La Sinistra al IV Congresso dell’I.C.
Categorie: Fourth Congress, Party Doctrine, Party History, Party Theses, PCd'I, Third International
Articoli figli:
- Presentazione del Progetto di Tesi presentato dal PCd’I al 4° Congresso della Internazionale Comunista
- Relazione del Partito Comunista d’Italia al IV Congresso dell'IC
- Discorso di Bordiga al IV Congresso (11 novembre 1922)
- Progretto di tesi presentate dal PCd'I
- Rapporto Sul Fascismo
- Dichiarazione della Sinistra al IV Congresso dell’IC sul progetto di organizzazione dell’Internazionale
Traduzioni disponibili:
Due punti vorremmo risultassero chiari dai testi finora riprodotti e dai commenti e richiami storici coi quali li abbiamo corredati. In primo luogo, quella che la Sinistra oppose fin d’allora all’Internazionale era una linea tattica tale da permettere al partito di affrontare le fasi sia di ascesa sia di declino o, comunque, di concentrazione sui compiti preparatori ad una nuova avanzata – fasi previste nell’eventualità del loro insorgere come nelle direttive da seguire per operare in esse e su di esse – senza perdere il filo che sempre deve legare teoria e prassi, e senza mai cancellare ai propri occhi e a quelli dei proletari i caratteri distintivi e i confini delimitanti la propria esistenza indipendente.
Questa linea era ed è per noi tracciata dai duri fatti della storia, non dipendeva né dipende dalla volontà o, peggio, dall’arbitrio di singoli o gruppi, fosse pure i meglio temprati dall’esperienza e i più sicuri nel possesso della dottrina. Questo non surroga l’assenza di condizioni oggettive favorevoli, né impedirà il ritorno di flussi negativi, ma non lascia il partito sprovveduto e brancolante di fronte ad essi.
L’Internazionale tendeva invece sempre più a cercare nelle situazioni – purtroppo giudicate per lo più a breve scadenza – e nel loro capriccioso alternarsi delle ricette per capovolgere volontaristicamente i rapporti di forza, e in tale ricerca da un lato perdeva il legame fra l’azione pratica e gli scopi finali, dall’altro si precludeva la possibilità, grande o piccola che fosse, di agire come volontà collettiva, come fattore di storia sulle situazioni stesse, mostrando in tal modo come il volontarismo si converta in determinismo meccanico, e infine in capitolazione larvata o esplicita di fronte a Sua Maestà il Fatto.
In secondo luogo, e per le stesse ragioni, la Sinistra ammonì che, presa questa via contorta e non fermatisi in tempo, si sarebbe necessariamente percorsa tutta la china; un espediente se ne sarebbe tirato dietro un altro magari contrario; dell’insuccesso del primo si sarebbe cercata la responsabilità e infine la “colpa” non nella sua natura divergente dal fine, ma nel suo errato maneggio da parte di singoli o gruppi, correndo affannosamente ai ripari con brusche virate di bordo e improvvise crocifissioni di capi, sottocapi e gregari.
Così si minavano le stesse basi di quella disciplina internazionale, non formale ma sostanziale, che pur si voleva, a giusta ragione, instaurare. Proprio perché il partito non è una macchina bruta, non un esercito passivo, ma un organismo che è sì fattore ma anche prodotto degli eventi storici, la tattica reagisce sul collettivo che la pratica, modificandolo – se discordante dalle basi programmatiche – nella sua struttura, nella sua capacità di agire, nei suoi modi di operare, e, alla lunga, nei suoi stessi principi, per quanto accanitamente ci si proponga di difenderli.
Un’altra lezione di primaria grandezza è che l’allarme su una possibile ricaduta nell’opportunismo, che la Sinistra lanciò con sempre maggiore insistenza a partire dal 1922, riguardava un fenomeno non soggettivo ma oggettivo, del quale a nessuno meno che ai bolscevichi si poteva dare la colpa, sia perché il suo insorgere non si spiega banalmente con gli “errori” di Tizio o di Sempronio, sia perché, nella stretta drammatica dell’isolamento mondiale della Rivoluzione russa ad essi mancò dai comunisti d’Occidente l’energica spinta ad una rettifica di tiro, o meglio, ad un ritorno alle origini, contributo che venne solo dalla nostra voce, forte ma isolata. Non chiedemmo la testa di nessuno, nemmeno quando si chiese e offrimmo la nostra: facemmo quanto era nelle nostre forze perché le teste e le braccia riprendessero a lavorare sull’unico binario che non avevamo mai creduto si potesse o dovesse rimettere in questione.
È quindi un concatenamento inesorabile di fatti, quello che rievochiamo in queste pagine, perché serva di monito alle generazioni presenti e future; non una “cronaca nera” che ci offra l’occasione di vantare titoli personali e mettere alla gogna le vittime inconsce – e indiscutibilmente in buona fede – di un metodo sbagliato, oltre che di un accumularsi di condizioni avverse. Difendiamo il marxismo, non la proprietà intellettuale di nessuno; condanniamo una deviazione con le sue conseguenze ineluttabili, non l’uomo messo in berlina per una dubbia soddisfazione del giudice e il morboso piacere della platea.
* * *
Il concatenamento può essere seguito con maggiore brevità, ora che ne abbiamo visto i primi anelli.
L’Esecutivo Allargato del 21 febbraio- 4 marzo 1922 riconferma le “tesi sul fronte unico proletario” del dicembre 1921, dando incarico al Presidium di «stabilire, in collaborazione con le delegazioni di tutte le più importanti sezioni, quali misure pratiche immediate debbano essere applicate nei rispettivi paesi per l’esecuzione della tattica decisa, che, inutile dirlo, deve essere adattata alla situazione di ciascun paese», non senza tuttavia mettere in guardia contro i pericoli di una sua applicazione troppo lata e frettolosa. Ne dà inoltre un primo esempio su scala mondiale dichiarando che «l’Internazionale Comunista mantiene nella sua interezza la propria fondamentale concezione dei compiti della classe operaia nell’attuale situazione rivoluzionaria», e proclama che «solo la dittatura del proletariato e il sistema sovietico possono liberare il mondo dall’anarchia capitalistica; ma crede egualmente che il cammino verso la battaglia finale passi per la lotta delle masse operaie unite contro gli attacchi della classe capitalistica, ed è quindi pronta a partecipare ad una conferenza internazionale che si metta al servizio delle azioni unite del proletariato»; accetta di conseguenza la proposta dell’Internazionale “due e mezzo” per una conferenza delle tre Internazionali in vista della difesa contro l’offensiva capitalistica e contro la reazione, proponendo di estendere l’invito a “tutte le confederazioni e associazioni sindacali tanto nazionali quanto internazionali” in modo da elevare la conferenza al livello di “congresso mondiale operaio” per la difesa della classe lavoratrice contro il capitale internazionale.
Le delegazione italiana difende il principio, sempre proclamato dal partito, che ogni proposta e intesa di fronte unico deve correre fra organizzazioni economiche e non raggiungere il limite di un accordo fra partiti; invoca una azione generale del proletariato e una crescente unificazione delle lotte, contrapponendole alla “unità formale” costituita da accordi politici; mette severamente in guardia contro il travisamento della natura dei partiti comunisti1; e infine respinge la progettata adesione alla Conferenza a tre, proponendo di sostituirla con un incontro «fra le organizzazioni sindacali di ogni sfumatura», previa assicurazione che vi sarà ammessa «una rappresentanza proporzionale di tutte le loro correnti politiche». La mozione, presentata in tal senso con l’appoggio – purtroppo dubbio – delle delegazioni francese e spagnola, è respinta a larga maggioranza (sebbene con molte riserve da parte di numerose delegazioni sull’applicabilità al loro paese della tattica preconizzata dall’Esecutivo), e i suoi promotori si piegano all’imperativo della disciplina internazionale2.
Già nel corso dell’Esecutivo Allargato del febbraio-marzo aveva fatto tuttavia capolino, sulla falsa riga di iniziative prese dal partito tedesco, una nuova parola d’ordine: quella del “governo operaio”, formula non meglio precisata in sede internazionale ma notoriamente intesa da alcune sezioni dell’I.C. (prima fra tutte quella della Germania) nel senso tutt’altro che sottaciuto di una combinazione parlamentare di “trapasso” verso l’attacco rivoluzionario al potere dopo il primo e già sperimentato gradino dell’appoggio esterno a eventuali governi socialdemocratici3.
Il passo non avanti, ma indietro, si profila qui gravissimo: dal campo dei rapporti fra partiti il fronte unico politico rischia d’essere trasferito su quello dei rapporti con lo Stato, il terreno specifico della nostra opposizione permanente e totale. Il delegato tedesco al congresso di Roma del PCd’I parla senza veli di un “governo operaio”, cioè socialdemocratico, come eventuale “governo antiborghese” da appoggiare non solo sul terreno parlamentare, ma, occorrendo, su quello della coalizione ministeriale (ferma restando… l’indipendenza del partito). In una durissima risposta, Bordiga, per l’Esecutivo del PCd’I risponde, quanto al fronte unico, che, «se sul terreno politico ci rifiutiamo di stringere la mano ai Noske e agli Scheidemann, noi rifiutiamo di stringere queste mani non perché siano bagnate del sangue di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, ma perché sappiamo che, se queste mani non fossero già state strette dai comunisti subito dopo la guerra, assai probabilmente in Germania il movimento rivoluzionario del proletariato avrebbe già avuto il suo sbocco vittorioso».
Quanto quanto al “governo operaio” rispondemmo: «Domandiamo se si vuole l’alleanza coi socialdemocratici per fare ciò che essi sanno, possono e vogliono fare, oppure per chiedere loro ciò che non sanno, non possono e non vogliono fare (…) Vogliamo sapere se si pretende che diciamo ai socialdemocratici di essere pronti a collaborare con essi anche in parlamento ed anche al governo che è stato definito operaio; ché se questo ci si chiedesse, cioè di tracciare in nome del PC un progetto di governo operaio cui dovrebbero partecipare comunisti e socialisti, se ci si chiedesse di presentare alle masse questo governo quale “governo antiborghese”, noi risponderemmo, prendendo tutta quanta la responsabilità della nostra risposta, che tale atteggiamento si oppone a tutti quanti i principi fondamentali del comunismo. Perché, se accettassimo questa formula politica, verremmo a lacerare la nostra bandiera sul quale è scritto: “Non esiste governo proletario, che non sia costituito sulla base della vittoria rivoluzionaria del proletariato”» (“Il Comunista”, 26 marzo 1922).
Dell’allarme suscitato nel partito da questa svolta ancora indistinta, ma gravida di minacce, si fa interprete la maggioranza di sinistra della delegazione italiana al nuovo Esecutivo Allargato del 7-11 giugno 1922 (di cui non esiste nessun protocollo a stampa, ma i documenti relativi alla questione italiana si leggono nel n. 6, marzo 1924, di “Lo Stato operaio”, pubblicati insieme ad altri nella fase preparatoria alla conferenza nazionale di Como). Zinoviev, sia in sede di riunione sia nella “risoluzione confidenziale” sulla questione italiana (“Lo Stato operaio”, 13 marzo 1924), mentre insiste sulla necessità di una pronta applicazione della parola d’ordine del “governo operaio”, precisa: «Va da sé che questa idea del governo operaio non deve essere affatto considerata come una combinazione parlamentare, ma come la mobilitazione rivoluzionaria di tutti gli operai per il rovesciamento del dominio borghese»; è, si disse allora e si ripeterà poi, “un sinonimo di dittatura del proletariato”, qualcosa di simile alla parola d’ordine bolscevica tra l’aprile e il settembre 1917: “tutto il potere ai Soviet”, confondendo i Soviet con il Parlamento!
In seguito ad un’approfondita illustrazione dell’attività svolta dal Partito Comunista d’Italia, dalla sua costituzione in poi, lo stesso Esecutivo riconosce che «nessun conflitto di organizzazione e disciplina si è mai verificato fra il partito e l’Internazionale» e che «i comitati locali di operai di tutti i partiti o senza partito» esistono già, come lealmente dichiara per la minoranza Graziadei, proprio per iniziativa del partito, sotto forma di comitati di quell’Alleanza del Lavoro di cui il PCd’I è divenuta la forza propulsiva, così come era stato il primo a invocarne e promuoverne la costituzione fin dall’agosto dell’anno precedente.
Reagendo a valutazioni troppo ottimistiche e indubbiamente sfocate della situazione oggettiva, e procurando di togliere in generale alla parola d’ordine del “governo operaio” (subìta senza convinzione e con le debite riserve) ogni punta astrattamente volontaristica, evitando nel contempo una sua interpretazione in senso parlamentare, la maggioranza della delegazione4 precisa che «il momento nel quale essa dovrà essere lanciata (l’Internazionale esigeva che si fissasse una data precisa: il 15 luglio), dal punto di vista degli effettivi obbiettivi come realizzazione completa dei movimenti d’insieme del partito, dovrà corrispondere ad una svolta concreta della situazione; questa svolta potrà consistere nella realizzazione dello sciopero generale suscitato da un episodio clamoroso dell’offensiva borghese, oppure nella convocazione di un congresso nazionale dell’Alleanza del Lavoro, come risultato della campagna condotta da lungo tempo dal partito comunista».
La stessa delegazione, a proposito delle critiche rivolte alle sue Tesi di Roma5 ribadisce in un testo che ci sembra opportuno riprodurre di «aver tacciato in esse una concezione della tattica comunista in generale, e della sua applicazione al fronte unico in particolare, in un quadro preciso e completo, nel quale l’applicazione della tattica del fronte unico ha un valore e degli scopi nettamente politici, e mira ad intensificare l’influenza del partito nella lotta politica. Il compito che esse prevedono per il partito comunista nell’insieme del movimento è tale da evitare la coalizione con altri partiti politici come base di un organo comune di direzione della lotta proletaria, senza per nulla cancellare l’importanza di questo compito e i caratteri politici della lotta». Aggiungere: «La maggioranza del Partito Comunista d’Italia contesta di aver avuto esitazioni nella direzione della tattica del partito e di essersi tenuta a mezze misure, avendo sempre seguito un piano nettamente saldo al solo scopo di sfruttare il più possibile la situazione concreta per la lotta contro i socialisti e tutti gli altri avversari del partito e dell’Internazionale. Esso non contesta evidentemente d’aver potuto commettere degli errori, né il diritto dell’Internazionale Comunista di esigere qualsiasi modificazione della tattica del partito, secondo le risoluzioni della maggioranza di questi organi supremi e sotto la loro responsabilità».
Contro i giudizi frettolosi della “instabilità” del governo borghese in Italia, aggiunge: «Gli avvenimenti sulla scena parlamentare non devono indurci alla conclusione che la classe dominante italiana non disponga di un apparato statale ben solido e preparato ad una formidabile lotta controrivoluzionaria, con l’appoggio delle bande irregolari fasciste. Si deve pure mettere in giusto rilievo il pericolo rappresentato dalla politica combinata dei riformisti da una parte, e dei serratiani e di altri gruppi falsamente rivoluzionari dall’altra. Gli uni e gli altri, con una campagna di tolstoismo e di critica disfattista del “militarismo rosso”, impediscono la riorganizzazione rivoluzionaria dell’avanguardia proletaria, e mentre i primi mirano al compromesso con la borghesia, i secondi coprono il loro tradimento col gioco di una demagogia che distoglie il proletariato dai suoi veri compiti di lotta. Si devono prospettare gli effetti di queste influenze che potrebbero preparare all’azione proletaria che si avvicina uno sbocco non desiderato, mentre i comunisti tendono a farne una tappa verso l’innalzamento del livello di preparazione ideale e materiale della classe operaia per la lotta rivoluzionaria finale»6.
1° agosto 1922. La previsione amara trova purtroppo conferma. Al culmine di un a violenta battaglia difensiva su tutti i fronti del proletariato italiano, l’Alleanza del Lavoro decide la proclamazione di uno sciopero generale, in cui però i riformisti non vedono che un mezzo di pressione per risolvere la crisi governativa nel senso di una coalizione liberale-socialdemocratica (pochi giorni prima Turati aveva salito le scale del Quirinale), mentre i proletari in genere e i comunisti in specie ne sentono l’urgenza come vigorosa azione di contrattacco alla grandeggiante offensiva, in corso con la connivenza dei poteri pubblici. La CGL è così poco convinta della propria politica, e soprattutto delle proprie capacità di controllo delle masse, che l’ordine “segreto” dello sciopero viene reso di pubblica ragione da un organo socialdemocratico e confederale, “IL Lavoro”, mettendo così lo Stato e le squadracce nere in grado di entrare tempestivamente in azione. Lo sciopero stesso viene sospeso dopo 24 ore, mentre le masse si sono mobilitate senza la minima diserzione e continueranno a battersi con splendido coraggio contro le forze repressive, ora piegandosi solo alla strapotenza del numero (a Bari è necessario l’intervento della marina per riconquistare la città vecchia, a Parma respingendo clamorosamente, in un autentico assedio, le arroganti e molto attrezzate e numerose squadre nere)7.
Notoriamente, è di qui che data il vero e proprio “cambio di mano” al governo dello Stato dai liberali ai fascisti: il resto sarà tutta questione di un… viaggio in vagone letto sullo sfondo puramente coreografico dell’eroicomica Marcia su Roma.
Tuttavia i riformisti traggono dall’insuccesso voluto e preparato dello sciopero d’agosto la conferma segretamente esultante: «Usciamo da questa prova clamorosamente battuti (…) è stata la nostra Caporetto»; mentre i massimalisti, chiudendo tutte e due gli occhi sul palese sabotaggio della destra socialdemocratica, non sanno invitare i proletari demoralizzati e dispersi ad altro che ad una pausa di «raccoglimento» per «correggere gli errori, rettificare il fronte, perfezionare lo strumento di lotta» in vista delle nuove battaglie che la «furia avversaria» prepara, e delle nuove «prove di abnegazione e sacrificio» che essa impone, prima fra tutte nientemeno che «la resistenza nelle posizioni conquistate nella pubblica amministrazione» !!!
Malgrado tutto ciò, per inesorabile forza di inerzia, l’Internazionale insiste (anzi con sempre maggiore insistenza) per un’azione di recupero del PSI, e prende sul serio la commedia della scissione socialista infine avvenuta al congresso di Roma del 1-4 ottobre a parità quasi completa di voti, e la ancor più indegna commedia della rinnovata richiesta di adesione a Mosca dell’ala maggioritaria del partito.
Ai proletari italiani, che avevano mostrato di stringersi sempre più intorno al Partito Comunista d’Italia nella lotta contro il fascismo e in difesa delle loro rivendicazioni di vita e di lavoro8, subito dopo lo sciopero e i suoi strascichi sanguinosi, il 19 agosto, il partito stesso aveva rivolto un Appello non retorico ma nutrito di proposte pratiche e direttive precise per l’immediata riorganizzazione delle forze scompaginate e disperse intorno ad una rinnovata e potenziata Alleanza del Lavoro. Questa si doveva articolare in una rete efficiente di comitati locali, e centralizzare in «un organo direttivo supremo eletto da un congresso nazionale dell’Alleanza in modo rispondente alle necessità della situazione», nella prospettiva di un’ulteriore «simultanea mobilitazione di tutte le sue forze, nell’affasciamento di tutte le vertenze che l’offensiva borghese continuerà implacabile a suscitare nel campo delle lotte sindacali come nella quotidiana guerriglia contro il fascismo» (Manifesto del 19 agosto “Per il programma di lotta del proletariato). I proletari dal partito ricevevano una parola non di piagnucoloso disarmo ma di impegno non demagogico (“La lotta continua!”, su “Il Comunista” dell’8 agosto), mentre prendeva corpo l’iniziativa del convegno delle Sinistre sindacali e guadagnava consensi l’invito ai proletari ancora legati al vecchio partito bancarottiero di rompere con esso e schierarsi col partito rivoluzionario di classe.
Nel mentre questi proletari vedevano l’Internazionale muoversi sul doppio binario, di semi-equidistanza, del corteggiamento anche finanziario del PSI, neomutilatosi solo per finta, e dello scomodo e quasi riluttante riconoscimento del partito di Livorno, l’unico partito comunista; con riflessi di smarrimento, disgusto ed amarezza9 di cui non potranno mai valutarsi gli influssi sulla débacle finale10.
Ma v’era di peggio. Non solo in Francia si accumulavano i sintomi di una ennesima sbandata a destra del PCF (un carro tirato, in altrettante direzioni diverse, da almeno cinque cavalli) e di trasposizione delle tattiche del fronte unico e del governo operaio sul piano delle combinazioni elettorali, sia pure soltanto amministrative.
Ma in Germania il corso precipitoso verso posizioni a dir poco equivoche e intermedie aveva fatto passi da gigante: estenuanti trattative con la socialdemocrazia per una manifestazione comune, poi naufragata, ai funerali di Tathenau con finale intervento isolato del partito al grido di “Repubblica! Repubblica!”; netta prevalenza negli organi direttivi di una interpretazione del “governo operaio” che troverà la sua codificazione “di sinistra”(!!) alla conferenza del gennaio 1923 a Lipsia: «né dittatura del proletariato né pacifico modo parlamentare di arrivarci, ma tentativo della classe operaia, nel quadro e dapprincipio coi mezzi della democrazia borghese, di esercitare una politica operaia con l’appoggio di organi proletari e di movimenti di masse proletarie», ma che, nella sua formulazione di destra (come in quella di Graziadei o di Radek al IV Congresso), aveva un sapore neppure dissimulato parlamentare e ministerialista: e prescindiamo da analoghi macroscopici sbandamenti nel solito partito cecoslovacco o in altri.
Il nostro allarme trovava dunque fin troppe conferme; e la più grave era che le oscillazioni e gli sdruccioloni dei maggiori partiti dell’Europa occidentale si riflettevano nella politica della dirigenza del Comintern, e la condizionavano.
In questa atmosfera di brancolamenti e confusione, che solo l’ottimismo ufficiale velava adducendo i successi conseguiti sul piano numerico, parlamentare e statistico-organizzativo, si riunì il IV Congresso dell’Internazionale Comunista (5 novembre- 5 dicembre 1922), mentre già in Italia il fascismo completava la sua pacifica, legale e benedetta dai padri tutelari della democrazia, ascesa al potere, sulle ceneri della rabbiosa e mai placata resistenza proletaria.
Per la prima volta la rappresentanza all’assise di Mosca è veramente mondiale. Ma di là da questo aspetto, che prova la potente forza di attrazione dell’Internazionale rivoluzionaria, la discussione, che si trascina per un mese intero, rivela la fragilità intrinseca del edificio. Astrazion fatta dal breve discorso di Lenin, appena convalescente, dallo splendido bilancio di Trotski sulla NEP e le prospettive della rivoluzione mondiale, dal primo grande rapporto Bordiga sul fascismo, e dal rapporto Bucharin sul programma dell’Internazionale, che sollevano il dibattito all’altezza delle grandi sintesi e delle formulazioni di principio, il Congresso brancola faticosamente alla ricerca di una via che tracci i confini alle più recenti evoluzioni tattiche nei paesi di capitalismo avanzato (paradossalmente, il problema dei limiti della tattica è ripreso dai nostri contraddittori, senza però che si vada oltre i termini di una complicata e tutt’altro che chiarificatrice casistica).
Appare fin dalle prime battute che la parola d’ordine del fronte unico ha dato luogo non solo a diverse interpretazioni erronee, ma ad aperte deviazioni di principio: alla rappresentanza mondiale dei partiti comunisti si impone l’incredibile necessità di ricordar loro che ogni ritorno all’ ”unità” con la socialdemocrazia è per sempre escluso! Ma lo spettro appena fugato nel modo di interpretare ed attuare questa parola d’ordine, improvvisamente e incautamente lanciata nella sua forma più vaga, si rivela subito enorme: se Zinoviev prospetta il mitico “governo operaio” come un’eventualità del tutto eccezionale e quasi improbabile, v’è chi lo giudica una possibilità condizionata, e chi, agnosticamente, come un evento realizzabile anche sul piano parlamentare, a seconda della posizione che la socialdemocrazia assumerà nei prossimi mesi, e che nessuno può prevedere.Radek, che appunto sostiene senza mezzi termini questa tesi, non esita a ridimensionare il giudizio fino allora ritenuto definitivo sulla funzione storica del riformismo: la socialdemocrazia – si deve sentir dire dalla tribuna, e da un rappresentante così qualificato del presidium – ha sì massacrato gli spartachisti e strangolato la rivoluzione tedesca, ma ci ha pur fatto, volente o nolente, il piacere di “liberarci” dal Kaiser!!!
Il nocciolo della questione resta comunque (e le tesi votate con la sola astensione del partito italiano lo provano) che la parola d’ordine non è più presentata come sostitutiva – e solo in date circostanze – della classica parola della dittatura del proletariato: questa, che per la sinistra sola merita veramente il nome di “governo operaio”, diventa l’ultimo gradino, il vertice ideale – per così dire – di una scala ascendente di forme imperfette e tuttavia ipotizzabili come trampolini di lancio a quella vetta suprema: governo “operaio” con partecipazione comunista (subordinatamente all’impegno di armare i proletari, disarmare le organizzazioni controrivoluzionarie, introdurre il controllo della produzione e scaricare sulle spalle della borghesia l’onere principale delle imposte); governo “ di operai e di contadini poveri” non meglio specificato, come potrebbe formarsi nei Balcani; governi “apparentemente operai” come quello operaio… “liberale” già esistente in Australia e forse imminente in Inghilterra, o come quello “operaio”… puramente socialdemocratico già in atto o in gestazione in Germania.
Questi ultimi, si dice, pur non essendo “rivoluzionari”, possono in date circostanze «accelerare il processo di disgregazione del regime borghese» (la socialdemocrazia non più strumento di conservazione del regime borghese ma suo possibile fermento dissolutore!) e i comunisti devono essere pronti «ad appoggiarli sotto certe garanzie e, naturalmente, solo in quanto esprimano e difendano gli interessi dei lavoratori» (!!!): i due primi «non significano ancora la dittatura del proletariato, non sono neppure uno stadio di transizione storicamente inevitabile ad essa, ma rappresentano, qualora e dovunque si costituiscano, un importante punto di partenza per la conquista della dittatura attraverso la lotta».
Le tesi aggiungono: «Un governo operaio è possibile solo se nasce dalla lotta delle masse stesse, poggia su organi operai atti al combattimento e creati dagli strati più profondi delle masse proletarie oppresse. Anche un governo operaio scaturito da una costellazione parlamentare, quindi di origine puramente parlamentare, può dar modo di ravvivare il movimento rivoluzionario operaio. È però evidente che la nascita di un vero governo operaio, e l’ulteriore conservazione di un governo che conduca una politica rivoluzionaria, deve scatenare le lotte più aspre ed eventualmente (?!) la guerra civile con la borghesia. La parola d’ordine del governo operaio è quindi atta ad affasciare il proletariato e a scatenare lotte rivoluzionarie». Le garanzie? Eccole: «La partecipazione ad un governo operaio deve avvenire previo consenso del Comintern; i suoi membri comunisti devono soggiacere al più stretto controllo del partito e mantenersi nel più intimo e diretto contatto con le organizzazioni del proletariato; il partito comunista deve assolutamente mantenere il proprio volto e la completa autonomia della propria agitazione» (“Protokoll des 4 Kongress der Kommunistichen Internazionale”, Amburgo 1923, pp. 1016-1917).
In questo edificio, cesellato con la giuridica minuzia di un costituzionalismo che ricorda la classica teoria borghese dei “freni e contrappesi”, tutto va perduto: l’indipendenza reale del partito, che non gli si può chiedere di mantenere nell’atto che abbandona le sue pregiudiziali di irrevocabile scissione da partiti classificati per sempre nel novero delle forze controrivoluzionarie; l’esclusione marxista di soluzioni intermedie tra dittatura della borghesia e dittatura del proletariato; le stesse basi del “parlamentarismo rivoluzionario”, che è strumento di eversione degli istituti rappresentativi borghesi o non è nulla; infine, implicitamente, la stessa nozione di Stato.
E di riflesso salta il fondamento di una disciplina internazionale non fittizia, non meccanica, non basata sull’esegesi degli articoli di un codice civile o penale, ma organica, subentrandole la disciplina formale imposta da un organo insieme deliberante e esecutivo, la cui capacità di mantenere nel gioco complesso e imprevedibile delle manovre il filo della continuità teorica, pratica e organizzativa, è data a priori in forza di un’immunizzazione supposta permanente.
È un vecchio corollario delle “garanzie” che, quando sciaguratamente vengono messe in campo, sorga il quesito: chi custodirà i custodi? O dirigenza e “base” sono legate da un vincolo comune e superiore (e questo non può essere che il programma invariante e impegnativo per tutti) o deve risorgere l’apparato giudiziario dei tribunali del primo, secondo e terz’ordine, con tutto il gregge di avvocati, pubblici ministeri e, ovviamente, professori di diritto costituzionale, e questo apparato non è un ente metafisico, è la sovrastruttura dell’organismo che teoricamente dovrebbe controllare e giudicare: giudice e imputato in una persona sola. Non resta, allora, che sottoporlo anch’esso all’autorità suprema del poliziotto.
La disciplina è il prodotto dell’omogeneità programmatica e della continuità pratica: introducete la variabile indipendente dell’improvvisazione, e avrete un bel circondarla di clausole limitative; al termine del processo c’è solo il Knut, c’è Stalin.
Questo, in altre parole, dissero in appassionati interventi i rappresentanti della maggioranza del partito italiano (Il lettore può trovare il discorso Bordiga ne “Il Lavoratore” del 9 dicembre 1922), allora tutta di sinistra. E, poiché scripta manent, formularono le tesi che riproduciamo, nel disperato tentativo di rimettere ordine nei concetti, e quindi nell’azione pratica, e isolare il nocciolo sano delle formule via via uscite dagli alambicchi moscoviti dalle loro superfetazioni morbose. Le “Tesi sulla tattica” presentate al IV, poi al V Congresso (i due testi sostanzialmente si identificano) saranno rinviate a discussioni future: la “disciplina” provvederà ad archiviarle per sempre.
Note
Terza Internazionale, IV Congresso, novembre 1922
Parte Prima
La situazione italiana
Condizioni generali, economiche e politiche
Se si volesse indicare in un grafico la linea attuale di sviluppo della società italiana, bisognerebbe marcare con un tratto largo, e senza esitazione, una obliqua discendente a precipizio. L’Italia unisce in sé infatti nella sua crisi faticosa di dissoluzione gli elementi e le cause di rovina che, dal momento dell’armistizio del 1918, hanno separatamente esercitata la loro deleteria influenza nel gruppo degli Stati vincitori ed in quello degli Stati vinti.
Uscita dalla guerra sotto il peso e con l’aureola della vittoria, che la poneva d’un tratto al terzo posto nella scala delle potenze europee ed al quinto fra le potenze mondiali, essa si vide obbligata al ruolo di regolatrice degli avvenimenti internazionali coll’obbligo di crearsi e di conservarsi un’attrezzatura adatta alla grandiosa bisogna. La pace non segnò quindi per l’Italia la occasione propizia per alleggerire la sua pesante armatura bellica e d’altra parte la irresolubile questione fiumana e l’eterna guerriglia libica hanno imposta una ininterrotta parziale mobilitazione. Ma la gloria guerresca di cui la pace di Versailles donò un lembo anche all’Italia, non servì affatto a soddisfare il sentimento popolare che non aveva mai nutriti soverchi entusiasmi per l’intervento del 1915, né la sciocca incapacità dei governanti e dei diplomatici riuscì ad esaudire sia pure parzialmente le ambizioni dei gruppi nazionalisti e l’avidità dei gruppi bancari ed industriali; cosicché il malcontento e la insoddisfazione generale furono il fermento favorevole ad un sol movimento come di tutte le classi e di tutti i ceti, ad una irrequietezza ognora più grandeggiante, ad un spirito di ribellione che progressivamente andò guadagnando strati sempre più ampi, ad un senso di sfiducia e di scoramento che gettò nell’impotenza ed in una fatalistica attesa il ceto dirigente. Fu in un ambiente generale siffatto che si verificarono gli avvenimenti di carattere rivoluzionario nel periodo 1919-1921, in ordine cronologico: 1. Il movimento per il caro-viveri con la consegna alla Camera del Lavoro, da parte dei proprietari, dell’amministrazione dei negozi e dei magazzini; 2. Il Congresso di Bologna del Partito Socialista con l’adesione alla Terza Internazionale; 3. Le elezioni generali con la riuscita di 156 deputati socialisti e la loro clamorosa dimostrazione antimonarchica, in presenza del re, durante la seduta reale dell’inaugurazione della tornata parlamentare: l’invasione e la presa di possesso indebita delle terre; 4. Lo sciopero generale del Piemonte con il conseguito riconoscimento dei Consigli di fabbrica; 5. la rivolta militare di Ancona con la sospensione immediata della guerra di Albania; 6. L’occupazione delle fabbriche e il contemporaneo primo esperimento di armamento dei lavoratori.
