socialismo?
L’imposta alimentare, il commercio libero e le concessioni
I ragionamenti enunciati più sopra, datando dal 1918 contengono parecchi errori per quanto riguarda i periodi di tempo. Questi appaiono oggi più lunghi di quello che non apparissero allora. Ciò non ci meraviglia. Ma gli elementi essenziali della nostra situazione economica sono rimasti gli stessi.
I contadini poveri (proletari e semi proletari) sono divenuti per la maggior parte dei contadini medi. Per conseguenza l’elemento piccolo-proprietario e piccolo-borghese si è fortificato. D’altra parte la guerra civile fra il 1918 e il 1920 ha accentuato ad un punto estremo la rovina del paese, ha ritardato la restaurazione delle sue forze produttive, ha indebolito in sommo grado il proletariato. A ciò s’aggiunsero il cattivo raccolto del 1920, la carestia di foraggio, le malattie epizootiche, tutte cose che ritardarono più fortemente ancora la ripresa dei trasporti e dell’industria, esercitando il loro contraccolpo diretto sul nostro principale combustibile, il legno portato dalle mute dei contadini.
In definitiva la situazione politica all’inizio della primavera del 1921 esigeva imperiosamente e d’urgenza delle misure immediate, decisive ed eccezionali per migliorare la situazione del contadino e per sviluppare le sue forze produttrici.
Perché il contadino e non l’operaio?
Perchè per migliorare la situazione dell’operaio, bisogna avere innanzi tutto del grano e del combustibile. Questo è oggi il maggiore ostacolo se si considera il complesso della nostra economia nazionale. Ora la condizione necessaria per aumentare la produzione ed il raccolto del grano, il taglio ed il trasporto della legna, è di migliorare la situazione del contadino aumentandone le facoltà produttrici. Bisogna incominciare dal contadino. II non comprendere ciò, il vedere in questa speciale considerazione per il contadino non so quale rinuncia o semirinuncia alla dittatura del proletariato, è semplicemente non vedere le cose come sono e lasciarsi influenzare dalle parole.
Dunque, ci occorrono innanzi tutto delle misure serie ed immediate per elevare le forze produttrici della classe contadina.
Per ottenere questo risultato, bisogna operare una riforma fondamentale della nostra politica alimentare. Questa riforma è la sostituzione della requisizione con un’imposta alimentare, con libertà di commercio, una volta pagata quest’imposta, libertà per lo meno di mezzi di scambio locali.
– In cosa consiste la sostituzione dell’imposta alimentare alle requisizioni?
L’imposta alimentare è una delle forme del nostro passaggio da una specie originale di comunismo, il «comunismo militare», resa necessaria dalla guerra, dalla rovina e della miseria estrema, allo scambio dei prodotti che sarà il regime normale del socialismo. Questo scambio a sua volta non è che una delle forme di passaggio dal socialismo, con le sue particolarità risultanti dal predominio del piccolo-borghese nella nostra popolazione, al comunismo.
L’originalità del «comunismo militare» consisteva nel fatto che noi prendevamo al contadino tutto il suo superfluo e talvolta anche una parte del necessario, per coprire i bisogni dell’esercito e degli operai. Noi prendevamo la maggior parte a credito, in cambio di carta/moneta. Non avevamo altro mezzo per battere i proprietari e i capitalisti del nostro rovinato paese di piccoli contadini.
Il fatto che li abbiamo sconfitti (malgrado l’aiuto dato ai nostri sfruttatori dalle più formidabili potenze dell’universo) non dimostra solamente i prodigi d’eroismo di cui sono capaci gli operai ed i contadini in lotta per la loro liberazione. Esso dimostra altresì la funzione obbiettiva di lacchè della borghesia assunta dai menscevichi, dai socialisti-rivoluzionari, Kauski e C., col farci un rimprovero di questo «comunismo militare». Al contrario bisogna farcene un merito.
Non e però meno indispensabile apprezzare questo merito nel suo giusto valore. II «comunismo militare» era una necessità risultante dalla guerra e dalla rovina. Non era e non poteva essere la politica rispondente alla missione economica del proletariato. Non era che una misura temporanea. La vera politica del proletariato che applica la sua dittatura in un paese di piccoli contadini è d’ottenere il grano in cambio di prodotti manifatturati necessari ai contadini. Questa è la sola politica alimentare rispondente agli scopi del proletariato, la sola che sia capace di gettare le fondamenta del socialismo e di condurre alla sua piena vittoria.
L’imposta alimentare è un avviamento verso questa vittoria. Noi siamo ancora così rovinati, così oppressi dal giogo della guerra (che infieriva ancora ieri e che, per la rapacità ed il dispetto dei capitalisti può nuovamente scoppiare domani) che, noi siamo nell’impossibilità di: pagare in prodotti manifatturati la totalità del grano che ci è necessario. Sapendo ciò, noi introduciamo l’imposta in natura, vale a dire noi prendiamo a titolo di imposta la quantità minima di grano che ci è indispensabile per l’esercito e gli operai, ed il resto l’otterremo in cambio di prodotti manifatturati.
Su questo punto non bisogna dimenticare questo: la miseria e la rovina sono troppo grande perché noi possiamo restaurare di colpo la grande produzione industriale, nazionalizzata, socialista. Per tale scopo ci occorrerebbero delle enormi riserve di grano e di combustibile ammassate nei grandi centri industriali, ci occorrerebbe poter sostituire le macchine usate con delle nuove, ecc. L’esperienza ci ha convinti che queste son cose di impossibile realizzazione immediata. Noi sappiamo che dopo i disastri della guerra imperialista, gli stessi paesi più ricchi e più sviluppati saranno incapaci, per un lungo seguito di anni, a risolvere questo problema. Noi abbiamo dunque bisogno di favorire in una certa misura la ripresa della piccola industria, che non richiede macchine, né stock nazionali, né grandi approvvigionamenti di materie prime, di combustibile o di viveri e che può rendere immediatamente dei servizi alla coltura contadina ed aumentare il suo rendimento.
Quale è la conseguenza di questa misura?
Questa libertà relativa (locale, se volete) del commercio serve di base ad una restaurazione della piccola borghesia e del capitalismo. Il fatto è innegabile, sarebbe ridicolo chiudere gli occhi da- vanti ad esso.
É ciò necessario? E’ giustificabile? Non c’è in esso un pericolo? Io intendo porre molte quistioni di questo genere. Per lo più esse manifestano soltanto l’ingenuità, per non dire di più, di coloro che le avanzano.
Guardate come io definivo nel maggio 1918 i diversi strati economici e sociali che compongono la nostra struttura economica. Nessuno potrebbe riuscire a mettere in dubbio la presenza simultanea in Russia di elementi appartenenti a questi cinque gradi od a questi cinque strati, dal regime patriarcale, vale a dire semiselvaggio, al regime socialista. Dalla parte dei piccoli contadini domina lo strato patriarcale mescolato allo strato piccolo borghese, la cosa va da sé. Sviluppare il piccolo sfruttamento vuol dire sviluppare l’elemento piccolo-borghese e poiché c’è lo scambio, l’elemento capitalista: questa è una indiscutibile ed elementare verità d’economia politica, confermata per di più dall’esperienza quotidiana e dalla stessa più rudimentale osservazione.
Quale è dunque la politica che può esplicare il proletariato socialista di fronte ad una simile realtà economica? Dare al contadino tutti i prodotti da lui domandati e fabbricati dalla grande industria nazionalizzata in cambio del grano e delle materie prime? Questa sarebbe la politica più desiderabile e più normale, e noi abbiamo incominciato a praticarla. Ma noi non possiamo dare tutti questi prodotti, noi siamo lungi da ciò e passerà molto tempo prima che lo possiamo fare, per lo meno ne saremo incapaci fin tanto che non avremo terminato la prima tappa dell’elettrificazione.
Come dunque procedere?
Si può provare ad impedire, soffocare assolutamente ogni sviluppo di scambio privato non governativo, cioè del commercio, del capitalismo. E per tanto questo sviluppo è inevitabile poiché ci sono in paese dei milioni di piccoli produttori. Questa politica sarebbe una sciocchezza ed un vero suicidio da parte del partito che la sperimentasse. Una sciocchezza poiché essa è economicamente impossibile, un suicidio, perché il Partito che la sperimentasse farebbe immancabilmente fallimento. Confessiamolo senza vergogna, noi conosciamo certi comunisti che hanno peccato «nel pensiero, nella parola e nell’azione» cadendo in questa politica. Cerchiamo di guarire di questi errori. É assolutamente necessario, poiché altrimenti sarebbe molto male.
