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Russia e rivoluzione nella teoria marxista (Pt.11)

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Parte II – Partito proletario di classe e attesa della duplice rivoluzione

La prospettiva storica

Con il ricorso alle opere di Lenin del periodo iniziale, il problema storico di cui stiamo per completare l’inquadratura – lo arrivo della rivoluzione borghese visto dal partito della rivoluzione proletaria – è stato svolto per una situazione (come Lenin stesso rileva) originale nella storia, anche rispetto all’altro classico esempio della Germania prima del 1848, del quale Marx ed Engels ebbero già a dare tracciato e inquadratura completa.

Prima infatti che il moto rivoluzionario antifeudale sia maturo, abbiamo già il partito con una teoria propria originale che da tutti lo distingue, e con una organizzazione anche del tutto indipendente.

Nei lavori del periodo 1898-1904 Lenin (sulla ferma linea della sistemazione teoretica già data da Plechanov nel precedente decennio) consolida le questioni del rapporto tra classe e partito, dell’organizzazione del partito; ed opera, come anche in seguito, alla «delimitazione», ossia alla incessante epurazione del partito stesso ributtandone insufficienze ed opportunismi.

Con l’avanzare dell’ondata del 1905 e di un periodo di incandescente lotta politica, alle esigenze della saldezza teorica e organizzativa si aggiunge quella della strategia rivoluzionaria, che inevitabilmente dà luogo non solo a dissensi, ma a due opposte posizioni. Non turbato dall’urgere dell’azione, Lenin lungi dal velare il contrasto si adopera a sviscerarne il contenuto profondo e a dimostrarne l’insanabilità.

Due sono le questioni che dividono il campo dei «socialdemocratici», ossia dei marxisti russi, o meglio a due principali si riducono le varie questioni tattiche. La linea da tenere nei confronti del movimento antizarista borghese; la linea da tenere verso il movimento contadino.

Immenso è il materiale che il movimento russo pone a nostra disposizione, ma altrettanto grave la difficoltà di farne uso, specie se si dimentica di riferire sempre le soluzioni dei bolscevichi, in opposto a quelle degli opportunisti delle varie rive, al dato momento storico e al quadro delle forze sociali e delle forme economiche, che noi abbiamo in quanto precede cercato di tracciare. Per non dimenticare mai i punti di orientamento: regime dispotico feudale ancora in piedi; formazione avanzata di capitalismo e proletariato industriale; esistenza del partito proletario ferrato in dottrina e distinto in organizzazione; e per quindi scongiurare i dilaganti falsi riferimenti a situazioni radicalmente diverse, noi (come il lettore ha ben compreso) sfuggiamo al metodo obliquo delle citazioni «spigolate» senza criterio e ordine di fatti e di scritti, e seguiamo con la sistematica analisi di organiche esposizioni, organicamente riferite a svolti determinati del processo.

Come abbiamo fatto nella prima parte per il lavoro di Engels sulle cose sociali di Russia, così faremo in questa parte finale per altre due operette di Lenin, relative alla rivoluzione del 1905. Una la precede ed è «Due tattiche della socialdemocrazia russa», l’altra la segue: «Il programma agrario della socialdemocrazia russa». Non occorre dire come le due questioni strettamente si intreccino.

Lenin e la questione agraria

Nel nostro studio, con una serie di «Fili», sulla questione agraria, che ripresentò a fondo la teoria di Marx, ci riservammo di svolgere la parte relativa alla Russia utilizzando le opere di Lenin in modo organico, come avevamo fatto per il Terzo Volume del Capitale e la Storia delle Dottrine Economiche.

In questa esposizione abbiamo già recato materiali notevoli di Lenin che ne comprovano la assoluta ortodossia marxista, utilizzando gli scritti del 1900 «contro i critici di Marx». Ed abbiamo altresì già largamente impiegati gli scritti fondamentali contro le idee e la pratica dei populisti, che vertono sempre sul problema agrario.

Nell’opera del 1907 si tratta non più soltanto della teoria – più volte richiamata e ribadita con le citazioni di Marx – ma anche del «programma immediato» dei bolscevichi circa le rivendicazioni agrarie della Prima Rivoluzione.

Non poca confusione regnava allora su questo punto essenziale, e altra volta citammo come Lenin riferisca che «il difetto dei dibattiti al congresso di Stoccolma, sta nel fatto che le considerazioni pratiche hanno il sopravvento sulle considerazioni teoriche, le considerazioni politiche sulle considerazioni economiche». Dicemmo pure come Lenin giustificava la cosa per il coincidere delle adunate congressuali e dei violenti moti di massa.

Breve parentesi storica

Ricordiamo che il II congresso del Partito fu quello del 1903 a Bruxelles e Londra, ove si contrapposero le due frazioni bolscevica e menscevica: le elezioni del Comitato Centrale le vinsero i primi, ma il giornale Iskra famoso di Lenin passò ai secondi (nuova Iskra, neo-iskristi). Nell’aprile 1905 il III congresso del Partito, ufficialmente unico (P.O.S.D.R.), fu dai bolscevichi tenuto a Londra, mentre i menscevichi riunivano una conferenza a Ginevra. Il IV congresso del Partito si ebbe nell’aprile-maggio 1906 a Stoccolma. Tra tali date, come sappiamo, si collocarono le lotte gigantesche della Prima Rivoluzione russa.

Poiché con l’esame delle questioni centrali il nostro tema attuale si chiude, completeremo quella, che non ha voluto essere una vera cronologia, ricordando che il periodo infrarivoluzionario (dalla guerra perduta col Giappone e Prima Rivoluzione, alla guerra mondiale e II Rivoluzione) presenta nella vita del partito, che conviene chiamare di Lenin, queste tappe. Al IV congresso di Stoccolma, il partito si riunifica, e i menscevichi sono in maggioranza; il V Congresso si riunì a Londra nel maggio 1907. I bolscevichi risultano in maggioranza. Fu questo l’ultimo congresso del partito fino al 1917.

Tuttavia fece epoca nella vita del partito la conferenza di Praga nel gennaio 1912 ove convennero i bolscevichi, che in effetti, constatando che le divergenze erano divenute insanabili, esclusero i menscevichi dal partito. Tutte le altre frazioni compreso il gruppo di Trotsky sconfessarono tale conferenza, nelle riunioni a Parigi in marzo e a Vienna in agosto.

