[RG-75] L’associazione internazionale dei lavoratori
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Riprendevamo i lavori la domenica mattina con la continuazione del rapporto sulla Prima Internazionale, nel periodo che va dalla sconfitta della Comune di Parigi, con la Conferenza di Londra, del settembre 1871, al Congresso dell’Aja, nel settembre successivo, periodo nel quale si concentrano dibattiti e affermazioni teoriche fondamentali e ancora oggi centrali, avverse a quelle proprie del movimento anarchico.
L’anarchismo, capeggiato da Bakunin, favorito dal rinato volontarismo successivo alla sconfitta della Comune, si era diffuso, per mezzo della Alleanza della Democrazia Socialista, una setta segreta, per lo più in Spagna, in Italia, in parte della Svizzera e nel sud della Francia, ovvero nelle zone a capitalismo relativamente meno sviluppato, dove il proletariato non rappresentava ancora una classe numericamente rilevante.
Bakunin e i suoi rifiutavano la lotta economica (sebbene non in tutti i paesi) e professavano l’astensionismo politico tanto dalle elezioni quanto dalla comune lotta contingente di partito. Inoltre, per essi, nell’Internazionale non sarebbe dovuto esistere il pur minimo centralismo, ma essere una libera federazione di sezioni, che avrebbero trovato spontanea unità d’azione solo nel naturale istinto rivoluzionario. Il Consiglio Generale, nella loro impostazione, si sarebbe dovuto ridurre ad un centro di corrispondenza e di statistica e non un centro per l’organizzazione rivoluzionaria a livello mondiale. Marx oppose la semplice constatazione che la Rivoluzione, essendo una guerra, ha bisogno di un’organizzazione disciplinata e centralizzata che possa sferrare l’attacco al Capitale, e che questa centralizzazione non esprime la autorità di pochi dotti sulla massa proletaria bensì è espressione dell’unitarietà d’intenti del centro e della base. Solo una organizzazione così accentrata avrebbe permesso la vittoria definitiva, come la Comune aveva dimostrato ampiamente.
Al Congresso dell’Aja, a conclusione di un anno di dura polemica su queste questioni, si decideva, oltre all’espulsione del troppo intrigante Bakunin, della necessità non di indebolire ma di rafforzare i compiti del Consiglio Generale ai fini della attuazione fedele del programma del 1864 e della difesa del partito dalle infiltrazioni di dottrine e pratiche non proletarie tramite la più energica azione comune, tanto a scala nazionale quanto internazionale. Non dunque un centralismo solo formale, burocratico, come rinfacceremo a Gramsci e Togliatti negli anni Venti del nuovo secolo, ma un centralismo funzionale ed espressione del programma rivoluzionario, precursore del nostro, più maturo, centralismo organico.
Il Congresso accettava inoltre la necessità dell’affermazione di una Dittatura proletaria a seguito della Rivoluzione per sradicare e distruggere definitivamente la resistenza della classe borghese. Essa Dittatura si sarebbe auto-superata, nell’estinzione dello Stato, solo come conseguenza dell’estinzione delle classi. La Comune aveva troppo a caro prezzo insegnato all’avanguardia proletaria internazionale che con nessuna bonarietà si poteva trattare la sanguinaria classe borghese.
Si deliberò infine il trasferimento del Consiglio Generale da Londra a New York. A questo si opposero i blanquisti, che, come gli anarchici, dichiararono la scissione, perché all’imperante reazione europea e alla controrivoluzione vincitrice ritenevano potersi rispondere in modo volontaristico. Marx ed Engels invece consideravano il cambiamento della situazione oggettiva non rovesciabile in tempi brevi e la Rivoluzione rinviata per decenni.
In tutta Europa l’Internazionale era divenuta illegale; in Inghilterra era rimasta legale ma il proletariato era stato corrotto dai benefìci tratti dalla propria borghesia nella Guerra franco-prussiana e dalla politica dei dirigenti delle Trade Unions, sempre più di tendenza conciliatrice e, come denunciò Marx all’Aja, venduti alla borghesia e dunque nemici del proletariato rivoluzionario.