Un’apparente prosperità economica accompagnò in un primo tempo questo succedersi di avvenimenti cui il proletariato, che aveva raggiunto una meravigliosa potenza di organizzazione, segnava il ritorno e dettava il corso; che dall’una parte lo Stato, nei suoi tentativi di arginare la montante marea rivoluzionaria, conservava artificiosamente in vita con sussidi ed inutili, ingenti ordinazioni, tutto il vasto apparato industriale sorto durante la guerra per le necessità militari; dall’altra parte i datori di lavoro, impreparati ad un resistenza e desiderosi solo di prolungare di qualche tempo la loro esistenza di classe privilegiata, cedevano rapidamente ad ogni richiesta ed imposizione delle masse. Erano i periodi nei quali i sindacati, organizzati saldamente su base nazionale, potevano con la sola tacita minaccia della sospensione del lavoro, ottenere continuamente aumenti di salari e vantaggi d’ordine morale: cosicché, per esempio, le otto ore di lavoro divennero patrimonio di tutta la classe lavoratrice senza che a tale scopo essa abbia dovuto impegnare e vincere una battaglia particolare. Tutte le lotte avvenute in quel volgere di tempo con la grande frequenza delle azioni sindacali, ebbero carattere e sapore schiettamente politico ed il proletariato raggiunse tutte le sue conquiste in dipendenza della potenza politica che egli aveva raggiunto.
In realtà, sotto l’apparente prosperità, la crisi economica maturava rapidamente: il bilancio dello Stato si stremava sotto i pesi enormi imposti dal continuato artificioso funzionamento delle industrie di guerra; dalla prima creazione e poi dal perfezionamento della guardia regia, vero esercito mercenario di circa 100.000 uomini destinato nell’intenzione dei governanti a costituire l’ultima difesa disperata contro l’attacco rivoluzionario al potere; dal raddoppiarsi degli stipendi all’enorme folla degli impiegati statali e dei pubblici funzionari; dal prezzo politico del pane che costava annualmente oltre 3 miliardi di lire per grano importato. E contemporaneamente l’organismo della produzione si spezzava scompigliando la rete dei suoi rapporti e dei suoi collegamenti per la preoccupazione degli industriali di porre in salvo all’estero la maggior parte possibile delle loro ricchezze, per sottrarle al pericolo di una rivoluzione e al sequestro del fisco che per evitare il proprio sbaraglio ed accontentare la volontà popolare, stabiliva la confisca dei profitti di guerra, la nominatività dei titoli, l’imposta sul reddito e l’imposta sul capitale. Ed è interessante notare che, mentre questi provvedimenti di carattere draconiano non riuscivano per nulla a sanare le finanze dello Stato per l’incertezza della loro applicazione e per l’abilità di elusione dei capitalisti, essi raggiungevano perfettamente lo scopo di affrettare la rovina della economia generale per il panico che diffondevano nei ceti abbienti dei contribuenti. Cosicché mentre l’apparenza pareva testimoniare, per il tenore di vita delle classi più numerose, un rigoglio ed un prosperare di tutto il tessuto economico della collettività, in realtà questo si andava sfacendo in una rapida rovina.
Il periodo di tempo che abbiamo fin qui descritto resta dunque caratterizzato da una linea discendente rappresentante lo sviluppo progressivo della crisi dell’economia, da una linea ascendente raffigurante la potenza ingrandentesi delle classi lavoratrici, e da una terza linea declinante segnante il graduale cedimento della forza politica della borghesia.
La fine dell’anno 1920 e l’inizio del 1921 segnano un rapido e quasi inatteso mutamento nella reciproca posizione di alcune di queste forze e precisamente della efficienza e della combattività del proletariato e della classe capitalistica. Ne sono note le ragioni fra cui la incapacità e l’inettitudine del partito socialista che non seppe portare decisamente allo sbocco rivoluzionario il fatto grandioso della occupazione delle fabbriche e delle terre, con il conseguente rilassamento della forza dei lavoratori e la ripresa della capacità e della volontà di lotta della borghesia. Solo da quel momento si è iniziato l’intervento diretto e decisivo del fascismo nella storia italiana come fattore primo e sostanziale della offensiva capitalistica, ed in quel momento si viene precisando nel centro stesso dell’esercito proletario col Partito Socialista, quella contesa e quell’opporsi di frazioni e di tendenze che, sfasciandone completamente l’organismo, mentre rendeva possibile l’opera di ricostruzione di un vero e saldo partito rivoluzionario, gettava nel marasma e nell’impotenza l’organizzazione operaia per l’appunto nell’istante del maggior pericolo e della più grave minaccia. La linea discendente raffigurante nel nostro grafico la progressiva decadenza politica della classe borghese volge a questo punto, con un rapido e decisivo mutamento, verso l’alto riportandola al di sopra della mediana nella posizione di maggior forza, contemporaneamente la linea ascendente della potenza politica dei lavoratori si flette ad un tratto oltrepassando il più basso limite in precedenza toccato dalla linea dell’efficienza della classe borghese; mentre la terza linea, segnante il progressivo sviluppo della crisi economica non volge il suo tracciato che anzi lo inclina più ancora verso gli abissi dello sfacelo. Infatti il quasi miracoloso, provvisorio arrestarsi della rovina politica della borghesia ed il capovolgimento dei rapporti di forza fra le due classi contrastanti non ha affatto influito sul fenomeno generale dell’economia nazionale, ha proseguito il suo corso con un ritmo accelerato dallo squilibrio politico improvvisamente sopraggiunto. Ad un anno e mezzo di distanza dal riconquistato potere da parte del capitalismo e in regime di effettiva dittatura antiproletaria la situazione italiana presenta tutti i sintomi di una malattia profonda ed inguaribile che abbia ormai toccati gli stessi centri vitali dell’organismo.
Le finanze dello Stato e dei Comuni
Il bilancio dello Stato, dopo quattro anni quasi dalla fine della guerra, si chiude con un deficit, tuttora in aumento, di 5 miliardi di lire; non sono valse a sanarlo, e neppure a migliorarne la condizione, né l’abolizione del prezzo politico del pane che, facendo gravare sulle classi lavoratrici per oltre 3 miliardi di nuova spesa, li ha in massima parte offerti alla speculazione dei grandi produttori agrari nazionali; né l’imposizione di nuove imposte che, cadendo a preferenza sui generi di consumo e di uso non di prima necessità, hanno servito esclusivamente ad abbassare il tenore di vita delle classi medie e povere: tipiche fra le altre le imposte sui bagni, sulle lampadine elettriche, sui medicinali, sui saponi, sui biglietti tranviari, sui generi di lusso sotto il qual titolo generico sono compresi i brillanti e le spazzole, gli automobili e le calze, i dolciumi ed i vestiti. Il capitalismo, forte del riconquistato potere se ne valse immediatamente per fare sospendere ed abolire le imposte di carattere democratico che i governi nel periodo precedente avevano decretato sotto la pressione della volontà popolare: così avvenne nei riguardi dell’imposta sul reddito e sul patrimonio cui venne tolto il carattere di espropriazione di una quota parte del capitale sminuzzandola e graduandola nel tempo, snaturandone completamente lo scopo di porre rapidamente a disposizione dello Stato una somma importante e liquida; così si fece per la nominatività dei titoli mutata da obbligatoria in facoltativa e resa inadatta quindi al suo intento di impedire l’imboscamento dei quel centinaio di miliardi di lire che investite in azioni al portatore sfuggono normalmente e comodamente ad ogni ricerca del fisco.
Solo nell’anno corrente fu ripresa l’usanza, sancita dalla Costituzione, della discussione parlamentare dei singoli bilanci dello Stato; e fu in questa occasione che dalla bocca stessa del ministro delle Finanze venne resa nota la condizione spaventosa dell’azienda statale. Ai cinque miliardi di deficit occorre ancora aggiungere infatti oltre un miliardo di debiti nuovi accesi nel corso dell’esercizio con l’emissione, non più controllata e libera da ogni limite legale, di buoni del Tesoro che graveranno per il rimborso sul bilancio dei prossimi anni; le somme impiegate per la liquidazione delle pensioni di guerra e per la ricostruzione delle terre liberate che attendono un ipotetico pareggio da conseguire con l’incasso della varie indennità di guerra da versarsi dagli Stati vinti. E non bisogna dimenticare il debito pubblico ammontante ad oltre cento miliardi dei quali 1/4 costituito dai debiti all’estero, spada di Damocle sospesa perennemente su ogni speranza e su ogni tentativo di risollevare la condizione economica generale. Si aggiunge a tutto questo la necessità di un intervento finanziario continuo dello Stato per evitare il fallimento ad ogni ora incombente sulle più importanti aziende bancarie e industriali, che si appoggiano ai gruppi politici interessati a sostenere col denaro pubblico le loro pericolose speculazioni e preoccupati di evitare un urto troppo brusco all’organismo dell’economia nazionale che si sorregge per miracolo.
Questa forma di attività, assolutamente sconosciuta nel passato ed ancora ignota negli altri paesi europei ha assunto in Italia un carattere quasi di normalità; ciò è dovuto in gran parte al fatto che in questa nazione il governo è diventato veramente più uno strumento ed un servo di alcuni potentissimi trust bancari che se ne contendono il possesso allo scopo di sfruttarlo per le proprie necessità; cosicché in maniera decisa ed inequivocabile ogni uomo politico eminente ed ogni partito politico hanno dietro di sé, nei loro giuochi serrati e nemici, uno dei più importanti istituti finanziari con tutta la rete dei suoi interessi e dei suoi affari. Nitti e la fallita Banca di Sconto oggi risorta nella Banca del Credito; Giolitti e la Banca Commerciale; il Partito Popolare e il Banco di Roma non sono avvicinamenti casuali di nomi, coppie create per esercizio polemico, ma rappresentano, nel potente connubio della politica e della finanza, la forma ultima assunta in Italia dal predominio dittatoriale del capitalismo. Ne discende la conseguenza ineluttabile che lo Stato risente e subisce tutti i contraccolpi degli avvenimenti che si verificano nell’ambiente della speculazione bancaria e, naturalmente, ne deve pagare le spese. È notoria l’azione svolta dal governo italiano per evitare un crack definitivo della Banca di Sconto; è conosciuta l’opera di soccorso a favore dell’Ansaldo sull’orlo dell’abisso; nessuno ignora il salvataggio dell’Ilva e il puntellamento del Banco di Roma: episodi tutti questi che sono per la loro importanza come le pietre miliari nella lunga serie di sovvenzioni, di sussidi, di esenzioni date dallo Stato a spese del suo bilancio fallimentare per sostenere le sue clientele di borsa e di mercato. Queste operazioni camuffate nei bilanci sotto forma di partite di giro che resteranno eternamente aperte, di concessioni di mutui senza speranza di rimborso, di rilevamenti di debiti senza garanzia di rivalsa, non costituiscono altro, tolto l’artifizio contabile, che erogazioni a fondo perduto, veri saccheggi eseguiti dalla classe capitalistica sulla ricchezza dello Stato. Il quale va alla deriva, si sfianca e affonda ripercuotendo dal centro alla periferia l’ondata della rovina. Gli organismi locali pubblici riflettono infatti nel loro più ristretto ambito il quadro finanziario statale; comuni e province riescono a malapena a saldare l’un con l’altro i bilanci d’ogni mese gravandosi di debiti e mutui, e privi della possibilità di servirsi dei cento ripieghi offerti allo Stato dai suoi poteri superiori, lasciano decadere e mancare le funzioni più importanti a loro attribuite. Tutti i grandi municipi hanno un deficit di qualche centinaio di milioni e non una volta sola essi sono stati obbligati a sospendere gli stipendi dei propri funzionari. D’altra parte la guerra civile ferocissima divampante nei 3/5 del territorio fa sentire i suoi contraccolpi in modo rude sui comuni che vivono la loro attività più intimamente mescolata alla popolazione che non lo Stato, che sono quotidianamente e concretamente il palio della lotta cui ambisce il vincitore. Di circa 3000 comuni conquistati nel 1920, nelle ultime elezioni, dai partiti operai, oltre 2000 sono già stati militarmente conquistati dalle milizie fasciste; ed ognuno immagina in quali condizioni si ritrovino dopo le avventure sanguinose.
La economia pubblica è dunque in completo sfacelo ed il mondo della produzione da cui essa trae nutrimento e vita e cui offre protezione è conseguentemente in preda da un marasma che si potrebbe chiamare mortale.
Condizioni dell’industria e dell’agricoltura
L’Italia è paese sfornito di materie prime: metalli, legnami, combustibili sono importati si può dire completamente, poiché nessuna importanza hanno, di fronte al consumo interno, i minerali di ferro dell’Isola d’Elba e di Val d’Aosta, la lignite della Toscana ed i boschi del Trentino recentemente annesso. Ogni grande industria italiana è quindi tributaria dell’estero, ed i prodotti nazionali non possono in linea generale battere la concorrenza delle altre nazioni. Ciò spiega il relativamente lento sviluppo dell’industria italiana che era nel passato riuscita ad affermarsi solo in alcune lavorazioni specializzate come, esempio, nell’industria automobilistica. La guerra provocò in Italia un improvviso e meraviglioso risveglio industriale ingigantendo senza limiti gli impianti di produzione e ogni equilibrio di prezzi era scomparso, ogni rischio superato, ogni concorrenza annullata dalla inesauribile necessità di prodotti bellici che lo Stato richiedeva, acquistava, pagava senza freno. Ma la fine della guerra spezzò d’un tratto il ritmo vorticoso del lavoro: scomparso dal mercato il cliente sicuro e docile, lo Stato, riprese in parte vigore le legge della concorrenza; riaperte sia pure parcamente le frontiere coi luoghi di produzione straniera; contratta la domanda di merci per la crisi generale iniziantesi, decuplicato il costo delle materie prime da importarsi per lo svilimento della valuta; impauriti gli imprenditori per la crescente marea rivoluzionaria, il meraviglioso apparato industriale fiorito durante la guerra per l’artificiosa atmosfera di sicurezza commerciale che si era formata intorno ad esso, vide mancarsi l’impulso ed il nutrimento. Ed incominciò, dopo un certo periodo di effimera attività suscitata dallo Stato per placare in un’ingannevole floridezza le passioni della folla tumultuante, il rapido sfacelo, il cui inizio coincise quasi con l’occupazione delle fabbriche nel 1920.
Fallimenti, serrate; chiusura definitiva delle officine, abbandono puro e semplice dei fabbricati e del macchinario all’opera logoratrice del tempo; vendita a prezzo di rottame degli impianti tecnici segnarono in un crescendo demolitore la rovina di quell’organismo che aveva per qualche anno accecato l’orgoglio egocentrico del nazionalismo italiano. Ed in lunghe teorie di miseria i lavoratori, che il vortice operoso dell’industria di guerra aveva strappati alla campagna e rinserrati, in un fenomeno d’urbanesimo esasperato, fra le mura cittadine, ripresero la via dei campi e dei villaggi. Ma la campagna, come la città, langue e non sfama. L’Italia, che non è un paese industriale per la sua conformazione geologica, non è neppure paese agricolo nonostante la sua antica tradizione di “mater frugum”; tanto dieci secoli di guerre, di rapine, di sfruttamento e di sgoverno ne hanno disertate le terre già fiorenti e ricche. La “mater frugum” è tributaria all’estero di un buon sesto del suo fabbisogno granario ed importa dall’estero il bestiame da macello. L’importazione industriale non è però controbilanciata dall’esportazione agricola, e dalla fine della guerra questo squilibrio della bilancia commerciale si è enormemente aggravato.
Non impunemente si sono sottratte dalla campagna per 4 anni milioni di braccia.
Il precipizio della Lira
Dopo la rapida esposizione che abbiamo fatta della situazione economica italiana (finanziaria – industriale – agricola) non vi sarà più alcuno che si meravigli quando osservi il continuo e progressivo peggiorare della valuta italiana: la lira italiana scende verso gli abissi dove il marco e la corona segnano già il tramonto di due capitalismi che furono tra i più potenti del mondo. A fine settembre 1922 in una condizione di completa soggezione del proletariato (negli anni passati si dava la colpa dello svalutamento della lira, mai giunto però al limite attuale, alla agitazione operaia) e di effettiva dittatura capitalistica, 100 franchi valgono 180 lire (alla pari normalmente) una sterlina costa invece di 20 ben 100 lire, un dollaro oppone 24 lire attuali alle 5 anteguerra, e 100 franchi svizzeri devono essere pagati con 443 lire italiane, mentre nel 1914 la valuta italiana e l’elvetica si equivalevano.
Più che ogni descrizione queste cifre valgono ad indicare il punto rovinoso cui è giunta la progrediente crisi del capitalismo italiano. Ogni stabilità di prezzi è scomparsa dai mercati italiani e, se anche non si è giunti ancora al punto della Germania e dell’Austria nelle quali di minuto in minuto muta nei negozi il cartello delle vendite, però ogni giorno porta con sé una variazione. Le merci aumentano di prezzo per una quantità di cause: la loro scarsità, la mancanza di denaro liquido, l’alto corso della valuta, l’abolizione di ogni limitazione e di ogni controllo dello Stato, la riunione dei produttori e dei venditori in organizzazioni salde e disciplinate con la conseguente abolizione di ogni concorrenza, ecc. All’aumento continuo del prezzo delle merci si accompagna naturalmente la loro rarefazione: e già dai dirigenti stessi del Commissariato degli approvvigionamenti si predice sui giornali la prossima carestia invernale. Questo disordine dei mercati trasforma il commercio nella speculazione ed in questa si affondano e scompaiono sempre più rapidamente imprese ed aziende. Un indice se ne trae dai bollettini dei protesti cambiari e dagli elenchi dei fallimenti. Mentre negli anni passati questi si erano ridotti al minimo ancora di quello degli anni precedenti la guerra, nel 1922 essi si sono quadruplicati nei confronti del 1921 come risulta dai dati esposti, con commenti preoccupanti, dalla Camera di Commercio di Milano.
In stretta connessione con questo stato del commercio sono le condizioni disastrose delle ferrovie, il cui bilancio presenta un deficit di oltre un miliardo nell’esercizio 1921-22; lo stato di inattività dei porti italiani in gran parte inoperosi, ed il disarmo della flotta mercantile effettuato nella proporzione, ancora aumentante, di oltre il 50%. Si può qui a titolo di curiosità e di esempio, rammentare che il porto di Trieste, già primo emporio commerciale dell’Adriatico, e fra i primi del Mediterraneo, è ridotto dalla sua unione all’Italia, ad una rada semideserta dove rari piroscafi attraccano, carichi di merci destinate quasi solamente ai nuovi stati sorti dallo smembramento dell’Impero Austro-Ungarico.
La condizione del proletariato
Lo sviluppo dell’offensiva capitalistica
Non vi è forse in Europa presentemente una nazione nella quale le masse lavoratrici si trovano nella disperata situazione in cui giace il proletariato italiano. Colpito contemporaneamente dalle conseguenze economiche della crisi generale (disoccupazione, diminuzione dei salari, caro-viveri, mancanza di alloggi) e dalla reazione cosciente ed organizzata della classe borghese e dello Stato, egli sta attraversando il periodo più pauroso della lunga storia della sua emancipazione. E tanto più angosciosa è questa condizione di impotente soggezione in quanto che essa è succeduta immediatamente alla potenza incredibile cui il proletariato era assurto fino al 1920.
Due ordini di fatti hanno condotto a questo punto: l’offensiva capitalistica e la crisi del Partito Socialista, l’una concatenata all’altra, reciprocamente causa ed effetto, ma diversamente martellanti sulla compagine organizzativa del proletariato.
L’offensiva capitalistica trovò il suo inizio verso la fine del 1920 e si manifestò dapprima in due distinte forme a seconda del terreno su cui si mosse: e così le regioni agrarie videro sferrarsi i primi attacchi sanguinosi del fascismo (Bologna 21 novembre 1920, Ferrara dicembre 1921) mentre nei centri industriali la tattica dei licenziamenti principiò a scompaginare la forza operaia. Le due forme della offensiva furono suggerite dal modo con cui si era costituita nei due campi della produzione la potenza del proletariato, dai rapporti che si erano formati nel suo interno e fra la massa e gli altri ceti sociali, dagli aspetti della sua organizzazione, dalla psicologia diversa dei lavoratori agricoli e di quelli industriali. L’offensiva capitalistica ha veramente assunto in Italia la sua perfezione, valendosi e sfruttando ogni particolare della situazione, non già affidata allo Stato, cieco organismo pesante e macchinoso ed all’iniziativa dei singoli slegata e confusa, ma diretta e condotta con scientifici criteri dalle organizzazioni della classe borghese riunita nazionalmente in forti sindacati industriali ed agrari. La Confederazione Generale dell’Industria, cui aderisce la quasi totalità degli industriali, divenne il Comando Supremo della guerra antiproletaria, mentre la federazione dei proprietari agrari fu la sostenitrice diretta ed aperta del sorgente esercito fascista; sono noti gli episodi delle due guerre contemporanee ed intrecciantesi: i larghi licenziamenti quotidiani di migliaia di operai, privanti ad un tratto le maestranze dei loro elementi più coscienti e combattivi, indebolenti rapidamente le organizzazioni sindacali cui sfugge il controllo dei disoccupati, provocanti la formazione di eserciti di miserabili pronti a vendere per un boccone di pane la loro forza lavorativa. Contro i licenziamenti le maestranze opposero la difesa dello sciopero al quale gli industriali, decisi a giocare il tutto per tutto, risposero con le serrate degli stabilimenti. Sono noti i particolari di queste lotte condotte dalla massa sotto l’impressione radicata della delittuosa ritirata del 1920, con la sfiducia nei capi e secondo la tattica disfattista di questi miranti a sminuzzare in infiniti piccoli episodi locali l’azione unitaria e generale del proletariato; qui è sufficiente notare che l’attacco capitalistico riuscì vincitore su tutta la linea, e che l’offensiva contro i salari raggiunse ovunque la sua meta: la loro diminuzione, raggiungente in alcuni luoghi il 60 e il 70%, ha toccato per tutte le categorie di lavoratori una media del 25%. Questo risultato disastroso della lotta si è ripercosso terribilmente sull’efficienza dei sindacati i quali hanno visto più che dimezzarsi i loro effettivi; basti dire che la Confederazione Generale del Lavoro è scesa da circa due milioni e mezzo di aderenti nel 1920 a poco più di 800.000 nel corrente anno 1922.
E mentre nelle regioni industriali si svolgeva in queste forme, nelle regioni agricole la ripresa borghese assumeva gli aspetti ben noti della guerra civile aiutata, favorita, protetta dallo Stato. Il crollo delle forze proletarie fu qui più rapido ancora che nelle regioni industriali; già sul finire del 1920 alcune fra le province dove i lavoratori avevano raggiunto più perfezionate forme di organizzazione, come Bologna, Ferrara, Rovigo, erano state completamente conquistate dal fascismo. E in progressione di tempo tutta l’Emilia, la Toscana, la Puglia, gli Abruzzi, la Romagna, parte del Piemonte e della Lombardia, le terre più ricche d’Italia quelle in cui la rete delle leghe e delle cooperative si era stesa più salda e più fitta, furono sommerse dal fiotto sanguinoso della reazione: la Federazione dei Lavoratori della Terra già forte di un milione di aderenti è oggi ridotta a meno di 200.000. Sconfitto il proletariato e sconvolte le sue file, fu così facile per la borghesia passare direttamente all’offensiva antisindacale: il diritto di organizzazione se non di nome, certo di fatto, venne tolto violentemente ai lavoratori uccidendo i dirigenti dei Sindacati, distruggendone le sedi, rifiutando, ove ancora esistono, di riconoscerli nelle controversie come rappresentanti della massa, creando, in loro concorrenza, altre sedicenti organizzazioni sottoposte agli ordini e alle disposizioni del padronato. E questa opera perseguita con particolare accanimento dalla borghesia è stata in ogni modo facilitata dal pauroso estendersi della disoccupazione, in parte provocata dalla generale rovina dell’economia, in parte perseguita dalla tattica industriale di asservimento del proletariato.
La disoccupazione
L’Italia nei tempi precedenti la guerra ha sempre avuto contro la disoccupazione un rimedio eccellente e sovrano: l’emigrazione. Ogni anno circa mezzo milione di proletari abbandonava il paese cercando stabilmente all’estero dimora e lavoro; circa 3/5 di questo immenso fiotto umano si dirigeva verso l’America dove formava grandiose colonie nazionali, specialmente negli Stati Uniti. La guerra arrestò il flusso emigratorio che non riebbe libertà di corso neppure con la pace sopraggiunta, e quando, dopo tre o quattro anni, le vie normali di relazione fra gli stati si riaprivano e lo sfogo tradizionale della esuberante popolazione italiana si presentò possibile, la nuova legislazione americana sull’emigrazione venne d’un tratto e definitivamente a vietarlo ed ostruirlo. Con le disposizioni entrate in vigore nel corrente anno non oltre 50.000 italiani possono ottenere annualmente l’entrata negli Stati Uniti: tali cifre, già insufficienti per gli anni normali di attività economica ordinata e di vasto assorbimento locale di manodopera, si presenta nella attuale situazione di disoccupazione dilagante come affatto risibile e senza efficacia per le necessità italiane.
All’inizio del 1922 le statistiche ufficiali davano una cifra di mezzo milione di disoccupati in tutto il paese; al 1° maggio essi erano discesi a 432.372 ed al 1° giugno 410.127 (industrie minerarie ed edilizie 190.549, agricole 95.532, metallurgica 38.277, tessili 42.379 ecc.), ma ove si tenga conto dei sistemi di registrazione in vigore, di carattere facoltativo non obbligatorio, si comprenderà come tale cifra rappresenta una parte soltanto dei senza lavoro. Le stesse comunicazioni ufficiali che fornivano i dati su riferiti avvertivano infatti prudentemente che riferendosi essi al periodo nel quale gli intensi lavori agricoli assorbono provvisoriamente grande quantità di mano d’opera non occorreva assumerli con piena credibilità, ma occorreva al contrario portare a circa un milione i disoccupati nell’inizio dell’estate. La condizione dei senza lavoro italiani è spaventosa, esistendo nel paese una forma imperfetta ed inadeguata di assistenza. Se si escludono alcune istituzioni di previdenza mutua di carattere volontario e le casse di disoccupazione organizzate internamente in certi sindacati l’unica forma di aiuto viene alla grande maggioranza offerta dall’assicurazione statale contro la disoccupazione. Hanno diritto a questa, per un periodo massimo di 90 giorni annui, quei lavoratori che hanno in regola l’apposita tessera comprovante il puntuale pagamento delle quote cui devono concorrere, operaio, industriale, Stato. Ma poiché una parte di industriali e di operai, gli uni per speculazione, gli altri per ignoranza, eludono la legge dell’obbligatorietà dell’assicurazione, molti disoccupati restano privi anche di questa limitatissima forma di assistenza. Per comprendere la insufficienza di questa, bisogna porre mente al fatto che la disoccupazione attuale non è saltuaria e contingente, ma ha un carattere di normalità e di continuità dipendente dal rimpicciolimento definitivo dell’apparato industriale e non soltanto da una transitoria contrazione dei mercati e del consumo. Non si presenta quindi come possibile la trasposizione della mano d’opera dall’una all’altra fabbrica, dall’una all’altra regione, dall’una all’altra industria, ma l’espulso dal lavoro è condannato ad un’inerzia che si prolunga per mesi e per anni.
La miseria da ciò riceve un impulso formidabile: prova ne è il continuo aumento dei depositari ai monti di pietà, il verificarsi frequente dei morti per inedia, ecc.
Mancano in Italia da qualche anno le statistiche ed i censimenti, ché l’organismo dello Stato in sfacelo non riesce più ad esercitare quest’opera elementare e necessaria di rilievo e di controllo, ma l’osservazione empirica della situazione fornisce ad ognuno queste notizie generali. Riesce impossibile esporre in modo preciso, ad esempio, il continuo alzarsi dei numeri indici dei prezzi dei generi di prima necessità, ma ciononostante, le esperienze personali di ciascuno permettono di constatare il pauroso aumento dei viveri, dei vestiari, delle abitazioni.
La vita costa in Italia oltre cinque volte più dell’anteguerra; e quando si ponga in rapporto questo fatto con la diminuzione dei salari o con la disoccupazione dilagante si comprenderà che non vi è esagerazione nell’affermare che il proletariato italiano scende in questo tempo negli abissi della disperazione.
Condizioni delle classi medie
La fiammata rivoluzionaria del 1919-1920 aveva gettato la piccola e media borghesia al seguito del partito socialista e nelle fila delle organizzazioni sindacali rosse: tutta la burocrazia ed i ceti dei liberi professionisti costituirono nelle elezioni di quel tempo una massa di elettori entusiasti dei candidati sovversivi, e gli scioperi degli impiegati delle pubbliche amministrazioni arrestarono più volte il funzionamento dei comuni e dello stato.
Ma i primi accenni della reazione furono sufficienti per ricacciare questi recenti militi delle organizzazioni proletarie ai piedi della borghesia ed in braccio ai partiti borghesi i quali furono bene lieti di ripagarne la viltà con una temporanea protezione. Ciò era necessario per potere operare con sicurezza contro le masse lavoratrici, sicure le spalle da improvvise rivolte; ma non appena l’offensiva capitalistica giunse a realizzare i suoi piani di schiacciamento del proletariato, la classe dominante si accinse a ridurre alla ragione anche i ceti medi e piccolo borghesi. L’episodio più saliente di questa lotta è costituito dalla riforma della burocrazia, opera il cui impegno da venti anni a questa parte ha sempre costituito un punto obbligatorio del programma di ogni nuovo ministero ma che ha atteso la sua realizzazione fino ad oggi, al momento più critico per la compagine statale italiana. Allo stesso modo che la classe industriale tenta e si illude di salvarsi dalla rovina pagando il formidabile costo della ricostruzione con la decurtazione dei salari e l’affamamento dei lavoratori, così lo stato persegue il risanamento del suo bilancio fallimentare attraverso la riduzione del suo esercito di funzionari ed alla limitazione dei loro stipendi. Il ministero Facta che ha saputo circonfondersi di benemerenze di fronte ai partiti reazionari eccitando e favorendo lo sviluppo del fascismo e la sua selvaggia attività, sta procacciandosi oggi il favore dei partiti democratici e liberali falcidiando e massacrando, in nuove tabelle ed in nuovi ruoli, le schiere dei suoi dipendenti. Né questi hanno modo di opporsi e di reagire, sciolte o disperse per inerzia e viltà le loro organizzazioni ed alienatasi la solidarietà e la simpatia delle classi lavoratrici che hanno tradito al primo accenno di pericolo: sono lontani i tempi in cui tutto l’esercito dei funzionari statali abbondava il lavoro in uno sciopero generale di dieci giorni, fra gli applausi e la solidarietà degli operai e dei contadini!
Le classi medie sono così accomunate ai proletari nella loro sofferenza; contro di esse non funziona la reazione illegale del fascismo che tenta anzi di crearsene una base ed un puntello, né si accanisce la reazione legale dello stato che non ne teme una minaccia ai suoi ordinamenti ed alle sue leggi. Ma la crisi economica picchia inesorabile alle case degli impiegati e dei professionisti e vi semina nuovamente, dopo il periodo di attesa, i semi del malcontento ed i fremiti dell’insoddisfazione. Manca ad essi la sicurezza del tetto, il vitto scarseggia, il lavoro è insidiato e conteso: il processo della loro proletarizzazione si accelera ed urge.