Non interessa qui seguire la danza dei nomi e la lunga polemica postuma su meriti e demeriti, che più forse si collega all’altro tema dei dissensi tattici nella Terza Internazionale: una organizzata falsificazione ha gettato su tutto questo fitte ombre artificiali. Secondo Trotsky, ferratissimo in tale ricostruzione, ma messo colla morte a tacere, coll’agosto del 1914 la guerra spazzando tutto e gettando tutto nel calderone determinava uno schieramento nuovo ed originale di tendenze e tracciava una barriera tra le «cernite» di gruppi e di nomi fatte prima, o dopo tale svolto cruciale.

Questo non ha molta importanza, e a noi basta indicare che in sostanza la situazione storica della vigilia del 1905 si riporta con le stesse linee essenziali alla vigilia del 1917: classi e partiti sono quelli, e la stessa situazione di guerra e di sconfitta si ripete.

Giusto quindi l’impianto della questione costituzionale e di quella agraria nella possente continuità teorica, che per consenso di tutti Lenin personifica, ma che è patrimonio impersonale del marxismo, del movimento comunista, quale fin dagli anni di lotta 1905-1907 delineò le due letture, prima e dopo i fatti, della questione della Rivoluzione.

Controrivoluzione e rivoluzione

Il 17-30 ottobre 1905 il famoso Manifesto dello zar «concedeva una costituzione» indicendo le elezioni della Prima Duma e nominando ministro il Witte. Ciò avveniva sotto la pressione della trionfante insurrezione e mentre il Soviet di Pietroburgo già assumeva funzioni di governo nazionale. Ma il 30 dicembre la insurrezione era schiacciata a Mosca, la legalità trionfava, in maschera costituzionale.

Alla conferenza di Tammerfors nel dicembre stesso i bolscevichi – che in agosto avevano attuato il boicottaggio della precedente Duma di Bulighin, puramente consultiva – stabiliscono di boicottare anche le elezioni della Prima Duma. Intanto i socialisti rivoluzionari si sono scissi in una destra di socialisti nazionali, e una sinistra boicottatrice della Duma, che viene eletta in marzo.

A Stoccolma in maggio il IV congresso, come detto menscevico in maggioranza, trova consenziente la maggioranza bolscevica nella tattica della partecipazione alla Duma (ove il gruppo era di soli menscevichi) ma per ben diverse considerazioni.

Ma lo zar aveva sciolta la prima Duma legislativa convocando le elezioni della seconda, che si aprì nel maggio 1907, poco prima del V congresso, in cui i bolscevichi vinsero.

Il dissidio tra le due frazioni era anche nella questione parlamentare evidente, né molto dissimile da quello che allora si agitava in Francia e in Italia. I menscevichi erano per il blocco con i cadetti, liberali borghesi, fino a formare con essi un governo; i bolscevichi denunziavano come nemico del proletariato e della stessa rivoluzione democratica il partito cadetto, ed ammettevano intese transitorie solo coi populisti e socialrivoluzionari, ferma restando la critica a questi movimenti piccolo-borghesi.

Non questo è il luogo di trattare la questione che poi fu detta del «parlamentarismo». Basti notare che linea tattica rivendicata da Lenin si esplicava prima della caduta effettiva dell’assolutismo, e dopo la fine del periodo di lotta. Rispetto a questa, si aveva una situazione diversa nei parlamenti europei degli Stati pienamente democratici fino al 1914, con situazione pacifica della lotta di classe fra operai e capitalisti. Una situazione ancora molto diversa ed ulteriormente avanzata si aveva nei paesi democratici occidentali dopo l’uragano della guerra quando – come in Italia – il proletariato era tutto in piedi con un potenziale di classe elevatissimo, che fu sommerso non dalle legioni delle camicie nere, nell’impecorimento del gregge trascinato alle urne dal socialismo schedaiolo.

La reazione di Stolypin

Lo zar non tardò a sciogliere la II Duma ponendo al potere Stolypin, mentre i 64 deputati socialdemocratici prendevano la via della Siberia. Seguirono anni di repressione, assai duri per il partito.

Lenin manifestò grande stima di Stolypin per la sua riforma agraria, integratrice della falsa emancipazione del 1861. A fini politici reazionari, Stolypin promosse l’evoluzione della campagna verso decise forme borghesi, calcolando che una più ricca agricoltura avrebbe stroncata la rivoluzione affrettando l’involuzione del contadino-padrone, che Lenin prevedeva tanto chiaramente quanto lui. Accelerò la liquidazione delle ultime comuni, favorì il concentrarsi della terra nelle mani di contadini ricchi che la conducevano con mano d’opera salariata; in una parola operò per il dominio dell’economia mercantile e del capitalismo. Nel 1908 Lenin scrisse: «La costituzione di Stolypin e la sua politica agraria segnano una fase nuova nel crollo dell’antico, semifeudale e semipatriarcale sistema dello zarismo, un movimento nuovo verso la sua trasformazione in una monarchia di classi medie. Se ciò continuasse a lungo di potrebbe costringere a rinunciare a qualunque programma agrario. Sarebbe vuoto e stupido rimasticamento di frasi democratiche dire che ciò è in Russia impossibile. È possibile! Se la politica di Stolypin continua, allora la struttura agraria della Russia diverrà del tutto borghese, il contadino più forte acquisterà quasi tutti i lotti di terra, l’agricoltura diverrà capitalista, e ogni «soluzione» del problema agrario – radicale o meno – diverrà impossibile sotto il capitalismo».

Stolypin voleva fare lui la riforma agraria, per evitare che l’urto tra contadini miseri e proprietari feudali e semifeudali prendesse la forma di rivoluzione agraria, che – nella dottrina nostra e di Lenin – è rivoluzione borghese; cosa che (avendo ragione al mille per mille) Lenin da marxista allora sperava.

La faticosa fase che il partito marxista traversò da allora in poi fu caratterizzata da ulteriore selezione interna.

Sotto il peso della reazione scatenata l’ala destra, rinnovando i fasti del marxismo «legale», propose la liquidazione del partito come organizzazione illegale e insurrezionale, e perfino la liquidazione della sua autonomia, in quanto i menscevichi volevano discioglierlo in un più grande partito tra laburista e popolare, guazzabuglio di tutte le ideologie. Lenin resistette risolutamente all’onda dei liquidatori di destra e li pose fuori dal partito, situazione di cui diede atto definitivo la citata conferenza di Praga del 1912.

Lenin lottò anche in quel periodo contro gli otzovisti che volevano si boicottasse la terza Duma inaugurata il 14 novembre 1907, e successivamente chiesero se ne richiamassero i deputati. Tale Duma durò fino al 1912, in ottobre fu eletta la quarta, ed ultima.

