Raymond Lefebvre, Lepetit, Vergeat
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Impressioni e ricordi
Lettera di Giacomo Dadoul a Vaillant-Couturier
La seguente lettera di Giacomo Sadoul è datata da Pietrogrado, 19 novembre 1920. Essa ha impiegato cinque mesi ad arrivare dalla Russia e ciò in causa del blocco esistente, nonostante tutte le menzognere dichiarazioni ufficiali. Questa lettera annunziava la terribile notizia della morte dei nostri compagni Lefebvre, Lepetit, Vergeat e Toubine. Essa ci dà delle impressioni e dei ricordi che, dopo più di cinque mesi, non hanno perso nulla del loro vivo interesse…
Compagno Vaillant-Couturier,
Sto per togliervi ogni speranza. Perdonatemi. Non posso tacere. Poco fa siamo stati oppressi da una notizia spaventosa. Non v’è nulla di ufficiale ancora. Si sta facendo un’inchiesta a Mourmansk. Ma le informazioni che possediamo sono disgraziatamente troppo precise perché noi possiamo dubitare della nostra disgrazia. Io penso che i nostri amici di Francia hanno fin d’ora il diritto d’essere avvertiti e preparati a lasciare ogni speranza.
Raymond Lefebvre, Lepetit et Vergeat sono periti in mare, trascinando nella morte il modesto e coraggioso Sacha, il devoto compagno russo che li accompagnava fin da Parigi.
Senza dubbio noi non sapremo mai se essi furono assassinati dalla canaglia poliziesca che l’Intesa imbosca alle frontiere della Russia, o se essi naufragarono nella tempesta. D’altronde cosa importa, essi sono morti! Essi caddero dopo tanti altri – vittime dei barbari che bloccano la Repubblica operaia e contadina. Il sangue dei nostri martiri ricade su questi banditi. Noi non lo dimentichiamo.
Avevo consigliato ai nostri amici di pazientare qualche settimana, sapendo che delle vie più brevi e più sicure stavano per aprirsi. Ma questi uomini di lotta erano impazienti di combattere. Ogni telegramma che annunciava l’imminenza della battaglia che stava per mettere alle prese riformisti e rivoluzionari, nella C.G.L. e nel Partito, li rendeva sempre più frementi e li attirava sempre più irresistibilmente verso la Francia.
Essi avevano premura di raggiungere il loro posto, di rientrare in quella Parigi che adoravano, di ritrovare gli esseri amati di cui sovente evocavano il ricordo.
Volevano partire. Malgrado i tragici presentimenti, abbastanza ossessionanti da strappare, a quel nervoso, cosi sensibile allo scherzo, questa confidenza molte volte mormorata con accento di collera e di timore insieme: «Non so il perché, ogni attraversata mi opprime!», che lo turbavano al punto da impedirgli di compiere l’ammirabile discesa del Volga e poi una deliziosa passeggiata sul Mar Nero, malgrado questi avvertimenti misteriosi, Lefebvre accettò il rischio conosciuto e sconosciuto d’un viaggio in mare. Egli voleva partire. Sono partiti.
E noi non abbiamo più che da piangere quattro morti.
Inesorabile fatalità! Sembrava che il caso li avesse avvicinati solamente per questo viaggio. Ed ecco che il destino li lega indissolubilmente. Essi resteranno per sempre uniti nella nostra memoria. Io immagino che un giorno l’Oceano, dopo aver lungamente cullato il loro dolore ed il loro sogno, ci renderà i loro corpi gelati, perdutamente avvinti l’uno all’altro.
Essi erano così simili e così differenti. Un intellettuale e tre lavoratori del braccio. Senza sforzo questi erano saliti fino a lui. Con semplicità egli era andato verso di essi. Durante la loro corsa pericolosa, il terrazzaio, lo chauffeur ed il metallurgico avevano sovente protetto con la loro tenerezza e con le loro braccia il corpo debole dello scrittore, loro compagno e loro fratello. Malgrado le grandi divergenze che scoppiavano in veementi discussioni, fra di essi era sorta un’amicizia profonda «e durevole fino alla morte», prediceva Lefebvre, appoggiando l’avvenire, che egli costruiva superbo e grandioso, alle solide spalle dei suoi valenti compagni di viaggio.
