حزب کمونیست انترناسیونال

Sviluppo del sistema capitalistico di produzione

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di ERNESTO JUNG

Da uno studio di Ernesto Jung sul controllo economico proletario, riportiamo questo interessante capitolo sullo «svolgimento del sistema di produzione capitalistica», nel quale con mirabile chiarezza sono magistralmente tratteggiate le successive fasi di sviluppo del processo economico, dalle prime forme di economia primitiva fino all’attuale organizzazione economica della produzione dello scambio. 

La originaria forza motrice di ogni attività economica dell’uomo erano i suoi bisogni. «Io lavoro, con ciò io mangio» – in questa semplice proposizione era contenuta l’intera economia politica delle precedenti epoche della società. Anche le comunità comuniste di quel tempo conobbero una certa divisione del lavoro fra stirpi e classi antiche come pure entro se stesse. Ma il rapporto del singolo con gli altri membri della società appare ancora chiaramente come uno scambio di attività per il reciproco soddisfacimento di bisogni comuni, ciò che per ciascuno costituisce l’unico scopo della produzione. Produzione e consumo stanno in evidente ed immediata dipendenza reciproca. 

Ma con il sorgere della produzione di merci, questa semplice ed immediata interdipendenza si complica e diventa meno appariscente. Veramente anche ora il soddisfacimento dei bisogni è la premessa e lo scopo dell’attività economica di ogni produzione di merci, Ma con il proprio lavoro, l’uomo non soddisfa immediatamente i propri bisogni in quanto consuma lo stesso prodotto, ma produce principalmente per altri, sui prodotti dei quali acquista un diritto per il soddisfacimento dei propri bisogni. E questi «altri» non sono i suoi vicini con i quali egli si trova in scambio diretto di attività, ma è una forza sconosciuta, il «mercato», dove non si è retribuiti secondo la quantità di lavoro prestato, ma secondo il valore del prodotto. Dal valore di scambio delle merci il produttore osservava prima se egli contribuiva con il suo lavoro al soddisfacimento dei bisogni degli «altri» e quindi da parte sua se poteva contare sul loro contributo. Ora il bisogno sociale, come immediata forza motrice della sua attività, scompare dalla sua coscienza. Egli lavora soltanto per produrre un valore. 

Una ulteriore complicazione del rapporto di reciproca dipendenza fra produzione e consumo si determina con il sorgere del capitale industriale. Veramente le, condizioni fondamentali dello scambio di merci rimangono dapprima immutate. Il rapporto di scambio delle merci viene determinato anche ora dal loro valore, oppure dal costo di produzione. Ma mentre con il semplice produttore di merci lo scopo del proprio lavoro produttivo viene soltanto reso meno appariscente con il sopravvenire del «valore», col capitalista invece esso viene completamente abolito. Questi non «lavora» per soddisfare i propri bisogni (soltanto una minima parte dell’utile serve a questo scopo), ancor meno per provvedere ai bisogni degli altri; lo stimolo dell’imprenditore capitalista nell’epoca della libera concorrenza è il raggiungimento del profitto più elevato possibile. In questa fase dello sviluppo economico il legame fra soddisfazione dei bisogni e produzione è già interamente sciolto, in realtà non è più il caso di parlarne. Ma anche la tendenza al profitto ha un limite. Poiché l’indirizzo della produzione contrasta con i reali bisogni della società, avviene che in un’esuberante produzione di merci la domanda diminuisce di fronte all’offerta, i prezzi cadono al disotto del valore reale ed il capitalista deve esser contento se riesce a ricavare il costo di produzione delle merci. Così vengono riparate le piccole offese ai bisogni sociali nell’economia capitalistica del profitto col gioco giornaliero della domanda e dell’offerta, così la società punisce la lunga noncuranza dei suoi bisogni con le crisi paralizzanti, nelle quali migliaia di imprenditori devono andare in rovina. In ultima analisi è sempre il generale bisogno sociale che la vince al disopra dell’interesse del profitto del capitalista. 

