Partito Comunista Internazionale

La Internazionale dei Sindacati Rossi

Categorie: Party History, Union Activity, Union Question

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(continua dal numero 97 – luglio 2024)

Tra il primo ed il secondo congresso

Una breve premessa

Soffermandoci ad analizzare il comportamento e l’azione pratica degli attuali sindacati di regime, e non solo di loro, si corre il rischio, a volte, di credere che un livello di assoggettamento così assoluto agli interessi degli Stati borghesi e della loro economia non sia mai stato raggiunto nel passato. E’ vero che possiamo affermare in tutta tranquillità che “i sindacati sono divenuti organi ausiliari dello Stato borghese”, solo che questa affermazione non la abbiamo fatta nei recenti anni passati, ma nel lontano1922, oltre un secolo fa. Le dirigenze sindacali opportuniste erano legate agli interessi dello Stato capitalista allora come lo sono ora. La sostanziale differenza la fa solo l’intensità della lotta di classe.
È bene non dimenticare mai come le grandi confederazioni nazionali aderirono in massa alla prima guerra mondiale sacrificando il proletariato internazionale sui fronti della guerra borghese.
A guerra finita l’imperialismo vincitore e quello vinto si posero il problema di vincolare il movimento operaio internazionale alla propria dominazione, agli interessi del capitalismo nazionale ed internazionale e quindi la realizzazione della “pace sociale”.
Il 29 novembre 1919, il governo degli Stati Uniti, in virtù dell’art. 424 del Trattato di Versailles, apriva a Washington la prima sessione della Conferenza Internazionale del Lavoro.
In questa Conferenza si stabilì che alla guida dell’Ufficio Internazionale del Lavoro sarebbe stato nominato un Consiglio composto da 24 membri: 12 rappresentanti dei governi borghesi, 6 rappresentanti industriali, e 6 sindacalisti venduti.
Ad Amsterdam (luglio 1919) era stata ufficialmente restaurata l’Internazionale dei sindacati gialli, che iniziò i suoi lavori con il dichiararsi favorevole all’Ufficio Internazionale del lavoro, aderendo così, con legame indissolubile, alle necessità dell’imperialismo mondiale.
Nella “Rivista Internazionale di Scienze Sociali” (maggio 1932) leggiamo:
«Il 29 novembre 1919, nel grande salone della Pan American Union, a Washington, si chiudevano i lavori della prima “Conferenza Internazionale del Lavoro” e Mons. Gugliemo Uberto Nolens, pronunciando un breve discorso a nome dei delegati governativi, dopo aver ringraziato il Presidente, che era l’On. W. B. Wilson, aggiungeva: “[…] Il risultato di questa conferenza mi riempie il cuore di gioia, e spero che, sotto la indispensabile benedizione di Dio, possa raggiungere le conseguenze più favorevoli alla pace sociale”. Mons. Nolens chiudeva con l’augurio che le tre associazioni [statali, padronali e sindacali – N.d.r.] raggiungessero i risultati più favorevoli alla pace sociale. […] Seguiva il rappresentante del gruppo dei delegati degli imprenditori, il signor Jules Carlier, belga, pronunciando un discorso sulla traccia di quello di Mons. Nolens; terzo parlava per il gruppo dei delegati dei lavoratori, il signor O. Oudegeest, olandese, segretario generale dell’Internazionale sindacale di Amsterdam; egli, dopo essersi associato […] alle affermazioni dei due precedenti oratori, aggiungeva il rilievo che “la Conferenza aveva stabilito una solida base per la legislazione operaia e che si era adoperata efficacemente per riunire ciò che per tanto tempo era stato separato”; proseguiva accentuando ancora le lodi al Presidente [Wilson] ed estendendole al segretario della Conferenza signor H. B. Butler».
Basterebbe questa breve introduzione per chiarire che la Internazionale Sindacale di Amsterdam altro non era che una creatura dell’imperialismo al servizio dell’imperialismo, e ciò che segue lo dimostrerà a sufficienza.
Riprendiamo ora l’esposizione.

Il Sindacato Rosso – Organo Sindacale del PCd’I

Il 1° ottobre 1921 usciva “Il Sindacato rosso” (Organo sindacale del Partito Comunista d’Italia); ed ecco la sua presentazione alla classe operaia:
«Inizia le sue pubblicazioni l’organo sindacale del Partito, “Il Sindacato Rosso”. Questo giornale, la cui necessità è vivamente sentita, che i compagni e le masse proletarie attendono con vivo interesse sarà dedicato ad esplicare in modo specialmente sistematico, uno dei compiti più importanti che il Partito, tutta la stampa del Partito, si prefiggono: la propaganda e l’azione sindacale, efficacemente contribuendo al lavoro dell’apposito organismo che il Partito si è costruito nel suo Comitato Sindacale Centrale di tutto il movimento che, fondandosi sui gruppi comunisti, il Partito svolge in mezzo alle organizzazioni economiche del proletariato. Le direttive sindacali del nostro Partito sono ben note, ed esse collimano perfettamente con quelle della Internazionale Comunista trovando caldo conforto nelle decisioni del recente Congresso mondiale dei Sindacati rossi. Il punto di vista del Partito su tutti i problemi sindacali, da quelli di portata internazionale che investono la piattaforma dell’Internazionale Sindacale Rossa di Mosca nella sua lotta contro l’opportunismo di Amsterdam, fino alle particolarità delle battaglie economiche del proletariato italiano, dagli aspetti generali in rapporto alla dottrina comunista marxista della questione sindacale, allo studio ed alla difesa degli interessi diretti di tutti gli aggruppamenti proletari, sarà prospettata dalle colonne de “Il Sindacato Rosso”, di pari passo al procedere del lavoro di organizzazione e della battaglia sindacale del Partito, che strettamente si identifica col problema centrale della sua azione e lotta rivoluzionaria. Per l’opera del Comitato e del giornale sindacale il Partito impegna l’assidua partecipazione di tutte le Organizzazioni e di tutti i compagni.
«Il Comitato Esecutivo, il Comitato Sindacale»

Il Sindacalismo giallo al servizio del capitale

Quando il “Sindacato Rosso” fece la sua prima apparizione solo da pochi mesi era stata costituita a Mosca l’Internazionale Sindacale Rossa; nella stessa occasione la Confederazione Generale del Lavoro aveva dovuto gettare la sua maschera schierandosi apertamente con i gialli di Amsterdam. Ma già all’indomani del suo primo congresso la struttura del Profintern aveva cominciato a scricchiolare. Gli anarchici immediatamente cominciarono a preparare la loro scissione. Così, in breve tempo, avemmo da una parte i socialdemocratici apertamente schierati con la borghesia nazionale ed internazionale, dall’altra i finti rivoluzionari che in nome della “libertà” non esitarono un istante a spezzare il fronte sindacale rivoluzionario. Di fatto quindi tra riformisti e pseudo rivoluzionari si costituì un fronte unico anticomunista.
Come abbiamo dimostrato nei precedenti rapporti, l’Internazionale di Amsterdam era legata a doppio filo alla Società delle Nazioni, ossia alla Società del brigantaggio internazionale.
Suo compito principale era, naturalmente, quello di mantenere il movimento proletario internazionale sotto la cappa della collaborazione di classe e, in secondo luogo, nella scissione dei sindacati medesimi ogni volta che al loro interno si manifestava la precisa e determinata volontà di lotta sul terreno dello scontro di classe.
«Nello stesso momento in cui cedevano su tutta la linea alla pressione borghese, i dirigenti riformisti iniziavano il loro attacco contro gli operai rivoluzionari […] essendo decisi a epurare le organizzazioni dai germi rivoluzionari, intrapresero una vera e propria offensiva contro il movimento sindacale rivoluzionario.
«[…] Per conservare la loro autorità, i dirigenti dell’Internazionale di Amsterdam non esitarono ad escludere non soltanto singoli individui e gruppi, ma intere organizzazioni. […] Così hanno fatto i dirigenti della CGT francese, la stessa strada hanno imboccato i riformisti cecoslovacchi e i dirigenti della ADGB tedesca. Gli interessi della borghesia esigono la scissione del movimento sindacale. […]
«Questa campagna di Amsterdam contro i sindacati rivoluzionari rispecchia la campagna del capitale internazionale contro la classe operaia. Essa persegue il medesimo fine: rafforzare il sistema capitalistico a spese delle masse lavoratrici. Il riformismo è preoccupato della sua prossima fine; mediante le esclusioni e la scissione degli elementi più combattivi intende indebolire al massimo la classe operaia per renderla incapace di conquistare il potere e i mezzi di produzione.» (Direttive del IV Congresso del Komintern per l’azione comunista nei sindacati – dicembre 1922)
Leggiamo sul “Sindacato Rosso”: «Dopo aver denigrato l’opera dei compagni russi; dopo aver favorito l’azione dell’Intesa contro la Repubblica Ungherese dei Soviety; dopo aver coperto di insulti e di contumelie i comunisti europei, i superuomini della socialdemocrazia e del socialpatriottismo internazionale, si decidono alla cacciata dei comunisti e dei rivoluzionari dai sindacati.» (03/10/1921)
Questa loro attività di epurazione era già cominciata in Germania, in Inghilterra, in Italia, ma simili sistemi venivano usati in ogni paese d’Europa e finanche in America.
In Germania, non appena una organizzazione veniva influenzata dalle direttive comuniste, subiva la sorte di essere senz’altro espulsa in nome della disciplina di principio che deve esistere nei sindacati. La disciplina: l’immancabile rivendicazione di tutti i deviazionisti.
Ma fu in Francia che si procedette in grande stile alle epurazioni. I Comitati Sindacali rivoluzionari acquistavano sempre una maggiore influenza all’interno della CGT, era quindi necessario impedirne l’attività, scioglierli ed espellere gli irriducibili; così al Congresso di Lille, nel luglio 1921, venne stabilito che «l’azione delle minoranze […] non può essere tollerata allorché prende un carattere d’opposizione pubblica alle decisioni regolarmente prese dalla maggioranza. Come un organizzato non può appartenere a due sindacati, un sindacato a due federazioni, i raggruppamenti confederali si interdicono di appartenere a due internazionali sindacali.»
Nonostante ciò, comunisti e sindacalisti rivoluzionari continuavano ad aumentare la loro influenza tra la massa del proletariato organizzato, e questo non poteva essere ammesso dai vertici opportunisti della CGT che approvarono due nuove mozioni che ordinavano lo scioglimento dei Comitati e minacciavano l’espulsione di tutti coloro che non si fossero uniformati alla volontà dei bonzi. Le citate mozioni scritte in una prosa da fare invidia alla peggiore ipocrisia gesuitica, nella sostanza dimostravano che i bonzi sindacali francesi si proponevano di spezzare l’unità sindacale. Solo per mezzo di questa pratica essi potevano sperare di conservare le posizioni acquisite e mettere le organizzazioni proletarie al servizio del capitale.
Infatti, dopo aver posto fuori dai quadri delle organizzazioni tutti gli esponenti rivoluzionari che resistevano attivamente all’offensiva capitalistica, riuscirono a spezzare in due la vecchia CGT tentando di imporre alla reale maggioranza degli iscritti la cessazione di ogni propaganda contro le direttive conciliative e socialpatriote.
«Noi speriamo però – commentava “Il Sindacato Rosso” – che i nostri compagni non cederanno davanti alle imposizioni di chicchessia, e che i lavoratori di Francia, anziché lasciarsi cacciare dai lacchè del capitalismo prenderanno la scopa e faranno il repulisti.» (03/10/1921)
Abbiamo appena visto come i sindacati aderenti all’Internazionale gialla di Amsterdam, in tutti quanti i paesi, procedessero alla espulsione dei singoli e delle organizzazioni che rifiutavano di rimanere nell’ambito della pace sociale e collaborazione di classe che, tradotto in parole semplici, significa asservimento agli interessi del capitale.
“Il Sindacato Rosso” del 4 marzo 1922 riportava tutta una serie di espedienti ai quali i bonzi ricorrevano per mantenere il loro potere sull’organizzazione sindacale: «Abbiamo visto degli operai comunisti espulsi dalle organizzazioni … perché disoccupati». Le organizzazione locali e di mestiere ricevevano trattamenti diversi a seconda se erano dirette da socialdemocratici o da comunisti: «Mentre a quelle dirette dai confederali venivano condonati gli importi delle tessere e concessi dei sussidi, […] a quelle dirette dai comunisti si pose il dilemma: o pagare immediatamente o uscire dalle file, anche se erano state devastate dalla furia fascista e se avevano dovuto sostenere delle lunghissime lotte contro la classe padronale». Inoltre, per eliminare la presenza dei comunisti dalle direzioni delle Camere del Lavoro si tentava «di trasformare i segretari delle Camere del Lavoro in tanti sopraintendenti alla dipendenza diretta del potere centrale, e si mira[va] ad imporre personale proprio persino alla dirigenza delle singole leghe. […] Se gli operai vogliono è così e se non vogliono se ne vadano fuori dai piedi …». Non riporteremo tutti gli episodi citati dal nostro giornale sindacale, ci limiteremo a ricordare quanto accaduto all’interno della FIOE della Venezia Giulia dove un comunista venne eletto a segretario degli edili, ma i dirigenti federali imposero un funzionario di loro fiducia. «I compagni della Venezia Giulia non ne vollero sapere e dissero che le loro quote […] dovevano servire a pagare un segretario che rispecchiasse le loro idee politiche e non quelle dei funzionari centrali; ma la Federazione impose la sua volontà. Cosicché oggi vediamo un segretario imposto dalla centrale il quale si pappa lo stipendio di coloro che non lo possono sopportare».
Gli episodi che abbiamo riportato non vanno inquadrati nel ristretto ambito locale perché essi «dimostrano chiarissimamente che ci troviamo di fronte ad una nuova offensiva dei funzionari sindacali la quale, ispirata da Amsterdam, mira in vario modo ad impedire la diretta corrispondenza delle masse con il Partito Comunista e il loro amalgamarsi, il loro fondersi per l’azione. Noi assistiamo ad un tentativo audace da parte dei funzionari, di creare al di sopra del proletariato tutta una ramificazione burocratica che comprima ogni azione diretta della classe operaia e ne soffochi ogni iniziativa. Bisogna che i comunisti impediscano questo tentativo, lanciandosi fra le masse e facendo loro comprendere i pericoli a cui vanno incontro se non agiscono in modo che il potere della burocrazia sindacale sia definitivamente infranto». (Il Sindacato Rosso – 04/03/1922)
È interessante notare che mentre l’Internazionale di Amsterdam si prodigava ad espellere dalla propria organizzazione tutti i sindacati rivoluzionari, al suo interno si verificava addirittura una scissione a destra. La Confederazione Generale Americana, diretta dall’ultra destro Gompers, si era staccata da Amsterdam definendo quest’ultima “rivoluzionaria” e quindi inconciliabile con le organizzazioni americane. A queste “infamanti” accuse, il 5 aprile del 1921, l’Internazionale di Amsterdam rispondeva che assolutamente niente di rivoluzionario esisteva all’interno della propria organizzazione; che la parola d’ordine di “socializzazione” era di fatto la negazione di “socialismo”, che l’appello diretto a tutti i paesi contro il trasporto delle armi non aveva niente a che fare con l’aiuto alla Russia sovietica e che la proclamazione dello sciopero generale del 1° maggio 1920 non aveva nessuna finalità rivoluzionaria. In poche parole si assicurava Gompers che le loro linee guida erano le medesime e che gli americani avrebbero potuto senza alcun timore restare a far parte della Internazionale gialla.