Egli diceva il vero. Fino alla morte.
Così differenti! Un aristocratico davanti al quale la vita s’apriva facile, sorridente e dolce, privilegiato nelle lettere e nell’arte, d’una curiosità universale, d’una erudizione sorprendente, fiore sontuoso e raro di elevata coltura francese. Tre proletari condannati fin dall’infanzia al lavoro estenuante, arrivati a forza di fatiche a strappare alcuni lembi di quell’insegnamento che la borghesia egoista riserva gelosamente ai suoi figli. Bretone, Parigino, Normanno, Russo; ebreo, cattolico, protestante…
Così simili! Separati da un tale abisso, essi dovevano pertanto sboccare sulla stessa via, con gli occhi fissi nella medesima stella, caricati dalla stessa missione meravigliosa, tutti e quattro pellegrini dell’assoluto. Tutti e quattro giovani, ardenti e puri. Tutti e quattro superbi d’audacia, assetati di giustizia, infiammati dal desiderio di rinnovare il mondo e di salvarlo. E tutti e quattro ricolmi d’amore.
Con avidità noi assorbimmo la fresca rugiada della loro tenerezza. Dopo sei anni di guerra, tre anni di combattimenti rivoluzionari, dopo tante angosce, dopo tanti delitti borghesi, dopo tanti martiri proletari, l’odio degli uni è nato dall’amore degli altri, la volontà s’è tesa per non essere spezzata, il cuore s’è corazzato per non scoppiare. Egli s’è chiuso alla snervante pietà, ma anche alla gioia. Si è prodotto un indurimento dell’essere. Nell’uomo votato esclusivamente all’azione, solo la ragione ed i nervi vivono ancora. Anestesia del sentimento, deplorevole e dolorosa ma, credetemi, inevitabile e disgraziatamente necessaria. Altrimenti, si potrebbe fare ciò che si deve fare e sopportarne il peso?
Sui nostri animi contristati i quattro messaggeri della Francia sparsero il balsamo di una sensibilità intatta, egualmente viva in ciascuno di essi. Sotto l’asprezza di Lepetit e sotto l’impulso di Vergeat, si scopriva senza pena quella bontà generosa che la malinconia di Lefebvre e la bonomia di Sacha lasciavano apparire senza veli.
Imparai a conoscerli bene durante quel viaggio d’Ukraina che avevo organizzato sopratutto per loro intenzione. Attenti ed appassionati, essi vi attinsero una ricca documentazione. Più facilmente che a Mosca, antica capitale, anchilosata da dieci secoli di tradizioni accumulate, metropoli e poi necropoli dei preti, dei funzionari e dei mercanti, avvelenata dai loro avanzi corrotti, dai rimasugli della speculazione e del dispotismo, meglio che in questo centro amministrativo necessariamente burocratico e freddo, essi poterono constatare e constatarono con stupore nelle città e nelle campagne la incomparabile flessibilità e la vitalità della costruzione soviettista. Si resero esattamente conto dell’opera immensa compiuta nei Soviet, nei Sindacati e nel Partito Comunista. Avvicinarono le masse. Contemplarono con allegro orgoglio questa élite proletaria divenuta padrona degli organi vitali della nuova società, la base dell’edificio rivoluzionario, ingrandito in modo colossale nella scienza e nella coscienza con tre anni di potere. Essi ammirarono questa avanguardia operaia e contadina, che dopo aver posto tre anni d’eroismi, di sofferenza e di miseria a servizio della Rivoluzione sociale, sono pronti a dare nuovi sacrifici, a soffrire ed a morire per la causa dell’emancipazione umana. Penetrarono il carattere sublime di questo popolo eletto, predestinato al martirio dal suo gusto inaudito del sacrificio.
