Russia e rivoluzione nella teoria marxista (Pt.5)
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Parte I – Rivoluzione europea ed area “Grande Slava”
Campi e cicli europei e asiatici
Ci siamo fermati sulla soglia della critica di Engels alla sopravvivente comunità russa del suo tempo (connessa al problema: come essa si scioglierà nel privato possesso della terra? è mai possibile che eviti tale stadio saldandosi alla forma superiore comunista della produzione, manifatturiera e agraria insieme, cui il socialismo afferma sia pronta l’Europa?) per esaminare tre tipi europei di modo agrario di produzione secondo i quali dalla primitiva barbarie sono emerse le «civiltà» greco-romana, germanico-cristiana, e grande-slava, e abbiamo riferito questi tre «modelli» a tre campi geografici e alle loro fisiche caratteristiche. L’ultimo dei tre tipi, il più recente, il più giovane, quello che in fondo per la corrente cultura sembra ancora tenere in serbo l’esplosione del suo particolare complesso di organizzazione umana e della sua leadership, del suo pilotaggio del mondo, perché un tale peana non ha ancora intonato – e da questo il timor panico odierno da una banda, la apologetica sfornata dall’altra – ci ha condotti sul margine del territorio asiatico, ove sembra intrecciarsi con civiltà antichissime, con modi storici di vita che per vie diverse hanno preceduto e trasmesso dotazioni e condizioni all’Europa mediterraneo-pagana e a quella feudale-cristiana.
Abbiamo accennato in che, dai tre tipi accennati di sviluppo, si distingue quello indo-asiatico, come organizzazione della produzione rurale, ma non ne abbiamo indicato, sia pure nei termini sommarii ed elementari di questo studio (e richiamo di premesse a un problema moderno), le condizioni del campo territoriale.
Sempre per la cultura ortodossa che (si ammetta la origine biologica unica o multipla della umana specie) vuole trarre quei diversi «destini» o «missioni» non da caratteristiche ambientali e tecnico-produttíve, ma da originarie stimmate ed impronte dei popoli protagonisti della storia scolastica, non saremmo in regola con la partizione etnografica che fa leva sulla razza e sul sangue, e tanto meno con quella dei sistemi spirituali che ciascun ceppo avrebbe ricevuto in retaggio o da sprazzi di luce di menti sopraumane, o da particolari ritrovati del pensiero di antichissimi sapienti e scuole. Dopo aver infatti diviso in tre settori sociali-storici il ceppo della razza bianca accampata fino a mezzo millennio addietro nella sola Europa, staremmo per dimenticare che è un suo ramo etnico quello che occupa, in numero non minore, l’India e altri territori dell’Asia occidentale e dell’Africa settentrionale. E rimanderemmo questo ramo del ceppo ariano, o indo-europeo, a far causa comune coi gialli, coi mongoli, razze di colore che a loro volta affondano le radici della loro storia organizzata in millenni più remoti dei nostri.
Seguendo tracce non spiritualiste e idealiste, ma delibando la via materialista, noi assumiamo, con una formula sommaria quanto si vuole, che le stesse condizioni geofisiche conducono agli stessi essenziali sviluppi di organizzazione della specie umana; in altre parole, alle stesse forme di storia e di società.
Che cosa andrebbe detto in tal senso per il «quarto campo», ossia quello asiatico – che andrà probabilmente trattato a fondo a proposito delle presenti rivoluzioni orientali – in sede di paragone coi campi già accennati: mediterraneo – centro-europeo – panrusso (evitando di proposito il termine grande russo, che ha senso limitativo)?
Forma asiatica addensata e rada
Il continente asiatico essendo il più esteso e nello stesso tempo il più panciuto nella forma, dimodoché ha il minimo «raggio medio», ossia ha poco sviluppo di contorni (coste) relativamente alla superficie, vede aggravato il carattere delle vaste pianure distanti dai mari, che è il carattere negativo dell’area grande-slava, ultima esaminata in Europa. Ma tali pianure hanno caratteri opposti a nord e a sud, all’ingrosso, quanto a influenza dei massicci montani; e le influenze di questo tipo sul clima – e la feracità dei terreni – si sommano con l’effetto della latitudine. Vi sono infatti, nell’ombelico dell’immenso ventre di terra, i monti più alti del globo, e ne scendono naturalmente colossali fiumi.
I monti sono relativamente vicini alle coste meridionali, che non mancano di mediterranei o di mari intemi aperti sull’Oceano caldo, con arcipelaghi grandiosi. I fiumi hanno relativamente breve percorso e recano deiezioni e limi fertili dai complessi montani in disgregazione, e tutto ciò, aggiunto ai climi temperati e caldi e alla favorevole insolazione, rende le terre atte ad accogliere e nutrire popolazioni a densità altissime, che superano le stesse di Europa. Legano le vie fluviali coste calde e mari ben navigabili in tutte le stagioni, e tutto ciò ha facilitato l’insediamento dei popoli e la fine del nomadismo. La forma terriera di produzione ciclica e fissa che ne è derivata ha conservato, soprattutto in India, il primitivo comunismo di villaggio senza partizione di privati possessi, ad esso sovrapponendo un sistema di stato politico e di «società civile» generato nelle lotte per conservare le sedi contro mille invasioni di popoli in frenetico aumento demografico, con poteri locali e centrali, e con caste sociali, rendendo le comunità lavoratrici serve e tributarie del signore guerriero, della gerarchia sacerdotale, con una precoce formazione di città grandissime abitate da miseri artigiani e semischiavi. Più volte ricordammo le idee di Marx sull’immobilismo storico di un tale sistema: nella misura in cui l’originario «microcomunismo» della produzione rurale non si è risolto nella parcellazione delle aziende, si è allontanato lo slancio verso una produzione generalmente mercantile con ogni forma di scambi tra sedi non prossime; e sono queste le caratteristiche della «ricchissima» storia europea.
