Fra il fascismo e la borghese democrazia, A 80 anni dagli scioperi del marzo del 1943
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Gli scioperi che 80 anni fa, in piena guerra mondiale, videro protagonista la classe operaia del Nord Italia furono un esempio di come il proletariato, nei casi in cui sia spinto dalla necessità di soddisfare i propri bisogni vitali, sia capace di mandare in frantumi l’ammorbante pace sociale che lo lega alla sottomissione al capitale.
Quando agli inizi di marzo del 1943 prese avvio quel vasto movimento di scioperi che per una breve fase intralciò l’incedere della macchina della guerra imperialista, già da lunghi mesi il malcontento serpeggiava fra i lavoratori delle città del Nord Italia, sempre meno rassegnati a pagare il prezzo dell’impegno nella seconda guerra imperialista. Dopo oltre due anni e mezzo di guerra le condizioni dei proletari erano peggiorate in maniera drammatica.
Mentre i primi bombardamenti alleati squarciavano i quartieri proletari delle città, agli infernali ritmi di lavoro in fabbrica, esasperati dalla disciplina militare e dal ricatto del cottimo, si aggiungeva una drastica caduta del potere d’acquisto dei salari, accelerando un processo che andava avanti da almeno un decennio prima dello scoppio delle ostilità. Infatti la borghesia italiana, col divieto legale dello sciopero e la repressione di qualsiasi iniziativa indipendente del movimento operaio, costretto alla clandestinità, era riuscita a scaricare sui proletari le conseguenze della crisi economica internazionale esplosa nel 1929. Se ne trova il dettaglio quantitativo nel nostro “Comunismo” n.40.
La denutrizione che serpeggiava, specie fra la popolazione operaia delle grandi città industriali, faceva crescere le preoccupazioni del regime, che avvertiva di non essere più in grado di fronteggiare la situazione con le “elargizioni” con cui in precedenza, grazie anche alla repressione, veniva soppresso ogni moto proletario.
Nell’agosto del 1942 nel palazzo dei sindacati fascisti di Milano si svolse un’adunata alla quale parteciparono 2.000 fiduciari sindacali della città e della provincia. In quell’occasione venne ammesso che il salario operaio era di 5,20 lire giornaliere inferiore rispetto al costo ufficiale della vita, valutazione certo ottimistica. Allo stesso tempo era però enunciata l’indisponibilità a procedere ad aumenti salariali che, a detta dei dirigenti fascisti, avrebbe fatto crescere l’inflazione. Al regime non restò che ricorrere a espedienti propagandistici come pesare i lavoratori per negare il loro dimagrimento.
Già nel 1942 si erano avuti scioperi spontanei e le prime manifestazioni di piazza. A Grugliasco, nella cintura torinese, 150 donne avevano ottennuto una distribuzione supplementare di generi alimentari, a Melegnano, in provincia di Milano, altre 300 donne, convocate con una cartolina precetto, avevano manifestato nell’ufficio di collocamento rifiutando il lavoro che le autorità fasciste volevano imporre loro. All’Alfa Romeo di Milano e alla Tedeschi di Torino gli operai erano ricorsi allo “sciopero bianco” che consisteva nel rispettare alla lettera i regolamenti e i mansionari aziendali, intralciando così la produzione. Una forma di lotta questa che avrà una certa diffusione anche nel prosieguo della guerra e durante la Repubblica di Salò.
La lotta dei proletari torinesi incominciò alle 10 del mattino del 5 marzo del 1943 alla Fiat Mirafiori e si estese immediatamente ad altre fabbriche. I reparti si svuotarono spontaneamente, in maniera pressoché unanime, senza una vera organizzazione preventiva dell’azione di sciopero. L’adesione fu totale persino nei reparti laddove era cospicua la presenza di operai che avevano accettato la tessera del partito fascista. Lunghissimo l’elenco delle aziende in cui si diffuse lo sciopero: Fimet, Ambra, Manifattura Tabacchi, Viberti, Concerie Florio, Fest di Rivoli, Concerie Runite, Fatis, Frigt, Savigliano, Passard, Gütermann, Talco, Fergat, oltre che tutti gli stabilimenti della Fiat.