Oppure (questa seconda alternativa è la sola politica possibile e la sola sensata) non si tenterà di impedire né di soffocare lo sviluppo del capitalismo, ma di indirizzarlo nel senso del capitalismo di Stato.
La cosa è economicamente possibile, poiché questo capitalismo di Stato è una realtà, sotto l’una o l’altra forma, in uno od in altro grado, ovunque esistono degli elementi di commercio libero e di capitalismo in generale.
Può esserci un connubio, un’alleanza, una coesistenza dello Stato soviettista o della dittatura del proletariato e del capitalismo di Stato?
Tutta la questione, in teoria come in pratica, si riduce a trovare il giusto mezzo di indirizzare lo sviluppo del capitalismo, inevitabile fino ad un certo punto e per un certo tempo, nel senso del capitalismo di Stato, di circondare questo passaggio di condizioni convenienti, e di preparare per un prossimo avvenire la trasformazione di questo capitalismo di Stato in socialismo.
Per risolvere questo problema, bisogna innanzi tutto figurarci nel modo più chiaro possibile le forme concrete che rivestirà il capitalismo di Stato entro il nostro sistema soviettista, nel quadro del nostro Stato soviettista.
Il caso più semplice, l’esempio elementare del modo con cui il potere dei Soviet indirizza lo sviluppo del capitalismo sulla via del capitalismo di Stato, sono le concessioni. Tutti riconoscono oggi che le concessioni sono indispensabili, ma non tutti riflettono a ciò che esse rappresentano. Che cos’è una concessione sotto il regime soviettista, quali sono gli strati economici e sociali che si trovano di fronte? E’ un contratto, un blocco, un’alleanza entro lo Stato soviettista, contro l’elemento piccolo-proprietario (patriarcale piccolo- borghese). Il concessionario è un capitalista, egli conduce il suo affare alla maniera capitalista, in vista di un beneficio, egli consente a questo contratto con lo Stato proletario nella speranza di ottenere un beneficio straordinario, superiore al normale, oppure alcune materie prime che gli sarebbe altrimenti impossibile o molto difficile procurarsi. II Potere dei Soviet trova il proprio vantaggio in uno sviluppo delle forze produttrici ed in un aumento della somma dei prodotti, e ciò sia immediatamente, sia entro un breve termine. Noi abbiamo ad esempio un centinaio di sfruttamenti di miniere, di foreste. Non possiamo utilizzarle tutte per mancanza di macchine, di viveri e di mezzi di trasporto. Per queste stesse ragioni sfruttiamo male i boschi confinanti. Il cattivo ed insufficiente sfruttamento delle grandi imprese rafforza l’elemento piccolo-proprietario in tutte le sue manifestazioni: (diminuzione della coltura contadina nel territorio circonvicino, e per contraccolpo in tutto il paese), distruzione delle sue forze produttrici, diminuzione della fiducia nel Potere dei Soviet, furti, generalizzazione della piccola speculazione (la più pericolosa di tutte), ecc. Impiantando il capitalismo di Stato sotto la forma di concessioni, il Potere dei Soviet rafforza la grande produzione contro la piccola, l’elemento progressivo contro l’elemento reazionario, la macchina contro il braccio, aumenta la semina dei prodotti della grande industria di cui egli dispone (trattenuta proporzionale), fortifica l’ordine economico governativo in opposizione all’anarchia piccolo-borghese. Questa «politica delle concessioni» condotta con la misura e la prudenza che si conviene, contribuirà senza alcun dubbio a migliorare rapidamente (fino ad un certo punto, poco considerevole) lo stato della produzione e la sorte degli operai e dei contadini, naturalmente a prezzo di certi sacrifici, concedendo al capitalista decine e decine di milioni di libbre dei nostri prodotti più preziosi. La determinazione della misura e delle condizioni nelle quali le concessioni sono vantaggiose e non presentano pericoli, dipende dal rapporto delle forze e si decide nel corso della lotta, poichè le concessioni sono una specie di lotta, una continuazione sotto un’altra forma della guerra di classe e niente affatto una sostituzione alla lotta di classe della pace fra le classi. E’ la pratica che indicherà la tattica da seguire in questa lotta.
Le concessioni sono forse la forma più semplice, più netta, più chiara, più esattamente delineata, che il capitalismo di Stato riveste entro lo Stato soviettista. Noi possediamo qui un contratto scritto e formale con il capitalismo occidentale più coltivato e più sviluppato. Conosciamo esattamente ciò che diamo e ciò che guadagniamo, i nostri diritti ed i nostri obblighi, il tempo per il quale accordiamo la concessione, le condizioni di riscatto prima del termine, se questa clausola è prevista. Noi paghiamo un certo tributo al capitalismo mondiale, gli versiamo un acconto su questo o quel punto, ed in cambio riceviamo immediatamente un certo rafforzamento del Potere dei Soviet, un certo miglioramento della nostra situazione economica. Tutta la difficoltà nel caso delle concessioni si riduce a pesare e ad apprezzare bene tutte le clausole del contratto. Queste difficoltà sono reali e senza dubbio nell’inizio degli errori sono inevitabili, ma pertanto essi sono minori che negli altri campi della rivoluzione sociale ed in particolare negli altri modi di sviluppo, di ammissione e d’impianto del capitalismo di Stato.
I compiti più essenziali di tutti i rappresentanti del Partito e dello Stato, in ciò che concerne l’attuazione pratica dell’imposta alimentare è di saper applicare i principi e le basi della politica delle concessioni (cioè una politica simile al capitalismo di Stato manifestato nelle concessioni) alle altre forme di capitalismo, di commercio libero, di circolazione locale, ecc.
Prendiamo la cooperazione. Non è per caso che il decreto sull’imposta alimentare ha avuto come conseguenza immediata la revisione del decreto sulla cooperazione ed un certo allargamento della sua «libertà» e dei suoi diritti. La cooperazione stessa è una specie di capitalismo di Stato, solamente meno semplice, meno nettamente delineata, più imbrogliata e per conseguenza accompagnata da maggiori difficoltà per la nostra autorità governativa. La cooperazione dei piccoli produttori di merci (a questa, e non alle cooperative operaie qui ci riferiamo, perché essa è la forma dominante e tipica in un paese di piccoli contadini) genera inevitabilmente una situazione piccolo-borghese e capitalista, favorisce lo sviluppo di questa situazione, porta al primo piano i capitalisti ed assicura loro i più grandi vantaggi. Non può essere altrimenti, essendoci una predominanza di piccoli produttori e possibilità o necessità di scambio. «Libertà e diritti» per la cooperazione, nell’attuale stato della Russia, significa libertà e diritti per il capitalismo. Bendarsi gli occhi per non vedere questa evidente verità sarebbe sciocchezza o delitto.
Ma il «capitalismo cooperativo» a differenza del capitalismo privato, diventa sotto il Potere dei Soviet una varietà del capitalismo di Stato e come tale oggi ci è utile e vantaggioso, naturalmente entro una certa misura. Se l’imposta alimentare significa libertà di vendere l’eccedente dei prodotti rimasti dopo il pagamento dell’imposta, noi dobbiamo sforzarci di dirigere questo sviluppo del capitalismo -poiché la libertà di vendita e di commercio è uno sviluppo del capitalismo- nel senso del capitalismo di Stato. Il capitalismo cooperativo rassomiglia al capitalismo di Stato in ciò che egli facilita il controllo, la statistica, la sorveglianza, le relazioni contrattuali fra lo Stato (Stato soviettista in specie) ed il capitalista. La cooperazione come forma di commercio è per noi più vantaggiosa e più profittevole che non il commercio privato, non solo per le ragioni indicate, ma anche perché essa favorisce l’associazione, l’organizzazione di una enorme parte, ed in seguito della totalità della popolazione, cosa che costituisce un passo gigantesco per preparare la transizione dal capitalismo di Stato al socialismo.