In Cina – ma non è oggi questo l’argomento – con analoghe densità umane e abbondanza, in genere, di prodotti di consumo alimentare, si è giunti ad una forma più simile al feudalismo del medioevo europeo, con una classe di contadini servi ad esercizi familiari distinti tra loro assoggettati ai signori, e sotto una rete ampia di controllo di una burocrazia statale sia pure vagamente centralizzata. Le evoluzioni che ne sono sorte, sono dunque oggi sulla soglia di una risoluzione rivoluzionaria in forme mercantili, quale quella che traversò l’Europa con le rivoluzioni dell’ottocento e le relative lotte per stati-nazioni solidamente organizzati?
Qui ci importa dire delle diverse condizioni di ambiente fisico che si hanno nell’Asia del nord. I grandi monti sono qui lontanissimi dalla gelida costa artica: i fiumi dal lunghissimo corso abbandonano presto le utili sedimentazioni e corrono limpidi, ghiacciati e lenti senza poter servire né a fertilizzare le steppe sterminate né a facilitare le comunicazioni, mentre le foci ne sono inaccessibili e sconosciute. La Siberia con densità vicina a zero non sarà che una colonia dei russi europei; verso l’Asia centrale vivrà fino ad oggi la nomade armentizia come fondamentale forma produttiva: il capitalismo moderno, che rovesciandosi fuori di Europa ha fatto debordare le mature forme organizzate oltre i limiti e le barriere naturali, come ha tagliato gli istmi a Suez e Panama, e sorvola oggi con le linee aeree le calotte polari, con le mani dell’odierna Russia vuole dotare questo campo nord-asiatico addirittura di un grande mare interno, progetto più spinto ormai del rovesciamento del corso del gonfio Jennissei dal nord all’ovest verso il mare-lago di Aral, rivoluzionando così il clima delle aride sterili steppe centrali. Un analogo progetto, anche quando non si aveva l’energia atomica che dovrebbe essere usata in Asia, giusta i riferimenti, fu fatto molto tempo fa dai francesi per il Sahara, che divenendo un mare avrebbe sponde feraci, sfuggendo al destino desertico connesso appunto colla troppa distanza da frastagliamenti accentuati della crosta terrestre, per cui i fiumi sono addirittura inghiottiti dalla sabbia, non si diffonde il chimismo organico, e il tutto-potente spirito cade con ali miseramente tarpate, tra le ossa calcificate dal sole di rari beduini.
Quattro itinerari del capitale
Le opere giganti non furono ignote a stati antichissimi, cui furono possibili perché il dispotismo asiatico, avendo domata la autonomia delle gentes comuniste, si accampava su territori abbastanza nutritivi da poter dare sussistenza a grandi masse senza doverle ridurre, come nella semifertile e semitemperata Europa germanica, a miseri parcellari legati al cantuccio di gleba, senza di che sarebbero crepati di fame servi e signori. I Faraoni regolarono il Nilo con dighe e canalizzazioni possenti; i Babilonesi e gli Assiri fecero cose simili in un territorio analogo geograficamente, tra i grandi fiumi Tigri ed Eufrate, ricchissimi di acque fertilizzanti scese dai picchi del Caucaso e di altre catene immense. La grande Semiramide, che per i mezzi colti è celebre come grande meretrice, è ricordata ai posteri – sia o meno stata lei come persona a disegnare non il volto di belleti ma i papiri di tracciati grandiosi – in una ultramillenaria epigrafe come quella che levò altissimi palagi, circondò Babilonia di mura sulla cui sommità correvano sette file di cocchi, domò i fiumi, prosciugò le paludi e irrigò sterminati deserti.
Roma, avendo ancora gli schiavi e i vinti, seminò le terre di strade, ponti, canali e acquedotti, oltre ai capolavori dell’edilizia monumentale. Ma i popoli e le storie di parcellari coltivatori del suolo nulla hanno eretto; sono gli artigiani dei centri, precorrenti coi Comuni le potenze borghesi moderne, che hanno nell’alto medioevo levato le grandi cattedrali, monumenti volti più allo spirito vagante fra due storie che alla naturale realtà fisica.
Perché le moderne costruzioni ed impianti sorgessero e allacciassero il pianeta intero con reti di cui il pensiero fa fatica a rappresentarsi la sintesi, dovette essere a disposizione il lavoro associato, la cooperazione subordinata di molte braccia a un ordine solo. Non essendovi più schiavi, comodi con popoli poco densi rispetto a un ricchissimo potere, e non bastando i servi, e neppure i loro diretti eredi, i contadini liberi piccoli coltivatori, si dovettero attendere i salariati e il Capitale che anticipasse le magre sussistenze per la loro offerta, maldefinita libera, e soltanto gratuita, come per il taglio di Panama in cui ne morirono di febbre il cinquanta per cento.