Mosca – febbraio / marzo 1922 – Consiglio Centrale del Profintern

Dal 17 febbraio al 12 marzo 1922 si tenne a Mosca la seconda sessione del Consiglio Centrale allargato del Profintern. Erano rappresentati i seguenti paesi: Austria, Bulgaria (i delegati bulgari rappresentavano anche gli altri paesi balcanici), Cecoslovacchia, Corea, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Giappone, India, Inghilterra, Italia, Lituania, Norvegia, Olanda, Polonia, Russia, Spagna, Stati Uniti, Svezia, Svizzera, Ungheria. Altri delegati dell’estremo oriente partecipavano in qualità di invitati.
Prima di procedere nella nostra trattazione è il caso di soffermarci un attimo e spendere alcune parole sul caso particolare norvegese; questo per comprendere meglio una delle risoluzioni (la prima) adottate dal Consiglio centrale del Profintern.
Il Partito Operaio norvegese, avendo dichiarato di accettare le 21 condizioni di Mosca, senza che avesse avuto luogo né un congresso, né una scissione, era entrato in blocco a far parte della III Internazionale. Così ogni socialdemocratico aderente a quel partito, di punto in bianco, si trovava ad essere trasformato in “comunista”. Ma un fatto ancora più “strano” si verificava nel campo sindacale: la Confederazione sindacale norvegese diretta dai “comunisti” rimaneva comunque nella Internazionale gialla di Amsterdam nonostante che la stragrande maggioranza dei proletari fosse solidale con quella rossa di Mosca.
Anziché rompere immediatamente con Amsterdam era stata promossa una “inchiesta” tra gli operai dalla quale era apparso chiaro che oltre l’80% del proletariato norvegese era schierato a favore del Profintern. Però la separazione era stata rimandata al futuro congresso del 1923.
Una situazione che richiamava alla mente quella italiana del 1919/20.
Nel frattempo i capi sindacati del paese scandinavo avevano proposto l’incontro tra le due Internazionali (la rossa e la gialla) allo scopo di elaborare forme e metodi comuni di lotta contro l’offensiva capitalista.
Torniamo ora a trattare del Consiglio Centrale del Profintern.
La prima risoluzione adottata (5 marzo 1922) dal Consiglio si ispirò alla iniziativa già intrapresa dalla organizzazione norvegese. Brutto segno quando una Centrale si fa dettare la tattica da una organizzazione locale, anche se ad essa appartenente, ed ancor più brutto se questa organizzazione appartiene alla Internazionale antagonista.
La proposta norvegese venne considerata come tentativo di una pratica realizzazione, a livello internazionale, di fronte unico del proletariato e quindi conforme «ai passi fatti dall’Ufficio Esecutivo dell’ISR che ha già, a parecchie riprese, invitato il Comitato Direttivo della FSI di Amsterdam a intraprendere un’azione comune su alcune questioni attuali, senza che tuttavia queste richieste fossero comprese ed accolte». Più avanti vedremo infatti la risposta di Amsterdam alla iniziativa proposta dall’ISR a favore dei metallurgici inglesi.
Nonostante tutto l’Internazionale sindacale rossa si dichiarò disponibile a partecipare ad una conferenza congiunta delle due internazionali. [Dobbiamo tenere presente che esattamente un mese dopo si tenne a Berlino la Conferenza delle tre Internazionali politiche]. I delegati norvegesi vennero incaricati di elaborare un progetto di base per il lavoro comune tra le due Internazionali sindacali. Fu comunque ribadito che nessuna organizzazione aderente al Profintern potesse partecipare a conferenze o congressi nei quali non fossero presenti i delegati ufficiali dell’ISR.
La seconda risoluzione riguardò l’unità del fronte proletario in risposta all’offensiva capitalista.
Il Consiglio dell’ISR partiva dalla constatazione dell’intensificarsi in tutto il mondo dello sfruttamento del lavoro togliendo al proletariato anche quelle sue più elementari conquiste considerate ormai acquisite. L’Internazionale gialla, di fronte a questa offensiva sistematicamente condotta dal capitale mondiale che causava una continua pauperizzazione delle grandi masse operaie, non attuava nessuna azione concreta in difesa delle condizioni di vita del proletariato. Da parte loro l’ISR, i sindacati rivoluzionari ed i comunisti dovevano darsi lo scopo dell’unità del fronte proletario riunendo tutti gli operai organizzati e non, ed anche le organizzazioni aderenti ad Amstedam ma disposte ad ingaggiare l’azione di classe, a condurre la battaglia per semplici obiettivi, condivisibili da tutti, quali la lotta contro la riduzione dei salari, contro il prolungamento della giornata di lavoro, contro l’intensificazione dello sfruttamento in particolar modo delle donne e dei fanciulli le cui irrisorie retribuzioni causavano di conseguenza un ulteriore immiserimento dell’intera classe operaia. Il raggiungimento di questi pur minimi obiettivi avrebbe comunque favorito «il ritorno al lavoro di milioni di disoccupati, altrimenti votati ineluttabilmente alla miseria e alla morte».
Mentre a difesa del padronato interveniva lo Stato impiegando energicamente il suo potere contro la classe lavoratrice, di conseguenza quest’ultima era costretta a trasformare la sua difesa di classe in offensiva contro il potere borghese. Cosa questa che trovava l’energica opposizione dei gialli di Amsterdam che non solo rifiutavano la lotta per la dittatura del proletariato, ma negavano addirittura il loro sostegno a tutta una serie di azioni economiche che avrebbero potuto compromettere l’uscita dalla crisi del capitalismo. Naturalmente si trattava di una politica inconciliabile con quella dell’ISR che, lontana dal desiderare la ricostruzione del capitalismo, ne auspicava l’abbattimento.
Dopo avere ribadito la disponibilità del Profintern «ad agire di concerto con tutte le organizzazioni operaie, quali che siano le loro opinioni politiche» pur di realizzare «un fronte unico sul terreno della difesa degli interessi economici della classe operaia», il Consiglio si poneva il problema della difesa di quelle categorie più deboli ed a questo riguardo stabiliva che «le rivendicazioni delle categorie di operai meno indispensabili alla produzione devono essere allacciate a quelle dei lavoratori lo sforzo dei quali è assolutamente necessario alla vita sociale».
Allo stesso modo veniva stabilito che nel caso di sciopero di ferrovieri, marinai, minatori ed in industrie di una portata internazionale, «gli scioperanti debbono essere sostenuti attivamente dai lavoratori di tutti i paesi vicini».
Un altro compito che si imponeva alla Internazionale sindacale rossa era la solidarietà con le lotte di classe nei paesi coloniali o semi-coloniali «quali le Indie, la Cina ed il Giappone, [dove] la classe operaia è simultaneamente alle prese con una giovane borghesia indigena arrivata al potere e con gli sfruttatori ed oppressori stranieri. Incombe il dovere all’ISR ed ai lavoratori dei vecchi paesi capitalisti, di venire in aiuto, moralmente e materialmente, al giovane proletariato rivoluzionario d’Estremo Oriente in lotta per conquistare condizioni umane di esistenza contro gli sfruttatori stranieri ed indigeni.»
Riconosciuto che, a prescindere dalla organizzazione sindacale a cui i proletari appartenessero, il fattore decisivo per la realizzazione del fronte unico risiedeva nell’azione pratica e nel rifiuto categorico di collaborazione di classe, ne conseguiva una tattica inconciliabile con la politica dei bonzi di Amsterdam, i quali, a differenza dell’ISR, cercavano con ogni mezzo di spezzare sia la lotta di classe, sia le stesse organizzazioni sindacali non appena vedevano in pericolo la propria egemonia.
Prevedendo che i dirigenti riformisti avrebbero rifiutato le proposte del Profintern, veniva data la raccomandazione «di appellarsi, al di sopra di questi dirigenti, alle masse aderenti alle loro organizzazioni denunciando loro la tattica criminale dei loro capi ed il pericolo che essi rappresentano per la classe operaia. […] Più il lavoro dei sindacati rossi sarà energico e sistematico e diretto con la coerenza dello scopo a cui esso mira, e più rapidamente essi riusciranno a raggruppare i lavoratori di tutte le tendenze su di una piattaforma pratica e rivoluzionaria offensiva e difensiva».
La terza risoluzione riguardava “L’Opera di scissione di Amsterdam”.
Abbiamo già rilevato come tutta l’opera della Internazionale gialla tendesse alla collaborazione di classe, o per meglio dire, all’asservimento totale del proletariato alle necessità del capitalismo, visto che da parte borghese veniva condotta una offensiva antiproletaria su tutti i fronti.
Nella loro battaglia a favore degli interessi capitalistici i gialli non si facevano scrupoli nel distruggere e spezzare le organizzazioni sindacali. Un risultato che potevano considerare come una loro vittoria (e di fatto lo era) era dovuto all’abbandono dei sindacati da parte di milioni di lavoratori esasperati. Di natura opposta erano le direttive di azione dell’ISR che, contro tutte le manovre di sabotaggio dei capi riformisti, incitava tutti gli organizzati a restare nei sindacati e combattere instancabilmente per la loro trasformazione in organizzazioni rivoluzionarie.
Per quanto riguarda la linea di condotta da seguire da parte degli espulsi riproponiamo integralmente quanto riportato dal “Sindacato Rosso”:
«I militanti esclusi e le sezioni sciolte sono tenute ad usare tutti i mezzi statutari per ottenere la loro reintegrazione. Nell’intervallo le sezioni sciolte debbono funzionare come prima osservando, fin dove è possibile, i regolamenti dei sindacati. Se parecchie sezioni di un sindacato sono state escluse o se in un paese parecchi sindacati lo sono stati, i membri dell’ISR hanno il dovere di raggruppare gli esclusi e di annodare strette relazioni fra di essi e le organizzazioni già aderenti alla ISR.
«È opportuno, come mezzo di protesta energica contro le esclusioni, di inscrivere nei sindacati rivoluzionari, sull’esempio di quanto è stato fatto in Isvizzera, i militanti od i gruppi o sezioni, esclusi dai sindacati, anche se appartenenti ad un’altra professione o ad un’altra industria mantenendoli in tal modo in tutti i loro diritti.
«Nei paesi dove, come in Francia, gli uomini di Amsterdam hanno terminata la loro opera di scissione, le organizzazioni rivoluzionarie devono difendere il principio dell’unità sulla base della libertà di discussione e della rappresentanza proporzionale in tutti i comitati.
«Se malgrado tutti gli sforzi non è possibile ottenere la reintegrazione di tutti i militanti nei loro sindacati o se dei sindacati intieri sono stati esclusi dalle loro federazioni d’industria, gli esclusi devono richiedere la loro reintegrazione all’organismo centrale sindacale.
«E’ importante che questi passi non siano fatti soltanto dal punto di vista formale dell’unità operaia».
La quarta risoluzione invece prendeva in esame il rapporto tra l’ISR e gli anarco-sindacalisti.
A questo proposito veniva testualmente affermato: «L’ISR rappresenta la concentrazione di tutte le forze sindacali rivoluzionarie e riunisce sotto le sue bandiere i lavoratori sindacalisti, comunisti o politicamente neutri; ma dei malintesi e delle confusioni si sono prodotte in taluni centri sindacalisti, circa le risoluzioni del primo Congresso dell’ISR relativi ai rapporti di quest’ultima con l’Internazionale Comunista.
«Il Consiglio Centrale dichiara che queste risoluzioni non devono in alcun caso essere interpretate come significanti la subordinazione dei sindacati ai Partiti Comunisti o l’ISR all’IC e che esse tendono unicamente a realizzare la concentrazione di tutte le forze organizzate della classe operaia in vista del rovesciamento del regime capitalista.»
Riguardo alla prospettata realizzazione di una Internazionale anarco-sindacalista, il Consiglio Centrale si sentiva in dovere di «mettere le organizzazioni rivoluzionarie in guardia contro questa opera di scissione e di protestare contro questo attentato all’unità proletaria. Esso considera che una tale “Internazionale” di settari sarà votata ad una completa impotenza». Come di fatto avvenne!
Data l’estrema importanza che i comunisti danno all’unità della classe operaia veniva rivolto l’appello a tutte le organizzazioni anarco-sindacaliste, comprese quelle che si erano pronunciate contro l’ISR, a partecipare all’imminente secondo congresso nel corso del quale ci si diceva certi che sarebbe stata trovata una piattaforma comune sulla quale basare il blocco di tutte le forze rivoluzionarie.
Nella quinta risoluzione concernente i “Comitati di propaganda internazionale” possiamo leggere: «Il C.C. approva la tattica applicata finora, e formula il voto che essi continuino in avvenire, con una energia raddoppiata, la loro propaganda dei principi della lotta di classe rivoluzionaria». Ai comitati di propaganda veniva affidato il particolare compito di elaborare un programma di azione concreta con l’individuazione dei principali mezzi di difesa contro l’offensiva padronale. Ma oltre a questo, i Comitati di propaganda erano investiti di un altro compito, forse ancor più importante, e cioè di sbarrare la via all’opera scissionista e traditrice svolta dall’Internazionale di Amsterdam e dagli organismi da essa controllati. A questo proposito veniva fatto l’esempio dei «segretariati internazionali che assistono quasi sempre inattivi e impassibili alle vaste azioni difensive del proletariato che si producono spontaneamente in tutti i paesi». Riguardo ai Segretariati internazionali veniva ricordato come, nella loro opera di scissione e sabotaggio del movimento sindacale, rifiutavano di ammettere i sindacati russi nel seno delle Federazioni internazionali, come nei loro congressi internazionali avessero sempre negata la presenza dei delegati russi, ricorrendo perfino all’intervento della polizia dei governi borghesi per impedirne la partecipazione: «Congresso dei metallurgici a Lucerna, congresso degli edili a Bregeuz [probabilmente “Bregenz”- N.d.r.]».
Ai Comitati di propaganda si affidava il compito di «fare tutto ciò che [era] in loro potere per salvaguardare l’unità di organizzazione delle Federazioni internazionali» e, restando al loro interno, «svolgere una azione energica contro la scissione del movimento sindacale, per l’ammissione di tutte le organizzazioni sindacali senza eccezione, nel seno delle Federazioni internazionali delle loro industrie. […] Opporre al capitale aggressivo nell’attuale periodo di offensiva padronale, un fronte operaio unito».
La sesta ed ultima risoluzione riguardava “i rapporti del Comitato Esecutivo”. Il C.C., riconosciuto che il Comitato Esecutivo era riuscito a dare un carattere rivoluzionario al movimento sindacale internazionale facendo dell’ISR il centro dell’azione rivoluzionaria; approvava tutte le misure prese in vista della creazione del fronte unico proletario. Tra queste la proposta avanzata alla Internazionale gialla per una comune campagna contro il terrore bianco in Spagna ed in Jugoslavia; e contro la scissione del movimento sindacale in Francia.
Veniva riconosciuta la necessità di stampare un organo centrale dell’ISR che potesse fornire agli operai rivoluzionari le indispensabili armi per la loro organizzazione e propaganda.
Si approvava la formazione di un Comitato per l’Estremo Oriente allo scopo di svolgere una vasta attività fra le masse indigene. Il Comitato Esecutivo veniva quindi sollecitato a dare il massimo impegno per lo sviluppo dei sindacati in tali paesi salvaguardandoli dal «pericolo della scissione e dell’evoluzione social-riformista ed imperialista». Grande importanza veniva infatti attribuita al movimento operaio nei paesi Orientali «dove l’evoluzione industriale sollecita la necessità d’una collaborazione in questo movimento».
Altro impegno di cui il Comitato Esecutivo doveva farsi carico erano i rapporti con la Gioventù Operaia; venivano lodate le iniziative intraprese per stabilire una stretta collaborazione tra l’ISR e l’Internazionale Giovanile comunista. La risoluzione concludeva: «Il CE deve fare tutto il possibile per difendere energicamente gli interessi della gioventù operaia, ed ottenere dalla classe operaia organizzata, che abbia a sostenere con tutte le sue forze gli interessi economici dei giovani ed assicurare loro una rappresentanza autorizzata godente di pieni diritti nella direzione di tutte le organizzazioni sindacali.»
[Tutte le citazioni riguardanti le risoluzioni adottate dal Consiglio Centrale dell’ISR sono state tratte da “Il Sindacato Rosso” n. 15 e n. 16 del 15 e 22/04/1922 – N.d.r.]

