حزب کمونیست انترناسیونال

[RG19] I Fondamenti del comunismo rivoluzionario marxista nella dottrina e nella storia della lotta proletaria internazionale (Pt. 1)

بخش‌ها: Organic Centralism, Party Doctrine, Party Theses

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I. Partito e Stato di classe come forme essenziali della rivoluzione comunista
 

LA GRANDE QUESTIONE DEL POTERE

Portando, al solo fine di alleggerire la deduzione teoretica, la nostra attenzione sulla numerosa schiera dei critici delle degenerazioni moscovite, la quale si è andata allargando malgrado le contromisure preventive del XX Congresso dopo gli avvenimenti di Ungheria, Polonia, della Germania orientale, agli stessi margini dei partiti stalinisti ufficiali in occidente con sfilamenti, a nostro parere, di materiale più che equivoco e piccolo-borghese come può essere quello dei Sartre o dei Picasso, dobbiamo osservare che, non senza successo, la condanna ha questo suono: abuso della dittatura, abuso della forma del partito politico soggetto a disciplina centrale, abuso del potere di Stato nella forma dittatoriale. Tutta questa genterella cerca il rimedio in questa direzione: più libertà, più democrazia, riporto del socialismo nella atmosfera ideologica e politica della legalità liberale ed elettorale, rinunzia all’uso della forza di Stato, in generale, nei rapporti tra le diverse proposte, e dunque opinioni, politiche. Al solito noi diamo il primo posto come obiettivo dei nostri colpi non a chi tanto dice come aperto difensore del modo borghese di produzione tenuto a battesimo da quel sistema ideologico giuridico e politico, ma a chi vuole innestare questo cianciare senza senso al troncone marxista.

E poniamo giù subito la nostra opposta assunzione. Il movimento rivoluzionario scevro da servile ammirazione del mondo libero americano, da soggezione alla corruzione moscovita, da vulnerabilità alla lue tremenda dell’opportunismo, risorgerà solo in quanto ritroverà la radicale piattaforma originaria marxista, e sulla decisa formula che il socialismo, per suo contenuto, supera, nega e disonora come concetti adatti alla difesa e conservazione del capitalismo la libertà, la democrazia, il parlamentarismo elettivo, la suprema menzogna e risorsa controrivoluzionaria di rivendicare uno Stato inerte e neutrale davanti agli interessi delle classi ed alle proposte dei partiti, e quindi alla balorda libertà delle opinioni – essendo un tale Stato e una tale libertà mostruose invenzioni che la storia non ha mai conosciute né conoscerà.

Non solo è pacifico che tanto ha stabilito e dichiarato il marxismo fin dai primi anni, ma va aggiunto che il concetto dell’uso del potere fisico, contro le minoranze – e anche le maggioranze – avverse, presume l’intervento di due forme essenziali contenute nello “schema” storico marxista: Partito e Stato.

Vi è uno “schema storico marxista” in quanto, in altre parole, la dottrina marxista si basa sulla possibilità di tracciare uno schema alla storia. Se non si arriva a trovare qual’è lo schema, o se quello trovato fallisce, il marxismo sarà caduto e avranno ragione i negatori del primo tipo; forse non basterà nemmeno questo per far capitolare i marxisti falsificati e “arrangiati”!

Chi si oppone alla nostra tesi che nello schema marxista Partito e Stato sono elementi non accessori, ma principali, e volesse affermare che l’elemento principale è la classe, mentre il Partito e lo Stato sono accessori della storia e della lotta di essa, che egli ha stabilito di “cambiare” come le gomme o i fanali di un’automobile, sarebbe smentito, per ora e per direttissima, dallo stesso Marx, nella lettera a Weydemeyer citata classicamente da Lenin in “Stato e Rivoluzione”, di cui noi rivendichiamo integralmente la costruzione storica. Che ci siano le classi, dice Marx, non io l’ho scoperto, ma molti scrittori e storici borghesi (al 1852). Nemmeno la lotta delle classi l’ho scoperta io, ma molti altri, che non sono per questo né comunisti né rivoluzionari. Il contenuto della mia dottrina sta nel concetto storico della “dittatura” del proletariato, stadio necessario nel passaggio dal capitalismo al socialismo. Così dice Marx, una delle rare volte che parla di sé.

