حزب کمونیست انترناسیونال

[RG-45] Partito rivoluzionario e azione economica Pt.1

بخش‌ها: Labor productivity, Theory of increasing misery, Union Question

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Le storiche condizioni in cui oggi versa il proletariato mondiale sono quelle di una classe sconfitta, umiliata, blandita nei suoi capi opportunisti, ingannata, e tenuta lontana con ogni mezzo dal programma del suo partito politico di classe. In tali condizioni, che non hanno riscontro in nessun altro periodo della storia, l’avanguardia del proletariato è costretta a riprendere la battaglia di classe dalle nozioni più semplici ed elementari. Il partito quindi è costretto a obbligare i suoi lettori a ripercorrere le questioni di dottrina, di tattica e di organizzazione sin dai primi passi per consentir loro di aver coscienza di quanto profondo sia il baratro in cui il proletariato è stato gettato dall’incrociarsi di forze nemiche e traditrici che, nel giro di quasi mezzo secolo, lo hanno educato ad una scuola eclettica, senza principî, di cui il fascismo è stato il maestro. L’opportunismo oggi imperante, sommando la fraseologia pseudorivoluzionaria al carattere immediatista ed esistenzialista del fascismo, ha infatti sconvolto il formidabile lavoro di azione e di educazione rivoluzionaria che la sinistra comunista mondiale aveva impartito, e i cui risultati giganteschi portano i nomi gloriosi di Rivoluzione d’Ottobre e di Terza Internazionale.

Per queste ragioni tutto il lavoro di partito ha dovuto ricondursi alle origini della dottrina, rifarsi agli elementi di base, in tutte le questioni finora trattate; ed anche in questa deve usare lo stesso metodo, conscio e preoccupato, più che di immediati scontri di classe di stringere intorno al riproposto programma marxista genuino nuove schiere di giovani proletari, cui l’incombente fortunata sorte di poter essere i continuatori della tradizione comunista affiderà il compito di formare la rete del futuro partito mondiale del proletariato rivoluzionario.

Nozioni una volta fortemente acquisite e perfino ovvie per la classe combattente sotto la guida del partito di classe, tali che il più umile proletario comunista del più remoto angolo della terra rendevano invulnerabile e tetragono alla demolitrice propaganda del nemico e a quella viscida ed insidiosa dell’opportunista; formule che si consustanziavano con l’azione immediata, quotidiana, locale e contingente, sono oggi dimenticate in un grado tale che lo stesso proletario trova già difficile differenziarsi dal piccolo borghese, scindere la sua posizione sociale da quella del capitalista, i fini politici della sua classe da quelli dello stato borghese, della patria, della nazione.

Questo stato di cose è sufficiente per misurare l’entità del disastro storico che l’onda controrivoluzionaria ha causato ai danni della rivoluzione.

Il determinismo economico

Marx descrisse la società comunista nel tempo stesso in cui analizzava il modo di produzione capitalistico; scolpì le funzioni naturali del lavoro, che trovavano la loro felice e logica strutturazione in una società senza classi, nella viva materia della lotta di classe; estrasse dalle difficili e potenti formulazioni della dialettica hegeliana le ragioni economiche su cui poggiavano lo stato e il diritto; concluse che, per comprendere lo «spirito dei tempi», bisognava capirne la sottostruttura economica.

Engels commenta: «Tale è la costituzione economica di tutta la società attuale: solo la classe operaia è quella che produce tutti i valori». «Ma — continua nella sua ricapitolazione sintetica della dottrina — questi valori prodotti dall’operaio non appartengono però all’operaio. Essi appartengono ai proprietari delle materie prime, delle macchine e strumenti e del capitale liquido, di ciò che permette a questi proprietari di comperare la forza-lavoro della classe operaia. Di tutta la massa dei prodotti da essa fabbricata, la classe operaia riceve indietro per sé solo una parte. E, come abbiamo visto, l’altra parte, che la classe capitalistica trattiene per sé o, tutt’al più, deve ancora dividere con la classe dei proprietari fondiari, diventa sempre maggiore ad ogni nuova invenzione e ad ogni nuova scoperta, mentre la parte che tocca alla classe operaia (calcolata per testa) o aumenta molto lentamente e in modo insignificante o non aumenta affatto, e, in talune circostanze, può persino diminuire».

