Partito Comunista Internazionale

Intorno alla tattica

Categorie: Party Doctrine, PCd'I, Union Question

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Recenti avvenimenti, e sopratutto l’azione di marzo in Germania, hanno suscitato in tutta la stampa comunista europea una lunga e appassionata discussione sulla tattica opportuna nell’attuale fase della rivoluzione mondiale.

La questione generalmente è stata messa così: siamo già arrivati, nell’Europa occidentale, ad uno stadio tale dello sviluppo rivoluzionario, da permettere ai comunisti di assumere l’iniziativa dell’as- salto finale delle posizioni della borghesia, oppure il processo di disgregazione della società capitalistica e di acquisizione della massa proletaria alla causa della rivoluzione è tuttora così arretrato, da non permettere al partito della rivoluzione altro lavoro proficuo se non quello della propaganda, dell’organizzazione, della formazione di quadri? Così, per esempio, è impostata la questione, bensi con riferimento alla sola Germania, in un recente opuscolo di Radek.

Orbene, a me pare che tale mode di porre la questione non sia corretto. In una situazione rivoluzionaria, la classe rivoluzionaria, e quindi il suo partito, si trova sempre all’offensiva. Si potrebbe dire anzi che il proletariato è in attitudine di assalto contro gli istituti della borghesia sin dal momento in cui si determinano in seno ad esso i primi sintomi della coscienza di classe. Si può parlare delle modalità dell’offensiva, determinate dal calcolo delle proprie forze e di quelle avversarie, e dagli scopi immediati che esse permettono di proporsi; non si può parlare di tattica «offensiva» o «difensiva».

Per determinare tali modalità, occorre esaminare quale è la situazione generale del movimento rivoluzionario in Europa oggi, dopo quasi quattro anni dalla rivoluzione russa, e mentre a Mosca si celebra il terzo Congresso dell’Internazionale comunista.

I

La rivoluzione proletaria, prendendo impulso dalla guerra, comincio a manifestarsi ostensibilmente in Russia nel marzo e molto più vivacemente nel novembre del 1917, e da allora non ha cessato di fare la sua strada per tutto il mondo.

Quale è il punto cui è finora giunto il movimento? Quali sono i risultati tangibili delle lotte di questi quattro anni?

A prima vista, essi non sono molto confortanti, ad eccezione della Russia, il proletariato non è giunto in nessun paese a conquistare il potere. Dove lo ha fatto, ne è stato dopo breve tempo nuovamente spossessato dalla controrivoluzione. La borghesia apparentemento è dappertutto ancora saldamente in sella, nel pieno possesso dei suoi mezzi economici, militari, amministrativi, morali di dominio. Anzi, essa quasi dovunque ha creato o va creando nuovi e più sicuri mezzi di difesa e di offesa: le guardie bianche, le milizie volontarie o mercenarie, i fascisti e così via.

E tuttavia i quattro anni non sono andati perduti per la rivoluzione; nè realmente questa si chiude con un bilancio passivo. Mentre infatti la cause prima della rivoluzione, l’involuzione del capita- lismo caratterizzata da quella che Bucharin chiama «riproduzione negativamento ampliata», l’incapacità di esso ad allargare la propria base di produzione, è andata aggravandosi ogni giorno di più, lo sforzo dell’umanità che non vuol perire ha espresso dal seno della classe storicamente indicata per la successione, del proletariato, dei nuclei di avanguardia, nei quali finalmente si è formata la premessa indispensabile per la rivoluzione sociale, cioè la chiara coscienza dei fini ultimi e dei mezzi idonei a raggiungerli. La formazione di Partiti o nuclei comunisti in tutto il mondo è il tangibile e prezioso risultato del movimento rivoluzionario di questi quattro anni. Dappertutto ormai dal seno della massa proletaria e dei partiti proletari si è separata la parte realmente rivoluzionaria, ed ha iniziato l’attacco frontale contro le posizioni della borghesia.

Questo processo di selezione non è ancora terminato. Vi sono dei paesi, come la Germania e l’Italia, dove esso si può considerare come definitivo: altri invece, p. es. la Ceco-Slovacchia e la Francia. dove esso è ancora in pieno corso. Tra i compiti principali del terzo Congresso internazionale sarà appunto quello di condurre a termine dappertutto, nella realtà pratica, l’opera iniziata dal secondo Congresso con la formulazione del programma e delle condizioni d’ammissione.