Non il libero spirito ma la servitù del braccio ha reso possibili le vaste costruzioni che oggi ricoprono il mondo conosciuto: ed è soltanto la forma capitalista di produzione che è suscettibile di andarle a fare, sol che lo voglia, da un capo all’altro dello sferoide. È così il capitale e non lo Zar, che taglia la Nordasia con la ferrovia transiberiana, la più lunga del mondo.
Ed abbiamo così, per risolvere il problema russo posto da Marx-Engels in teoria, da Lenin in teoria e nell’azione, tracciato quattro vie itinerarie, con cui la barbarie umana, schietta e comunistica, cerca di attingere la fase del capitalismo.
Colla via asiatica, da cui vogliamo cominciare, l’agricoltura fissa, fonte di tutta la ricchezza (ricchezza è massa disponibile di sussistenze per stomaci subordinati), è gestita in forma non individuale ma di villaggio: coi prelevati tributi si regge la signoria di stato o la teocrazia e si armano soldati, o si organizzano schiavi nelle opere pubbliche: come questo mondo si avvia verso il possesso diviso della terra, la produzione di merci, la manifattura in grande e l’industria, è trattato a suo luogo.
Colla via classica antica, liberi coltivatori prendono a coltivare lotti di terra. Proprietari di schiavi, organizzati in uno stato politico giuridico perfetto e centrale, gestiscono grandi terre, ed anche notevoli commerci e manifatture in grande: artigiani della città e coloni delle terre sono liberi cittadini delle antiche democrazie. Ricchezza creata dallo schiavo e dal plebeo è a disposizione del patrizio, del mercante e dello stato. La partenza del processo non è il soggiogamento di libere gentes, ma il loro spontaneo spartirsi la terra. Il suo arrivo è il decadere dello schiavismo, forma di troppo consumo perché lo schiavo non è gratuito e in una popolazione fitta è passivo; lo spezzarsi della unità statale; il rattrappirsi delle imprese imperiali nelle isole chiuse di produzione-consumo agrario del medioevo.
Colla via germanico feudale, connessa alla cristiana soppressione dello schiavismo, le comunità egualitarie nomadi e fisse di popoli venuti dai margini dell’impero si trasformano in gruppi di servi, accomandati al signore guerriero, il cui sistema gerarchico si sposa a quello della nuova chiesa: prevale la piccola azienda agraria familiare, che deve al feudatario lavoro e prodotti: il prelievo sociale è modestissimo, la pubblica economia deficiente, lo stato centrale lontano ed assente, la manifattura misero complemento del lavoro familiare. Classicamente questa forma si svolge nel mercantilismo e nel capitalismo, con lo sviluppo del lavoro artigiano, del commercio interno ed estero, e di una agricoltura industriale a grandi aziende, che disperde finalmente il giogo, la palla di piombo, del parcellamento contadino, infine della grande industria.
Colla via russa, o grande slava, si presentano certe difficoltà nel riapplicare il nostro schema che così bene collega i tipi umani: despota, schiavo e comunità serva in Asia – patrizio schiavo e cittadino in Roma – nobile e servo in Europa – capitalista e salariato nel moderno mondo bianco.
Lo sciogliersi del comunismo primitivo agricolo nella forma romana del perfetto possessore personale e privato del suolo – o nella forma di soggezione personale germanica del servo della gleba al signore – indiscutibile momento propulsore di tutto il processo, che condurrà al mercantilismo generale, al privato industrialismo, al capitalismo infine, e al socialismo in quanto saranno gli ultimi prodotti sociali, i salariati proletari, ad afferrare la direzione della società, forse in tale area non si verificherà? Forse i contadini, comunisti nel rapporto reciproco, servi nel rapporto col signore, come in Germania, e di più nel rapporto coi già nato possente stato centrale militare sacerdotale burocratico, senza divenire proletari, scateneranno la rivoluzione socialista? E nel farlo diverranno proprietari, e secondo i vari Tschakoff, saranno proprietari e rivoluzionari?
Diciamolo subito: in questa nostra trattazione, mentre si ammettono e seriamente si considerano le particolarità storiche e sociali, fin qui tratteggiate, del campo grande slavo, noi andiamo alla decisa risposta: NO. Una rivoluzione comunista senza salariati come classe sociale di base – salariati del capitalista privato o statale non cambia nulla – la storia non l’ha vista, né la vedrà.
La comunità rurale e la Russia
Allorché Engels, come abbiamo preso ad ampiamente riferire, prende in esame le cose sociali della Russia, egli è colpito dal fatto che tutti i russi che si sono volti alla teoria socialista sorta in Europa, e sono nello stesso tempo avversari del regime zarista e attenti osservatori delle lotte di classe in occidente, si richiamano ad un elemento di socialismo che è presente nella arretrata Russia, ove i proletari delle città (parliamo del 1875) non mostrano di avere ancora un compito proprio, ma fremono nelle campagne i contadini contro lo stato dispotico e i boiardi, in difesa dei diritti delle loro numerosissime comunità locali di lavoro agrario.