I sindacati
Lo spirito profondamente politico che pervade in Italia il movimento sindacale è causa indiretta del moltiplicarsi delle organizzazioni proletarie: ogni partito che recluti i suoi aderenti tra le masse operaie e contadine fonda il suo sindacato in contrasto e concorrenza con gli altri partiti e con gli altri sindacati. È questo inoltre un mezzo per costituirsi una massa di manovra più numerosa di quella inquadrata nel partito sempre meno disciplinata e sicura. Il solo partito comunista che non tende a costituirsi una clientela elettorale e personale ma che agisce agli scopi degl’interessi reali del proletariato, non ha seguito questa tradizione decennale ma ha preferito penetrare e lavorare nell’interno di tutti i sindacati rossi già esistenti per arrivare alla loro unificazione.
I comunisti sono dunque nei quadri della Confederazione Generale del Lavoro socialista, dell’Unione Sindacale anarchica, dell’Unione Italiana del Lavoro repubblicana-interventista, del Sindacato Ferrovieri racchiudente aderenti di tutti i partiti e delle Federazioni dei Lavoratori del Mare e dei Lavoratori dei Porti. Al contrario e naturalmente essi non si iscrivono alla Confederazione Generale dei Lavoratori popolare ed alle Corporazioni Nazionali fasciste che proclamano e seguono la direttiva della collaborazione di classe.
La Confederazione Generale del Lavoro aderente ad Amsterdam è l’organismo più importante di tutti anche se presentemente le sue forze sono state dimezzate dall’offensiva reazionaria e se numericamente essa si vede superata dalle organizzazioni popolari. Formata di Federazioni nazionali di mestiere che stanno trasformandosi in Federazioni di Industrie, essa è legata con un patto di alleanza col partito socialista. Conta 800.000 aderenti dei quali circa 1/3 raggruppati attorno al Comitato Comunista, un altro terzo circa seguente le disposizioni del Comitato massimalista, il resto subordinato ai dirigenti riformisti.
L’Unione Sindacale, formatasi per scissione dalla Confederazione Generale del Lavoro e delle cui forze non fu mai possibile avere una statistica, è organizzata in forma federativa, non possiede una organizzazione centrale, aderisce nella sua maggioranza all’Internazionale Sindacalista di Berlino, e probabilmente inquadra circa 100.000 iscritti. Si è formata nel suo seno e vi ha quasi la maggioranza una frazione “Sindacalista Rivoluzionaria” che lotta per provocarne l’adesione ai Sindacati Rossi di Mosca.
L’Unione Italiana del Lavoro si è costituita nel 1915 allo scoppiare della guerra per scissione dall’Unione Sindacale riunendo i gruppi sindacalisti e repubblicani interventisti. I suoi aderenti, poche decine di migliaia, sono localizzati in Parma ed in alcune città della Romagna. Per influenza del suo fondatore e dirigente on. De Ambris che fu segretario del governo provvisorio di Fiume, essa sta divenendo il centro del nuovo tentativo di costituzione di un sindacalismo dannunziano a tendenze nazionali.
Il Sindacato Ferrovieri separatosi nel passato dalla Confederazione per la sua dipendenza dal partito socialista conta circa 120.000 aderenti e fu per qualche tempo il sindacato più battagliero e rivoluzionario d’Italia. Caduto in uno stato di marasma dopo il Congresso dell’agosto 21 dove, per impedire la vittoria comunista avvenne la coalizione dei socialisti, anarchici e dei senza partito che presero il sopravvento dell’organizzazione, ne sta sortendo in questi tempi, dopo la crisi pericolosa succeduta all’ultimo sciopero generale. La frazione comunista vi raggruppa un terzo degli aderenti e sotto la sua pressione il Sindacato si avvia a rientrare nella Confederazione Generale del Lavoro.
La Federazione Lavoratori del Mare per quanto aderente alla Confederazione, costituisce in realtà un organismo indipendente organizzato in forma strettamente accentrato e soggetto alla direzione dittatoriale del suo segretario l’on. Giulietti. Questi non ha mai avuta una direttiva precisa ma ha ondeggiato dall’interventismo al comunismo, dal dannunzianismo al riformismo, dall’arditismo al fascismo. L’abile barcamenarsi permise fino ad ora al segretario della federazione di conservare in una condizione di isolamento dal resto della massa proletaria la categoria mannaia, ma l’ultima iniziativa del Giulietti, di sottoporre l’organizzazione al controllo ed alla tutela del partito fascista che ha provocato il sollevamento di gran parte degli iscritti, porterà probabilmente ad un radicale rinnovamento della struttura federale ed a una sua più reale adesione al movimento generale del proletariato italiano.
La Federazione Nazionale Lavoratori dei Porti è autonoma da tutti i grandi organismi nazionali; segue una asserita direttiva di apoliticità che la trasforma in una corporazione perseguente ristretti interessi di categoria. Questo suo carattere non salvandola dagli attacchi fascisti ha invece facilitato il suo parziale sfasciamento per la mancanza nei suoi quadri di una forza spirituale che ne sorreggesse la compagine.
La Confederazione Generale dei Lavoratori forte di 1.924.000 aderenti raccoglie in maggioranza nei suoi sindacati i contadini ed alcune categorie artigiane o di lavoratori semiproletari impiegati, camerieri, portinai, ecc. Essa proclama nel suo statuto il principio della collaborazione di classe ma adotta comunemente i metodi dell’azione diretta e violenta anche, dando luogo negli anni passati a movimenti ed agitazioni battezzate col titolo di “bolscevismo nero”. Si unisce alcune volte, pure senza accordi ed intese preventive, alle azioni generali dei sindacati sovversivi, come ad esempio nell’occasione dello sciopero nazionale e metallurgico del giugno ultimo scorso, e durante lo sciopero antifascista lombardo-piemontese del luglio u.s. La Confederazione Generale dei Lavoratori pure non chiedendo ai propri aderenti una esplicita dichiarazione di fede, pone la sua azione sotto la tutela ed il manto della religione cristiana. Essa aderisce all’Internazionale bianca dei sindacati cristiani per la cui costituzione ha attivamente lavorato.
Le Corporazioni Nazionali sorte nel corrente anno raggruppano i lavoratori delle terre conquistate dal fascismo; e poiché questo si è rafforzato specialmente nelle zone agrarie, così in enorme maggioranza esse sono composte di lavoratori della terra. Le Corporazioni Nazionali sono nove e comprendono (mese di agosto) 450.000 aderenti, di questi la sola Corporazione agraria oltre 290.000.
Le Corporazioni sono formate dalla unione dei sindacati dei datori di lavoro e dai sindacati dei lavoratori; in tale modo esse mirano a realizzare concretamente il principio della collaborazione di classe. Ma dato lo spirito che anima i dirigenti e la funzione di arbitro che esercita nelle contese il partito fascista, militarmente organizzato il principio della collaborazione si traduce nella realtà della soggezione di classe.
Nell’interno delle Corporazioni nelle regioni più martoriate, dove ogni resto di organizzazione rossa è stata stroncato col ferro e col fuoco e dove tutti i lavoratori in massa si sono vista imporre, pena la morte, la iscrizione al sindacato fascista, si sono formati nuclei illegali di comunisti che curano le informazioni ed il collegamento cogli organismi centrali del partito e compiono un’opera segreta di propaganda.
I partiti
Nel mondo italiano in piena dissoluzione, nel quale i ceti sociali mutano rapidamente la loro struttura, le loro condizioni, la loro psicologia, le loro aspirazioni, riesce difficile fissare in modo preciso l’elenco dei partiti politici e le loro caratteristiche, e ciò sia per i partiti della borghesia che del proletariato.
Se noi osserviamo la composizione del parlamento notiamo dalla destra alla sinistra ordinatamente: i fascisti, i nazionalisti, gli agrari, i liberali, i quattro gruppi della democrazia (democrazia liberale, democrazia italiana, democrazia sociale, democrazia senza aggettivi), i popolari, i riformisti, i repubblicani, i socialisti, i comunisti.
Fascisti, nazionalisti ed agrarii costituiscono la destra ufficiale e sono stretti fra di loro da un’alleanza nei confronti degli atteggiamenti parlamentari; tre gruppi ferocemente conservatori che numericamente miseri dominano però le varie frazioni del centro con la loro audacia ed irruenza. Si può notare però che ad esempio nell’ultima crisi ministeriale i fascisti si separarono dagli agrarii e dai nazionalisti nella votazione; che i nazionalisti, decisamente monarchici, temano nel fascismo il periodico affacciantesi tendenzionalismo repubblicano; che gli agrarii avversano nei nazionalisti la stretta loro relazione coi trust industriali che sono in gara con i proprietari fondiarii nell’accaparramento dei favori e dei privilegi fiscali e fìnanziarii; che gli agrari ancora paventano che il fascismo non costruisca per essi una nuova minaccia con la organizzazione delle Cooperazioni Sindacali che possono domani sfuggire al suo controllo e divenire contro lui stesso un’arma della ripresa proletaria. Dietro i nazionalisti si cela il gruppo finanziario dei fratelli Perrone, dominatore dell’Ansaldo e della Commerciale. I liberali non hanno nulla a che vedere con la vecchia scuola liberale italiana pure pretendendo di continuarne le tradizioni; essi che erano nel passato un partito del centro-sinistra sono oggi in realtà una frazione non dichiarata di destra – ne è leader l’on. Salandra che alcuni giorni or sono deplorava che la tarda sua età gl’impedisca di militare attivamente nel movimento fascista. Questo gruppo privo di ogni importanza politica è sempre schierato alle frazioni prima accennate.
I gruppi della democrazia sono privi di un qualsiasi contenuto e non rappresentano tendenze precise ed identificabili; traggono la ragione della loro esistenza dalla rivalità personale dei loro leaders cui occorre crearsi il seguito apparente di un partito per dare una vernice di rispettabilità alle loro avventure politiche. I quattro gruppi democratici non hanno una stabilità di formazione ma si nota una continua trasmigrazione di uomini dall’uno all’altro, mutamento interessato di clientela e di servitù dei vari deputati che vi militano. Si ritrovano in essi tutti gli uomini più noti della vita politica italiana, veri vivai di ministri, rifugi di ex-presidenti del Consiglio: Giolitti, Orlando, Nitti, Facta, Cocco-Ortu, Soleri, Nava, Rossi, Paratore, Peano, ecc. Nonostante le sue dichiarazioni antifasciste e il suo sperticato amore delle libertà costituzionali, la democrazia multiaggettivata sostiene e favorisce, attraverso ai suoi uomini di governo, la reazione bianca: Giolitti ne fu l’allevatore, Facta ne è oggi il protettore ed il garante. Alcuni elementi isolati di questi gruppi favorirono per qualche tempo il progetto di una collaborazione coi socialisti, ma presentemente questa eventualità viene esclusa anche da quello che ne parve il più convinto assertore e che per questo si attrasse le ire feroci della destra: l’on. Nitti. Gli uomini più in vista della democrazia sono gli esponenti politici della Banca Commerciale e del Banco di Credito. Il gruppo popolare è il più forte della Camera dopo quello socialista e rappresenta una forza imponente seguito come è nel paese da un partito ben organizzato e da sindacati ricchi di centinaia di migliaia di aderenti. Esso è stato fino ai tempi recenti il dominatore di tutti i Ministeri prigionieri dei suoi voti necessari a costituire una maggioranza stabile; ma la crisi interna che sta spezzando la compagine del partito si ripercuote sinistramente sull’efficienza del suo gruppo parlamentare il quale specie dopo l’ultima crisi ministeriale da lui provocata e contro di lui risoltasi, ha perso il suo ruolo privilegiato. Il partito popolare incomincia a cedere per la irrazionale composizione dei suoi ranghi dove sono uniti e si incontrano le grandi masse dei contadini poveri e dei piccoli proprietari con i gruppi dei grandi latifondisti e con la nobiltà clericale: l’urto degli interessi contrastanti, attenuato fino ad ora per l’abilità intelligente del segretario Don Sturzo, si esaspera ormai e provoca i primi scoscendimenti e le prime scissioni. Sta riproducendosi nel partito popolare, naturalmente per altre ragioni, sotto altri impulsi, con scopi diversi, con conclusioni differenti lo stesso processo di differenziazione fra destra e sinistra che si è verificato nel partito socialista.
Il partito popolare è antifascista nelle parole ma s’acqueta e s’adatta alla violenza della reazione illegale anche quando essa colpisce e ferisce le sue istituzioni ed i suoi aderenti. Ma vi è profonda differenza nell’atteggiamento degli organi ufficiali del partito e delle sue organizzazioni locali. Mentre i ministri popolari nel gabinetto Facta sono complici coscienti dell’appoggio del governo all’azione fascista, gli organizzati popolari combattono nelle provincie annata mano contro le squadre delle camicie nere: basta ricordare gli avvenimenti di Cremona e la battaglia di Parma dove insieme ai comunisti, agli anarchici, ai socialisti i popolari furono nelle trincee improvvisate e lasciarono i loro morti nella lotta. Il partito popolare è strettamente legato al Banco di Roma.
Il gruppo riformista pugno di capitani senza soldati, trae la sua forza e la sua autorità dalla memoria di Bissolati che ne fu un tempo il leader e dalla presenza di Bonomi che oggi lo dirige; esso è destinato a fondersi con la frazione collaborazionista dell’attuale gruppo socialista. Già filofascista al tempo in cui Bonomi fu per la prima volta Presidente dei Ministri, si è orientato contro il fascismo durante l’ultima crisi quando parve che Bonomi dovesse riprendere la Presidenza del Consiglio del Ministero di collaborazione.
Il gruppo repubblicano rispecchia esclusivamente l’ala destra del partito se pure nelle votazioni si unisce da qualche tempo ai socialisti ed ai comunisti. Il partito repubblicano ha un largo seguito fra le masse di alcune località agricole della Romagna, delle Marche e del Lazio; ma poiché i suoi dirigenti sono tratti esclusivamente dalle sezioni delle grandi città costituite in maggioranza da borghesi, così la sua politica pseudo proletaria ha continuamente un non so che di incerto, di equivoco, di oscuro che ispira diffidenza e sospetto; anche esso è dilaniato da una crisi interna provocata dall’atteggiamento da assumere di fronte al fascismo: che, mentre le masse operaie chiedono di unirsi, come si uniscono in effetto, al resto del proletariato per combattere la reazione, i gruppi borghesi sono disposti alla neutralità o più ancora all’accordo esplicito col partito fascista. Un episodio clamoroso di questa lotta è stato provocato dalle dimissioni dal partito dell’on. Bergamo, leader della sinistra, come protesta contro il patto di pacificazione segnato dai dirigenti con i fascisti della provincia di Treviso; ed è probabile che questo fatto acceleri il distacco delle masse ed il loro avvicinarsi alle altre tendenze sovversive.
Il gruppo parlamentare socialista, in conseguenza della recentissima scissione del partito, si è frazionato in tre parti: gli aderenti al nuovo Partito Socialista Unitario formato dai riformisti e comprendente fino ad ora 61 membri; i rimasti nel partito ufficiale in numero di una trentina; i dispersi dall’urto e dalla divisione destinati entro breve tempo ad unirsi col primo gruppo.
Il partito socialista unitario, che non si appoggia ancora su di una organizzazione nel paese solo ora in via di inizio, ripone la sua forza sull’autorità personale degli uomini che lo dirigono i quali godono di influenza e di popolarità su parte dei lavoratori e sui ceti medi e piccolo-borghesi, ma specialmente si avvantaggia per il fatto di occupare la dirigenza della quasi totalità delle organizzazioni sindacali e cooperative. Questa situazione di privilegio è la conseguenza della tattica svolta fino ad ora nel partito socialista per la quale i massimalisti mentre vollero sempre i posti di dirigenza del movimento politico e nei fatti puramente politici assorbono tutta la loro attività, lasciarono ai riformisti libero ed incontrollato il vastissimo terreno della organizzazione economica delle masse lavoratrici.
Il partito socialista unitario è schiettamente costituzionale ed intende svolgere la sua attività nell’orbita legale, rigettando i metodi violenti e diretti e riconoscendo prima dell’internazionalismo, il principio nazionale. Esso favorisce una tattica di remissione di fronte al fascismo che esso identifica non in un fenomeno di sviluppo della crisi sociale che sarà annullato solo dal superamento dell’attuale periodo di indebolimento del proletariato ma bensì in una manifestazione delittuosa di un determinato gruppo di persone che deve perseguirsi e vincersi dallo stato con un’opera di polizia normale ed eccezionale.
Il partito socialista unitario ha deliberato l’adesione all’Internazionale 2 e 1/2, ed ove questa dovesse scomparire, alla seconda Internazionale.
Il gruppo parlamentare socialista ufficiale conta una trentina di deputati, misero residuo dei 102 deputati dell’antico gruppo. Esso resta l’esponente nella Camera della politica anticollaborazionistica prevalsa per lieve maggioranza al recente congresso di Roma. Il partito socialista esce sfasciato dalla rinnovata scissione che ha ridotto i suoi effettivi a circa 25 mila aderenti, che ha scompigliata la rete delle sue sezioni e gli ha quasi completamente sottratta l’antica influenza sul movimento sindacale. La denuncia del patto d’Alleanza che lo legava alla Confederazione Generale del Lavoro da parte di quest’ultima non è stato che un riconoscimento di uno stato di fatto conseguente alla conclusione della crisi socialista.
Il partito socialista ha tenuto fino ad oggi di fronte al fascismo un atteggiamento di passiva sopportazione facendo propria la tattica suggerita dai riformisti: a parole esso dichiara presentemente di mutare questo atteggiamento disfattista ma non vi è ancora una manifestazione ed un accenno esteriore di questo cambiamento. Il partito socialista ufficiale è ritornato infine colla Terza Internazionale dopo di esserne uscito nello scorso anno e dopo avere inutilmente tentato di dare vita ad un nuovo aggruppamento internazionale cui aveva dato la propria adesione il solo partito socialista del Messico.
Il gruppo comunista, che costituisce l’estrema sinistra del parlamento, non rispecchia evidentemente nella sua forza numerica (14 deputati) la importanza che il Partito comunista ha assunto nel movimento politico italiano in genere e proletario in particolare. Non è necessario parlare qui di esso dato che la seconda parte della presente relazione è completamente dedicata alla descrizione della sua organizzazione e della sua attività.
Restano per ultimi gli anarchici (naturalmente non elencati nella lista dei partiti rappresentati al parlamento), non organizzati in partito, tenuti uniti e raggruppati fino a poco tempo fa attorno al quotidiano L’Umanità Nuova oggi scomparso, seguiti dal proletariato di poche città industriali come Ancona, Spezia, Piombino e da alcune categorie ristrette di lavoratori quali i fuochisti e macchinisti ferroviari. Decisamente antifascisti, dopo un periodo di esitazioni dovuto alle loro fisime libertarie che li spingevano a riconoscere al fascismo libertà di azione ed a condurre una propaganda acerrima contro la Russia e la Terza Internazionale, essi vanno attualmente accostandosi ai lavoratori comunisti con cui si alleano di frequente sulla piazza e nell’interno delle organizzazioni.
Le lotte sociali
Il periodo attuale della crisi italiana è caratterizzato dal sopirsi transitorio delle lotte di carattere economico e dall’acuirsi delle lotte politiche le quali acquistano il carattere preciso di guerra civile. Si nota presentemente un arresto relativo nella offensiva dei salari: nello spazio di un anno il padronato è riuscito con una serie successiva di battaglie a portare la condizione economica dei lavoratori ad un livello oltre il quale sarebbe forse pericoloso ed inutile anche per la borghesia discendere. Inoltre il proletariato è immerso in una tale sfiducia e prostrato in tale debolezza che ogni volontà degli industriali si traduce nella realtà senza che riesca possibile nel maggior numero dei casi organizzare una qualsiasi resistenza. Lo sciopero nazionale dei metallurgici del giugno scorso è stato l’ultima occasione nella quale i lavoratori italiani abbiano difeso i loro salari ed i loro diritti sindacali contro le pretese padronali. Ma la sua conclusione infelice non ha fatto che cooperare alla formazione di questo sentimento di passiva rassegnazione del proletariato. Inoltre la massa enorme dei disoccupati che non è più inquadrata nei sindacati costituisce un esercito disperato di spezzatori di sciopero, mosso e sfruttato a proprio vantaggio dai gruppi capitalistici cui riesce facilissimo il licenziamento in massa degli operai che attentassero opporre loro una resistenza e la loro sostituzione, a qualunque condizione, dei disoccupati. Ma oggi un’altra è la meta cui tende la classe borghese che non l’ulteriore falcidia dei salari: miraggio suo è immobilizzare il proletariato nella condizione odierna impedendogli ogni possibilità di ripresa. Ed è il fascismo che compie questa bisogna colla distruzione sistematica, metodica, coordinata delle organizzazioni sindacali. Con un piano di carattere militare studiato in ogni particolare, esso a poco a poco sommerge l’Italia sotto l’onda del suo terrore sanguinario ed incendi di Camere del Lavoro, cadaveri seviziati di lavoratori e di dirigenti sindacali segnano le tappe quotidiane della sua conquista. La classe capitalistica pensa che solo se riuscirà a distruggere fino all’ultimo le organizzazioni sovversive, potrà sperare di stroncare definitivamente la forza dei lavoratori; e nulla evita e respinge per giungere a questo risultato. Così dall’una parte arde ed uccide e dall’altra parte, con tattica nuova e astuta, fonda i Sindacati Nazionali, destinati ad irregimentare in una leva forzata le masse operaie e contadine d’Italia.
Il metodo di incatenamento della classe lavoratrice si è fissato definitivamente nelle due azioni contemporanee della squadra armata, incaricata di sbandare a qualunque costo i gruppi dei lavoratori offrenti resistenza, e della Lega Nazionale ponente a disposizione dell’imprenditore il gregge inerme dei lavoratori.
La lotta da parte del proletariato contro le azioni militari fasciste si conduce in forma limitata: in un primo tempo, sotto i primi colpi inattesi e violentissimi, nessuna opposizione si manifestava agli attacchi alle sedi operaie ed ai singoli lavoratori; e da poco tempo soltanto una certa preparazione permette di potersi misurare con le forze bianche, alcune volte anche con pieno successo. La limitazione di questa attività proletaria è dovuta in gran parte all’atteggiamento negativo assunto nel problema della difesa armata dal partito socialista e dalla Confederazione Generale del Lavoro, mentre le sue manifestazioni sono quasi esclusivamente dovute all’attività del partito comunista e di qualche gruppo anarchico. In ogni modo il progressivo organizzarsi di questa difesa ha trasformata l’azione unilaterale antiproletaria della borghesia in una guerra civile che insanguina da un capo all’altro il paese e nella quale lentamente vengono attratti tutti i partiti e tutte le classi. Questa guerra, che è già costata migliaia di caduti ed ha provocato distruzioni enormi di ricchezza, costituisce oramai il sostrato di tutta la vita politica italiana; i suoi episodi si intrecciano e combinano colle lotte parlamentari, comunali, con le elezioni, con le polemiche, con le manifestazioni religiose e culturali, con le questioni interne ed internazionali, ed essa minaccia di ingoiare e distruggere nelle sue fiamme l’intero edificio sociale italiano.
Attraverso a questo singolare aspetto della vita politica, nella quale solamente la forza armata è divenuta elemento efficiente e decisivo, e programmi, tradizioni, capacità hanno persa ogni importanza nella valutazione degli uomini e dei partiti che se ne ornano, è naturale che il fascismo abbia preso il primo posto ed abbia nelle sue mani le sorti immediate del paese. Esso è diventato la misura delle posizioni e delle volontà; e l’unica divisione che valga a separare sulla scena politica i gruppi e le persone è quella che distingue i fautori dagli avversari dei metodi fascisti. Fra i primi tutti i partiti borghesi, senza distinzione; stanno fra i secondi i partiti proletari con certe differenze di atteggiamenti e di azione. E poiché la forza è quest’oggi completamente nelle mani dei primi il fascismo come metodo è riconosciuto ed appoggiato dalle classi borghesi e dallo Stato, come partito dirige la coalizione dei partiti borghesi e mira direttamente alla conquista del potere ed alla effettiva dirigenza della nazione.
Il regime
Abbiamo descritto succintamente i vari aspetti della crisi che travaglia e sommuove la società italiana: è ben naturale che la forza stessa dello Stato contenente nei suoi limiti gli elementi e le forze in urto, risenta e rispecchi le sue ripercussioni. Ed infatti mai come in questi tempi di ringagliardito vigore delle correnti imperialiste e nazionali la monarchia italiana è apparsa per strano contrasto vana ed inconsistente istituzione, senza radici nella tradizione e nella vita del paese, incapace di assolvere il compito elementare dei monarchi istituzionali: unificare nel loro nome e nella loro figura le correnti disparate ed i territori rivali.
L’autonomismo, come tendenza al distacco dal corpo statale di determinate regioni, si presenta in Italia in forme precise, come ad esempio in Sardegna e Sicilia; e gli stessi partiti costituzionali discutono quotidianamente del mantenimento o meno della monarchia e della instaurazione di una forma repubblicana di Stato.
La monarchia però, per se stessa, non corre pericolo di caduta o di fine violenta che essa non oppone alcun ostacolo alle nuove direttive del governo orientandosi verso l’estrema destra. Il cosidetto Re democratico degli anni passati avalla normalmente colla sua firma i decreti reazionari destinati a gettare il proletariato nella schiavitù più miseranda ed alterna volentieri il colloquio di Turati con quello di Mussolini. Talché può tenersi per sicuro che la minacciata rivoluzione fascista, se pure si realizzerà, lascerà intatto l’istituto coreografico e senza contenuto della borghesia italiana.
Abbiamo detto “la rivoluzione fascista” per usare un termine adoprato oramai per indicare l’avvento al governo della corrente reazionaria dichiarata; ma in realtà non vi sono prospettive nel prossimo avvenire italiano di violenti sovvertimenti del regime, tanto meno poi per opera delle frazioni politiche di destra. Queste stanno attualmente seguendo le vie normali della costituzione e delle leggi costitutive dello Stato, sia pure affiancando il loro movimento nella vita generale della nazione colla più folle violenza, raggiungendo il potere – può bene affermarsi che i gruppi dirigenti del fascismo hanno risolto oramai il problema dinanzi a cui si soffermavano ancora sei mesi or sono: “rivoluzione o legalità”; e la scelta è caduta sulla legalità. Essi hanno compreso che nulla nell’attuale assetto italiano vi è che renda impossibile la realizzazione dei loro piani, mentre un’azione generale violenta ledendo una quantità di interessi degli stessi borghesi potrebbe creare loro nuovi nemici. D’altra parte una rivoluzione deve sempre sboccare ad un mutamento sia pur parziale dell’apparato organizzativo e dell’amministrazione dello Stato. Il fascismo al contrario non comprende nel suo programma nulla di simile; esso non fa che ricalcare le orme dei partiti della destra dando un carattere più retto e più reciso ai principi reazionari che essi hanno sempre sostenuto. Il fascismo in definitiva arrivando al potere non apporterà altra innovazione che questa: che mentre gli attuali governi pseudo liberali aiutano ed appoggiano la reazione, il prossimo governo fascista eserciterà esso stesso direttamente la reazione senza l’interposizione di organizzazioni irresponsabili e mercenarie.
È sintomatico, per corroborare le nostre asserzioni, la richiesta imperiosa di nuove elezioni avanzata dal partito fascista e che costituisce il fatto politico più saliente dell’ottobre; è attraverso alla forma legalissima del concorso alle urne, sia pure preparato e curato con un sapiente dislocamento di squadre armate e di spedizioni punitive, che il fascismo intende di completare il proprio dominio. Vi sono degli episodi di carattere antistatale che paiono contrastare tali previsioni; le minacce ed i bandi contro i Ministri in carica, la deposizione del Governatore del Trentino, ecc. Essi non devono assurgere ad indice di una direttiva ma si interpretano esclusivamente come le manifestazioni esasperate di un organismo che ha toccato rapidamente il culmine della potenza ed al cui controllo centrale sfuggono le singole parti periferiche.
Il fascismo, creato per essere strumento di reazione nelle mani del capitalismo, è divenuto tanto forte da poter assumere nelle proprie mani, direttamente il compito controrivoluzionario: questo solo mutamento informerà i fatti del domani. Sia che le nuove elezioni si facciano, sia che l’attuale Camera prolunghi fino a primavera la sua vita, l’attuale Ministero Facta è destinato a cadere nel novembre. La successione è interdetta ad un ministero di collaborazione demo riformista la cui realizzazione è stata rinviata sine die dagli ultimi avvenimenti; una reincarnazione liberale minaccerebbe il prolungarsi dell’attuale situazione di squilibrio politico; solo un ministero di destra potrà afferrare le redini dello Stato.
L’epoca più tragica del proletariato italiano non tocca il suo fine, ancora un pericolo maggiore si aprirà; il P.C. si prepara a sprofondare nell’illegalità portandovi integra la rete delle proprie sezioni pronte al lavoro di sgretolamento e di ripresa.
Parte Seconda
Organizzazione interna del Partito
Il partito è organizzato:
a) politicamente: Questa organizzazione coincide con la organizzazione legale e normale del partito. I piccoli centri periferici di 5 a 9 comunisti (gruppi) o di almeno 10 comunisti (sezioni) sono federati. Prima del Congresso di Roma (II) le federazioni comuniste erano delimitate dai limiti amministrativi delle circoscrizioni provinciali dello stato italiano. Una più razionale suddivisione federale, tenendo presente gli importanti coefficienti delle vie di lavoro, del percorso delle grandi vie di comunicazione ecc. ha modificato le circoscrizioni federali comuniste.
Nell’allegato nr. 1 sono indicate le federazioni comuniste oggi esistenti in Italia. Soltanto nelle provincie meridionali di Potenza, Avellino, Benevento manca un’organizzazione comunista; ma in tali Provincie sono debolissime altresì le forze organizzate proletarie di altri partiti, o mancano del tutto.
b) per raggruppamenti: Nella circolare allegata nr. 2 si davano recentemente ai compagni precise disposizioni in merito all’importante tipo di inquadramento, disposizioni già date fin dalla estate dello scorso anno, e che non dappertutto avevano potuto avere applicazione. Per mezzo di questa organizzazione – che prepara la organizzazione illegale del partito – si rende possibile condurre anche l’ultimo dei compagni a compiere i suoi doveri di militante, e si garantisce il funzionamento del partito in ogni eventualità.
c) militarmente: Speciali disposizioni sono date per l’inquadramento militare del partito (vedi allegato nr. 3). Intorno ai nuclei formati dai comunisti inscritti possono raggrupparsi i simpatizzanti ed i senza partito o tutti quei lavoratori che dichiarino di accettare la disciplina del nostro inquadramento militare, non essendo legati alla disciplina di nessun altro organismo politico, né – tanto meno – di nessun altro organismo a tipo militare.
d) sindacalmente: Ogni inscritto al partito è inscritto al proprio sindacato professionale ove costituisce con i suoi compagni inscritti al partito il nucleo principale dei gruppi sindacali comunisti.
La organizzazione politica del partito parte dai gruppi e dalle sezioni locali e va alle federazioni. Le federazioni fanno capo al C.C. del partito che è composto da 15 membri, il quale delega le sue funzioni, per il lavoro continuativo, al Comitato Esecutivo, di 5 membri.
La organizzazione per raggruppamenti si adagia sulla organizzazione dei gruppi e delle sezioni. Per ora i raggruppamenti non sono federati.
La organizzazione militare vive al lato del partito. Ogni sezione ha un fiduciario militare che fa capo al fiduciario militare federale attraverso i fiduciari di zona (gruppo di sezioni). Esistono poi dei fiduciari di zone più vaste (gruppi di federazioni) i quali funzionano da ispettori sotto il diretto controllo della Centrale militare. I fiduciari federali fanno capo all’Ufficio militare del C.E. La organizzazione militare si occupa altresì dei grandi collegamenti.
La organizzazione sindacale parte dai gruppi sindacali locali e va, da una parte a far capo ai Comitati Sindacali locali (che sono al fianco delle sezioni politiche) e quindi ai Comitati Sindacali federali ed al Comitato Esecutivo Sindacale (a lato del C.E. del partito); e dall’altra parte, dai gruppi comunisti di categoria va ai Comitati Nazionali comunisti professionali, e – quindi – al Comitato Esecutivo Sindacale del partito.