In questo modo l’interesse del profitto capitalistico diviene un regolatore della produzione sociale e della divisione del lavoro. In regime di libera concorrenza, il movimento del profitto in ogni campo economico rivela una tendenza costante ad eguagliarsi su di un comune livello, a creare un saggio medio di profitto. Se in causa della produzione insufficiente un bisogno economico non è completamente soddisfatto, i prezzi della merce relativa salgono al disopra del loro valore, il capitale in questo ramo industriale rende un profitto superiore alla media, perciò vengono attratti i capitali dalle altre sfere di produzione ed incrementano il ramo industriale non sufficientemente sviluppato, finché i prezzi non ritornano all’altezza del valore reale, il che significa che la produzione soddisfa completamente il bisogno sociale. L’inverso avviene nel caso di una eccessiva produzione di merci al disopra del bisogno esistente. I prezzi calano, il profitto discende al disotto della media generale, perciò i capitali sono costretti ad emigrare da questo ramo industriale, finché la produzione dell’articolo in proposito corrisponde al bisogno sociale. 

Accanto alla formazione di un saggio medio, il profitto rivela in regime di libera concorrenza un’altra tendenza della massima importanza economica. La sorgente del profitto è la utilizzazione della forza-lavoro dell’uomo. Mentre la parte costante del capitale impiegato nei mezzi di produzione e nelle materie prime riappare immutata nel valore delle merci, la parte variabile invece, che è impiegata nell’acquisto della forza-lavoro, produce un’aggiunta di valore in più, la cui forma concreta è appunto il profitto. Quanto più la concorrenza dei capitalisti costringe ad allargare l’apparato della produzione, cioè ad aumentare il capitale costante, tanto più limitato diviene in proporzione la parte di capitale variabile, dal quale soltanto sorge il profitto. In seguito a ciò cala costantemente il saggio del profitto, cioè il rapporto relativo fra la somma del profitto ed il totale capitale impiegato. Perciò il capitalista cercò dapprima di risarcirci con l’aumento costante della massa del profitto, ciò che era possibile soltanto con un continuo sviluppo della scala economica e con una progressiva diminuzione nei prezzi delle merci. 

La cognizione di questo significato economico del profitto e della sua indispensabile necessità nell’economia delle merci, costituisce il punto di partenza per Marx e per Engels. Essi respingono sdegnosamente tutti i tentativi dei socialisti-piccolo borghesi come Proudhon, Rodbertus ed altri, di rendere «superfluo» il profitto per mezzo di una banca di scambio o simili istituzioni, senza abolire la sua condizione fondamentale, la produzione delle merci. Finché esisterà la proprietà privata e la società non sarà in condizione di regolare secondo un piano metodico la distribuzione delle forze produttive, non rimane altro che abbandonare tale regolamentazione al cieco comando della potente forza motrice dell’economia capitalistica che, al disopra della coscienza dei produttori, fra crisi e contrasti perpetui, stabilisce l’equilibrio delle forze economiche e della loro necessaria suddivisione sociale. Un intervento regolatore dall’esterno, che rifugga dall’intaccare la proprietà privata e voglia soltanto eliminare le sue conseguenze, nelle quali pure si ottiene questa proprietà privata e con le quali soltanto essa può mantenersi, doveva naturalmente apparire a Marx e ad Engels in questa fase dello sviluppo capitalistico, come una utopia reazionaria. 

Da allora l’aspetto della società borghese si è cambiato nei suoi tratti essenziali e la verità degli insegnamenti economici, che Marx ed Engels propugnarono di fronte ai socialisti piccolo-borghesi del loro tempo, è divenuta frattanto una mezza verità da tutti riconosciuta. La tendenza alla diminuzione del saggio del profitto, che dominò il capitale nel regime di libera concorrenza ed il cui punto culminante venne raggiunto negli ultimi decenni del secolo scorso, costrinse finalmente il capitale a reagire. Si costituì dapprima una libera unione o «lega» dei capitalisti, per regolare i prezzi caso per caso, cioè per poter preservarsi dalla loro diminuzione. A poco a poco queste leghe divennero una istituzione stabile di cartelli commerciali e ricevettero la loro forma perfetta nei trusts, i quali non soltanto de- terminavano i prezzi, ma ponevano anche sotto il loro controllo la stessa direzione industriale di tutte le imprese riunite. 