Confrontiamo le concessioni e la cooperazione come forme del capitalismo di Stato. La concessione si basa sulla grande industria meccanica, la cooperazione sulla piccola industria manuale ed anche in parte sulla produzione patriarcale. La concessione riguarda un capitalista od una compagnia, un sindacato, un cartello od un trust, in ogni caso isolato di concessione. La cooperazione abbraccia parecchie migliaia, ed anche dei milioni di piccoli padroni. La concessione ammette e presuppone anche un trattato ed un periodo di tempo preciso. La cooperazione non ammette alcun contratto né uno spazio di tempo assolutamente preciso. E’ molto più facile abrogare una legge sulle cooperative che rompere un trattato di concessione, ma la rottura di questo trattato equivale di colpo, immediatamente, ipso facto, ad una rottura effettiva delle relazioni d’alleanza o di connubio economico con il capitalista, mentre nessuna abrogazione di legge sulle cooperative, nessuna legge in generale, non romperà effettivamente il connubio del Potere dei Soviet con i piccoli capitalisti, né potrà rompere alcuna specie di relazioni economiche reali. Il concessionario è facile a sorvegliarsi, il cooperatore molto difficile. Passare dalla concessione al socialismo, vuol dire semplicemente passare dall’una all’altra forma delle forme della grande produzione. Passare dalla cooperazione dei piccoli padroni al socialismo, vuol dire passare dalla piccola produzione alla grande, transizione più complicata, ma per contro capace in caso di successo di abbracciare delle masse più estese di popolazione, e di strappare le radici più profonde e più vivaci dell’antico stato di cose pre-socialista ed anche pre-capitalista, le più tenaci di tutte nella resistenza ad ogni innovazione. La politica delle concessioni, in caso di successo, ci darà un piccolo numero di grandi imprese esemplari, in rapporto al livello del capitalismo contemporaneo più avanzato, in capo a qualche decina d’anni queste imprese passeranno interamente nelle nostre mani.
La politica cooperativa, in caso di successo, ci darà un progresso della piccola produzione e faciliterà la sua trasformazione, entro uno spazio di tempo indeterminato, in grande produzione sulla base delle associazioni volontarie.
Prendiamo un terzo aspetto del capitalismo di Stato. Lo Stato invita il capitalista, in qualità di commerciante, e gli paga una certa commissione determinata in precedenza, con l’impegno di liquidare i prodotti dello Stato e d’acquistare quelli della piccola produzione. Quarto aspetto: lo Stato dà in affitto ad un imprenditore capitalista questo o quel stabilimento, miniera, foresta, territorio agricolo, ecc., che gli appartiene. II contratto di locazione è quello che assomiglia di più al contratto di concessioni… Bisogna porsi davanti agli occhi l’enumerazione di tutte le parti, di tutti gli strati componenti la nostra struttura economica, come io l’ho data nel mio articolo del 5 maggio 1918, per ben ricordarsi ciò che noi rappresentiamo.
Noi, l’avanguardia del proletariato, siamo sulla via del socialismo, ma l’avanguardia non è che una piccola frazione dell’insieme del proletariato, che a sua volta non è che una piccola frazione dell’insieme della popolazione.
Perché ci sia possibile risolvere vittoriosamente il problema del socialismo, bisogna che noi sappiamo nettamente tutta successione di mezzi, procedimenti e strumenti che sono necessari per passare dal regime capitalista al regime socialista. Questo è il punto centrale del problema…
E’ permesso concepire come possibile un passaggio diretto da questo stato di cose dominante in Russia al socialismo? Sì, ciò è permesso fino ad un certo punto, ma ad una sola condizione, che noi conosciamo oggi con la più grande esattezza, grazie ad un enorme lavoro scientifico ora terminato. Questa condizione, è l’elettrificazione.
Ma noi sappiamo molto bene che questa unica condizione richiede per lo meno dieci anni solo per i lavori di maggiore urgenza, e che questo periodo di tempo non può essere ridotto che in caso di rivoluzione proletaria in paesi come l’Inghilterra, la Germania e l’America.
Per gli anni futuri bisogna dunque non perdere di vista questi anelli mediani della catena che faciliteranno il passaggio dal regime patriarcale e della piccola produzione al socialismo. «Noi» ci per- diamo frequentemente in ragionamenti di questo genere: «Il capitalismo è un male, il socialismo è un bene». Questi ragionamenti sono falsi, poiché essi dimenticano tutta la complessità dei diversi strati economici e sociali esistenti per non ritenerne che due.
II capitalismo è un male in rapporto al socialismo. Il capitalismo è un bene in rapporto al regime feudale, alla piccola produzione, alla deformazione burocratica risultante dalla dispersione dei piccoli produttori. Poiché noi siamo incapaci di passare immediatamente dalla piccola produzione al socialismo, il capitalismo è inevitabile come prodotto naturale della piccola produzione e dello scambio, e noi dobbiamo utilizzare questo capitalismo di Stato come anello intermedio fra la piccola produzione ed il socialismo, come uno strumento, una via, un procedimento ed un mezzo per aumentare le nostre forze produttrici…
E’ apparsa la necessità di rimettere a più tardi la restaurazione della grande industria, è apparsa l’impossibilità di sopportare più a lungo l’interdizione di circolazione fra industria ed agricoltura; ne consegue che bisogna rivolgerci verso ciò che è più accessibile, la restaurazione della piccola industria. E’ questo il lato dal quale bisogna ricominciare la nostra opera e sostenere l’edificio mezzo rovinato dalla guerra e dal blocco. Con tutti i mezzi ed a qualunque costo bisogna sviluppare la circolazione, senza timore del capitalismo, poiché da noi il governo operaio e contadino in politica, l’espropriazione dei grandi proprietari e della borghesia nel campo economico, hanno messo a questo capitalismo dei limiti abbastanza stretti, abbastanza «moderati». Questa è l’idea fondamentale dell’imposta alimentare, questo è il suo significato economico…
Sviluppo del sistema capitalistico di produzione
di ERNESTO JUNG
Da uno studio di Ernesto Jung sul controllo economico proletario, riportiamo questo interessante capitolo sullo «svolgimento del sistema di produzione capitalistica», nel quale con mirabile chiarezza sono magistralmente tratteggiate le successive fasi di sviluppo del processo economico, dalle prime forme di economia primitiva fino all’attuale organizzazione economica della produzione dello scambio.
La originaria forza motrice di ogni attività economica dell’uomo erano i suoi bisogni. «Io lavoro, con ciò io mangio» – in questa semplice proposizione era contenuta l’intera economia politica delle precedenti epoche della società. Anche le comunità comuniste di quel tempo conobbero una certa divisione del lavoro fra stirpi e classi antiche come pure entro se stesse. Ma il rapporto del singolo con gli altri membri della società appare ancora chiaramente come uno scambio di attività per il reciproco soddisfacimento di bisogni comuni, ciò che per ciascuno costituisce l’unico scopo della produzione. Produzione e consumo stanno in evidente ed immediata dipendenza reciproca.
Ma con il sorgere della produzione di merci, questa semplice ed immediata interdipendenza si complica e diventa meno appariscente. Veramente anche ora il soddisfacimento dei bisogni è la premessa e lo scopo dell’attività economica di ogni produzione di merci, Ma con il proprio lavoro, l’uomo non soddisfa immediatamente i propri bisogni in quanto consuma lo stesso prodotto, ma produce principalmente per altri, sui prodotti dei quali acquista un diritto per il soddisfacimento dei propri bisogni. E questi «altri» non sono i suoi vicini con i quali egli si trova in scambio diretto di attività, ma è una forza sconosciuta, il «mercato», dove non si è retribuiti secondo la quantità di lavoro prestato, ma secondo il valore del prodotto. Dal valore di scambio delle merci il produttore osservava prima se egli contribuiva con il suo lavoro al soddisfacimento dei bisogni degli «altri» e quindi da parte sua se poteva contare sul loro contributo. Ora il bisogno sociale, come immediata forza motrice della sua attività, scompare dalla sua coscienza. Egli lavora soltanto per produrre un valore.