Attraverso l’Ukraina fertile, vasta e popolata quanto la nostra Francia, dal nord al sud, dall’est all’ovest fu tutta una corsa vertiginosa. Cinque o sei volte al giorno, tre o quattro volte per notte, comizi improvvisati riunivano folle innumerevoli, rurali e cittadine sovente lacere, ma sempre entusiaste. Al vertice di queste formidabili manifestazioni brillava la fiamma rivoluzionaria dei nostri amici. Essi si prodigavano senza misura. Lefebvre e Lepetit si spossavano in discorsi.
L’aspetto doloroso di Lefebvre, la sua alta e nobile statura, la sua chiara dizione accentuata dal gesto sicuro, la fede intensa che l’animava, scatenava delle ovazioni che scuotevano tutte le sue fibre e lo lasciavano infranto. L’asprezza di Lepetit, la sua voce vibrante, così francese, il suo pallido viso monacale sul quale luceva la febbre di due occhi infossati, la dolcezza amara del suo dire che incessantemente opponeva le bontà di domani alle crudeltà di ieri, lo portavano immediatamente al cuore di quelle moltitudini esaltate, semplici e rudi come lui, nelle quali la vasta pianura russa, oceano di terra e di neve cosparso d’isole boscose, sviluppò il senso dell’infinito e dell’assoluto che gli antenati bretoni di Lepetit ricevettero dalla contemplazione dell’oceano di altra pianura. Fra esse e lui, fin dalle prime parole, questa comunanza d’idealismo sembrava stabilisse un mistico legame. Come risero, come vibrarono, come piansero i nostri poveri compagni sulla via trionfale percorsa dal nostro treno da un punto all’altro della Repubblica della Speranza e del Sacrificio, degna di essi, come essi erano degni di lei. Piansero molto. E le foro lacrime mal dissimulate alle folle commosse, lacrime di riconoscenza, di compassione e d’amore, affermarono meglio che i più eloquenti discorsi la fraterna solidarietà che univa i quattro francesi (li si chiamava sempre così) al proletariato della Russia.
Solidarietà, comunione completa. In questa traversata troppo rapida di un mondo nuovo, solo questa unione nella stessa fede poteva permettere loro di oltrepassare le apparenze e di immergersi nella sostanza delle cose. Noi non nascondemmo loro nulla degli errori, degli sbagli numerosi e gravi che erano stati e sono ancora commessi. Inevitabile seguito di ogni sconvolgimento sociale, della accessione al potere di una classe oppressa e per conseguenza ignorante. Essi sapevano le difficoltà vinte. Erano stupefatti dei risultati. L’ammirazione di Raymond Lefebvre si affermava senza riserve. Ogni giorno egli si inginocchiava pietosamente davanti alla rivoluzione e l’adorava. Anima religiosa dotata d’una intuizione singolare, egli aveva presentito da lungi più che non avesse conosciuto lo splendore della realtà. Sul luogo, il suo sguardo acuto, sguardo d’aquila in altissimo volo, sfiorò ogni dettaglio, poi abbraccio e domino l’insieme. Quando egli abbandonò l’Ukraina era nostro, assolutamente comunista fin dal più profondo, impaziente d’agire e possentemente armato per l’azione.
Vergeat e Lepetit, quest’ultimo sopratutto, non furono mai conquistati del tutto. Lepetit ci amava molto, ma non aveva affatto riguardi per noi. Sovente strani preconcetti oscuravano la sua visione. Quanti esempi potrei citare delle sue prevenzioni e dei suoi ritorni.
Credendo nelle voci in circolazione nell’Occidente nei centri anarchici, egli manifestava, forse per affettazione, essendo un uomo di lotta e di opposizione, una curiosità ed una vivissima simpatia per Mackno. Condotto nel centro stesso di questo regno incerto, giornalmente taglieggiato da questo «compagno», nella carne sanguinante dell’Ukraina Soviettista, Lepetit constatò con facilità che le bande di Mackno, saccheggiatrici e sanguinarie, compivano un compito di pura distruzione e demoralizzazione, che la politica di Mackno era esclusivamente appoggiata sulla piccola borghesia contadina. Intravvide che questa esperienza anarchica non era che una avventura miserabile, utile solamente alla controrivoluzione. Egli dimenticò Mackno.