La classe operaia statisticamente definita dunque non ci interessa gran che. Poco più la classe operaia che a gruppi si muove per dipanare sue divergenze di interessi con le altre classi (sono sempre più di due). A noi interessa la classe che ha preso la dittatura, ossia ha vinto il potere, ha distrutto lo Stato borghese, ha eretto il suo, come Lenin da maestro enuclea svergognando i “dimenticatori” del marxismo della Seconda Internazionale. Come, su una classe, si poggia un potere di Stato dittatoriale totalitario, una macchina di Stato opposta alla vecchia come l’esercito vincitore nelle posizioni dello sconfitto? Quale l’organo? I filistei risposero subito che per noi era l’uomo, per la Russia era Lenin, di cui si osa fare un paio con lo sciagurato Stalin, bruciato oggi e, dicono, assassinato ieri dai suoi cagnotti. La nostra risposta era ed è più che mai altra.

L’organo della dittatura e del maneggio dell’arma-Stato è il Partito politico della classe, il partito che, nella sua dottrina e nella lunga catena storica della sua azione, possiede in potenza il compito di trasformazione della società, che è proprio della classe. Il Partito. Noi non ci limitiamo a dire che la lotta e il compito storico della classe non si potranno attuare se non sono affidati a queste due forme: Stato dittatoriale (ossia che espelle da sé, fin che esistono, le altre classi ormai vinte e soggiogate) e Partito politico. Noi diciamo che nel nostro linguaggio dialettico e rivoluzionario si comincia a parlare di classe, a stabilire un legame dinamico tra una classe oggi compressa nella società e una forma sociale futura e rivoluzionata, a prendere in considerazione la lotta tra la classe che detiene lo Stato e quella che deve rovesciarlo e sostituirlo col suo, solo quando la classe non è una fredda constatazione statistica, che resta alla pedestre altezza del pensiero borghese, ma si manifesta nel suo Partito, organo senza il quale non ha vita né forza di battaglia.

Non solo dunque non si può staccare il partito dalla classe come un accessorio da un principale; ma i nuovi deformatori del marxismo, proponendoci una classe proletaria priva di partito, o con un partito sterilizzato e impotente, o cercando surrogati al partito, hanno fatto scomparire la classe, uccisa la possibilità che la classe lotti per il socialismo, e peranco per un suo tozzo di pane.
 

ERRORE SMASCHERATO DA UN SECOLO

A simili enormità sono stati spinti i moderni arricchitori da uno smarrimento critico che li ha indotti senza saperlo a fare proprie le insinuazioni borghesi e piccolo-borghesi che sorsero quando la rivoluzione di Russia procedeva ancora su quella linea, che anche secondo essi fu gloriosa, e in cui Classe, Stato, Partito ed uomini del partito stavano sullo stesso piano rivoluzionario, appunto in quanto su quelle posizioni essenziali non vi erano esitazioni di sorta.

Essi non si rendono conto che annacquando il partito e la sua funzione di primo organo della rivoluzione essi declassano il proletariato e lo portano impotente sotto il giogo della classe dominatrice, che non potrà abbattere e nemmeno mitigare anche sotto angoli visuali ristretti. Essi credono di avere davvero migliorato il marxismo per avere imparato dalla storia un banale: chi troppo la tira la spezza! degno dell’ultimo cerottaio, e non si accorgono che non si tratta di una correzione ma di un livragamento; meglio, di un complesso d’inferiorità da incomprensione impotente.

La forma Partito e la forma Stato sono punti essenziali nei primi testi della nostra dottrina; e sono due tappe di base dello svolgimento epico dato dal “Manifesto dei Comunisti”.

