La “distensione”, aspetto recente della crisi capitalistica (Pt.3)
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Nei due articoli precedenti abbiamo cercato di individuare, volendo renderci conto delle cause determinanti della svolta della cosiddetta distensione, i fattori obbiettivi della “guerra fredda”. Il nostro assunto è che la “guerra fredda” ha rappresentato, o meglio ha reso evidente, l’insopprimibile crisi dell’imperialismo capitalista, rimasta insoluta nonostante il massacro della seconda guerra mondiale. Ma noi sosteniamo che anche la “distensione” è un aspetto della crisi permanente del capitalismo, un nuovo modo di porsi delle ineliminabili contraddizioni della società borghese. La “guerra fredda” scaturì da un generalizzato sconvolgimento sociale e politico che, nell’immediato dopoguerra e negli anni seguenti, ebbe per teatro i paesi meno sviluppati e gli immensi imperi coloniali posseduti dalle potenze imperialistiche dell’Europa Occidentale. La rivoluzione afro-asiatica, cui si affiancarono i moti antimperialisti dell’America Latina, costrinse le potenze imperialistiche uscite vincenti dalla guerra – gli Stati Uniti e la Russia staliniana soprattutto – a rimettere in discussione i piani di divisione del mondo varati a Yalta e Potsdam nel 1945. I trattati firmati in quelle sedi avevano per oggetto un mondo che, almeno per quanto riguarda l’Asia, l’Africa e gran parte della stessa America, cominciò a cambiar radicalmente fin da quando gli eserciti russo e americano si incontrarono nel cuore della Germania hitleriana.
Ribattendo il chiodo
Il terremoto sociale e politico prodotto dalla rivoluzione anticoloniale – che sopprimeva all’interno dei paesi ex coloniali le strutture semi-feudali lasciate in piedi dal colonialismo, mentre alterava profondamente l’equilibrio internazionale creando numerosi Stati indipendenti – doveva essere per gli Stati Uniti e la Russia, alleati di guerra e depositari del nuovo ordine postbellico, fonte di gravissimo dissidio. Gli imperi coloniali erano oramai delle enormi e sterili appendici per le metropoli – la Gran Bretagna come l’Olanda, la Francia come il Belgio o il Portogallo – che la guerra aveva economicamente rovinate e ridotte ad una posizione di secondo e terzo ordine. Ma era difficile immaginare per la Russia di Stalin a quale grado di strapotenza produttiva, militare, e politica sarebbero assurti gli Stati Uniti, qualora fosse riuscito all’imperialismo americano, già rigurgitante di capitali in cerca di impiego, di saldare alla macchina produttiva metropolitana i vasti spazi vuoti che la rivoluzione anticoloniale andava aprendo all’industrializzazione? E come potevano gli imperialisti americani non presagire che l’espandersi dell’influenza economica e politica dell’alleato-rivale russo, a seguito della nascita dei nuovi regimi nazional-democratici in Asia e in Africa e dei sussulti anti-statunitensi nell’America Latina, avrebbe favorito la crescita della potenza russa?
Non dai “ripensamenti” dei politici americani desiderosi di porre rimedio agli “errori” di Roosevelt e non dal presunto “ritorno” di Stalin e del “comunismo moscovita” alla lotta rivoluzionaria di classe scaturì dunque la “guerra fredda”, ma dal turbamento prodotto nei rapporti russo-americani dalla dissoluzione degli imperi coloniali, che decretava la fine inappellabile della vecchia Europa colonialista, introduceva nella giungla internazionale nuovi Stati con origini e interessi diversi e spesso contrastanti e comportava una revisione profonda (e di qui le lotte interne nei blocchi, come il maccartismo in America e la repressione anti-titoista nelle “democrazie popolari”) della strategia politica degli opposti imperialismi.
Se ne deve dedurre che il mondo borghese, pervenuto alla “distensione”, è riuscito con ciò a superare una crisi profonda? È certo che la “guerra fredda” rappresentò una crisi profonda del capitalismo e, se non ebbe sbocchi rivoluzionari, ciò accadde perché mancò un vero partito internazionale comunista fondato sui principi rivoluzionari del marxismo. Ma la “distensione” mentre sana una crisi, ne apre una altra, più profonda e insanabile. È anzi più realistico affermare che la “distensione” si presenta come la incubatrice della futura crisi universale della società borghese, e questa riporrà alle masse sfruttate di tutto il mondo il dilemma: rivoluzione o terza guerra mondiale. Sì, non la “guerra fredda”, ma proprio la “distensione”, prepara la guerra mondiale.