Ma nello stesso tempo per i paesi dove la fase di selezione è già stata superata, sorge il problema delle forme che deve assumere l’azione, offensiva per definizione, dei nuclei comunisti. E poichè il problema centrale della rivoluzione consiste nel rivoluzionamento ideologico della massa proletaria, nel suo distacco definitivo dall’ideologia borghese e sopratutto socialdemocratica e centrista, così la questione dei modi dell’azione comunista si riduce a quella di determinare le vie per le quali, date le concrete condizioni attuali, i Partiti comunisti possono acquistare la direzione delle grandi masse e dar loro la coscienza della necessità della conquista del potere, dei mezzi idonei a tal fine, e la volontà di adoperarli.

II

Si può raggiungere tale risultato con la sola opera di propaganda?

Mi sembra che l’esperienza appunto dei quattro ultimi anni autorizzi una risposta nettamente negativa a tale quesito. Le ragioni dell’insufficienza della sola azione di propaganda a creare nel proletariato una coscienza rivoluzionaria mi sembrano evidenti. Oltre alle notissime circostanze di fatto, che mettono la propaganda comunista in condizione di grande inferiorità di fronte a quella che la padronanza dei mezzi economici, politici, spirituali di dominio, come il denaro, la stampa, le organizzazioni dello Stato, la scuola, la chiesa, ecc., permettono di spiegare alla borghesia e ai suoi aiutanti conscii od inconscii della socialdemocrazia, v’è un’altra ragione più profonda. La stratificazione ideologica borghese, il senso cioè della naturale soggezione della classe lavoratrice verso il capitale, della incrollabilità del regime, dell’inanità di ogni sforzo per uscir fuori dai quadri di esso, non si è depositata in fondo alle anime dei proletari per la sola efficacia dei mezzi esterni su accennati. Questi hanno potentemente contribuito, è vero, a fissare questa stratificazione, a precisaria, a teorizzarla: ma gli elementi di essa preesistevano nella coscienza delle masse. Essi si erano venuti costituendo attraverso la pratica della vita, e delle necessità elementari di essa. E soltanto sullo stesso terreno della vita di ogni giorno si può sperare di distruggere nelle coscienze dei lavoratori il sedimento ideologico borghese, certo molto scosso dalle esperienze della guerra e della rivoluzione, ma ben lontano ancora dall’esser distrutto.

Occorre pertanto, a mio giudizio, prender come base dell’azione per la conquista delle masse le condizioni concrete attuali della classe lavoratrice, i suoi attuali sentimenti, i suoi bisogni, i suoi interessi immediati. Con l’agitare continuamente davanti agli occhi del proletariato le formule della «rivoluzione sociale integrale» e della «dittatura del proletariato» non si conclude molto. La disastrosa esperienza del Partito Socialista Italiano, che per due anni non ha fatto che strombazzare tali formule, ed è diventato ora… quello che è diventato, serve a qualche cosa. Le formule hanno valore in quanto balzan fuori dalle necessità della vita reale, largamente sentite, e non in quanto sono semplici antecipazioni di menti superiori. La teoria può e deve illuminare l’azione, ma non può sostituiria.

Noi potremo convincere i larghi strati del proletariato della necessità di lottare per la conquista del potere solo quando l’esperienza diretta della vita non avrà loro fatto toccar con mano che altrimenti non vi è per essi alcuna speranza, non solo di mutare la loro posizione sociale, ma neppure di conservare o di ottenere il minimo di beni che sono indispensabili all’esistenza. Dobbiamo inserirci nella quotidiana lotta del proletariato per l’esistenza, aiutarlo e spingerlo in questa lotta, promuoverne le richieste e rivendicazioni anche parziali: solo su questo terreno potremo fargli acquistare, con la chiarezza ed evidenza che solo l’esperienza diretta può dare, la convinzione dell’incapacità del regime borghese a soddisfare anche i suoi più immediati ed elementari bisogni, e quindi della necessità di abbatterlo, come unica via di salvezza dalla miseria e dalla fame. L’indigenza delle masse, che è stata la pietra su cui è sorto l’edificio della società borghese, deve essere anche la leva per abbatterlo.

