La rovina ambientale si può fermare solo attraverso la lotta di classe e la distruzione del capitalismo
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Questo il volantino che abbiamo distribuito in vari paesi.
In Italia la partecipazione ai cortei è stata sollecitata dallo Stato: il ministro dell’istruzione ha perfino esentato gli studenti da giustificare l’assenza a scuola. A Genova gli “organizzatori” hanno intimato al megafono che, poiché la manifestazione era “non violenta, apolitica e apartitica”, non erano ammessi volantini e bandiere di partiti politici. Uno di questi misteriosi “organizzatori” ha chiesto un nostro volantino e, valutato che non era “consono”, ci ha mandato la polizia a intimarci di non diffonderlo.
La crisi ambientale di oggi è globale e minaccia l’esistenza stessa della vita sulla terra. Dall’inquinamento delle acque, alle isole di rifiuti di plastica delle dimensioni del Texas alla distruzione sistematica delle foreste (in ultimo quelle sudamericane ed africane), la qualità e la ricchezza di varietà della vita sul pianeta si stanno rapidamente riducendo.
Ma affrontare questa devastazione senza tenere conto delle sue cause economiche è una visione ipocrita e scollegata dalla realtà.
Finché esisterà il capitalismo continuerà a sperperare ciecamente le risorse di questo pianeta in nome del Profitto. Anzi, arriverà a considerare il anche “riscaldamento globale” come una nuova opportunità per continuare ad arrancare. Infatti l’aprirsi di nuovi territori di ricerca, come le riserve di idrocarburi e gas naturali sotto la banchisa artica nei bacini orientali della Groenlandia e nel mare di Barents offrirà nuovi rami produttivi capitalistici che peggioreranno ulteriormente il bilancio degli inquinanti emessi e dell’energia consumata.
L’85% dell’energia globale è tratta da combustibili fossili; per mantenere almeno costante la concentrazione di CO2 nell’atmosfera si dovrebbe ridurre dell’80% la produzione di energia di questa origine. Non è evidentemente possibile, per esempio, ottenere l’attuale produzione mondiale di acciaio, 1,6 miliardi di tonnellate, con l’energia ricavata dal fotovoltaico e dall’eolico. Ma il capitalismo, per sua natura, non può “disinvestire”. Quindi è certo che non potrà fare a meno degli idrocarburi, del gas e del carbone.
Per questo i combustibili fossili sono così ferocemente contesi tra Usa, Russia, Canada, Norvegia e Danimarca… Il possesso o il controllo delle risorse energetiche, per prime quelle fossili, è uno dei motivi principali che dettano le dinamiche degli Stati imperialisti, ed i loro effetti spaziano dal campo produttivo a quello finanziario, politico e militare.
E con tali premesse dovrebbero stipularsi gli accordi per la “riduzione dei gas serra” favoleggiati nelle conferenze internazionali!
Il capitalismo nella ricerca di maggiori profitti tratta l’ambiente come una libera fonte di materie prime o come una barriera da abbattere. Ma la sua ipertrofia porta da se stessa all’inevitabile collasso, che si manifesta periodicamente nelle crisi economiche. Le conseguenze della crisi si scaricano sulle spalle della classe lavoratrice, costretta dai governi a sempre peggiori misure di austerità.
Sono quegli stessi governi a cui oggi si chiede di limitare il processo distruttivo che loro stessi stanno salvaguardando nell’interesse della classe dominante. Nessun governo di nessuno Stato può così limitare le ferree necessità dell’economia capitalistica, né garantire un uso “giudizioso” delle risorse, in nome della “salute del pianeta”.
D’altra parte, le scelte individuali verso uno “stile di vita” più “equilibrato” e “filo-ecologico” risultano di un ridicolo effetto marginale di fronte a problemi di così vasta dimensione come quello sopra esposto, rimanendo una impotente “buona azione”, per altro limitata ai consumatori che possono permettersi di pagare di più, alimentando così un nuovo, “alternativo” settore di mercato capitalistico. È un ennesimo vile diversivo del regime alla lotta di classe.
Noi comunisti fin dal Manifesto del 1848 abbiamo denunciato il fatto reale e drammatico che l’ininterrotto sviluppo del capitalismo – ove non sia possibile chiuderne definitivamente l’ormai disumano ciclo storico – e la sua inarrestabile estensione possa anche portare al disastro della specie umana, ad una crisi fatale. È una possibilità che la nostra teoria materialistica non esclude.
Ma il nostro fine dichiarato è invece spezzare la forma politica che mantiene e difende il modo di produzione capitalistico, e distruggere quelle sue istituzioni per consentire un modo di produrre volto al bene dell’umanità e non del Profitto.
Il capitalismo sarà abolito quando i produttori stessi, la classe operaia mondiale, si solleveranno contro la loro posizione di schiavi salariali; quando organizzeranno la produzione in comune per provvedere direttamente ai bisogni umani. In un mondo come questo nessuno potrà trarre profitto dal lavoro degli altri. Il denaro non servirà più e le storie di crisi finanziarie che portano a guerre commerciali, miseria umana e a guerre guerreggiate apparterranno al passato.
Solo in una società comunista, senza Stati e confini, gli esseri umani saranno in grado di valutare scientificamente la dimensione reale del danno che è stato fatto al loro pianeta, potranno prendere provvedimenti adeguati per sanarlo e lasciare alle future generazioni una società ed una Terra migliori di come ce li ha lasciati il capitale.