La direzione della Fiat si rassegnò presto alle prime concessioni: il 18 marzo accordò un anticipo di 300 lire a tutti gli operai che si fossero mantenuti “disciplinati al lavoro”. Tutte le aziende di Torino si adeguarono e gli operai tornarono al lavoro dopo avere ottenuto questa prima vittoria.
Lo sciopero arrivò a Porto Marghera il 14 marzo coinvolgendo la Vetrocoke, la Breda, la Fertilizzanti e la Azotati.
Il movimento, sospeso a Torino, dilagò a Milano a partire dal 23 marzo e si protrasse per diversi giorni coinvolgendo anche qui decine di migliaia di operai. Quel giorno alla Falck una squadraccia fascista interveniva con manganelli e pistole per ingiungere ai lavoratori di riprendere il lavoro, ma furono costretti a una rapida ritirata. La Pirelli scioperò dal 24 al 27 marzo. Gli interventi della polizia e degli squadristi non riuscirono a convincere gli operai a riprendere il lavoro. Anche qui è lungo l’elenco delle fabbriche in cui si scioperò: Ercole Marelli, Borletti, Brown-Boveri, Face-Bovisa, Caproni, Bianchi, Cinemeccanica, Olap, Motomeccanica, Kardes, Breda Aeronautica, la Magnaghi-Turro.
Il regime fascista si trovò impreparato ad affrontare questa ondata di scioperi, anche perché la lotta del proletariato, quando esplode, estende la sua azione su tutta quanta la classe sbarazzandosi delle artificiali divisioni ideologiche che la classe dominante riesce a imporre fintanto che è possibile corrompere alcuni strati operai. Di conseguenza l’azione repressiva della polizia fu piuttosto blanda perché una repressione più dura avrebbe provocato un inasprimento delle lotte.
Anche le azioni squadristiche, dopo i primi ridicoli risultati, furono abbandonate. Si preferì giocare la carta della minaccia di invio al fronte facendo sfilare davanti alle fabbriche in sciopero gruppi di mutilati di guerra, provocando però ancora una volta la reazione sdegnata da parte degli operai.
A scioperare non furono soltanto gli operai, che ancora conservavano la memoria delle gloriose lotte degli anni ’20, ma anche gli organizzati nei sindacati fascisti, gli iscritti al PNF e anche gli appartenenti alla Milizia.
Il padronato, conscio del pericolo di risposta operaia ad una dura repressione, si vide costretto a cedimenti sul piano economico. Il governo fu indotto ad accettare parte delle richieste operaie ed il 2 aprile annunciò ufficialmente che «le due confederazioni fasciste interessate stanno elaborando i provvedimenti che entreranno in vigore il 21 aprile». Tali provvedimenti consistevano in una indennità giornaliera di carovita. Questo non era che una piccola parte di quanto avevano rivendicato gli operai in lotta, ma rappresentava un cedimento di fronte alla classe operaia.
Gli scioperi del 1943 dimostrarono alla classe dominante che per salvare se stessa il metodo dello squadrismo non funzionava più ed ora era costretta a liquidare quel fascismo che 20 anni prima l’aveva salvata, approfittando del riflusso del moto proletario, complice il tradimento socialdemocratico. Il fascismo era ormai un’arma inservibile di fronte alla determinata mobilitazione della classe operaia. I margini della politica di conservazione sociale in quel tempo di guerra si stavano restringendo e imponevano una nuova forma di demagogia.