La organizzazione amministrativa del partito è la seguente:
Ogni sezione invia direttamente alla Cassa centrale del partito l’importo delle tessere, e manda l’elenco nominativo degli inscritti in due copie al C.E. federale, perché una delle due sia da questo trasmessa al Comitato Esecutivo del partito. Le tessere vengono dall’Ufficio centrale di amministrazione spedite allorché sia pervenuto l’importo e l’elenco degli inscritti. La tessera è annuale ed i compagni pagano per averne diritto, un contributo di lire 5,50 (delle quali 50 centesimi rappresentano la quota per la marchetta internazionale, che quest’anno non è giunta). Le tessere vengono spedite alle sezioni per il tramite delle federazioni, le quali prendono nota nei loro registri della numerazione delle tessere. Le tessere sono di due tipi: per i soci candidati, e per i soci effettivi. Ambedue i tipi vengono consegnati dietro pagamento della medesima quota. Nessun altro contributo affluisce alla cassa del partito da parte di ciascun inscritto, oltre alla quota della tessere annuale.
Le federazioni, nel consegnare le tessere alle sezioni, si fanno pagare da queste una quota annuale per ogni inscritto, fissata nei congressi federali, e che varia da federazione a federazione. In altri casi le sezioni versano mensilmente alla cassa federale le quote fissate per la federazione. La sezione od il gruppo esigono una propria quotazione da parte degli inscritti, settimanale o mensile.
Il Comitato Centrale del partito, dall’epoca del II Congresso ad oggi si è radunato il 25 e 26 agosto 1921 in Milano per ascoltare il rapporto dei delegati al congresso mondiale, fissando la tattica da adottare verso il partito socialista e convocando il congresso del partito; il 18, 19 e 20 dicembre in Roma approvando le tesi dei relatori per il II Congresso nazionale del partito, sulle questioni di tattica, agraria e sindacale; il 5 e 6 marzo 1922 in Roma per l’approvazione della relazione del C.C. e dello Statuto al Congresso del partito; il 25 marzo 1922 per decidere sulla applicazione delle decisioni del Congresso del partito, per la compilazione di un appello del nuovo C.C., e per un abboccamento con i rappresentanti della Internazionale Comunista; il 29 e 30 giugno 1922 per ascoltare la relazione dei compagni Bordiga e Graziadei sulla conferenza con l’Esecutivo di Mosca a proposito della applicazione delle disposizioni del fronte unico in Italia; il 10 e 11 settembre 1922 per la proposta del Comitato Sindacale Comunista sulla intesa delle sinistre sindacali, sulla posizione del P.C.I. di fronte al Congresso di Roma del P.S.I.; l’11 e 12 ottobre per discutere sulla relazione al IV Congresso, sul progetto di programma per il P.C.I. compilato dalla Commissione del Programma e sulle situazioni venutesi a creare in seguito alle deliberazioni del Congresso Socialista.
Il C.E. aveva deliberato nel novembre 1921 di sussidiare con sussidi dalle 200 alle 400 lire mensili una ventina di federazioni, ma non sempre – per ragioni finanziarie – poté mantenere gli impegni, ed oggi si può considerare soppressa questa forma di aiuto.
L’opera degli ispettori fu anche dovuta sopprimere, per ragioni finanziarie, ed oggi essa è disimpegnata non continuativamente.
La cassa centrale del partito stipendia temporaneamente il segretario della federazione della Venezia Giulia ed un incaricato per la ricostruzione organizzativa in talune provincie colpite maggiormente dal fascismo. Solo due o tre federazioni sono rette da segretari retribuiti.
Dalle circolari organizzative che si allegano si possono avere indicazioni sugli interventi del C.E. del partito intorno a parecchie importanti quistioni.
Revisione
La I revisione degli inscritti al partito fu chiusa verso la fine dell’anno scorso, e portò all’allontanamento di 749 inscritti al partito. Molti compagni non compresero il valore di questa importante funzione, ed una prima circolare del C.E. ne esemplificò gli obbiettivi. La seconda revisione, indetta dopo il II Congresso del partito, si è chiusa nel luglio scorso. In seguito ad essa 32 inscritti furono radiati. Poiché anche dalla seconda revisione non apparve che il meccanismo della revisione fosse ben compreso dai compagni, fu inviata a tutte le sezioni una seconda circolare (vedi allegato, nr. 4).
Provvedimenti disciplinari
In questo agitato periodo politico la organizzazione del nostro partito, per la sua compattezza che era necessario assicurare, si è trovata spesso nella necessità di colpire con misure disciplinari, dal semplice biasimo fino alla espulsione, quei compagni che mancarono ai loro doveri di militanti. Lo statuto del partito, che contiene norme sui rapporti disciplinari e che si allega (allegato nr. 5) fu al Congresso di Roma riveduto e modificato. La gravità della reazione che in Italia colpisce il proletariato e specie quella parte di esso che milita nel partito comunista, ha molte volte spinto gli organismi periferici del partito a prendere provvedimenti di gravità con molta frequenza. A tal proposito il C.E. si è visto recentemente costretto a diramare disposizioni per fissare i rapporti tra i rigori disciplinari e la buona organizzazione interna (vedi allegato nr. 6). In ogni modo, nei casi ove il provvedimento si sia dimostrato necessario il partito ha proceduto con rapidità e severità, concedendo la più ampia libertà di difendersi al colpevole, ma facendolo giudicare dagli organi naturali del partito, senza creare apposite commissioni di inchiesta.
Propaganda
Si intende parlare di propaganda nel senso limitato alla attività di oratori e conferenzieri di partito in pubbliche e private riunioni, poiché in senso più lato nessuna parte della organizzazione ed azione del Partito non si scompagna da un’opera di propaganda.
Non sarebbe possibile riferire qui nei suoi dettagli di tutta l’opera svolta localmente dalle organizzazioni di partito e dai compagni tutti; è possibile asserire che non vi è stata né vi è adunata proletaria in Italia alla quale non sia recata, per iniziativa di partito o da nostri militanti che vi assistono, la parola comunista. Nei limiti dei loro mezzi ed in rapporto alle situazioni locali le sezioni del partito ed i Comitati federali si occupano permanentemente di preparare conferenze, comizi e giri di propaganda e di assicurare la presenza dei nostri oratori in tutte le circostanze in cui questo può essere utile, e parallelamente all’attività sindacale, elettorale, culturale del nostro partito.
In varie occasioni si sono organizzate giornate e periodi di propaganda su scala nazionale e per iniziativa degli organismi centrali i quali hanno con manifesti e comunicati stabilite le direttive a cui si dovevano attenere i nostri propagandisti, e provveduto direttamente a inviarli nei più importanti centri, disponendo per i centri minori che si provvedesse con propagandisti locali. A tale scopo la Centrale del partito si è avvalsa dei membri del C.E., di quelli del C.C., dei compagni deputati, di taluni dei funzionari politici del partito e di altri compagni atti al lavoro di propaganda. Nell’anniversario dell’occupazione delle fabbriche, nella manifestazione per gli affamati di Russia, per la giornata internazionale della gioventù comunista, furono dalla Centrale date disposizioni opportune per coordinare le manifestazioni, e si provvide all’invio di molti oratori nei centri importanti.
Dal primo al sette novembre 1921 ebbe luogo la settimana di propaganda per l’anniversario della rivoluzione russa. L’invio di oratori fu direttamente organizzato dalla Centrale, che utilizzando tutti quelli di cui poteva disporre preparò ed attuò un piano di 75 comizi in tutte le città italiane, mentre ovunque avevano luogo altre manifestazioni di iniziativa locale.
Alla giornata internazionale delle donne comuniste, il 12 marzo 1922 si è dato carattere interno di partito, pur incaricandosi la Centrale di inviare in taluni centri le compagne propagandiste di cui il partito dispone.
Il 9 aprile 1922 si svolse una giornata di propaganda per la sottoscrizione “pro stampa comunista”; nell’aprile e nel maggio vennero intensificati i comizi per prospettare i punti di vista comunisti nella Alleanza del Lavoro; il I maggio si tennero comizi dovunque, nei quali il partito comunista partecipò con proprii rappresentanti che ottennero ovazioni e consensi. Il C.E. del partito delegò direttamente taluni compagni oratori a partecipare a trentasei comizi, nei principali centri. Per la giornata antimilitarista del 31 luglio, e per la settimana femminile dell’agosto fu provveduto a tenere adunate di masse ove ciò era possibile.
La propaganda orale presenta oggi notevoli difficoltà in confronto di alcuni anni addietro. La crisi generale, la reazione, l’offensiva padronale, rendono assai meno frequenti le grandi adunate di lavoratori a cui è possibile intervenire per portare la parola del partito. Divengono anche sempre più costosi i mezzi di trasporto e le spese che importano giri di propaganda e viaggi di oratori. Inoltre per la composizione del nostro partito, che ha pochi intellettuali ed in genere non molti compagni atti a far propaganda, si rende ancora più difficile accontentare tutte le richieste locali. Tuttavia questo fondamentale mezzo di diffusione delle nostre idee e di organizzazione della nostra milizia deve richiamare per l’avvenire e sempre maggiormente la massima attenzione di tutto il partito, armonicamente coordinandolo a tutte le altre forme di azione e di agitazione delle masse.
Stampa del partito
Organi centrali. Organo centrale del partito è stato ed è Il Comunista. Nonostante la grande attesa dei compagni dell’Italia Centrale e Meridionale per il quotidiano a Roma, il giornale non è stato, però, abbastanza sorretto e la sua diffusione è limitata; non si tirano che 11 mila copie con lievi oscillazioni.
La Rassegna Comunista, rivista quindicinale del partito, è anche pubblicata sotto la direzione del C.E. Se ne tirano duemila copie. Per la migliore redazione e diffusione della Rassegna sono state ultimamente prese misure definitive, sopratutto allo scopo di assicurare una maggiore collaborazione dei compagni italiani in articoli originali.
Il Sindacato Rosso, organo sindacale settimanale del partito, si pubblica a Milano a cura del Comitato Sindacale Comunista dal 1° ottobre 1921. La tiratura è di circa diecimila copie.
La Compagna, giornale per le donne comuniste, si pubblica a Roma sotto la direzione del C.E. quindicinalmente dal 5 marzo 1922 con una tiratura di settemila copie.
L’Avanguardia, giornale settimanale della Federazione Giovanile Comunista, edita dal C.E. di questa. Si è pubblicata a Milano dal febbraio al settembre 1921, e quindi a Roma. Tira [ ] mila copie.
Altri quotidiani. L’Ordine Nuovo che tirava 45 mila copie quando era il solo nostro quotidiano, ne tira tuttora 30 mila.
Il Lavoratore, antico giornale dei socialisti della Venezia Giulia passò al nostro partito al quale aveva aderito la maggioranza della Federazione regionale socialista. Dopo pochi giorni dalla costituzione del partito il magnifico impianto del giornale veniva distrutto da un attacco fascista, grazie solo al criminoso intervento della forza pubblica che infranse la resistenza eroica opposta dai comunisti asserragliati nell’edificio, consegnandolo agli incendiari. Grazie a grandi sforzi dei compagni giuliani e del partito il giornale ha potuto essere riorganizzato, e il 10 settembre 1921 riprendeva le sue pubblicazioni in Trieste. Ha una tiratura di circa 16 mila copie.
Da quando il partito dispone di tre quotidiani è stata così delimitata la zona di diffusione di ciascuno: L’Ordine Nuovo ha il Piemonte, la Liguria, la Lombardia, e la provincia di Parma e Piacenza. Il Lavoratore ha la Venezia Giulia, la Venezia Tridentina e il Veneto. Il Comunista serve direttamente la restante zona, pur dovendo giungere dovunque in qualità di organo centrale. Gli altri due quotidiani hanno nel resto d’Italia la possibilità di avere abbonati e talune rivendite nei centri di prima importanza.
Il partito ha inoltre un organo in lingua slava nel settimanale Delo di Trieste, che ha ripreso a pubblicarsi dal 2 dicembre 1921 e tira quattromila copie.
A cura della Federazione Giovanile si è anche iniziata l’edizione italiana della rivista L’Internazionale della gioventù. Il fanciullo proletario, giornale per i fanciulli recentemente comparso a cura della Federazione Giovanile Comunista, è salito al 2° numero a 28.000 copie, ma certamente questa tiratura dovrà diminuire perché la federazione non ha i mezzi per coprire il deficit di simile pubblicazione.
Stampa locale. Il C.E. ha avuto cura di giungere in un primo tempo ad una razionale distribuzione della stampa nelle varie regioni, sopprimendo taluni giornali superflui e incoraggiando il sorgere di altri. Si è anche verificato che taluni giornali settimanali delle zone più colpite dalla reazione si dovessero sopprimere per forza maggiore, affidando le zone rispettive a giornali limitrofi. Si sono avute così continue variazioni, sempre seguite da comunicati del partito. Per tal modo avevamo, alla costituzione del partito o poco dopo, 14 giornali locali al 6 marzo 1921, quindici al 17 marzo, 18 al 30 marzo, 21 al 3 aprile, 24 al 26 maggio, 17 al 12 ottobre 1922 (vedi allegato nr. 7).
Secondo il piano generale stabilito dalla Centrale in rapporto alla suddivisione regionale delle forze del partito, questo sarà abbastanza provveduto con 21 giornali locali ben distribuiti.
Redazioni e servizi tecnici. Per quanto riguarda la direzione politica della stampa il nostro partito può a giusta ragione vantare di avere risolto perfettamente il problema di unità di indirizzo o di atteggiamento della sua stampa. Fin dall’inizio si dispose che tutti indistintamente i giornali, anche locali, portassero il sottotitolo di “Organo del Partito comunista d’Italia” e non di organizzazioni locali o regionali del partito. La stampa quotidiana è, si può dire, giorno per giorno diretta dalla Centrale, senza differenza tra Il Comunista e gli altri due quotidiani, permettendo il collegamento tecnico di raggiungere questo risultato politico.
Come si è detto, le redazioni dei giornali locali, che non competono in generale non ad una ma a più federazioni, sono sempre confermate dalla Centrale. I redattori dei quotidiani sono poi direttamente nominati dalla Centrale stessa alla quale rispondono sotto tutti gli aspetti dell’opera loro, attraverso i compagni ai quali è affidata la dirigenza giornalistica delle singole redazioni.
Circa il valore giornalistico delle nostre pubblicazioni, non intendiamo certo affermare che la perfezione sia stata raggiunta, essendo ancora molti i difetti che occorre eliminare successivamente. Va però tenuto presente che, come per quasi tutte le nostre iniziative si è verificato, si è dovuto organizzare tutta una serie di giornali con la più grande urgenza e senza poter attendere per esigenze politiche alla preparazione tecnica e amministrativa che sarebbe stata necessaria. Il partito, se ha pochi compagni che scrivono, aveva ed ha pochissimi elementi veramente adatti e maturi per il lavoro giornalistico; e questi pochi han dovuto essere utilizzati per la pubblicazione di tre quotidiani, sottoponendoli ad un lavoro intensissimo, mentre si tentava di forzare nuovi compagni al giornalismo.
Per i servizi di informazione sono stati fatti tutti gli sforzi per poter utilizzare prontamente e razionalmente la rete di servizi giornalistici che collega la stampa mondiale dell’Internazionale Comunista, e si è dato il maggior impulso che si poteva alla informazione dell’interno per la quale si hanno uffici di corrispondenza comuni ai tre quotidiani, ed un regolare scambio di comunicazioni tra essi. I principali uffici si hanno a Milano e Bologna. Si utilizza largamente la Correspondance Internationale pubblicata a Berlino dall’Internazionale Comunista per la informazione originale e internazionale della stampa di tutti i paesi.
Per sempre meglio coordinare e rendere più efficace il lavoro della stampa, il C.E. ha recentemente istituito un organo interno: il Consiglio della stampa. Questo comprende le rappresentanze delle redazioni dei quotidiani e dei periodici centrali, nonché della Libreria del partito, e si è recentemente adunato esaminando ampiamente dal punto di vista tecnico la situazione della stampa, e facendo proposte che la Centrale sta traducendo in atto.
Esaminando infine la questione della stampa dal punto di vista amministrativo occorre dichiarare che non si può essere ottimisti. L’attuale crisi economica si riflette in tutti i modi più nefasti sulle aziende dei nostri giornali. I lavoratori per le condizioni nelle quali versano, comprano pochi giornali, gli abbonamenti e le sottoscrizioni difettano. D’altra parte il sabotaggio e la sopraffazione impediscono, malgrado tutti i mezzi escogitati ed applicati per fronteggiarli, la diffusione della nostra stampa in molte regioni. La crisi stessa aumenta le spese necessarie a pubblicare i giornali, i quali si aggirano dal punto di vista amministrativo in un circolo vizioso: la minore diffusione e il minore gettito della vendita aumentano il passivo, e la mancanza di mezzi impedisce quelle innovazioni che varrebbero ad attirare un pubblico non mosso dalla spinta della fede politica.
Edizioni del partito
Edizioni del partito. Due fondamentali rami di attività sono oggetto del lavoro della Libreria del Partito: la traduzione dei più importanti scritti di comunisti esteri da una parte e degli atti della Internazionale, da una parte, e dall’altra la pubblicazione di scritti originali italiani, sia come studi teorici che come opuscoli di propaganda, che come atti ufficiali del partito italiano.
La Centrale del partito si è sempre sforzata di richiamare le organizzazioni locali e i compagni all’attivo lavoro di propaganda per la diffusione delle edizioni del partito, che hanno già incontrato largo favore e non solo nelle nostre file. Occorrerà intensificare questa attività, se si vuole che l’onere finanziario derivante dai grandi sforzi che ha fatto la casa editrice per arricchire la nostra letteratura di numerose edizioni sia compensato da una abbondante e continua vendita, (allegato nr. 8).
Movimento femminile
Nel gennaio u.s. (1922) si è costituito un Ufficio centrale di propaganda femminile. In tale epoca, con una circolare a tutte le federazioni (vedi allegato nr. 9) il C.E. comunicava la costituzione dell’Ufficio ed invitava i C.E. delle Federazioni a nominare dei Comitati federali di propaganda femminile ove ciò fosse stato possibile, oppure una fiduciaria. In detta circolare (vedi allegato nr. 9) si impartivano anche alcune norme per lo svolgimento della propaganda fra le donne proletarie. L’inesistenza o quasi di un movimento femminile politico proletario in Italia, di cui il nostro partito risente le conseguenze; e la situazione in cui trovasi il proletariato italiano ed il nostro partito (costretto per i 3/4 della sua attività a svolgere un lavoro illegale) ha contribuito al fatto che assai poche furono le nostre federazioni le quali poterono rispondere all’invito contenuto nella circolare. Il nostro segretariato femminile ha, quindi, dovuto lavorare fra difficoltà enormi, e noi riconosciamo che gli scarsi risultati del suo lavoro sono imputabili alle scarse forze femminili affiliate nel nostro partito ed alla impossibilità di avvicinare masse di donne operaie e contadine a causa della reazione che impedisce questi contatti. Si costituirono perciò, pochi comitati: i quali – peraltro – resistono per le capacità direttive di pochissime compagne, venendo a mancare le quali i comitati non funzionano più. È bene tener presente che il nostro partito, già deficiente di elementi direttivi al momento della sua costituzione, oggi, in seguito alla morte, alla prigionia, all’esilio dei migliori ne è quasi sprovvisto. Difficilmente, perciò, i nostri Comitati federali, che hanno da occuparsi di cento importanti questioni riescono a far tutto, come sarebbe desiderabile. Aggiungiamo anche, che di vari comitati federali e sezionali fanno parte compagne le quali sono costrette ad abbandonare, per ciò, gran parte dell’attività che altrimenti potrebbero dare al movimento femminile.
Il segretariato femminile ha cercato di organizzare in tutta Italia la manifestazione internazionale dell’8 marzo. Con il pieno accordo del C.E. del partito esso dette disposizioni per indire manifestazioni nei maggiori centri proletari delegandovi appositi oratori. In tale occasione si tennero buoni comizi nei principali centri del Piemonte, della Lombardia, del Veneto, dell’Emilia.
Intanto si organizzava la conferenza nazionale femminile da tenersi in Roma subito dopo il Congresso del partito. Tutte le federazioni erano state invitate ad inviare una delegata, ma solo poche federazioni avevano potuto provvedere ad essere rappresentate per ragioni finanziarie. Il partito non aveva potuto aiutare finanziariamente le federazioni, in tale occasione, perché sprovvisto di mezzi.
Comunque, nella Conferenza nazionale furono gettate le basi di un più proficuo lavoro. Tale non fu potuto che in minima parte attuare.
Nei nove mesi di esistenza dell’Ufficio centrale di propaganda si sono organizzati tre convegni femminili: uno a Milano, uno a Cremona e uno a Biella (Novara).
Le compagne iscritte al partito non superano di molto le 400 (quattrocento). Su oltre 1.200 sezioni del partito, solo in 96 esistono gruppi femminili. Su 61 federazioni, 38 non hanno neppure una compagna iscritta.
Le donne lavoratrici italiane, anche se simpatizzano col partito comunista, ne fa fede la diffusione di Compagna, sono enormemente restie ad iscriversi in un partito politico, specie poi se questo – come il nostro – richiede da tutti i suoi membri una attività notevole ed una assoluta disciplina.
Appena l’Esecutivo del partito prese la decisione di pubblicare un quindicinale di propaganda comunista per le donne lavoratrici, il Segretariato femminile immediatamente provvide ad una larga diffusione di manifesti, inviati a tutte le sezioni d’Italia, annuncianti l’uscita del quindicinale, mandò una circolare alle federazioni del partito ed a quelle giovanili incitando i compagni ad occuparsi della sua diffusione.
Le compagne più attive e le poche intellettuali furono invitate a collaborare al giornale e a diffonderlo.
Compagna ebbe fin dal primo numero 500 abbonate e circa 5.000 copie di tiratura. Dopo cinque mesi dall’inizio della sua pubblicazione raggiunse i 1.400 abbonamenti e 5.900 copie di rivendita.
Il movimento giovanile
Il movimento giovanile in Italia, dopo il II congresso della Internazionale Giovanile, ha continuato a svilupparsi e ad estendere i propri campi di azione, malgrado il continuo intensificarsi della reazione.
Dopo il II Congresso la gioventù ha esplicato un lavoro speciale nel campo della lotta economica della gioventù; dovunque, in tutte le provincie sono stati costituiti dei Comitati Sindacali di studio e di propaganda, i quali hanno lavorato per proporre ai Comitati Sindacali Comunisti una serie di rivendicazioni per la gioventù lavoratrice. In alcune città industriali (Trieste, Torino) il nostro lavoro ha ottenuto qualche frutto.
Un buon lavoro è stato anche esplicato per la organizzazione infantile che prima non esisteva in Italia. Oggi invece i gruppi infantili sono forti di circa 4.000 aderenti e il giornale per i fanciulli Il fanciullo proletario tira adesso 40.000 copie.
Nel campo dell’educazione della gioventù, della propaganda, dell’antimilitarismo e infine dell’organizzazione della gioventù contro il fascismo il Comitato Centrale della gioventù comunista ha fatto quanto era possibile fare. E si può ben dire che malgrado la reazione sempre più intensa il movimento giovanile è ancora in piena efficienza e svolge un proficuo lavoro. Ottimi sono i rapporti fra il partito e la gioventù.
Persecuzioni ed assistenza
In generale il partito nostro non ha tenuto, nella sua propaganda e nella sua stampa, ad esagerare il tono tradizionale delle campagne di protesta contro gli eccessi e gli arbitri della reazione. Questa attitudine deriva sia da ragioni di principio, per le quali la nostra propaganda deve mostrare che questa lotta spietata contro i rivoluzionari è una necessaria caratteristica dell’azione della borghesia nel periodo attuale, ed anche la necessità di educazione, per abituare le masse a rispondere agli attacchi di cui sono oggetto non con la dimostrazione che si è trattato di sopraffazioni e di arbitrio, ma con la preparazione effettiva per pervenire a respingere e vendicare le offese patite, a colpire a fondo le organizzazioni degli avversari.
Per l’assistenza ai profughi il partito ha dovuto fare, soprattutto localmente, sacrifici finanziari veramente enormi. Sono straordinarie le tasse che si sono da se stessi imposti in molte località i compagni e i buoni simpatizzanti allo scopo di aiutare gli arrestati, gli esuli, e le famiglie delle vittime. La Centrale del partito ha fatto a tale scopo quello che ha potuto, e con ripetute istruzioni si è sforzata di far sì che gli sforzi locali avessero il maggior rendimento e fossero adoperati per sovvenire i veramente meritevoli, lottando contro la piaga delle false vittime che girano l’Italia e il mondo gabbando il sentimentalismo dei nostri compagni.
Anche si è cercato di costituire per sottoscrizione un fondo centrale per le vittime politiche, ma questo non ha dato i risultati che si attendevano.
Lavoro culturale
Recentemente furono disciplinate nazionalmente tutte le iniziative culturali, costituendo la sezione italiana del Proletkult con sede a Torino. Esso è organizzato sulla base di un Comitato centrale e di Sezioni locali residenti possibilmente nei capoluoghi di regione. Questi Comitati locali potranno creare delle sottoscrizioni nei capoluoghi di provincia evitando però di moltiplicare i centri minori che non costituirebbero altro che delle dispersioni inutili di energie.
Il C.C. è costituito di 9 membri nominati nel Congresso del Proletkult e scelti fra i soci degli organismi aderenti esistenti nella città di residenza del C.C. stesso. Il C.C. si nomina nel suo seno un C.E. di tre membri il quale è incaricato del lavoro di segreteria.
Le sezioni locali nominano esse pure un Comitato Direttivo, composto di 5 membri nominati dall’assemblea degli organismi aderenti, e che si eleggono nel proprio seno un segretario. I Comitati Direttivi, su consiglio degli organismi aderenti, procedono alla nomina dei comitati di cultura scegliendo gli elementi fra i compagni capaci in singole arti e scienze, intenditori e dotati di particolari attitudini, forniti di un grado superiore di conoscenza delle norme e dei metodi di esse.
I membri dei Comitati di cultura hanno il compito di sorveglianza tecnica, dell’organizzazione, del controllo, della iniziativa, dell’insegnamento. Essi sono impegnati a fare periodiche relazioni del lavoro al Comitato Direttivo al quale incombe l’obbligo della coordinazione delle attività, della distribuzione dei mezzi e delle forze, della organizzazione delle manifestazioni comuni, del legame cogli organismi proletari, sindacali, politici e cooperativi.
I Comitati Direttivi sono interessati alla preparazione di manifestazioni di carattere generale e multiforme che non rientrano nelle attribuzioni specifiche dei singoli organizzati aderenti (concerti, conferenze, ecc.) e deve appoggiare e sorreggere tutte le manifestazioni di questi nell’ambito delle loro attribuzioni.
Possono aderire al Proletkult tutti gli organismi di carattere culturale agenti in seno alla classe proletaria, quali le società corali, strumentali, ecc.; le compagnie di recitazione, le bande mandolinistiche; le scuole di ricamo e di cucito; i centri idisti ed esperantisti; i gruppi di cultori di arte e scienze; le Università proletarie; ecc.
Il Proletcult pubblica un bollettino mensile curato dal Comitato Centrale, contenente le notizie e i comunicati ufficiali della organizzazione, articoli e brani di collaborazione forniti dai soci delle organizzazioni aderenti.
Il Proletcult è anche autorizzato a procedere alla pubblicazione di libri e di opuscoli che non abbiano carattere politico ma bensì letterario ed artistico ed il cui contenuto non urti colle premesse della sua costituzione.
Possono dare la propria adesione singolarmente al Proletcult anche persone isolate appartenenti alle organizzazioni classiste del proletariato, a patto che esse si dichiarino disposte a lavorare nel senso che loro verrà indicato per lo sviluppo del programma della istituzione.
Possono aderire al Proletcult le organizzazioni sindacali e politiche del proletariato dietro versamento di una quota speciale annua che verrà stabilita all’atto della loro ammissione.
La situazione sociale italiana non ci dà soverchie illusioni sull’esito del lavoro di cultura iniziato dal partito. Comunque è assai importante il fatto che in questo momento il nostro partito tenti la soluzione di un problema di sì grande mole.
Lavoro sportivo
Tenute presenti le direttive della Internazionale dello sport costituita a Mosca con la presenza di rappresentanti italiani, e di intesa col movimento giovanile, anche per questo problema, dopo aver completati gli studi in corso, si sono date concrete disposizioni sul contegno che i comunisti devono tenere e sulle iniziative che devono prendere.
Questa branca di lavoro è stata affrontata dalla Centrale del partito, dopo il congresso, in modo da stabilire un atteggiamento uniforme dei compagni, e tentare di costituire sempre nuove zone di contatto tra noi e le grandi masse con tutte le molteplici loro esigenze. Un Comitato Centrale dello Sport è stato creato ad Alessandria (Piemonte).
Rapporti internazionali
La Centrale ha avuto cura di mantenere stretti rapporti con la Internazionale Comunista e coi partiti confratelli, superando le varie difficoltà che si frappongono a questo contatto.
Il partito ebbe spesso occasione di inviare rappresentanti all’estero: in marzo partecipò a Berlino a una conferenza dei partiti dell’Europa centrale, e cercò di stabilire speciali legami coi partiti più vicini, specie quelli di Spagna e Jugoslavia colpiti dall’infierire della reazione, ed anche quelli di Francia, Germania, Austria e Svizzera.
Dopo i congressi internazionali la nostra stampa e le nostre edizioni informarono largamente il partito e il proletariato italiano delle deliberazioni prese e delle direttive tracciate. Quali rapporti politici e tattici queste avessero con la situazione e l’opera del nostro partito si vedrà più innanzi. Il nostro partito ebbe anche occasioni di avere intimi contatti e notizie dei partiti esteri allorché l’Internazionale volle scegliere nel suo seno i proprii delegati ai congressi esteri: Graziadei per la Spagna, Bordiga per la Francia, Gennari per la Ceco-Slovacchia e Finlandia.
Quando si ebbe a Milano il congresso socialista, la centrale ebbe contatto con i delegati dei partiti comunisti esteri intervenuti e con quelli del C.E. dell’Internazionale, che furono da noi assistiti in tutti i loro movimenti e nel loro intervento illegale al congresso socialdemocratico. Il compagno Henry Valevsky rimase più a lungo in Italia e collaborò al nostro lavoro politico e ai nostri legami con Mosca. Il partito italiano può registrare con soddisfazione come tutti i compagni esteri che hanno assistito da vicino al nostro lavoro ne abbiano scritto e riferito nei termini più lusinghieri.
Diciamo apertamente che dovrebbe essere maggiore l’attività del nostro partito per illuminare il C.E. dell’Internazionale e anche l’opinione comunista estera sul vero stato della situazione in Italia e sui problemi che ci si presentano, nonché sul nostro lavoro. Se di più non si è fatto in tal senso si deve alla materiale mancanza della possibilità di dedicare più ampiamente a tal lavoro gli uffici del partito il cui personale è sovraccarico di mansioni.
Si sono però già presi tutti i provvedimenti atti a sistemare questa materia importantissima. Si sono inviati a Berlino e a Parigi un nostro ufficiale rappresentante, si è provveduto a rafforzare la nostra rappresentanza a Mosca.
Il nostro partito fu rappresentato al Congresso del Partito comunista francese a Marsiglia dai compagni Tasca e Bordiga, a quello del Partito comunista svizzero dal compagno Grieco; al recente congresso del Partito Comunista Inglese dal compagno Togliatti; al congresso di Parigi del Partito Comunista Francese dal compagno Mauro Scoccimarro. Il compagno Togliatti avrebbe dovuto recarsi al Congresso bulgaro, al quale era stato delegato, ma grandi necessità interne di partito gli impedirono di compiere l’importante mandato.
Azione in Parlamento e nelle amministrazioni locali
Nello svolgersi delle vicende politiche di questo periodo moltissime delle amministrazioni comuniste sono state disciolte, o costrette alle dimissioni per le insidie della reazione fascista e talvolta dei socialisti. In massima la Centrale stabilì che non si dovessero dare dimissioni senza il suo consenso, consenso che fu talvolta dovuto accordare per superiori ragioni locali. Ma alla vigilia del IV Congresso Internazionale possiamo dire che esistono ormai in Italia soltanto pochissime amministrazioni locali tenute dai comunisti, le quali saranno presto anche esse disciolte dalle autorità statali.
Per tali ragioni fu dovuto rinunziare alla creazione di un ufficio centrale di consulenza per le Amministrazioni comuniste la cui esistenza sarebbe stata inutile.
