حزب کمونیست انترناسیونال

[RG-45] Partito rivoluzionario e azione economica Pt.2

بخش‌ها: First International, Karl Marx, Party Doctrine, Theory of increasing misery, Union Question

:پست مادر [RG-45] Partito rivoluzionario e azione economica

:این مقاله در اینجا منتشر شد

Lo sviluppo incessante della divisione del lavoro tra gli uomini e anche tra le macchine, sotto la sferza della ricerca affannosa della riduzione dei costi di produzione, riduce il lavoro complesso a lavoro semplice. Il contenuto tecnico del lavoro va perdendo gradualmente di importanza. Non si richiedono più operai capaci, abili e « intelligenti », ma diligenti, « tranquilli », e soprattutto che non siano delle « teste calde ». L’esigenza della produzione capitalistica è di intruppare lavoratori che abbiano a cuore solo la produzione. Con lo sviluppo della divisione del lavoro cresce l’importanza dei mezzi di produzione, sia come macchine e attrezzi e impianti, sia come materie prime. La composizione organica del capitale tende a svilupparsi nella parte costituita dal capitale costante, appunto dai mezzi di produzione, e a flettersi nella parte costituita dal capitale variabile, ossia dal lavoro salariato. Ciò è vero in assoluto, ma va riconosciuto che il processo produttivo reale è molto complesso e presenta una gamma di combinazioni molteplici.

Non si deve tuttavia perdere di vista che l’impulso decisivo anche in questo campo non è dato dalla miriade di piccoli e medi capitali, che giocoforza sono rappresentati da aziende in cui la redditività economica è ottenuta con il rituale schiacciamento delle forze del lavoro ed anche con inganni, frodi sindacali, fiscali e commerciali; ma dalle colossali concentrazioni di capitali, le sole che abbiano la possibilità obiettiva di applicare alla produzione l’alta tecnica, di usufruire dei risultati pratici della ricerca scientifica che toccano marginalmente la piccola produzione dopo un lungo periodo di applicazione. È per questa ragione che le piccole crisi economiche vengono definite dagli economisti crisi di « aggiustamento », cioè tali da ridimensionare il numero dei centri produttivi, venendone eliminate quelle aziende che non possono più reggere la concorrenza dei bassi costi per l’insufficienza di mezzi « tecnici ». Alcuni economisti anglo-americani, favoriti da un ambiente produttivo altamente sviluppato ed in grado di osservare il comportarsi pratico delle linee di tendenza fondamentali del processo economico, concludono che la ripartizione ideale delle « forze del lavoro » debba essere di un terzo di addetti alla produzione vera e propria, di cui il 5% nell’agricoltura e il 95% nell’industria, un terzo di addetti alla distribuzione, e un terzo di addetti al cosiddetto « settore terziario » (banche, assicurazioni, attività religiose, libere professioni, etc.).

Potenza sociale della miseria crescente

Questa opinione degli economisti non è una utopia né in contraddizione con la dottrina marxista. Anzi le teorie degli ideologi del capitalismo confermano un’altra tendenza del modo di produzione capitalistico, quella cioè dell’accrescersi smisurato del capitale da un lato e della miseria dall’altro. Su questa teoria marxista della « miseria crescente » borghesi e opportunisti sfoggiano un risolino di compatimento, come per dire che Marx potrà aver detto tante belle cose ma che questa è una cantonata madornale, e sciorinano cifre sull’abbondanza di prodotti disponibili per « tutti ». Il contenuto della teoria della miseria crescente va ricercato anch’esso nei rapporti sociali e dimostrato alla scala storica, non nelle effimere apparenze della produzione globale e tanto meno in limiti temporali di comodo. I negatori di questa teoria marxista sono i soliti pacifisti che, per inculcare nei crani dell’umanità intontita l’immortalità del capitale, hanno preteso di dimostrare la falsità dell’altra formidabile teoria marxista delle crisi ricorrenti del capitalismo, sostenendo con relative « cifre » che nel corso dell’ultimo secolo la produzione non ha subito soste, se si escludono i periodi di guerre e degli ormai classici rovesci economici tipo quello del 1929-1932. È un bel dimostrare l’inesistenza delle crisi, « supponendo » che non vi siano mai state!