A Odessa, a Kharkow, Lepetit e Vergeat affermarono nettamente la necessità provvisoria di una dittatura proletaria. A Poltava a Zuamenka, davanti alle unità rosse in partenza per il fronte polacco, questi antimilitaristi, trascinati dalla realtà, si sorpresero a glorificare l’armata rivoluzionaria. Ne furono un po’ sconcertati. Ma avevano compreso in questa occasione ed in molte altre – la forza irresistibile dei fatti ai quali ogni teoria deve sottomettersi, sotto pena di morte. Queste lezioni non erano perdute. Ma esse aggravarono il cattivo umore di Lepetit.
Vergeat più flessibile, meno tenace, meno bretone, segnava più volentieri le sue capitolazioni. Mi sembra in fin dei conti che l’evoluzione subita dall’uno e dall’altro, seguiva presso a poco la medesima curva. Sovente ho pensato che ritornati in Francia, essi avrebbero confessato una metamorfosi molto più completa di quella che essi lasciavano indovinare qui. Ma a qual scopo azzardare questa ipotesi?
Fino all’ultimo giorno essi protestarono contro la subordinazione indiscutibile in Russia dei Sindacati al Partito Comunista. Questa tutela legittima in Russia non sarebbe augurabile in Francia dove d’altronde – nell’attuale stato di cose si tenterebbe invano di stabilirla. Vergeat riteneva utile come me l’entrata in massa dei sindacalisti comunisti in un Partito puro da ogni legame opportunista e politico, dovendo questo Partito, in un determinato momento contenere una maggioranza sindacalista. Essi erano d’accordo nell’ammettere la necessità d’una azione parallela condotta su di un terreno nettamente determinato, di una collaborazione sempre più stretta che arrivi fino alla creazione d’un organismo unico, di un Comitato Esecutivo comune alla C.G.L. ed al Partito Comunista, che stabilisca e sorvegli nelle sue grandi linee l’esecuzione d’un programma d’azione politico-economico dell’intera classe operaia.
In queste settimane sopraccariche di impressioni, spesso come un lampo che squarcia la notte una parola, un gesto, un incontro, rischiaravano improvvisamente il mistero rivoluzionario e permetteva agli inquisitori di scorgere fino in fondo la verità, quella verità che Lefebvre, Lepetit e Vergeat ricercavano così ansiosamente.
Tenacemente essi esaminavano il problema della conquista del potere, non più dal punto di vista russo, il punto di vista di un popolo che non si è limitato a proclamare la necessità della rivoluzione proletaria, ma che l’ha preparata e l’ha fatta. Ogni militante che per orgoglio – come qualcuno – o per stupidità – come molti – è incapace di metter da parte le sue formule invecchiate utilizzando l’esperienza russa, che si cristallizza in una teoria condannata o sorpassata dai fatti, è divenuto controrivoluzionario. Egli è pericoloso tanto quanto il generale che si rifiutasse di trasformare le antiche concezioni tattiche e strategiche sconvolte da cima a fondo dagli insegnamenti della guerra del 1914-1918. Come successe a Cachin, a Frossard, a Rosmer, a tutti gli uomini di buona fede capaci di comprendere e di apprendere, Lefebvre, Lepetit e Vergeat dovevano evolversi qui nella misura in cui ciascuno era suscettibile e nel senso in cui ciascuno era portato ad evolversi. lo ho appunto detto a quale fase di questa evoluzione mi sembravano rispettivamente arrivati alla fine del viaggio in Ukraina. In seguito li ho seguiti troppo poco per sapere se l’ultimo periodo del loro soggiorno in Russia aveva precipitato la loro trasformazione o li aveva al contrario portati a riprendersi. Checchè ne sia, io mi guarderei bene dal fissare in formule troppo precise lo stato d’animo di compagni che non ci sono più per poter eventualmente opporsi a tale interpretazione. Considerate dunque, ve ne prego, le riflessioni precedenti come impressioni personali e nulla di più.
Certo, noi non abbiamo più il diritto di disegnare arbitrariamente le sinuosità della nuova strada, più larga e più corta, che i quattro pellegrini intendevano seguire per arrivare allo scopo: la Rivoluzione sociale. Ma lo scopo non era cambiato. II loro viaggio che fu da un capo all’altro una prodigiosa lezione pratica, aveva loro insegnato al disopra di tutto la necessità di una più grande rapidità e d’una più grande energia nell’azione.
