حزب کمونیست انترناسیونال

Spartaco 1965/I/30

Lo sciopero è un'arma di lotta della classe operaia, non un diritto costituzionale

Di proposito abbiamo voluto contrapporre il nostro titolo a quello del recente numero di settembre di Rassegna Sindacale, organo della CGIL, il quale suona appunto: «Il diritto di sciopero non si tocca».
Si sa che l’art. 40 della Costituzione della Repubblica borghese italiana prevede il «diritto di sciopero», e testualmente dice: «Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano».
Da quando esiste la società divisa in classi, e quindi esistono le classi, lo Stato, e cioè un apparato di tutela di interessi e privilegi, e di repressione degli atti di sovversione contro questi privilegi e i loro organi di tutela, – esiste anche il Diritto.
Il Diritto si estrinseca in leggi, ovvero in disposizioni di fare o non fare certe cose, in diritti attivi e passivi. L’insieme di questi diritti forma appunto le leggi dello Stato. Si badi bene: leggi dello Stato, che significa dello Stato borghese, a meno che, nel carnevale odierno, basti la maschera democratica per far sparire la sporca natura capitalista dello Stato non solo italiano ma di qualunque altro paese.
Le leggi difendono lo Stato; difendono quindi gli interessi di classe che questo Stato rappresenta: gli interessi del capitale, delle classi borghesi, delle classi non proletarie.
Significa questo che «il diritto di sciopero» difende la proprietà privata, la classe e gli interessi borghesi, dei padroni, dei capitalisti? Certo! Il «diritto di sciopero» assolve a questa vergognosa funzione; il «diritto», però; non lo sciopero. Allo stesso titolo che difende lo Stato borghese qualsiasi legge, per «buona» che possa sembrare. Normalmente, una legge in quanto è più «popolare», tanto più serve a proteggere la proprietà privata; nella misura che «interessa» strati più vasti, essa li corrompe e tenta di invischiarli nell’opera di puntellamento dell’ordine costituito.
Non a caso, quindi, la Centrale confederale e i partiti opportunisti che la dirigono si appellano alla Costituzione, Legge generale dello Stato demo-papalino -, alle leggi, al diritto. Non per ventura costoro sono i primi a strillare quando un «diritto» è concusso, una legge elusa, la sacra Costituzione non rispettata. Essi sono i difensori del «diritto».
Ma come può stare insieme il diritto con lo sciopero? Come può andar d’accordo il precetto (diritto-legge) di sabotare lo Stato, con il diritto di questo Stato a salvaguardare gli interessi delle classi che esso rappresenta? È un mistero, che si svela soltanto scendendo dalla enunciazione astratta alla constatazione concreta.
Per avere un’idea precisa di che cosa intendano per sciopero i partiti opportunisti e i bonzi sindacali di ogni colore, basta ricordare il modo come essi concepiscono lo sciopero, e con quali criteri lo dirigono.
Il criterio con cui essi indicono gli scioperi, quando osano proclamarli, è una guida precisa per intendere la loro filosofia dello sciopero. Lo sciopero, intanto, deve essere secondo loro «regolato da leggi», come prescrive la Costituzione borghese. Quindi, essi ammettono implicitamente che lo sciopero è soggetto a regole che emana lo Stato borghese e non la classe proletaria. In questo modo la Costituzione potrebbe addirittura prevedere la «rivoluzione», in quanto le regole del suo effettuarsi sarebbero in mano e nella volontà della controrivoluzione. Di conseguenza il precetto «rivoluzionario» sarebbe semplicemente nullo, dato e non concesso che la rivoluzione (senza virgolette) possa obbedire alle leggi dello Stato borghese, al diritto e a simili facezie. Se quindi il sindacato, e i cosiddetti partiti proletari, accettano lo sciopero limitato dal diritto, cioè dalla legge borghese, dagli interessi padronali, ciò significa che costoro accettano di usare uno strumento se ed in quanto questo strumento non colpisca gli interessi borghesi, e, non colpendo questi interessi, non serva a tutelare gli interessi dei lavoratori in quanto classe, ma al massimo quelli di strati di lavoratori privilegiati, e con scopi che nulla hanno a che vedere con l’avanzata del «socialismo», – come lor signori erano usi chiamarla alcuni anni fa quando anche il linguaggio politico non era completamente scaduto al livello del triviale dialogo democratico.