Non è discutibile che – e lo diciamo in quanto disprezziamo freddamente tutto il volgare clamore fatto speculando sugli scritti e le posizioni di Lenin in materia – una possibilità di sterilizzazione del marxismo per vuoto sinistrismo esiste, e consiste nel chiudere gli occhi per non vedere oltre l’angusto settore in cui si muovono i soli due personaggi del lavoratore salariato e del padrone capitalista, e negare il resto della società. Si tratta di un sindacal-laburismo sinistroide che resta al di qua del marxismo. La potenza della visione marxista sta nel porsi in qualunque momento davanti tutta la società, tutto il mondo abitato dalla specie umana, e di più, tutta la storia.

Marxismo e programma agrario

Dopo l’apporto di tanti materiali basteranno delle citazioni per dimostrare come Lenin mai si sia allontanato dalla definitiva teoria agraria di Marx e come sia una formulazione sguaiata ed inabile quella della «Storia» ufficiale bolscevica: Lenin avrebbe riportato alla luce antiche idee di Marx ed Engels sulla necessità di combinare la rivoluzione proletaria con una insurrezione di contadini in Germania. (Erano idee note e ovvie, in quanto si trattava di lavorare alla rivoluzione borghese in ritardo: 1848-1856. Può darsi che molti socialisti del periodo tra i due secoli non le capissero). Ma Lenin non si sarebbe limitato semplicemente a ripeterle, e le trasformò in una teoria armonica (!) della rivoluzione socialista, introducendo un nuovo fattore obbligatorio (questo corsivo è ufficiale) per la rivoluzione socialista – l’alleanza (id c.s.) del proletariato con gli elementi semiproletari della città (?) e delle campagne, come una condizione per la vittoria della rivoluzione proletaria» (cap. III, n. 4).

Lenin ha consumata la vita a smascherare condizioni della rivoluzione che valevano la eliminazione della rivoluzione. Questa è una delle più liquidatrici!

Abbiamo visto testé che perfino nell’arretratissima Russia Stolypin avrebbe potuto riuscire a toglierci «ogni programma agrario»: ossia ogni alleato. Secondo la citata dottrina, non solo avrebbe posto remore alla rivoluzione borghese, ma avrebbe eliminata la rivoluzione socialista, la quale, se non avesse più un programma agrario, dovrebbe disfarsi anche di programma industriale e avendo perduto l’alleato – fattore obbligatorio –dovrebbe smobilitare l’esercito proprio.

Ed è proprio questo che in Russia hanno fatto.

Non occorre che far parlare Lenin. Quando diciamo noi poveri fessi che non abbiamo trasformato un accidente, conta poco. Lo dica lui e tacciano le storiografiche ranocchie.

Nazionalizzazione

«Anche da un punto di vista strettamente scientific (siamo in nota al passaggio citato sull’errore di sacrificare la teoria alla pratica), dal punto di vista delle condizioni di sviluppo del capitalismo in generale, noi dobbiamo assolutamente dire – se non vogliamo trovarci in disaccordo col III volume del Capitale – che la nazionalizzazione della terra è possibile nella società borghese, che essa favorisce lo sviluppo economico, facilita la concorrenza e l’afflusso dei capitali nella agricoltura, ecc.». «L’ala destra della socialdemocrazia non spinge fino al termine logico (come afferma) la rivoluzione democratica borghese nell’agricoltura, perché tale termine logico (ed economico) in regime capitalistico è soltanto la nazionalizzazione della terra concepita come abolizione della rendita assoluta».

Ricordiamo la trattazione della questione agraria, ricordiamo che i menscevichi erano per la «municipalizzazione», Lenin per la «nazionalizzazione», i populisti per la «spartizione» – tre tipi di programmi agrari diversi, ma (e lo sentite cento volte da Lenin) tutti e tre borghesi e democratici.

Ci serve una rivoluzione borghese spinta alle conseguenze estreme, e siamo per il più avanzato dei tre, il più grande-borghese, la nazionalizzazione. Il secondo è piccolo-borghese, il terzo forcaiolo addirittura.

Infatti – parliamo nel 1907 – per ogni rivoluzione bor-ghe-se un programma agrario è obbligatorio.

Quando si tratti della sola rivoluzione socialista proletaria, dei tre programmi ce ne fregheremo altamente. Soprattutto del primo che è obbligatoriamente borghese, capitalista e mercantile.

«Che cosa è la nazionalizzazione della terra?», Lenin comincia a domandare. Egli rileva che si soleva dire che tutti i gruppi populisti russi davano tale parola. Ma per essi è solo un sinonimo di spartizione. «Il contadino ha una sola rivendicazione, maturata per così dire nella sofferenza e in lunghi anni di oppression, ed è la rivendicazione del rinnovamento, del consolidamento, della stabilizzazione, dell’allargamento, dell’egemonia della piccola agricoltura, e nient’altro. Il contadino immagina soltanto di avere nelle sue mani i latifondi dei proprietari fondiari; con le parole «la terra è di tutto il popolo» il contadino esprime l’idea confusa dell’unità, in questa lotta, di tutti i contadini, presi in massa Il contadino è guidato dall’istinto del padrone, che è intralciato dall’infinito intreccio delle attuali forme di possesso fondiario medievale e dalla impossibilità di organizzare la coltivazione della terra in modo del tutto rispondente ai «suoi» bisogni di «padrone» … e nella ideologia populista questi lati negativi del confuso concetto di nazionalizzazione hanno indubbiamente il sopravvento».

Ma altra è l’analisi marxista. «Anche se esiste la più completa libertà ed eguaglianza dei piccoli coltivatori installati sulla terra di «tutto il popolo», di nessuno, o «di Dio», abbiamo sempre davanti a noi il regime della produzione mercantile, che diviene produzione capitalistica».

«L’idea della nazionalizzazione della terra, ricondotta sul terreno della realtà economica, è dunque una CATEGORIA della società mercantile e capitalistica».

«La nazionalizzazione presume che lo Stato riceva la rendita da imprenditori agricoli i quali paghino il salario agli operai e ricevano dal loro capitale un profitto medio, medio rispetto a tutte le imprese agricole e non agricole del paese».

A tal punto Lenin espone tutta la teoria di Marx della rendita differenziale ed assoluta, che la classe dei proprietari fondiari ricava. Non ci ripeteremo su tutto questo.