Due sono i trapassi rivoluzionari del capitolo Proletari e Comunisti. Il primo, già indicato nel precedente capitolo Borghesi e Proletari, è la organizzazione del proletariato in partito politico. Questa affermazione segue l’altra notissima: Ogni lotta di classe è lotta politica. La sua espressione è anzi ancora più netta e collima con la nostra tesi: il proletariato è storicamente una classe quando arriva a dar vita alla lotta politica e di partito. Il testo dice infatti: Questa organizzazione dei proletari in classe, quindi in partito politico.

Il secondo dei trapassi rivoluzionari è l’organizzazione del proletariato in classe dominante: qui viene sollevata la questione del potere e dello Stato. «Abbiamo già visto sopra che il primo passo nella rivoluzione operaia è l’elevarsi del proletariato a classe dominante».

Segue di poco più oltre la secca definizione dello Stato di classe: «Il proletariato stesso organizzato come classe dominante».

Né abbiamo qui bisogno di anticipare come un’altra delle tesi essenziali rimesse in piedi da Lenin, la sparizione dello Stato in tempo ulteriore, è contenuta anch’essa in quel primo testo famoso. La definizione generale: «Il potere politico è la forza organizzata di una classe per l’oppressione di un’altra», sottolinea le classiche affermazioni: il potere pubblico perderà il suo carattere politico, spariranno le classi ed ogni dominio di classe, anche quello proletario.

Dunque, al centro della visione marxista vi è il Partito e lo Stato. Si tratta di prendere o lasciare. Cercare la classe fuori del suo Partito e del suo Stato è opera vana, privarla di essi significa volgere le terga al comunismo e alla rivoluzione.

Questo tentativo demente, che gli “aggiornatori” considerano una scoperta originale fatta dopo la Seconda Guerra Mondiale, era già stata fatta prima del “Manifesto”, e prima di questo dispersa col formidabile pamphlet polemico di Marx contro Proudhon: “Miseria della Filosofia”. Questa fondamentale opera distrugge la concezione, avanzatissima per quei tempi, che la trasformazione sociale e l’abolizione della proprietà privata siano conquiste raggiungibili al di fuori della lotta per il potere politico. Vi è, nella fine, la famosa frase: «Non dite che il movimento sociale esclude il movimento politico», che conduce alla inequivocabile tesi nostra: Non intendiamo per politica una gara pacifica di opinioni o peggio che mai una contesa costituzionale, ma “l’urto corpo a corpo”, la “rivoluzione totale”, e infine, con le parole della poetessa Sand: “Il combattimento o la morte”.

Proudhon rifugge dalla conclusione della battaglia politica in quanto la sua posizione della trasformazione sociale è monca, non contiene il superamento integrale dei rapporti capitalisti di produzione, è concorrentista, è localmente cooperativa, resta bloccata alla visione borghese della azienda o del mercato. Egli gridò che la proprietà era un furto, ma il suo sistema, restando un sistema mercantile, resta un sistema proprietario e borghese. La sua miopìa sulla rivoluzione economica è la stessa dei moderni “aziendisti”, che ripetono in forma meno vigorosa la vecchia utopia di Owen che voleva liberare gli operai dando loro la gestione della fabbrica in piena società borghese. Si chiamino questi signori ordinovisti all’italiana o barbaristi alla francese, uno stampo proudhoniano li accompagna nella remota origine, e come a Stalin si potrebbe loro lanciare la invettiva: O miseria degli arricchitori!
 

PROUDHONISMO RISORGENTE E TENACE !

Nel sistema di Proudhon è esaltato al massimo lo scambio individuale, il mercato, il libero arbitrio del compratore e del venditore, e si afferma che basterà adeguare il valore di scambio di ogni merce a quello del lavoro che essa contiene, per avere eliminato tutta la iniquità sociale. Marx mostra – e sarà mostrato contro Bakunin, contro Lassalle, contro Dühring, contro Sorel, contro i pigmei più recenti cui abbiamo accennato – che sotto tutto questo non vi è che l’apologia e la conservazione dell’economia borghese, come altro non vi è nell’affermazione staliniana che in una società socialista, quale egli pretende sia la russa, continua a vigere la legge dello scambio di valori equivalenti.