Una ulteriore complicazione del rapporto di reciproca dipendenza fra produzione e consumo si determina con il sorgere del capitale industriale. Veramente le, condizioni fondamentali dello scambio di merci rimangono dapprima immutate. Il rapporto di scambio delle merci viene determinato anche ora dal loro valore, oppure dal costo di produzione. Ma mentre con il semplice produttore di merci lo scopo del proprio lavoro produttivo viene soltanto reso meno appariscente con il sopravvenire del «valore», col capitalista invece esso viene completamente abolito. Questi non «lavora» per soddisfare i propri bisogni (soltanto una minima parte dell’utile serve a questo scopo), ancor meno per provvedere ai bisogni degli altri; lo stimolo dell’imprenditore capitalista nell’epoca della libera concorrenza è il raggiungimento del profitto più elevato possibile. In questa fase dello sviluppo economico il legame fra soddisfazione dei bisogni e produzione è già interamente sciolto, in realtà non è più il caso di parlarne. Ma anche la tendenza al profitto ha un limite. Poiché l’indirizzo della produzione contrasta con i reali bisogni della società, avviene che in un’esuberante produzione di merci la domanda diminuisce di fronte all’offerta, i prezzi cadono al disotto del valore reale ed il capitalista deve esser contento se riesce a ricavare il costo di produzione delle merci. Così vengono riparate le piccole offese ai bisogni sociali nell’economia capitalistica del profitto col gioco giornaliero della domanda e dell’offerta, così la società punisce la lunga noncuranza dei suoi bisogni con le crisi paralizzanti, nelle quali migliaia di imprenditori devono andare in rovina. In ultima analisi è sempre il generale bisogno sociale che la vince al disopra dell’interesse del profitto del capitalista.
In questo modo l’interesse del profitto capitalistico diviene un regolatore della produzione sociale e della divisione del lavoro. In regime di libera concorrenza, il movimento del profitto in ogni campo economico rivela una tendenza costante ad eguagliarsi su di un comune livello, a creare un saggio medio di profitto. Se in causa della produzione insufficiente un bisogno economico non è completamente soddisfatto, i prezzi della merce relativa salgono al disopra del loro valore, il capitale in questo ramo industriale rende un profitto superiore alla media, perciò vengono attratti i capitali dalle altre sfere di produzione ed incrementano il ramo industriale non sufficientemente sviluppato, finché i prezzi non ritornano all’altezza del valore reale, il che significa che la produzione soddisfa completamente il bisogno sociale. L’inverso avviene nel caso di una eccessiva produzione di merci al disopra del bisogno esistente. I prezzi calano, il profitto discende al disotto della media generale, perciò i capitali sono costretti ad emigrare da questo ramo industriale, finché la produzione dell’articolo in proposito corrisponde al bisogno sociale.
Accanto alla formazione di un saggio medio, il profitto rivela in regime di libera concorrenza un’altra tendenza della massima importanza economica. La sorgente del profitto è la utilizzazione della forza-lavoro dell’uomo. Mentre la parte costante del capitale impiegato nei mezzi di produzione e nelle materie prime riappare immutata nel valore delle merci, la parte variabile invece, che è impiegata nell’acquisto della forza-lavoro, produce un’aggiunta di valore in più, la cui forma concreta è appunto il profitto. Quanto più la concorrenza dei capitalisti costringe ad allargare l’apparato della produzione, cioè ad aumentare il capitale costante, tanto più limitato diviene in proporzione la parte di capitale variabile, dal quale soltanto sorge il profitto. In seguito a ciò cala costantemente il saggio del profitto, cioè il rapporto relativo fra la somma del profitto ed il totale capitale impiegato. Perciò il capitalista cercò dapprima di risarcirci con l’aumento costante della massa del profitto, ciò che era possibile soltanto con un continuo sviluppo della scala economica e con una progressiva diminuzione nei prezzi delle merci.
La cognizione di questo significato economico del profitto e della sua indispensabile necessità nell’economia delle merci, costituisce il punto di partenza per Marx e per Engels. Essi respingono sdegnosamente tutti i tentativi dei socialisti-piccolo borghesi come Proudhon, Rodbertus ed altri, di rendere «superfluo» il profitto per mezzo di una banca di scambio o simili istituzioni, senza abolire la sua condizione fondamentale, la produzione delle merci. Finché esisterà la proprietà privata e la società non sarà in condizione di regolare secondo un piano metodico la distribuzione delle forze produttive, non rimane altro che abbandonare tale regolamentazione al cieco comando della potente forza motrice dell’economia capitalistica che, al disopra della coscienza dei produttori, fra crisi e contrasti perpetui, stabilisce l’equilibrio delle forze economiche e della loro necessaria suddivisione sociale. Un intervento regolatore dall’esterno, che rifugga dall’intaccare la proprietà privata e voglia soltanto eliminare le sue conseguenze, nelle quali pure si ottiene questa proprietà privata e con le quali soltanto essa può mantenersi, doveva naturalmente apparire a Marx e ad Engels in questa fase dello sviluppo capitalistico, come una utopia reazionaria.
Da allora l’aspetto della società borghese si è cambiato nei suoi tratti essenziali e la verità degli insegnamenti economici, che Marx ed Engels propugnarono di fronte ai socialisti piccolo-borghesi del loro tempo, è divenuta frattanto una mezza verità da tutti riconosciuta. La tendenza alla diminuzione del saggio del profitto, che dominò il capitale nel regime di libera concorrenza ed il cui punto culminante venne raggiunto negli ultimi decenni del secolo scorso, costrinse finalmente il capitale a reagire. Si costituì dapprima una libera unione o «lega» dei capitalisti, per regolare i prezzi caso per caso, cioè per poter preservarsi dalla loro diminuzione. A poco a poco queste leghe divennero una istituzione stabile di cartelli commerciali e ricevettero la loro forma perfetta nei trusts, i quali non soltanto de- terminavano i prezzi, ma ponevano anche sotto il loro controllo la stessa direzione industriale di tutte le imprese riunite.
Cosa significa questo mutamento dal punto di vista economico?
Da una parte esso è il primo tentativo, timido ed insufficiente, della Società, di intervenire come cosciente fattore regolatore nell’incosciente ed automatico movimento delle sue forze produttive. Ciò che ai nostri antichi maestri, nell’epoca della libera concorrenza in cui si iniziò lo svolgimento della produzione capitalistica, doveva necessariamente apparire comune un’utopia piccolo-borghese la cui molto incerta realizzazione avrebbe soltanto arrestato il progresso economico, venne attuato poi dalla stessa pratica capitalista, veramente solo per aumentare le contraddizioni economiche e per intensificare lo sfruttamento del proletariato.
E con ciò noi arriviamo ad un altro lato di questa trasformazione capitalistica, il cui esame minuzioso non si trova purtroppo nella letteratura economica socialista. Generalmente si dice, ed anche dei teorici marxisti lo ripetono senza riflettere, che con i cartelli ed i trusts venne arrestata ed impedita la caduta del saggio del profitto. Questa è un’espressione superficiale che colpisce soltanto l’apparenza esteriore, ma non caratterizza la natura economica del fenomeno. La discesa del saggio del profitto è causata, come dimostrammo, da un continuo e sempre maggiore aumento del capitale costante in rapporto a quello variabile. Questo relativo aumento del capitale costante non è affatto cessato con il sorgere dei cartelli e dei trusts, anzi e per lo più aumentato. Sarebbe perciò un nonsenso il credere che il saggio del profitto sia salito od anche soltanto trattenuto nella discesa. Questa è una legge economica che non può venir abolita da nessun accordo sui prezzi, né da alcun ordine dei cartelli. Se i capitalisti per la loro organizzazione sono in grado di realizzare ancora degli elevati utili, ciò avviene perché malgrado la continua diminuzione del saggio del profitto, essi si risarciscono di tale perdita con un’altra forma di guadagno. Ciò che essi perdono per la diminuzione del profitto, lo compensano con l’aumento dell’extra-profitto.
Fra le categorie del profitto e dell’extra-profitto c’è una fondamentale ed essenziale differenza, alla quale i teorici del socialismo non hanno finora prestato quasi nessuna attenzione. La sorgente del profitto è il processo di produzione. Per il fatto che il salariato, oltre al lavoro necessario è costretto a fornire anche un plus-lavoro supplementare per il capitalista, egli produce il plusvalore, che de- dotto l’interesse, la rendita, ecc., costituisce il profitto capitalistico. Questo profitto è un elemento del valore della merce. Il capitalista non lo realizza con un arbitrario aumento del valore delle merci, come molti socialisti prima di Marx avevano supposto, ma proprio mirando al valore reale di esse, ed in rapporto al costo di produzione come un elemento interno del medesimo.