Noi per utile esposizione di punti essenziali abbiamo generalizzato il problema alle primissime comunità delle gentes indipendenti, che precedettero la proprietà privata del suolo; ma venendo più direttamente alla Russia, è il caso di vedere come Engels ne definisce il già svolto corso, fino al 1861, anno della riforma semiborghese, che eliminò in certo modo almeno giuridicamente la servitù, e dopo gli effetti di quella emancipazione legale che in sostanza condusse ad una ulteriore depressione economica per la massa contadina lavoratrice.
Quel residuo storico del comunismo primitivo aveva infatti già incorporate una serie grandissima di impurità, su cui Engels porta la sua attenzione, nell’intento di applicare alla Russia il metodo marxista con scientifica sicurezza, e nello stesso tempo di non disprezzare la generosa posizione di chi voleva evitare il trapasso attraverso il capitalismo, che anche nel rigore marxista può essere trapasso obbligato e in questo senso affrettato, ma non, come oggi si direbbe, apologizzato, magnificato come una tappa eccelsa di conquiste umane.
Ritorneremo dunque alle citazioni ed ai commenti.
«L’artel, dice Engels nel testo già richiamato, che il signor Tschakoff nomina solo incidentalmente, ma su cui noi ci soffermeremo qui perché dal tempo di Herzen esso esercita una influenza misteriosa su parecchi russi, lo Artel è in Russia una diffusa specie di associazione, la forma più semplice di cooperazione, come si presenta nella caccia presso i popoli cacciatori. Parola e cosa non sono slave, ma di origine tartara. Entrambe si trovano da una parte presso i Khirghisi, gli Jacuti, etc. (Asia centrale) dall’altra presso i popoli finnici, i Lapponi, i Samoiedi (Asia artica)».
Non solo dunque la verità storica o anche preistorica ci porta fuori della asfissiante lode alla coltivazione della terra individualista e ci mostra che la prima forma stabile di produrre gli alimenti fu per gli uomini comunista, ma ci mostra che anche le attività non stabili, le forme di raccolto di alimenti da consumare non precedute da «coltivazione», come la pesca e la caccia, furono all’inizio esercitate in forma collettiva: tutti cacciavano insieme e insieme consumavano la selvaggina. Se già il popolo agricoltore impara a mangiare ad ore fisse, queste prime comunità cacciatrici o piscatorie lavorano sempre, e quando l’orso o la foca cadono loro preda fanno una poderosissima spanciata comune: gli stessi cani a gran diritto vi prendono parte. La civiltà in scatolette non è ancora nata.
Il cacciatore singolo presto morirebbe, data anche la primitività dell’attrezzatura, mentre riesce a vivere l’artel di cacciatori. Un simile fatto è del più grande interesse, non per propaganda etico-utopistica, ma come arma di lotta contro l’addormentamento dei moderni rivoluzionari con l’inno alla santa proprietà personale e familiare, che i comunisti di tipo russo odierno vomitano senza posa.
Engels dà una interessante spiegazione dell’uso della parola artel per ogni altra specie di associazione a tipo cooperativo che in Russia si è sviluppata mentre nell’Europa di occidente sorgevano le prime cooperative operaie di produzione, come le filature del Lancashire e tante altre. Se in tutti i testi del marxismo (vedi perfino l’Indirizzo inaugurale della Prima Intemazionale) si mostra largamente come questo non abbia nulla a che vedere col socialismo, qui Engels mostra che gli artel restano ancora di gran lunga indietro. Vi erano artel di lavoratori dello stesso mestiere, di facchini, etc., e perfino artel per gestire imprese manifatturiere. Ma questi organismi non hanno mezzi, non hanno sedi, sono presto vittime di strozzini, e si affittano quando svolgono attività industriali al privato capitalista che dà loro la sede stabile e qualche anticipo per spese e sussistenze, cadendo nell’orribile sfruttamento del famoso trucksystem d’Inghilterra.
Questa dimostrazione mira a questo concetto: una isola comunista locale poteva nella preistoria essere un vero comunismo, poiché era tanto lontana da altri gruppi umani da non essere sfruttata: abbiamo poco fa usato il termine di microcomunismo. Ma può sopravvivere una comunione di famiglia o di villaggio e ad essa sovrapporsi lo sfruttamento tributario del despota, dello stato: andiamo allora ancor più lontano dal comunismo nel senso nostro: non vi sono classi di proprietari e non proprietari nell’isola o villaggio, ma ve ne sono nella società. Essendo per noi socialismo o comunismo la società senza classi, e nello stesso tempo senza isole chiuse, non avrà mai a che fare col nostro programma ogni gestione collettiva solo perché limitata, ieri alla famiglia o al villaggio, oggi all’azienda o all’impresa.
Basarsi quindi su un sistema di artel sfruttati, o anche di cooperative presenti nel campo del mercato moderno generale, per fondarvi una società comunista, è assunto privo di senso, anzi pericolosamente opportunista.
Engels e la filosofia del «mir»
Il solito Tschakoff si dà a vantare che il popolo russo, malgrado la sua ignoranza (non certo i marxisti gli imputano tale ostacolo), è penetrato dai princìpi della «proprietà comunista». A questa stregua è comunista anche il condominio di un fabbricato: i giuristi infatti chiamano comunisti i possessori dei singoli appartamenti. Il governo zarista sarebbe stato allora dedito ad inculcare nei contadini russi l’idea della proprietà individuale «con le baionette e lo knut». Quindi «il popolo russo sta molto più vicino al socialismo che quelli dell’Europa occidentale».