Fin da quel testo in poche righe Marx segna l’abisso tra queste ripisciatine del sistema capitalista e la visione colossale della società comunista di domani. Ciò è in risposta alla costruzione di Proudhon di una società in cui il gioco illimitato della concorrenza e l’equilibrio dell’offerta e della domanda facciano il miracolo di assicurare a tutti le cose più utili e di prima necessità al “minimo costo”, eterno sogno piccolo-borghese dei servi sciocchi del capitale. Marx rivoluziona facilmente questo sofisma e lo deride col paragonarlo alla pretesa, dato che col tempo bello tutti passeggiano, di far passeggiare la gente proudhoniana per ottenere che faccia bel tempo.

«In una società futura, in cui l’antagonismo di classe fosse cessato, in cui non esistessero più classi, l’uso non sarebbe più determinato dal minimo di tempo di produzione ma il tempo di produzione sociale che si destinerebbe ai diversi oggetti sarebbe determinato dal loro grado di utilità sociale».

È una delle tante gemme che si traggono dagli scritti classici della nostra grande scuola, e che provano l’insulsaggine del luogo comune: Marx amava descrivere nelle sue leggi il capitalismo, ma non ha mai descritta la società socialista: sarebbe ricaduto… nell’utopismo. Comune a Stalin e ad antistalinisti da dozzina.

L’utopismo è invece da contestare ai Proudhon-Stalin che vogliono emancipare il proletariato e conservare lo scambio mercantile. Ultima edizione del tentativo è la riforma Krusciov della industria russa.

Lo scambio individuale e libero su cui poggia la metafisica di Proudhon si sviluppa nello scambio aziendale, della officina, della intrapresa gestita dagli operai, nella rancida banalità che pone il contenuto del socialismo nella conquista della azienda da parte dei suoi operai locali.

Nella sua crociata in difesa della concorrenza il vecchio Proudhon precorre la modernissima ubbìa dell’emulazione produttiva. Il progresso, si soleva dire dai benpensanti di quel tempo, che non sapevano di essere meno codini dei moderni Krusciov, nasce dalla sana “emulazione”. Ma Proudhon identifica la emulazione produttiva, “industriale”, con la concorrenza stessa. Tendono ad emularsi quanti concorrono ad un medesimo scopo, quale può essere “la donna per l’amante”. Marx osserva con sarcasmo: Se l’oggetto immediato dell’amante è la donna, l’oggetto immediato dell’emulazione industriale dovrebbe essere il prodotto e non il profitto. Ma siccome la corsa è al profitto, nel mondo borghese (e la cosa vale dopo oltre cento anni) la pretesa emulazione produttiva si risolve in una concorrenza commerciale. Che è quella stessa cui anelano, nei sorrisi seducenti che si scambiano in questa gonfia estate, americani e moscoviti.

Oltre che nella monca visione della società rivoluzionaria Proudhon appare il precursore dei modernissimi neo-aziendisti anche nella più circospetta delle loro posizioni: la messa in mora del Partito e dello Stato perché creano dei dirigenti, dei gerarchi, dei consegnatari del potere, e la debolezza della umana natura rende inevitabile la loro trasformazione in un gruppo di privilegiati, in una nuova classe (o casta?) dominante, alle spalle del proletariato.

Queste ubbìe sulla “natura umana” Marx le aveva già allora ricacciate in gola al ponzatore di sistemi Proudhon. La frase è tanto breve quanto scultorea: Il signor Proudhon ignora che la storia tutta intera non è che una continua trasformazione della natura umana.