Contrariamente al profitto, l’extra-profitto ha la sua sorgente nel processo di circolazione, non nella fabbrica, ma sul mercato. II capitalista può conseguirlo soltanto vendendo la merce costantemente al disopra del suo valore reale, per il quale scopo appunto sono sorti i cartelli. Con la monopolizzazione del mercato di fronte all’importazione straniera, come pure con la premeditata limitazione dell’offerta, consumatori sono costretti a pagare la merce al disopra del suo reale costo di produzione. La differenza fra il costo di produzione ed il prezzo di monopolio costituisce l’extraprofitto1.
La più importante conseguenza di questo sorgere dell’extraprofitto è la definitiva e reale distruzione della reciproca dipendenza, finora soltanto apparentemente abolita, fra la produzione ed il soddisfacimento del bisogno sociale. II capitalista produceva anche prima per raggiungere un profitto e non per soddisfare un bisogno sociale. Tuttavia allora il profitto si poteva realizzare regolarmente e costantemente soltanto quando la sua produzione in complesso, dopo molti attriti, errori e crisi si adattava al bisogno esistente. Ora invece il capitalista può regolarmente raggiungere il suo extraprofitto, solo quando egli coscientemente e continuamente si sovrappone ai bisogni della società. Il prezzo di monopolio, e con esso l’extra-profitto, sale nella stessa misura della parte sempre maggiore di domanda che sul mercato rimane scoperta e del bisogno di una sempre più grande massa di popolo che rimane insoddisfatto.
II perseguimento dell’extraprofitto è l’ultima ed unica molla del capitale nello svolgimento del suo sistema di produzione. Poiché la produzione di articoli di consumo generale non costituisce una base adatta per la sua formazione ed il suo raggiungimento, la tendenza del saggio crescente dell’extraprofitto deve necessariamente determinare una graduale emigrazione dei capitali dalle branche industriali la cui produzione è diretta al soddisfacimento dei bisogni delle masse, ad industrie di lusso, di merci specializzate, nelle quali soltanto, la limitata cerchia di consumatori assicura il più elevato extraprofitto. II capitalismo doveva così necessariamente condurre la produzione sociale in una via senza uscita, non c’era una forza che potesse imporgli di fermarsi.
Questa forza è la classe operaia. Con il sorgere delle nuove forme di capitalismo le sue condizioni hanno subito un rovinoso cambiamento. In regime di libera concorrenza essa veniva sfruttata soltanto nel processo di produzione. L’aumento del salario doveva diminuire il plusvalore, poiché la merce doveva continuare ad esser offerta al costo immutato di produzione. Solo l’altezza del salario decideva la quantità di merci che l’operaio poteva consumare. La lotta sindacale che, con la diminuzione delle ore di lavoro e con l’aumento del salario, riduceva entro determinati limiti la produzione del plusvalore assoluto, rafforzava la tendenza del capitale alla produzione del plusvalore relativo con l’aumento della produttività e con il ribasso del prezzo delle merci. Così il sindacato non era soltanto un mezzo per il miglioramento delle condizioni di vita del proletariato, ma anche una potente leva del progresso economico.
Con la monopolizzazione della produzione per mezzo di cartelli e di trusts le cose sono cambiate. Si incominciò dalle industrie di materie prime che per tale organizzazione erano le più adatte.
Allorché i cartelli di materie prime riuscivano con una semilavorazione industriale a raggiungere un extraprofitto al disopra del costo di produzione, essi si vedevano costretti alla formazione di una lega onde poter riversare sui consumatori il supplemento imponibile e con ciò ottenere possibilmente anche il proprio extraprofitto. E cosi si continuò, fino a riversare l’extraprofitto sopra quei gruppi di consumatori, che oltre alla propria forza-lavoro non possedevano altra merce, con la cui vendita potessero liberarsi da tale peso; vale a dire, la classe operaia viene ora sfruttata non solo entro la sfera della produzione con il fornire per i capitalisti del lavoro non pagato, ma oltre a ciò anche nella sfera della circolazione, poiché essi devono pagare le merci indispensabili – i prodotti delle loro braccia – più di quello che importi il loro valore reale.
La più semplice reazione del proletariato a questo duplice sfruttamento del capitale era la lotta per un più elevato salario. Essa non aveva però alcuna influenza nella determinazione dei prezzi delle merci di consumo, Solo sul prezzo della forza-lavoro poteva influire fino ad un certo punto, attraverso i sindacati. Ma oggi questo metodo di lotta si manifesta sempre meno adatto per k raggiungere lo scopo. Anche quando gli riesce di ottenere un aumento di salario, questo non avviene a spese del plusvalore col rimanere fermo il prezzo delle merci, come avveniva per il passato. Nella maggior parte dei casi l’aumento del salario, oggi, viene conteggiato nel prezzo delle merci e l’operaio deve pagare per via indiretta, attraverso il mercato, lo stesso miglioramento del suo salario. Con l’abolizione della libera concorrenza, gli aumenti di salario per l’imprenditore, da una questione interna di abilità produttiva, sono diventati sempre più un problema di possibilità di traslazione esterna. Non il saggio del plusvalore con il rimanere immutati i prezzi delle merci, ma la potenzialità d’acquisto dei suoi consumatori con i prezzi aumentati costituisce oggi il limite per ogni aumento di salario.
Così la lotta del proletariato contro l’immiserimento andò a finire in un circolo vizioso. Ogni aumento di salario viene compensato ed annullato da un conseguente aumento dei prezzi. Ciò che si è guadagnato nel processo di produzione viene tosto nuovamente perduto nel processo di circolazione, e l’unico risultato della lotta è la crescente disorganizzazione della produzione. Ad ogni operaio appare evidente in queste condizioni, l’inutilità di un’azione sindacale limitata in sè stessa.
Si vede oggi, che il processo di circolazione del capitale costituisce una fonte di sfruttamento del proletariato ancor più forte che non il processo di produzione. Qui per lo meno il proletariato, con il suo sindacato, può opporre resistenza ad una diminuzione di salario. Nell’altro invece la costante riduzione del salario reale è abbandonata senza difesa. Non si avvicina dunque il momento di accettare la lotta contro il capitale anche nel campo della circolazione, di opporre un potente argine ai suoi sforzi per un crescente saggio di extraprofitto, e per questo scopo creare speciali organi d’azione?
Lo sviluppo capitalistico ha fatto anche qui un importante lavoro preparatorio. Il singolo imprenditore è già oggi limitato nella sua attività dal controllo di potenti cartelli. Non si potrebbe rivolgere contro di lui tale organizzazione e con una trasformazione sottoporlo al controllo di organi operai? Ciò che è competenza di un bureau dei cartelli, spetterà in definitiva alla centrale dei consigli industriali. E se il singolo capitalista ha già imparato a subordinare, spesso con grande renitenza, i suoi particolari interessi a quelli di un trust, la forza dell’organizzazione dei consigli industriali curerà che egli impari ad adattarsi ai bisogni generali della società. II controllo operaio ha provvisoriamente da compiere nel campo della circolazione delle merci un compito semplice, come i sindacati nel campo della produzione: limitazione dello sfruttamento. L’impresa capitalistica non diviene impossibile con la sua introduzione, ma obiettivamente essa viene attivamente combattuta nei suoi sforzi verso l’extraprofitto e preparata per la definitiva socializzazione.
Note
Il sistema di Taylor e la classe lavoratrice Pt.2
di S. L.
Accanto al contingente di lavoro anche il sistema del salario di Taylor compie un’importante funzione. Già Hasley e poi Rowan avevano elaborato un sistema di premi. Taylor però constato che questo sistema traeva seco specialmente due difetti. II primo, che il salario concordato è misurato su basi arbitrarie ed in conseguenza di ciò sorgono continui conflitti fra operai e datori di lavoro; il secondo che il guadagno dell’operaio è limitato, egli non può in nessun modo con tale sistema di premi guadagnare più del doppio del salario ordinario. Di nuovo nel sistema di Taylor c’è soltanto l’accertamento scientifico dell’unità di salario e la sua misurazione sulla base di studi sul tempo scientificamente condotti, per cui, secondo il parere di Taylor, le contese per il salario scompaiono; e poi che teoricamente non è posto al guadagno dell’operaio alcun limite massimo. A me sembra che con il sistema di Taylor nulla venga cambiato né possa cambiarsi nelle attuali condizioni. Nell’economia capitalistica la retribuzione del lavoro è una questione eminentemente pratica e non scientifica; essa viene influenzata dalla domanda e dall’offerta sul mercato del lavoro, e non potrà mai elevarsi, in modo duraturo, al disopra dei bisogni strettamente necessari del salariato. Un sistema giusto dovrebbe condurre direttamente sulla via del comunismo, poichè è giusto soltanto quel sistema nel quale l’intero prodotto del lavoro è assicurato ai lavoratori stessi.