Con quale meccanismo si verifica questa ripartizione sostanzialmente inegualitaria e contraddittoria, malgrado l’«uguaglianza» di cui si ammanta la borghesia capitalistica? Engels lo spiega con il consueto stile piano e popolare, che traiamo dalla prefazione del 30 aprile 1891 ad una serie di editoriali nella Neue Rheinische Zeitung scritti da Carlo Marx nell’aprile 1849. Le date non sono citate a caso, ma servono esse stesse a far comprendere che, a distanza di cinquant’anni, quando il capitalismo europeo e segnatamente quello tedesco viveva decenni di sconvolgente sviluppo economico che i corifei della borghesia arrivavano a chiamare «d’oro», Engels sottolineava la conferma della dottrina e additava ai proletari gli stessi mezzi e gli stessi fini della lotta politica. «Noi viviamo oggi sotto il dominio della produzione capitalistica, in cui una classe della popolazione, grande, in continuo aumento, può vivere soltanto se lavora, contro salario, per i possessori dei mezzi di produzione: strumenti, macchine, materie prime e mezzi di sussistenza. Sulla base di questo modo di produzione i costi di produzione dell’operaio consistono in quella somma di mezzi di sussistenza — o del loro prezzo in denaro — che sono in media necessari per renderlo atto al lavoro, per conservarlo atto al lavoro e per sostituirlo alla sua scomparsa per vecchiaia malattia o morte con un altro operaio, cioè per assicurare che la classe operaia si riproduca nella misura che è necessaria. Supponiamo che il prezzo in denaro di questi mezzi di sussistenza sia in media di tre marchi al giorno.

«Il nostro operaio riceve dunque dal capitalista che lo occupa un salario di tre marchi al giorno. Per questo salario il capitalista lo fa lavorare, poniamo, 12 ore al giorno. E il capitalista fa press’a poco questo calcolo: supponiamo che il nostro operaio — un meccanico — debba fare un pezzo di una macchina che egli finisce in un giorno. La materia prima — ferro ed ottone, nella forma necessaria precedentemente elaborata — costi 20 marchi. Il consumo di carbone della macchina a vapore, il deterioramento di questa stessa macchina a vapore, del tornio e degli altri strumenti con cui l’operaio lavora, rappresentino, per un giorno e calcolati secondo una percentuale, il valore di un marco. Il salario giornaliero è, secondo la nostra supposizione, di tre marchi. Il totale è, per il nostro pezzo di macchina, di 24 marchi. Il capitalista calcola però che in media riceverà dai suoi clienti un prezzo di 27 marchi, cioè 3 marchi in più dei costi che egli ha anticipati.

«Da dove vengono questi 3 marchi che il capitalista intasca? Secondo quanto afferma l’economia classica, le merci in media sono vendute secondo il loro valore, cioè a prezzi corrispondenti alle quantità di lavoro necessario in esse contenute. Il prezzo medio del nostro pezzo di macchina — 27 marchi — sarebbe dunque uguale al suo valore, uguale cioè al lavoro che in esso si contiene. Ma, di questi 27 marchi, 21 erano valori che già esistevano prima che il nostro meccanico incominciasse a lavorare: 20 marchi erano nelle materie prime, 1 marco nel carbone bruciato durante il lavoro o in macchine e strumenti, che sono stati utilizzati e la cui capacità di produzione è stata diminuita per un valore uguale a questo importo. Restano 6 marchi che sono stati aggiunti al valore della materia prima. Ma questi 6 marchi, come ammettono anche i nostri economisti, possono derivare soltanto dal lavoro che il nostro operaio ha aggiunto alla materia prima. Il suo lavoro di 12 ore ha dunque creato un nuovo valore di 6 marchi. E così avremo dunque finalmente scoperto che cosa è il “valore del lavoro”.

«Un momento! — esclama il nostro meccanico — 6 marchi? Ma se io non ne ho ricevuti che 3! Il mio capitalista giura su tutti i santi che il valore del mio lavoro di 12 ore è soltanto di 3 marchi, e se io ne chiedo 6 mi deride. Come si spiega tutto questo?».