«In realtà, Engels gli replica, la proprietà comunistica del suolo è una istituzione che noi troviamo ad uno dei gradi di sviluppo più bassi, presso tutti i popoli indogermanici dall’India fino all’Irlanda, e perfino si sviluppa presso i Malesi che si svolgono sotto l’influenza indiana, ad esempio nell’isola di Giava (Engels vuol notare che sono di razza mongola). Ancora nel 1608 nel nord dell’Irlanda, di recente conquistato dagli inglesi, la proprietà comunistica del suolo serviva di pretesto per dichiarare la terra senza padrone, e come tale confiscarla a beneficio del trono». I lontani gaelici non erano ancora stati raggiunti dal diritto romano, che non ammetteva la res nullius, la cosa di nessuno (in cui res vuol dire immobile) e che si sposò tanto bene con l’economia mercantile borghese, come ricordammo (Proprietà e Capitale) coi due famosi motti francesi: l’argent n’a pas de maitre – pas de terre sans seigneur.
La comunità rurale era generale in Germania, e ne sono un resto le terre collettive, che si spartiscono periodicamente tra i singoli coltivatori nella forma moderna (ricomposizione, anche nei territori ex-austriaci d’Italia). Tale forma di proprietà divenne presto un impaccio alla produzione e fu tolta via anche in Polonia e piccola Russia. Ma nella Russia propriamente detta sopravvisse, ed offriva la prova che la produzione agricola e i rapporti sociali della campagna si trovano «ad un grado arretrato di sviluppo, come è realmente il caso (poca fertilità, bassa densità di popolazione)».
Qui Engels fa di una società fondata sul mir una critica fondamentale e suscettibile dì ampi sviluppi. «Il contadino russo vive e si muove soltanto nel suo comune; tutto il restante mondo esiste per lui soltanto in quanto interferisce in questo suo comune».
Ritorna qui il concetto marxista su cui abbiamo tanto lavorato: l’isola chiusa di lavoro e consumo, che si ha tanto in un microcomunismo di villaggì soggetti ai nobili o allo Stato dispotico, quanto nella servitù feudale che tiene un mosaico di minimi campicelli familiari sotto un unico signorotto, e vieta ogni evasione delle persone e delle famiglie, sono sistemi premercantili, ma per ciò stesso è un sistemi chiusi non solo allo scambio delle merci, ma anche a quello di ogni sovrastruttura sociale, sia della cultura che preoccupa i borghesi, sia del senso di classe che interessa noi rivoluzionari e che ci soddisfa anche se è nel singolo un semplice istinto, divenendo teoria nel partito che unisce la classe sopra tutte le isole, da quelle di villaggio e di canìpanile a quelle nazionali.
«E questo ne è siffattamente il caso che la parola mir significa tanto «il mondo» che «il comune agricolo». Sves mir, ossia tutto il mondo, significa per i contadini l’assemblea dei membri del comune. Quando adunque, il signor Tschakoff parla della «concezione del mondo» dei contadini russi, egli ha evidentemente tradotto in modo errato il termine russo «mir».
«Un tale completo isolamento dei piccoli comuni l’uno dall’altro, che è uguale in tutto il paese, ma che è contrario al comune interesse, è la base naturale del dispotismo orientale, e dalle Indie fino alla Russia questa forma di società, dove ha dominato, lo ha sempre prodotto e ha sempre trovato in lui il proprio completamento. Non semplicemente lo Stato russo, ma perfino la sua forma speciale, il dispotismo dello zar, invece di essere sospeso nell’aria (Tschakoff aveva preteso che lo Stato fosse presente nei paesi capitalisti, dove vi sono precisi interessi di classe, non in Russia, dove non vi era borghesia e la lotta economica tra le classi: la risposta di Engels è importante per la questione del capitalismo statale e dello Stato di classe, in rapporto alla statistica definizione di una classe come settore della società: gli stalinisti potrebbero oggi dire che non si può definire lo Stato di Mosca come Stato capitalista, poiché sarebbe un sospenderlo nell’aria) è il prodotto logico e necessario delle condizioni sociali russe».
Nulla quanto la suggestiva identità della parola che indica allo stesso tempo il mondo sociale e fisico e quel «microcosmo» che era il villaggio russo primitivo, e comunista in senso assai largo, può servire al confronto fra i compiti storici cui può assurgere da una parte il contadino (e tanto peggio se da membro del mir è ulteriormente decaduto a coltivatore molecolare come in Occidente) e dall’altra il lavoratore salariato, sia dell’industria, sia delle campagne coltivate in grandi aziende moderne.
È questione dell’orizzonte sociale che nei due casi si apre. Quello del contadino si chiude a una spanna dal suo occhio, e poco o nulla contiene di diverso da ciò che è immediata sua personale esperienza, sua soggettiva condizione. È orizzonte limitato alla breve cerchia del natio villaggio; dal quale non si può in genere mai allontanare, sia esso servo della gleba, sia componente del mir, sia proprietario coltivatore; legato in ogni caso alle sue condizioni di lavoro (la terra comunale, o peggio la schiappa del suo possesso familiare) con catene che avvincono la fisica sua persona.