Ma prescindendo da ciò, è del tutto incomprensibile perché proprio il sistema di Taylor debba impedire le contese per il salario, portare la pace industriale ed aumentare il piacere del lavoro. Anche qui ha ragione il Sachs, per il quale è del tutto insignificante se per la misurazione del salario si parte da un valore medio del lavoro, come è avvenuto finora, o da un limite massimo, come propone il Taylor. Tutto dipende esclusivamente da ciò quale salario si stabilisce come punto di partenza del calcolo e secondo quale scala si valuta il lavoro del momento. Nei sistemi adoperati finora questi due momenti sono arbitrari, ed in ciò Taylor non cambia quasi nulla. Il nuovo sistema ha invece uno svantaggio tutto suo particolare con la scelta del limite di valore come punto di partenza del calcolo, si è molto facilmente indotti a stabilire per il lavoro normale un salario molto basso.
No, era una ingenuità la credenza di Taylor che il suo sistema dei premi e del contingente di lavoro avrebbe condotto alla pace sociale. Non meno ingenua è l’osservazione di un suo fedele scolaro, di Rodolfo Seubert, «che nessuno più disconosce che il sistema di Taylor è chiamato ad eliminare i contrasti, riconosciuti finora come naturali, fra operai e datori di lavoro». Non è con piacere che io privo qualcuno delle proprie convinzioni, perciò Dio ed il signor Seubert siano clementi verso di me se ho dei fondati dubbi, che le profonde differenze d’interessi esistenti nell’attuale sistema economico fra operai e capitalisti possano essere eguagliate con una norma d’organizzazione. Certamente può essere, che gli operai delle industrie taylorizzate siano contenti al massimo grado del nuovo sistema e che nel tempo della sua efficacia nelle fabbriche suddette non abbia luogo alcun sciopero; ma essi non considerano affatto le conseguenze che derivano dall’azione sociale del sistema quando esso dovesse venire generalizzato, ciò che Taylor ed i suoi scolari veramente hanno considerato. Fintanto che il sistema di Taylor rappresenta la comunanza di interessi di un piccolo gruppo di lavoratori, i quali hanno abbandonato il terreno della solidarietà di classe e godono di un guadagno di molto superiore al salario medio, senza aver coscienza delle conseguenze della loro maggior fatica, è naturale che in queste industrie non avvengano scioperi, sebbene gli operai con altri mezzi vengano effettivamente sfruttati senza alcuna considerazione. Però con la generale applicazione del sistema, e naturalmente devesi considerare il complesso del fenomeno da questo punto di vista, il salario eccezionale discende verso il salario medio, perché le fabbriche taylorizzate non godendo più di una posizione privilegiata, sia perché detta organizzazione si è generalizzata, sia perché già rovinate da una disperata concorrenza con le industrie taylorizzate, naturalmente non possono più pagare alcun salario eccezionale ed il conflitto ricomincia di nuovo. In caso di esito sfavorevole della lotta esse danneggiano soltanto l’operaio, poichè il sistema è ormai basato sul massimo lavoro, dal quale non si potrà sottrarre la minima parte sebbene siano cadute le premesse (elevati salari) sotto le quali esso venne introdotto.
Anche la illimitata possibilità di guadagno è soltanto teorica. E qui Taylor cade in contraddizione con se stesso. Da una parte, avviene che la mancanza di piacere nel lavoro e l’infingardaggine risorgono, poiché la maggior parte dei datori di lavoro stabiliscono in precedenza quanto vogliono lasciar guadagnare al massimo all’operaio, ed è del tutto indifferente che essi lavorino a tempo ed a cottimo. Gli operai hanno fatto ripetutamente la triste esperienza, che con l’aumento del lavoro il salario viene immediatamente aumentato, ma quando il lavoro aumentato è divenuto stazionario, il guadagno che solo temporaneamente si è elevato, tosto ricade al primitivo livello.
II suo sistema offre teoricamente con il salario differenziale la possibilità di un guadagno illimitato. In pratica però la cosa appare diversamente, poiché ecco ciò che avviene: «Ora, noi abbiamo constatato con una serie di esperimenti e di minuziose osservazioni, che certi operai, ritenuti diligenti e regolati, anche se, con l’assegnamento di un contingente giornaliero di lavoro ben calcolato e con le loro maggiori fatiche, elevano il salario normale di circa il 60 per cento, non soltanto divengono più casalinghi, ma sotto ogni rapporto anche maggiormente utili per la società, vivono molto meglio, cercano di risparmiare, divengono sobri e lavorano regolarmente. Se però il loro salario viene aumentato di più del 60 per cento, spesso essi lavorano irregolarmente, inclinano più o meno verso la sfiducia, lo sperpero e la ricerca del piacere. Le nostre ricerche mostrano in altre parole che per lo più non v’è alcuna felicità in un rapido arricchimento».
Abbiamo voluto soltanto nuovamente indicare e stabilire la grande distanza che corre fra la teoria di Taylor e la sua pratica secondo cui la possibilità di guadagno è limitata al 60% sopra il salario normale. E poiché questo salario con la diffusione della taylorizzazione nelle industrie, diverrebbe il salario medio, Taylor non ha fatto un solo passo al di là della «legge di bronzo», come se essa stessa non fosse quasi impossibile nel sistema capitalistico. E’ deliziosa la commovente apprensione di Taylor per le pessime conseguenze di un rapido arricchimento degli operai. Questo ipocrita mascheramento delle necessità economiche con le cosiddette scientifiche constatazioni sperimentali è veramente ripugnante. Per i capitalisti, evidentemente, egli non si preoccupa degli effetti dannosi di un tale arricchimento, poiché egli vuole far salire illimitatamente il profitto dell’imprenditore.
***
Un altro fattore per raggiungere il risultato atteso da Taylor, è la scelta degli operai adatti per un dato lavoro. Egli segue il principio di non trattare i lavoratori in massa, ma di portare ogni singolo alla massima utilizzazione della sua forza ed alla prosperità. Ogni operaio deve venire impiegato in quei lavori ai quali è più adatto per le sue qualità fisiche e psichiche. Va da sé che tali ricerche psicotecniche, l’esame scientifico dell’adattabilità professionale, non possono avere che un valore medio. Noi dobbiamo però di nuovo sollevare la questione, come appare questo principio in sé giusto nella pratica capitalistica. Frenz informa che quando un operaio si rifiuta o non è materialmente in condizione di fornire un determinato massimo di lavoro viene licenziato. Si assume un altro lavoratore e si ripete il tentativo finché se ne trova un numero sufficiente per un determinato lavoro. Taylor stesso dice in un suo brano: «Sebbene un solo uomo su otto sia adatto per questo lavoro (scaricare), noi troviamo senza fatica un numero conveniente di persone come ne abbiamo bisogno; un certo numero si trova sullo stesso lavoro e gli altri nello stesso ambiente».
Finché soltanto una o poche industrie lavorano secondo il sistema di Taylor, i sette operai su otto che devono venire licenziati perché il loro «coefficiente personale» non risponde ad un dato lavoro, forse trovano da occuparsi in altre industrie e forse no, ed allora aumentano il numero dei disoccupati, ingrossano l’esercito di riserva industriale. Però noi dobbiamo porre di nuovo la domanda: Che cosa accadrà a questi lavoratori, se il sistema di Taylor trova una diffusione generale? Che cosa accadrà ad essi in un ordinamento sociale, nel quale domina una falsa ed ipocrita umanità che non riconosce alcun sentimento nei grandi problemi economici? Si obbietterà che ogni uomo è idoneo ad un qualche lavoro; si deve soltanto trovare il lavoro adatto per lui, anche quando questo è un lavoro leggero.