Ma questa opera di piccole azioni, di lotta alla spicciolata per il pane quotidiano, non è quella che caratterizza il movimento sindacale addomesticato dei socialdemocratici, non è opera riformista?

Rispondo che la differenza tra la tattica riformista delle rivendicazioni parziali e quella comunista consiste nel fatto, che la prima non mira oltre lo scopo parziale immediato, mentre questo per i comunisti è soltanto un mezzo, non fine, e soprattutto non «il» fine, il quale consiste nell’acquisto della fiducia dei proletari; che la tattica dei burocrati riformisti delle organizzazioni mira ad attutire i conflitti quotidiani tra capitale e lavoro e a farli sboccare nell’accordo e nella collaborazione di classe, mentre la tattica comunista tende ad acuire tutti i conflitti, anche parziali, ad allargarli, a spingerli quanto più è possibile oltre i limiti originari, fino al momento che lo stato d’animo delle masse permetta di tentare anche il raggiungimento del fine ultimo, della conquista del potere, e che la tattica dei fini parziali e immediati, se era riformista e pacifista nel periodo di sviluppo del capitalismo, quando le concessioni ai lavoratori anzichè indebolirio lo rafforzavano, diventa rivoluzionaria oggi, che il capitalismo per mantenersi in vita è costretto, non solo a rifiutare ogni ulteriore concessione, ma a tentare di scacciare il proletariato anche dalle antiche posizioni «legali» e a rifiutargli persino il minimo necessario per l’esistenza. Ciò sarà chiarito da un rapido esame delle tendenze che si manifestano oggi in tutto il mondo nel campo della produzione.

III

L’umanità si sforza di uscire della tremenda crisi di produzione determinatasi durante la guerra e negli anni immediatamente successivi. Ed essa deve uscirne, pena la caduta in una cupa barbarie da medio evo.

E evidente che non si può «restaurare la produzione» col puro e semplice ritorno alle condizioni dell’anteguerra, quand’anche ciò non fosse una folle utopia. Dato e non concesso che fosse possibile riprodurre i rapporti prebellici di produzione, non si farebbe che tornare a quella forma di crisi, dalla quale il capitalismo cercó di salvarsi appunto scatenando la guerra mondiale. Si avrebbe inevitabilmente un’altra grande guerra imperialista tra i capitalismi nazionali non ancor messi fuori combattimento, per il definitivo monopolio della produzione mondiale da parte di uno o di un piccolo gruppo di essi riunito in trust. E, al termine di questa nuova guerra, si sarebbero ríprodotte, infinitamente aggravate, le caratteristiche della crisi attuale.

La soluzione non può dunque esser data da un ritorno puro e semplice alle condizioni d’anteguerra, come sognano i filistei della piccola borghesia, politicamente rappresentati dai partiti socialdemocratici. La crisi non può essere risolta dal vano e antistorico tentativo del ritorno allo status quo, ma bensi dall’instaurazione di nuovi rapporti di produzione, che permettano un grande ampliamento della base di quest’ultima.

E evidente anche che lo sforzo delle forze produttive verso nuovi rapporti si esercita nella direzione di un raggruppamento, di una concentrazione delle forze medesime. Per trarre dalla forza di lavoro dell’umanità tutto ciò che essa può dare, onde riparare l’enorme distruzione di beni causata dalla guerra e provvedere all’accresciuto fabbisogno di essi, occorre una direzione unica e onnipotente della produzione mondiale, una dittatura economica universale, capace di ridurre al minimo i costi di produzione, di eliminare quelli di concorrenza, di aumentare all’estremo l’intensità della produzione.

Senonchè, questo sforzo si opera contemporaneamente in due diverse direzioni. Da una parte la classe detentrice del potere economico e politico vuole procedere alla concentrazione della produzione sotto la propria iniziativa e direzione, mediante l’assorbimento dei vari trusts capitalistici nazionali in un unico trust mondiale, o, che equivale, in un gruppo di trusts nazionali collegati strettamente tra di loro in modo da costituire un unico sindacato mondiale, arbitro assoluto della produzione e della distribuzione nel mondo. Con ciò naturalmente resterebbe eliminata o assorbita una parte considerevole dei sindacati nazionali monopolistici ora esistenti; ma l’oligarchia del capitale come tale non solo conserverebbe il dominio della società, ma lo renderebbe tanto più intenso e completo.