Finché erano rivali, Stati Uniti e Russia lavoravano accanitamente per limitare l’uno lo sviluppo dell’altro. Da “coesistenti pacifici”, essi potranno, ammesso che riescano ad accordarsi a danno delle potenze minori, esaltare vieppiù la loro potenza economica e militare, crescere smisuratamente, dilatare sempre più le rispettive sfere di influenza, infittire di maglie sempre più strette la rete del commercio estero. Ma non occorre essere marxisti per sapere che la guerra tra gli Stati deriva dagli squilibri di potenza. La “competizione pacifica”, che dovrebbe assicurare la pace al mondo, favorirà al contrario solo le grandi potenze approfondendo il solco che le divide dalle piccole. Farà crescere ancor di più gli Stati Uniti, la Russia e le potenze lanciate nella rivoluzione industriale, come la Cina. Ma accrescerà le difficoltà delle potenze in declino; la Gran Bretagna, la Francia, la Germania, il Giappone. La guerra fra Stati è permanentemente generata dallo sviluppo ineguale del capitalismo alla scala mondiale. Sotto le ipocrite formule umanitarie e pacifiste la “distensione” russo-americana tende proprio a sviluppare inegualmente le potenze capitalistiche.
Ecco perché è così importante studiare le cause della “distensione”. Nell’articolo precedente le abbiamo raggruppate in cinque gruppi; vediamo ora di parlarne in maniera meno schematica. Naturalmente non si pretenderà che esauriamo l’argomento. Discutere delle cause della distensione significa passare in rassegna tutta la politica mondiale, perché la “distensione” è un fatto di portata mondiale.
Si chiude la fase eruttiva del moto anticolonialista
1) Esaurimento della fase “eruttiva” della rivoluzione anticoloniale: ecco il gruppo di avvenimenti che abbiamo messo al primo posto del nostro elenco. Non occorre spendere molte parole affinché il lettore si convinca che tra il 1948, anno che la pubblicistica borghese pone come inizio della “guerra fredda”, e il 1959, corre la stessa differenza, per stare al paragone, che tra la fase di eruzione e di quiescenza di un vulcano. Nel nostro caso, il vulcano è rappresentato dalla rivoluzione anticoloniale scoppiata (a dire il vero sin dal 1945) in Asia e in Africa.
Al momento dell’annuncio da parte di Eisenhower della ripresa di contatti diretti con Mosca, inaugurata dai viaggi di Nixon in Russia (estate 1959) e di Krusciov in America, l’Asia aveva da tempo conclusa la grande battaglia per l’indipendenza, il colonialismo essendo rimasto abbarbicato solo a possessi isolati come Singapore, Hong-Kong, Goa e Formosa. L’alleanza russo-cinese, la rivale coalizione della Seato, il trattato Nippo-Americano, il neutralismo di Paesi come l’India, l’Indonesia, la Birmania, la Cambogia, Ceylon ecc. stavano e stanno tuttora a provare che un nuovo equilibrio di forze si era raggiunto in quel continente. I lettori ricordano attraverso quali lotte le potenze imperialistiche trovarono un equilibrio in Asia: guerra di Corea, guerra di Indocina, guerra partigiana di Malesia, guerra di Formosa, guerra civile di Indonesia.
Gravissimo problema rappresentava negli anni scorsi il Medio Oriente, regione del petrolio e soprattutto ponte di passaggio tra l’Africa e l’Asia. Con le note forniture di armi all’Egitto, la Russia si introduceva nella regione, dove il fallimento dell’aggressione franco-britannico-israeliana all’Egitto (1956) segnava la fine dell’influenza europea. Con l’occupazione militare del Libano e della Giordania (1958) gli Stati Uniti minacciavano di succedere indisturbati agli antichi padroni. Ma la rivoluzione nazional-democratica iraqena, che involontariamente aveva fornito all’imperialismo americano il pretesto per intervenire nel Medio Oriente, veniva a distruggere quel paziente lavoro della diplomazia anglo-americana che era stato il Patto di Bagdad. Tutti sanno che questa alleanza militare mirava a coalizzare gli Stati dell’Asia occidentale e sud-occidentale che confinano con l’URSS (Turchia, Iraq, Iran, Pakistan), allo scopo di tenere l’influenza russa fuori del Medio Oriente. Con la soppressione della monarchia hascemita dell’Iraq, tradizionalmente legata all’imperialismo britannico, e l’instaurazione della repubblica democratica, la coalizione antirussa veniva a sgretolarsi, visto che il nuovo governo di Bagdad si orientava subito verso Mosca. Tale svolta determinante aveva l’effetto di placare le acque di quel tempestoso mare politico: segno evidente che ciascuno dei rivali imperialistici sentiva di esser riuscito a controbilanciare l’influenza degli altri.
Analoghe considerazioni suggeriscono le condizioni dell’Africa al momento del lancio della “distensione”. Qui il conflitto russo-americano non ha assunto forme aperte e inequivocabili perché la presenza del colonialismo europeo ha impedito agli Stati Uniti di giocare a carte scoperte. L’imperialismo americano anela ad estendere il suo protettorato finanziario e politico sulle nazioni che lottano per scrollarsi di dosso la dominazione coloniale, ma deve badare nello stesso tempo a suturare le crepe che si producono nella compagine del Patto Atlantico, di cui gli Stati colonialisti europei sono membri importanti. Maggiore libertà di manovra gode la Russia, che in questi anni non si è lasciata sfuggire nessuna occasione favorevole, se oggi fornisce “aiuti concreti e disinteressati” sia all’Egitto per la costruzione della diga di Assuan, che al Sudan, all’Etiopia, alla Guinea, e ne ha offerto agli altri Stati africani indipendenti alla seconda sessione della commissione economica dell’ONU per l’Africa (gennaio 1960).