Tali obbiezioni non reggono. In pratica ciò non avviene per chi è idoneo ad un qualche lavoro, ma solo per chi, date le proprie qualità corporali e spirituali particolarmente adatte, è unilateralmente qualificato. L’uomo medio non specificatamente qualificato, non potrà perciò sostenere la concorrenza di coloro che in virtù della loro speciale capacità sono in condizione di fornire il massimo di un dato lavoro. Finché si troveranno di questi operai, nessun capitalista intelligente – e quale capitalista non è in ciò abbastanza intelligente? – impiegherà dei lavoratori medi. Dove dovranno andare questi ultimi? E’ chiaro che con la generalizzazione del taylorismo questi sarebbero condannati ad una continua disoccupazione ed abbandonati alla miseria. Lavori leggeri poi, nel sistema di Taylor non ce ne sono. Anche quei lavori per sé stessi meno posanti, con l’elevazione del contingente giornaliero di lavoro vengono portati all’altezza dei più gravosi. Finché dunque il sistema avrà la possibilità di trovare sempre nuovi operai vigorosi, soltanto questi esso impiegherà.
Ed ora veniamo alla questione della divisione del lavoro in materiale ed intellettuale. Una base fondamentale del sistema di Taylor è, come è noto, la separazione del lavoro puramente meccanico di esecuzione dal lavoro di pensiero e di riflessione che prepara il primo. II prof. Wallich dice che questo lavoro per le opere che si ripetono sempre nello stesso modo, deve essere fatto per intero una volta sola dagli impiegati a ciò particolarmente adatti ed incaricati nell’Ufficio del lavoro della fabbrica: in conseguenza di ciò all’operaio non deve venir spesso cambiata la consueta attività. Nessun spreco di tempo deve esser causato con un inutile lavoro di riflessione continuamente ripetuto, sopra cose per le quali la migliore soluzione è già trovata sulla base di ricerche e di studi.
Ma con ciò non si tratta semplicemente di un ulteriore sviluppo del principio della divisione del lavoro, sebbene già tale divisione del lavoro faccia sorgere delle importanti considerazioni. La monotonia dell’attività dell’operaio è già oggi motivo di giuste lagnanze. Quali saranno i risultati, quando non solo il lavoro stesso si specializza nelle sue più piccole parti ed il modo d’esecuzione del lavoro è esattamente stabilito in un carta d’istruzione, ma anche il tempo nel quale il lavoro deve essere eseguito è rigorosamente stabilito? Un’adatta istruzione, un ammaestramento dell’operaio su i metodi razionali di lavoro è molto desiderato e senza dubbio molto ci sarebbe da fare in questo campo. Il sistema di Taylor però non istruisce gli operai su i migliori metodi di lavorazione, non sviluppa l’intelligenza, la cultura tecnica, l’iniziativa, esso non persegue la spiritualizzazione del lavoro. Al contrario lo materializza, uccide ogni moto del pensiero nel lavoratore, rendendolo un automa ed abbassandolo al grado di una macchina. Poiché l’operaio riceve le prescrizioni del lavoro senza motivazione e discussione sul risultato completo, egli non impara a creare indipendentemente un qualche metodo di lavoro e per lo più egli non ha le cognizioni generali necessarie a ciò. Taylor gli porta via anche quella piccola misura di direzione spirituale, sulla quale finora poteva contare.
Trascuriamo la questione dell’utilità di una divisione così rigorosa dell’elemento materiale e spirituale del lavoro fra impiegati ed operai da un punto di vista puramente tecnico. Un competente, il capo ingegnere Gustavo Frenz, sosteneva che una sottodivisione è immaginabile soltanto nelle fabbricazioni in massa nella costruzione delle macchine, ad esempio, l’operaio prima dell’inizio del lavoro, impiegherebbe più tempo nello studio delle prescrizioni che non nelle proprie riflessioni.
Il pensiero di Taylor dello studio scientifico della tecnica del lavoro umano, allo scopo di renderlo razionale e di creare dei rapporti più ragionevoli, più giusti e più economici fra il risultato del lavoro e l’energia umana in esso adoperata, è un pensiero prezioso al quale si deve senz’altro aderire. Le leggi trovate con tali ricerche scientifiche devono però con i mezzi opportuni essere rese chiare agli operai, così questi impareranno i metodi giusti da adoperare. Quando la direzione della fabbrica prescrive una certa misura tecnica, ad esempio con quale velocità media si deve far correre una macchina, di quali aiuti l’operaio deve servirsi per eseguire il lavoro nel tempo minimo, ciò è certamente conveniente. Ma una completa materializzazione del lavoro, quale e la caratteristica del sistema di Taylor, è un crudele superamento dei giusti limiti del principio della divisione del lavoro. Un Michelangelo anche nel costruire un appoggiapiedi, potrebbe trovare l’occasione per provare una sensazione artistica, un Carlo Liebknecht ha potuto scrivere sopra un cartoccio di colla, che egli doveva fare in carcere, che in questo noioso lavoro poteva studiare la natura della tecnica, la psicologia dell’invenzione, l’idea dell’abilità. Ma un uomo medio, con una completa meccanizzazione del lavoro spiritualmente e fisicamente intristirà. Qui si adattano le parole di Herzl: Questo secolo mi è apparso come una grande fabbrica nella quale degli uomini infelici servono degli apparati ingegnosi.
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Facciamo ora un po’ di bilancio del sistema di Taylor. Taylor promette maggior salario per gli operai, maggiori utili per gli industriali, aumento della produzione e con ciò diminuzione dei prezzi per la collettività.
Nelle industrie taylorizzate gli operai in generale guadagnano faticosamente dal 30 al 50% più degli altri loro compagni di lavoro.
La produzione è effettivamente aumentata, ma per la collettività evidentemente ciò non significa quasi nulla. Nel sistema capitalista, finché la produzione non supera l’intera domanda, i prezzi non vengono regolati dai costi di produzione più bassi, ma da quelli più elevati. Nel caso invece che la superi, i prezzi sono determinati dai costi di produzione medi, supposto che la produzione non sia controllata nelle sue singole branche. Questo per lo più sarà il caso anche nella produzione taylorizzata, poiché appunto i potenti trusts, in prima linea devono assumere su di sé le grandi spese d’introduzione del nuovo sistema. Con l’organizzazione della produzione a base di trusts, si determina per essi una situazione di monopolio che consente loro di fissare i prezzi in modo tale da ricavare il guadagno capitalistico più elevato possibile.
Taylor stesso ha osservato ciò in pratica. Il trust dell’acciaio non ha ridotto i prezzi, nonostante abbia fatto enormi risparmi con l’introduzione del nuovo sistema. Quando però il sistema di Taylor venisse generalmente introdotto e non esistesse alcun controllo della produzione, allora con l’aumento della produzione e la diminuzione delle spese d’impianto, i prezzi dovrebbero veramente cadere.
Però in questo spietato sistema del capitalismo non è possibile sottrarsi alla legge di bronzo dei salari. Il ribasso dei prezzi porta necessariamente ad una diminuzione di salari, di nuovo dunque i lavoratori non hanno alcun vantaggio dall’aumento della produzione; essi possono acquistare a buon mercato proprio la stessa misera quantità di beni che prima pagavano a più caro prezzo. In conclusione per i lavoratori rimane solo l’aumento del lavoro.
Infine Taylor promette agli industriali un maggior profitto. Realmente questa promessa si realizza senz’altro, finché il nuovo sistema rimane isolato a qualche singola industria, che per questo viene a trovarsi in una posizione di privilegio, per quanto attenuato in principio dalle elevatissime spese d’introduzione. Finché queste industrie, in rapporto alle altre possono produrre a più buon mercato, la differenza rimane ad esse, come nella rendita fondiaria differenziale, sotto la forma extraprofitto. Ma quando il sistema viene generalizzato, si eguagliano le condizioni, i prezzi si modificano secondo i nuovi costi di produzione ed il profitto differenziale scompare.