A questa soluzione del probléma organizzativo della produzione si contrappone quella dei partiti proletari, dei comunisti, tendente ad organizzare la produzione mediante la socializzazione di essa su scala nazionale, e mediante l’instaurazione di un piano mondiale di produzione e di distribuzione preventivamente concertato tra tutti gli Stati proletari confederali. Questa seconda soluzione elimina, con la stessa classe capitalistica, i suoi profitti e l’indirizzo della produzione verso la creazione di plusvalore e non verso il soddisfacimento dei bisogni, e permette di organizzarla anche qualitativamente, oltrecchè rende possibile di utilizzare integralmente la forza-lavoro umana.

Sono evidenti le disastrose conseguenze che avrebbe per i lavoratori, per l’immensa maggioranza degli uomini, la soluzione capitalistica, la concentrazione della produzione in un unico trust capitalistico mondiale. Questo, per assicurare ed aumentare indefinitamente i propri profitti, secondo la natura specifica del capitalismo, e nello stesso tempo risanare finanziariamente la sua azienda centrale di collegamento, lo Stato borghese, dovrà necessariamente spingere ad un grado inaudito il gettito del plusvalore, vale a dire intensificare fino all’estremo limite possibile lo sfruttamento dei lavoratori. A tale scopo gli occorre preventivamente aver distrutto la forza di resistenza dei lavoratori, e cioè soppressi o evirati i suoi organismi sindacali e politici: A ciò mirano appunto da un lato la creazione di nuovi e più adatti strumenti di violenza militare (corpi di volontari o di mercenari armati, come l’Orgesch, i fasci, ecc.), dall’altra la creazione, in quanto in parte è certamente intenzionale, di un’enorme e crescente riserva di disoccupati mediante la politica delle serrate e delle limitazioni della produzione. Le armi e la fame debbono aver ragione della resistenza proletaria, e ridurre i lavoratori nuovamente sotto il giogo della più illimitata e incontrastata servità. Solo a tale condizione il capitalismo può lusingarsi di far prevalere la sua soluzione. Si cominciano già a farsi sentire le conseguenze di questa «restaurazione delle forze produttive» in senso capitalistico. La disoccupazione, l’abbassamento dei salari assai più rapido e reale di quello del costo della vita, l’aumento degli orari di lavoro, l’introduzione di orari e turni straordinari, la miseria, l’esaurimento e l’abbrutimento, infine, dei lavoratori ridotti alle condizioni del capitalismo iniziale, si accompagnano alla violenza legale ed illegale contro le loro organizzazioni di difesa e di lotta, alla miseria tende ad accompagnarsi la schiavitù. Nè più roseo si presenta, in caso di vittoria decisiva del capitalismo, l’avvenire dei piccoli e medi contadini. Una volta consolidata di bel nuovo, con la fame e l’asservimento degli operai, l’ossatura del capitalismo, questo riprenderà inevitabilmente il lavoro, già abbastanza progredito in molti luoghi prima della guerra, di industrializzazione capitalistica anche dell’agricoltura e, aiutato dalla pressione tributaria esercitata dallo Stato non più tenuto a freno del proletariato cittadino ormai debellato, concentrerà nelle sue mani anche la terra, riducendo i piccoli e medi contadini liberi nella condizione di salariati direttamente o indirettamente.

IV

Quale delle due forme di organizzazione universale della produzione è destinata a trionfare, quella del trust capitalistico mondiale, o quella della mondiale socializzazione proletaria?

È impresa difficile trarre oroscopi sulla storia futura. Tuttavia, se i fenomeni esteriori della lotta sembrano dare un notevole vantaggio al capitalismo, l’esame del contenuto intimo del problema ci conforta nella nostra fede nella vittoria della rivoluzione proletaria. Il proletariato può logicamente organizzare internazionalmente la produzione eliminando integralmente la classe antagonista; questa non può fare a meno del proletariato e della sua forza di lavoro. Una vittoria del capitalismo, non potendo sopprimere il proletariato e per conseguenza la posizione negativa di quest’ultimo nei confronti del capitalismo, non può essere definitiva; la vittoria finale deve dunque rimanere alla classe lavorätrice. Tuttavia potrebbe avvenire che transitoriamente, e per un tempo limitato, il capitalismo riprenda il sopravvento, riuscendo almeno a fare il tentativo di imporre la «propria» soluzione del problema organizzativo della produzione.