L’attività parlamentare, durante lo scorcio della XXIV legislatura fu frequente e culminò in un discorso del compagno Graziadei sulla politica interna del governo Giolitti. Alla costituzione del gabinetto Bonomi il Gruppo prese posizione con i discorsi dei compagni Bombacci e Tuntar. In dicembre il Gruppo ebbe occasione di svolgere con discorsi dei compagni Graziadei e Garosi i punti di vista del partito comunista nella politica interna ed estera.
Un incidente che richiamò molto l’attenzione di compagni ed avversari sull’opera parlamentare del nostro partito, fu quello del compagno Misiano. All’apertura della legislatura fu possibile, per un semplice malinteso, ai deputati fascisti sorprendere la vigilanza dei compagni deputati intorno al nostro compagno ed espellerlo dall’edilìzio del Parlamento, ove Misiano ritornò e giurò prima di partire per la Russia quale delegato al Congresso di Mosca. Dopo le vacanze il gruppo fascista voleva rinnovare il colpo, ma tanto non gli fu possibile, e coli’allontanarsi dei fascisti e di altri deputati borghesi dalle sedute all’apparire di Misiano si riuscì solo ad intralciare il funzionamento della Camera in alcune sedute importanti. Di questo errore tattico degli avversari profittarono la Centrale del partito e il Gruppo per organizzare parecchie volte il ritorno del Misiano nell’aula e il conseguente impedimento che la Camera funzionasse. È noto come si venne ad una arbitraria procedura di annullamento della elezione Misiano troncando così questa situazione.
Nel nuovo anno non mancò quasi mai, anche durante la discussione dei bilanci, la parola comunista.
Dopo lo sciopero generale dei primi di agosto ed alla conseguente recrudescenza fascista, il compagno Repossi lesse una dichiarazione a nome del Gruppo parlamentare comunista, preparata dal C.E. del partito. L’incidente al quale nella Camera dette luogo l’intervento dei comunisti voi lo conoscete: esso ebbe una forte ripercussione fra le masse.
Occorre tener presente che il nostro piccolo gruppo, per la attività che i suoi membri debbono dare alle organizzazioni del partito, è ordinariamente rappresentato alla Camera da uno scarsissimo numero di compagni (quattro o cinque, generalmente). Devesi anche considerare che tra i compagni che compongono il Gruppo i competenti che possono intervenire nelle più diverse questioni sono pochissimi (due o tre), ed il C.E. per l’intensità del suo lavoro, non può seguire passo a passo il lavoro parlamentare e preparare sempre i discorsi ai compagni deputati.
Comunque, però, se pure riconosciamo che la nostra attività parlamentare deve svolgersi con maggiore intensità, riconosciamo che i compagni deputati si sono adoperati per intensificare l’azione parlamentare del partito. Oltre alla partecipazione alle sedute con discorsi e dichiarazioni, l’opera dei deputati si svolge anche in altre forme, colla presentazione di interrogazioni, e consuetudinariamente con l’intervento diretto in taluni pubblici uffici con questo o quell’intento. Di norma si è stabilito che la forma di azione dei deputati comunisti dinanzi a questioni contingenti che loro si affacciano dagli organi del partito o pel tramite di questi, è la interrogazione pubblica, abbandonando salvo casi speciali in cui si sostiene apertamente il diritto o l’interesse dei gruppi proletari a scopo di propaganda o di protesta pubblica, la pratica dell’intervento diretto presso i poteri statali, di cui così largo uso si è sempre fatto nel campo socialista. Tuttavia il partito deve ancora maggiormente abituarsi a non rivolgersi ai compagni deputati per quistioni parziali o peggio personali, e quando si debba farlo e sia utile farlo per i riflessi che questo intervento ha sulle masse o per altre effettive considerazioni di partito, a chiedere l’intervento di un compagno deputato solo attraverso gli organi del partito e non direttamente.
Attivitá sindacale
La posizione tattica del Partito Comunista d’Italia nell’attuale situazione del movimento sindacale italiano, si definisce in rapporto a tre principali punti: l’unità sindacale, i rapporti internazionali, l’azione di resistenza e di riscossa contro l’offensiva capitalistica e contro il fascismo.
Il 15 agosto 1921, di fronte allo sviluppo dell’offensiva capitalistica ed alla manifesta impotenza della tattica seguita dai riformisti dirigenti la C.G.L. a difendere i lavoratori dall’attacco padronale, il Comitato Sindacale Comunista, con una lettera diretta alla C.G.L., al Sindacato Ferrovieri e alla U.S.I., proponeva la costituzione del fronte unico proletario sul terreno sindacale, e lo sciopero generale nazionale in difesa della classe lavoratrice. La risposta pervenuta dalla C.G.L. riflette chiaramente fino a qual punto i riformisti italiani, come i loro compagni degli altri paesi, abbiano rinnegata la causa proletaria e si siano posti al servizio della borghesia: essi tacciarono di demagogia e di incoscienza la proposta comunista.
Il Sindacato Ferrovieri e l’U.S.I. pur dichiarandosi favorevoli al fronte unico non hanno però neppure essi presa in seria considerazione il nostro invito. La questione fu portata dai comunisti direttamente fra la massa, nella quale trovò le maggiori simpatie. Contemporaneamente si chiedeva alla C.G.L. di discutere le nostre proposte in un Congresso nazionale. Numerose organizzazioni sindacali, pur non essendo dirette da comunisti, accettarono la proposta comunista.
Il Consiglio Nazionale di Verona
Frattanto, nei giorni 7 e 8 settembre si teneva a Milano un convegno nazionale delle organizzazioni su direttiva comunista. Un centinaio di delegati rappresentanti oltre 500.000 organizzati nella C.G.L. e nel Sindacato Ferrovieri, convennero da ogni parte d’Italia. Vennero ampiamente discusse questioni di organizzazione e fissate le direttive dell’azione dei comunisti in seno alle organizzazioni proletarie.
La campagna per il fronte unico proseguiva. Dietro richiesta di numerose organizzazioni aderenti, il Consiglio Direttivo della C.G.L. fu costretto a convocare il Consiglio Nazionale, che si tenne a Verona nei primi giorni di novembre del 1921. Questione centrale intorno alla quale si svolse la discussione, fu quella del fronte unico e dello sciopero generale nazionale, come più valida forma di lotta contro la offensiva capitalistica. Contro tale proposta si schierarono quasi tutti i burocrati sindacali della C.G.L. Il risultato delle votazioni fu il seguente:
– Camere del Lavoro: Mozione comunista: voti 246.402; Mozione socialista: voti 612.653;
– Frazioni di mestiere: Mozione comunista: voti 169.310; Mozione socialista: voti 813.868.
Devesi rilevare che la votazione avvenne in base al numero degli organizzati esistenti alla fine del 1920. Ciò ha avuto la seguente conseguenza: che mentre molte organizzazioni ebbero modo di pesare nelle votazioni a favore della mozione confederale, votando per un numero di soci molto maggiore del reale, numerose organizzazioni sorte nel 1921 ed aderenti alla proposta comunista non poterono far valere la loro forza nel voto. Tipico l’esempio della Federazione dei Lavoratori della terra che votò per 850.000 iscritti, tanti quanti erano nel 1920, mentre all’epoca del Consiglio Nazionale Confederale non ne contava che 200.000.
L’Alleanza del Lavoro
Ma nonostante tutti gli ostacoli e tutti gli impedimenti, la pressione delle masse spinge inesorabilmente verso il fronte unico. La costituzione della Alleanza del Lavoro fra le cinque maggiori organizzazioni sindacali nelle quali è diviso il proletariato italiano, fu un passo notevole verso la costituzione del fronte unico.
La posizione del nostro Partito di fronte alla Alleanza del Lavoro, definita in pubbliche dichiarazioni, fu la seguente: denunziando anzitutto il pericolo che gli opportunisti se ne facessero un mezzo per coprire con una maschera di popolarità la politica di collaborazione borghese, accettare però, e riconoscere il centro direttivo della Alleanza, impegnando l’azione di tutte le forze sindacali comuniste alla disciplina verso le disposizioni che quel centro emanasse. Condurre, però, contemporaneamente, nel seno delle masse e servendosi della rete sindacale del Partito, ed anche invitando a porsi sullo stesso terreno gli elementi sindacalisti ed anarchici, una campagna per questi punti fondamentali:
a) – Il fronte unico deve essere organizzato su di una vasta rappresentanza delle masse, con comitati locali eletti in tutti i sindacati, e attraverso l’iniziativa di un grande convegno nazionale sindacale, eleggendo un organismo direttivo a cui partecipino tutte le frazioni sindacali proletarie, su di una chiara piattaforma comune;
b) – Più che una semplice intesa fra gli uffici delle grandi centrali sindacali, il fronte unico deve essere una alleanza di tutte le categorie proletarie e di tutte le Camere del lavoro locali, che reciprocamente si impegnino alla fusione in una sola battaglia di tutte le vertenze parziali che l’offensiva padronale solleva;
c) – Devono essere stabiliti i postulati da difendere con questa azione solidale di tutto il proletariato, fra i quali deve primeggiare la difesa della esistenza e della funzione dei sindacati e il mantenimento del livello del salario e il tenore di vita proletario;
d) – I mezzi di azione da adoperarsi in comune non devono avere come piattaforma la politica parlamentare statale, ma restare sul terreno della azione diretta sindacale di pressione sulla borghesia e sullo Stato, usando come mezzo centrale e decisivo lo sciopero generale nazionale.
I capisaldi da stabilire a base di una dichiarazione di alleanza, dovevano dunque corrispondere a quelli avanzati più volte dai comunisti nella nota lettera aperta del Comitato sindacale e nella mozione di Verona.
Il grave problema della disoccupazione, considerato in prima linea fra questi postulati, fu oggetto di agitazioni di massa dirette dai comunisti, i quali dimostrarono di poterlo e saperlo impostare rivoluzionariamente, nel campo dei problemi immediati che interessano i lavoratori.
La propaganda comunista
Non è necessario soffermarci in modo particolare sull’attività svolta dai comunisti in ciascuno dei congressi nazionali professionali, per il fatto che il carattere centralizzato della lotta contro i socialdemocratici determina un unico piano d’azione per tutti i comunisti, qualunque sia l’organismo sindacale nelle cui file essi militano.
Il nostro Partito ha intrapreso dal primo momento della sua costituzione un intenso lavoro sindacale. Ma il problema di raggiungere con la nostra propaganda le masse controllate dai socialisti e dagli anarchici si presentò subito a noi e fu praticamente risolto, prima ancora di possedere i dati del III Congresso mondiale e del Congresso dei Sindacati Rossi. Lo studio della situazione italiana ci dettò il nostro piano tattico, che non seguimmo incoscientemente, ma tracciammo e lanciammo tra le masse tenendo conto, naturalmente, delle disposizioni e tendenze di queste.
La storia della accoglienza data alla nostra proposta dell’agosto 1921 si riassume in poche parole: ostruzionismo dei capi sindacali, simpatia sempre crescente delle masse. Con questa proposta noi divenivamo gli iniziatori del fronte unico proletario, e nello stesso tempo non interrompevamo ma intensificavamo il nostro lavoro per strappare posizioni ai socialisti e agli anarchici.
Lo spirito della proposta comunista fu pienamente compreso fra le masse: esse capirono che l’azione parziale di gruppi non avrebbe riportato successo contro l’offensiva borghese, che si imponeva l’affasciamento di tutte le vertenze che l’offensiva della borghesia solleva.
Fu lo sviluppo della nostra campagna che portò alla formazione dell’Alleanza del Lavoro. L’iniziativa ne fu presa nel febbraio dal Sindacato Ferrovieri che, prima di convocare i sindacati, volle convocare i partiti al solo scopo di informazione sulla proposta di alleanza dei Sindacati. Tanto è vero che non furono i partiti presenti a detta adunata che ebbero diritto a una rappresentanza del C.C. dell’Alleanza. Noi non partecipammo alla riunione. Il nostro intervento avrebbe portato ad un contrasto di opinioni insanabili, senza gravissime concessioni di principio da parte nostra, e l’Alleanza non sarebbe sorta. Noi infatti non avremmo potuto sottoscrivere il comunicato equivoco e pacifista uscito dalla riunione dei partiti. Ci limitammo a mandare ai ferrovieri una lettera dicendo che eravamo stati noi gli iniziatori dell’Alleanza sindacale, e che questa avrebbe potuto contare sulla disciplina dei comunisti.
Contro il collaborazionismo
La iniziativa dei ferrovieri coincideva con la crisi ministeriale tra il Gabinetto Bonomi e quello Facta. Fu evidente che i socialisti volevano allora formare un blocco proletario per servirsene allo scopo di premere per un ministero “di sinistra”. La posizione indipendente del partito come tale aveva l’obiettivo di permetterci di lottare contro questo piano attaccando anche il C.C. dell’Alleanza del Lavoro se avesse deviato dagli scopi dell’Alleanza stessa, senza per altro romperne le compagine della disciplina come coalizione di organizzazioni di masse. Il piano del “governo migliore” in Italia si esplicò con una propaganda disfattista in mezzo alle masse, poiché lo si presentò come un mezzo per eliminare il fascismo e la reazione, invitando il proletariato a desistere da ogni resistenza attiva. La tattica che ci si impose fu quella della nostra indipendenza e della nostra costante opposizione rispetto a questo piano. La costituzione dell’Alleanza era una concessione allo spirito dell’unità di azione che aveva guadagnato le grandi masse, concessione che dagli elementi di destra era stata fatta appunto per diminuire la pressione di queste e dilazionare il momento in cui l’azione si sarebbe imposta. Dovevamo lottare contro il pericolo che l’Alleanza addormentasse le masse nella inazione. Quindi nel fronte unico ci occorreva non una posizione di compromesso reciproco che vincolasse la nostra azione ad una formula comune, ma una assoluta libertà di azione e di propaganda, senza poter essere ricattati ogni giorno da una minaccia di rottura.
Condotti socialisti ed anarchici a compiere il passo irrevocabile dell’Alleanza sindacale, che si esplica in convocazioni di comitati e comizi di masse, abbiamo dettato le direttive per una propaganda sistematica, tendente ad agitare il contenuto effettivo d’azione che secondo i comunisti doveva essere dato alla Alleanza. In un manifesto del marzo ne riassumemmo i capisaldi. Per gli scopi ponemmo avanti una serie di rivendicazioni concrete contro le manifestazioni sia economiche che politiche dell’offensiva, tra cui in prima linea quello che i socialisti non accettano: rifiuto delle riduzioni salariali. Per i mezzi: lo sciopero generale nazionale. Per l’organizzazione dell’Alleanza chiedemmo che essa venisse allargata sulla base della rappresentanza diretta delle masse, con vasti comitati locali nei quali fossero rappresentati tutti i sindacati, e con la convocazione di un congresso nazionale dell’Alleanza del Lavoro.
Per un fronte unico dal basso
Nel comitato nazionale dell’Alleanza chiedemmo anche direttamente a mezzo del comitato sindacale comunista, che le delegazioni di ciascun organismo sindacale non fossero composte di soli funzionari della centrale, ma nominate con criterio proporzionale alle frazioni in cui ciascun sindacato è diviso. Se tale proposta fosse stata accettata, sarebbero entrati nel comitato i comunisti in rappresentanza dell’U.S.I., delle minoranze confederali e del Sindacato Ferrovieri, i sindacalisti favorevoli all’Internazionale dei Sindacati Rossi. Si sarebbe così avuta una maggioranza contro i socialisti nell’Alleanza del Lavoro, composta da comunisti, sindacalisti e anarchici. Il rifiuto di tale proposta ci ha permesso di fare una campagna contro il settarismo degli altri e la loro opera di siluramento dell’unità. Un rapporto dettagliato dell’attività sindacale del nostro Partito viene presentato dalla delegazione italiana al II Congresso del Profintern.
L’attività sindacale del Partito è di duplice aspetto: organizzativa, nel senso che essa ha mirato a rafforzare ed a estendere i gruppi comunisti nei sindacati, ed a portare il pensiero del partito attraverso questi dinnanzi alle masse; diretta, per quanto gli organismi sindacali nelle mani del Partito hanno fatto nelle varie occasioni in cui le masse organizzate furono in agitazione. In occasione del Congresso dell’Internazionale di Amsterdam a Roma, il nostro Partito, attraverso di suo comitato sindacale, aveva preparato una serie di sessanta comizi pubblici, nei quali oratori comunisti avrebbero dovuto spiegare il programma della I.S.R., ed accusare i traditori gialli. Migliaia di manifesti, edizioni straordinarie dei giornali, avrebbero dovuto completare la nostra campagna. In occasione della gita a Tivoli dei congressisti, offerta dalla C.G.L. d’Italia, migliaia e migliaia di manifesti erano stati affissi a Tivoli (allora quel comune era in nostre mani) nei quali erano scritte severe espressioni di disprezzo agli ospiti. In tale occasione era stato predisposto che il redattore capo de “Il Comunista” compagno Palmiro Togliatti, tenesse una conferenza a Tivoli. Tutta questa nostra preparazione fu annullata, non appena il compagno Bordiga ci fece conoscere da Berlino che la riunione delle tre Internazionali imponeva la necessità di attutire in un primo tempo l’attacco comunista alle altre due Internazionali.
Lo sciopero metallurgico di giugno
Notevole la posizione predominante assunta dai comunisti nell’importante sciopero metallurgico del giugno 1922. Nel convegno metallurgico che seguì dopo 17 giorni di sciopero e che si tenne a Genova, i comunisti riportarono 39.000 voti (contro 44.000 avuti da tutte le altre frazioni socialiste – meno la terzinternazionalista – assieme a 17.000 astenuti) sulla proposta di estendere a tutte le categorie lo sciopero. Le grandi agitazioni operaie che continuamente scoppiarono nella primavera e nell’estate 1922 diffondevano nella massa il concetto dello sciopero generale. La reazione sempre maggiormente intensa, e il dissidio verificatosi in seno al Partito Socialista a proposito del collaborazionismo, indussero il Consiglio Direttivo Confederale a convocare il Consiglio Nazionale nei giorni 3-4-5-6 luglio.
La nostra posizione sindacale, in tale occasione emersa, non può essere considerata sulla sola base delle cifre dei voti. Questi sono i risultati di imbrogli abominevoli. In una nostra relazione del 23 luglio, noi esaminavamo la portata del voto. Nella preparazione del C.N. noi avevamo guadagnato parecchi sindacati, e le Camere del lavoro di Trento, Roma, Ravenna, Como, Vercelli, Aquila, ed altre minori.
La proposta Comunista in difesa dei Sindacati
Altrove diciamo dello sciopero generale della situazione nuova venutasi a creare. Oggi il compito preciso è quello di salvare i sindacati dal pericolo di un ulteriore disgregamento, che la reazione accelera con un martellamento senza fine, e di impedire che il sindacato perda i suoi connotati classisti. A tal proposito il nostro Comitato Sindacale avanzò recentemente la seguente lettera alle frazioni di sinistra dei sindacati:
Milano, 6 settembre 1922
Al Comitato Sindacale terzinternazionalista
Al Comitato Sindacale massimalista
Al Comitato Sindacale della frazione sindacalista dell’U.S.I.
All’Ufficio Sindacale dell’Unione Anarchica Italiana
Al Comitato Massimalista Ferroviario.Cari compagni,
La situazione presente del movimento sindacale italiano ci spinge alla seguente iniziativa, per il successo della quale non dubitiamo del vostro efficace concorso.
Il pericolo che sovrasta in questo momento alle organizzazioni di classe del proletariato non è solo quello della reazione statale e fascista che i prefigge di stroncarle con la violenza. Un’altra insidia si delinea sempre più, proveniente dai capi stessi di una parte del proletariato organizzato, che vorrebbero incanalare i sindacati su vie e metodi nei quali si snaturerebbe il loro carattere di classe.
Equivoche forme collaborazioniste e borghesi vengono da più parti affacciate sotto il nome di sindacalismo nazionale, di movimento operaio entro il campo degli organismi nazionali; e questo piano non significa altro che il proposito di togliere ai sindacati ogni efficienza rivoluzionaria e perfino ogni effettiva capacità di lotta contro il padronato nelle stesse contese economiche.
Si tende per tal modo al siluramento del fronte unico e dell’Alleanza del Lavoro e a rendere impossibile ogni schieramento delle forze proletarie sul terreno della lotta diretta contro la reazione e contro il fascismo, con i quali stessi si giungerà in ultima analisi a patteggiare, prima una resa vergognosa, poi una effettiva alleanza.
Simili propositi non debbono riuscire a realizzarsi: ad essi tutte le forze sane del movimento proletario devono opporre le gloriose tradizioni rosse di questo, la insopprimibile ragione della lotta di classe, la salda speranza delle masse nell’abbattimento del regime capitalistico.
A tale scopo noi riteniamo che le varie tendenze sovversive militanti nel campo sindacale, restando nettamente distinte e serbando libertà d’azione non solo per quello che è il loro programma politico, ma anche nelle loro particolari vedute su dati problemi di tattica sindacale, possano e debbano stringere fra loro una intesa leale per la difesa delle posizioni comuni a quanti sono per la causa della lotta emancipatrice del proletariato.
Questi punti, su cui una intesa dovrebbe effettuarsi con l’impegno reciproco di coalizzarsi nelle loro affermazioni in tutte le adunate proletarie e i congressi sindacali, sono, a nostro modo di vedere, i seguenti: Le organizzazioni sindacali devono essere indipendenti da ogni influenza dello Stato borghese e dei partiti della classe padronale, e la loro bandiera deve essere la liberazione dei lavoratori dallo sfruttamento padronale. Il fronte unico proletario per la difesa contro l’offensiva padronale deve essere mantenuto e rinnovato nell’Alleanza del Lavoro, stretta fra le organizzazioni tra cui sorse e resa tale nella sua costituzione da rispecchiare le forze e la volontà delle masse.
Noi quindi vi invitiamo ad un convegno, nel quale una comune dichiarazione da lanciare al proletariato italiano suggellerebbe una simile intesa, e darebbe a tutte le forze classiste una chiara piattaforma comune di propaganda e di agitazione, suonando severa rampogna ai pochi che tentennano e defezionano nell’ora del pericolo.
Per tale modo si opererà potentemente al fine di salvare la rossa bandiera della classe proletaria da oblique insidie come dalla bufera della violenza reazionaria, e di stringere i vincoli dell’unità del fronte del proletariato contro la reazione borghese.
Siamo ben certi di ricevere la vostra adesione alla convocazione del convegno tra le delegazioni degli organismi a cui la presente lettera è indirizzata e di quelli che la sottoscrivono, riservandoci di farvi noto il luogo e la data di convocazione.
In tale fiducia vi porgiamo il nostro saluto.Il Comitato Sindacale Comunista
Il Comitato Comunista Ferroviario.
Il giorno 8 ottobre si tenne a Milano il convegno delle sinistre sindacali. Erano presenti: i rappresentanti del Comitato Sindacale Comunista, del Comitato Sindacale Social-massimalista, del Comitato comunista Ferroviario, della Frazione Sindacalista Rivoluzionaria (Vecchi). Poiché l’U.S.I. è diretta da sindacalisti anarchici, desiderando l’intervento dei dirigenti attuali dell’U.S.I. dal convegno fu inviata una lettera al Comitato Sindacale del Partito Anarchico. L’Ufficio di corrispondenza dell’Unione Anarchica aveva risposto con una lettera nella quale, fra l’altro, era detto: «In quanto alla difesa del movimento operaio dalle perniciose infiltrazioni collaborazioniste da un lato e nazionaliste dall’altro, noi siamo in linea di massima perfettamente d’accordo, anzi pensiamo che esso debba essere mantenuto indipendentemente da qualsiasi governo e da qualsiasi partito politico».
Il contenuto della lettera era dunque di adesione al convegno. Ma saranno fatti da parte nostra altri passi per impegnare possibilmente in maniera più stretta gli anarchici che dirigono organismi sindacali alla difesa dei “punti” approvati nel convegno dell’8 ottobre a Milano.
La mozione delle sinistre sindacali
In detto convegno fu approvata la seguente mozione:
«I rappresentanti del Comitato Sindacale Comunista, del Comitato Sindacale Socialista, del Comitato Comunista Ferroviario, della Frazione Sindacalista Rivoluzionaria dell’U.S.I., riuniti a convegno il giorno 8 ottobre 1922, esaminata la situazione del movimento sindacale italiano, convinti che nell’interesse e per la salvezza del proletariato italiano sia indispensabile difendere con una azione risoluta e concorde i punti seguenti:
1) – Le organizzazioni sindacali dei lavoratori devono rimanere indipendenti da ogni influenza e controllo dello Stato borghese e dei partiti della classe padronale, loro programma e loro bandiera deve essere la lotta per l’emancipazione dei lavoratori dallo sfruttamento capitalistico, le loro file devono essere aperte ad ogni propaganda delle idealità rivoluzionarie del proletariato.
2) – Il fronte unico proletario per la difesa e la riscossa contro le molteplici manifestazioni della offensiva borghese deve essere mantenuto nella forma dell’Alleanza del Lavoro, stretta fra tutti gli organismi classisti del proletariato, ma organizzata in modo che essa sia deliberante a voto maggioritario e assicuri la più fedele consultazione e rappresentanza proporzionale per ogni sindacato aderente delle frazioni che militano nel seno del medesimo e anche come necessaria preparazione alla auspicata definitiva fusione in un sola di tutte le organizzazioni di classe dei lavoratori italiani.
«Convinti che ogni manovra tendente sotto varie formulazioni ad intaccare questi capisaldi, con voler raffrenare l’azione sindacale entro i limiti delle istituzioni borghesi, escludere la propaganda e l’azione dei partiti estremi dai sindacati, legalizzare l’opera e l’attività di essi sullo stesso piano delle corporazioni dei ceti abbienti per una pretesa collaborazione ricostruttiva della economia, ammainare il glorioso vessillo rosso emblema delle altissime tradizioni delle organizzazioni classiste italiane, corrisponde al tentativo reazionario di stroncare la lotta di classe, rendere impossibile ogni resistenza economica dei salariati, e avvilire ad un livello schiavistico il tenore di vita delle classi lavoratrici per consentire alle classi sfruttatrici di consolidare le basi compromesse del loro dominio:
«Impegnano tutte le forze aderenti agli organismi convenuti, pur differenziandosi nel sostenere particolari punti di vista circa altri problemi di tecnica e politica sindacale, a coalizzarsi per l’affermazione e la difesa dei capisaldi suddetti, in tutte le adunate e convegni, congressi dei sindacati e convocazioni comuni a vari sindacati, contro proposte e atteggiamenti che tali capisaldi tendessero a ledere, e a provocare, con una attiva campagna, dalle adunate proletarie, voti che esigano dagli organi centrali dei sindacati nazionali la ripresa dei contatti per la riorganizzazione immediata dell’Alleanza del lavoro».
Dopo lo sciopero dell’agosto
In seguito all’approvazione di tale mozione noi tendiamo a mettere sul tappeto della discussione la immediata intesa per la ricostruzione dell’Alleanza del Lavoro, che dopo lo sciopero dell’agosto fu dai capi riformisti ed opportunisti spezzata, ed a sostenere i concetti classisti del Sindacato che una corrente di destra tenterebbe di distruggere.
La intensa opera di propaganda e di organizzazione comunista, compiutasi nel seno dei sindacati classisti italiani, sollevò l’offensiva dei dirigenti socialisti, anarchici e sindacalisti contro di noi. Una campagna di diffamazione fu aperta contro il presunto intendimento dei comunisti di dissolvere i sindacati, che è una parola d’ordine dei mandarini di ogni paese contro l’attività comunista. La campagna dette una maggior vivacità alla lotta, ed i nostri compagni furono costretti ad una asprezza polemica vivacissima. Fu votato, in una riunione del consiglio direttivo della Confederazione, un ordine del giorno con il quale minacciavasi di espellere chi mantenesse un contegno polemico “diffamatorio” ed “organizzasse la indisciplina”. Queste espressioni volevano significare che i capi comunisti dovevano essere espulsi dai sindacati. Ma noi eravamo riusciti ad essere troppo forti perché i funzionari riformisti ed opportunisti osassero liberarsi con troppa facilità dall’opposizione comunista. E provvedimenti simili non furono presi. Chi invece, seppe dare esempio del modo come si debbano trattare i comunisti nei sindacati, furono i sedicenti rivoluzionari dirigenti del Sindacato Ferrovieri Italiani, i quali nel luglio espulsero dalla loro organizzazione i compagni Isidoro Azzario e Carlo Berruti, per la loro attività comunista e per aver essi aspramente criticato taluni capi del sindacato. Il provvedimento, nuovo nella storia delle organizzazioni di classe italiane, indignò le masse sindacali e quella ferroviaria in specie. Numerose assemblee di ferrovieri votarono risoluzioni di simpatia ai nostri due compagni. Sopravvenuto lo sciopero generale, i capi ferrovieri che i nostri compagni avevano accusato dettero prova di voler portare il sindacato fuori dall’orbita classista. La critica dei nostri compagni veniva a trovare conforto nella prova dei fatti. Intanto l’amministrazione ferroviaria dimissionava il compagno Azzario perché capeggiatore dello sciopero. Il Consiglio Generale del S.F.I. (3 settembre 1922) era costretto a ritirare il precedente deliberato e a riammettere nel Sindacato i due nostri compagni. Tale avvenimento segnò la vittoria comunista nella organizzazione dei ferrovieri.
Contemporaneamente alla convocazione del Consiglio Generale del S.F.I. si riuniva a Roma il Convegno Nazionale dei gruppi comunisti ferroviari, il quale riuscì numeroso di rappresentanti, e manifestò la preparazione dei ferrovieri comunisti nelle questioni tecniche della vita del loro Sindacato ed il possesso da parte loro delle soluzioni sulla varie rivendicazioni di categoria.
Attività cooperativistica
La notevole attività sindacale del nostro partito ha condotto alla necessità di sistemare anche il lavoro nel movimento cooperativo e mutualistico secondo le direttive comuniste. Nel periodo iniziale della vita del partito e prima che si dimostrasse giunto il momento di costituire un apposito organo di partito, sia la Centrale che il Comitato Sindacale Comunista si sono occupati di tenere il contatto con i compagni che erano alla testa di organismi cooperativi o affini e avevano bisogno di indicazioni intorno alla via da seguire intorno ai problemi che si presentavano. Fu subito possibile constatare che
non poche cooperative anche importanti di consumo di produzione e di lavoro erano dirette da elementi comunisti.
Dinanzi al movimento cooperativo il nostro partito prese la posizione che fu tenuta in genere dall’Internazionale Comunista e precisata nelle tesi del convegno di Mosca: utilizzare per la propaganda e la organizzazione delle masse anche il movimento cooperativo, con la partecipazione ad esso, con la formazione di nuclei comunisti di cooperatori, colla azione per conquista delle cooperative, ma opporsi a quelle degenerazioni del metodo cooperativistico che tendono al ghildismo: in vari casi il nostro partito prese posizione contro l’assunzione da parte dei lavoratori della gestione di grandi aziende capitalistiche private o anche di Stato. Di questi problemi si occupano le tesi sindacali.
Come lavoro pratico svolto esso cominciò ad avere una impostazione nazionale con la partecipazione al congresso nazionale della Cooperazione tenutosi nel Marzo u.s. a Milano, al quale una pattuglia comunista intervenne a precisare con efficaci discorsi e col voto di una mozione nonché con la critica dell’equivoco atteggiamento politico dei dirigenti opportunisti della Lega, il nostro punto di vista in materia.
Il partito deliberò che la minoranza comunista non accettasse posti nel Consiglio direttivo della Lega. In seguito al congresso si costituì il Comitato tra i cooperatori comunisti che ha sede in Torino e che procede d’intesa con il Comitato sindacale e il partito a disciplinare e coordinare l’azione comunista nel movimento cooperativo.
Compito di questo comitato è altresì di seguire e organizzare la partecipazione nostra al movimento mutualistico, e altre forme di organizzazione di assistenza proletaria, portando in questi organismi che pure aggruppano larghe masse il soffio di una nuova vita e di un nuovo metodo, per la sempre migliore utilizzazione e coltivazione di tutte le forze rivoluzionarie.