Il lavoratore salariato moderno ha all’opposto un orizzonte di esperienza e di vita che diviene sempre più vasto. Non è legato a una località, a un’azienda e nemmeno ad una nazione. Mano mano che il capitalismo lo rende nullatenente, per collocarlo al lavoro non gli chiede nessuna «scorta» nemmeno minima di mezzi di opera, nulla oltre il suo braccio e il suo corpo; e la fluttuazione delle condizioni di impiego rende sempre più probabile e facile il suo spostamento dall’uno all’altro dei luoghi di lavoro. Ed anche quando resta nella stessa fabbrica o azienda (sia pure questa una conduzione rurale) egli non si vede affiancato solo da esseri che fanno gli stessi suoi gesti, gli stessi suoi sforzi, dalla zappatura al raccolto, ma constata tra sé e i suoi compagni una varietà sempre più estesa di compiti di lavoro. Anche fuori dell’orario di fabbrica i suoi rapporti sociali sono di una ricca eterogeneità in confronto a quelli secolarmente immobili del contadino; mentre in una sola generazione l’ingranaggio sociale e aziendale muta tante volte di forme e di rapporti, da fargli percorrere tutta una gamma di svariate posizioni nel lavoro e nella vita.
Il piccolo agricoltore non esce dal suo guscio se non per la esperienza militare e, peggio di guerra, che gli mostra altri paesi ed altre relazioni, tuttavia a loro volta uniformi e rigide, per poi se superstite rimpiombarlo nel suo angolo oscuro. E ciò che è limitatezza di orizzonti nello spazio, lo è anche nel tempo: il contadino che non guarda oltre la sua ristretta cintura non vede nemmeno mutamenti dell’ordine sociale e della storia, non può arrivare a rivendicazioni e programmi per una rinnovata struttura sociale. Lo stesso fenomeno della emigrazione dovuta alla indigena miseria, quando non lo vietino antichi e moderni impedimenti, non è che un momento della proletarizzazione che di colpo lancia nuovi diseredati nel vortice dell’economia capitalistica e nella sua bufera infernale che rotea su continenti e mari: eppure il più delle volte per anni e decenni egli non sogna che di tornare a rinchiudersi nell’avita e fredda cellula da cui partì.
Tutto questo insieme di differenze e di antitesi, lumeggiate da classici passi del marxismo e dalla famosa definizione del contadiname come una classe di primitivi barbari rimasta incapsulata nella società attuale, di cui subisce tutta l’infamia sommandola con la limitatezza e l’oscurantismo dei regimi che la hanno preceduta, sta a dimostrare quanto sia insensata l’idea di togliere dalla mano del moderno salariato la fiaccola della rivoluzione sociale, per affidarla a quella impacciata e anchilosata del contadino.
Snaturarsi storico della comunità
«Il rapido sviluppo della Russia nella direzione borghese, vi distruggerebbe a poco a poco la proprietà collettiva, senza che il governo russo avesse bisogno di combatterla «colle baionette e lo knut». E questo tanto più che oggi (sempre 1875) la terra collettiva in Russia non viene coltivata in comune, e poi diviso il prodotto, come ne è il caso tuttora in alcune province dell’India; al contrario la terra viene di quando in quando divisa tra i capifamiglia singoli, e ognuno coltiva la sua parte per sé (e ne consuma coi suoi il prodotto)».
Occorre riflettere su questo passo fondamentale. Due caratteri del comunismo primitivo si sono perduti: uno è quello che la comunità non debba versare all’esterno tributo alcuno (di denaro, prodotto, o forza di lavoro) e lo abbiamo illustrato più sopra; tale carattere è perduto anche in India; esso si perde non appena nella vecchia società barbara senza poteri appare la prima forma di Stato, a territorio più o meno esteso, e con esso nascono la divisione in classi e laappropriazione di sopralavoro. Quel carattere di autonomia e ugualitarismo interno totale della gens come altra volta vedemmo si conservò ancora dopo che le gentes troppo avvicinate rispetto alla terra libera, si fecero guerra: questa si concludeva col fisico sterminio di una delle due, non coll’assoggettamento a tributo o a schiavitù, ridivenendo adeguato il rapporto tra superficie e popolazione. Forma barbara: ma migliore forse quella della guerra odierna che fa correre fiumi di sangue e tuttavia fa aumentare la miseria generale per tutti?
Il secondo carattere che si è perduto è quello veramente comunista, sia pure microcomunista, per cui ogni singolo e ogni gruppo familiare (la gens originaria è appunto, anche nei vincoli di sesso e sangue, unica famiglia) non mette il suo consumo in relazione col suo sforzo di lavoro. Il lavoro è dato in comune, ed indistinto, il consumo è anche in comune e al più con una spartizione pro capite dei risultati dei raccolti. Nessuna lottizzazione quindi dell’area di terra coltivabile su cui la comunità è insediata.