In tal caso, le conseguenze disastrose per la classe lavoratrice, anche nel semplice campo delle condizioni materiali della vita quotidiana, cui abbiamo precedentemente accennato, si verificherebbero con tanto maggiore intensità, quanto più lunga fosse la durata dell’esperimento. E la pressione di tali condizioni spingerà inevitabilmente la classe lavoratrice alla resistenza. Dal grado, dalla compattezza, dalla risolutezza di tale resistenza dipende l’esito del contrasto tra l’organizzazione capitalistica e l’organizzazione proletaria della produzione, tra la trustizzazione e la socializzazione su scala mondiale, vale a dire tra la conservazione borghese e la rivoluzione sociale del proletariato. Infatti, se la resistenza dei lavoratori all’intensificato sfruttamento sarà abbastanza intensa da farlo fallire, allora sarà tolta ogni possibilità al capitalismo di uscire, anche transitoriamente, dalla crisi, e quindi si aggraverà sempre più quest’ultima, che, diventato impossibile lo sbocco della trustizzazione mondiale, non potrà sboccare che nella rivoluzione organizzatrice del proletariato.

Pertanto, la lotta per le condizioni di esistenza e di lavoro, che assunse già carattere squisitamente riformista nel periodo dell’anteguerra, prende oggi, per il fatto della sopraggiunta crisi capitalistica, un contenuto nettamente rivoluzionario. Di ciò si ha la riprova nel fatto che i paladini sindacali della collaborazione in Inghilterra, in Germania, in Italia, in Svizzera, dappertutto, rifiutano di accettare la lotta di difesa contro l’assalto mosso dai capitalisti, e consigliano, contrariamente all’antica tattica sindacale, non la resistenza collettiva mediante scioperi, ecc., ma l’accettazione dei licenziamenti, delle riduzioni di lavoro e di salari, ecc., come resa necessaria dalle critiche condizioni dell’industria, e ai disoccupati non danno altro aiuto che quello di invocare sussidi statali (cioe in ultima analisi a spese della stessa classe lavoratrice) e di consigliare il «ritorno alla campagna».

Più di ogni altra parola d’ordine, quella della lotta per gli alti salari e i bassi orari di lavoro, mentre, ripetiamo ancora; è oggi esiziale al capitalismo e quindi rivoluzionaria per eccellenza, è atta a mettere in movimento le masse lavoratrici.

Essa inoltre a preferenza di ogni altra è atta a smascherare definitivamente i socialtraditori. Infatti costoro, sia che non credano possibile la rivoluzione del proletariato, sia che non la desiderino, per necessità sono costretti ad augurarsi la restaurazione dell’economia capitalistica, e ad agire in tal senso. Essi dunque, tanto i leaders dei partiti socialdemocratici quanto i papaveri sindacali, non potranno secondare, e tanto meno dirigere, lo slancio delle masse verso le nuove lotte economiche, sia pure parziali, perchè tali lotte impediscono appunto il riassestamento della produzione capitalistica. E sul terreno delle rivendicazioni apparentemente immediate, subito comprese e accettate dalle masse, sarà assai più agevole al partito comunista di mostrare alla luce del sole il tradimento socialdemocratico, e acquistare la fiducia e la direzione delle masse in movimento.

Naturalmente, per i comunisti le lotte parziali, di carattere esteriormente economico-sindacale, restano sempre un mezzo per il rivoluzionamento dei larghi strati proletari, e non il fine, che è la conquista del potere appunto con la azione delle masse. Ma, dato che il capitalismo non può salvarsi se non sottoponendo all’estremo limite di sfruttamento i lavoratori, e questo non può farlo se non dopo aver distrutto e paralizzato i loro organismi politici e sindacali di lotta, è evidente che ogni lotta, anche limitata alle sole questioni di salario e di orario di lavoro, nel momento attuale è destinata a diventare senz’altro lotta per l’esistenza per l’esistenza del capitalismo da un lato, per l’esistenza delle organizzazioni proletarie dall’altro, come e stato recentemente dimostrato dalla serrata della Fiat a Torino, e in proporzioni assai più vaste dall’insurrezione dei lavoratori della Germania centrale nel marzo e dallo sciopero dei minatori inglesi.