Cosa significa questo mutamento dal punto di vista economico? 

Da una parte esso è il primo tentativo, timido ed insufficiente, della Società, di intervenire come cosciente fattore regolatore nell’incosciente ed automatico movimento delle sue forze produttive. Ciò che ai nostri antichi maestri, nell’epoca della libera concorrenza in cui si iniziò lo svolgimento della produzione capitalistica, doveva necessariamente apparire comune un’utopia piccolo-borghese la cui molto incerta realizzazione avrebbe soltanto arrestato il progresso economico, venne attuato poi dalla stessa pratica capitalista, veramente solo per aumentare le contraddizioni economiche e per intensificare lo sfruttamento del proletariato. 

E con ciò noi arriviamo ad un altro lato di questa trasformazione capitalistica, il cui esame minuzioso non si trova purtroppo nella letteratura economica socialista. Generalmente si dice, ed anche dei teorici marxisti lo ripetono senza riflettere, che con i cartelli ed i trusts venne arrestata ed impedita la caduta del saggio del profitto. Questa è un’espressione superficiale che colpisce soltanto l’apparenza esteriore, ma non caratterizza la natura economica del fenomeno. La discesa del saggio del profitto è causata, come dimostrammo, da un continuo e sempre maggiore aumento del capitale costante in rapporto a quello variabile. Questo relativo aumento del capitale costante non è affatto cessato con il sorgere dei cartelli e dei trusts, anzi e per lo più aumentato. Sarebbe perciò un nonsenso il credere che il saggio del profitto sia salito od anche soltanto trattenuto nella discesa. Questa è una legge economica che non può venir abolita da nessun accordo sui prezzi, né da alcun ordine dei cartelli. Se i capitalisti per la loro organizzazione sono in grado di realizzare ancora degli elevati utili, ciò avviene perché malgrado la continua diminuzione del saggio del profitto, essi si risarciscono di tale perdita con un’altra forma di guadagno. Ciò che essi perdono per la diminuzione del profitto, lo compensano con l’aumento dell’extra-profitto. 

Fra le categorie del profitto e dell’extra-profitto c’è una fondamentale ed essenziale differenza, alla quale i teorici del socialismo non hanno finora prestato quasi nessuna attenzione. La sorgente del profitto è il processo di produzione. Per il fatto che il salariato, oltre al lavoro necessario è costretto a fornire anche un plus-lavoro supplementare per il capitalista, egli produce il plusvalore, che de- dotto l’interesse, la rendita, ecc., costituisce il profitto capitalistico. Questo profitto è un elemento del valore della merce. Il capitalista non lo realizza con un arbitrario aumento del valore delle merci, come molti socialisti prima di Marx avevano supposto, ma proprio mirando al valore reale di esse, ed in rapporto al costo di produzione come un elemento interno del medesimo. 

Contrariamente al profitto, l’extra-profitto ha la sua sorgente nel processo di circolazione, non nella fabbrica, ma sul mercato. II capitalista può conseguirlo soltanto vendendo la merce costantemente al disopra del suo valore reale, per il quale scopo appunto sono sorti i cartelli. Con la monopolizzazione del mercato di fronte all’importazione straniera, come pure con la premeditata limitazione dell’offerta, consumatori sono costretti a pagare la merce al disopra del suo reale costo di produzione. La differenza fra il costo di produzione ed il prezzo di monopolio costituisce l’extraprofitto1