«Per l’operaio il valore del lavoro di 12 ore è di 3 marchi, per il capitalista è di 6, dei quali egli paga 3 all’operaio come salario, ed intasca gli altri 3. Il lavoro non avrebbe dunque uno, ma due valori, e per di più molto diversi!

«La contraddizione diventa ancor più assurda non appena riduciamo in tempo di lavoro i valori espressi in denaro. Nelle 12 ore di lavoro viene creato un nuovo valore di 6 marchi, quindi in 6 ore 3 marchi; la somma che l’operaio riceve per un lavoro di 12 ore. Per 12 ore di lavoro l’operaio riceve come uguale controvalore il prodotto di 6 ore di lavoro. Perciò, o il lavoro ha due valori, uno dei quali è doppio dell’altro o 12 è uguale a 6! In tutti e due i casi ci troviamo di fronte ad un puro controsenso.

«Possiamo voltarci e rigirarci come vogliamo, non sortiremo da questa contraddizione, fino a tanto che parleremo di compera e vendita del lavoro e di valore del lavoro. Ed è appunto ciò che è accaduto agli economisti. L’ultimo prodotto dell’economia classica, la scuola ricardiana, fallì in gran parte per non aver saputo risolvere questa contraddizione. La scuola classica si era cacciata in un cul di sacco. Chi trovò la via per uscirne fu Carlo Marx.

«Ciò che gli economisti avevano considerato come costi di produzione del “lavoro”, erano i costi di produzione non del lavoro, ma dello stesso operaio vivente. E ciò che questo operaio vendeva al capitalista non era il suo lavoro. “Non appena il suo lavoro comincia realmente — dice Marx — esso ha già cessato di appartenergli e perciò non può più essere venduto da lui”. Egli potrebbe dunque tutt’al più vendere il suo lavoro futuro, cioè assumersi l’obbligo di compiere una determinata prestazione di lavoro per un tempo determinato. Ma, in questo modo, egli non vende lavoro (che si dovrebbe ancora fare), ma pone a disposizione del capitalista per un certo tempo (salario giornaliero) o per una determinata prestazione di lavoro (salario a cottimo) la sua forza-lavoro contro una determinata paga; egli cede, cioè vende la sua forza-lavoro. Questa forza-lavoro è però compresa insieme alla sua persona, ed è inseparabile da essa. I costi di produzione di essa coincidono dunque con i suoi costi di produzione; ciò che gli economisti chiamavano costi di produzione del lavoro, sono appunto i costi di produzione dell’operaio e quindi quelli della forza-lavoro. E così noi possiamo risalire dai costi di produzione della forza lavoro al valore della forza-lavoro, e determinare la quantità di lavoro socialmente necessario che si richiede per la produzione di una forza-lavoro di qualità determinata, come lo ha fatto Marx nel capitolo della compra e vendita della forza-lavoro (Capitale, Vol. I, cap. 4 — parte terza). Che cosa avviene ora, dopo che l’operaio ha venduto al capitalista la sua forza-lavoro, cioè dopo che l’ha posta a sua disposizione, dietro un salario convenuto, giornaliero o a cottimo? Il capitalista conduce l’operaio nella sua officina o fabbrica, dove già si trovano tutti gli oggetti necessari per il lavoro: materie prime materie ausiliarie (carbone, coloranti, ecc.), utensili e macchine. E qui l’operaio comincia a sgobbare. Poniamo che il suo salario giornaliero sia, come avevamo indicato prima, 3 marchi — poco importa se guadagnati come salario fisso o a cottimo. Supponiamo di nuovo, anche in questo caso, che, con il suo lavoro, l’operaio aggiunga alla materia prima impiegata un nuovo valore di 6 marchi, un nuovo valore di 6 marchi che il capitalista realizza con la vendita del pezzo finito. Di questo importo, egli paga all’operaio 3 marchi, e gli altri 3 se li tiene. Se l’operaio produce in 12 ore un valore di 6 marchi, in sei ore produce un valore di 3 marchi. Quindi, dopo aver lavorato sei ore, egli ha già restituito al capitalista l’equivalente dei tre marchi ricevuti come salario. Dopo sei ore di lavoro, tutti e due sono pari; nessuno dei due deve più un soldo all’altro.