Essi non avevano avuto bisogno di venire a Mosca per proclamare che al primo piano di questa azione immediata si trova la difesa della Rivoluzione russa.
Ma per essi la difesa della Rivoluzione russa cessava d’essere una formula astratta, un cliché da tribuno. L’eroismo del popolo russo e Ia sua gran miseria, la sua lotta permanente contro il freddo, la fame e la morte evocavano in essi dei ricordi viventi. Avevano visitato i campi di battaglia dove, da tre anni, gli operai e i contadini di Russia cadevano a centinaia di migliaia per una causa comune ai proletari di tutti i paesi e che rimasero soli a sostenere. Con il cuore gonfio avevano attraversato le città i villaggi dell’Ukraina saccheggiata, incendiata, distrutta dalle armate di Petliura, di Denikin e di Piljudski e sapevano che queste orde selvagge erano armate, nutrite, pagate dalla Francia, dal popolo francese che non riuscirà a scindere la propria solidarietà dal suo governo finché non l’avrà costretto ed interrompere i suoi delitti. Avevano raccolto dalla stessa bocca delle vittime le violazioni, le torture inaudite che hanno fatto della vita di queste popolazioni martiri una interminabile agonia.
Dopo una di queste giornate spaventose noi arrivammo a Odessa. Un grandioso comizio ci accolse. Lefebvre, Lepetit e Vergeat vi parlarono. I loro occhi riflettevano ancora le visioni d’orrore. Essi gridarono la loro indignazione, il loro dolore e la loro vergogna. Con un’emozione che trasportò l’uditorio, solennemente si impegnarono a fare di tutto, non appena ritornati a Parigi, per trascinare la nostra classe operaia a compiere infine il suo dovere, a salvare ad ogni costo la Repubblica dei Soviet, con tutti i mezzi legali ed illegali. Denunciarono l’insufficienza scandalosa dell’assistenza oratoria di cui s’è soddisfatta fino ad oggi la coscienza dei compagni francesi. Non è infatti difendere rivoluzionariamente la Russia quello di organizzare dei comizi ed emettere dei voti. La campagna rimbombante e platonica condotta, con encomiabile buona volontà, da Cachin e Frossard, poteva essere un’abile preparazione del Congresso di Tours, ma essa non farà deviare d’una linea uno solo dei milioni di obici, per mezzo dei quali lo stato maggiore parigino della reazione mondiale lacera le viscere del proletariato russo. Il discorso non è scusabile se non è un appello all’azione. E finché i lavoratori francesi non avranno agito, con i mille mezzi di cui essi dispongono, finché non avranno costretto la loro borghesia a cessare la lotta contro la Repubblica rossa, essi porteranno la responsabilità delle sofferenze e del sangue versato nella stessa misura con cui essi portano oggi la responsabilità della morte di Lefebvre, Lepetit e Vergeat, vittime di un blocco di cui solo l’inescusabile inerzia degli operai di occidente ne permette il prolungamento.
***
Lefebvre, Lepetit e Vergeat non potranno mantenere le promesse fatte ad Odessa. Essi mancheranno alla Rivoluzione Russa, ai destini della quale s’erano strettamente associati. Mancheranno ancor di più alla preparazione prima, alla direzione poi della Rivoluzione Francese. I sindacati minoritari ed il Partito Comunista saranno per lungo tempo indeboliti da questa perdita irreparabile.
Tutti e tre erano dei capi.
Usciti dalle file da qualche anno soltanto, Lepetit, poi Vergeat, infine Lefebvre s’erano successivamente imposti. Essi non avevano ancora dimostrato la loro capacità. Erano in pieno periodo di crescenza. Le terre rosse della Russia, così fertili, avevano accelerato in modo incredibile lo sviluppo di queste piante giovani e robuste. Essi ritornavano a voi trasformati, più maturi ed ingranditi, nello stesso tempo più realisti e più entusiasti. Bentosto la stima e la fiducia dei compagni li avrebbero certamente chiamati ai posti più importanti.