Di certo v’è che la rivoluzione nazional-democratica in Africa ha fatto passi da gigante. Esistono oggi undici Stati indipendenti: RAU-Egitto, Etiopia (con l’Eritrea), Ghana, Guinea, Liberia, Libia, Camerun, Marocco, Sudan, Tunisia, Unione Sudafricana. Entro quest’anno avranno l’indipendenza la Nigeria, la Somalia, il Congo Belga. Ricordando che tutti questi Stati e possedimenti in via di emancipazione radunano più della metà della popolazione africana (circa 136 milioni su 224.577.000), si comprende come la rivoluzione anticoloniale può dirsi vicina alla vittoria. Naturalmente, non si è chiuso affatto il capitolo delle convulsioni sociali con cui si manifesta la lotta contro il colonialismo, come lo dimostrano le ignobili gesta dell’oltranzismo razzista dei coloni bianchi in Algeria, nel Sud-Africa, nella Rhodesia, nel Kenia. Ma ciò che a noi preme di rilevare, per l’argomento specifico che stiamo trattando, è che anche per l’Africa, come per l’Asia, appartiene al passato l’epoca dei grandi sconvolgimenti politici che coincisero con la “guerra fredda”. Al vecchio equilibrio fondato sui capisaldi degli imperi coloniali si va sostituendo un nuovo equilibrio, fondato sugli Stati nazionali indipendenti.
Anche per l’America Latina, il periodo della “guerra fredda” è coinciso con una serie di rivolgimenti che hanno comportato per l’imperialismo americano seri rischi, e a volte un’effettiva diminuzione di influenza. Non sarebbe necessario ribadire che è falsa la tesi secondo cui la presunta “infiltrazione” russa avrebbe provocato la generalizzata rivolta nazional-democratica contro l’imperialismo americano, succeduto all’Inghilterra, alla Francia, al Belgio, alla Germania nel dominio finanziario sui popoli latino-americani. È vero, invece, che l’inaudito sfruttamento da parte dei monopoli americani ha prodotto negli anni scorsi i noti movimenti anti-americani che vanno dalla guerra del Guatemala del 1954 alla recente rivolta castrista a Cuba.
Naturalmente, l’imperialismo russo non si lasciò sfuggire nessuna occasione per intervenire negli affari delle repubbliche latino-americane. Il fatto che il comunismo legato a Mosca funzionasse non da fattore della rivoluzione proletaria, ma da collaboratore della borghesia “nazionale” locale sotto le parole d’ordine nel fronte antifascista, non poteva certo lasciar tranquilli gli Stati Uniti. Washington rimprovera a Mosca non già di capitanare la rivoluzione comunista mondiale, ma solo (anche se i politici della Casa Bianca parlano in altro modo) d’intralciare l’espansionismo del dollaro.
Certo è che, negli anni scorsi, l’imperialismo americano ha visto in pericolo le conquiste ottenute dalla fine del conflitto nell’America Latina. Ad una ad una, le dittature militari che assicuravano la continuità della dominazione del capitale statunitense hanno dovuto cedere il posto a regimi democratici, sostenuti da movimenti di chiara intonazione anti-americana. Spesso il trapasso è avvenuto violentemente, come per la cacciata dei luridi tiranni Jimenez dal Venezuela e Batista da Cuba.
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Riassumendo, la fine della “guerra fredda” ha coinciso col riassetto dell’equilibrio mondiale profondamente sconvolto dai processi rivoluzionari che misero fine al colonialismo capitalista – la più oscena forma di colonialismo della storia – e sboccarono nella fondazione dei nuovi Stati indipendenti afro-asiatici. Altra causa di perturbamento dell’equilibrio mondiale – cioè del nudo e crudo rapporto tra le forze materiali delle potenze imperialistiche – furono nello stesso periodo le scosse telluriche che percorsero il mondo sociale e politico dell’America Latina. Ma quale influenza eserciteranno in avvenire queste aree geo-politiche, che oggi appaiono riassestate ma sono preda dell’ossessione industrializzatrice? Il mondo è già troppo angusto per i pirati della finanza internazionale. Che cosa accadrà quando altri giganti produttivi sorgeranno per l’accelerata industrializzazione delle aree ex-coloniali o semi-coloniali, oggi assurte al rango di Stati indipendenti? Si vedrà allora di che stoffa e la decantata “distensione”…
Nel prossimo articolo illustreremo gli altri aspetti delle “cause della distensione” ora in corso.