L’immiserimento progressivo della società non significa che ogni giorno debbano aumentare gli straccioni, i mendicanti, coloro che vivono della pubblica carità; significa, invece, che storicamente aumenta il numero di coloro che vengono privati della proprietà dei mezzi di produzione, spogliati della loro porzione di capitale e gettati tra le file dei nullatenenti. Periodicamente gioca l’inganno dell’esaltazione produttiva, abilmente mistificata dalle statistiche ad uso e consumo delle grandi centrali capitalistiche. Il processo di immiserimento sta svolgendosi ad un punto tale che nei centri di grande industrialismo, per esempio negli Stati Uniti d’America, perfino le « professioni libere » stanno scadendo al rango di attività aziendali, dove il grande avvocato è il proprietario della « ditta » alle cui dipendenze vengono assunti altri avvocati ed « esperti », che abbiano attinenza con il mercato forense, mensilmente stipendiati; o in Inghilterra, dove la professione medica è da tempo esercitata nelle grandi aziende ospedaliere da medici stipendiati dallo Stato. Questi avvocati e medici stipendiati sono dei prestatori d’opera allo stesso modo che lo sono i dipendenti della Fiat o della General Motors: sono stati privati della possibilità oggettiva di possedere un certo capitale per convertirlo in mezzi di produzione, e sono ormai esclusi dal possederne in avvenire.

L’ubriacatura odierna ricalca quella della vigilia del « venerdì nero », quando nella follia collettiva degli anni venti qualunque americano che avesse un dollaro in tasca lo moltiplicava per dieci giocando in borsa, e credeva di essere nel millennio, di aver raggiunto ormai l’eterna felicità. Oggi basta un foglio da diecimila lire per comprare tante cambiali scadenti in trentasei mesi consecutivi e « farsi la macchina ». L’economista dinanzi a tanto « benessere » irride a Marx e alle sue teorie « ottocentesche ». Ma la fallacia di questa opulenza è facilmente dimostrabile, perché è l’opulenza della miseria, e della miseria attuale, nemmeno storica. Infatti le vendite a credito su cui si basa in maniera sempre più determinante la produzione capitalistica costituiscono una forma ipotecaria sul lavoro futuro. Il proletario che oggi « si fa la macchina » a forza di cambiali impegna a favore della Fiat una parte aliquota del lavoro dei prossimi trentasei mesi, impegno che soddisferà se sarà ancora al lavoro, se non si sarà ammalato o non sarà stato licenziato. Ciò vuol dire che si sono prodotte merci che non sono attualmente acquistabili, sono superiori alle condizioni reali degli uomini. Questo processo galoppante ingrossa la massa della produzione invendibile nell’immediato ed approfondisce ed estende il debito sociale. Sino a prova contraria una società nella quale i debiti aumentano non può dirsi che arricchisca ma, al contrario, che si immiserisce. Ora, e qui sta la tragica contraddizione, non si immiserisce il capitale che invece si ingrossa perfino a dismisura, ma immiseriscono gli uomini tutti, gli stessi capitalisti nella gran parte, che ipotecano, a loro volta, i profitti futuri da realizzare.

Un eloquente quadro della miseria attuale è offerto dai seguenti dati sulle vendite a credito nei principali paesi industriali: in milioni di dollari gli USA avevano venduto nel 1955 per 38.670 e nel 1964 76.810; l’Inghilterra in milioni di sterline nel 1960 935 e nel 1964 1.115; la Germania Ovest in milioni di marchi nel 1962 per 6.389 e nel 1964 per 7.848; la Francia in milioni di franchi nel 1960 per 3.300 e nel 1964 per 7.060; il Belgio nel 1960 in milioni di franchi belgi per 10.203 e nel 1964 per 14.802. Dal quadro è esclusa la Russia solo perché non si possiedono i dati, ma anche nell’URSS da anni è praticata e si estende la vendita a rate.