Tutto cambia quando invece in partenza di ogni ciclo stagionale si tracciano tanti campicelli entro i quali si svolge opera lavorativa e raccolto singolo. Ritornando allo schema che abbiamo premesso (solito paziente nostro metodo per raggiungere, tralasciando finezze erudite ed ingombro di particolari non essenziali sfruttabili dai soliti imbonitori e intorbidatori avidi di scappatoie) ben potremmo dire che nel tipo romano la comunità si spezza decisamente con la lottizzazione tra campi non più suscettibili di «rifusione», nello stesso tempo che assumono moderna forma i rapporti di famiglia monogama e successione ereditaria. Si realizza tra i possessi parcellari una totale continua e definitiva indipendenza: di più alle origini di vera democrazia (tuttavia schiavista perché con la terra possono possedersi ed ereditarsi schiavi) il cittadino piccolo agricoltore non versa tributi a nessuno. Le imposte per lo Stato, nella forma sviluppata, non sono ancora tanto uno sfruttamento di classe, quanto un compenso alle distribuzioni statali di terra conquistata ai nemici. Presto il «libero» contadino sarà sottoposto ad angherie di funzionari, strozzini, mercanti e così via. Teoricamente nel regime di diritto romano si salta dalla libera gens comunista alla proprietà individuale irrevocabilmente spartita: gli stessi rigidi confini chiudono la piccola azienda e la piccola proprietà.
Anche nel tipo germanico libero, l’esercizio in comune della terra comune della tribù cede il passo a tanti esercizi isolati, anche liberi: solo che i lotti vengono ogni anno riformati di uguale importanza; tale misura, finché resiste in genere tende a mantenere la parità di consumo e tenore di vita fra tutti i componenti della tribù: è impedita quella che si potrebbe chiamare la accumulazione dei prodotti e anche dei mezzi di esercizio, ottenuta sia pure con un primo tipo di astinenza. Questa forma libera diventa soggetta con la feudale accomandita: il signore preleverà tributi, si assumerà di rendere stabile il confine esterno, si arrogherà lui il diritto di spartire tra i suoi servi la terra da esercire: piccole aziende di lavoro, unica giurisdizione feudale, che non è proprietà della terra (in grande) nel senso latino, ma è diritto personale su un dato gruppo di famiglie legate alla gleba.
In Russia al momento della riforma del 1861 le comunità originarie sono del tutto degenerate. Hanno perduta la autonomia perché sono (la metà circa) tributarie di nobili alla maniera feudale, ovvero direttamente tributarie allo stato amministrativo centrale (tipica caratteristica del modello grande slavo), Hanno abbandonata la comunione vera di lavoro e di consumo poiché, anche alla maniera germanica, hanno smistata la grande azienda comune in tante piccole aziende familiari, tutte serve del boiardo, o dello Stato, o di istituti religiosi.
Benché all’inizio tutto il tributo sia pagato in natura o in tempo di lavoro, ha inizio in questi rapporti la forma monetaria mercantile, e come era sparita da secoli l’indipendenza economica, così si disperde sempre più l’uguaglianza economica.
La discesa sociale del mugik
Torniamo ad Engels per la descrizione del fenomeno, già noto al tempo in cui scriveva agli studiosi, e noto alle masse fuori di Russia dal tempo delle rivoluzioni che posero questo problema al mondo, da quando poterono contare sulle prime gloriose avanguardie dei proletari delle grandi città, più che non avessero potuto farlo intellettuali filantropi e letterati anche insigni.
«Diviene quindi possibile tra i membri del comune la differenza più grande di condizioni. Quasi ovunque vi sono dei ricchi contadini – qua e là milionari – i quali fanno gli usurai e dissanguano i contadini … Secondo lo stesso Tschakoff in mezzo ai contadini si rifà una classe di strozzini (kulakov) di incettatori ed affittuari delle terre dei nobili e dei contadini stessi – una aristocrazia campagnola».
Sono le forme mercantili borghesi che, sotto lo stesso regime zarista, monopolizzatore finora dello sfruttamento del mugik insieme al nobile, affiorano e cominciano anche in loco a tessere la trama dell’accumulazione sperequatrice.
Il testo prosegue: «Quello che diede l’ultimo colpo alla proprietà collettiva fu l’abolizione della corvée. Al nobile (colla riforma 1861, ed in cambio dell’antico diritto di far lavorare per sé i servi senza compenso in dati giorni) fu assegnata in proprietà la più grossa e miglior parte del suolo; al contadino rimase quanto appena gli basta per vivere (sia pure in forma di proprietà e senza obblighi di tributo in lavoro e decime) – tuttavia mentre i nobili pagavano imposte per 15 milioni di rubli sulla loro mezza Russia, i contadini «liberati» ne pagavano allo Stato per 190 milioni. Per giunta, le foreste furono assegnate ai nobili; il contadino deve ora ricomprarsi la legna da bruciare (genere in Russia di prima necessità) da lavoro e da costruzione (in paese di case di legno) che prima poteva liberamente prendersi (nei boschi del comune). Così adesso il contadino non ha più che la sua casa e il suo nudo terreno, senza i mezzi per coltivarlo, e in media non ha abbastanza terra (la fame di terra!) per mantenere sé e la propria famiglia da un raccolto all’altro). In tali condizioni e sotto l’oppressione delle imposte e dell’usura, la proprietà collettiva del suolo non è più un beneficio: essa diviene un legame … I contadini lo sfuggono spesso, con o senza famiglia, per vivere come i lavoratori senza sede fissa, e abbandonano il loro paese».