La rendita assoluta si ha da tutti i terreni, anche dal peggiore: essa è un effetto dalla proprietà terriera privata, e la nazionalizzazione la abolisce. Resterebbe, passata allo Stato, la rendita differenziale, data dal fatto che il prodotto di un terreno più fertile si vende per ragione di mercato al prezzo del prodotto individuale sul terreno peggiore. Questa rendita dipende dalla forma di distribuzione mercantile: può lo Stato incassarla, non abolirla. I prezzi del grano scenderebbero, colla nazionalizzazione, solo per quanto contengono di rendita assoluta (il meno). Incassi lo Stato lo stesso basso canone da tutti i fittavoli capitalisti, regalerà ad alcuni di questi un variabile sovraprofitto creando ad arbitrio una nuova classe redditiera, e il pane sarà sempre caro, come la civiltà borghese e mercantile comanda. In compenso costeranno meno gli stuzzicadenti.

Municipalizzazione

A questo proposito una strigliata teorica cade sul groppone del menscevico Pietro Maslov che, al fine di sostenere la sua versione del programma agrario – prevalsa a Stoccolma sulla municipalizzazione – ricalca tutte le vecchie confusioni per denegare la teoria della rendita di Marx.

Se, come Maslov vuole, la rendita assoluta è una veduta errata di Marx, e si dà solo rendita differenziale, allora non ha alcun effetto statizzare la proprietà fondiaria. Secondo Maslov, quale che sia la rendita, importa solo vedere se conviene passarla allo Stato, o ai comuni periferici.

Lenin demolisce qui la risoluzione di Stoccolma, che mirava a dare ai comuni la terra dei latifondisti, perché la affittassero a imprenditori, e a lasciare altra metà delle terre alla piccola proprietà ove già ne era in possesso. Ciò avrebbe divisa la popolazione agraria in due parti: proprietari, e fittuari di più o meno grandi estensioni di terra comunale, con la zona di residenza obbligatoria nella circoscrizione comunale.

Ciò dà occasione a Lenin di ribadire tutte le tesi critiche della proprietà privata, stabilite dal marxismo.

Ci riduciamo sempre per brevità a citare formule che confermano tesi già a fondo illustrate. «Il populista pensa che la negazione della proprietà privata della terra sia la negazione del capitalismo. È un errore. Essa esprime la rivendicazione della più pura evoluzione capitalistca» «Marx rivolgeva la sua critica non soltanto contro la grande ma anche contro la piccola proprietà fondiaria. In certe condizioni storiche, la libera proprietà della terra per il piccolo contadino accompagna necessariamente la piccola produzione agricola». E qui Lenin dice che contro Maslov ha ragione Finn, fautore della ripartizione ai contadini diretti. Ma non va dimenticato che ogni liberazione della terra la rende anche di libera compravendita. E Lenin cita il passo di Marx su cui abbiamo tanto lavorato. «Uno dei mali della piccola conduzione agricola, là dove essa è legata alla piccola proprietà della terra, è legato al fatto che il coltivatore spende un capitale nell’acquisto del terreno. E l’investimento di questo capitale liquido lo sottrae quale capitale di esercizio alla coltura».

Né ripeteremo l’analisi della usura e della ipoteca che rovinano ferocemente la piccola conduzione proprietaria, sicché il coltivatore sta peggio del piccolo fittuario; del vecchio servo forse.

Ma il progetto menscevico diceva che lo Stato deve con sussidi e mutui aiutare le minime aziende. Qui Lenin con un rilievo poderoso distrugge tutta la sporca politica dei pestiferi riformatori agrari, che non hanno cessato di imperversare rovinando terra, agricoltura e popolazioni rurali. «Lo Stato può soltanto essere un intermediario della trasmissione del denaro dei capitalisti, e a sua volta per avere del denaro non può che rivolgersi ai capitalisti. quindi anche se la distribuzione dei sussidi dello Stato è organizzata nel modo migliore possibile, il dominio del capitale non viene affatto eliminato e la questione resta la stessa: in quale forma il capitale può essere applicato all’agricoltura?».

Tutto il mondo modernissimo è pieno di questioni risolte col sussidio dello Stato! La grande formula qui data richiama la nostra quasi seria per la «questione meridionale» cara ai (sedicenti in questo) gramscisti. Tre rivendicazioni: non esigete tasse, non date aiuti statali, non fate elezioni. Il Mezzogiorno diItalia si sdepresserà. E ciò a proposito delle Leggi Speciali e Casse del Mezzogiorno, vampiri di profitto a capitali extraregionali.

Spartizione

Lenin domanda ancora se la nazionalizzazione non condurrà sic et sempliciter alla spartizione bruta. Egli ha detto che la rivoluzione borghese russa è in condizioni particolarmente favorevoli, dopo aver citato altro passo di Marx, anche da noi a suo luogo invocato: «Il borghese radicale giunge in teoria alla negazione della proprietà privata della terra. Ma in pratica gli manca il coraggio, perchè lo attacco contro una delle forme della proprietà sarebbe pericolosissimo anche contro l’altra forma, la proprietà privata delle condizioni di lavoro (Marx vuol dire utensili, macchine, materie prime). Inoltre, il borghese si è egli stesso territorializzato». E Lenin aveva commentato: «Da noi, in Russia, c’è un «borghese radicale» che non è ancora territorializzato, che non può temere, oggi, un attacco proletario. Questo «borghese radicale» è il contadino russo».

Ranocchi, a voi. L’alleanza col contadino è tanto obbligatoria quanto quella col borghese radicale. Stanno sullo stesso piano, storico, sociale.

Ora la nazionalizzazione può ben condurre alla spartizione; del resto in astratto sono entrambe antisocialiste. Teoria al sicuro, e avanti. Vi può contingentemente condurre, e tre sono i punti da esaminare: 1) Conviene la spartizione al contadino? Già detto sì; non brama altr’esca che il padronato. 2) In quali condizioni? Difficile per Lenin dire se prevarrà la «fame di terra» su ogni altra opposta influenza. 3) Come si riflette il fatto sul programma agrario del proletariato? Qui per Lenin non vi è dubbio. Il proletariato, nella rivoluzione borghese, sostiene la borghesia combattente quando è impegnata in una lotta rivoluzionaria contro il feudalesimo. Ma non è affatto suo sostenere una borghesia che torna alla calma. La nazionalizzazione ossia l’esproprio di baroni e latifondisti da parte del potere centrale rivoluzionario, sarà un fatto positivo, un colpo a una forma della proprietà. La tendenza a ritornare in nuove forme di proprietà privata sarà il fatto di forze reazionarie che rialzano la testa; il proletariato vi si opporrà con ogni forza.

Ribattute del 1913

Quando studieremo gli atti della rivoluzione vedremo se è vero che Lenin rubò il programma ai populisti. Se questa tesi filistea vincesse, saremmo sempre pronti a dire che per i rivoluzionari che hanno avuto tante fasi e date di attività, non sempre siamo entusiasti della più recente. Lo siamo ad esempio di un Plechanov ‘800, non del posteriore. Che con ciò?