«Un momento — esclama ora il capitalista — io ho noleggiato l’operaio per un giorno intero, per dodici ore. Sei ore non sono che una mezza giornata. Avanti, dunque, al lavoro, fin che le altre sei ore siano passate — solo allora saremo pari!» E, in realtà, l’operaio deve attenersi al suo contratto «liberamente» concluso, con il quale si è impegnato, per un prodotto di lavoro che costa sei ore di lavoro, a lavorare dodici ore intere.

«Con il salario a cottimo è la stessa cosa. Supponiamo che il nostro operaio produca in 12 ore 12 pezzi di merce. Ognuno di essi costa in materie prime e deterioramento 2 marchi, ed è venduto a marchi 2,50. Per tenerci alle ipotesi di prima, il capitalista darà all’operaio 25 centesimi il pezzo, il che fa, per 12 pezzi 3 marchi, per guadagnare i quali l’operaio deve lavorare 12 ore. Per i 12 pezzi il capitalista riceve 30 marchi; deducendo 24 marchi per materie prime e deterioramenti, restano 6 marchi, 3 dei quali egli li paga per salario e intasca gli altri 3. Come nell’esempio di prima, anche in questo caso, l’operaio lavora sei ore per sé, cioè per produrre l’equivalente del suo salario (mezz’ora per ognuna delle 12 ore), e sei ore per il capitalista.

«La difficoltà in cui si sono urtati i migliori economisti fino a tanto che partivano dal valore ciel “lavoro”, scompare non appena, invece, si parte dal valore della “forza-lavoro”. Nella nostra attuale società capitalistica, la forza-lavoro è una merce, una merce come ogni altra, ma ciononostante una merce tutt’affatto speciale. Essa ha la proprietà specifica di essere forza produttrice di valore, di essere fonte di valore; anzi, di essere, con un trattamento appropriato, fonte di un valore maggiore di quello che essa possiede. Nello stato attuale della produzione, la forza-lavoro dell’uomo non solo produce in un giorno un valore superiore a quello che essa possiede e costa, ma, ad ogni nuova scoperta scientifica, ad ogni nuovo perfezionamento tecnico, questa eccedenza del suo prodotto giornaliero sul suo costo giornaliero aumenta, cioè si riduce quella parte della giornata di lavoro in cui l’operaio produce l’equivalente del suo salario e si allunga perciò d’altro lato quella parte della giornata in cui egli deve regalare al capitalista il suo lavoro, senza essere pagato».

La sintesi di Engels mostra la natura deterministica del rapporto tra lavoro salariato e capitale e quindi tra operaio e azienda, tra classe proletaria e classe borghese. Capitale e lavoro sono due forze sociali che si fronteggiano e le loro relazioni sono governate da leggi economiche precise, non da considerazioni umanitarie né morali, come pretendevano Proudhon e seguaci, i quali, abbagliati dal gigantesco vulcano del meccanismo produttivo capitalistico, avevano preteso che la trasformazione sociale si verificasse con semplici correzioni del sistema esistente, eliminandone le asprezze, smussandone gli angoli, affidando allo Stato — considerato per questo come un ente supremo aleggiante sulla società, come preteso rappresentante di tutti gli uomini, sommo giudice ed arbitro — funzioni moderatrici e livellatrici. Concezioni, queste, di un capitalismo senza lotta di classe, senza crisi e guerre sanguinose; della merce senza la legge del valore; del lavoro senza la forma salariale, ecc., che sono state fatte proprie dall’opportunismo in generale. In realtà la fola che i progressi tecnici al servizio della produzione contribuiscano ad una più equa ripartizione dei prodotti, e che lo sviluppo «democratico» del capitalismo rappresenti altresì un miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita degli operai, non solo non si è verificata ma è in netta contraddizione con la natura stessa del capitale.