Soccorso alla Russia
Nel maggio dello scorso anno, allorché la siccità bruciò vasti raccolti nella Russia meridionale e le condizioni di alimentazione del popolo russo, già gravi per le lunghe guerre combattute prima della Rivoluzione e dopo la Rivoluzione, contro le bande controrivoluzionarie e gli eserciti mercenari della Intesa, e per il blocco mantenuto dalle potenze capitalistiche contro la Russia dei Soviet, si erano fatte gravissime, fu lanciato un appello a tutto il proletariato del mondo perché venisse in aiuto alle popolazioni affamate raccogliendo danaro, indumenti, medicinali e cereali. L’appello della Internazionale Comunista e del Governo dei Soviet ebbe immediata eco nel proletariato italiano. Poiché il Partito Socialista e la Confederazione Generale del Lavoro costituirono subito un Comitato prò Russia – con sede a Sampierdarena, noi non credemmo dividere gli sforzi generosi del proletariato costituendo un Comitato comunista, ma in un comunicato reso pubblico invitammo i compagni a sostener il concetto che l’aiuto alla Russia affamata non poteva avere fisionomia politica ma affasciare tutto il proletariato onde la sede naturale per la raccolta dei fondi non poteva che essere nelle Camere del Lavoro, le quali uniscono i lavoratori di ogni scuola. E furono date – a tal riguardo – precise disposizioni perché ai Comitati prò Russia creati presso gli organi economici del proletariato, affluissero i soccorsi tanto se le Camere del Lavoro fossero dirette da comunisti, quanto se esse fossero dirette da socialisti o da sindacalisti, e senza preoccuparsi che la Cassa centrale fosse in mano ai socialisti. Nello stesso tempo noi facevamo passi perché – attraverso la rappresentanza della Confederazione del Lavoro – fosse nominata una delegazione di lavoratori comunisti, i quali avrebbero fatto parte del Comitato unico. I socialisti si rifiutarono di accedere al nostro invito, affermando che la iniziativa dei soccorsi alla Russia, in Italia, era da essi partita ed essi si sentivano ben controllati dagli organi che formavano il Comitato stesso. Il C.E. del Partito denunziò l’atteggiamento del Comitato di Sampierdarena, ma non mutò le norme già date, perché tenne sempre presente la necessità della unità del proletariato nell’opera di soccorso allo sventurato e grande proletariato della Russia. Allorquando il Comitato internazionale dei Soccorsi di Berlino ci chiese un rapporto sulla nostra attività in merito alla azione dei soccorsi prò Russia, noi spiegammo il nostro punto d vista e la nostra tattica in tale occasione, ed un nostro compagno che si recò alla riunione del Comitato di Berlino fu nominato per l’Italia rappresentante del Comitato stesso, disse particolarmente i resultati dei nostri passi fatti verso i socialisti ed il Comitato di Sampierdarena, che non volle aderire al Comitato Centrale di Berlino. Non avendo il Comitato socialista aderito al Comitato Internazionale di Berlino, e non avendo in esso rappresentati i lavoratori comunisti che pure largamente sottoscrissero al fondo unico proletario per la Russia affamata, Il Comitato di Berlino dispose che il Partito Comunista facesse un Comitato proprio. Infatti, con un comunicato apparso nel “Comunista” del 26 ottobre 1921, dopo aver narrati i passi da noi fatti presso il Comitato di Sampierdarena, ed avere dimostrato che non era possibile accettare il principio della iniziativa nazionale in un’opera che abbracciava gli sforzi di tutto il proletariato del mondo, il C.E. del Partito creava un Comitato comunista prò Russia.
Prima di questo momento, il nostro partito aveva mantenuta viva la propaganda per sostenere fra le masse il dovere di aiutare il popolo affamato delle regioni del Volga. In un appello apparso nel “Comunista” del 14 agosto, noi ci rivolgemmo ai compagni ed al proletariato comunista perché essi intendessero il significato, oltre che umanitario, squisitamente rivoluzionario dell’opera di soccorso, con il quale i comunisti intendevano aiutare la Rivoluzione, attraverso l’aiuto alle sue sofferenti eroiche avanguardie.
In data 3 settembre l’“Ordine nuovo” pubblicava un altro appello ai lavoratori comunisti, mentre in tal giorno i comunisti indicevano comizi in tutte le città d’Italia per agitare la necessità e l’urgenza di un immediato intervento nell’opera degli aiuti.
Naturalmente il nostro Comitato, sorto allorché il maggiore sforzo era stato compiuto dal proletariato, il quale aveva versato oltre due milioni al Comitato di Sampierdarena, si trovò dinanzi a serie difficoltà. Una larghissima distribuzione di manifesti di propaganda, e di cartoline, e di speciali bolli-ricordo, fu fatta in tutta Italia. Nominatosi dei fiduciari in tutte le provincie, furono inviate molte schede di sottoscrizione che furono tosto riempite dei nomi dei sottoscrittori. La nascita del nostro Comitato coincideva con un primo invio al Comitato internazionale di Berlino della somma di lire cinquantamila. Tra gli esempi di solidarietà notevoli, va annoverato quello dato dal forte proletariato torinese, al nostro Comitato locale camerale: in pochi mesi questi raccolse la somma di circa lire trecentomila, con la quale acquistò generi medicinali e commestibili i quali, a mezzo del vapore “Amilcare Cipriani” furono avviati alla volta della Russia del Sud.
Nonostante lo sforzo già fatto, i lavoratori comunisti dettero ancora ciò che potevano al nostro Comitato, il quale raccolse ancora oltre duecentomila lire. In occasione della ricorrenza della data del 7 novembre, cara ad ogni proletario rivoluzionario, il C.E. prese la iniziativa di consacrare una settimana (la prima settimana di novembre) all’avvenimento della prima Rivoluzione proletaria ed in tale settimana si tennero ovunque comizi e conferenze indetti dai nostri organismi locali ed il C.E. provvide a dislocare in varie città italiane compagni oratori per svolgere una serie di 75 comizi nei quali fu largamente richiamata l’attenzione delle masse sulla necessità di dare ancora molto alla sottoscrizione prò Russia.
Il Comitato prò Russia vive tuttora e si va sviluppando secondo le direttive del Comitato Internazionale di soccorso operaio.
Rapporti con il Partito Socialista
Il Congresso Internazionale di Mosca, nel discutere l’appello presentato dal Partito Socialista contro la sua esclusione, interpretò la situazione italiana diversamente dalla nostra delegazione e dal nostro partito, e rinnovò l’ultimatum al Partito Socialista Italiano esigendo l’esclusione dei riformisti per la sua riammissione nell’Internazionale. Il congresso di Mosca si orientò verso la convinzione che il P.S.I. si sarebbe scisso. Il nostro Partito con ampie relazioni in materia precisò invece il suo diverso punto di vista presso l’Internazionale. Esso previde come sarebbero andate le cose, con l’allontanamento di ogni possibilità di contrasto pratico tra la politica del nostro Partito e quella dell’Internazionale, esponendo a Mosca che nessuna scissione sarebbe venuta a Milano e che una piccola frazione avrebbe sostenuto la esclusione dei riformisti, ma non per le ragioni collimanti con le direttive nostre e affermate da noi a Livorno, né con la decisione di uscire nel caso non si fosse effettuata la scissione nel Partito Socialista.
D’altra parte il nostro Partito osservava che nell’ipotesi di una scissione tra intransigenti e collaborazionisti, ossia sulla questione che era sul tappeto al Congresso Socialista di Milano, non si sarebbero verificate quelle condizioni che sono necessarie per l’entrata nell’Internazionale, a cui non basta che si espellano i fautori della collaborazione borghese, ma anche tutti coloro che sono contro la lotta rivoluzionaria e la preparazione della dittatura proletaria, così come lo era tutto il Partito Socialista, compresa la frazione dei dirigenti di sinistra, responsabile di vergogne come la pacificazione coi fascisti. Ripetiamo che questo contrasto fu eliminato dai fatti. Dopo il Congresso di Milano, l’Internazionale con una sua dichiarazione, il testo della quale rispondeva ai desiderata della nostra centrale, escludeva definitivamente il Partito Socialista dalle sue file.
Restava il problema dell’atteggiamento da tenere verso la frazione Lazzari, Maffi, Riboldi. Il nostro Partito precisò la sua posizione col manifesto ai lavoratori socialisti, che li invitava a venire nelle sue file aprendo gli occhi sulla rovinosa politica socialista, e con la decisione di non accettare adesioni di gruppi, né di aver contatti ufficiali con la organizzazione di frazione nel seno del Partito Socialista, poiché i singoli elementi di tendenza affine alla nostra erano chiamati a passare nelle nostre file e non invitati a fare un lavoro per noi nelle file socialiste. Disposizioni interne chiarirono che gli elementi proletari potevano e dovevano essere cordialmente accolti, come in genere tutti quelli che erano sinceramente convinti nel venire a noi, e le ammissioni pur seguendo le norme statutarie dovevano essere facilitate nello sbrigarne la procedura. In tal modo non pochi sono stati casi di socialisti passati a noi anche con aperte dichiarazioni contro la politica del loro antico partito. Quanto alla frazione Maffi essa non è stata trattata con ostilità dal nostro Partito e dalla nostra stampa, a parte le obiettive critiche a quanto essa ha di indeciso e di incompleto nel suo atteggiamento. Non si sono evitati alcuni esperimenti di collaborazione sindacale con essa, che se non hanno avuto più grande ripercussione, deriva appunto dalla posizione equivoca in cui si trova chi voglia fare opera rivoluzionaria nelle file del Partito Socialista.
La lotta contro la reazione
Non vi è alcuna probabilità che il fenomeno fascista abbia a cessare per dar luogo ad un regime di liberalismo pratico e di neutralità dello Stato nelle lotte tra classi e partiti, nemmeno nella misura in cui si simulava in altri periodi meno critici l’apparenza giuridica di tutto questo. La situazione tende a due ben distinti sbocchi: o allo schiacciamento del proletariato e dei suoi sindacati, e ad un regime di sfruttamento negriero; o a una risposta rivoluzionaria delle masse che in tal caso contro di sé troveranno la coalizione del fascismo, dello Stato e di tutte le forze che difendono il fondamento democratico delle presenti istituzioni.
La resistenza al fascismo
Data questa previsione, resta risolta una prima questione: quella della resistenza da opporre al fascismo. I socialdemocratici predicarono la non resistenza alle gesta fasciste perché previdero o dettero ad intendere che se il proletariato rinunciava alle “provocazioni” lo Stato avrebbe restaurato contro le violenze fasciste il “diritto comune” e, in fondo, perché contrari all’impiego della violenza di classe da parte del proletariato; il Partito Comunista deve sostenere la resistenza con tutti i mezzi possibili e dichiarare che è giusto e utile adoperare contro il fascismo gli stessi suoi mezzi offensivi, passando ad organizzare la preparazione e l’impiego di tali mezzi.
Una parola d’ordine veniva data dal Partito in occasione dei fatti di Firenze. Un secondo problema fondamentale tattico era quello della misura in cui si poteva collaborare con altri partiti proletari che prendevano atteggiamento antifascista e che dettero luogo al sorgere, in episodi del luglio 1921, di formazioni di lotta dette “arditi del popolo”.
Gli Arditi del Popolo
La Centrale dette decisamente la disposizione che il nostro organismo di inquadramento dovesse restare affatto indipendente dagli Arditi del Popolo, pur lottando a fianco di questi come molte volte è avvenuto, quando si avessero di fronte le forze del fascismo e della reazione.
Le ragioni di questa tattica non furono di ordine teorico e pregiudiziale, ma essenzialmente pratiche e ben connesse ad un attento esame della situazione e dell’eventualità a cui nell’uno e nell’altro caso si andava incontro, soprattutto in base ad informazioni riservate, assunte con i mezzi di cui si disponeva, intorno agli Arditi del Popolo ed al loro movimento. Una relazione verbale sul nostro inquadramento potrà indicarvi la misura del lavoro fatto nel campo della organizzazione militare. Certo le difficoltà di vincere vecchi pregiudizi e le resistenze della situazione hanno contribuito a dare carattere embrionale a questo tipo di organizzazione, ma i fatti hanno dimostrato più volte che senza di essa difficile è sperare di vincere l’avversario.
La parola d’ordine gettata fra le masse dal nostro Partito fu questa: unità proletaria e lotta contro la reazione.
Il nostro Partito, accettando la costituzione della Alleanza del Lavoro, ne fissava i compiti di azione. In ogni adunata proletaria si prospettavano tali compiti, che la massa approvava per acclamazione, culminanti nello sciopero generale nazionale di tutte le categorie.
Nel giugno scorso il Partito Comunista d’Italia partecipò con una delegazione ai lavori del Comitato Esecutivo allargato dell’Internazionale. In tale occasione il C.E. del Comintern adottò la risoluzione nota alle sezioni dell’Internazionale Comunista, con la quale dichiaravasi la inesistenza di un conflitto disciplinare tra il P.C.d’I. e il C.E. del Comintern. Pure in tale occasione il Presidium affermò alla delegazione italiana la necessità di lanciare alcune parole d’ordine al proletariato italiano come quella del Governo Operaio.
Al ritorno della delegazione in Italia fu data ampia informazione ai gruppi dei lavori svoltisi a Mosca a mezzo della stampa del Partito. In data 2 luglio, mentre si apriva la serie di agitazioni locali antifasciste, noi lanciammo in un manifesto la parola d’ordine del Governo Operaio. Nei discorsi parlamentari del giugno-luglio la parola d’ordine del Governo Operaio fu lanciata dai nostri compagni e fu portata al Consiglio Nazionale di Genova della Confederazione Generale del Lavoro con la mozione comunista.
Dopo la manifestazione del 1° Maggio, i riformisti della C.G.L. rappresentati nel C.C. dell’Alleanza del Lavoro, dichiararono la inevitabilità dello sciopero generale, il quale non poteva che essere insurrezionale e tendere ad una crisi politica del regime. E perciò essi proposero di interpellare i partiti politici proletari. Noi intervenimmo e dichiarammo che potevamo arrivare alla coalizione politica, ma sotto precise condizioni. Queste condizioni erano tali che l’accettarle voleva dire per i socialisti e confederali veder fallire tutto il loro piano di deviazione del movimento mentre il respingerle ci avrebbe dato buon gioco nel dimostrare alle masse la giustezza delle condizioni da noi poste, e che equivalevano a proteggere il proletariato da tradimenti e terribili delusioni come quelle di cui è viva la memoria.
Questo nostro atteggiamento fu puramente tattico: in verità noi eravamo per lo sciopero sindacale da cui la lotta politica, che ne è anzi un episodio, si sviluppa, ma con un processo molto più lungo e in cui si doveva inserire, perché il successo fosse stato possibile, la nostra opera di sostituzione della nostra influenza a quella dei socialisti ed anarchici. Fummo contro ogni coalizione di partiti nel dirigere l’azione insurrezionale ed il movimento rivoluzionario delle masse, di cui altri parlavano in mala fede o con incoscienza ed in genere con spaventosa impreparazione. Tuttavia la nostra tattica mise gli altri in posizione assai imbarazzante: non accettarono né respinsero la nostre proposte: non potevano accettarle e temevano di compromettersi respingendole, dal momento che si servivano contro l’impulso alla lotta del demagogico argomento che questa poteva essere solo la “rivoluzione”. Data la situazione, non era da pensarsi che una soluzione intermedia tra l’aperta collaborazione borghese che preparavano di riformisti, e la nostra proposta di azione diretta delle masse.
L’Alleanza del Lavoro e dei partiti proletari
I contatti dell’A.d.L. con i partiti proletari duravano. In ogni riunione si manifestò l’assenza di serietà dei presenti. I rappresentanti socialisti mutavano continuamente attitudine e dichiaravano di non potere impegnare tutti gli aderenti. Si arrivò alla costituzione di un Comitato tecnico segreto che doveva preparare l’azione generale proletaria (per noi lo sciopero generale contro l’offensiva borghese e il fascismo, per gli altri la redenzione completa), ma non si accettarono le nostre condizioni per la formazione ufficiale del fronte unico dei partiti. Questo comitato tecnico si riunì per iniziativa della Alleanza del Lavoro, senza far nulla di serio, al contrario si cercò di servirsi di esso per impedire l’azione e per cercare di coinvolgere in ciò la responsabilità del nostro partito.
Parecchie volte si è cercato, violando gli impegni al segreto, di sfruttare le nostre dichiarazioni per dire pubblicamente che il Partito Comunista aveva dichiarato che lo sciopero generale era impossibile. Contro queste menzogne noi abbiamo preso un’attitudine assai energica, precisando i nostri punti di vista nelle caratteristiche dell’azione generale proletaria che noi sostenevamo come immediata nei nostri manifesti, e la nostra attitudine al C.N. della C.G.L. nel luglio.
Lo sciopero dell’agosto 1922
La sera del 29 luglio il nostro delegato nel Comitato Tecnico ci informò che il rappresentante dell’Alleanza aveva annunciato lo sciopero per il mattino del 1° agosto. Non si doveva pubblicare la notizia: l’ordine era stato dato dalla Alleanza del Lavoro per vie interne. Noi osservammo il segreto. Il nostro delegato, in altra seduta, dichiarò insufficienti le misure di organizzazione dello sciopero. Poiché non si era voluto lanciare la parola dell’azione in occasione di una svolta della lotta, gli operai non potevano comprendere senza una preparazione il brusco cambiamento di attitudine di quelli organizzatori che avevano sempre imprecato contro lo sciopero generale. Noi dichiarammo di essere disciplinati, pur riservandoci di accompagnare la pubblicazione della risoluzione dell’A.d.L. con un nostro manifesto.
La riuscita dello sciopero fu da principio parziale. Le masse furono sorprese per gli ordini imprevisti, dopo essere state disarmate qualche giorno addietro. Al secondo giorno il movimento era in pieno sviluppo, le masse erano largamente entrate in azione, la lotta cominciò ovunque.
La borghesia fu sorpresa dalla situazione prodotta dallo sciopero. La notizia data la domenica 30 luglio dal Lavoro fu smentita dai giornali borghesi: a Roma l’emozione fu enorme quando il lunedì sera (31) Il Comunista uscì avanti agli altri giornali proletari e la sua vendita fu più che decuplicata.
Il venerdì precedente (28 luglio) la frazione parlamentare socialista aveva votato per la partecipazione al Gabinetto, non importa quale; il sabato Turati era stato dal Re: tutta l’attenzione era volta all’accordo dei socialisti con le istituzioni costituzionali, quando lo scioperò scoppiò.
I collaborazionisti non avrebbero potuto fare una bestialità maggiore. Nei circoli borghesi e parlamentari le loro azioni caddero tutte di un colpo: in poche ore Facta compose un ministero qualunque, senza socialisti, con la destra, con l’antico prefetto di Torino, sen. Taddei – vale a dire un funzionario di polizia – al Ministero degli Interni.
L’ultimatum dei fascisti
I fascisti lanciarono un ultimatum: se il governo non fosse intervenuto a soffocare il movimento entro 48 ore, lo avrebbero fatto essi stessi.
Le 48 ore passarono senza grandi conflitti. Nelle sfere ufficiali si sforzarono di dimostrare che lo sciopero era fallito. Il terzo giorno, come si prevedeva, lo sciopero sarebbe riuscito imponente, quando fu spezzato dall’Alleanza. I fascisti scatenarono allora le loro rappresaglie. Non essendo più impegnati in tutto il paese, ciò che li aveva momentaneamente immobilizzati, essi poterono fare dei concentramenti servendosi dei treni non più fermi, ed attaccarono quelle città nelle quali durante lo sciopero gli operai avevano attaccato gli elementi fascisti locali. La difesa delle masse operaie in questa seconda fase, cioè dopo la fine dello sciopero, fu meravigliosa. Milano, Bari, Ancona, Genova, Parma ecc. furono teatro di vere battaglie, nelle quali i comunisti validamente parteciparono, mettendosi in evidenza agli occhi delle masse, che ne ricevettero una entusiastica impressione. Carattere quasi generale di questa lotta: il fascismo concentrato nel centro della città andò all’attacco dei quartieri operai: furono ricevuti sparando dagli angoli delle strade, delle case, da barricate e trincee improvvisate. Le donne aiutarono gli uomini, pietre e oggetti di ogni sorta completarono l’armamento insufficiente.
I fascisti si ritirarono chiedendo aiuto, e la forza pubblica entrò in scena con le mitragliatrici e le autoblindo che coprirono le case con raffiche di proiettili: le case furono invase da centinaia di armati, furono arrestati tutti gli abitanti sospetti di essersi difesi. Dopo i fascisti ritornarono per distruggere, incendiare, predare: la polizia che avrebbe dovuto respingerli aveva l’ordine di tirare in aria e li lasciava passare. In questo modo furono prese non dai fascisti, ma dalla polizia, Ancona e Livorno, Milano, Bari, Roma, Genova resistettero. Il Partito Socialista uscì da questa lotta distrutto. Il collaborazionismo in rotta, i sindacati socialisti impotenti a mantenersi alla testa delle masse che risposero così bene all’appello, i massimalisti resi nulli dalla loro insufficienza pacifista e dalla loro debolezza. Il Partito Comunista al contrario, che denunziò gli errori e che evitò di impegnarsi da solo in una lotta che avrebbe potuto rovinarlo dopo la ritirata dei socialisti, ma che diede arditamente la parola del combattimento, dimostrò di essere al suo posto fra le masse in lotta e ha guadagnato molta influenza sul proletariato. Gli elementi estremisti e gli operai anarchici anch’essi tesero a raggrupparsi intorno a noi, avendo compreso che noi siamo un vero partito rivoluzionario.
Le conseguenze dello sciopero
Noi facemmo una inchiesta sullo svolgimento dello sciopero che riuscì interessantissima. Ne risultarono in modo quasi generale le seguenti caratteristiche degli avvenimenti: cattiva organizzazione dello sciopero e ritardo nella trasmissione degli ordini da parte dell’Alleanza del Lavoro. Tradimento e sabotaggio generale da parte dei funzionari sindacalisti socialisti. Vittoria militare dei fascisti contro gli operai assicurata soltanto dopo l’intervento delle forze poliziesche a fianco dei fascisti. Lodevole attitudine dei comunisti con eccezioni di ordine puramente personale che furono risolte in linea disciplinare normale. Buona partecipazione delle masse allo sciopero, quasi ovunque. Considerevole combattività del proletariato.
Le conseguenze dello sciopero sul movimento sindacale furono gravi, bisogna riconoscerlo, per l’attitudine degli organi centrali a completare l’effetto dell’attacco fascista. Parecchie organizzazioni si sfasciarono. Il passaggio ai sindacati fascisti non ebbe una grande importanza e la stampa borghese li esagerò molto. Esso si limitò a dei piccoli gruppi di certe categorie organizzate su basi corporative (come i lavoratori dei porti) ma fu nullo nell’industria. Ma i sindacati sono in cattive condizioni a causa della reazione, della disoccupazione, delle rappresaglie, della mancanza di fiducia nell’attitudine dei capi, della crisi generale. Le forze proletarie lottarono contro i vari tentativi di tradimento riformisti, dopo lo sciopero, come quello di trasformare i sindacati in una organizzazione a carattere nazionale entro il quadro dello stato borghese ecc. I massimalisti furono in quel momento contro la politica dei riformisti e il loro punto di vista sindacale, ma nessuno più li ascolta e ogni giorno di più essi perdono influenza e importanza.
Il nostro Partito ha preso posizione sulla stampa e con un manifesto al proletariato in questo senso: per il fronte unico reale delle masse operaie e per l’Alleanza del Lavoro appoggiata sulle masse secondo le nostre antiche proposte. Per una lotta generale del proletariato libero dagli impacci riformisti e collaborazionisti e da tutte le illusioni che la politica dello Stato borghese possa volgersi contro il fascismo, basata sulla azione diretta classista delle masse. Per l’unità sindacale ma al di fuori di tutte le influenze sul movimento sindacale dello Stato borghese o dei partiti della classe padronale.
Nel programma di azione che il P.C.d’I. sottopone alla approvazione del IV Congresso del Comintern noi diciamo quale è il lavoro che il nostro Partito deve svolgere in un prossimo avvenire.
È certo che l’esperienza di questo anno di lotte sanguinose è un contributo prezioso allo sviluppo della nostra capacità all’azione; ed i rilievi che i compagni della Internazionale vorranno fare alle nostre deficienze noi li considereremo nel loro alto valore.
Il II Congresso del partito
Il II Congresso del partito, convocato dapprima per l’autunno del 1921 fu dovuto successivamente rinviare per cause di ordini nazionale ed internazionale, e fissato definitivamente per il 20, 21, 22, 23 e 24 marzo 1922.
Il Comitato Centrale stabilì l’o.d.g. del congresso e nominò le commissioni per la compilazione delle tesi intorno alle questioni della tattica, sindacale, agraria.
Le relazioni furono esaminate dal C.C. e pubblicate nel loro testo definitivo alla fine del dicembre 1921 e al gennaio 1922. Poiché in seno al C.C. non si erano manifestati punti di vista diversi da quelli dei relatori, fu stabilito che i congressi federali impostassero le discussioni preparatorie intorno a queste tesi.
Appena pubblicate le tesi furono dal C.E. indetti i congressi federali, secondo un piano prestabilito. Ai congressi intervenne sempre un membro del C.E. del partito e un delegato del C.E. I congressi avevano il diritto di fare la discussione senza, però, addivenire ad un voto. Fu stabilito che il congresso dovesse fissare la rosa dei candidati proposti a componenti della Delegazione federale al Congresso Nazionale, in numero di 1 a ogni 500 inscritti e frazione. Subito dopo il Congresso Federale ogni sezione doveva convocare l’assemblea con la presenza del proprio delegato al Congresso federale, il quale doveva riferire sui dibattiti avvenuti nel congresso della Federazione. Quindi le sezioni comunicavano per referendum all’Esecutivo federale le loro deliberazioni e le liste dei candidati proposti a componenti della Delegazione Federale al Congresso federale.
Delineandosi due o più correnti su questioni importanti ognuna di esse aveva il diritto di concretare del Congresso federale la rosa dei delegati da sostenere nelle sezioni. Lo spoglio del referendum fu disposto che venisse fatto dal C.E. federale, il quale ne doveva consegnare gli atti alla delegazione al Congresso. La delegazione aveva l’incarico di portare al Congresso gli emendamenti di dettaglio approvati nelle assemblee sezionali ed affermati nei referendum, a
titolo di raccomandazione consultiva. I voti, invece, per l’una e l’altra delle eventuali opposte proposte, avevano valore di mandato imperativo per la delegazione. La discussione sulla stampa, intorno alle questioni portate al Congresso, fu centralizzata dal C.E. del partito il quale dette posto a tutte le voci che fossero emanazioni di reali correnti di pensiero esistenti nel partito.
Ai funzionari ed impiegati del Partito, non elettivi, fu vietato il diritto di rappresentanza al Congresso. Al congresso furono rappresentate tutte le federazioni, in circa 100 delegati. La discussione si svolse in ambiente di serenità e di calma. Il dibattito si svolse nelle Commissioni. Tutti i delegati al Congresso furono divisi nelle quattro commissioni: Relazione del C.C., tattica, questione agraria, questione sindacale. I risultati del congresso sono a voi noti. La relazione del C.C. fu approvata alla unanimità del congresso. Le tesi sulla questione sindacale furono approvate all’unanimità.
Le tesi sulla questione agraria furono approvate a grandissima maggioranza (un centinaio di voti contro). Le tesi sulla tattica, sulle quali maggiormente si appassionò il congresso furono approvate con 31.089 contro 4.151 e 707 astenuti. Una opposizione vera e propria non si manifestò. I 4.151 voti sono la somma di adesioni a vari “punti di vista” sostenuti dal compagno Bombacci, dal Presutti, dal Tasca, dal Sanna, dal Graziadei.
da Protokoll des Vierten Kongresses der Kommunistischen Internationale, cit., pag. 111-118.
Il compagno Zinoviev ha ricordato, per riconfermarli, alcuni punti fondamentali stabiliti dal III Congresso che sono condivisi dal Partito Italiano. Il primo si riferisce alla situazione del capitalismo; vi è una crisi che non è passeggera, ma che è la decadenza stessa del capitalismo; è una crisi che si può dire definitiva. Il secondo punto stabilisce che, per inserire in questa situazione la vittoria rivoluzionaria, è necessario che il Partito Comunista estenda la sua influenza sulle grandi masse, ciò che si realizza partecipando alle lotte per tutti gli interessi concreti della classe operaia.
La questione della maggioranza
I comunisti italiani non hanno sostenuto né in teoria, né in pratica un metodo putchista che si illuda di conquistare il potere con un piccolo partito rivoluzionario; solamente essi non accettano la formula della maggioranza della classe operaia, che è vaga ed arbitraria. È vaga, poiché non può dire se si tratta del solo proletariato o anche degli strati semiproletari, degli organizzati politici o di quelli sindacali. E ci sembra arbitraria in questo senso: nulla ci può far escludere che l’attacco rivoluzionario sia reso impossibile in una situazione in cui noi possediamo una maggioranza; come d’altra parte non si può escludere che l’attacco sia possibile prima di aver raggiunto questa maggioranza. La nostra opinione sui compiti dell’Internazionale e sulla esposizione che ne ha fatto il compagno Zinoviev, è che l’Internazionale sinora non ha risolto il grande problema tattico nel modo più felice.
Di solito si riconosce la tendenza di sinistra per la fiducia che essa ha nell’avvento prossimo della rivoluzione. Ora a questo riguardo io sono un po’ più pessimista del compagno Zinoviev. Se una condizione oggettiva indispensabile per la rivoluzione è l’esistenza di una grande crisi capitalistica, bisogna nondimeno constatare che le condizioni soggettive per l’esistenza di una forte Internazionale Comunista e per la sua influenza sulle masse sono in un certo senso compromesse dall’influenza diretta della crisi sulle organizzazioni economiche operaie, sui sindacati e su organismi analoghi.
La maniera più diretta di conquistare le masse consiste nell’approfittare di una intensa attività sindacale. La crisi economica e la disoccupazione rendono questo compito più difficile. La soluzione che gli opportunisti danno di questo problema è che bisogna aspettare per la liberazione del proletariato una nuova rifioritura capitalistica. In realtà, per attenersi ad una soluzione classica, bisognerebbe durante il periodo fiorente del capitalismo conquistare al partito rivoluzionario la massima influenza, per potere, quando la crisi si manifesta, trascinare le organizzazioni economiche sul terreno dell’azione rivoluzionaria, dando loro un contenuto nuovo quando la crisi viene ad ostacolare la loro attività ordinaria. È appunto ciò che gli opportunisti hanno impedito; tuttavia l’Internazionale comunista non cessa di porsi come compito la mobilitazione rivoluzionaria del proletariato mondiale. Questo problema si presenta oggi in condizioni difficili se non insormontabili.
I comunisti italiani e la tattica del fronte unico
A mio avviso, nonostante l’eccezione che fanno alcuni paesi, la situazione economica peggiorerà ancora, determinando la disoccupazione e la rarefazione nei sindacati. Il malcontento aumenterà non solo nel proletariato, ma anche nelle classi semiproletarie, e per effetto del pericolo di nuove guerre. Organizzare questo caotico malcontento in una forma capace di lotta rivoluzionaria, ecco il formidabile problema. La soluzione di questo problema è cercata dall’Internazionale nello sfruttamento delle condizioni stesse create dall’offensiva del capitale; da cui la tattica del fronte unico.
Noi accettiamo interamente lo spirito di questa tattica. Le riserve che noi facciamo e che si riferiscono anche al lavoro generale di direzione dell’Internazionale nascono dalle considerazioni seguenti. Se la conquista delle masse è per noi lo scopo fondamentale, ciò non vuole dire che si debba forzatamente realizzarla con una progressione meccanica continua, e neppure che a un dato momento si debba forzatamente trovare un espediente per avanzare verso di essa a grandi tappe. Può avvenire di essere costretti a non vedere ingrandire per un certo tempo il partito, mentre si compie un lavoro tale da garantirci di poter conquistare le masse in un momento ulteriore.