L’esplosione delle lotte operaie aveva sorpreso gli operai stessi i quali, dopo due decenni di sconfitte, avevano riacquistato fiducia nella loro forza. La compattezza e l’estensione degli scioperi avevano dimostrato che non erano sufficienti né la dittatura né lo stato di guerra, con la militarizzazione della vita sociale e la legge marziale, a fermare gli operai. Del tutto inefficaci si erano rivelate anche le vessazioni dell’occhiuta polizia politica, la minaccia della revoca dell’esonero dal fronte per gli operai, la galera, i pestaggi.
Per piegare la classe proletaria ci fu allora bisogno di ben altro. Era venuto il tempo del cambio di regime, del capovolgimento delle alleanze con il passaggio dell’Italia al fronte imperialista occidentale.
Mentre al popolo era fatto balenare il miraggio della restaurazione democratica, in tutta Italia migliaia di proletari morivano sotto le bombe alleate. Il 12 e 13 luglio le “fortezze volanti” scaricarono su Torino 763 tonnellate di bombe, di cui un terzo incendiarie. I vigili del fuoco non furono in grado di spegnere gran parte degli incendi a causa dei danni alla rete idrica. Oltre 800 furono i morti e 900 feriti fra la popolazione civile. Bombardamento sei giorni dopo superato per effetti devastanti e numero di vittime da quello di Roma sul quartiere proletario di San Lorenzo.
La riunione del Gran Consiglio del Fascismo nella notte del 25 luglio poneva fine al governo di Mussolini. Venne allora il primo governo post-fascista guidato dal pur fascista Pietro Badoglio, un generale che in passato si era illustrato per la sua incompetenza nella prima guerra mondiale, in cui ebbe un ruolo di primo piano nella disfatta di Caporetto, poi per le efferatezze delle guerre coloniali di Libia e durante la conquista dell’Etiopia.
Il primo atto del nuovo governo fu la circolare, datata 26 luglio, riguardante l’ordine pubblico, legata al nome del generale Mario Roatta, nominato Capo di Stato maggiore dallo stesso Badoglio. Il principio ispiratore enunciato dalle prime righe della circolare era lo stesso dei tanti eccidi polizieschi della storia italiana: «poco sangue versato inizialmente risparmia fiumi di sangue in seguito». Fra le direttive l’ordine di sparare a vista in caso qualsiasi «gruppo di individui» perturbasse l’ordine o non si attenesse «alle prescrizioni dell’autorità militare». La consegna alle forze di sicurezza, costituite in gran parte dall’esercito, era la seguente: «si proceda in formazione di combattimento et si apra fuoco a distanza, anche con mortai et artiglieria senza preavviso di sorta, come se si procedesse contro truppe nemiche».
Così la caduta del regime fascista venne ad inasprire la guerra dello Stato del capitale contro i proletari. Le poche settimane dal 25 luglio all’armistizio dell’8 settembre videro numerose stragi di lavoratori. Le cifre ufficiali, con ogni probabilità fortemente sottostimate, parlarono di 93 morti, 536 feriti e 2.276 arresti. Il governo Badoglio inviando l’esercito a mitragliare la folla fece quello che in vent’anni non aveva fatto il regime fascista.
In altri due anni di guerra fascismo e democrazia completeranno l’opera di piegare il proletariato a suon di bombe, mitraglia, massacri al fronte ed eccidi.
In campo democratico le repressioni vedranno la complicità dei vecchi partiti operai, il Pci e il Psi, che parteciparono alla guerra dei capitali schierandosi col fronte imperialista antifascista.
Verrà infine la pace borghese per un proletariato estenuato che, con le menti e i cuori ingannati, sarà di nuovo soggiogato al Golem del capitale nelle galere del lavoro salariato. In Italia e nel mondo intero la borghesia sanguinaria e sterminatrice si assicurerà un nuovo straordinario ciclo pluridecennale di accumulazione capitalistica postbellica in cui, pur sotto la veste democratica, la natura fascista del regime del capitale non è mai venuta meno.