I comunisti lanciano il grido di battaglia: nessun licenziamento, nessuna riduzione di salari, orari, nessuna sostituzione di cottimi alle paghe orarie, nessun orario o turno straordinario, nessuna limitazione del diritto di organizzazione. Inevitalbilmente, se la loro parola sarà, come è supponibile, raccolta dalle masse, si accenderà la lotta su tutto il fronte. La borghesia non può far concessioni su questo terreno, ed impegnerà tutte le sue forze per obbligare il proletariato ad accettare tutte quelle cose. Se la resistenza proletaria sarà appena appena energica, la borghesia mobiliterà sue guardie bianche al macello dei lavoratori. E allora, sul terreno della realtà quotidíana, ben più facile sarà al partito comunista di far sentire alle masse la necessità urgente delle sue rivendicazioni finalistiche l’armamento del proletariato e il disarmo della borghesia per l’instaurazione del controllo operaio sulla produzione, per la creazione dei Consgli politici degli operai e dei contadini, per la loro dittatura.

V

Questa azione deve essere preordinata e diretta dal partito politico, ma naturalmente può attuarsi soltanto nelle organizzazioni sindacali del proletariato. Da ciò principalmente nasce l’importanza che la questione dei sindacati, della conquista di essi, ha nell’ora attuale per i partiti comunisti. E da cio nasce anche il disperato tentativo che la burocrazia sindacale ligia ad Amsterdam fa per escludere i comunisti dai sindacati. Essa, che sa di non potere e di non volere scendere in lotta coi padroni, perchè sarebbe non più schermaglia di tariffe ma lotta per la vita e per la morte, prevede bene le grandi probabilità che in questo momento si presentano ai comunisti di conquistare la massa, se essi le si presentano con precisi propositi di azione immediata di lotta dontro l’offensiva padronale.

Ci sembra che sia raccomandabile la tattica seguita dai gruppi comunisti sindacali, p. e., della Germania e della Svizzera, di proporre la creazione di un fronte unico di tutti i lavoratori, senza esclusione di partito o di colore di organizzazione, quindi includendo anche le organizzazioni sindacaliste, o gialle, o anche cattoliche dove esse esistono, con un programma di rivendicazioni immedate contro la crisi della disoccupazione, dei ribassi di salari, della reazione legale ed illegale. Le attuali centrali sindacali, gialle o riformiste, debbono così esser poste nell’alternativa o di dichiararsi apertamente incapaci di lottare neppure per gli interessi immediati, tangibili, urgenti, della classe lavoratrice, perdendo così definitivamente la fiducia degli organizzati a tutto beneficio dei comunisti; o di presentare anche esse un programma di azione.

In quest’ultimo caso la posizione strategica dei comunisti risulterà ancor più favorevole. Infatti ad essi non rimarrà altro compito che quello di spingere le masse ad imporre ai capi sindacali che il programma d’azione non rimanga sulla carta, ma sia tosto e risolutamente seguito dall’azione; e di suscitare l’insurrezione della massa organizzata contro i capi medesimi, nel caso più che probabile che essi cerchino di sottrarsi alla lotta dichiarata. Ognun vede però come sia più facile batterli su questo terreno che su qualunque altro.

Naturalmente, i comunisti dovranno avere il loro programma di rivendicazioni immediate da presentare nell’interesse dei lavoratori. Senza pretendere affatto di formulario qui in modo preciso e specialmente completo, crediamo che tale programma dovrebbe contenere i seguenti punti:

I. resistenza contro ogni tentativo diretto a diminuire i salari attuali o ad esigere maggiori prestazioni di lavoro per gli stessi salari;

II. elevamento della paga oraria, sabato inglese pagato, riduzione dell’orario di lavoro, nessun orario o turno straordinario di lavoro;

III. assunzioni e licenziamenti di operai da sottoporsi al controllo dei Consigli di fabbrica;

IV. provvedimenti circa le abitazioni operaie controllati dai delegati dei Consigli di fabbrica;

V. provvedimenti contro la speculazione sui generi di prima necessità controllati come sopra;

VI. disarmo della guardia bianca controllato da Consigli elettivi di operai e contadini;

VII. liberazione degli arrestati in occasione di conflitti di classe.

Vi sono due questioni particolari di grande importanza: quella dei disoccupati e quella dei contadini.