Roma – aprile 1922 – Congresso dell’Internazionale gialla

“Il Sindacato Rosso” del 4 marzo 1922 portava la notizia che Il Comitato Direttivo dell’Internazionale di Amsterdam, nella sua riunione dello scorso 22/23 ottobre 1921, aveva deliberato che il prossimo congresso internazionale dei sindacati gialli si sarebbe tenuto a Roma il successivo 20 di aprile. Ed il giornale sindacale comunista commentava: «Il motivo di una simile decisione, alla quale ha partecipato anche il Gran Lama D’Aragona, è intuitivo: si vuole dimostrare al mondo intero che il proletariato italiano – quello stesso proletariato che è stato ad un capello dalla rivoluzione – è ormai completamente GUARITO dalla psicosi di guerra, e si appresta ad introdurre il proprio collo nel nodo scorsoio della libera democrazia occidentale. […] Noi ci auguriamo però che la nostra massa organizzata non sopporterà di soggiacere a quest’onta, e al primo apparire dei ruffiani del capitalismo mondiale e dei cinici massacratori di Spartaco, saprà dar loro una tale lezione, sì da […] levar loro per sempre il desiderio di presentarsi fra noi a nome del …. proletariato mondiale».
Il 18 marzo, tornando sull’argomento, “Il Sindacato Rosso” scriveva: «I dirigenti confederali […] stanno preparando grandi accoglienze ai loro ospiti. Ad essi non par vero di poter finalmente accogliere i grandi giullari della Società delle Nazioni e di ricevere da questi la più alta testimonianza di riconoscenza per l’opera antiproletaria compiuta. Eppure la loro attività controrivoluzionaria non ha nulla da invidiare a quella dei social-democratici e social-patrioti degli altri Stati. Fra noi, essi hanno conseguito quegli identici risultati che gli Appleton, i Thomas, gli Jouhaux, i Dissmann, ecc. hanno ottenuto negli altri paesi. Dappertutto e ovunque, le classi operaie che dopo la guerra miravano ad impossessarsi del potere politico e ad instaurare la propria dittatura, furono, con la frode e con la violenza, disarmate e consegnate alla mercé del capitale. Ora al posto della Repubblica Mondiale dei Soviety, abbiamo la reazione imperialista su tutti i fronti e la minaccia imminente della completa disfatta dei lavoratori».
Il periodico sindacale del partito dava atto ai bonzi italiani di avere superato, in quanto ad ipocrisia, i loro colleghi degli altri paesi e ricordava come D’Aragona, nel 1920, avesse apposto la sua firma, assieme a quella di Losovsky, sul manifesto che, riconosciuta l’inefficienza dell’Internazionale gialla di Amsterdam, incitava il movimento sindacale internazionale a porsi sul terreno della rivoluzione per l’abbattimento del regime capitalista e l’instaurazione della dittatura del proletariato. Ma di questo abbiamo già abbondantemente parlato.
L’ “Avanti!”, edizione milanese, del 21 aprile titolava: «L’Internazionale sindacale di Amsterdam inaugura il suo Congresso», mentre quello dell’edizione romana era: «La solenne inaugurazione del congresso internazionale dei sindacati di Amsterdam», di contro, nel “Comunista” dello stesso giorno, in prima pagina, campeggiava la seguente frase: «Abbasso i traditori del proletariato». “Il Lavoratore”: «I traditori di Amsterdam»; “L’Ordine Nuovo”: «I lacché del capitalismo mondiale riuniti a congresso a Roma».
Questo era il benvenuto che i nostri giornali riservavano ai congressisti: «I comunisti italiani hanno il dovere di esprimere tutto il loro disprezzo ai convenuti, responsabili dei più grandi tradimenti verso la classe operaia. I capi della internazionale sindacale di Amsterdam sono ben noti ai nostri compagni […]».
Nell’occasione il PCd’I aveva dato disposizione per una grande e capillare affissione di manifesti contro il congresso dei traditori gialli, affissione che avrebbe dovuto coprire i punti più importanti e significativi della città di Roma e dintorni.
Il manifesto del partito denunciava al proletariato italiano l’operato dell’Internazionale gialla, ponendo in luce come essa continuasse a svolgere una politica di collaborazione con la classe borghese-padronale, e di complicità con l’imperialismo mondiale, come fosse responsabile del sabotaggio dell’unità di azione del proletariato, come difendesse e sostenesse l’obiettivo della ricostruzione capitalistica e come operasse per la disfatta delle azioni di massa intese a contrapporsi, su di un fronte di lotta rivoluzionaria, all’offensiva politica ed economica del capitale.
Per l’esecuzione di questo nostro benvenuto ai delegati di Amsterdam erano stati incaricati gli attacchini comunali della vicina Tivoli, comune sotto amministrazione comunista. Senonché questa iniziativa di attacco frontale venne “sconsigliato” dai vertici dell’Internazionale comunista, e dovemmo desistere.
L’internazionale comunista, in nome di un irrealizzabile “fronte unico proletario”, si era già posta su di un piano di scontro meno duro nei confronti dei traditori dichiarati del proletariato internazionale, sia politici che sindacali.
Quando a Roma si aprì il Congresso dell’Internazionale gialla di Amsterdam, si era appena chiusa, a Berlino, la conferenza delle tre internazionali politiche. A questa ultima faremo ora solo un breve accenno, ma in seguito sarà cura del Partito dedicarvi un più approfondito esame e studio.