Marx affrontò la questione ne Il Capitale (vol. I, V Sez. cap. XV) e considerò tre casi nei quali si riassume il processo reale (cfr. Il Programma Comunista, n. 16 del 7-9-1964). In essi — nel primo in cui varia la durata della giornata lavorativa, nel secondo in cui varia l’intensità del lavoro nell’azienda, nel terzo, in cui varia la produttività sociale del lavoro — Marx perviene alla conclusione che i benefici fondamentali ottenuti con le diverse variazioni vanno a tutto vantaggio del profitto, cioè della classe capitalista. Nella misura in cui il capitalismo passa dalla sua fase iniziale d’impianto produttivo, dai primordi, alla fase matura, alla sistematica applicazione alla scala sociale della scienza e della tecnica il saggio di sfruttamento della forza-lavoro aumenta, ed aumenta anche il saggio del profitto, cioè la parte di plusvalore di cui il capitale si appropria. Quando, con lotte sanguinose, il proletariato strappa al capitalismo la riduzione della durata della giornata lavorativa, la reazione del capitale si estrinseca nell’aumento dell’intensità del lavoro; la quantità di forza-lavoro estorta nelle dodici ore dal capitalismo primitivo, dalla fabbrica operante con mezzi produttivi rudimentali, viene ora estorta nelle otto ore applicandovi mezzi di produzione più perfezionati e veloci, comprimendo gli sforzi del lavoratore in un lasso di tempo più ristretto. Ciò che ha perso nella riduzione della giornata di lavoro il capitalismo lo ha più che recuperato intensificando lo sforzo del lavoratore. Questo terzo caso è quello ottimale, il caso limite della produzione capitalistica, che corrisponderebbe, secondo gli ideologhi del capitalismo allo sviluppo «democratico», che però non trova riscontro nella realtà storica. Non solo lo «sviluppo ineguale» della economia capitalistica si riscontra fra stati e stati, ma anche all’interno di un medesimo territorio statale e, nei paesi che hanno subito profonde distruzioni per cause naturali o belliche, la ripresa produttiva assume spesso forme precapitaliste. Sarebbe altamente istruttiva una ricerca in tal senso. Essa dimostrerebbe certamente, sul piano pratico, che il capitalismo ancor oggi, sebbene vanti le applicazioni alla produzione delle più ardite scoperte tecnologiche, sfrutta il lavoro salariato in una forma composita, combinando la massima intensità possibile con la massima estensione possibile. In Italia, e in Europa in generale, il lavoro a cottimo è esso stesso una forma che stimola il lavoratore ad estendere il tempo delle sue prestazioni oltre le otto ore canoniche. Nei contratti di lavoro è ormai rituale la clausola che sancisce il diritto per l’azienda di richiedere al lavoratore il lavoro straordinario, e questo diritto non rimane sulla carta, ma è puntualmente realizzato nella maggior parte delle aziende. Ciò conferma che il combinarsi del prolungamento della giornata lavorativa con l’aumento della intensità del lavoro è norma consuetudinaria nel periodo cosiddetto «democratico» del capitalismo. Solo sottoponendosi ad uno sfruttamento più intenso ed esteso è consentito al lavoratore di disporre della quantità di prodotti necessaria alla sua sopravvivenza. È una favola della demagogia imbonitrice dei corifei del capitalismo, primi fra tutti gli stessi opportunisti, quella di affermare che la classe operaia ha tratto dal recente sviluppo produttivo vantaggi considerevoli. Nella pratica, oggi, si lavora dieci ore al giorno, giusto come un secolo fa. Ma da un secolo ad oggi lo sviluppo delle forze produttive è stato gigantesco e non vi corrisponde minimamente la riduzione dello sforzo lavorativo, che si realizza fondamentalmente con la drastica riduzione della durata della giornata di lavoro. A distanza di ottant’anni, il riconoscimento giuridico della giornata di otto ore è rimasto un articolo del codice civile.

Il mito della produttività del lavoro

Il capitalista obietta che, prescindendo dal lavoro straordinario, il lavoratore ha assicurato il minimo vitale con il lavoro di otto ore e che l’estensione della durata di lavoro gli consente di procurarsi il superfluo, partecipando così all’appropriazione di parte del sopraprodotto.