Zinoviev ha detto che alcune sezioni dell’Internazionale hanno veduto aumentare la loro influenza malgrado la diminuzione dei loro effettivi. Dunque la conquista delle masse non deve essere ridotta alle oscillazioni di un indice statistico. Essa è un processo dialettico determinato anzitutto dalle condizioni oggettive sociali, e la nostra iniziativa tattica non può accelerarlo che in certi limiti, o, per meglio dire, a certe condizioni che noi consideriamo pregiudiziali. La nostra iniziativa tattica, vale a dire l’abilità di manovra, si basa sugli effetti che essa produce sulla psicologia del proletariato, adoperando la parola psicologia nel senso più largo per riferirsi alla coscienza, allo stato d’animo, alla volontà di lotta della classe operaia.
In questo campo bisogna ricordarsi che vi sono due fattori di prim’ordine secondo la nostra esperienza rivoluzionaria: una chiarezza ideologica completa nel partito ed una continuità severa ed intelligente nella sua struttura organizzativa.
Noi diciamo che tollerare che queste due condizioni siano compromesse per realizzare un miglioramento apparente degli effettivi del partito o dei suoi simpatizzanti è u cattivo guadagno sulla via della vera conquista delle masse, che deve inquadrare nuovi strati del proletariato intorno ad un partito capace di azione rivoluzionaria: questa capacità esige una preparazione che non può essere improvvisata e che deriva dai fattori citati, vale a dire la chiarezza dell’ideologia e la solidità dell’organizzazione.
Ciò posto, noi seguiamo perfettamente la linea dell’Internazionale quando essa si propone, come ha fatto tra il III e il IV Congresso (e come il nostro partito fece per primo, prima ancora che ritornasse la sua delegazione dal III Congresso), di approfittare del fenomeno mondiale dell’offensiva padronale per attrarre verso il Partito Comunista anche gli strati della classe operaia che sono con i socialdemocratici, o che sono dispersi.
Come affrontare la reazione padronale
Noi non ripetiamo qui l’analisi delle cause e dei caratteri dell’offensiva borghese nella quale la classe dominante è lanciata per il fatto stesso che la crisi è irreparabile. Vi è un comma speciale all’ordine del giorno, e trattando del fascismo italiano noi potremo mostrare come la borghesia sappia realizzare l’impiego simultaneo di tutti i suoi metodi di difesa controrivoluzionaria.
L’offensiva padronale solleva delle rivendicazioni politiche ed economiche che interessano in una maniera immediata la generalità dei lavoratori e dà al partito una occasione favorevole per sostenere l’unità d’azione della classe operaia e dimostrare coi fatti che gli altri partiti proletari sono impotenti a condurre persino la difesa degli interessi più immediati del proletariato, producendo il doppio effetto rivoluzionario di ostacolare il piano di ricostruzione del capitalismo minacciato e di allargare l’influenza del Partito Comunista sulle masse.
Noi abbiamo detto che concepiamo dei limiti nei mezzi di applicazione di questa tattica, limiti che si ricongiungono alla necessità di non compromettere gli altri fattori essenziali alla influenza del partito sulle masse e alla preparazione rivoluzionaria interiore dei suoi aderenti; poiché non dobbiamo mai dimenticare che il nostro partito non è un meccanismo rigido che noi manovriamo, ma una cosa reale su cui i fattori esteriori agiscono e che è suscettibile di essere modificata dalla direzione stessa che noi imprimiamo alla nostra tattica. Perciò noi diciamo che è in contraddizione con lo scopo stesso della tattica del fronte unico la formazione di un organo dirigente permanente, composto di rappresentanti dei partiti proletari, al quale si diano dei poteri al disopra dei partiti. Bisogna prepararsi evidentemente tanto al rifiuto dell’azione da parte degli opportunisti quanto alla partecipazione ad una azione comune, ma in questo caso la responsabilità dell’azione deve ricadere sopra un organo di natura tale che esso emani dalla classe operaia attraverso le organizzazioni economiche e sia in principio conquistabile da ogni partito.
In tal modo il partito comunista potrà essere disciplinato a questo organismo e dare l’esempio mettendosi all’avanguardia nella unità d’azione proletaria; ma non avrà davanti alle masse la responsabilità delle cattive conseguenze dei metodi di azione che saranno dettati da una maggioranza non comunista delle organizzazioni proletarie. Poiché nel campo della conquista dell’influenza sulle masse e della loro psicologia bisogna tenere in conto le responsabilità e le tradizioni del passato dei partiti, dei gruppi politici e degli uomini di cui le masse seguono l’azione. Non si tratta dunque affatto di escludere che fra le rivendicazioni del fronte unico figurino tanto le questioni politiche quanto le questioni economiche; non si tratta già di escludere in linea di principio per non so qual “pruderie” dei “pourparler” transitori anche coi peggiori capi opportunisti; si tratta di non compromettere la preparazione dei più larghi strati possibili del proletariato alla situazione rivoluzionaria nella quale l’azione si porterà sul terreno dei metodi propri del solo partito comunista, sotto pena della disfatta del proletariato; e si tratta di conservare al nostro partito tutta la libertà di continuare durante lo sviluppo del fronte unico a costruire il proprio inquadramento delle forze proletarie in tutti i campi. La tattica del fronte unico non avrebbe senso senza questa opera di organizzazione delle masse nei movimenti che il partito crea intorno a sé nei sindacati, nelle fabbriche, ecc.
Il pericolo di un revisionismo comunista
Noi affermiamo che il pericolo che il fronte unico degeneri in un revisionismo comunista esiste e che per evitarlo bisogna mantenerlo in questi limiti.
In ciò che concerne la parola d’ordine del “governo operaio”, se ci si conferma, come nell’Esecutivo allargato del mese di giugno, che esso è esattamente “la mobilitazione rivoluzionaria della classe operaia per il rovesciamento della dominazione borghese”, noi troviamo che in certi casi può convenire di usare questa parola come sostituzione terminologica della dittatura del proletariato. In ogni caso noi non ci opponiamo a ciò salvo che non paia troppo opportunista questo bisogno di mascherare il nostro vero programma. Ma se questa parola del governo operaio deve dare alla massa operaia l’impressione che non una situazione transitoria politica, né un rapporto momentaneo di forze sociali, ma il problema essenziale dei rapporti sociali fra la classe proletaria e lo stato (questo problema su cui abbiamo fondato la ragione d’essere del programma e dell’organizzazione dell’Internazionale) può risolversi in altro modo che non sia la lotta armata per la conquista del potere e per il suo esercizio nella forma della dittatura proletaria, noi respingiamo allora questo mezzo tattico, poiché esso, per il dubbio risultato di una popolarità immediata, compromette una condizione fondamentale della preparazione del proletariato e del partito ai compiti rivoluzionari.
Si potrà dire che il governo operaio non è ciò che noi supponiamo; ma io debbo osservare che ho più volte inteso spiegare ciò che il governo operaio non è, ma debbo ancora sentire dalla bocca di Zinoviev o di altri ciò che il governo operaio è. Se si tratta di prospettarsi obiettivamente la realizzazione di un regime di passaggio che precederà la dittatura proletaria, io credo che là dove la vittoria proletaria non perverrà a prendere una forma estremamente decisiva, si deve piuttosto prevedere che il processo si diriga, attraverso i colpi della reazione, verso governi borghesi di coalizione, ai quali la destra degli opportunisti probabilmente parteciperà in maniera diretta, e i centristi scompariranno dalla scena politica dopo aver compiuto il loro mestiere di complici della socialdemocrazia. In Germania, per esempio, noi vediamo alla vigilia di una crisi industriale generale presentarsi nel movimento dei Consigli Operai il problema del controllo della produzione. Vi è una certa analogia con la situazione italiana del settembre 1920 che precedette una grande disfatta proletaria. Se un fatto rivoluzionario simile alla occupazione delle fabbriche si produrrà, il Partito Comunista tedesco dovrà prepararsi a vedere tutte le tendenze opportunistiche, senza eccezione, rifiutare il più modesto appoggio a questa parola d’ordine del controllo. E o il Partito Comunista potrà svolgere un compito autonomo a partire da questo momento, o è possibile che una situazione controrivoluzionaria si sviluppi preparando un governo nel quale il fascismo tedesco avrebbe la collaborazione dei traditori della destra socialdemocratica.
Riserve sul governo operaio
Per questo noi non condividiamo interamente il progetto di tesi di Zinoviev né la direzione dell’attività dell’Internazionale comunista fino ad oggi. Ciò si deve riferire non soltanto alla tattica, ma anche al lavoro di formazione della nostra organizzazione internazionale. Noi siamo per il massimo di centralizzazione e di potere agli organi supremi centrali. Ma ciò che deve assicurare l’obbedienza alle iniziative del centro dirigente non è soltanto un sermone solenne per la disciplina da un lato, e dall’altro lato non sono soltanto i più sinceri impegni a rispettarla; né si tratta di un’applicazione formale e minuziosa della democrazia interna e del controllo da parte della massa degli organizzati, che sovente si riduce a una finzione. La garanzia della disciplina deve essere cercata altrove, se noi ci ricordiamo al lume della dialettica marxista quale è la natura della nostra organizzazione, che non è un meccanismo, che non è un esercito, ma che è un complesso unitario reale, il cui sviluppo è in primo luogo un prodotto e in secondo luogo un fattore dello sviluppo della situazione storica.
La garanzia della disciplina non può essere trovata che nella precisazione dei limiti entro i quali i nostri metodi di azione debbono applicarsi, nella precisazione dei programmi e delle risoluzioni tattiche fondamentali e delle misure di organizzazione. La rivoluzione russa ha dato al movimento rivoluzionario internazionale le basi per il ristabilimento della sua ideologia e della sua organizzazione di combattimento; è questo un beneficio inestimabile che produrrà i suoi effetti ulteriori nella misura in cui il legame fra la rivoluzione russa ed il movimento proletario internazionale sarà mantenuto. Noi critichiamo, e giustamente poiché essa ci allontana da questo scopo, la tendenza a lasciare troppa libertà nelle misure di organizzazione e nei mezzi tattici tra i quali la scelta deve essere rimessa al centro dirigente.
Questa scelta deve restare, noi lo affermiamo, al centro e non alle organizzazioni nazionali, secondo i giudizi che esse pretendono di dare delle loro condizioni speciali. Ma, se l’estensione di questa scelta rimane troppo larga e talvolta perfino imprevedibile, ne deriverà fatalmente la frequenza di casi di indisciplina che spezzano la continuità e il prestigio della organizzazione rivoluzionaria mondiale. Noi crediamo che l’organizzazione internazionale debba essere meno federativa nei suoi organi centrali: questi non debbono essere fondati sulla rappresentanza delle sezioni nazionali, ma debbono emanare dal Congresso internazionale.
È assolutamente evidente che soltanto la rivoluzione russa ci può dare la sede e lo stato maggiore dell’Internazionale Comunista; ma questo stato maggiore, per disporre con sicurezza dei movimenti delle forze mondiali che deve avere alla sua dipendenza, deve avere in collaborazione con essi costruito i piani della strategia rivoluzionaria proletaria all’obbedienza verso i quali non potrebbe essere tollerato alcun rifiuto.
Noi abbiamo sventuratamente gli esempi delle cattive conseguenze prodotte dalla elasticità e dall’eclettismo eccessivo nella scelta dei mezzi di azione. La deplorevole situazione del partito francese è il più evidente, e noi dobbiamo rilevare questo fatto significativo, che tutti i partiti i quali hanno la maggioranza assoluta degli operai politicamente organizzati e traggono la loro origine diretta dai partiti socialdemocratici tradizionali attraversano una crisi; come la Francia, la Cecoslovacchia e la Norvegia lo dimostrano. Noi ci permettiamo di dire che vi è in un certo senso un errore volontari sta il quale consiste nel considerare l’Internazionale dei Partiti operai troppo somigliante nella sua struttura alle organizzazioni statali e militari.
Per un vero partito comunista internazionale
Volendo trovare a qualunque costo dei mezzi risolutivi per raggiungere grandi successi rivoluzionari, si è forse presa una via che, attraverso la crisi che si sono determinate senza che nessuna forza a disposizione della nostra volontà potesse impedirle, ha allontanato dei risultati veramente sicuri e solidi: ed è possibile che dei momenti decisivi ci trovino con questioni imbarazzanti sulle braccia. Io non pretendo che questa esperienza non sia stata in un certo senso necessaria: mi permetto solamente di portare qui un contributo che deriva non da speculazioni astratte, ma dall’esperienza di un partito che occupa il suo posto nella lotta sul fronte comune.
La nostra Internazionale è considerata troppe volte come qualcosa che è al di fuori dei partiti che ad essa aderiscono: talvolta, questi partiti o delle frazioni di questi partiti si permettono con essa dei dibattiti polemici sovente pubblici e insolenti. L’Internazionale è ridotta a farsi delle frazioni nei partiti che dovrebbero essere ai suoi ordini, ciò che mi sembra assurdo e disastroso. Noi ci vediamo costretti a liquidare troppe questioni di organizzazione e di disciplina nel momento stesso in cui constatiamo che l’avversario sferra una tale reazione da rendere praticamente impossibili i “pourparlers”, i negoziati, tutta la procedura che si impone in tali casi.
Io terminerò con una parola che Zinoviev stesso ha lanciato: “Siamo un vero partito comunista internazionale, solidamente centralizzato e temprato per la lotta rivoluzionaria!”. Osservo che in tale partito non si farebbero dei cambiamenti nella struttura organizzativa in un settore isolato; che nei suoi congressi sovrani non si vedrebbero mai dei delegati i quali provengono da una data circoscrizione e non sono in ordine con le regole generali di organizzazione. Nel Partito Comunista mondiale infine realizzato, noi avremo davvero quella indispensabile unità del pensiero e dell’azione, di fronte alla quale ogni rifiuto della disciplina sarà punito come un tradimento.
Da “Lo Stato Operaio” 6 Marzo 1924
Terza Internazionale Comunista
4° Congresso – novembre 1922
Sebbene nell’ordine del giorno del IV Congresso fossero contenuti due commi relativi al Programma (della Internazionale e delle sue sezioni) e della tattica, le discussioni generali su questi importanti argomenti furono rinviati al V Congresso.
Ciò non pertanto, la nostra delegazione (maggioranza) approntò un progetto di tesi sulla tattica dell’Internazionale, che non si discostano dalle direttive su cui furono redatte quelle presentate al Congresso del Partito ed approvate dal Partito (marzo 1922) e su cui fu redatto il Riassunto che la delegazione di maggioranza segnò quale piattaforma nella discussione dello Allargato del giugno 1922. La pubblicazione di queste tesi precisa il pensiero della maggioranza del Partito sulla questione della tattica generale, all’epoca del Congresso dell’Internazionale. Inutile aggiungere che esse sono un contributo di pensiero e non un programma di azione che il partito intenda seguire.
Premessa
Le condizioni per il conseguimento degli scopi rivoluzionari dell’Internazionale Comunista sono di natura oggettiva in quanto risiedono nella situazione del regime capitalista e nello stadio della crisi che esso attraversa, e sono di natura soggettiva per quanto riguarda la capacità della classe operaia a lottare per il rovesciamento del potere borghese e ad organizzare la propria dittatura con unità di azione: riuscendo, cioè, a subordinare tutti gli interessi parziali di gruppi limitati all’interesse generale di tutto il proletariato, ed allo scopo finale della rivoluzione.
Le condizioni soggettive sono di doppio ordine, ossia:
1) la esistenza di partiti comunisti dotati di una chiara visione programmatica e di una organizzazione ben definita che ne assicuri l’unità di azione.
2) un grado di influenza del partito comunista sulla massa dei lavoratori e sulle organizzazioni economiche di questi, che ponga in prevalenza il partito comunista rispetto alle altre tendenze politiche del proletariato.
Il problema della tattica consiste nel ricercare i mezzi che meglio consentano ai partiti comunisti di realizzare contemporaneamente queste condizioni rivoluzionarie di natura soggettiva, basandosi sulle condizioni oggettive e sul procedimento dei loro sviluppi.
(Si riportano a questo punto i capitoli descrittivi della tesi Zinoviev sulla situazione economica politica mondiale, sull’offensiva del Capitale e sulla situazione del movimento operaio).
Costituzione dei partiti comunisti e dell’Internazionale Comunista
Il fallimento della Seconda Internazionale e la rivoluzione russa hanno dato luogo alla ricostituzione della ideologia rivoluzionaria del proletariato ed alla sua riorganizzazione politica nelle file della Internazionale Comunista.
L’Internazionale Comunista, per rispondere al suo compito di unificazione nella lotta del proletariato di tutti i paesi verso lo scopo finale della rivoluzione mondiale, deve prima di tutto assicurare la propria unità di programma e di organizzazione. Tutte le sezioni e tutti i militanti dell’Internazionale Comunista devono essere impegnati dalla loro adesione di principio al comune programma dell’Internazionale Comunista.
La organizzazione internazionale, eliminando tutte le vestigia del federalismo della vecchia Internazionale, deve assicurare il massimo di centralizzazione e di disciplina. Questo processo si svolge tuttora attraverso le difficoltà derivanti dalle differenti condizioni dei vari paesi e dalle tradizioni dell’opportunismo. Esso si risolverà efficacemente non con espedienti meccanici, ma con la realizzazione di una effettiva unità di metodo, che ponga in evidenza i caratteri comuni all’azione dei gruppi di avanguardia del proletariato nei vari paesi.
Non si può ammettere che un qualunque gruppo politico possa essere inquadrato nella disciplina e nella organizzazione rivoluzionaria internazionale in virtù della semplice sua adesione a dati testi, e con la promessa di osservanza di una serie d’impegni. Si deve invece tener conto del processo reale svoltosi nei gruppi organizzati che agiscono nella politica proletaria (partiti e tendenze) e della formazione della loro ideologia e della loro esperienza di azione per giudicare se, ed in quale misura, possono essi far parte dell’Internazionale Comunista.
Le crisi disciplinari dell’Internazionale Comunista dipendono da un doppio aspetto che assume oggi l’opportunismo tradizionale: quello di accettare con entusiasmo le formulazioni dell’esperienza tattica dell’Internazionale Comunista, senza intenderne la solida coordinazione ai fini rivoluzionari ma cogliendone le forme esteriori di applicazione come un ritorno ai vecchi metodi opportunisti destituiti di ogni coscienza e volontà finalistica e rivoluzionaria, e quello di rifiutare quelle formulazioni della tattica con una critica superficiale che le dipinge come una rinuncia e un ripiegamento rispetto agli obbiettivi programmatici rivoluzionari. Nell’uno e nell’altro caso si tratta di incomprensione dei rapporti che corrono tra l’impiego dei mezzi e i fini comunisti.
Per eliminare i pericoli opportunisti e le crisi disciplinari, l’Internazionale Comunista deve appoggiare la centralizzazione organizzativa sulla chiarezza e la precisione delle risoluzioni tattiche e sulla esatta definizione dei metodi da applicare.
Una organizzazione politica, fondata cioè sulla adesione volontaria di tutti i suoi membri, risponde alle esigenze dell’azione centralizzata solo quando tutti i suoi componenti abbiano visto ed accettato l’insieme dei metodi che dal centro può essere ordinato di applicare nelle varie situazioni.
Il prestigio e l’autorità del centro, che non dispongono di sanzioni materiali, ma si avvalgono di coefficienti che restano nel dominio dei fattori psicologici, esigono assolutamente chiarezza, precisione e continuità nelle proclamazioni programmatiche e nei metodi di lotta. In questo sta la sola garanzia di poter costituire un centro di effettiva azione unitaria del proletariato internazionale.
Un’organizzazione solida nasce solo dalla stabilità delle sue norme organizzative; che, assicurando ogni singolo della loro applicazione imparziale, riduce al minimo le ribellioni e le diserzioni. Gli statuti organizzativi, non meno della ideologia e delle norme tattiche, devono dare un’impressione di unità e di continuità.
Per queste considerazioni, poggiate su di una ricca esperienza, nel passaggio dal periodo di costruzione dell’Internazionale dei partiti comunisti a quello della azione del Partito Comunista Internazionale, si presenta necessaria l’eliminazione di norme di organizzazione affatto anormali.
Tali sono le fusioni di sezioni isolate dell’Internazionale con altri organismi politici, il fatto che taluna di queste possa essere costituita non sul criterio delle adesioni personali, ma su quello della adesione di organizzazioni operaie, la esistenza di frazioni o gruppi di organizzati su basi tendenziali nel seno della organizzazione, la penetrazione sistematica e il noyautage in altri organismi che abbiano natura e disciplina politica (il che si applica ancor più a quelli di tipo militare).
Nella misura in cui la Internazionale applicherà tali espedienti, si verificheranno manifestazioni di federalismo e rotture disciplinari. Se dovesse arrestarsi o invertirsi il processo per tendere alla eliminazione di tali anormalità o se queste dovessero elevarsi a sistema, si presenterebbe con estrema gravità il pericolo di una ricaduta nell’opportunismo.
La conquista delle masse
Compito fondamentale dei partiti comunisti è la conquista di una sempre maggior influenza sulle masse. A tale scopo essi devono ricorrere a tutti quei mezzi tattici che la situazione oggettiva rende opportuni e che valgano ad assicurare una estensione sempre maggiore negli strati del proletariato della influenza ideologica e delle varie forme di inquadramento che si appoggiano sul partito.
La conquista delle masse non si può realizzare con la semplice propaganda delle ideologie del partito e col semplice proselitismo, ma partecipando a tutte quelle azioni a cui i proletari sono sospinti dalla loro condizione economica. Bisogna far capire ai lavoratori che queste azioni non possono per se stesse assicurare il trionfo dei loro interessi: esse possono solo fornire un’esperienza, un risultato organizzativo ed una volontà di lotta da inquadrare nella lotta rivoluzionaria generale. A ciò si riesce non negando tali azioni, ma stimolandole con l’incitare i lavoratori ad intraprenderle e presentando ad essi quelle rivendicazioni immediate che servono a realizzare un’unione sempre più larga di partecipanti alla lotta.
Anche nelle situazioni di sviluppo normale del capitalismo, per i partiti marxisti rivoluzionari era una necessità fondamentale la lotta per le rivendicazioni economiche concrete dei gruppi proletari sul terreno dei sindacati e dei gruppi affini. Anche le rivendicazioni di ordine sociale politico generale devono servire al lavoro rivoluzionario. Ma queste rivendicazioni non devono formare il terreno di un compromesso con la borghesia attraverso il quale il proletariato paghi le concessioni di questa con la rinunzia alla indipendenza delle sue organizzazioni di classe ed alla propaganda del programma e dei metodi rivoluzionari.
Attraverso le azioni per le rivendicazioni parziali il partito comunista realizza un contatto con la massa che gli permette di fare nuovi proseliti: perché completando con la sua propaganda le lezioni della esperienza, il partito si acquista simpatia e popolarità e fa nascere attorno a sé tutta una rete più larga di organizzazione collegata ai più profondi strati delle masse e dall’altra parte al centro direttivo del partito stesso. In questo modo si prepara una disciplina unitaria della classe operaia. Ciò si raggiunge col noyautage sistematico dei sindacati, delle cooperative e di ogni forma di organizzazione di interessi della classe operaia. Analoghe reti organizzative devono sorgere appena possibile in tutti i campi dell’attività del Partito: lotta armata e azione militare, educazione e cultura, lavoro tra i giovani e tra le donne, penetrazione dell’esercito e così via. L’obbiettivo di tale lavoro è la realizzazione di una influenza non solo ideologica ma anche organizzativa del partito comunista sulla più grande parte della classe operaia. Per conseguenza, nel loro lavoro nei sindacati i comunisti tendono a realizzare la massima estensione della base di essi, come di tutte le organizzazioni di natura analoga, combattendo ogni scissione e propugnando la unificazione organizzativa dove la scissione esiste, pur che sia loro garantito un minimo di possibilità di lavorare per la propaganda e pel noyautage comunista. Tale attività in casi speciali può anche essere illegale e segreta.
I partiti comunisti, pur lavorando col programma di assicurarsi la direzione delle centrali sindacali, apparato indispensabile di manovra nelle lotte rivoluzionarie, col mezzo della conquista della maggioranza degli organizzati, accettano in ogni caso la disciplina alle decisioni di questo e non pretendono che negli statuti delle organizzazioni sindacali ed affini od in patti speciali, venga sancito l’impegno ad un controllo del partito.
Il fronte unico
L’offensiva del capitale e i suoi particolari caratteri attuali offrono speciali possibilità tattiche ai partiti comunisti per accrescere la loro influenza sulle masse. Da questo sorge la tattica del fronte unico.
L’offensiva capitalista ha il doppio obbiettivo di distruggere le organizzazioni proletarie capaci di offensiva rivoluzionaria, ed intensificare altresì lo sfruttamento economico dei lavoratori per tentare la ricostituzione della economia borghese. L’offensiva capitalista urta quindi direttamente contro gli interessi anche di quei proletari che non sono guadagnati ancora alla coscienza ed all’inquadramento rivoluzionario, ed assale quelle stesse organizzazioni che non hanno un programma rivoluzionario e sono dirette da elementi opportunisti. La burocrazia che inquadra tali organismi, ben comprendendo che l’accettare la lotta anche soltanto difensiva equivale a porre un problema rivoluzionario ed a schierare i lavoratori su di un fronte di lotta contro la classe borghese e le sue istituzioni, sabota anche la pura resistenza difensiva, mentre rinunzia all’illusorio programma di un miglioramento graduale delle condizioni di vita del proletariato.
Tale situazione permette ai partiti comunisti di condurre alla lotta anche la parte degli operai che non ha una coscienza politica sviluppata. I partiti comunisti hanno la possibilità d’invitare questi strati di lavoratori ad azioni unitarie per quelle rivendicazioni concrete ed immediate che consistono nella difesa degli interessi minacciati dalla offensiva del capitale.
A tale scopo i comunisti propongono un’azione comune di tutte le forze proletarie inquadrate nelle organizzazioni, delle più diverse tendenze.
Questa tattica non deve mai venire in contrasto col compito fondamentale del partito comunista: cioè la diffusione in seno alla massa operaia della coscienza che solo il programma comunista e l’inquadramento organizzativo attorno al partito comunista la condurrà alla sua emancipazione.
Le prospettive del fronte unico sono duplici. L’invito al fronte unico servirà per una campagna contro i programmi e la influenza delle altre organizzazioni proletarie, se esse rifiuteranno l’invito alla azione fatta dai comunisti; è evidente, in tal caso, il vantaggio del partito comunista. Se invece si giunge realmente ad una azione cui partecipino tutte le organizzazioni proletarie e tutto il proletariato, il partito comunista si prefigge di riuscire a prendere la dirigenza del movimento, quando le condizioni generali permettano di condurlo ad uno sbocco rivoluzionario. Quando questo non sia possibile, il partito comunista deve tentare con ogni mezzo di realizzare – attraverso le vicende della lotta, un successo parziale di essa, o, qualora l’insuccesso fosse inevitabile – la convinzione da parte delle masse che il partito comunista è il meglio preparato a far prevalere la causa del proletariato. Il partito comunista, se avrà precedentemente fatta una campagna sulle precise proposte che garantirebbero il successo della lotta, potrà, attraverso la partecipazione in prima linea delle sue forze alla azione comune, fare sì che le masse si formino la convinzione che la vittoria sarà possibile quando su di esse non avranno una influenza prevalente le organizzazioni non comuniste.
La tattica del fronte unico è dunque un mezzo per la conquista di una preponderante influenza ideologica ed organizzativa del partito.
La istintiva tendenza delle masse all’unità deve essere utilizzata quando può servire all’impiego favorevole della tattica del fronte unico: deve essere combattuta quando condurrebbe al risultato opposto.
Il grave problema tattico del fronte unico presenta dunque dei limiti al di fuori dei quali la nostra azione verrebbe a mancare ai propri fini. Questi limiti devono essere definiti in rapporto al contenuto delle rivendicazioni ed ai mezzi di lotta da proporre, ed in rapporto alle basi organizzative da proporre o da accettare come piattaforma delle forze proletarie.
Le rivendicazioni che il partito comunista avanza per il fronte unico devono essere tali da non mettersi in contrasto con i programmi dei vari organismi di cui si propone la coalizione, e da essa raggiungibili con metodi di lotta che nessuno di tali organismi rifiuta per principio.
Solo in tal caso si potrà fare una campagna contro le organizzazioni che rifiutassero la loro adesione alla proposta di fronte unico: ed in caso opposto solo in tal modo sarà possibile utilizzare a vantaggio della influenza comunista lo svolgimento dell’azione.
Tutte le rivendicazioni perseguibili con l’azione diretta del partito possono essere affacciate: la difesa dei salari e dei patti di lavoro della industria e dell’agricoltura, la lotta contro i licenziamenti e la disoccupazione, la difesa effettiva del diritto di associazione e di agitazione.
Come mezzi di lotta possono essere proposti tutti quelli che il partito comunista non rifiuta per le proprie azioni indipendenti, e quindi tutte le forme di propaganda, di agitazione e di lotta in cui la classe proletaria si pone nettamente e dichiaratamente contro il capitale.
Infine, le basi della coalizione debbono essere tali che, essendo noto alla massa l’insieme delle proposte comuniste, anche quando gli altri organismi proletari non le abbiano accettate, ma tuttavia inizino un’azione generale proletaria (ad esempio: usando mezzi di lotta consigliati dal partito comunista, sciopero generale, ecc. ecc. ma con altri obbiettivi), il partito comunista, non tenendosi estraneo all’azione comune, possa però riversare la responsabilità dell’indirizzo di questo sugli altri organismi in caso di sconfitta del proletariato.
Il partito comunista non accetterà dunque di far parte di organismi comuni a vari organismi politici, che agiscano con continuità e con responsabilità collettiva alla direzione del movimento generale del proletariato. Il partito comunista eviterà anche di apparire compartecipe a dichiarazioni comuni con partiti politici, quando queste dichiarazioni contraddicano in parte al suo programma e siano portate al proletariato come risultato di negoziati per trovare una linea di azione comune.
Specialmente nei casi in cui non si tratti di una breve polemica pubblica con la quale si invitano altri organismi all’azione prevedendo con sicurezza che essi si rifiuteranno, ma vi è invece la possibilità di giungere ad una lotta in comune, si dovrà realizzare il centro dirigente della coalizione in una alleanza di organismi proletari a carattere sindacale od affini. In tal guisa questo centro si presenterà alle masse come conquistabile da parte dei vari partiti che agiscono in seno agli organismi operai.
Solo in tal modo si assicurerà l’utile impiego della tattica dell’unità di fronte anche attraverso una azione che, per l’influenza degli opportunisti, finisca in una vittoria incompleta o in una sconfitta della classe operaia.
Il governo operaio
Le rivendicazioni immediate che interessano il proletariato possono anche essere legate alla politica dello Stato.
Queste rivendicazioni debbono essere formulate dal partito comunista e proposte come obbiettivi di un’azione di tutto il proletariato condotta mediante una pressione esterna sul governo, esercitata con tutti i mezzi di agitazione.
Quando il proletariato si trova dinnanzi alla constatazione che per conseguire tali rivendicazioni occorre che il governo esistente sia cambiato, il partito comunista deve appoggiare su questo fatto la sua propaganda per il rovesciamento del potere borghese e la dittatura proletaria: analogamente a quanto deve farsi quando i lavoratori constatano che le loro richieste economiche non trovano posto nel quadro dell’economia capitalista.
Quando il regime di governo si trova, pel rapporto delle forze sociali, in una situazione critica, occorre fare del rovesciamento di esso non una semplice parola di propaganda, ma una rivendicazione concreta accessibile alla massa.
Tale rivendicazione (il potere ai Soviet, ai Comitati di Controllo, ai Comitati dell’Alleanza Sindacale) può essere posta ai lavoratori di tutti i partiti e senza partito rappresentati in tali organismi. Tutti i lavoratori saranno portati ad accettarla anche contro i loro capi. Essa si inquadra nel compito politico proprio del partito comunista, in quanto la sua realizzazione comporta la lotta rivoluzionaria e la soppressione della democrazia borghese, e il proporlo induce su questa via tutta la massa proletaria. Ma non è da escludersi che una tale parola extra parlamentare possa essere data anche nel parlamento o in una campagna elettorale.
Parlare di governo operaio come di un governo di coalizione dei partiti operai, senza indicare quale sarà la forma della istituzione rappresentativa su cui tale governo potrà appoggiarsi, significa non lanciare una rivendicazione comprensibile agli operai, ma solo dare una parola di propaganda che confonde i termini della preparazione ideologica e politica rivoluzionaria. I partiti sono organizzazioni costituite per prendere il governo, ed i partiti che formano il governo operaio non possono essere quelli che sono per la conservazione delle istituzioni parlamentari borghesi.