L’indebitamento crescente di masse sempre più numerose, se da un lato lega maggiormente l’operaio e il lavoratore in genere alle condizioni di lavoro e lo porta a non uscire dai limiti della semplice contrattazione mercantile del suo salario, dall’altro livella le condizioni di esistenza di masse più larghe, ivi compresi anche strati non proletari e semi-proletari su cui l’indebitamento continuo e progressivo esercita una pressione soffocatrice ed alimenta nei debitori l’incertezza del domani. Se tale incertezza è sfruttata dalle forze politiche capitalistiche e opportuniste per inchiodare al posto di lavoro i proletari, ciò non significa eliminazione delle cause del fenomeno ma irretimento di queste stesse cause che hanno il loro epicentro proprio nella produzione e nella ripartizione anarchica del prodotto sociale.

Il capitalismo per sopravvivere è costretto ad accelerare il processo di proletarizzazione delle masse e ad aumentare il numero di coloro che un giorno gli si ergeranno contro come nemici.

Marx commenta: « Il diventar più a buon mercato di tutte le merci – il che poi non avviene per i bisogni più immediati della vita – fa sì che l’operaio porta degli stracci messi assieme e la sua miseria si colorisce delle tinte della civiltà ». Infatti, perché questo non si verifichi la classe operaia dovrebbe avere in mano il controllo « della massa del capitale produttivo in generale » e il controllo « del rapporto delle sue parti costitutive », da cui dipende il salario. Avere questo controllo significa detenere il potere politico, e detenerlo alla scala mondiale, in quanto « il salario diventa sempre più dipendente dal mercato mondiale ».

Lo sviluppo gigantesco dei mezzi di produzione e la riduzione dei costi di produzione non favoriscono mai sostanzialmente, in regime capitalista, le condizioni degli operai come classe. Al contrario, provocano negli operai una lotta accanita tra di loro, una concorrenza determinata appunto dalla riduzione del lavoro a lavoro semplice, dallo sviluppo dei mezzi di comunicazione e di trasporto che facilitano lo spostamento di forze lavorative da una regione all’altra dello stesso paese ed anche da una nazione all’altra, come testimonia l’emigrazione continua, particolarmente in questo secondo dopoguerra, di italiani, turchi, africani, arabi, spagnoli, etc. nei paesi industrializzati europei e negli USA. Con l’accrescersi dei mezzi di produzione diminuisce così l’offerta relativa di posti di lavoro, aumenta la concorrenza tra gli operai, e di conseguenza viene compresso il livello dei salari.

Così l’aumento delle forze produttive, lo sviluppo della tecnica e della scienza, l’accrescersi della produzione sono rivolti contro le condizioni di lavoro e di esistenza del proletariato. Così la crescente miseria delle masse si trasforma da condizione di esistenza del modo di produzione capitalista in fattore di sovvertimento sociale dell’ordine costituito.

Marx e la prima Internazionale

« Eppure tutta la storia dell’industria moderna mostra che il capitale, se non gli vengon posti dei freni, lavora senza scrupoli e senza misericordia per precipitare tutta la classe operaia a questo livello della più profonda degradazione »: è con questa tragica constatazione che Marx (Salario, prezzo e profitto) esalta le lotte operaie e le organizzazioni di resistenza proletarie, e incita la classe ad unirsi sul terreno della difesa del salario e delle condizioni di vita. E continua: « Opponendosi a questi sforzi del capitale con la lotta per degli aumenti di salario corrispondenti alla maggiore tensione del lavoro, l’operaio non fa niente altro che opporsi alla svalutazione del suo lavoro e alla degenerazione della sua razza … Egli deve tentare di ottenere, in un caso, un aumento di salari, non fosse altro, almeno, che per compensare la diminuzione dei salari nell’altro caso. Se egli si rassegnasse ad accettare la volontà, le imposizioni dei capitalisti come una legge economica permanente, egli condividerebbe tutta la miseria di uno schiavo, senza godere la posizione sicura dello schiavo ».