La questione vista nei confronti del singolo operaio, è in certi casi possibile, e caratterizza l’esistenza dell’aristocrazia del lavoro. Questa però non è la regola, ma l’eccezione, e corrisponde più ad una necessità politica del capitalismo che ad una esigenza produttiva, per cui il regime tollera la presenza di alcuni strati assai limitati di lavoratori che per la loro posizione particolare nella economia e per la loro funzione sociale delicata si fanno riconoscere salari relativamente alti rispetto alla media. Ma anche questa eccezione è possibile solo a spese della massa dei lavoratori, e nel conto del costo globale del lavoro la relativa maggior spesa per uno strato privilegiato di lavoratori è compensata dalla minor spesa per il resto della classe produttrice. Il fenomeno, poi, è molto più vasto e profondo di quello che si possa immaginare e determina, come componente, una maggior pressione sul livello medio dei salari. Infatti, la tendenza storica è quella della diminuzione relativa della popolazione produttrice e dell’aumento di quella che si nutre di plusvalore. Tale tendenza è irrazionale rispetto all’aumento della produttività del lavoro e conferma la legge del salario che costituisce il minimo indispensabile per la riproduzione della forza-lavoro. Tanto che la cosiddetta efficienza aziendale non è data dalla quantità dei prodotti nell’unità di tempo forniti, ma dal rapporto tra questa e il numero degli addetti alla produzione, tra cui le aziende capitaliste considerano anche gli impiegati, i tecnici, con la sola eccezione dei funzionari di amministrazione e direzione. Così la tendenza è quella di aumentare il prodotto relativo: più produzione per addetto.

Negli ultimi quindici anni (fonte: ISTAT) in Italia la percentuale delle «forze del lavoro» sulla popolazione è scesa dal 46% al 36%, e di contro la produzione è aumentata dall’indice 100 del 1953 a 235,5 del 1963, e l’indice dei salari nello stesso periodo è salito soltanto da 100 a 174 (Notiziario statistico INAIL). Lo stesso andamento si ha per gli USA, dove le forze del lavoro sono discese nel periodo 1950-1964 del 3%, nella Francia con una discesa del 4% dal 1954 al 1964.

È visibile ad occhio nudo il realizzarsi della tendenza storica della riduzione relativa degli operai e dell’opposto aumento della produzione, su cui si esalta la produttività del lavoro. Le due grandezze tendono a diversificarsi e allontanarsi tra di loro, e si traducono per l’operaio, da un lato, in un maggior sforzo lavorativo che si concretizza in una maggiore manipolazione di mezzi produttivi dall’altro nella riduzione relativa delle retribuzioni salariali. Cioè, l’aumentata produttività del lavoro, feticcio capitalistico al pari della merce e del denaro, in regime capitalistico non è una forza che emancipa le masse lavoratrici, ma esalta soltanto il plusvalore, il profitto, infine il capitale.

Il Ministero del lavoro ha fatto i seguenti rilievi (Rassegna di Statistiche del Lavoro, gennaio-febbraio 1963) nel settore delle aziende metalmeccaniche e dei mezzi di trasporto: dal 1958 al 1961 gli operai specializzati sono discesi dal 15,3% al 14,7%, i qualificati dal 33,2% al 31,7%, mentre gli operai comuni (manovali specializzati, operai comuni e manovali comuni) sono aumentati dal 38,8% al 42,8%. Ciò conferma la regola della dequalificazione del lavoro, della riduzione del lavoro complesso a lavoro semplice, giusta la vecchia e sempre valida asserzione teorica di Marx. Il fenomeno si rileva ancor meglio nell’osservare alcuni dati statistici relativi alla fabbrica di automobili Alfa Romeo, i quali indicano che, nel periodo dal maggio 1955 al luglio 1963, gli operai specializzati sono discesi dal 25,26% al 13,06% i qualificati dal 39,47% al 29,02%, e gli operai comuni (senza qualifica alcuna) sono aumentati dal 30,79% al 53,07% che con le donne, operaie comuni, salgono al 57,92%. Lo stesso andamento si ha anche tra il personale impiegatizio, sebbene non così accentuato come tra gli addetti alla produzione vera e propria.