I disoccupati devono costituire la leva dell’azione proletaria di difesa e di controffesa, che noi riteniamo possibile. Essi soprattutto son destinati ad alimentare i nuclei di azione. Della loro situazione pertanto i comunisti dovranno particolarmente occuparsi nei sindacati. Mentre si dovrà tendere ad impedire che essi diventino strumento della politica padronale di ribasso dei salari, d’altra parte occorrerà far si che essi non sieno costretti a sopportare tutto il peso della lotta. A tal fine però è necessario che essi restino nelle file dell’organizzazione comune, e crediamo erronea e pericolosa la proposta fatta da qualcuno, e attuata per es. in Germania, di costituire particolari organizzazioni di disoccupati. Con ciò non si farebbe che provocare un dualismo di interessi rovinoso per la compattezza del proletariato. I disoccupati debbono rimanere nei sindacati, ma questi debbono provvedere a renderne possibile la resistenza ai cattivi consigli della fame. Quindi il programma degli organizzatori ed organizzati comunisti nei riguardi dei disoccupati, oltre alle linee generali suesposte e che appunto mirano principalmente ad eliminare radicalmente la disoccupazione, deve contenere da un lato la richiesta di provvedimenti statali, dall’altro impostazione di un sistema regolare di sovvenzioni agli organizzati disoccupati da parte delle rispettive organizzazioni; sovvenzioni larghe, da attingersi mediante congrui rilasci di parte della mercede da parte di tutti gli organizzati. La solidarietà proletaria, si crea con lo esercizio di essa: e d’altra parte il sacrifizio finanziario degli uni tornerà a vantaggio di tutti, sia togliendo alle mani del padronato la possibilità di adoperare un’arma pericolosissima al proletariato, sia volgendo quest’arma appunte contro gli stessi capitalisti, in quantocchè per ragioni intuitive i disoccupati sovvenzionati dai loro compagni organizzati compenderanno certamente l’aiuto col diventare le sentinelle avanzate dell’azione proletaria.

Questa, per riuscire, ha bisogno anche del concorso delle masse lavoratrici della campagna. Dove queste sono costituite in prevalenza da salariati, non vi è bisogno di un programma speciale per loro. Ma dove, come da noi, il lavoratore rurale è per lo più un piccolo borghese, bisogna offrire anche a lui qualche cosa, che lo dissocii dal capitalismo e lo solidarizzi col proletariato cittadino. Come richieste immediate potranno presentarsi quella della riduzione dei canoni di fitto, il miglioramento dei patti di mezzadria o altri, e provvedimenti contro la speculazione sui terreni, tutto sotto il controllo di Consigli di contadini lavoratori.

Senza dubbio i barbassori del funzionarismo sindacale troveranno queste richieste eccessive, inattuabili e «tali da impedire il riassestamento della produzione», naturalmente della produzione borghese. Bisogna costringerli ad uscire dall’equivoco, e a contrapporre un loro programma a quello dichiarato «impossibile». Se cio non faranno, sarà evidente il loro tradimento del proletariato. Se invece, per parare la mossa comunista, presenteranno anch’essi un piano di domande, come hanno fatto in Germania, bisognerà seguirli anche su questo terreno. Per modeste che sieno le loro richieste, se appena appena l’attuazione di esse porterebbe qualche reale beneficio alla classe lavoratrice – e in caso contrario sarà facile dimostrario alle masse – la borghesia le respingerà, perchè, come abbiamo già rilevato, essa nel momento attuale non può conceder nulla. E allora risorgerà il problema del modo di imporne l’accoglimento, e si ritornerà alla stessa situazione di lotta decisiva precedentemente prospettata.

Anche su rivendicazioni immediate, parziali, lontanissime dagli scopi finali del comunismo; anche su un programma eunuco quale potranno formularlo i maneggioni sindacali dei vari paesi, è possibile ai comunisti di trarre le masse ad impegnare col capitalismo la battaglia decisiva: ed è, crediamo, nella attuale situazione mondiale, la via più sicura per giungere a tale risultato.