Nel 1913, come da quattro suoi articoli nella raccolta delle Opere, non aveva, per intanto, nulla cambiato, né trasformato.

Vivo né morto non sentimmo il bisogno di santificarlo. Ma lo difendiamo contro i batraci che lo santificano come trasformista.

«Nei giornali e nelle riviste populiste (e oggi, cominformiste) s’incontra spesso l’affermazione che gli operai e i contadini «lavoratori» formano una sola classe … Il cosiddetto contadino lavoratore è in realtà un piccolo padrone o un piccolo borghese che quasi sempre o vende la propria forza lavoro, o assume egli stesso dei salariati. Essendo tale, anche in politica oscilla tra i padroni e gli operai, tra la borghesia e il proletariato». «Perciò in tutti i paesi capitalistici i contadini, nel loro complesso, sono finora restati lontani dal movimento socialista degli operai e aderiscono a diversi partiti reazionari e borghesi».

«Il contadino si ammazza di fatica più del lavoratore salariato. Il capitalismo condanna i contadini alla massima oppressione e alla rovina. Non c’è altra via di salvezza che l’unione coi lavopratori salariati nella lotta di classe. (Ossia la via che passa per la rovina padronale). Ma per comprendere questa conclusione, il contadino deve perdere nel corso di lunghi anni ogni illusione sulle ingannatrici parole diordine borghese».

«L’economia politica borghese e i suoi seguaci non sempre consapevoli, populisti e opportunisti, si sforzano di dimostrare che la piccola produzione è vitale e più vantaggiosa della grande produzione …».

«I marxisti difendono gli interessi delle masse, quando spiegano ai contadini: non c’è altra salvezza per voi che l’adesione alla lotta proletaria. I professori borghesi e i populisti ingannano le masse con favole sulla piccola azienda dei contadini lavoratori in regime capitalistico».

E infine:

«L’utopia dei populisti è il sogno del piccolo padrone che sta tra il capitalista e il salariato e pensa sia possibile sopprimere la schiavitù salariata senza lotta di classe … La dialettica della storia è tale che i populisti e i trudoviki propongono, quale rimedio anticapitalista per risolvere la questione agraria in Russia, un provvedimento decisamente e conseguentemente capitalista. L’egualitarísmo nella ripartizione della terra è un’utopia, ma la completa rottura con tutte le vecchie forme di proprietà fondiaria a piccoli lotti, o del demanio, rottura necessaria per qualunque nuova ripartizione, è, per un paese come la Russia, un provvedimento economicamente progressivo, il più indispensabile, il più imperioso nel senso democratico borghese».

Lenin spiega in qual senso al tempo medesimo noi attendiamo la sollevazione contadina e demoliamo la sua portata sociale, nella Russia, tra due rivoluzioni democratico-borghesi, combattendo tuttavia in entrambe operai e partito socialista. Lo spiega con parole di Engels, che chiudano qui questa difficile sistemazione del programma agrario. E vadano, con tutto il ricordato materiale, anche queste altamente meditate.

«Quello che è falso in un senso formalmente economico, può essere vero in un senso storico universale».

Semplicità e semplicismo, magari di sinistra, non sono per noi. Lenin, morto in tempo, ha tutte le carte in regola di gran combattente e grande maestro.

L’attesa della duplice rivoluzione, che è pure una tappa dell’attesa della rivoluzione comunista mondiale, va condotta come lui la condusse.

La questione politica

Portiamoci ora sul lucente binario dello scritto: «Due tattiche». Esso ci conduce senza altre fermate alla stazione di arrivo. Quando ripartiremo da questa, studieremo come il fatto rispose alla laboriosa attesa, come le due rivoluzioni ribollirono nella fase acuta, che cosa il periodo post-rivoluzionario significò, che cosa significa oggi.

I personaggi sono saldamente schierati. Stato dispotico zarista e partiti che lo sostengono. Partiti contadini. Partiti demoborghesi. Partito socialriformista. Partito marxista rivoluzionario. Scegliamo l’opuscolo «Due tattiche» anche perché esso, scritto dopo due congressi separati ed avversi, differenzia proprio due partiti storici, sta al di sopra della contesa all’interno di una stessa organizzazione che – nella sua indiscutibile importanza – talvolta costringe a polemica personalistica e rimpicciolisce anche i Trotsky, i Lenin, tutti i veri rivoluzionari. Male tuttavia tollerabile, mentre il perdono dell’opportunismo è disastroso.

Lenin scrive quando la rivoluzione del 1905 sta per divampare, e nella previsione che nel suo ciclo avvenga la fine dello zarismo.

Il bolscevismo è fin da allora il partito della classe operaia che decisamente, contro ogni opportunismo revisionista russo ed europeo, si schiera nella dottrina e nel programma politico di classe per la via rivoluzionaria dell’avvento del socialismo, dell’abbattimento del capitalismo borghese.

Ma qui non si tratta ancora di rovesciare la borghesia capitalista, bensì lo Stato dispotico-feudale, e si dibatte la questione del compito del partito nella rivoluzione democratica, borghese, popolare, che richiede si abbia una tattica e un programma immediati. Tutto questo, si intende, deciso ponendo a base gli interessi e i fini della classe proletaria e della rivoluzione socialista successiva, vicina o lontana che essa sia, e nei suoi rapporti europei e internazionali.

Con la lotta contro populisti, economisti, marxisti legali, ogni prospettiva di disinteressarnento del proletariato e del partito dalla rivoluzione, in quanto e perché borghese, è stata buttata da parte come antistorica e reazionaria.

Si tratta ora, sempre nel raggio di una lotta già apertasi, di stabilire la condanna del metodo menscevico, riformista, di entrare nella lotta.

Termini del contrasto

La storia di tutti i paesi ha distrutto l’ipotesi di un proletariato assente dalle rivoluzioni borghesi. La questione è così posta da Lenin nella premessa allo studio di cui si tratta: «Avrà la classe operaia la funzione di un ausiliario della borghesia, ausiliario potente per la forza del suo assalto contro l’autocrazia, ma impotente politicamente; o avrà la funzione di egemone nella rivoluzione popolare?».

Si intenda dunque che non si tratta della rivoluzione socialista: nessuno si chiederebbe se, in questa, non debba il proletariato essere politicamente potente, egemone assoluto, e a tal fine, per noi marxisti e leninisti non di corte, protagonista, con la dittatura del suo partito contro tutte le altre classi e partiti.