Qui potrebbe sorgere, da parte dei difensori del «diritto di sciopero», una obiezione. Essi, citando l’articolo confederale, potrebbero sostenere che il «diritto di sciopero» deve essere «regolato», non «limitato», e che le «regole» devono essere «autonomamente» stabilite dai sindacati e non dal Governo, come per esempio hanno recentemente stabilito i Sindacati dei ferrovieri.
Certo, lo sciopero (e non il «diritto», sebbene i bonzi insistano sull’aspetto legale) deve essere condotto con regole, se così deve intendersi il regolare lo sciopero; cioè esso deve soddisfare gli interessi proletari, e nessuno meglio di noi comunisti sa quanto sia importante la organizzazione rivoluzionaria delle masse operaie. Organizzare uno sciopero, infatti, significa disporre le forze proletarie nelle condizioni migliori per raggiungere non solo un risultato immediato, ma anche e soprattutto per unificare la classe operaia contro le classi borghesi, colpendo gli interessi economici, sociali e quindi politici del capitalismo. Si veda, al contrario, quali sono le «regole» «autonomamente» scelte dai Sindacati ferrovieri: «Le organizzazioni sindacali, conscie della delicatezza del servizio pubblico affidato ai lavoratori delle ferrovie, si sono sempre ispirate ad un profondo senso di responsabilità, sia nella proclamazione che nella condotta delle azioni sindacali. I sindacati, qualora dovessero proclamare uno sciopero, ne informeranno l’opinione pubblica mediante comunicati stampa e ne daranno comunicazione all’azienda ferroviaria almeno otto giorni prima della data fissata per l’effettuazione, citandone le modalità di esecuzione».
Ma queste che vengono chiamate ipocritamente «regole», sono in realtà delle limitazioni vere e proprie, e peggio sono delle vergognose auto-limitazioni. I Sindacati non attendono l’intervento dello Stato a «regolare», a limitare l’azione dello sciopero, ma prevengono questo intervento imponendo essi stessi, i cosiddetti rappresentanti dei lavoratori, l’adozione di regole che, anziché prevedere il sabotaggio del nemico, il padronato (e padrone è anche lo Stato), sabotano in partenza la lotta operaia. Avvertire con anticipo di otto giorni la direzione aziendale, significa dar tempo all’azienda di approntare i mezzi di difesa che riterrà più opportuni, organizzare il crumiraggio e la corruzione tra le masse lavoratrici e i capi sindacali, informare le forze repressive dello Stato, polizia e gendarmeria; significa, infine, aperta collusione tra capi sindacali, direzioni aziendali e rappresentanti dello Stato borghese.
Ecco che cosa sono le «regole», invocate dai confederali! Queste «regole» sono pronti a sottoscriverle anche i padroni, perché non ledono i loro interessi, anzi li preservano mettendoli al riparo dai famosi «atti inconsulti dei soliti mestatori», vale a dire dei proletari che sono stanchi di farsi menare per il naso dai loro dirigenti infedeli e di farsi mettere sotto i piedi dai loro infami padroni.
Lo sciopero così «regolato», appare chiaro a tutti i proletari che non hanno gli occhi bendati, non è più un’arma di lotta, ma una semplice astensione dal lavoro, una mera protesta «civile», una dimostrazione «pacifica», un corteo composto e ordinato, anche se spesso e volentieri ferocemente attaccato dalle forze dell’ordine borghese, o, se più piace ai bonzi, del diritto borghese. Lo sciopero così guidato è una piagnucolosa petizione di masse inermi disorientate dalla politica demo-opportunista, affinché i padroni e le direzioni aziendali siano «comprensive», «democratiche» e «rispettose dei diritti dei lavoratori». Rivendicare il riconoscimento e il rispetto di questo «diritto» equivale dunque a rivendicare la sconfitta perenne della classe operaia, la sua perpetua subordinazione allo Stato capitalista, il suo infeudamento ai partiti opportunisti, alle direzioni capitolarde dei sindacati. Questo «diritto», i proletari rivoluzionari lo calpesteranno sempre. Il giorno in cui la classe operaia leverà il pugno contro la mistificazione del «diritto di sciopero» per proclamare lo sciopero di classe contro la società capitalistica, sarà anzi il giorno della ripresa della lotta rivoluzionaria. Si vedranno, allora, bonzi sindacali e padroni, gendarmi e governanti, reclamare il rispetto della legge e tentare d’imporlo con la forza. Lo sciopero, allora, non basterà più: la parola sarà alle armi.