L’Ottobre Rosso 1917 e la Rivoluzione di domani
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È stato detto più volte che non si può dimenticare il passato per progredire, o solo «resistere», per il futuro della rivoluzione comu-nista. È quindi compito primo del Partito, specie nei momenti più bui e difficili, trasmettere alle generazioni che si susseguono le esperienze delle lotte del proletariato e delle sue avanguardie, le sconfitte e gli errori del passato, i sogni infondati, i tradimenti subiti, esperienze viste alla luce del nostro determinismo storico.
Ecco allora che in margine all’ottantesimo della Rivoluzione d’ottobre sarà utile riflettere sulle lezioni di quell’anno che incendiò mezzo mondo e gli animi del proletariato internazionale: 1917.
É falsa la tesi, e la speranza, borghese corrente, che il Comunismo sia definitivamente morto mentre, a saper vedere, già è pronto a nascere in molti campi nella vita sociale e perfino privata. Manca solo un movimento progressivo vero, di masse sempre più estese, sempre più convinte, manca solo che riescano a risvegliarsi dal torpore in cui le ha immerse l’attuale sistema capitalista. Da parte nostra, quella del partito rivoluzionario, se siamo concordi con Lenin quando diceva nel 1917 che «È più utile fare l’esperienza di una rivoluzione che scrivere a proposito di essa», siano ben coscienti che mai avremmo potuto fare quella grandiosa esperienza se Lenin stesso, e i comunisti di sinistra in tutta Europa, non vi avessero precedentemente preparato il partito in una incandescente e instancabile battaglia teorica e programmatica contro ogni revisionismo di prin-cipi e dalla dottrina.
Emblematico è l’inizio di «Stato e Rivoluzione» scritto da Lenin appunto alla vigilia della Rivoluzione d’Ottobre: «Accade oggi alla dottrina di Marx quel che è spesso accaduto nella storia delle dottrine dei pensatori rivoluzionari e dei capi delle classi oppresse in lotta per la loro liberazione. Le classi oppressive hanno sempre ricompensato i grandi rivoluzionari, durante la loro vita, con incessanti persecuzioni; la loro dottrina è sempre stata accolta col più selvaggio furore, coll’odio più accanito e con le più impudenti campagne di menzogne e di diffamazione. Dopo morti si cerca di trasformarli in icone inoffensive, di canoniz-zarli, per così dire, di cingere con una certa aureola di gloria il loro nome, a «consolazione» e a mistificazione delle classi oppresse, mentre si svuota del contenuto la loro dottrina rivoluzionaria, se ne smussa la punta, la si avvilisce. La borghesia e gli opportunisti in seno al movimento operaio si accordano oggi per sottoporre il marxismo a un siffatto «trattamento». Si dimentica, si respinge, si snatura il lato rivoluzionario della dottrina, la sua anima rivoluzionaria. Si mette in primo piano e si esalta ciò che è o pare accettabile alla borghesia. Tutti i social sciovinisti — non ridete ! — sono oggi «marxisti.» E gli scienziati borghesi di Germania, sino a ieri specializzati nella «distruzione» del marxismo, parlano più spesso di un Marx «nazionaltedesco» che avreb-be educato i sindacati operai, così magnifica-mente organizzati per condurre una guerra di rapina! Così stando le cose e dato che le deformazioni del marxismo si sono diffuse in modo inaudito, compito nostro è, innanzi tutto, ristabilire la vera dottrina di Marx sullo Stato».
Oggi, 1997, la masnada dei pennivendoli, dei «revisori e degli opportunisti pretenderebbe trasformare Marx e nell’ispiratore della Russia staliniana e del capitalismo di Stato: in un «nazional russo!».
Essenziale è poi il passo dove Lenin in quei giorni infuocati scrive categoricamente: «I democratici piccolo-borghesi, questi sedicenti socialisti che hanno sostituito alla lotta delle classi le loro fantasticherie sull’intesa fra le classi, si sono rappresentati anche la trasformazione socialista come un sogno, non sotto la forma dell’abbattimento del dominio della classe sfruttatrice, ma sotto la forma della sottomissione pacifica della minoranza alla maggioranza, cosciente dei suoi compiti. Questa utopia piccolo-borghese indissolubilmente legata al riconoscimento di uno Stato al di sopra delle classi, praticamente non ha portato ad altro che al tradimento degli interessi delle classi lavoratrici, come è stato provato, per esempio, dalla storia delle rivoluzioni francesi del 1848 e 1871, come è stato provato dall’esperienza della partecipazione «socialista» ai ministeri borghesi in Inghilterra, in Francia, in Italia e altrove alla fine del secolo decimonono e all’i-nizio del secolo ventesimo».
Più avanti aggiungeva: «Il potere politico, l’organizzazione centralizzata della forza, l’organizzazione della violenza, sono necessari al proletariato sia per reprimere la resistenza degli sfruttatori, sia per dirigere l’immensa massa della popolazione — contadini, piccolo-borghesi, semi proletari — nell’opera di «avviamento all’economia socialista. Educando il partito operaio, il marxismo educa un’avanguardia del proletariato, capace di prendere il potere e di condurre tutto il popolo al socialismo, capace di dirigere e di organizzare il nuovo regime, d’essere il maestro, il dirigente, il capo di tutti i lavoratori, di tutti gli sfruttati, nell’organizzazione della loro vita sociale senza la borghesia, contro la borghesia. L’opportunismo oggi dominante educa invece il partito operaio in modo di farne il rappresentante dei lavoratori meglio retribuiti, che si staccano dalle masse essi si «sistemano» abbastanza comodamente nel regime capitalistico e vendono per un piatto di lenticchie il loro diritto di primogenitura, rinunciando cioè alla loro funzione di guida rivoluzionaria del popolo nella lotta contro la borghesia».