La loro sparizione lascia un vuoto pericoloso nei ranghi già così rari dello stato maggiore rivoluzionario. Essa complica l’importante problema dei quadri posto in tutti i paesi d’Europa in termini egualmente angosciosi. In tutti i paesi meno in Russia.
Solo fra tutte, la classe operaia russa possedeva fin da prima della rivoluzione, fin da prima della guerra, un nucleo compatto di capi provati, sperimentati, che godevano di un enorme prestigio.
Le condizioni storiche crearono in Russia, fra il 1900 ed il 1920, questi quadri rivoluzionari incomparabili. Differenti in Europa, esse facevano nello stesso tempo naufragare nell’opportunismo e poi nel socialsciovinismo la maggior parte dei leaders della socialdemocrazia. Alcuni hanno fatto recentemente degli sforzi per comprendere, altri per riconquistare l’autorità. I migliori ed i più abili si lasciano trascinare oggi dalla corrente che conduce l’avanguardia proletaria alla Terza Internazionale. Non facciamoci illusioni. I più sinceri di questi uomini sono irrimediabilmente deformati dai venti anni di pratica opportunista. Potranno essere, quando verrà il momento, dei rispettabili combattenti. Non potranno essere mai delle guide. I comunisti hanno il dovere di utilizzare gli avanzi del loro prestigio per attirare le masse alle nuove concezioni durante il periodo in cui i partiti socialisti si trasformeranno in partiti comunisti. Ma bisogna utilizzarli con prudenza. Dal momento che la preparazione rivoluzionaria veramente detta sarà incominciata, vale a dire dal momento in cui per ogni comunista diverrà necessario non solo parlare, ma anche agire rivoluzionariamente, di combattere, quasi tutti questi leaders si riveleranno insufficienti. La loro opera di arruolatori sarà terminata. Essi dovranno essere urgentemente relegati ai servizi di retrovia. Il comando sarà affidato a cervelli più vigorosi, a mani più sicure. L’avanguardia proletaria, animata da una fede rivoluzionaria, da una volontà di sacrificio che manca ancora alla maggior parte dei capi, è abbastanza ricca d’uomini di valore. Di più è necessario che essi siano antecedentemente ricercati, scelti e preparati. La relativa tolleranza che manifesta a nostro riguardo la borghesia francese, non deve illuderci. Essa è fatta sopratutto di disprezzo. La classe nemica non crede nella nostra forza. E la debolezza della nostra azione giustifica la sua quiete. Ma una crisi economica più acuta, complicazioni internazionali, possono trascinare rapidamente la classe operaia alla battaglia. La borghesia s’impaurirà. Allora, non dubitiamone, con colpi sempre più brutali successivamente portati alla testa delle nostre sezioni, con imprigionamenti, con le fucilate essa si sforzerà di intimidirle, di disorganizzarle, di ridurle all’impotenza.
Gli opportunisti penetrati nelle nostre file, coglieranno queste occasioni per riprendere tutto il loro potere e corrompere il Partito se i comunisti non avranno raggruppato una élite militante, vivaio di nuovi capi. Formare dei quadri, ancora dei quadri e sempre dei quadri, tale la questione essenziale che deve antecedentemente risolvere ogni creatore d’armata e più di qualunque altro ogni creatore d’armata rivoluzionaria. Altrimenti le nostre truppe si disperderanno al primo urto o diverranno preda dei demagoghi controrivoluzionari. Questa è una ragione di più per separarvi a Tours da tutti gli elementi sospetti. lo non so se il Comitato della Terza Internazionale (che riceverà al prossimo Congresso la ricompensa della sua attività coraggiosa) ha già preso le misure necessarie per formare questi nuovi quadri. Durante i mesi decisivi che saranno i mesi di formazione del Partito Comunista, nulla sarà più pericoloso che l’abbandonare la direzione effettiva del C.A.P. agli astuti conigli, vecchi opportunisti, che ieri si sono battezzati neo-comunisti.