Berlino – aprile 1922 – Convegno delle tre internazionali

Tutto era partito dal KPD che, nel dicembre 1921, aveva resa pubblica la seguente proposta: «In considerazione della situazione internazionale, in particolare dei pericoli che minacciano la classe operaia quali le rivalità imperialistiche, la crisi della questione delle riparazioni, la crescente disoccupazione, la carestia nella Russia sovietica e il suo isolamento economico, la Centrale del KPD nella riunione del 21 u.s. ha deciso di proporre all’Esecu­tivo della Internazionale Comunista di fare sollecitamente dei passi per dar vita ad una collaborazione di tutte le organizzazioni internazionali della classe operaia: Internazionale Comunista, Internazionale Sindacale Rossa, Federazione Internazionale Sindacale (Amsterdam), Unione Internazionale Operaia dei Partiti Socialisti (Vienna), Seconda Internazionale (Londra). Gli obiettivi di un’azione comune, a giudizio della Centrale del KPD, devono essere i seguenti: 1. Annullamento internazionale dei debiti di guerra; 2. Impedire nuovi armamenti; 3. Impedire azioni di forza dell’imperialismo francese, come ad es. l’occupazione della Ruhr, l’affamamento dell’Austria e altri atti di prepotenza impe­rialistici; 4. Riconoscimento della Russia sovietica; 5. Eliminazione del blocco alla Russia sovietica e crediti per la sua ricostruzione; 6. Riconoscimento internazionale della giornata di lavoro di otto ore». (“Rote Fahne” – 23/12/1921)
Venuto a conoscenza di questa iniziativa il PCd’I espresse immediatamente il proprio parere negativo attraverso un telegramma inviato a Mosca il 28 dicembre: «Avendo appreso […] proposta del K.P.D. relativa ad approcci Esecutivo presso tutte le internazionali, consideriamo nostro dovere richiamare attenzione [su] questo atto assolutamente non preparato […]. Senza pronunciarci sul fondo della questione […] insistiamo pericolo grave azione precipitosa.» La proposta del KPD invece piacque ai dirigenti della “Internazionale due e mezzo” (l’opportunismo riesce sempre a cogliere la palla al balzo!) che la fecero propria e proposero alla II ed alla III Internazionale un incontro preliminare basato su di un o.d.g. molto più ridotto rispetto a quello proposto dal KPD: 1 – Situazione economica in Europa ed azione di classe, e 2 – lotta del proletariato contro la reazione.
Ancora una volta il Partito Comunista d’Italia fu costretto, anche se inutilmente, ad esprimere il suo chiaro punto di vista in merito alla tattica del Komintern ed al progettato incontro tra le varie internazionali:
«Data la situazione internazionale e lo stadio di formazione di alcuni partiti comunisti e della liberazione dalle illusioni democratiche dei lavoratori di alcuni paesi occidentali, è da respingersi la tattica di convenzioni politiche anche formali tra l’I.C. e le altre internazionali politiche.
«L’IC dovrebbe prendere, quando il momento fosse giunto, la ­iniziativa di un fronte unico sindacale, e attraverso un appello della ISR a tutte le centrali sindacali sulla seguente base di rivendicazioni: rispetto dei patti di lavoro (salari, orari, ecc.), libertà di organizzazione e di sciopero, ecc.
«Tale opera potrà iniziarsi limitatamente alle centrali sindacali di un dato gruppo di paesi.
«Anche se nei manifesti e appelli pubblici si seguitano a svolgere gli aspetti banali e esteriori della tattica del fronte unico, dalla riunione del CE allargato deve uscire una esauriente delucidazione teorica e tattica dei termini del problema, se si vuole efficacemente superare le obiezioni del semplicismo dominante in molti compagni anziché retrocedere anche in apparenza al semplicismo peggiore della tradi­zionale demagogia opportunista che incoraggia nelle masse e nei militanti la pigrizia e l’assenza di combattività, parlando vagamente di unità operaia come di un miscuglio incolore in cui naufraghereb­bero ogni chiarezza e forza di direttive.» (Punto di vista del PCd’I sulla tattica del Komintern – gen/feb 1922)
Inoltre il C.E. del PCd’I, ai delegati italiani alla conferenza dell’Esecutivo Allargato dell’IC, inviava il seguente telegramma: «Confermiamo mandato respingere proposta accettazione invito Internazionale Vienna per conferenza mondiale Partiti proletari.
«Sostenete nostra formola riunioni centrali sindacali qualunque tendenza. Completatela con proposta che ogni centrale sindacale invii rappresentanza proporzionale delle varie frazioni politiche militanti nel suo seno.
«Noi formuliamo questa proposta per l’Italia se accettata permette indipendente azione comunista per dati scopi a mezzo del fronte unico se respinta responsabilità ricade su socialdemocratici.
«Dateci notizie. Saluti.» (14/02/1922)
Però sia il Komintern che Lenin non furono dello stesso parere e la III Internazionale aderì all’invito.
Il giorno di sabato 1° aprile, a Berlino, presso il palazzo del Reichstag si tenne quella che avrebbe dovuto essere la prima seduta delle tre Internazionali. Venne inoltre ammesso anche il Partito socialista italiano pur non appartenendo a nessuna delle tre.
Il quotidiano del PSI ci tiene ad evidenziare il comportamento dei comunisti, non idoneo sia alla sacralità del luogo, il Reichstag, sia alla solennità della riunione: «La Terza Internazionale ha mandato qui – oltre ai suoi rappresentanti ufficiali – un esercito intiero di compagni e compagne che si muovono e si agitano, attivi e rumorosi. […] Gente di ogni paese, che hanno preso d’assalto il Reichstag, che ci ospita largamente nelle sue sale, come una terra di conquista». (“Avanti!” – 09/04/1922). Che rozzi questi comunisti! Vogliamo metterli a confronto con l’eleganza di Serrati, Baratono e Fioritto?
Aprendo i lavori Federico Adler fece il solito discorso valido per tutte le occasioni e tipico di ogni opportunismo: Parlò della necessità dell’unione del proletariato internazionale. Affermò che proprio in quei giorni in cui il capitalismo internazionale si riuniva a Genova e per salvare se stesso non avrebbe esitato ad imporre nuovi oneri alla classe lavoratrice, si rendeva ancor più necessario trovare le premesse per una azione di lotta comune. «I partiti operai – affermava Adler – debbono sentire la responsabilità verso il proletariato che in questo momento pesa su di essi. […] Una azione comune tra le tre internazionali non è stata mai tanto necessaria quanto oggi. […] C’è un terreno comune, c’è uno scopo comune: la difesa del proletariato. Compiere questa difesa è supremo compito per tutti noi. Gravi sono le responsabilità di noi tutti, soprattutto di chi compromettesse il felice risultato di questa riunione». Secondo l’Internazionale senza numero per realizzare l’unità del fronte proletario internazionale – condizione indispensabile per la lotta contro le manovre del capitalismo – non si sarebbero dovute porre condizioni pregiudiziali, e quello sarebbe stato il segreto per la realizzazione di una comune azione.
Clara Zetkin, per la III Internazionale, lesse una dichiarazione, molto blanda ed accomodante, dell’Esecutivo del Komintern. Il documento ricordava come «la scissione della classe operaia era stata causata dal fatto che alcuni tra gli elementi che dirigevano la II Internazionale avevano concluso una alleanza temporanea con gli elementi imperialisti, cosa che, in molte organizzazioni del proletariato, aveva comportato un indirizzo controrivoluzionario».
Peccato, rileviamo noi, che quegli elementi che avevano stretto una comunanza di interessi, e non certo “temporanea”, con il capitalismo, fossero lì presenti, seduti allo stesso tavolo.
Il documento continuava ribadendo la parola d’ordine del fronte unico proletario il cui successo si sarebbe potuto ottenere con l’invito e la presenza, in un prossimo congresso pansocialista, anche delle internazionale sindacali di Mosca e di Amsterdam ed aperto a tutte le organizzazioni di classe, anche se non appartenenti alle due internazionali sindacali. «L’Internazionale comunista propone quindi di invitare anche queste organizzazioni, pensando anzitutto ai sindacalisti ed agli anarchici». Inoltre propose che la conferenza pansocialista si basasse sul seguente ordine del giorno:
1 – Difesa contro l’offensiva padronale
2 – Lotta contro la reazione
3 – Lotta contro nuove guerre imperialiste
4 – Aiuti per la ricostruzione della Repubblica sovietica russa
5 – Abolizione del trattato di Versailles e ricostruzione dei paesi devastati dalla guerra.
Vandervelde, delegato della II Internazionale fu l’unico a parlare in modo aperto, dimostrando fin dall’inizio il ruolo controrivoluzionario dell’organizzazione da lui rappresentata e quindi la impossibilità di un fronte unico anticapitalista ed antimperialista con simili organizzazioni. Ma non ci sarebbe stato bisogno dell’intervento dell’ex ministro di re Alberto per dimostrare questa inconciliabilità. Il formarsi dei partiti comunisti e della Internazionale di Mosca avrebbero dovuto chiarire a sufficienza che un solco incolmabile si era ormai tracciato tra il campo della rivoluzione e quello dell’opportunismo.
Nel suo intervento Vandervelde non attaccò il capitalismo, attaccò la Russia sovietica e l’Internazionale comunista. Dichiarò che il Komintern con il suo documento “fingeva di baciare con l’intento di avvelenare”. Riguardo alla necessità di una unione della classe operaia per la lotta contro la reazione, affermò che occorrevano della garanzie contro eventuali tentativi di scissione e noyautage da parte della Internazionale di Mosca. La conferenza innanzi tutto avrebbe dovuto affrontare i problemi della Georgia e della scarcerazione dei socialisti rivoluzionari detenuti in Russia e si sarebbe dovuto procedere ad una inchiesta al loro riguardo e se il governo russo avesse continuato nella sua azione si sarebbe dovuto lottare contro di esso per ottenere la garanzia “dei diritti più elementari degli uomini del suo territorio”. Ponendo queste perentorie condizioni:
1 – Rinuncia alla tattica di istituire frazioni sindacali. 2 – Nomina di una commissione delle tre Internazionali per esaminare la situazione in Georgia, e nei paesi nelle stesse condizioni, allo scopo di raggiungere un’intesa fra i partiti socialisti. 3 – Liberazione dei prigionieri politici e svolgimento di un processo contro i detenuti per reato di un delitto davanti ad una corte, accordando il diritto di difesa e di controllo al socialismo internazionale.
E, in ultimo, ebbe il coraggio di dichiarare che «in una stessa azione anticapitalista non possono operare perseguitati e persecutori.» Ed i persecutori, naturalmente, erano i bolscevichi.
Radek, per quanto avesse ricevuto disposizioni dallo stesso Lenin di tenere molto bassi i toni della polemica, di fronte ad una simile sfrontatezza da parte del venduto Vandervelde, firmatario del trattato di Versailles, non poté trattenersi dallo sbattere in faccia a questo figuro tutti i tradimenti ed i crimini compiuti dai partiti aderenti alla Seconda Internazionale.