La più importante conseguenza di questo sorgere dell’extraprofitto è la definitiva e reale distruzione della reciproca dipendenza, finora soltanto apparentemente abolita, fra la produzione ed il soddisfacimento del bisogno sociale. II capitalista produceva anche prima per raggiungere un profitto e non per soddisfare un bisogno sociale. Tuttavia allora il profitto si poteva realizzare regolarmente e costantemente soltanto quando la sua produzione in complesso, dopo molti attriti, errori e crisi si adattava al bisogno esistente. Ora invece il capitalista può regolarmente raggiungere il suo extraprofitto, solo quando egli coscientemente e continuamente si sovrappone ai bisogni della società. Il prezzo di monopolio, e con esso l’extra-profitto, sale nella stessa misura della parte sempre maggiore di domanda che sul mercato rimane scoperta e del bisogno di una sempre più grande massa di popolo che rimane insoddisfatto. 

II perseguimento dell’extraprofitto è l’ultima ed unica molla del capitale nello svolgimento del suo sistema di produzione. Poiché la produzione di articoli di consumo generale non costituisce una base adatta per la sua formazione ed il suo raggiungimento, la tendenza del saggio crescente dell’extraprofitto deve necessariamente determinare una graduale emigrazione dei capitali dalle branche industriali la cui produzione è diretta al soddisfacimento dei bisogni delle masse, ad industrie di lusso, di merci specializzate, nelle quali soltanto, la limitata cerchia di consumatori assicura il più elevato extraprofitto. II capitalismo doveva così necessariamente condurre la produzione sociale in una via senza uscita, non c’era una forza che potesse imporgli di fermarsi. 

Questa forza è la classe operaia. Con il sorgere delle nuove forme di capitalismo le sue condizioni hanno subito un rovinoso cambiamento. In regime di libera concorrenza essa veniva sfruttata soltanto nel processo di produzione. L’aumento del salario doveva diminuire il plusvalore, poiché la merce doveva continuare ad esser offerta al costo immutato di produzione. Solo l’altezza del salario decideva la quantità di merci che l’operaio poteva consumare. La lotta sindacale che, con la diminuzione delle ore di lavoro e con l’aumento del salario, riduceva entro determinati limiti la produzione del plusvalore assoluto, rafforzava la tendenza del capitale alla produzione del plusvalore relativo con l’aumento della produttività e con il ribasso del prezzo delle merci. Così il sindacato non era soltanto un mezzo per il miglioramento delle condizioni di vita del proletariato, ma anche una potente leva del progresso economico. 

Con la monopolizzazione della produzione per mezzo di cartelli e di trusts le cose sono cambiate. Si incominciò dalle industrie di materie prime che per tale organizzazione erano le più adatte. 

Allorché i cartelli di materie prime riuscivano con una semilavorazione industriale a raggiungere un extraprofitto al disopra del costo di produzione, essi si vedevano costretti alla formazione di una lega onde poter riversare sui consumatori il supplemento imponibile e con ciò ottenere possibilmente anche il proprio extraprofitto. E cosi si continuò, fino a riversare l’extraprofitto sopra quei gruppi di consumatori, che oltre alla propria forza-lavoro non possedevano altra merce, con la cui vendita potessero liberarsi da tale peso; vale a dire, la classe operaia viene ora sfruttata non solo entro la sfera della produzione con il fornire per i capitalisti del lavoro non pagato, ma oltre a ciò anche nella sfera della circolazione, poiché essi devono pagare le merci indispensabili  – i prodotti delle loro braccia – più di quello che importi il loro valore reale. 

La più semplice reazione del proletariato a questo duplice sfruttamento del capitale era la lotta per un più elevato salario. Essa non aveva però alcuna influenza nella determinazione dei prezzi delle merci di consumo, Solo sul prezzo della forza-lavoro poteva influire fino ad un certo punto, attraverso i sindacati. Ma oggi questo metodo di lotta si manifesta sempre meno adatto per k raggiungere lo scopo. Anche quando gli riesce di ottenere un aumento di salario, questo non avviene a spese del plusvalore col rimanere fermo il prezzo delle merci, come avveniva per il passato. Nella maggior parte dei casi l’aumento del salario, oggi, viene conteggiato nel prezzo delle merci e l’operaio deve pagare per via indiretta, attraverso il mercato, lo stesso miglioramento del suo salario. Con l’abolizione della libera concorrenza, gli aumenti di salario per l’imprenditore, da una questione interna di abilità produttiva, sono diventati sempre più un problema di possibilità di traslazione esterna. Non il saggio del plusvalore con il rimanere immutati i prezzi delle merci, ma la potenzialità d’acquisto dei suoi consumatori con i prezzi aumentati costituisce oggi il limite per ogni aumento di salario. 