L’incarcerazione di Loriot e di Souvarine aveva creato una situazione difficile. La morte di Lefebvre la rende inquietante.
Dovrò io dirvi, compagno Vaillant-Couturier, che egli aveva in voi una fiducia infinita. La sua amicizia intelligente vi aveva tenacemente propagandato. Noi vi conoscevamo di già. Egli ci ha insegnato ad amarvi.
Contavamo molto su di lui. Messo al corrente in modo straordinario dal suo soggiorno in Russia, egli avrebbe potuto essere a Tours il portavoce francese della Internazionale.
Sulla folla un po’ grigia e piatta dei comunisti riuniti a Mosca dal Secondo Congresso, la figura di Raymond Lefebvre – e quella di qualche altro, fra i quali brillava il poeta americano John Reed fratello spirituale di Raymond, preziosa conquista che la morte ha egualmente poco tempo fa strappato alla nostra affezione – emergeva in un rilievo colorito. Uno dei rari occidentali che meritavano d’essere paragonati ai migliori dei delegati russi. Differenti, ma eguali. I suoi difetti appariscenti non erano che i difetti della giovinezza che passano presto oppure i complementi delle sue qualità eminenti, il giuoco naturale dei raggi e delle ombre che scaturisce con più vivo contrasto da ogni possente individualità.
Egli non aveva una sorprendente coltura dottrinale. Aveva poca esperienza. Ma gli incredibili progressi teorici e pratici che egli realizzò sotto i nostri occhi, l’elegante facilità con la quale egli assimilo la sostanza delle tesi monumentali che caddero in masse così compatte sullo stomaco dei delegati, che un certo numero di essi, non sono ancora arrivati e non arriveranno mai a digerirle, le applicazioni immediate e sempre giudiziose – non servili ma originali e libere – ch’egli seppe fare agli avvenimenti di Francia, delle lezioni successive che gli apportava ogni giornata, la sicurezza dei rapidi giudizi ch’egli portava sui fatti e sugli uomini, tutto garantiva che la meravigliosa ricchezza della sua intelligenza e la tempra del suo carattere lo classificherebbero ben presto nei primi ranghi. Per poco che si volesse avvicinarlo e che egli consentisse ad aprirsi – si abbandonava con tale semplicità, con una spontaneità commovente, agl’impulsi del suo cuore – si scopriva un genio così politico prossimo a sbocciare. Figura luminosa. Giovane dalle doti magnifiche, che sentiva la sua forza e voleva provarla ed usarla a servizio d’una grande causa. Nobilmente ambizioso. Per qualche tempo egli ha brancolato. Ma quale uomo degno di questo nome, quale alta personalità non è per lungo tempo passata attraverso le idee e le dottrine prima di fissarsi? Scegliere è conoscere. Chi trovò la sua via fin dal primo giorno se non vi fu gettato dalle circostanze? La guerra rivelò Lefebvre a sè stesso. Uscito dalla borghesia conservatrice, innalzato al vertice della classe dominante, egli volse i suoi occhi pietosi verso i dominati. Per un bisogno della ragione e del cuore, egli si votò ad essi. Tosto, con la forza del suo temperamento, scivolò verso la rivoluzione e si diede interamente ad essa. Ma per darsi bisogna possedersi. Lefebvre dovette rinnegare la sua classe. Egli dovette gettar via il pesante bagaglio intellettuale e morale che lo schiacciava, principi, pregiudizi, disciplina. Dovette vincere una timidezza innata, forma nella quale forse si chiudeva l’istinto, presentimento del suo tragico destino. Dovette reagire contro una circospezione estrema, tara della sua casta, di quella vecchia borghesia normanna saggia e timorosa, nella quale un soggiorno troppo lungo nel ricco e grasso paese della Manica ha smorzato il piacere delle avventure e delle conquiste, circospezione aggravata senza dubbio dalle tenere cure che dovettero proteggere l’infanzia delicata di Raymond. Egli si trascino a sfidare il pericolo. Si slancio fuori d’ogni prudenza e d’ogni saggezza. Divenne il pazzo che deve essere innanzi tutto eroe. A forza di volontà divenne eroico. Arrischiò la sua salute così fragile, la sua libertà, la sua vita.