«Vandervelde dovrebbe ricordare le promesse di Basilea contro la guerra convertitesi in piena collaborazione alla guerra. […] Oggi questo ministro dell’Intesa vuole esercitare un controllo sul come la Russia degli operai e dei contadini si difende dai suoi nemici. Ebbene, noi chiediamo l’istituzione di un tribunale internazionale per giudicare gli assassini di Rosa Luxemburg e Carlo Liebknecht! Via le mani dai tribunali russi, finché i socialisti di destra non avranno la coscienza pulita dell’assassinio di Rosa Luxemburg e Carlo Liebknecht! Ci si chiede di mettere in libertà i socialisti rivoluzionari che sono nelle carceri. Essi sono coloro che hanno perseguitato con le rivoltelle alla mano i capi della rivoluzione russa. Se voi chiedete la loro scarcerazione noi vi chiediamo allora: dove si trovano i capi e gli operai che lottarono nell’azione di marzo, e che parteciparono alla Repubblica dei Consigli di Monaco? Essi furono uccisi oppure languono nelle carceri di un governo al quale collaborano i socialisti di destra» (Il Comunista, 06/04/1922)
«Quanto ai social-rivoluzionari – diceva ancora Radek – dinanzi ai nostri tribunali essi hanno il diritto di difendersi liberamente. Se Vandervelde vuole venire a Mosca per difendere i social-rivoluzionari, lo saluteremo ben volentieri. Per conto nostro opporremo un buon accusatore comunista al firmatario del trattato di Versailles, al membro del governo che si rifiutò di incontrarsi con noi a Prinkipos e che contribuì a preparare la nuova offensiva contro la Russia dei soviet: un accusatore che conoscerà il passato dello stesso Vandervelde, e che dirà quello che sarà necessario.» (Il Comunista – 07/04/1922)
Sul caso Georgia, Radek affermò che da parte della Russia si era agito contro il governo menscevico perché esisteva tutta una documentazione a prova che esso sostenesse le guardie bianche nella lotta controrivoluzionaria ai danni dello Stato sovietico e rilevò come sia Vandervelde che Mac Donald non avessero fatto altro che ripetere «tutte le accuse che vengono fatte da Lloyd George. Noi soli siamo i lupi. I socialisti inglesi non hanno levato per l’Irlanda o l’Egitto le proteste che levano per la Georgia. La seconda internazionale si fa strumento dell’imperialismo inglese, sollevando contro di noi le accuse che sono la batteria dell’imperialismo contro la rivoluzione. L’indipendenza della Georgia significa la conquista della nafta da parte del capitalismo inglese. Prima della guerra nessuno dei socialisti aveva mai reclamato la indipendenza della Georgia dalla Russia czarista. Lo stesso Zeretelli, prima della rivoluzione bolscevica, era per l’annessione della Georgia alla Russia. I bolscevichi di Georgia hanno trovato dei documenti inoppugnabili che stabiliscono la complicità dei socialdemocratici georgiani con il governo inglese. La civiltà occidentale è la conquista dei pozzi di nafta: questa è la morale!» (Avanti! – 12/04/1922).
Pure Bucharin, rivolto a Vandervelde, non mancò di precisare: «Il borghese Vandervelde ha ritenuto opportuno di guidare, anziché un attacco contro l’offensiva borghese, un attacco contro l’Internazionale comunista. […] In sostanza Vandervelde si dimenticò che egli non doveva parlare come ministro reale del Belgio, ma come un dirigente operaio. […] I capitalisti di tutto il mondo fanno sforzi disperati per mobilizzare tutte le loro forze contro il proletariato e la Russia dei soviet, che raccoglie in sé le maggiori forze del proletariato stesso. Le organizzazioni operaie dovrebbero dunque rivolgere tutte le loro forze contro il capitale. No! I Vandervelde ed i Paul Faure in questo momento dirigono le loro forze contro la Russia dei soviet e contro la terza Internazionale! […] Ma ciò nonostante noi ripetiamo insistentemente le nostre domande: volete voi condurre insieme con noi la lotta per il pezzo di pane? Volete voi condurre la lotta comune contro l’offensiva del capitale? Volete voi lottare contro lo strozzamento della classe operaia tedesca? Nostro scopo è di ottenere l’unità di lotta di tutti i proletari. Chi, su questa questione provoca una scissione commette un delitto contro il proletariato». (Il Comunista, 08/04/1922)
Vale la pena di citare anche l’intervento di Serrati che, alla sua pratica attività opportunista, volle dare, a parole, toni intransigenti di sinistra assumendo addirittura la veste di difensore d’ufficio della Russia sovietica e dell’Internazionale comunista:
«Tutti abbiamo commessi molti errori: forse – non dispiaccia a Vandervelde – i giudici commisero più errori che gli accusati, con questa aggravante, che li commisero alleandosi ai nemici del proletariato, mentre gli accusati commisero errori per la rivoluzione e non per la borghesia […] Quando voi della seconda Internazionale avete fatto la guerra non avete sofisticato sui mezzi, e i governi coi quali voi divideste le responsabilità misero in opera la violenza e il terrore e la menzogna. Il partito di Mac Donald era al governo quando sir Roger Casement fu giustiziato: come dunque può questo partito proclamare il diritto dei popoli alla autodecisione? Allora anche per costoro il terrore era necessario, perché si doveva vincere la guerra! […] Così essendo che senso hanno le tre condizioni poste ai bolscevichi, e in quali condizioni furono poste? Forse avreste ragione voi di dire ai bolscevichi di non abusare della forza, se la vita della rivoluzione russa fosse assicurata. Ma essa attraversa ancora un periodo terribile: la borghesia, non avendo potuto abbattere con le armi, cerca di sterminarla con altri mezzi, e allora tocca a noi di difendere la rivoluzione […] non mettendo i comunisti in condizioni di debolezza di fronte ai loro nemici. […] In primo luogo si chiede loro di dare la libertà interna, cioè di mettere in grado i socialdemocratici di svolgere la loro politica. Ma non si può chiedere questo ai bolscevichi senza domandare loro di indebolirsi. […] La rivoluzione si serve dei mezzi di cui dispone: fa quello che può e che deve fare. […] Seconda condizione: la libertà della Georgia. Sarà bene che Vandervelde ricordi che egli e i suoi amici si opposero a coloro che a Zimmerwald lanciarono l’idea del diritto dei popoli di disporre della propria sorte. Essi si interessano ora della Georgia, perché i socialisti georgiani sono affiliati alla seconda internazionale. Io ritengo che non sia socialista, ma anzi risponda agli interessi dell’imperialismo il moltiplicare le frontiere, il creare sempre nuovi Stati. […] Il problema della Georgia è un problema secolare, che non può essere risolto con una commissione d’inchiesta; del resto perché una commissione per la Georgia e non una, per esempio, per l’Alta Slesia? O per l’Algeria, o per il Congo, o per la Libia. Soltanto perché c’è un rappresentante della Georgia nella Sezione di Londra? […] Terza condizione: Il “noyautage”, i noccioli [sic! Noi leggeremo: “nuclei” – N.d.r.] comunisti nei sindacati. Si vuole impedire ai comunisti di creare questi noccioli. Come potete avere paura, compagni belgi, di questo preteso “veleno”, voi che non temeste gli effetti di ben altro veleno, della collaborazione con la borghesia per fare la guerra? […] Non si può contestare ad un partito il diritto di raggruppare i compagni che pensano com’esso per fare un lavoro speciale di propaganda».
Serrati concludeva dicendo: «Il punto di vista di tutti i socialisti italiani è […] che bisogna difendere la rivoluzione russa, lottare contro la reazione mondiale, rivedere e abrogare l’infame trattato di Versailles, impedire nuove guerre. […]» (Avanti! – 12/04/1922)
Ci siamo soffermati sull’intervento di Serrati non tanto perché le accuse rivolte alla seconda Internazionale non fossero tutte assolutamente vere, ma soprattutto per dimostrare il carattere camaleontico dell’opportunismo che, all’occasione, non disdegna affatto di presentarsi con la veste dell’intransigenza rivoluzionaria. Ed è per questo che noi abbiamo sempre considerato gli pseudo-rivoluzionari i nemici più insidiosi e pericolosi per la rivoluzione.
«Gli opportunisti – commentava “Il Comunista” – sono sempre più rivoluzionari all’estero che nel proprio paese. Così è accaduto a Serrati, che alla Conferenza di Berlino si è compiaciuto di parlare da “uomo di sinistra”». (09/04/1922)
Di nuovo, nel “Comunista” del 15/04/1922 (e nell’ “Ordine Nuovo” del giorno successivo) si evidenziava «Il buffonesco atteggiamento del signor Serrati che osa, al suo solito, chiacchierare di massimalista a Berlino mentre agisce da socialtraditore in Italia. Basta notare il fatto che nella dichiarazione dei massimalisti italiani a Berlino si afferma la necessità di difendere strenuamente i salari, mentre in Italia hanno ufficialmente ratificata e sostenuta, come giornale e come partito, la tattica della Confederazione, che in tutti i modi si è opposta a qualunque tentativo che si proponesse sul serio la difesa del salario e delle altre conquiste proletarie».
Dobbiamo ammettere che i veri protagonisti e trionfatori della Conferenza di Berlino furono i delegati della seconda Internazionale che imposero tutti i loro diktat.
E di questo, a prescindere dalle affermazione pseudo-rivoluzionarie di Serrati, gioiva il Partito socialista italiano che nel suo organo di stampa scriveva: «I Bolscevichi […] mentre ieri scomunicavano senza pietà i “traditori”, oggi stringono loro la destra e si propongono di fare un lavoro pratico di politica immediata in collaborazione con loro. E’ un revirement completo! […] Radek a diverse riprese ha ripetuto che i socialpatrioti, se hanno errato, lo hanno fatto in perfetta buonafede. Quanto mutatus ab illo! Ed ha sempre soggiunto che bisogna chiudere un occhio sul passato per pensare all’avvenire». (Avanti! – 13/04/1922)
Valeva la pena “chiudere l’occhio” pur di non rompere una impossibile unione, intesa a costituire un irrealizzabile fronte unico?
La conferenza si chiuse con una dichiarazione comune in cui si parlava della costituzione di un eventuale Comitato composto da tre rappresentanti per ogni Internazionale. L’eventuale Comitato avrebbe «tentato di organizzare un colloquio […] tra i rappresentanti della Internazionale sindacale di Amsterdam e quelli dell’Internazionale sindacale rossa per esaminare la questione della conservazione e della restaurazione del fronte unico sindacale su scala nazionale e internazionale». Da parte sua la seconda internazionale metteva il veto a qualsiasi azione contro la revisione e l’abrogazione del trattato di Versailles e ad un convegno internazionale da tenersi nel mese di aprile contro la Conferenza di Genova, mentre si dichiarava disponibile ad una giornata di «possenti manifestazioni di masse mentre si svolge la conferenza di Genova e cioè il 20 aprile». Vedremo poi che fine faranno le “possenti manifestazioni di masse”!
Dal canto loro i delegati della terza Internazionale accettarono di sottostare ai diktat della Internazionale di Londra, ed andando oltre a quelli che erano i loro poteri, davano assicurazione che nel processo di Mosca contro i 47 socialisti rivoluzionari sarebbero stati ammessi tutti i difensori che gli imputati avessero voluto e che, in ogni caso, sarebbero state escluse condanne a morte e che il “caso Georgia” sarebbe stato esaminato in una futura conferenza.
Il risultato della Conferenza fu tale che, come è risaputo, lo stesso Lenin, in un articolo della “Pravda” definì eccessivamente transigenti le concessioni fatte dalla delegazione comunista.
Ma, proponendoci di tornare su questo argomento in maniera maggiormente dettagliata ed organica, riprendiamo ora il filo della nostra trattazione.