Sotto questa massiccia pietra sepolcrale possono dormire cento schiere di idioti anti-marxisti passati, presenti e futuri.

A corroborare la nostra dichiarazione che nessuna riserva o limitazione anche secondaria poniamo al “pieno impiego” delle armi Partito e Stato nella rivoluzione operaia, aggiungeremo, per liquidare questi scrupoli ipocriti, che alle inevitabili manifestazioni individuali della patologia psicologica che deriva a proletari e a militanti comunisti dalle eredità della natura non dell’uomo, ma del suddito della società capitalistica e della sua orribile ideologia e mitologia individualistica e “persondignitaria”, una sola organizzazione è in grado di opporre rimedio efficace e risolutivo, e questa è proprio il partito politico comunista durante la lotta rivoluzionaria e nell’esercizio, che integralmente ad esso compete, della dittatura di classe. Altri organismi che lo vogliano surrogare non vanno solo scartati per la loro impotenza rivoluzionaria, ma anche perché cento volte più accessibili del partito politico alle influenze degenerative piccolo-borghesi e borghesi. E la critica a tali organismi, da vari lati e da tempo immemorabile già proposti, va fatta in linea storica più che in linea “filosofica”, restando tuttavia di prima importanza far vedere come le ragioni addotte dai loro fautori facilmente rivelano, sotto la nostra indagine, che costoro giacciono nella tenebra di un’ideologia di origine e di essenza borghese e perfino meno che borghese, come quella degli intellettualoidi che infestano pericolosamente i margini del movimento operaio.

La forma-partito, portando organizzativamente il non proletario allo stesso grado del proletario, è la sola in cui il primo può raggiungere la posizione teoretica e storica poggiata sugli interessi rivoluzionari della classe lavoratrice, e finalmente, pure dopo duri storici travagli, servire come mina rivoluzionaria e non come contromina borghese nelle nostre file.

La superiorità del partito è proprio quella che esso supera l’infezione del laburismo, dell’operaismo. Si entra nel partito per effetto della propria posizione nel corpo a corpo delle forze storiche in lotta per una forma sociale rivoluzionaria, non per il solitamente vantato servile ricalcamento della posizione personale del militante, dell’organizzato, “rispetto al meccanismo produttivo “, ossia a quello creato dalla società borghese, e “fisiologico” per essa e per la sua classe dominante.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

II. Le organizzazioni economiche del proletariato schiavo come squallidi surrogati del Partito rivoluzionario
 

STORIA DI SISTEMI IMPOTENTI

Nella lotta contro il tradimento stalinista e le sue deformazioni della teoria economica, aspetti mille volte più gravi degli “eccessi di potere” che hanno scandalizzato trotskisti e kruscioviani a così diversi stadi, e dei famosi “crimini” con cui ha gonfiato le scatole tutto il filisteismo mondiale, quacquero e mondoliberista, abbiamo sempre fatto leva sulla classica tesi di Marx contro Proudhon, come è formulata nel Libro Primo del “Capitale”, capitolo XXIII, nota 24: «Si ammiri la furberia di Proudhon, che vuole abolire la proprietà capitalistica facendo valere di contro ad essa (…) le eterne leggi di proprietà della produzione di merci».

Tutta la schiera dei pretesi antistalinisti fa leva nella sua critica e nel suo tentativo di rinnovati programmi, sulla ridicola esigenza di disintossicare – isterilendoli rivoluzionariamente – il Partito e lo Stato, forme di cui Stalin avrebbe abusato per effetto della eterna libidine di potere (in Italia si dà questa rancidissima tesi come testo agli esami di latino: il tiranno, i suoi servi e la Patria! Cicerone “aggiornatore” di Marx sulla storia vissuta!). È importante mostrare come tutti quelli che nutrono questa preoccupazione bigotta (sono, a grattarli, tutti aspiranti a capi, stravolti dalla libidine del successo personale) ricadono, nella costruzione economico-sociale, nella reazionaria illusione di Proudhon e hanno gli occhi chiusi alla opposizione storica del comunismo al capitalismo, che vale opposizione del comunismo e del socialismo al mercantilismo.