Queste erano le posizioni di Lenin che si era incamminato sulle orme di Marx e che furono riprese dalla Sinistra italiana e che a tutt’oggi persegue il nostro piccolo Partito Comunista Internazionale. Un piccolo partito ma che si sente responsabile nell’oggi del futuro dell’immensa moltitudine di sfruttati del mondo intero. Il senso stesso della vita del partito consiste nella partecipazione concreta e cosciente allo sviluppo storico del movimento rivoluzionario del proletariato, anche se questa milizia è limitata dai contingenti rapporti di forza, per la riorganizzazione di un nuovo mondo, senza la pretesa di vederlo oggi o domani ma protesa verso quell’obiettivo finale.
II 1917 non fu un anno ricco di eventi rivoluzionari solo per la Russia, ma anche per molti altri paesi ed in particolare la Germania dove i rivoluzionari si trovavano, oltre che perseguitati dal governo, presi di mira anche dai dirigenti di quello che consideravano ancora il loro partito. Dopo i vasti scioperi dell’estate nelle maggiori città tedesche, vi fu l’ammutinamento della flotta nei grandi porti del Mare del Nord e del Baltico. Albin Kobis e Max Reich pietsch, che capeggiarono la rivolta, furono con altri marinai passati per le armi mentre quel generoso tentativo fu domato, represso grazie soprattutto al tradimento dei parlamentari socialdemocratici.
Nel movimento generale contro la guerra si inseriscono anche le agitazioni operaie dell’agosto a Torino. Il 23-24 agosto la federazione giovanile socialista italiana tenne un nuovo congresso a Firenze con ben 150 delegati in rappresentanza di circa 300 sezioni con oltre 9.000 iscritti. Fra l’altro emerse dall’ordine del giorno sull’Internazionale: «Il Congresso della gioventù socialista italiana, visto come gli avve-nimenti storici in Russia confermino brillantemente la ragionevolezza dei principi della lotta di classe da noi propugnati, saluta fraterna-mente la Russia rivoluzionaria e intravvede nel suo trionfo il trionfo delle idee rivoluzionarie; considerato che, come la rivoluzione russa può raggiungere il suo trionfo pienamente so-cialista (siamo a poco più di un mese prima della rivoluzione d’ottobre) soltanto attraverso la lotta contro il governo borghese e contro il social patriottismo, così anche in tutti gli altri paesi può trionfare la tattica rivoluzionaria solo attraverso la lotta più aspra contro il social patriottismo del proprio paese; delibera che uno dei compiti della gioventù socialista è di operare in seno al movimento proletario infuocando la lotta rivoluzionaria per il trionfo dei nostri principi».
In quell’entusiasmo vi era la fiducia delle proprie convinzioni e nella solidarietà internazionale di classe la fiducia nelle proprie forze e spirito rivoluzionario che, travalicando gli spazi e i tempi, poteva unire sotto un’unica bandiera milioni di lavoratori protesi verso quei principi che già dal 1848 e con la Prima Internazionale andavano permeando il proletariato non ancora infestato da quello spirito opportunista del quale diventerà vittima e martire.
Nelle giornate del 24-25, dopo alcuni incauti interventi repressivi del governo provvisorio, tutto l’apparato di forze dell’insurrezione scatta a Pietrogrado. Kerenskij tenta di far affluire truppe da alcune guarnigioni, ma la fulmineità impressa da Lenin all’azione rivoluzionaria travolge ogni velleità di resistenza. L’incrociatore Aurora, con il suo storico colpo di cannone, dà il via per la conquista del palazzo d’Inverno. Kerenskij fugge, i ministri vengono arrestati, la rivoluzione socialista vince la sua grande battaglia nella capitale.
Subito dopo la vittoria dell’insurrezione a Pietrogrado, il Congresso dei soviet approvò all’unanimità i famosi decreti sulla pace e sulla terra. I bolscevichi grazie all’appoggio delle masse poterono superare le pressioni dei socialisti rivoluzionari e di altri gruppi a proposito della formazione del primo governo rivoluzionario socialista.
La rivoluzione russa vinse la sua grande battaglia contro lo zarismo, contro la borghesia e contro il capitalismo internazionale ma fu battuta in seguito sul fronte interno al movimento comunista sia per il mancato sviluppo della rivoluzione in Germania e nei paesi più progrediti sia per il tradimento di tutte le forze revisioniste ed opportuniste infiltratesi via via in seno al partito bolscevico e nei partiti comunisti sorti in tutto il mondo, determinando la degenerazione della terza Internazionale.
La generosa e virile lotta condotta da migliaia di sinceri rivoluzionari, fu spezzata nelle grandi purghe staliniane dei comunisti e dei proletari rivoluzionari. Questo tradimento ha permesso al mostro capitalistico di perpetrare la sua opera nefanda contro l’intera umanità, che durerà fintanto non vi sarà un risveglio delle grandi masse sfruttate e massacrate giorno dopo giorno in tutti i continenti.
La guerra non è mai finita, solo si sono e si vanno spostando continuamente i fronti. L’invito che il nostro partito può fare alle future generazioni non può essere che quello di disertare dai falsi partiti socialisti e comunisti; disertare dai movimenti sedicenti pacifisti; rompere con la cultura ufficiale borghese riformista e opportunista. Per elevare i lavoratori a un livello umano degno di questo titolo; contro gli sperperi e le ingiustizie di tutti i giorni; contro i propagatori di false ideologie, i venditori di droghe materiali e spirituali occorre tornare all’Ottobre per riprendere il cammino interrotto dopo la prima grande rivoluzione, verso l’era del Comunismo.