L’Iskra di destra, coerente al revisioniamo di occidente, sminuisce «l’importanza di parole tattiche strettamente conformi ai principi». Per costoro la tattica la impone il movimento reale, non la stabilisce il partito; questo è aperto a qualunque tattica. Per Lenin: «al contrario, la elaborazione di decisioni tattiche giuste ha grandissima importanza per un partito che voglia dirigere il proletariato in uno spirito rigorosamente conforme ai principi del marxismo, e non semplicemente trascinarsi a rimorchio degli avvenimenti».

Il tema è chiaramente dunque definito: «Rendersi ben conto dei compiti del proletariato socialista nella rivoluzione democratica».

Ogni rivoluzione borghese si presenta colla rivendicazione della convocazione di un’Assemblea popolare elettiva. In tutte le rivoluzioni questa prende diverse forme sempre più radicali, dall’assemblea nazionale convocata dal monarca, alla assemblea costituente, alla convenzione rivoluzionaria, alla dittatura di un direttorio.

In Russia nel 1905 vi sono tre programmi. Il potere zarista predispone una assemblea consultava eletta con sistemi di casta (che fu la ricordata Duma di Bulighin). La borghesia liberale (il partito cadetto, rappresentato dalla rivista illegale Osvobozdenie, (Liberazione)) chiede un suffragio libero ed esteso perché l’Assemblea sia veramente espressione popolare e possa dettare la nuova costituzione dello Stato. Lenin definisce ciò «una transazione, la più pacifica che sia possibile, tra lo zar e il popolo». Infine i socialisti e il proletariato rivoluzionario sono per l’abbattimento rivoluzionario del potere zarista, la formazione di un governo provvisorio e la convocazione di un’Assemblea costituente con pieni poteri.

I vari partiti piccolo-borghesi non sono decisamente orientati, ma oscillano tra la posizione dei cadetti e quella rivoluzionaria, non escludono una totale alleanza con i primi e una costituzione elargita dall’alto: lo scopo di Lenin è qui di dimostrare che la posizione dei menscevichi tende a quella dei cadetti radicali, e in certo senso è meno coerente di questa.

Il governo provvisorio

La risoluzione del III congresso (bolscevico) ferma questi punti: 1) Il proletariato lotterà per sostituire la dinastia autocratica con una repubblica democratica. 2) Ciò si otterrà solo da una vittoriosa insurrezione popolare. 3) Solo un governo rivoluzionario provvisorio potrà convocare un’assemblea costituente a suffragio universale. Inoltre considera ammissibile la partecipazione del partito al governo provvisorio, soprattutto se necessaria per evitare un ritorno controrivoluzionario. Partecipante o meno al governo, il partito «salvaguarderà la sua assoluta indipendenza, in quanto aspira alla rivoluzione socialista completa ed è perciò irriducibilmente ostile a tutti i partiti borghesi».

Lenin delinea una politica di possibile intesa anche nel potere con i partiti socialcontadini, ma mai coi cadetti borghesi, e va sviluppando questa sua fondamentale idea nella formula famosa «dittatura democratica del proletariato e dei contadini» come forma del potere che svolgerà la rivoluzione borghese.

L’equivoco gigante è che Lenin abbia mai proposto che con tale formula si potesse o dovesse condurre una rivoluzione socialista, né allora, né mai, né in Russia né in Occidente.

Nel concetto di Lenin il governo provvisorio, oltre ad aver diretta la insurrezione armata e a preparare la elezione dell’Assemblea Costituente, deve subito attuare il programma minimo della rivoluzione, quale visto del partito. (Otto ore, suffragio universale, nazionalizzazione della terra).

«Assegnando al governo rivoluzionario provvisorio il compito di applicare il programma minimo, la risoluzione elimina con ciò stesso le idee assurde e semianarchiche sulla attuazione immediata del programma massimo, sulla conquista del potere per la rivoluzione socialista». Questa è dichiarata incompatibile col grado di sviluppo economico della Russia. «Solo uomini ignorantissimi possono misconoscere il carattere borghese della rivoluzione democratica in corso in Russia».

Prima di vedere in quale senso la rivoluzione del 1917 superò queste prospettive del 1905, noi siamo certi che i compagni intendono perché tanto insistiamo su questo assoluto fatto; che il piano di Lenin era allora per una rivoluzione soltanto borghese. A distanza di mezzo secolo quello che non ha ceduto alla controrivoluzione è appunto il risultato storico di una rivoluzione capitalista. La formula della dittatura democratica spartita in pari colla classe contadina proprietaria, anche ed appunto per questo, non può essere invocata per la rivoluzione proletaria nei paesi capitalistici sviluppati. Il disfattismo stalinista consiste nell’imprigionare il proletariato moderno, di città e di campagna, nelle pastoie di una alleanza con classi semiborghesi, e storicamente retrive rispetto alla stessa borghesia.

Poiché si bara sulla formula di Lenin, interessa al marxismo rivoluzionario stabilire che quella formula storica fu forgiata al solo servizio della rivoluzione borghese, e la storia confermò che a tal fine rispose.

La tattica opportunista

I menscevichi di Ginevra contrapposero una loro risoluzione di cui Lenin fa l’analisi. Atteggiandosi ad intransigenti condannavano la formula della eventuale entrata nel governo provvisorio, paragonandola col possibilismo di occidente, col millerandismo, ossia colla entrata di socialisti nei ministeri in regime borghese stabilizzato. Ma Lenin scarnifica la tattica equivoca dei menscevichi provando che essi finiscono coll’ammettere una soluzione non repubblicana della formazione del nuovo governo. «Tale è il fatto incontestabile di cui si servirà, ne siamo certi, il futuro storico della socialdemocrazia russa. Una conferenza di socialdemocratici nel marzo 1905 adotta una risoluzione che contiene delle belle parole per fare avanzare la rivoluzione democratica, ma che di fatto la fa marciare all’indietro, che in realtà al di là delle parole d’ordine della borghesia democratica». Indiscutibilmente lo storico del 1917 ha annotato il comune parlamentare schiamazzo di cadetti borghesi e socialisti menscevichi contro il partito di Lenin che, messili fuori a pedate, fece cadere le teste dinastiche.

Allora egli apostrofa così i menscevichi, sempre basandosi su fatti acquisiti: «La differenza tra noi e voi è, in questo caso, che noi marciamo a fianco della borghesia rivoluzionaria e repubblicana senza fonderci con essa, mentre voi marciate, e sia pure senza fondervi con essa (i conti, sembra dire Lenin, li farà la Storia) con la borghesia liberale e monarchica».