Così la lotta del proletariato contro l’immiserimento andò a finire in un circolo vizioso. Ogni aumento di salario viene compensato ed annullato da un conseguente aumento dei prezzi. Ciò che si è guadagnato nel processo di produzione viene tosto nuovamente perduto nel processo di circolazione, e l’unico risultato della lotta è la crescente disorganizzazione della produzione. Ad ogni operaio appare evidente in queste condizioni, l’inutilità di un’azione sindacale limitata in sè stessa. 

Si vede oggi, che il processo di circolazione del capitale costituisce una fonte di sfruttamento del proletariato ancor più forte che non il processo di produzione. Qui per lo meno il proletariato, con il suo sindacato, può opporre resistenza ad una diminuzione di salario. Nell’altro invece la costante riduzione del salario reale è abbandonata senza difesa. Non si avvicina dunque il momento di accettare la lotta contro il capitale anche nel campo della circolazione, di opporre un potente argine ai suoi sforzi per un crescente saggio di extraprofitto, e per questo scopo creare speciali organi d’azione? 

Lo sviluppo capitalistico ha fatto anche qui un importante lavoro preparatorio. Il singolo imprenditore è già oggi limitato nella sua attività dal controllo di potenti cartelli. Non si potrebbe rivolgere contro di lui tale organizzazione e con una trasformazione sottoporlo al controllo di organi operai? Ciò che è competenza di un bureau dei cartelli, spetterà in definitiva alla centrale dei consigli industriali. E se il singolo capitalista ha già imparato a subordinare, spesso con grande renitenza, i suoi particolari interessi a quelli di un trust, la forza dell’organizzazione dei consigli industriali curerà che egli impari ad adattarsi ai bisogni generali della società. II controllo operaio ha provvisoriamente da compiere nel campo della circolazione delle merci un compito semplice, come i sindacati nel campo della produzione: limitazione dello sfruttamento. L’impresa capitalistica non diviene impossibile con la sua introduzione, ma obiettivamente essa viene attivamente combattuta nei suoi sforzi verso l’extraprofitto e preparata per la definitiva socializzazione.

Note

  1. Hilferding nel suo Capitale finanziario confonde l’una con l’altra queste due categorie, senza osservare che si tratta di due specie di reddito di origine fondamentalmente diversa, che sono sottoposte a leggi del tutto differenti. Per lui l’extraprofitto è un semplice profitto ingrandito, distinguibile soltanto quantitativamente dal normale profitto. In conseguenza di questa disconoscenza della speciale importanza economica dell’extraprofitto egli giunge ad un’altra teoria, del tutto insostenibile, del capitale fittizio che egli eguaglia al capitale di credito. 
    Anche Marx si servi dell’espressione extraprofitto (extraplusvalore) nell’esame del plusvalore relativo, nel senso di un maggiore profitto. Ma con ciò egli indicava soltanto un incremento del profitto che scaturiva dal processo di produzione. Quando un imprenditore con il miglioramento del sistema di produzione e con l’aumento della produttività del lavoro per un certo tempo o in modo duraturo è in condizione di produrre una merce in un tempo inferiore a quello socialmente necessario, egli ottiene così un profitto superiore, che Marx definiva extraprofitto, ma che sarebbe più giusto chiamare «profitto differenziale» (come la rendita fondiaria). Con l’extraprofitto, nel senso da me sviluppato come un guadagno che nasce nel processo di circolazione, questo profitto differenziale non ha nulla di comune. ↩︎