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Quando, nonostante tutto ciò, noi ascriviamo ai principi di Taylor una grande importanza nella produzione sociale, lo facciamo in considerazione della realtà già stabilita, che nelle industrie taylorizzate la produzione è più elevata che non nelle altre industrie. Questa maggiore produttività è dovuta senza dubbio in gran parte ad un più intenso sfruttamento della mano d’opera ed al reclutamento di una élite operaia, ma in parte anche ai reali vantaggi dei metodi industriali scientifici. Solo perché il sistema è posto a servizio degli interessi economici privati, scompare per la collettività il vantaggio obbiettivo, che molti dei principii di Taylor realmente racchiudono in sé. In un ordinamento socialista della produzione risalterebbero perciò tutti i vantaggi di un’elevata produzione, di un’economia razionale della forza umana per il bene dei lavoratori. In ciò consiste appunto l’importanza del taylorismo per la produzione sociale.
II sistema del lavoro di Taylor ed il suo sistema del contingente e dei premi sono indipendenti l’uno dall’altro. Quei principii che realmente portano un incremento della produzione, possono venir attuati in un ordinamento economico nel quale non il profitto, ma il bisogno è la determinante della produzione, senza costringere l’operaio ad un aumento della propria fatica. Questi principii sono :
- Le ricerche scientifiche dei metodi e della tecnica del lavoro umano, per trovare la legge dell’utilizzazione economica della forza umana, l’opportuno perfezionamento e normalizzazione degli strumenti e delle condizioni di lavoro.
- Lo studio sistematico della migliore organizzazione interna di ogni singola fabbrica, la più opportuna divisione del lavoro e del servizio d’istruzione e di sorveglianza.
- L’esame di adattabilità professionale e l’ulteriore sviluppo della psico-tecnica adoperata. (Distribuzione delle professioni in gruppi corrispondenti alle loro differenze psichiche; esecuzione di esami di adattabilità e consigli professionali psicologici ed etici, ecc.).
- L’esame delle manifestazioni di spossamento e determinazione della legge del tempo opportuno di lavoro e delle pause di riposo.
E indubitato che l’attuazione di questi principii è particolarmente adatta per creare un lavoro razionale ed aumentare la produttività. La grande utilità del sistema di Taylor sta in ciò, che egli ha insegnato con i suoi principii e metodi, ciò che fin’ora si è applicato in modo incompleto od inesatto. Perciò è indifferente che essi siano nuovi o no, poiché Taylor ha perfettamente ragione quando dice che i metodi industriali e di lavoro secondo basi scientifiche non richiedono in modo necessario grandi invenzioni e scoperte di nuovi fatti che facciano epoca. Essi richiedono soltanto una combinazione di singoli momenti, ciò che prima non esisteva, vale a dire: raccogliere, analizzare, raggruppare il sapere ereditario, rilevarne leggi e regole, così che diventi una vera scienza. Quando un taylorista non soltanto ci dimostra che il mestiere del muratore già fin da molto tempo prima della nascita di Cristo adoperava strumenti e metodi di lavoro che si adoperano ancora oggi, ma con studi scientifici minuziosi ci indica anche le regole di una giusta tecnica del lavoro e costruisce degli attrezzi più adatti, in certo qual modo sviluppa una scienza del muratore, la quale rende possibile una molteplice produttività del lavoro, come ha fatto Gilbreth; quando con la costruzione di nuovi tipi di strumenti si raggiunge un più rapido lavoro, quando scientificamente si ricercano le leggi dello spossamento, quelle del tempo e delle pause di lavoro, del lavoro straordinario e di quello notturno, di quello delle donne e dei bambini, come Taylor, Parsons, Münsterberg e molti altri hanno fatto; quando con degli studi psico-tecnici si ricercano le condizioni fondamentali per un scientifico esame dell’adattabilità professionale e quando tutto ciò viene raccolto e sviluppato in un sistema unitario, ciò costituisce innegabilmente una grande opera ed un grande servizio di Taylor.
Un’altra cosa è l’attuazione di questi principii nella pratica. Taylor stesso dice, che i nuovi principii diverranno efficaci, soltanto quando si sarà verificato un completo cambiamento nella concezione di dovere, lavoro e responsabilità. Si deve creare una nuova atmosfera spirituale per poter realizzare le nuove idee e conquiste scientifiche senza la sferza di un rovinoso sistema di salari. Nel sistema capitalistico ciò è assolutamente escluso. Non fu possibile quando le masse ancora credevano alla necessità dell’ordinamento capitalista, ancora meno lo è oggi, in cui questa credenza è distrutta i lavoratori sono arrivati alla concezione che nell’attuale sistema tutte le grandiose conquiste tecniche e scoperte scientifiche hanno facilitato o una loro maggior fatica giornaliera o la loro miseria. Il capitalismo non può più ottenere dalle masse il piacere e la volontà di lavoro necessaria e perciò si è già in un terreno inadatto per lo sviluppo del taylorismo. Dove il sistema di Taylor venne introdotto nel sistema capitalista, egli condusse soltanto ad un sempre più raffinato sfruttamento degli operai e ad un aumento del profitto. Perciò è giusto che gli operai si oppongano con tutti i mezzi ad ogni tentativo di introduzione dei metodi di Taylor nelle industrie private, ed in prima linea del sistema dei premi.
Altra cosa invece avviene in un ordinamento socialista della produzione, dove è escluso ogni profitto privato ed ogni aumento della produzione serve immediatamente ad elevare le reali condizioni di vita dei lavoratori. Solo un tale sistema determinerà il necessario cambiamento psicologico nelle masse lavoratrici ed assumerà anche su di sé i sacrifici materiali dell’organizzazione per l’istituzione di metodi industriali scientifici. Soltanto un sistema economico socialista può creare su vasta scala le premesse spirituali e materiali a ciò necessarie.
In Russia il taylorismo non è ancora praticamente introdotto nelle industrie, poiché nello stadio iniziale della dittatura e finché l’allentarsi della disciplina del lavoro, inevitabile in ogni periodo rivoluzionario, non sia eliminato, un tale esperimento soltanto in parte potrebbe influire sulla produzione. Nel primo tempo del periodo di dittatura sarebbe assolutamente errato un tentativo di introduzione dei metodi industriali di Taylor. Soltanto dopo il rafforzamento della disciplina del lavoro essa potrà aver luogo.
Pur tuttavia noi sentiamo già parlare in Russia di misure preparatorie dirette all’attuazione di metodi industriali scientifici. A Mosca si è creato un Istituto psicotecnico, ed un recente ufficio d’informazioni annunziava l’istituzione di un laboratorio d’armi a Pietroburgo per l’esame delle condizioni di spossamento degli operai. Altri uffici informano che a Mosca dal 20 al 26 gennaio 1921, sotto la presidenza di Trotzky, si tenne un congresso per l’organizzazione scientifica del lavoro. In questo congresso vennero discusse le possibilità della realizzazione del taylorismo nell’attuale stadio dell’economia russa. L’accademico Bechterew parlò sulla razionale utilizzazione della forza-lavoro dell’uomo, Dubelin sull’organizzazione scientifica della produzione ed il professor Tschelganoff sui compiti della psicologia del lavoro. Possiamo quindi ritener per certo, che in Russia col consolidarsi delle condizioni politiche ed economiche, anche la direzione scientifica dell’industria verrà posta in valore.
Noi abbiamo indicato il sistema del contingente e dei premi come inumano e rovinoso per gli operai. Si obbietterà forse, che il contingente di lavoro ed il premio sono introdotti anche in Russia. In realtà è così, ma non è la stessa cosa. Poiché nel sistema capitalista, nelle industrie taylorizzate il contingente è stabilito sulla base del massimo lavoro del migliore operaio ed il premio è pagato per il raggiungimento di esso, nella Russia dei Soviet invece, tenuto conto delle anormali condizioni del presente, esso è stabilito e sorvegliato dalle stesse organizzazioni degli operai sulla base della produttività media, ed il tempo normale è fissato con l’intensità media delle macchine. Ed il suo scopo è soltanto il mantenimento su di una giusta via della disciplina del lavoro nell’interesse di tutti i lavoratori. (Confrontare: Disposizioni generali del lavoro della Federazione professionale dell’industria tessile. Stampato da Alfonso Goldschmidt «L’organizzazione economica della Russia dei Soviet», pag. 174 e seg.). Questo è certo un contingente di lavoro, ma sulla base del lavoro medio dell’operaio medio, mentre il contingente di Taylor si basa sul lavoro massimo del miglior operaio qualificato. Perciò ha ragione Bucharin quando dice che, chi non eseguisce con la migliore energia la norma stabilita dalle organizzazioni operaie, è un sabotatore.