«Ecco come stanno le cose» egli chiude sottolineando. Forse piccole cose!? Tanto grandi, che è oggi e sarà vitale per molti anni, quando il partito risorgerà in ogni dove, acquisire questa nostra dimostrazione: che Lenin non ha inteso assegnare a nessun paese del moderno capitalismo l’obbligo miserabile di affidare la rivoluzione comunista ad una alleanza democratica e interclassista.

Per chiudere questo risultato apparentemente modesto sarà, lunga essendo stata la esposizione, fare ancora il più possibile parlare lui.

«I marxisti sono assolutamente convinti del carattere borghese della rivoluzione russa». «Le trasformazioni nel campo sociale ed economico, diventate per la Russia una necessità, non soltanto non implicano il crollo del capitalismo, ma al contrario sbarazzeranno effettivamente il terreno per uno sviluppo largo e rapido, europeo e non asiatico, del capitalismo». Questa, nel senso in cui dialettica e profezia convergono, è una profezia lettera a lettera.

«I socialrivoluzionari non possono comprendere questa idea perché ignorano l’abbiccì delle leggi dello sviluppo della produzione e mercantile capitalistica e non vedono che neppure il trionfo completo della insurrezione contadina, neppure una nuova ripartizione di tutte le terre conforme agli interessi e desideri dei contadini, non sopprimeranno affatto il capitalismo ma daranno un impulso al suo sviluppo».

«I neo-iskristi comprendono in un modo radicalmente errato il senso e il significato della categoria rivoluzione borghese. Nei loro ragionamenti si affaccia di continuo l’idea che essa possa dare soltanto ciò che è vantaggioso alla borghesia. Pertanto nulla è più errato di una siffatta idea». E Lenin riscrive le tesi del marxismo che sono state dimostrate e rimasticate (sic!) nei minimi particolari sia nelle loro linee generali sia per quanto si riferisce alla Russia che all’Occidente (altro che trasformista!) dimostrando come la rivoluzione borghese e capitalista contiene i più grandi vantaggi per il proletariato. «Non possiamo uscire dal quadro borghese della rivoluzione russa, ma possiamo allargarlo in proporzioni immense». Questo è stato. Ma, ci griderà il filisteo, il 1917 è ben altro che il 1905. Questo è vero. Ma nel senso storico universale il 1955 sta all’altezza del programma di vittoria del 1905.

E quando denunziamo la falsificazione kremliniana del leninismo e del marxismo non dimentichiamo mai che il Cremlino lavora tuttora in senso rivoluzionario, allargando il quadro capitalista fino all’Himalaya e ai mari gialli.

Dittatura democratica borghese

Perché una dittatura? Chiedono a Lenin (forse oggi ancora). Perché dovrà poggiare sulla forza armata, non «su queste o quelle istituzioni costituite per vie legali, pacifiche. Perché tremende resistenze si leveranno contro la espropriazione delle terre, la repubblica, lo sradicamento anche dalle fabbriche di forme asiatico-dispotiche, perché essa sola potrà – last but not least – «estendere l’incendio rivoluzionario all’Europa». «Questa vittoria non farà ancora affatto della nostra rivoluzione borghese una rivoluzione socialista; la rivoluzione democratica non uscirà direttamente dal quadro dei rapporti sociali ed economici borghesi; ma nondimeno questa vittoria avrà una importanza immensa per lo sviluppo futuro della Russia e del mondo intero. Nulla rafforzerà maggiormente l’energia rivoluzionaria del proletariato mondiale, nulla accorcerà tanto il suo cammino verso la vittoria completa, quanto questa vittoria decisiva della rivoluzione cominciata in Russia». Cominciata, non imbottigliata in Russia, degradandola a parodia.

In ogni momento in Lenin è presente questo legame internazionale. Ma restiamo un poco ancora sull’idea di dittatura.

«Se la rivoluzione riuscirà ad avere una vittoria decisiva, regoleremo i conti con lo zarismo alla giacobina, o se volete alla plebea, secondo una frase di Marx. Tutto il terrore francese – egli scriveva nel 1848 – non fu altro che un mezzo plebeo per regolare i conti coi nemici della borghesia, con l’assolutismo, il feudalismo e lo spirito piccolo-borghese». Qui Lenin si compiace del confronto tra il dissidio dei giacobini coi girondini nella rivoluzione francese e quello suo coi menscevichi. Più oltre infatti su questo tema ritorna utilizzando le notizie date da Franz Mehring sugli scritti di Marx nel 1848. La «Nuova Gazzetta Renana» rivendicava «l’istituzione immediata della dittatura come unico mezzo per realizzare la democrazia». Il borghese, Lenin nota, intende per dittatura l’abolizione di tutte le libertà e le garanzie della democrazia, l’arbitrio generalizzato, l’abuso sistematico del potere nel personale interesse del dittatore. L’ultrariformista Martinov aveva scritto che la predilizione per la parola d’ordine della dittatura si spiegava col fatto che Lenin «desiderava ardentemente tentare la sua sorte». E Lenin che in questi casi sorrideva bonario invece di ruggire, gli spiega «la differenza che esiste tra la nozione di dittatura di una classe e quello di un individuo, tra i compiti della dittatura democratica e quelli della dittatura socialista, colle concezioni della Nuova Gazzetta Renana».

«Ogni organizzazione provvisoria dello Stato (N.R.Z., 14 settembre 1848) dopo la rivoluzione esige la dittatura, e una dittatura energica. Noi abbiamo sin dall’inizio rimproverato a Camphausen (presidente del Consiglio dei Ministri dopo il marzo 1848) di non agire in modo dittatoriale, di non spezzare ed estirpare immediatamente i resti delle vecchie istituzioni. E mentre egli si cullava nelle sue illusioni costituzionali, il vinto partito della reazione rafforzava le posizioni nella burocrazia e nell’esercito, e si arrischiava persino a riprendere qua e là apertamente la lotta». E in un altro articolo sul bamboleggiare dell’Assemblea costituente Marx diceva: «A che serve il migliore ordine del giorno e la migliore costituzione se nel frattempo i governi tedeschi avranno già messo all’ordine del giorno la baionetta?”». Ecco, dice Lenin, il senso della parola dittatura! I grandi problemi della vita dei popoli vengono risolti esclusivamente con la forza.