Accozzaglia di venduti e traditori

Data l’adozione della tattica del fronte unico, nel modo in cui era stata intrapresa dall’Internazionale comunista, si comprende il motivo per cui al PCd’I fosse stato sconsigliato di accogliere i delegati di Amsterdam nella maniera da noi prospettata e preparata.
A Berlino i rappresentanti della seconda internazionale avevano rifiutata la proposta di una successiva conferenza da tenersi in Italia, in opposizione alla Conferenza di Genova dei governi borghesi, però questo non impedì ai delegati dell’Internazionale gialla di Amsterdam di riunirsi, anticipando il Congresso di Roma, proprio a Genova e non certo in opposizione alla Conferenza in corso.
Scrivevamo sul quotidiano del partito: «Gli uomini politici dell’imperialismo sperano che la Conferenza di Genova alla quale assistono i più rappresentativi uomini politici d’Europa, riuscirà a stabilire l’equilibrio economico mondiale. […] E’ talmente irresistibile il bisogno di ricostruire che domina questi signori, che essi, dopo avere durante molti anni tentato con ogni sforzo di sopprimere la Russia dei Soviets, ora l’hanno invitata con la speranza di rianimare col suo aiuto la vecchia Europa indebolita. […] Essi riuniscono a Genova gli economisti e gli uomini di Stato europei precisamente allo scopo di non toccare le basi dell’ordine capitalista. […]
«In queste circostanze qual’è l’atteggiamento delle organizzazioni sindacali? Che cosa esse debbono pensare della ricostruzione europea e dei progetti quotidianamente elaborati dalle cancellerie e dai ministeri?
«La Federazione Sindacale di Amsterdam si è già parecchie volte occupata di questo argomento. Nella Conferenza di Londra, nel novembre 1920, essa adottò diverse risoluzioni preconizzanti la stabilizzazione del cambio e l’annullamento dei debiti di guerra. […] Essa chiese anche che la ripartizione delle materie prime fosse operata dall’Ufficio Internazionale del Lavoro presso la Società delle Nazioni. In una parola i dirigenti di Amsterdam cooperarono con gli economisti e con i riformatori della borghesia allo scopo di ricostruire. E i sindacati francesi e tedeschi, affiliati ad Amsterdam, negoziavano frattanto, allo scopo di ottenere la loro partecipazione alla ricostruzione delle regioni devastate nel Nord della Francia.
«I sindacati riformisti – è questa la caratteristica di Amsterdam – studiano il modo di porre rimedio alla crisi, di ristabilire i cambi commerciali e con essi le condizioni normali dello sfruttamento. […]
«Queste sono le conseguenze necessarie della teoria e della pratica del sindacalismo riformista. Esso tradirebbe se stesso se non tendesse a conciliare sul terreno capitalistico opposte tendenze. […]
«Come per i dirigenti borghesi, la ricostruzione dell’Europa, cioè del capitalismo europeo, è per il sindacalismo della pace sociale il compito quotidiano e scopo supremo.
«Così il Capitale non si difende soltanto attraverso gli organi dello Stato e le organizzazioni padronali: i sindacati operai riformisti, divenuti durante e dopo la guerra organi ausiliari dello Stato borghese, lavorano per lui». (Il Comunista – 30/04/1922)
Ma, prima di proseguire spenderemo qualche parola sui personaggi più illustri dell’internazionale gialla che diedero lustro e prestigio al Congresso di Roma.
«Ad Amsterdam – Scriveva “Il Sindacato Rosso del 13/05/1922 – vi rimangono gli adulatori dei prìncipi, i consiglieri privati dei re; gli strozzatori dello sciopero dei minatori inglesi; i responsabili del patto di Versailles; i massacratori del proletariato tedesco e le masse ingannate da tutta questa coorte di giullari e di impostori».
«Thomas [presidente dell’internazionale di Amsterdam] resosi famoso in Inghilterra nel celebre “venerdì nero” […] I signori Jouhaux, Appleton, e altri hanno collaborato alla confezione del trattato di Versailles, a quel monumento di violenza, di cinismo e di rapina» (Il Sindacato Rosso – 10/06/1922).
Non sarà male neppure fare una scheda un poco più dettagliata di questi “rappresentanti” del proletariato internazionale:
Possiamo cominciare con il francese Jouhaux, ex sindacalista rivoluzionario. Allo scoppio della guerra ricopriva la carica di segretario della CGT che da lui venne fatta aderire al “blocco nazionale” ed all’ “union sacrée”. Nel corso della guerra, a più riprese si parlò di lui come eventuale “ministro del lavoro”. Dopo la guerra, come i loschi suoi compari degli altri paesi si ingegnò di trasformare l’organizzazione di classe in un sostegno del pericolante edificio borghese. Ed ecco la sua partecipazione alla conferenza di Washington dove venne creato l’Ufficio del Lavoro di Ginevra presieduto da un altro traditore francese:
Albert Thomas. Per la direzione dell’Ufficio Internazionale del Lavoro, scaturito dalla Conferenza di Washington «stipendiato dalla borghesia con 50.000 franchi svizzeri mensili». (Il Comunista – 26-04-1922). Durante la guerra fu “ministro delle munizioni”, con il compito cioè di preparare per conto dello Stato borghese le armi con le quali i proletari si sarebbero scannati a vicenda. «Incontrandosi col re Alberto del Belgio ebbe a dire: “Maestà, l’Internazionale operaia mi appoggia, l’Internazionale padronale mi appoggia, io faccio appello all’Internazionale dei re”» (Il Sindacato Rosso – 29/04/1922 ). Ma non sempre gli era andata bene: «I lavoratori milanesi – […] nel 1920 – lo presero simpaticamente a seggiolate in una sala di Milano ove ardiva esibire la sua sconcia personalità». (Il Comunista – 21/04/1922)
Dissmann, tedesco. Facendo uso di una apparente fraseologia rivoluzionaria condusse una feroce battaglia contro la destra opportunista, ottenuta la vittoria su questa adottò immediatamente la politica e la pratica socialdemocratica. Zinoviev diceva di vedere in lui un nuovo Noske.
J. H.Thomas: Presidente interinale della internazionale di Amsterdam. «È succeduto ad Appleton, il labourista reazionario e ipocrita che mentre firmava, come presidente dell’Internazionale di Amsterdam, i manifesti contro il terrore bianco e pel sabotaggio dell’Ungheria, prestava sottomano il suo aiuto al boia Horty. […] Durante la guerra il sig. Thomas si prodigò in tutti i modi per assicurare all’imperialismo inglese la docilità della massa operaia del Regno Unito. […] Dopo la guerra non tralasciò alcun mezzo per combattere lo spirito rivoluzionario del proletariato inglese. […] La sua celebrità, però, data solo dall’ultimo sciopero gigantesco dei minatori inglesi. Durante questo grandioso movimento il quale sembrò per un istante portare un colpo al cuore della borghesia d’Inghilterra, il famigerato Thomas ha joué son rôle costantemente dietro gli ordini di Lloyd George. […] Mediante la corruzione e la menzogna, impedì che i ferrovieri e gli addetti ai trasporti solidarizzassero con i minatori già in lotta da circa sessanta giorni. […] Al processo contro “The Communist” confessò che un movimento d’insieme della Triplice dei minatori, dei ferrovieri e degli addetti ai trasporti, sarebbe probabilmente sboccato nella rivoluzione e perciò si diede anima e corpo a scongiurarlo. […] Ma il Thomas ha pure l’anima del perfetto cortigiano. Giorni or sono, in occasione del matrimonio della figlia di re Giorgio d’Inghilterra […] si recò a Westminster onde porgere alla promessa di Lascelles un mazzo di fiori quale omaggio del proletariato della Gran Bretagna. […] Ora è un uomo simile che ha il coraggio di presentarsi fra noi in nome della classe operaia di tutto il mondo; ed è ad un simile soggetto che i mandarini indigeni intendono di preparare il trionfo. L’uno e gli altri si accorgeranno, però, come il proletariato sa trattare gli sgherri e i lacché dell’imperialismo mondiale». (Il Sindacato Rosso – 04/03/1922)
Robert Williams, segretario dei trasporti. Era andato a Mosca e si era schierato pubblicamente a favore della Russia sovietica e della III Internazionale, cacciato poi dalle file del partito comunista britannico.
Fimmen, olandese. Di lui può essere sufficiente ricordare come al congresso CGL di Livorno affermò che se la Confederazione avesse aderito a Mosca, Amsterdam avrebbe negato protezione ed aiuto agli emigrati italiani all’estero.
Oudegeest, segretario della Confederazione sindacale olandese dedicava la sua attività alla lotta al comunismo per liberare gli operai di Russia dallo sfruttamento dello Stato sovietico bolscevico e per porli sotto la tutela della democrazia garantita dall’Intesa. Proprio come erano stati liberati i proletari tedeschi. Allo stesso modo degli Stati borghesi che perseguitavano il proletariato rivoluzionario che si organizzava nei partiti politici, così i bonzi grandi e piccoli dell’Internazionale di Amsterdam perseguitavano i comunisti che si organizzavano in seno ai sindacati. C’erano poi:
Comelis Ultertens, segretario della centrale sindacale belga.
K. Dürr, segretario della organizzazione metallurgica svizzera che aveva realizzato quello che per D’Aragona era soltanto un sogno: era riuscito a cacciare gli operai comunisti.
W. Bukseg, segretario di quella federazione jugoslava tutelata dal governo reazionario che, dopo aver assassinato e disperso i comunisti, aveva consegnato le sedi delle organizzazioni sindacali ai gialli, suoi alleati.
E come ciliegina sulla torta di questa allegra compagnia non poteva mancare Ludovico D’Aragona, «il becchino dello sciopero torinese del ’20 e della occupazione delle fabbriche, lo stroncatore di tutti i movimenti di riscossa spontaneamente sorta tra le masse nel 1921, l’inventore dell’inchiesta sulle industrie, il sognatore di feluche e di portafogli, l’amico dei ministri ed il nemico degli operai rivoluzionari con i quali egli sente di non poter più vivere». (Il Comunista – 23/04/1922)
Prima di riunirsi a congresso i rappresentanti di Amsterdam tennero una conferenza durante la quale fu elaborata ed approvata una risoluzione per la “ricostruzione dell’Europa”, questa risoluzione venne poi presentata alla Conferenza economica dei governi di Genova, quale contributo della Internazionale di Amsterdam, da una apposita commissione comprendente i più bei nomi del tradimento proletario: Thomas, Juhaux, Mertens, Leipart, Oudegeest e D’Aragona. Nella dichiarazione si affermava che se i governi dei vari paesi riuniti a Genova cercavano i mezzi per la riorganizzazione economica dell’Europa, non avrebbero potuto fare a meno del concorso del lavoro, quindi dichiaravano la disponibilità alla collaborazione da parte di Amsterdam.
La ricetta che avrebbe dovuto contribuire alla ricostruzione dell’Europa, dopo le distruzioni della guerra, era, in effetti, di una estrema semplicità (un vero peccato che nessuno ci avesse pensato prima).
Si disse che l’equilibrio economico dell’Europa si sarebbe potuto ottenere con la partecipazione di tutte le nazioni, indistintamente, al riassetto e ricostruzione dell’insieme economico rotto dalla guerra e dalla politica prevalsa fino ad allora. La cosa più importante sarebbe stata quella di risolvere i due maggiori problemi; quello finanziario e quello della equa ripartizione delle materie prime.
Il primo dei due problemi sarebbe stato risolto facilmente con l’aiuto economico alle nazioni impoverite attraverso prestiti internazionali garantiti dalla Società delle Nazioni.
Il secondo, ossia l’accesso alle materie prime, si sarebbe potuto risolvere altrettanto facilmente, bastava adottare un programma di soli quattro punti:
Equa ripartizione delle materie prime necessarie all’industria ed alla agricoltura, togliendone il controllo della distribuzione e l’accaparramento alla speculazione privata.
Interventi in aiuto ai paesi più poveri ponendo fine alle loro difficoltà a potersele procurare. La momentanea depressione economica di un paese non lo avrebbe isolato dal gioco della produzione, ma, al contrario, la solidarietà internazionale sarebbe intervenuta in suo aiuto a risollevarlo.
Eliminazione della cupidigia dei capitalisti e dell’imperialismo economico i cui effetti erano di pericolo per la pace.
Armoniosa organizzazione della produzione tra le differenti nazioni, basata sui bisogni del consumo, senza che la produzione dipenda da interessi capitalistici.
Ci si appellava ai capi degli Stati perché venisse intrapresa una graduale e simultanea riduzione delle spese militari. Peccato però che la conferenza di Genova escluse dalle sue discussioni la questione del disarmo.
Jouhaux, a nome dell’Internazionale di Amsterdam, si rivolgeva alla Commissione economica di Genova chiedendo «una politica di riparazioni suscettibile di consentire alla Germania l’osservanza dei suoi obblighi». E’ da notare che non diceva, “alla borghesia tedesca”, ma “alla Germania”. I bonzi gialli concordavano quindi che i proletari tedeschi, dopo aver pagato con il loro sangue la guerra mondiale, fossero obbligati per ulteriori decine di anni a rimborsare miliardi di marchi ai padroni della finanza francese e britannica.
Vediamo bene come la risoluzione riproponesse le più stantie “soluzioni” della collaborazione di classe, proprie dell’opportunismo, alle quali gli estensori erano i primi a non credere, ma che, purtroppo, erano ancora efficaci a nascondere al proletariato la vera causa del male. Si presupponeva la possibilità e la necessità di una soluzione capitalistica della crisi nell’interesse dei popoli; si ammetteva la possibilità, da parte del capitalismo, di regolare la produzione a livello nazionale ed internazionale in maniera razionale tale da soddisfare i bisogni dell’intera umanità; si propalava la fandonia di poter sconfiggere l’imperialismo pur restando all’interno del regime capitalista, confermando ancora una volta la necessità della organica collaborazione tra le classi sociali. Soprattutto, prima di partire alla volta di Roma, i bonzi di Amsterdam si dichiararono «pronti a contribuire all’opera iniziata dalla Conferenza ufficiale di Genova, profondamente desiderosi di vederla riuscire nel suo scopo di salvaguardare la pace e di sopprimere le difficoltà che attraversano le diverse nazioni». (Avanti! – 21/04/1922)
Che traditori sarebbero se non fossero sempre pronti a collaborare con il nemico di classe?
Nel “Sindacato Rosso” del 13 maggio 1922 si legge: «Vi sono due specie di traditori del proletariato. La prima è composta di coloro che dopo aver militato nelle file della classe lavoratrice, diserta il campo e passa apertamente al nemico, ed è la meno lercia; la seconda comprende quegli individui che pur non avendo mai avuto fiducia o non avendola più, nella causa della massa operaia, rimangono in mezzo ad essa per meglio servire il capitalismo, […] e questa, delle due specie, è la peggiore. A questa seconda specie appartengono i gialli di Amsterdam».
E per convincersi della esattezza di questa affermazione sarà sufficiente vedere le deliberazioni del loro Congresso di Roma.
Ma soffermiamoci un attimo sull’accoglienza riservata ai delegati di Amsterdam dai due partiti operai: il PSI ed il Pcd’I.