Va notato come questa tendenza dei contadini spinti dalla disperazione a rompere il tradizionale orizzonte e a liberarsi dalla eterna aspirazione al possesso del lembo di terra sia, in effetti, il vero lievito rivoluzionario che mina le basi della vecchia società: per i marxisti tutto il vario e petulante movimento per riportare il contadino alla terra e fissarvelo con nuove lottizzazioni, con requisizioni delle terre dei nobili, quando riportato alla scala generale e non considerato come un fattore contingente di crisi e sommovimento alle svolte rivoluzionarie, vale alla fine come un coefficiente di controrivoluzione e conservazione. A tale stregua vanno giudicati i tentativi di legare lavoratori al suolo agrario nei vari paesi contemporanei con le riforme fondiarie che non tendono a fondare una tecnica agraria moderna ma al pullulare di miriadi di piccolissime aziende. In sostanza sono ispirati alla stessa direttiva i russi colcos, che a lato di una attività di produzione in comune conservano come fondamentale risorsa di vita la attribuzione di piccoli lotti individuali a ciascuna famiglia associata, il che non è alla fine che un nuovo sistema di prelievo di tributo sociale dal lavoro nelle campagne: se in misura aumentata o con migliorato rapporto tra i vari fattori, non ancora è il luogo di discutere.
Passato e futuro della coltura collettiva
Siamo alla fine dell’analisi di questo aspetto comunistico della società russa, assunto da quelli che ne volevano fare uno scalino al socialismo generale. Si è trattato prima di stabilire quanto erano scaduti i caratteri collettivistici della forma esaminata. Ora si vedrà che possibilità hanno di nuovi sviluppi, e a quali condizioni storiche.
«Come si vede, la proprietà collettiva ha passato in Russia, il suo apogeo, e secondo le apparenze va verso la sua dissoluzione. Pertanto è innegabile la esistente possibilità di trasferire questa forma di società in una superiore, dato il caso che essa si conservi fino a che le circostanze siano mature, e, nel caso che essa si dimostri capace di sviluppo in modo che i contadini non coltivino più la terra divisi, ma in comune, trasferirla in questa forma superiore, senza che i contadini russi abbiano ad attraversare il grado intermedio della proprietà borghese».
È marxisticamente proprietà borghese non solo ogni proprietà privata, ma quella in cui il ciclo lavoro-consumo non è più locale, e tutti i prodotti anche del suolo hanno forma di merci. Chiudere il ciclo lavoro-consumo nell’ambito personale-familiare non significa superare la forma borghese, ma restarvi indietro; restano infatti lettera morta le conquiste della divisione tecnica del lavoro e della collaborazione nei diversi momenti produttivi. Può andare oltre la forma borghese un ciclo, in una prima forma anche territorialmente ridotto, di lavoro-consumo in cui produrre e consumare siano atti compiuti in comune, anche se le mansioni tecniche siano diverse. Comunque il passo dalla piccola alla grande azienda è sempre passo in avanti, anche se il ciclo diretto lavoro-consumo diviene lavoro-moneta-consumo. Il vecchio Engels chiedeva comunisti e non colcosiani!
Tecnicamente, socialmente, politicamente, quale sarà la figura del colcosiano? Prevarrà in lui il carattere del lavoratore partecipante con mille altri ad una delle tante gamme della produzione organizzata con tutte le risorse tecniche, o quello del «tutto fare» che si dimena nei limiti angusti del campicello assegnatogli, e vi fa con pari impegno e limitatezza tutti i mestieri, spinto ad immolare le ore del riposo, e dello sguardo oltre quel misero orizzonte, dall’incentivo di un boccone di più sul suo desco?Sarà per questo tipo sociale un vantaggio non essere divenuto un chiaro salariato agricolo di una vasta azienda agrario-industriale, gestita da un capitalismo privato o da un capitalismo statale?Arriverà egli mai ad essere rivoluzionario e comunista? Alla data di oggi possiamo rispondere di no.
Alla data di ottanta anni addietro Engels riproponeva la condizione, non realizzata, del balzo alla testa della storia dei proletari europei.
«questo può soltanto accadere se nell’Europa occidentale, ancora prima della complete rovina di quella proprietà collettiva, venga a compiersi una rivoluzione proletaria ed offra al contadino russo le condizioni di quella trasformazione, specie quelle materiali di cui esso abbisogna per riuscire alla necessaria rivoluzione di tutto il suo sistema agricolo».
«È dunque una pura millanteria quando il signor Tschakoff dice che i contadini russi quantunque «proprietari» sono più vicini al socialismo degli operai nullatenenti dell’Europa occidentale. tutto al contrario. Se forse la proprietà collettiva può salvarsi ed avere l’occasione di trasformarsi in una nuova forma realmente vitale, ciò può soltanto avvenire per mezzo di una rivoluzione proletaria».
Tale non fu il succedersi degli eventi. «È dunque una pura millanteria» quando, dal cuore dell’occidente, il signor Palmiroff per convincere i proletari a divenire il primo scudo della Costituzione repubblicana – e proprietaria – racconta loro che il socialismo ha trionfato in tanta parte del mondo, che ciò è avvenuto senza che essi gli camminassero avanti ad aprirgli la via, e che perfino debbono oggi astenersi dal metterglisi in coda, perché ciò turberebbe la pace, la sicurezza e la convivenza degli imbonitori di occidente e di oriente.