Ma questo non basta, perché in tal modo si conserva la « razza » dei proletari, cioè si conservano le condizioni della sua esistenza di classe sfruttata e della esistenza del capitale. Occorre andare oltre, occorre « controllare » queste condizioni, si deve, quindi, conquistare il potere politico col quale prendere nelle proprie mani il destino storico della classe. Infatti, conclude Marx: « Se la classe operaia cedesse per viltà nel suo conflitto quotidiano con il capitale, si priverebbe essa stessa della capacità d’intraprendere un qualsiasi movimento più grande. Nello stesso tempo la classe operaia, indipendentemente dalla servitù generale che è legata al sistema del salario, non deve esagerare a sé stessa il risultato finale di questa lotta quotidiana. Non deve dimenticare che essa lotta contro gli effetti, non contro le cause di questi effetti; che essa può soltanto frenare il movimento discendente, ma non mutarne la direzione; che essa applica soltanto dei palliativi, ma non cura la malattia. Perciò essa non deve lasciarsi assorbire esclusivamente da questa inevitabile guerriglia, che scaturisce incessantemente dagli attacchi continui del capitale o dai mutamenti del mercato. Essa deve comprendere che il sistema attuale, con tutte le miserie che accumula sulla classe operaia, genera nello stesso tempo le condizioni materiali e le forme sociali necessarie per una ricostruzione economica della società. Invece della parola d’ordine conservatrice: « Un equo salario per un’equa giornata di lavoro », gli operai devono scrivere sulla loro bandiera il motto rivoluzionario: SOPPRESSIONE DEL SISTEMA DEL SALARIO ».

Partito politico e lotte economiche

La lotta operaia nella singola azienda per strappare a quel dato padrone o a quella data direzione un aumento di salario ha bisogno, per legarsi alla lotta di classe del proletariato, di essere condotta secondo un piano sistematico che abbia per obiettivo la « soppressione del sistema del salario », cioè la distruzione del potere politico del capitalismo: di qui la necessità del partito politico alla testa delle lotte quotidiane degli operai.

L’Indirizzo inaugurale e gli Statuti provvisori della Associazione Internazionale degli operai, redatti da Marx nell’ottobre del 1864, in contrapposizione ad un testo di ispirazione mazziniana, pongono con chiarezza e forza l’imprescindibile questione del necessario raccordamento tra partito politico e movimento operaio, tra indirizzo politico e lotte economiche.

Marx, dopo aver tracciato la storia delle lotte operaie dal 1848 e le condizioni miserevoli di esistenza dei proletari sia delle nazioni industrialmente più progredite che di quelle meno sviluppate, e dopo aver sottolineato il progresso industriale e produttivo a spese dell’immiserimento crescente e della proletarizzazione continua della popolazione lavoratrice, esalta le lotte della classe operaia inglese per imporre alle classi privilegiate la legge delle dieci ore.

Marx così commenta: « Questa lotta contro la limitazione legale della giornata di lavoro infuriò tanto più rabbiosamente perché, a prescindere dall’avarizia, essa toccava invero la grande controversia tra il cieco dominio delle leggi dell’offerta e della domanda, che costituiscono l’economia politica della borghesia, e la produzione sociale regolata dalla previsione sociale, che è l’economia politica della classe operaia. Perciò la legge delle dieci ore non fu soltanto un grande successo pratico, fu la vittoria di un principio. Per la prima volta, alla chiara luce del giorno, l’economia politica della borghesia soggiaceva all’economia politica della classe operaia ». Il principio dell’economia politica della classe operaia è scientificamente espresso ne Il Capitale (Vol. I, sez. V, cap. 15) e pone uno dei tanti principi su cui si fonderà la futura società comunista, quello cioè che « la parte della giornata lavorativa sociale necessaria per la produzione materiale sarà tanto più breve, e la parte di tempo conquistata per la libera attività mentale e sociale degli individui sarà quindi tanto maggiore, quanto più il lavoro sarà distribuito proporzionalmente su tutti i membri della società capaci di lavorare, e quanto meno uno strato della società potrà allontanare da sé la necessità naturale del lavoro e addossarla ad un altro strato ».