PSI e Pcd’I a confronto

L’ “Avanti!” si sofferma lungamente descrivendo il luogo del Congresso, il Teatro Argentina, la perfetta organizzazione, i nomi dei più illustri intervenuti (peccato si dimentichi di tracciare un profilo di questi rappresentanti del proletariato internazionale), e non manca di riportare il saluto del proletariato italiano ai congressisti espresso per il tramite di D’Aragona: «L’Italia è gloriosa di potere, nel porgere il saluto del proletariato italiano ai rappresentanti dell’Internazionale sindacale convenuti a Congresso, dimostrare che anche tra noi la organizzazione di classe ha fatto grandi progressi. Rileva il profondo significato di questo Congresso proletario mentre le diplomazie borghesi a Genova tessono le loro tele diplomatiche per la ricostruzione europea distrutta dai vari nazionalismi e imperialismi». (Avanti! – 21/04/1922) Si noti che non si dice “nazionalismo e imperialismo”, mettendoli al plurale ogni partecipante può attribuirlo a quello degli altri.
Ma il partito socialista non volle essere da meno e volle esprimere per intero il suo servilismo associato all’opportunismo: «Il Partito Socialista Italiano porge il suo saluto al Congresso, ospite della maggiore Organizzazione di lavoratori italiani, che ha sì stretti vincoli con la propria compagine politica. […] Durante il periodo della difesa occorre il blocco degli oppressi. Tale concetto ormai trionfa in tutti i campi dell’organizzazione sindacale e della politica proletaria. E il Partito Socialista Italiano, che trae dal riconoscimento della giustizia di tale metodo, giusta ragione di orgoglio, coglie l’occasione per salutare la Federazione Sindacale Internazionale, alla vigilia della realizzazione di quell’intesa che affretterà il trionfo del programma d’emancipazione dei lavoratori: il Socialismo – La Direzione del Partito Socialista Italiano».
Nemmeno il nostro partito mancò dal dare il suo benvenuto al congresso ed ai congressisti, ma in una maniera un poco diversa:
«I comunisti italiani hanno il dovere di esprimere tutto il loro disprezzo ai convenuti, responsabili dei più grandi tradimenti verso la classe operaia. I capi della Internazionale sindacale di Amsterdam sono ben noti ai nostri compagni. Il “Sindacato Rosso” li ha illustrati particolarmente. […] La internazionale di Amsterdam, durante la guerra europea, fu alleata fedele dei traditori di Bruxelles, Vandervelde e compagnia. Ma la difesa strenua della borghesia dopo il 1919, fu assunta dai capi sindacali della Internazionale di Amsterdam. […] Questi signori che si radunano a Roma in questi giorni sappiano che il proletariato italiano li disprezza. Il nostro proletariato conosce che molte delle cause delle condizioni attuali nelle quali esso si trova oggi debbono ricercarsi nel contegno dei suoi capi controrivoluzionari. […] I mandarini italiani che si recano ad ossequiare i loro maggiori ed a portare a questi il saluto del proletariato italiano, nel loro atto mentiscono sapendo di mentire. Il proletariato rivoluzionario d’Italia grida oggi che la sua larga ospitalità non si estende ai traditori dei suoi interessi e del suo avvenire! Il proletariato rivoluzionario d’Italia grida con tutta la sua voce possente: abbasso i traditori della classe operaia e contadina! Evviva la Internazionale dei sindacati rossi che vogliono prepararsi a rovesciare con la violenza gli istituti del capitalismo, compresi i
sindacati gialli.» (Il Comunista – 21/04/1922)
22 aprile – L’organo centrale del partito titolava: «Infami affermazioni controrivoluzionarie al Congresso dei “gialli” di Amsterdam».
Nel suo primo giorno il Congresso si limitò ad una carrellata di interventi nei quali non venne fatto altro che attaccare il comunismo in ogni sua forma.
«Il travaso di bile anticomunista che è stato l’unica nota vivace della prima seduta di questo Congresso, ha dimostrato che la preoccupazione più grande dei “gialli” di Amsterdam è precisamente il movimento comunista non inteso nelle sue formulazioni teoriche, ma considerato nella pratica manifestazione della sua attività sindacale e politica. Ciò dimostra che la “praticità” dei rossi esaspera enormemente la praticità dei gialli» (Il Comunista – 22/04/1922)
Il polacco Zuawsky affermò che il militarismo russo costituiva una grande minaccia per la pace mondiale ed i lavoratori di tutto il mondo dovevano combatterlo con altrettanta energia con cui dovrebbe essere combattuto quello borghese. L’oratore affermò che i socialdemocratici polacchi, nel 1920, fecero il loro dovere aderendo alla guerra contro la Russia per la loro libertà nazionale. Affermò inoltre che l’Occidente gli era debitore per aver fermato i russi che altrimenti avrebbero portato la guerra in tutta Europa.
Lo jugoslavo Bukzey si vantò della vittoria di Amsterdam sui bolscevichi, dimenticandosi di dire che i sindacati erano stati loro donati dallo Stato reazionario dopo aver portato a termine una sanguinosa repressione anticomunista. E se reazione borghese ci fu, affermò, questa fu solo dovuta a causa della propaganda comunista.
Lo svizzero Dürr accusò l’internazionale sindacale rossa di avere portato la divisione all’interno della classe operaia mentre lanciava appelli per il fronte unico e si dimostrò preoccupato circa le voci circolanti per una unificazione delle due internazionali sindacali. Dichiarò inoltre di sentirsi gravemente offeso dagli attacchi portati dai giornali comunisti contro il Congresso.
Il francese Doumaulin, invece affermò che negli ultimi tre anni l’Internazionale di Amsterdam aveva lavorato per la fraternità fra le organizzazioni proletarie, mentre i comunisti seminavano discordie e scissioni.
Dobbiamo però riconoscere che la parte migliore venne svolta dal cantastorie barbuto, l’italiano D’Aragona, secondo cui se in Italia infuriava una spietata reazione si doveva solo ai comunisti che scoraggiavano le masse, seminando scissioni. Invece per salvare il proletariato italiano dalla violenta repressione D’Aragona invocava l’aiuto dell’internazionale gialla.
«La situazione in Italia è assai grave. – affermava D’Aragona – La reazione infierisce colpendo i lavoratori nelle loro organizzazioni e nella loro incolumità personale. […] Per questo noi forse saremo obbligati a chiedere l’intervento di Amsterdam, noi chiediamo ad Amsterdam di inviare al nostro governo una lettera simile a quella che tanta efficacia ebbe presso il governo spagnolo. […] Costretti a lavorare in condizioni tanto deplorevoli, noi dobbiamo subire la disgrazia dei comunisti che sono ancora nei nostri sindacati e ci combattono nell’interno delle organizzazioni rendendo sempre più difficile la nostra situazione e sforzandosi di creare nelle masse uno stato d’animo a noi avverso. Questa tattica diffonde sfiducia fra le masse organizzate e rende debole la nostra azione contro il capitalismo italiano. Malgrado ciò noi facciamo di tutto per conservare in piedi i nostri quadri, noi garantiamo all’Internazionale di Amsterdam che qualunque cosa essa decida di fare per uno sviluppo del movimento proletario, l’Italia sarà in prima linea a combattere questa battaglia.» (Il Comunista – 22/04/1922)

Amsterdam difende il proletariato italiano inviando una lettera al governo

Questi alcuni passaggi della lettera al governo italiano, richiesta dal bonzo D’Aragona: «L’Ufficio della Federazione Sindacale Internazionale […] è venuto a conoscenza delle ultime notizie riguardanti l’azione dei fascisti che da lungo tempo aggrediscono le organizzazioni operaie del vostro paese. […] Il nostro ufficio, parlando a nome delle sue organizzazioni, e dei suoi organizzati, solleva una protesta la più energica contro l’atteggiamento passivo del vostro Governo verso i fascisti e la loro criminale condotta, e protestiamo con tanta maggiore energia e ragione in quanto il vostro Governo è uno dei più influenti membri della Società delle Nazioni e perché come tale, ha firmato quel trattato di Versaglia di cui l’art. 13 dispone che i membri della Società delle Nazioni debbano garantire la libertà di associazione dei lavoratori ai quali deve essere assicurata una conveniente esistenza.
«Ci permettiamo quindi di indirizzarvi un urgente appello perché il vostro Governo prenda le misure necessarie per fare onore alla sua firma data a Versaglia […]».
Sotto il titolo «Amsterdam si appella al patto di Versailles – Mosca incita alla lotta armata» scriveva “Il Comunista”: «Vi è, nella “nota” che la Federazione sindacale internazionale di Amsterdam manda al Governo d’Italia per protestare contro gli attacchi fascisti alle organizzazioni operaie italiane, qualcosa che le dà il tono e il valore di un’atroce beffa. […]
«Essi [sono] i complici dei delitti con i quali la socialdemocrazia tedesca affogò nel sangue dei proletari il sogno della riscossa rivoluzionaria dell’Europa centrale, essi, i nemici e gli stroncatori di tutti i movimenti che parvero minare la solidarietà dell’assetto dell’Europa borghese.
«Ma la beffa atroce raggiunge il colmo quando i signori di Amsterdam invocano contro i fascisti italiani, l’art. 13 del trattato di Versaglia, del patto d’infamia che ha sancito la schiavitù dei popoli d’Europa, ed al quale essi hanno posto la loro firma. […]
«Non dal rispetto delle clausole che nel patto sciagurato suonano come una derisione può venire agli oppressi libertà nuova, ma dalla lotta che essi sappiano condurre, fino all’estremo, contro la reazione, per stroncarla mediante la organizzazione armata del loro potere. Ma è certo che la vittoria dovrà essere conseguita in pari tempo sui nemici e sui loro alleati e complici. I signori di Amsterdam hanno fino ad oggi dimostrato di sedere degnamente tra questi ultimi.» (Il Comunista – 26/08/1922)
Riprendiamo ora con il Congresso dei bonzi sindacali.