Marx sviluppando la debolezza e la mancanza di volontà repubblicana della rivoluzione tedesca del 1848 fa un paragone suggestivo con la Francia. «La rivoluzione tedesca del 1848 non è che una parodia della Rivoluzione Francese del 1789. Il 4 agosto 1789, tre settimane dopo la presa della Bastiglia, il popolo francese in una sola giornata ebbe ragione di tutti gli obblighi feudali. L’11 luglio del 1848, quattro mesi dopo le barricate berlinesi del marzo, gli obblighi feudali hanno avuto ragione del popolo tedesco». «La borghesia francese del 1789 non abbandonò neanche per un istante i suoi alleati, i contadini. Essa sapeva che la base del suo dominio era l’abolizione del feudalismo nei villaggi e il sorgere di una classe libera di contadini proprietari. La borghesia tedesca del 1848 tradisce senza scrupoli i suoi alleati più naturali, i contadini, che sono carne della sua carne, e senza i quali è impotente di fronte alla nobiltà. Il mantenimento dei diritti feudali, la loro consacrazione sotto la illusoria apparenza di un riscatto: tale il risultato della rivoluzione tedesca del 1848. La montagna ha partorito il topolino!».

Altro che trasformare! Dal 1789 al 1848 al 1905 al 1955 il nostro «filo» non è interrotto. I CONTADINI SONO I NATURALI ALLEATI DELLA BORGHESIA. Lenin ripete: «Il successo della insurrezione contadina, la vittoria della rivoluzione democratica, sbarazzerà semplicemente il cammino per la lotta vera e decisiva per il socialismo, sul terreno della società borghese. I contadini, come classe di proprietari terrieri, avranno in questa lotta la stessa funzione di tradimento, di incostanza, che la borghesia ha oggi in Russia nella lotta per la democrazia».

Un raffronto storico

Qui Lenin rileva che la Nuova Gazzetta Renana era un organo della democrazia e non della classe operaia; eppure Marx ed Engels dalle sue colonne condussero la lotta per il radicalismo rivoluzionario borghese, sebbene già uscisse un giornale operaio redatto da seguaci delle dottrine del Manifesto, ma forse di linea insufficiente. Tuttavia solo nell’aprile 1849 Marx ed Engels si pronunziavano per una organizzazione proletaria distinta. Occorse dunque a Marx un anno di esperienza nella lotta democratica per passare oltre e tracciare il limite tra politica democratica e operaia nell’organizzazione. Noi, dice Lenin, siamo più avanti in Russia nel 1905, i compiti proletari nella lotta sono più delineati che allora. E ricorda come Engels era scontento dell’indirizzo della Fratellanza Operaia che, formalmente classista, aveva impronta corporativa, trascurando il movimento politico generale. E Lenin ne trae il parallelo tra la considerazione di Engels e la sua sulle «due tattiche» e sull’opportunismo operaistico e «codista».

Noi ci domandiamo perché Lenin, formulando così bene come in in Germania al 1849 fosse ancora buona tattica per Marx ed Engels stare in società e giornali demoborghesi, e non lo fosse più per la Russia ove già organizzazioni di giornali e partiti erano indipendenti, non abbia, quando ancora fisicamente lo poteva, lottato di più contro il metodo stolto di applicare nel primo dopoguerra in occidente le tattiche adatte alla prerivoluzione borghese, l’offerta di unità e di accordo politico in fronti comuni ai partiti opportunisti.

Internazionalismo

Altrove Lenin, come in moltissimi dei suoi scritti anche molto più moderni, ritorna sul punto dal quale, con Marx abbiamo cominciato questo nostro cammino. Egli critica la fredda enunciazione data dai menscevichi nella loro risoluzione, nella quale è detto che i socialdemocratici potrebbero prendere il potere nel solo caso che la rivoluzione si estendesse ai paesi dell’Europa occidentale, nei quali le condizioni per la realizzazione del socialismo sono giunte ad una certa maturità (piena maturità, Lenin dice). In questo caso diventerebbe possibile in Russia, diceva la risoluzione, entrare nella via delle trasformazioni socialiste. E Lenin:

«L’idea principale è qui quella enunciata più volte dal Vperiod (Avanti! – organo bolscevico di Lenin) il quale affermava che non dobbiamo temere la vittoria completa dei socialisti nella rivoluzione democratica, vale a dire la dittatura democratica del proletariato e dei contadini, poiché questa vittoria ci permetterà di sollevare l’Europa; e il proletariato socialista europeo, dopo aver abbattuto il giogo della borghesia, ci aiuterà a sua volta a fare la rivoluzione socialista. Il Vperiod assegnava al proletariato rivoluzionario della Russia un compito attivo: vincere in Russia nella lotta per la democrazia, e approfittare di questa vittoria per portare la rivoluzione in Europa».

L’idea menscevica era invece di rifiutare il potere nella vittoria borghese contro lo zarismo, e accettarlo solo se la rivoluzione proletaria avesse invaso la Europa. Ma altro era il concetto di Lenin; la borghesia democratica russa prendendo il potere parlamentare non sarebbe stata all’altezza di resistere agli assalti della controrivoluzione; occorreva porla da parte e gestire per procura la rivoluzione democratica borghese colla dittatura operaia e contadina.

Comunque, non si presentava nemmeno il proposito di attuare il socialismo economico in Russia senza la rivoluzione proletaria all’Ovest.

Un interessante riferimento di Trotsky mostra che la veduta di Lenin era ancor più geniale. Non solo in mancanza della direzione proletaria (a questo solo storico fine, coll’alleanza contadina) sarebbe stato impossibile impedire allo zarismo reazionario di rialzare la testa, ma per averne la sicurezza – ossia per solamente salvare in Russia la rivoluzione borghese – era necessaria la sollevazione del proletariato europeo! Un concetto che chiude il ciclo con la dottrina di Marx sulla riserva della controrivoluzione europea formata dalla Russia, mostruoso potere che jugula ribellioni borghesi e ribellioni operaie.

A Stoccolma così egli rispondeva a Plechanov, contrario alla presa del potere, in base al punto comune che la rivoluzione non sarebbe stata che borghese. O prendiamo il potere noi, diceva Lenin, o cadrà anche la rivoluzione borghese, e mai la nostra verrà.

«La restaurazione è da ritenersi parimenti inevitabile nella eventualità della municipalizzazione o della nazionalizzazione o della spartizione della terra, perché il piccolo proprietario sotto ogni forma di possesso o di proprietà rimane sempre l’appoggio della restaurazione. Dopo la completa rivoluzione democratica il piccolo proprietario si rivolterà immancabilmente contro il proletariato, e più presto il comune nemico del proletariato e del piccolo proprietario (l’assolutismo) sarà rovesciato, più presto egli si rivolterà».

«La nostra rivoluzione democratica non ha altre forze di riserva oltre il Proletariato Socialista dell’Occidente».

Ancora una volta in forma simbolica, Lenin non è mancato al suo tremendo appuntamento con la Storia. Abbiamo mancato noi, comunisti di Europa, della Terza Internazionale, e l’Opportunismo ci guarda oggi col suo ghigno di Bestia Trionfante.