Una prima esposizione di questa prova deve essere quella storica, che mostri la fine miserabile di tutte le versioni che cercarono di proporre, al fine di respingere i mostri del Partito e dello Stato politico, organizzazioni di natura diversa per inquadrare la classe proletaria nella sua lotta contro il capitale, e per raggiungere la formazione della società post-capitalista.

Nella terza parte di questo esposto tratteremo l’aspetto economico, ossia mostreremo che il traguardo, il programma, che tutti quei movimenti apartitici e “astatali” si ponevano, era non un’economia socialista e comunista, ma un’illusione economica piccolo-borghese, che li ha tutti riaffondati nel gioco di forze dei partiti e degli Stati del moderno capitalismo.

Una prima tesi pregiudiziale accomuna come antimarxisti tutti questi conati, basati sulle formule o “ricette” per svariate forme organizzative dagli effetti miracolosi. Essa orecchia le vecchie e semisecolari banalità dei trafficanti politici e degli imbonitori, che riducevano le vicende della lotta storica ad un succedersi di figurini, come nella “moda” del vestire. Cianciavano questi saputelli: Nella grande rivoluzione francese il motore fu il club politico, e la lotta tra questi (giacobini, girondini, ecc.) fu la chiave degli eventi. Poi quella foggia passò di moda e si ebbero i partiti elettorali… poi si passò ad organismi locali, comunali, preconizzati dagli anarchici… oggi (pensiamo al 1900) si ha la ricetta modernissima: il sindacato operaio di professione, che tende a soppiantare tutto e si contrappone (Giorgio Sorel) col suo potenziale rivoluzionario a Partito e Stato. Vecchissima canzone. Oggi (1957) sentiamo vantare altra forma “autosufficiente”: il consiglio di fabbrica, in diversi modi portato sul primo piano rispetto ad ogni altra forma, da “tribunisti” olandesi, gramsciani italiani, titini iugoslavi, cosiddetti trotskisti, gruppetti di “sinistra” da batracomiomachia.

Tutto questo vuoto discorrere è sepolto da una sola tesi (Marx, Engels, Lenin): «La rivoluzione non è una questione di forma di organizzazione».

La questione della rivoluzione sta nell’urto delle forze storiche, nel programma sociale di arrivo che sta alla fine del lungo ciclo del modo capitalista di produzione. Inventare il fine invece di scoprirlo nelle determinanti passate e presenti, scientificamente, fu il vecchio utopismo premarxista. Uccidere il fine e mettere l’organizzazione dimenantesi al suo posto è il nuovo utopismo post-marxista (Bernstein, capo del revisioniamo socialdemocratico: Il fine è nulla; Il movimento è tutto).

Ricorderemo brevemente quelle “proposte” di figurinisti, che presero il proletariato come “indossatore” e lo caricarono in dure sconfitte del giogo rinsaldato del capitale.
 

L’UBBÍA DELLA “COMUNE” LOCALE

Le dottrine anarchiche sono la espressione della tesi: il male è il potere centrale; e assumono che nella rimozione di questo sta tutto il problema della liberazione degli oppressi. L’anarchico non arriva che come concetto accessorio alla classe; egli vuole liberare l’individuo, l’uomo, facendo proprio il programma della rivoluzione liberale e borghese. Le imputa solo di avere eretta una nuova forma di potere, senza osservare che ciò è necessaria conseguenza del fatto che non ha avuto per contenuto e per forza motrice la liberazione della persona o del cittadino, ma la conquista del dominio di una nuova classe sociale sui mezzi di produzione. L’anarchia, il libertarismo – e se si fa un’analisi appena acuta anche lo stalinismo come è propagandato in Occidente – non sono che il classico liberalismo rivoluzionario borghese più qualche altra cosa (che chiamano autonomia locale, Stato amministrativo, ingresso delle classi lavoratrici nei poteri costituzionali). Con simili balordate piccolo-borghesi il liberalismo borghese, che nel suo tempo storico è una cosa reale e seria, diventa una pura illusione castratrice della rivoluzione operaia, nell’oggi di essa abbeverata fino alla feccia.