Le solite ciance su pacifismo e reazione

Dopo il problema della ricostruzione europea, al quale abbiamo già accennato, gli altri più importanti aspetti presi in considerazione furono quelli del disarmo e della pace e l’altro della lotta contro la reazione.
Passando alla discussione sugli armamenti, Fimmen rilesse il testo della decisione presa al precedente congresso sull’argomento: una risoluzione piena di luoghi comuni su pacifismo, disarmo, fratellanza, etc. Poi affermò che l’Internazionale Sindacale era l’unica organizzazione operaia che combatteva veramente il militarismo e la sua funzione sarebbe stata certamente maggiore se elementi sedicenti rivoluzionari non l’avessero ostacolata. Ebbe perfino il coraggio di affermare: «Questi elementi sono dei veri agenti della reazione e si sono convertiti al rivoluzionarismo dopo aver aderito alla guerra». Non poteva poi mancare l’accusa all’Internazionale comunista di essere uno strumento del governo sovietico per favorire i suoi scopi politici e militari. Affermò che l’I.S. gialla aveva come scopi principali la lotta contro la reazione, il militarismo e la guerra; ed a tale proposito una apposita commissione era stata già formata per combattere contro la guerra. E, in nome dei morti, delle madri, dei fanciulli e delle future generazioni concludeva auspicando il trionfo della pace nel mondo.
Il cecoslovacco Brodekky parlò in favore dello sciopero generale in caso di nuove guerre, poi però riconosce che già prima dell’ultima guerra se ne era parlato.
Anche Williams ricordò che poco prima della grande guerra i rappresentanti operai di tutti i paesi avevano votato decisioni pacifiste e antimilitariste.
L’inglese Shaw lamentò il crescere continuo delle spese militari in tutti i paesi. Riguardo all’Inghilterra, però, disse che il blocco della produzione di nuove navi da guerra avrebbe provocato il dilagare della disoccupazione, inoltre per il suo paese aderire al disarmo avrebbe comportato problemi molto seri dal momento che doveva importare i cinque settimi del suo fabbisogno alimentare. Come dire “gli altri disarmino, noi no”. Nei confronti di uno sciopero generale in caso di guerra propose che miglior cosa sarebbe stata quella di invitare gli operai di tutti i paesi ad esprimersi.
Certo è facile dichiarare di opporsi alla guerra con tutti i mezzi nei momenti in cui regna la pace borghese, lo si è visto poi cosa avvenne nel 1914… Facciamo quindi un breve rilettura del passato. Scriveva Benito Mussolini (sì, proprio lui!): «La classe operaia è decisa – pur di impedire la guerra – a servirsi di qualunque mezzo d’azione, non escluso lo sciopero generale insurrezionale. “Provino – ha detto Ivetot, francese, al Convegno di Berlino – provino i patriottardi imbecilli a scatenare la guerra e avranno modo di conoscere i sentimenti del proletariato!”. Altrettanto esplicito è stato Sassembach e più ancora il deputato socialista Legien, segretario generale delle organizzazioni economiche tedesche. […]». Come non notare che tutti quei personaggi citati passarono poco dopo all’interventismo dichiarato?
E Mussolini proseguiva e concludeva: «E se la patria – menzognera finzione che oramai ha fatto il suo tempo – chiederà nuovi sacrifici di denaro e di sangue, il proletariato che segue le direttive socialiste risponderà collo sciopero generale. La guerra fra le nazioni diventerà allora una guerra fra le classi». (La Soffitta – 15/08/1911)
Quindi tutti i discorsi sul pacifismo e sul disarmo non erano altro che ciance, e che non fossero che ciance lo spiegava in maniera esauriente Lozovsky: «Come potrebbero gli Stati Uniti essere disposti a rinunciare agli armamenti quando il Giappone estende la sua influenza sulla Cina? Come poter credere che la Francia rinunci a costruire sottomarini mentre l’Inghilterra s’installa in Cina ed impedisce ogni sviluppo degli interessi francesi in Asia Minore e in Europa Orientale? E l’Inghilterra rinuncerebbe a costruire corazzate mentre la Francia fabbrica sottomarini?».
J.H. Thomas, che presiedeva il Congresso faceva notare che non era cosa semplice risolvere la questione del disarmo e che non bastava votare delle delibere, era necessario che le sezioni nazionali fossero in grado di attuarle. Ed aggiungeva che le sezioni nazionali avrebbero potuto fare ciò mandando nei parlamenti i loro rappresentanti a sventare il pericolo di nuove guerre. Ma, continuava Thomas, l’I.S. di Amsterdam non aveva né il diritto né la forza di proclamare lo sciopero generale contro la guerra. Decidere ciò avrebbe significato prepararsi ad una disillusione. Tutto ciò che era possibile consisteva nell’educare il popolo in modo tale da averlo tutto quanto compatto contro ogni tentativo di guerra.
Fimmen riprendeva la parola ed affermava che il Congresso si esprimeva unanimemente contro la guerra, ma esistevano divergenze sull’uso dello sciopero generale per bloccarla ed aggiungeva: «Noi non possiamo fidarci del rivoluzionarismo sentimentale che talvolta conquista le masse. Noi dobbiamo convincerle della necessità di combattere il militarismo». L’oratore affermava che il capitalismo non si piega che dinanzi alla forza brutale; ma prima di condurre le masse al sacrificio bisognava accuratamente educarle.
Che cuore gentile: si preoccupava del sacrificio che le masse proletarie, opponendosi violentemente alla guerra, avrebbero dovuto subire dalla reazione statale, ma non si interessava del loro sacrificio nei fronti di combattimento.
Non c’era certo da aspettarsi che si giungesse a riconoscere la guerra come un inevitabile risultato del sistema economico esistente; come da sempre insegna la scuola dell’opportunismo il problema del militarismo e della guerra sarebbe possibile risolverlo all’interno del sistema capitalistico con degli accorgimenti basati sulla collaborazione ed il buonsenso. Infatti la risoluzione dei gialli affermava che «la lotta contro il militarismo e la guerra in favore della pace basata sulla fratellanza dei popoli» sarebbe stata possibile grazie al controllo internazionale sulla fabbricazione delle armi, riducendola al suo indispensabile «per i bisogni civili». E come si determinano i “bisogni civili”? Non appena la guerra fu dichiarata, in nome dei “bisogni civili” i campioni del socialsciovinismo internazionale avevano contribuito a scagliare le masse proletarie nella strage fratricida.
Ma per “bisogno civile” si può anche intendere la necessità di ogni Stato di mantenere l’ordine interno, ossia prevenire o reprimere i pericoli di rivolte proletarie. Nell’un caso e nell’altro la risoluzione si poneva apertamente dalla parte della conservazione capitalista contro ogni tipo di minaccia rivoluzionaria.
Ma il punto più alto della vergogna venne raggiunto quando questi figuri, questi socialpatrioti, unionsacristi, questi ex ministri dei governi di guerra borghesi deliberarono che i lavoratori avrebbero dovuto preventivamente impedire lo scoppio della guerra per mezzo dello sciopero generale internazionale. Ma ammesso pure che bonzi di tale natura potessero proclamare uno sciopero generale per prevenire la guerra, non dicevano assolutamente nulla del caso in cui la guerra fosse stata proclamata. A quel punto a cosa sarebbe potuto servire il puro e semplice incrocio delle braccia? Commentava “Il Sindacato Rosso”: «Uno sciopero generale contro la guerra, per non risolversi in una parata coreografica e in un sicuro insuccesso, deve essere inteso come insurrezione armata della classe lavoratrice rivolta ad abbattere il regime borghese. Gli amsterdamiani, però, non si pongono neppure questo problema; a loro bastano le chiacchiere sufficienti per ingannare il proletariato». (13/05/1922)
Non fu certo migliore la mozione riguardante la reazione capitalista e statale contro il proletariato e le sue conquiste. E’ sufficiente riportarne un solo brano: «Per ciò che forma la difesa immediata degli interessi dei lavoratori e le libertà sociali, il Congresso decide che ciascun centro nazionale tenga regolarmente al corrente della sua situazione il Bureau della Federazione Sindacale Internazionale, la quale, eventualmente, [si faccia attenzione all’“eventualmente”- N.d.r.] prenderà quelle misure energiche e necessarie per sostenere moralmente e materialmente i paesi più minacciati e più colpiti». Tradotto in parole povere questo significa che l’Internazionale sindacale gialla, tutt’al più, “eventualmente”, avrebbe lanciato qualche campagna di protesta morale. In fondo era stato il suo congresso che aveva autorizzato i governi degli Stati borghesi ad armarsi in base ai loro “bisogni civili”.
Ma la cura con cui l’Internazionale di Amsterdam si faceva carico dei bisogni immediati dei lavoratori, possiamo dedurlo dal suo atteggiamento nei confronti dei metallurgici inglesi.
All’annuncio che a causa di serrata migliaia di proletari erano stati gettati sul lastrico, il Profintern propose ad Amsterdam la realizzazione di un intervento comune in loro favore ed inviava il seguente radiotelegramma:
«Una serrata formidabile è scatenata in Gran Bretagna. Centinaia di migliaia di metallurgici sono gettati sul lastrico. La vittoria del padronato influirà sull’abbassamento dei salari e sul livello d’esistenza dei metallurgici di tutti i paesi, come lo sciopero dei minatori inglesi ha avuto degli spiacevoli contraccolpi sulla situazione dei minatori di tutti i paesi. Noi proponiamo di organizzare una campagna internazionale comune contro la serrata, d’introdurre delle quote obbligatorie fra i metallurgici di tutti i paesi in favore dei disoccupati inglesi e di organizzare il boicottaggio delle commissioni inglesi in questo ramo d’industria. Noi siamo pronti ad approvare ed invitare i proletari rivoluzionari ad approvare tutte le vostre proposte, proprie ad apportare un aiuto ai metallurgici inglesi in lotta». L’Internazionale dei sindacati rossi immaginava che Amsterdam non si sarebbe tirata indietro di fronte ad una iniziativa che non rivestiva minimamente un carattere rivoluzionario, ed inoltre perché si trattava, tra l’altro, di proletari iscritti a sindacati gialli.
Questa la risposta ricevuta dal Profintern il 4 aprile:
«Ricevuto vostro telegramma non firmato del 18 marzo. Anche prima del ricevimento della vostra proposta, l’Ufficio della Federazione Sindacale Internazionale aveva già esaminato la possibilità di una azione in favore dei compagni inglesi. Data la necessità di concentrare tutta l’energia sul rialzamento economico della Russia, l’Ufficio, dopo un esame attento della situazione, non ha stimato possibile di ingaggiarsi nella via da voi preconizzata.» Tale risposta portava la firma di Fimmen e Oudegeest.
Come avrebbe mai potuto l’Internazionale di Amsterdam portare un aiuto ai proletari inglesi se tutte le sue risorse economiche erano rivolte alla ricostruzione della Russia sovietica?
«I sindacati rivoluzionari pongono la questione assai diversamente degli uomini di Amsterdam. La classe operaia non ha nessun interesse alla ricostruzione di una Europa capitalista, al contrario. La classe operaia non può preoccuparsi che della ricostruzione di un’Europa proletaria. Alla ricostruzione della vecchia Europa noi opponiamo la costituzione in Europa del potere proletario […] Il sindacato rivoluzionario ha il dovere di seguire l’evoluzione dei problemi economici attualmente posti. Ma noi ci interessiamo a questi argomenti per ragioni ben diverse dei nostri avversari riformisti. La nostra tattica tende a far precipitare la caduta dell’Europa borghese, ad accrescere le sue debolezze, ad accentuare le sue contraddizioni interne, a indicare alle masse i suoi punti deboli, ad organizzare la nostra classe per gettare giù l’altra. […]
«La differenza tra Amsterdam e l’Internazionale Sindacale Rossa sta in ciò: che i nostri avversari si sforzano di dar novello vigore alla vecchia società sfruttatrice che si fonda sul salario, mentre noi ci sforziamo di distruggere le ultime energie vitali del capitalismo. […] Cosicché su nessun punto i sindacati riformisti e rivoluzionari hanno in comune l’opinione o la tattica». (Lozovsky, da “Il Comunista” – 30/04/1922)