Inoltre, Marx mette in rilievo il movimento cooperativo degli operai « non aiutati da nessuno », perché « queste cooperative hanno dimostrato che la produzione su grande scala e in accordo con le esigenze della scienza moderna è possibile senza l’esistenza di una classe padronale che impieghi una classe di lavoratori; che i mezzi di lavoro non hanno bisogno, per dare i loro frutti, di essere monopolizzati come uno strumento di asservimento e di sfruttamento del lavoratore; e che il lavoro salariato, come il lavoro dello schiavo, come il lavoro del servo della gleba, è solo una forma transitoria e inferiore, destinata a sparire dinanzi al lavoro associato che impegna i suoi strumenti con mano volonterosa, mente alacre e cuore lieto ». « Ma invece – continua Marx – i signori della terra e del capitale utilizzeranno sempre i loro privilegi per difendere e perpetuare i loro monopoli economici … Perciò il grande compito della classe operaia è diventato la conquista del potere politico ». Il concetto centrale del Manifesto dei comunisti del 1848 ritorna nel programma della Prima Internazionale, in cui Marx traccia i compiti fondamentali della classe operaia: « La classe operaia possiede un elemento del successo, il numero; ma i numeri pesano sulla bilancia solo quando sono uniti dall’organizzazione e guidati dalla conoscenza. L’esperienza del passato ha insegnato come il dispregio di quel legame fraterno che dovrebbe esistere tra gli operai dei diversi paesi e spronarli a sostenersi gli uni con gli altri in tutte le loro lotte per l’emancipazione, venga punito inesorabilmente con la sconfitta comune dei loro sforzi incoerenti ».

In queste brevi righe è racchiusa la relazione tra partito e classe, che i marxisti rivoluzionari hanno costantemente difeso in ogni condizione storica ed in qualsiasi paese: il « numero », cioè la classe proletaria, l’« organizzazione », cioè il movimento operaio organizzato, e la « conoscenza », cioè il partito, insieme programma storico e unità di combattimento.

Questi principi insostituibili vengono codificati negli Statuti Generali, nei quali, dopo aver ribadita la funzione centralizzatrice del Consiglio Generale, contro cui da più parti ed in special modo da anarchici, proudhoniani e democratici generici, Marx ingaggerà un’aspra lotta, al Congresso dell’Aja del settembre 1872 viene inserito un articolo così concepito: « Nella sua lotta contro il potere unificato delle classi possidenti il proletariato può agire come classe solo organizzandosi in partito politico autonomo, che si oppone a tutti gli altri partiti costituiti dalle classi possidenti. Questa organizzazione del proletariato in partito politico è necessaria allo scopo di assicurare la vittoria della rivoluzione sociale e il raggiungimento del suo fine ultimo: la soppressione delle classi. L’unione delle forze della classe operaia, che essa ha già raggiunto grazie alla lotta economica, deve anche servirle di leva nella lotta contro il potere politico dei suoi sfruttatori. Siccome i magnati della terra e del capitale utilizzano sempre i loro privilegi politici per difendere e perpetuare i loro monopoli economici e per asservire il lavoro, così la conquista del potere politico è diventata il grande dovere del proletariato ».

Vanno posti in rilievo i seguenti elementi di principio, che ritroveremo in Lenin e nella Sinistra Comunista: la classe esiste solo quando esprime il suo partito politico « autonomo » in opposizione a tutti gli altri partiti; il partito politico è un dato esterno alla classe nella quale interviene come « conoscenza », coscienza e consapevolezza; la lotta economica è il mezzo con cui si realizza la « unione delle forze della classe operaia »: questa « unione » – l’organizzazione sindacale – è la « leva » della classe costituitasi in partito « nella lotta contro il potere politico » del capitalismo. Ne consegue che le riforme imposte dallo stesso movimento operaio organizzato al governo capitalista, pur affermando in « principio » l’ineluttabile vittoria dell’« economia politica » della classe operaia contro l’« economia politica » delle classi possidenti, pur confermando il carattere transitorio e caduco della forma salariale del lavoro, tali riforme saranno volte a vantaggio del proletariato soltanto dopo che il proletariato avrà strappato ai « signori della terra e del capitale » il monopolio economico con la « conquista del potere politico », che è il « grande compito della classe operaia ».