Il marxismo invece è la negazione dialettica del liberalismo capitalista che non vuole conservare in parte per aggiungervi dei correttivi, ma che vuole di fatto schiantare nelle istituzioni che ne sono sorte e che, locali e soprattutto centrali, hanno carattere di classe. Questo compito non è affidato a satollate di bruma autonomia e indipendenza, ma alla formazione di una forza distruttrice centrale, le cui forme sono appunto il Partito e lo Stato rivoluzionari, insostituibili da qualunque altra.

L’idea di svincolare e autonomizzare l’individuo, la persona, si riduce prima alla ridicola formula del refrattario soggettivo, che chiude gli occhi e ignora la società e la sua struttura pesante, che non può infrangere, o nella quale sogna di inserire un giorno una macchina infernale; tutto per finire nel contemporaneo esistenzialismo improducente ad ogni effetto sociale.

Questa esigenza piccolo-borghese, che nacque dalla rabbia del piccolo produttore autonomo espropriato dal grande capitale e quindi da una difesa della proprietà (che per Stirner e altri puri individualisti è un “prolungamento della persona” che non va conculcato) si adattò al grande fatto storico dell’avanzata delle masse lavoratrici, riconoscendo nell’andare del tempo alcune forme organizzate. Al tempo della crisi nella Prima Internazionale (dopo il 1870), gli anarchici si staccano dai marxisti negando ancora le organizzazioni economiche e perfino gli scioperi: da allora Engels stabilisce che sindacato economico e sciopero non bastano a risolvere la questione della rivoluzione, ma che il partito rivoluzionario deve appoggiarli, in quanto, come già nel “Manifesto”, il loro valore sta nella estensione della organizzazione proletaria verso una forma unica e centrale, che è politica.

In questa fase la proposta dei libertari è la non ben definita “comune” rivoluzionaria locale, organo presentato a volta a volta come forza in lotta contro il potere costituito, che afferma la sua autonomia rompendo ogni legame con lo Stato centrale, e come forma che gestisce una nuova economia. Non si trattava che di un ritorno alla prima forma capitalista dei Comuni autonomi della fine del medio-evo in Italia e nelle Fiandre tedesche ove una giovane borghesia lottava contro l’Impero; come sempre, era allora fatto rivoluzionario in riguardo allo sviluppo dell’economia produttiva, oggi è vuoto rigurgito ammantato di falso estremismo.

Per gli anarchici, in cinquanta anni di commemorazioni, il modello di questo organo locale era stato la Comune di Parigi del 1871, che nella ben più potente irrevocabile analisi di Marx e di Lenin è invece il primo esempio storico grandissimo della dittatura del proletariato, di Stato centrale e per ora territoriale del proletariato.

Lo Stato capitalista francese, nella forma della Terza Repubblica di Thiers, si portò per abbattere Parigi proletaria, fuori della sua capitale, e si dispose a farlo anche da oltre la cinta delle forze prussiane; Marx poté scrivere, dopo la disperata resistenza e lo spaventoso massacro, che da quel giorno tutti gli eserciti nazionali delle borghesie sono confederati contro il proletariato.