Alla vigilia della sua partenza per la Russia, questo poeta, già segnato dal Destino, scriveva per titolo del suo ultimo opuscolo, come un atto di fede, come un testamento politico, una formula concisa, che riterrà il nostro comunismo giacobino, l’imperiosa divisa della sua nuova vita, «La Rivoluzione o la Morte».
La morte è venuta, la morte precoce ed atroce, la cui minaccia gli era sempre vicina. Non la paventava egli già in Francia? Non era essa forse la sorgente amara alla quale s’abbeverava la sua melanconia?
Tutti i rivoluzionari piangeranno questo compagno di cui i comunisti francesi ne avrebbero ben presto fatto uno dei loro capi.
lo non avevo letto nulla di Raymond Lefebvre. Ho premura di ritrovarlo nelle sue opere. II dono dell’osservatore, del parlatore, mi permisero di scorgere quale grande scrittore egli sarebbe diventato, se non le era di già. Trotsky, spirito scintillante e dialettico incomparabile, fatto d’ordine e di luce, salutava un giorno, da conoscitore, «la spirituale chiarezza francese» di Paul Lafargue. Questa formula felice riassume ammirabilmente l’impressione che mi lasciarono i lunghi colloqui con Lefebvre. Durante il meraviglioso viaggio d’Ukraina, l’entusiasmo sacro che egli provava, inspirava la sua eloquenza. Giammai incontrerò nuovamente un parlatore più saporito e più brillante. Profondo senza essere pedante, naturalmente pittoresco, oratore senza enfasi, sensibile con gusto, e al disopra di tutto lucido, logico, misurato, appena cugino del suo patriota Corneille, molto vicino al contrario di Racine e di Pascal, come essi preso di semplicità e di verità umana, come essi ricchissimo di vita interiore e come essi velava con un’ironia leggera un’anima inquieta e dolorosa. Quali descrizioni egli seppe tracciare dei grandi spettacoli che si succedevano sotto i nostri occhi! E quali commenti! Un giorno bisognerà raccogliere questi ricordi. Quali sorprendenti ritratti egli scolpì di Lenin e di Trotsky, di tutti questi uomini che io pretendevo di fargli conoscere ed egli rivelava a me stesso, un po’ romantici e così viventi. Che libri meravigliosi sarebbero stati quelli che egli progettava di scrivere sulla Rivoluzione.
La Rivoluzione o la Morte.
Progetti politici, progetti letterari, progetti sentimentali, tante speranze che noi avevamo posto in lui, tutto è naufragato nel nulla.
Quanto e più di nessun altro in Francia, egli era destinato ad assolvere uno di quei compiti schiaccianti, che la Storia riserva ai migliori figli della nostra epoca gigantesca. Come non saremmo noi disperati da questa perdita! Quale tristezza per coloro che l’hanno avvicinato! Quale strazio crudele per i suoi amici, per voi, compagno Vaillant-Couturier, di cui l’animo era, più che nessun altro, caro alla sua anima. Qui voi non l’avevate abbandonato. Dappertutto, sempre, ad ogni visione, ad ogni sensazione nuova, Lefebvre deplorava la vostra assenza. In ogni discussione, vi chiamava in aiuto. Voi siete stati strettamente uniti nel nostro primo colloquio. E mentre l’automobile si muoveva, alla partenza da Mosca, il 9 settembre, è ancora il vostro nome che sale alle sue labbra: «Vi manderò Paolo, gridò, o piuttosto, no, ritornerò con la mia compagna e con lui».
Era impossibile avvicinare Raymond Lefebvre senza esserne sedotti, di vivere con lui senza amarlo. Meno profonda di quella dei suoi la mia ferita è abbastanza dolorosa perché io presento l’accasciamento nel quale vi getterà la morte di questo essere delizioso, la cui vita si mescolò così intimamente alla vostra, ch’egli apparve come la carne della vostra carne, come il cuore del vostro cuore.
Vi compiango vivamente, compagno Vaillant-Couturier, e vi prego di credermi vostro fraternamente devoto.
GIACOMO SADOUL.