Non si trattò di rimpicciolire la lotta storica da nazionale a comunale (e si pensi ad un povero inerme comune di periferia!) ma di ingrandirla ad internazionale. Negli anni della Seconda Internazionale affiorò perfino una nuova versione del socialismo (che colpì perfino la mente inquieta di Mussolini anteguerra) detta “comunalismo” che voleva costruire la cellula della società socialista attraverso la conquista del comune autonomo, ahimè nemmeno dinamitarda come per gli anarchici, ma col mezzo delle elezioni municipali! Le obiezioni di allora sarebbero inutili oggi che l’inesorabile sviluppo economico ben noto a chi segue Marx ha avvolto ogni struttura locale in una sempre più inestricabile rete di legature al centro, economiche, amministrative, politiche: basti pensare al ridicolo di ogni piccolo comune ribelle che costruisce una stazione radio TV almeno per disturbare quelle del nemicissimo Stato centrale. L’idea di organizzazioni che confederano i lavoratori di un comune, o di un comune che si dichiara indipendente politicamente e autarchico economicamente, è morta da sé; ma la illusione borghese della “autonomia” avrà ancora gioco nello imbastardire la testa e paralizzare le mani di militanti della classe operaia.

Storia più lunga e complessa avranno le altre forme di organizzazione “immediata” dei lavoratori, che tenderanno a concludersi nel giro del sindacato di professione e di mestiere, del sindacato di industria, del consiglio di officina. In quanto tali forme sono presentate in alternanza col prevalere del partito rivoluzionario politico, la storia dei loro movimenti e delle dottrine che più o meno disordinatamente vi si poggiarono, coincide con la storia (cui abbiamo dedicato ampie trattazioni) dell’opportunismo della Seconda e della Terza Internazionale, e procureremo di ridurci a pochi richiami, sebbene sia grave la scarsezza di conoscenza, nelle masse di Europa, di questa storia di immani sacrifici sostenuti dal proletariato del continente, ed è necessario che esso giunga un giorno a rifare tesoro di queste tremende esperienze.

La storia del localismo e del cosiddetto comunismo anarchico o libertario è storia dell’opportunismo nel seno della stessa Prima Internazionale, di cui Marx si dovette liberare sia con la critica dottrinale che con una dura lotta organizzativa contro Bakunin e i suoi tenaci sostenitori in Francia, Svizzera, Spagna e Italia.

Nonostante la storia della stessa rivoluzione russa, molti “sinistri” e dichiarati nemici dello stalinismo guardano ancora agli anarchici come ad un possibile punto d’appoggio; era necessario ristabilire che il libertarismo è una prima forma di malattia del movimento proletario, ed ha precorso gli altri opportunismi, e quello stalinista stesso, nello spostare le posizioni politiche e storiche su un terreno spurio, tale da attirare a fianco del proletariato gli strati piccolo-borghesi e anche medio-borghesi della società, nel che è stata sempre la sede di tutti gli errori e la fonte di tutte le rovine. Non si è avuta la direzione proletaria sulla “massa popolare”, ma la distruzione di ogni carattere proletario nel movimento generale e la servitù del proletariato al capitale.

Questo pericolo è denunziato fin dai primi anni del marxismo; e il dire che per affrontarlo abbiamo oggi più dati di Marx, mentre si fraintende quello che un secolo addietro era già chiaro, è cosa penosa. Della versione “popolare” della rivoluzione operaia inorridiva anche Engels, tra cento passi, nella prefazione alle “Lotte di classe in Francia”: «Dopo la sconfitta del 1849 noi non condividemmo in nessun modo le illusioni della democrazia volgare… Essa contava su una vittoria rapida, decisiva una volta per tutte, del “popolo”’ sugli “oppressori”; noi, su una lotta lunga, dopo l’eliminazione degli “oppressori”, tra gli elementi antagonistici che si celavano appunto in questo “popolo”».

Per la dottrina marxista, da allora esistono i fondamenti per condannare le odierne versioni popolari di “tutti” gli opportunisti, compresi i gruppetti quadrifogliari e barbaristi, che agli eventi ungheresi hanno testé dedicato lunghe palinodie, in cui come sempre falsano un moto “popolare” in moto di classe.

Mette il “popolo” al posto della classe ognuno che, mettendo la classe proletaria prima e sopra il partito comunista, crede renderle omaggio supremo, mentre la declassa, la annega nella incertezza “popolare”, e l’immola alla controrivoluzione.