Parlare di governo operaio dichiarando o non escludendo che esso può sorgere da una coalizione parlamentare alla quale partecipi il partito comunista, significa negare praticamente il programma politico comunista, ossia la necessità della preparazione delle masse alla lotta per la dittatura.
La situazione politica mondiale non è tale da far prevedere la formazione di governi di passaggio tra il regime borghese parlamentare e la dittatura proletaria, ma piuttosto di governi di coalizione borghese, che condurranno con estrema energia la lotta per la difesa controrivoluzionaria. Se governi di transizione dovessero aversi è una necessità di principio per il partito comunista di lasciare la responsabilità di dirigerli ai partiti socialdemocratici, fino a quando essi sorgono sulla base delle istituzioni borghesi.
Solo così il partito comunista può dedicarsi alla preparazione della conquista rivoluzionaria del potere e alla eredità del governo di transizione.
La conquista delle masse non organizzate
L’esistenza di forti e fiorenti organizzazioni economiche è una buona condizione per il lavoro di penetrazione delle masse. L’accentuarsi del dissesto della economia capitalista crea una situazione oggettivamente rivoluzionaria. Ma poiché la capacità di lotta del proletariato, al momento in cui, dopo l’apparente floridezza del dopo guerra immediato, la crisi è apparsa in tutta la sua gravità, s’è rivelata insufficiente, assistiamo oggi allo svuotamento dei sindacati e di tutte le organizzazioni analoghe in moltissimi paesi: in altri è prevedibile che un tale fenomeno non tarderà a verificarsi.
Per conseguenza, la preparazione rivoluzionaria del proletariato si rende difficile, malgrado il dilagare della miseria e del malcontento.
Si pone in prima linea il problema dell’inquadramento dietro i partiti comunisti degli strati dei senza lavoro e degli elementi proletari ridotti in uno stato caotico dalla paralisi della macchina produttiva. È possibile che questo problema tra qualche tempo apparirà più grave di quello della conquista degli operai che seguono gli altri partiti proletari, attraverso le organizzazioni economiche da questi dirette, problema che viene affrontato con la tattica del fronte unico. Si deve anzi ritenere che, accompagnandosi alla decadenza economica la intensità dell’azione unitaria controrivoluzionaria di tutte le forze borghesi, si svuoteranno più rapidamente gli organismi economici proletari non comunisti. I termini del problema della conquista delle masse verranno modificati.
Si dovrà realizzare una nuova forma di organizzazione degli interessi proletari, dovendosi sempre poggiare il lavoro rivoluzionario sulle reali situazioni concrete. Nella fase attuale si delinea il compito di inquadrare attorno ai comitati e agli organi del fronte unico delle organizzazioni, con opportune forme di rappresentanza, gli strati dei proletari senza organizzazione. Il partito comunista dovrà essere il centro della lotta e della riscossa contro la centralizzazione reazionaria capitalistica tendente ad imporsi su una classe operaia sparpagliata e dispersa e definitivamente abbandonata a se stessa dalla burocrazia opportunista.
IV Congresso dell’Internazionale Comunista
XII Seduta
Intervento del delegato del P.C. d’Italia
Cari compagni, mi spiace che le particolari circostanze intervenute nelle comunicazioni tra la nostra delegazione e il nostro partito mi impediscano di disporre di tutto il materiale documentario concernente questa questione. C’è un rapporto scritto, redatto dal nostro compagno Togliatti; non solo io non ho qui questo rapporto, ma non ho neppure avuto la possibilità di prenderne visione.
Per quanto riguarda i dati statistici esatti, devo rinviare i compagni che volessero informarsi con più precisione a quel rapporto, che sicuramente arriverà e sarà tradotto e distribuito.
D’altro canto le mie informazioni sono state integrate all’ultimo momento, poiché ieri sera è giunto a Mosca un inviato della Centrale del nostro partito che ci ha riferito gli effetti dei più recenti avvenimenti fascisti sui compagni italiani; di queste informazioni mi occuperò nell’ultima parte della mia relazione.
Dopo quel che ieri Radek ha detto qui, nel suo discorso sull’atteggiamento del partito comunista di fronte al fascismo, devo occuparmi anch’io, per un altro verso, di questa questione.
Il compagno Radek ha criticato la condotta del nostro partito di fronte alla questione fascista, che oggi domina la situazione italiana. Egli ha criticato il nostro punto di vista – il nostro presunto punto di vista – che consisterebbe nel voler avere un piccolo partito e nel giudicare tutte le questioni limitandoci alla considerazione della organizzazione del nostro partito e del suo ruolo immediato, senza rivolgere la nostra attenzione alle grandi questioni politiche.
Tenendo conto del poco tempo a disposizione, cercherò di non essere troppo prolisso. Nella discussione sulla questione italiana e sui nostri rapporti col Partito socialista dovremo trattare anche la questione di come si dovrà agire nella nuova situazione creata dal fascismo in Italia. Passo ora immediatamente alla mia esposizione.
Esaminiamo prima di tutto l’origine del movimento fascista.
Per quanto riguarda l’origine per così dire immediata ed esterna del movimento fascista, questa risale agli anni 1914-15, al periodo precedente l’intervento dell’Italia nella guerra mondiale. I suoi primi inizi sono appunto i gruppi che appoggiarono quell’intervento e che, dal punto di vista politico, erano rappresentati da esponenti di diverse tendenze.
Vi era un gruppo di destra con Salandra, cioè i grandi industriali interessati alla guerra che, prima di invocare l’intervento a fianco dell’Intesa, avevano addirittura caldeggiato la guerra contro di essa.
V’erano d’altra parte delle tendenze della sinistra borghese: i radicali italiani, cioè i democratici di sinistra e i repubblicani, per tradizione fautori della liberazione di Trento e Trieste. In terzo luogo il movimento interventista comprendeva alcuni elementi del movimento proletario: sindacalisti rivoluzionari e anarchici. A questi gruppi apparteneva – si tratta, è vero, di un caso personale, tuttavia di particolare importanza – il capo dell’ala sinistra del partito socialista e direttore dell’Avanti!: Mussolini.
Si può dire, grosso modo, che il gruppo intermedio non abbia partecipato al movimento fascista e che si sia mantenuto entro il quadro della tradizionale politica borghese.
Rimasero nel movimento fascista i gruppi dell’estrema destra e quelli dell’estrema sinistra: gli elementi ex-anarchici, quelli ex-sindacalisti e quelli sindacalisti-rivoluzionari. Questi gruppi politici, che nel maggio 1915 avevano ottenuto una grande vittoria, imponendo la guerra al paese contro la volontà della maggioranza stessa del paese e dello stesso Parlamento, che non seppe resistere all’improvviso colpo di mano, dopo la fine della guerra videro diminuire la propria influenza, cosa che del resto avevano già potuto constatare nel corso del conflitto. Essi avevano presentato la guerra come un’impresa estremamente facile; quando però si vide che la guerra andava per le lunghe, questi gruppi persero completamente la loro popolarità, che del resto, nel vero senso della parola, non avevano mai avuta.
Alla fine della guerra, dunque, l’influenza di questi gruppi divenne minima.
Durante e dopo il periodo di smobilitazione verso la fine del 1918, durante il 1919 e nella prima metà del 1920, questa tendenza politica, nel generale malcontento suscitato dalle conseguenze del conflitto, non aveva più alcun peso.
È però facile stabilire il legame politico ed organico fra questo movimento allora apparentemente quasi spento ed il poderoso movimento che oggi si svolge di fronte ai nostri occhi.
I “Fasci di Combattimento” non avevano mai cessato di esistere. Capo del movimento fascista era sempre stato Mussolini, e il suo organo il “Popolo d’Italia”. Alle elezioni politiche di fine di ottobre 1919, i fascisti furono completamente battuti a Milano, dove usciva il loro giornale e si trovava il loro capo politico. Ottennero un numero scarsissimo di voti, ma nonostante questo continuarono nel loro lavoro.
La corrente socialista rivoluzionaria del proletariato, grazie all’entusiasmo rivoluzionario – di cui non c’è bisogno qui di esporre dettagliatamente le cause – che si era impadronito delle masse, si era notevolmente rafforzata nel periodo post-bellico, ma non aveva saputo sfruttare questa situazione favorevole.
Questa tendenza finì con l’indebolirsi perché tutti i fattori oggettivi e psicologici favorevoli al rafforzarsi di un’organizzazione rivoluzionaria non trovarono un partito che fosse in grado di erigere su di essi una stabile organizzazione. Io non affermo che in Italia il Partito Socialista – come ha detto in questi giorni il compagno Zinoviev – avrebbe potuto fare la rivoluzione, ma avrebbe almeno dovuto riuscire a dare alle forze rivoluzionarie delle masse operaie una organizzazione stabile. Ma esso non era all’altezza di questo compito.
Abbiamo dunque dovuto assistere al venir meno della popolarità di cui la corrente socialista, che da sempre si era opposta alla guerra, godeva in Italia.
Nella misura in cui il movimento socialista, nella crisi della vita sociale italiana, commetteva un errore dopo l’altro, il movimento opposto – il fascismo – cominciò a rafforzarsi. In modo particolare il fascismo riuscì a sfruttare la crisi che si profilava sul piano economico, e la cui influenza cominciò a farsi sentire anche sulla organizzazione sindacale del proletariato. Nel momento più difficile, il movimento fascista trovò un appoggio nella spedizione fiumana di D’Annunzio, spedizione dalla quale il fascismo attinse una certa forza morale e da cui, sebbene il movimento di D’Annunzio e il fascismo fossero due cose diverse, nacquero anche la sua organizzazione e la sua forza armata.
Abbiamo parlato dell’atteggiamento del movimento proletario socialista; l’Internazionale ha ripetutamente criticato i suoi errori. Conseguenza di questi errori fu un cambiamento completo nello stato d’animo della borghesia e delle altre classi. Il proletariato era disorientato e demoralizzato. Lo stato d’animo della classe proletaria, nel vedersi sfuggire la vittoria dalle mani, aveva subìto una profonda trasformazione. Si può dire che nel 1919 e nella prima metà del 1920 la borghesia italiana si era in certo qual modo rassegnata a dover assistere alla vittoria della rivoluzione. La classe media e la piccola borghesia tendevano a giocare un ruolo passivo, non già al seguito della grande borghesia ma al seguito del proletariato, che stava per ottenere vittoria.
Questo stato d’animo si è radicalmente modificato. Invece di assistere alla vittoria del proletariato vediamo la borghesia compattarsi nella difesa. Quando la classe media constatò che il partito socialista non era in grado di organizzarsi in modo da prendere il sopravvento, manifestò la propria insoddisfazione, perse a poco a poco la fiducia che aveva riposto nelle fortune del proletariato e si volse dalla parte opposta.
A questo momento ebbe inizio l’offensiva capitalistica e borghese, sfruttando essenzialmente lo stato d’animo della classe media. Grazie alla sua composizione estremamente eterogenea, il fascismo rappresentava la soluzione del problema di mobilitare le classi medie ai fini dell’offensiva della borghesia e del capitalismo. L’esempio italiano è un esempio classico di offensiva del capitale. Questa offensiva, come ha detto ieri da questa tribuna il compagno Radek, è un fenomeno complesso che deve essere studiato non solo in rapporto alla diminuzione dei salari o all’allungamento dell’orario di lavoro, ma anche sul terreno generale dell’azione politica e militare della borghesia contro la classe operaia.
In Italia abbiamo vissuto, nel periodo di sviluppo del fascismo, tutte le forme fenomeniche dell’offensiva capitalistica.
Fin dal primo momento del suo manifestarsi, il nostro partito comunista ha valutato criticamente la situazione e ha indicato al proletariato italiano il suo compito di un’autodifesa unitaria contro l’offensiva borghese, tracciando un piano unitario in base al quale il proletariato avrebbe dovuto schierarsi contro questa offensiva.
Se vogliamo considerare l’offensiva capitalistica nel suo insieme, dobbiamo esaminare la situazione nelle sue linee generali e precisamente, da un lato, nel campo dell’industria, dall’altro nel campo dell’agricoltura.
Nell’industria l’offensiva capitalistica sfrutta direttamente la situazione economica. Comincia la crisi e aumenta la disoccupazione. Una parte degli operai deve essere licenziata e i datori di lavoro hanno buon gioco, perché possono cacciare dalle fabbriche gli operai che dirigono i sindacati e gli elementi estremisti in genere. La crisi industriale fornisce ai datori di lavoro il punto di partenza che permette loro di invocare la riduzione dei salari e la revisione delle concessioni disciplinari e morali che precedentemente erano stati costretti a fare agli operai delle loro aziende. All’inizio di questa crisi nasce in Italia la Confederazione Generale dell’Industria, l’organizzazione di classe degli imprenditori, che dirige la lotta e sottopone alla sua guida l’azione di ogni singolo ramo dell’industria.
Nelle grandi città, la lotta contro la classe operaia non può iniziare con l’immediato impiego della violenza. Gli operai urbani costituiscono in generale una massa considerevole. Possono essere radunati con una certa facilità e possono opporre una seria resistenza. Si preferì quindi imporre al proletariato delle lotte a carattere essenzialmente sindacale, i cui risultati furono in genere sfavorevoli perché la crisi economica si trovava nello stato più acuto e la disoccupazione aumentava di continuo. L’unica possibilità di sostenere vittoriosamente le lotte economiche che si svolgevano nell’industria sarebbe stata quella di trasferire dell’attività dal terreno del movimento sindacale al terreno rivoluzionario, nella dittatura di un vero partito politico comunista. Ma il partito socialista italiano non era un tale partito e non seppe, nel momento decisivo, trasferire l’azione del proletariato italiano sul piano rivoluzionario. Il periodo dei grandi successi dell’organizzazione sindacale italiana nella lotta per il miglioramento delle condizioni di lavoro cedette il posto ad un nuovo periodo in cui gli scioperi divennero scioperi difensivi della classe operaia, e i sindacati subirono una sconfitta dopo l’altra.
Poiché in Italia, nel movimento rivoluzionario, hanno una grande importanza le classi agricole, soprattutto i salariati agricoli, ma anche quegli strati che non sono completamente proletarizzati, le classi dominanti si videro costrette a servirsi di un mezzo di lotta per contrastare l’influenza che le organizzazioni rosse avevano conquistato nelle campagne. La situazione che si presentava in una gran parte di Italia, e in particolare nella parte economicamente più importante di essa, cioè nella Valle del Po, assomigliava ad una specie di dittatura locale del proletariato, o quantomeno dei salariati agricoli. In questa zona, alla fine del 1920, il Partito socialista aveva conquistato numerosi comuni che avevano praticato una politica fiscale locale diretta contro la borghesia media e agraria. Noi vi possedevamo fiorenti organizzazioni sindacali, importanti cooperative e numerose sezioni del Partito socialista. E anche là dove il movimento si trovava nelle mani dei riformisti, la classe operaia delle campagne assumeva un atteggiamento rivoluzionario. I datori di lavoro furono costretti a versare all’organizzazione un contributo, una certa somma, che rappresentava in certo qual modo una garanzia della loro sottomissione ai contratti imposti loro nella lotta sindacale. Si verificò così una situazione in cui la borghesia agraria non poteva più vivere in campagna ed era costretta a ritirarsi in città.
Ma i socialisti italiani commisero una serie di errori, particolarmente nella questione dell’appropriazione del suolo e della tendenza dei piccoli affittuari, dopo la guerra, ad acquistare terra per divenire piccoli proprietari. Le organizzazioni riformiste costrinsero questi piccoli affittuari a rimanere, per così dire, i caudatarii del movimento dei lavoratori agricoli; in tali condizioni, il movimento fascista trovò in mezzo a loro un notevole appoggio.
Nell’agricoltura non esisteva una crisi legata ad un’estesa disoccupazione, che permettesse ai proprietari fondiari, sul terreno delle semplici lotte sindacali, una controffensiva vittoriosa.
Qui perciò il fascismo cominciò a svilupparsi e ad applicare il metodo della violenza fisica e della violenza armata, appoggiandosi alla classe dei proprietari terrieri e sfruttando il malcontento suscitato negli strati medi delle classi contadine dagli errori organizzativi del Partito Socialista e delle organizzazioni riformiste. Inoltre il fascismo fece leva sulla situazione generale, sull’insoddisfazione di giorno in giorno crescente di tutti i ceti piccolo-borghesi, dei piccoli commercianti, dei piccoli proprietari, dei militari in congedo, degli ex-ufficiali che, dopo la posizione di cui avevano goduto durante la guerra, si sentivano delusi dalla situazione in cui erano caduti. Si sfruttarono tutti questi elementi e, organizzandoli e inquadrandoli in formazioni militari, si poté dare inizio al movimento per la distruzione del potere delle organizzazioni rosse nelle campagne.
Il metodo di cui il fascismo si servì è quanto mai caratteristico; esso radunò tutti quegli elementi smobilitati che, dopo la guerra, non riuscivano più a trovare il loro posto nella società, e mise a suo profitto le loro esperienze militari.
Il fascismo iniziò la costituzione delle sue formazioni militari non nelle grandi città industriali, ma in quelle città che possiamo considerare come i capoluoghi delle regioni agricole italiane, come per es. Bologna e Firenze, appoggiandosi a questo fine – come vedremo ancora –) alle autorità statali. I fascisti dispongono di armi e di mezzi di trasporto, godono della immunità di fronte alla legge e fruiscono dei vantaggi di questa situazione favorevole anche là dove non raggiungono ancora il numero dei loro nemici rivoluzionari.
Essi organizzano anzitutto le cosiddette «spedizioni punitive» procedendo nel modo che segue: confluiscono in una piccola zona stabilita, distruggono le sedi centrali delle organizzazioni proletarie, costringono con la forza i consigli comunali a dimettersi, feriscono e, se occorre, uccidono i dirigenti avversari o, nel migliore dei casi, li costringono ad emigrare. I lavoratori delle località in questione non sono in grado di opporre resistenza a queste truppe armate, che sono appoggiate dalla polizia e si raccolgono da tutte le parti del paese. I gruppi locali fascisti, che prima non osavano affrontare localmente le forze proletarie, sono riusciti ad avere il sopravvento, perché i contadini e gli operai sono terrorizzati e sanno che se osassero intraprendere contro questi gruppi un’azione qualsiasi, i fascisti potrebbero ripetere le loro spedizioni in forze anche maggiori, a cui non sarebbe in alcun modo possibile opporre resistenza.
Così il fascismo si conquista una posizione dominante nella politica italiana, e prosegue nella sua marcia, per così dire, territorialmente, secondo un piano che si può seguire molto bene su una carta geografica. Il suo punto di partenza è Bologna, dove nel settembre-ottobre 1920 si era instaurata un’amministrazione socialista e in tale occasione si era verificata una grande mobilitazione delle forze di combattimento rosse. Si verificano degli incidenti; le sedute sono disturbate da provocazioni dall’esterno; sui banchi della minoranza borghese, forse con l’aiuto di agenti provocatori, si spara.
Questi fatti portano al primo grande colpo di mano fascista. La reazione scatenata procede a distruzioni e a incendi, oltre che ad azioni violente contro i dirigenti proletari. Con l’aiuto del potere statale, i fascisti si impadroniscono della città.
Con questi avvenimenti, della giornata storica del 21 novembre 1920, ha inizio il terrore, e da allora il consiglio comunale di Bologna non è più in grado di riprendere il potere.
Partendo da Bologna, il fascismo segue una via che qui non possiamo descrivere in tutti i particolari; ci limitiamo a dire che esso prende due direzioni geografiche: da un lato, verso il triangolo industriale di nord-ovest: Milano, Torino e Genova, dall’altro verso la Toscana e il Centro Italia, per poter accerchiare e minacciare la capitale. Fin dall’inizio era chiaro che nella Italia del Sud, per le stesse ragioni che vi avevano reso impossibile la nascita di un forte movimento socialista, non poteva sorgere un movimento fascista.
Il fascismo rappresenta così poco un movimento della parte retrograda della borghesia, che esso si è manifestato per la prima volta non nell’Italia meridionale, ma proprio là dove il movimento proletario era più sviluppato e la lotta di classe si era manifestata nelle forme più nette.
Come dobbiamo spiegarci, in base a questi dati, il movimento fascista? È un movimento puramente agrario? Questa è l’ultima cosa che noi volevamo dire quando affermammo che il movimento era nato prevalentemente nelle campagne; non si può considerare il fascismo come il movimento indipendente di una singola parte della borghesia, come l’organizzazione degli interessi agrari in contrasto con quelli dei capitalisti industriali. Del resto, il fascismo ha creato la sua organizzazione ad un tempo politica e militare nelle grandi città, anche in quelle provincie in cui limitò la sua azione alle campagne. Abbiamo visto che alla Camera, quando il fascismo, in seguito alle elezioni del 1921 ottenne una frazione parlamentare, si formò, indipendentemente da esso, un partito agrario. Nel corso degli avvenimenti successivi, abbiamo visto che gli imprenditori industriali appoggiavano il movimento fascista. Decisiva per la nuova situazione è stata negli ultimissimi tempi una dichiarazione della Confederazione Generale dell’Industria, che si pronunciava a favore dell’incarico a Mussolini per la formazione del nuovo gabinetto.
Ma un fenomeno ancor più interessante, sotto questo profilo, è quello del movimento sindacale fascista. Come si è già detto, i fascisti approfittarono del fatto che i socialisti non avevano mai avuto una loro politica agraria, e che certi elementi delle campagne, non direttamente appartenenti al proletariato, avevano interessi divergenti da quelli rappresentati dai socialisti. Il fascismo dovette utilizzare tutti i mezzi della violenza più selvaggia e brutale, ma seppe anche unire questi mezzi all’impiego della più cinica demagogia, e creare, con i contadini e perfino con salariati agricoli, delle organizzazioni di classe. In un certo senso, prese addirittura posizione contro i proprietari fondiari.
Si sono avuti esempi di lotte sindacali dirette da fascisti, che mostravano una grande somiglianza con i metodi precedentemente seguiti dalle organizzazioni rosse. Noi non possiamo affatto considerare questo movimento, che crea con la costrizione e col terrore un’organizzazione sindacale, come una forma della lotta contro i datori di lavoro, ma d’altra parte non dobbiamo concludere che il fascismo rappresenti in senso proprio un movimento degli imprenditori agricoli.
La realtà è che il movimento fascista è un grande movimento unitario della classe dominante, capace di mettere al proprio servizio, utilizzare e sfruttare, tutti i mezzi, tutti gli interessi parziali e locali di gruppi di datori di lavoro agricoli e industriali.
Il proletariato non aveva saputo affasciarsi in un’organizzazione unitaria per la lotta al fine di conquistare il potere e sacrificare a questo scopo i suoi interessi immediati e particolari; nel momento favorevole non aveva saputo risolvere questo problema.
La borghesia italiana sfruttò questa circostanza per tentare di risolvere da parte sua questo enorme problema. La classe dominante si creò un’organizzazione per la difesa del potere che si trovava nelle sue mani e in questo seguì un piano unitario di offensiva capitalistica, antiproletaria.
Il fascismo creò un’organizzazione sindacale. In quale senso? Forse per guidare la lotta di classe? Giammai! Il fascismo creò un movimento sindacale sotto la parola d’ordine: tutti gli interessi economici hanno il diritto di costituire un sindacato; possono sorgere unioni di operai, contadini, commercianti, capitalisti, grandi proprietari terrieri, ecc.; tutti possono organizzarsi sulla base dello stesso principio: l’azione sindacale di tutte le organizzazioni deve però subordinarsi all’interesse nazionale, alla produzione nazionale, alla gloria nazionale, ecc.
Questa è una collaborazione tra le classi e non lotta di classe. Tutti gli interessi devono essere fusi in una sedicente unità nazionale. Noi sappiamo che cosa significa questa unità nazionale: l’incondizionata conservazione controrivoluzionaria dello Stato borghese e delle sue istituzioni.
La genesi del fascismo deve, secondo noi, essere attribuita a tre fattori principali: lo Stato, la grande borghesia e le classi medie. Il primo di questi fattori è lo Stato. In Italia l’apparato statale ha avuto un ruolo importante nella fondazione del fascismo. Le notizie sulle crisi successive del governo borghese hanno fatto sorgere l’idea che la borghesia avesse un apparato statale così instabile che, per abbatterlo, bastasse un semplice colpo di mano. Le cose non stanno affatto così. La borghesia ha potuto costruire l’organizzazione fascista proprio nella misura in cui il suo apparato statale si rafforzava.
Durante l’immediato periodo postbellico, l’apparato statale attraversa una crisi, la cui causa manifesta fu la smobilitazione: tutti gli elementi che fin allora avevano preso parte alla guerra vengono bruscamente gettati sul mercato del lavoro, e in questo momento critico la macchina statale, che, fino allora, si era occupata di procurare ogni sorta di mezzi ausiliari contro il nemico esterno, deve trasformarsi in un apparato di difesa del potere contro la rivoluzione interna. Si trattava per la borghesia di un problema gigantesco. Essa non poteva risolverlo né dal punto di vista tecnico, né da quello militare mediante una lotta aperta contro il proletariato; doveva risolverlo dal punto di vista politico.
In questo periodo nascono i primi governi postbellici di sinistra; in questo periodo sale al potere la corrente politica di Nitti e Giolitti.
Proprio questa politica ha permesso al fascismo di assicurarsi la vittoria. Bisognava innanzi tutto fare delle concessioni al proletariato; nel momento in cui l’apparato statale aveva bisogno di consolidarsi, comparve in scena il fascismo: è pura demagogia quella del fascismo quando critica questi governi e li accusa di viltà verso i rivoluzionari. In realtà i fascisti sono debitori della possibilità della loro vittoria alle concessioni della politica democratica dei primi ministeri del dopoguerra. Nitti e Giolitti hanno fatto delle concessioni alla classe operaia. Alcune rivendicazioni del Partito Socialista – la smobilitazione, il regime politico, l’amnistia per i disertori – sono state soddisfatte. Queste diverse concessioni miravano a guadagnare tempo per la ricostituzione dell’apparato statale su basi più solide. Fu Nitti a creare la Guardia Regia, un’organizzazione di natura non proprio poliziesca, ma tuttavia di un carattere militare affatto nuovo. Uno dei grossi errori dei socialisti riformisti fu quello di non considerare fondamentale questo problema, che pure avrebbero potuto affrontare da un punto di vista anche solo costituzionale mediante una protesta contro il fatto che lo Stato creasse un secondo esercito. I socialisti non capirono l’importanza della questione, e videro in Nitti un uomo con il quale si sarebbe potuto collaborare in un governo di sinistra. Altra dimostrazione dell’incapacità di questo partito di comprendere il processo della vita politica italiana.
Giolitti completò l’opera di Nitti. Durante il suo Ministero il ministro della guerra Bonomi appoggiò i primi tentativi del fascismo mettendosi a servizio del movimento nascente e degli ufficiali smobilitati, che anche dopo il ritorno alla vita civile, continuavano a ricevere la maggior parte della loro paga. L’apparato statale fu messo in altissimo grado a disposizione dei fascisti, e fornì loro tutto il materiale necessario per la creazione di un esercito.
Al momento dell’occupazione delle fabbriche, il ministero Giolitti capisce molto bene che il proletariato armato si è impadronito delle fabbriche e che il proletariato agricolo nella sua spinta rivoluzionaria si accinge ad impadronirsi della terra, e che sarebbe un errore madornale accettare la lotta prima che l’organizzazione delle forze controrivoluzionarie fosse stata messa a punto.
Il governo, che stava preparando le forze reazionarie destinate un giorno a schiacciare il movimento operaio, poté sfruttare la manovra dei capi traditori della Confederazione Generale del Lavoro, che allora erano membri del Partito socialista. Concedendo la legge sul controllo operaio, che non è mai stata applicata, anzi neppure votata, il governo riesce, in quella situazione critica, a salvare lo Stato borghese.
Il proletariato si era impadronito delle officine e della terra, ma il Partito socialista dimostrò ancora una volta di essere incapace a risolvere il problema dell’unità di azione della classe lavoratrice industriale ed agricola. Questo errore permetterà un giorno alla borghesia di realizzare l’unità controrivoluzionaria, e questa unità la metterà in condizione di battere da una parte gli operai delle fabbriche, dall’altra gli operai delle campagne.
Come si vede lo Stato ha avuto un ruolo di enorme importanza nella genesi del movimento fascista.
Dopo i ministeri Nitti, Giolitti e Bonomi, venne il governo Facta. Questo servì a mascherare la completa libertà di azione del fascismo nella sua avanzata territoriale. Al tempo dello sciopero dell’agosto 1922, scoppiarono tra operai e fascisti, che erano apertamente appoggiati dal governo, serie lotte. Possiamo citare l’esempio di Bari, dove un’intera settimana di scontri non bastò a vincere gli operai che si erano asserragliati nelle loro case della città vecchia e si difendevano con le armi in pugno malgrado il completo spiegamento delle forze fasciste. I fascisti dovettero ritirarsi, lasciando sul terreno molti dei loro. Che cosa fece il governo Facta? Di notte, fece circondare da migliaia di soldati, da centinaia di carabinieri e guardie regie la città vecchia, ordinando l’assedio. Dal porto una torpediniera bombardò le case; mitragliatrici, carri armati e fucili entrarono in azione. Gli operai sorpresi nel sonno vennero sconfitti, la Camera del Lavoro occupata. Esattamente così lo Stato agì dappertutto. Dovunque si notava che il fascismo doveva ritirarsi di fronte agli operai, il potere statale intervenne sparando sugli operai che si difendevano, arrestando e condannando gli operai il cui unico delitto era quello di difendersi, mentre i fascisti, che si erano indubbiamente macchiati di delitti comuni, erano sistematicamente assolti.
Il primo fattore è dunque lo Stato. Il secondo fattore del fascismo è, come ho già detto, la grande borghesia. I capitalisti delle industrie, delle banche, del commercio e i grandi proprietari terrieri, hanno un interesse naturale a che sia fondata un’organizzazione di combattimento che appoggi la loro offensiva contro i lavoratori.
Ma il terzo fattore gioca un ruolo non meno importante nella formazione del potere fascista.
Per creare accanto allo Stato un’organizzazione reazionaria illegale, occorreva arruolare elementi diversi da quelli che l’alta classe dominante poteva fornire dai suoi ranghi. Li si ottenne rivolgendosi a quegli strati delle classi medie che già abbiamo citato, allettandoli con la difesa dei loro interessi. È questo che il fascismo cercò di fare e che, bisogna riconoscerlo, gli è riuscito. Esso ha attinto partigiani negli strati più vicini al proletariato, come fra gli insoddisfatti della guerra, fra tutti i piccolo-borghesi, semi-borghesi, bottegai e mercanti e, soprattutto, tra gli elementi intellettuali della gioventù borghese che, aderendo al fascismo, ritrovano l’energia per riscattarsi moralmente e vestirsi della toga della lotta contro il movimento proletario, e finiscono nel patriottismo e nell’imperialismo italiano più esaltato. Questi elementi apportarono al fascismo un numero notevole di aderenti e gli permisero di organizzarsi militarmente.
Sono questi i tre fattori che consentirono ai nostri avversari di contrapporci un movimento che non ha eguale in rozzezza e brutalità, ma che, bisogna riconoscerlo, dispone di un’organizzazione solida e di capi di grande abilità politica. Il Partito socialista non è mai riuscito a comprendere il significato e l’importanza di questi movimenti nascenti. L’«Avanti!» non ha mai capito nulla di ciò che la borghesia, sfruttando gli errori madornali dei dirigenti operai, andava preparando. Non ha mai voluto nemmeno citare Mussolini, per paura, mettendolo troppo in luce, di fargli pubblicità!
Come si vede, il fascismo non rappresenta una nuova dottrina politica, ma possiede una grande organizzazione politica e militare, e una stampa importante, diretta con molta abilità giornalistica e con molto eclettismo. Non ha idee, non ha programmi, ma, ora che è salito al timone dello Stato, si trova di fronte a problemi concreti ed è costretto a dedicarsi all’organizzazione dell’economia italiana. E nel passaggio dal suo lavoro negativo a quello positivo, malgrado tutte le sue capacità organizzative, mostrerà le sue debolezze.
IL PROGRAMMA FASCISTA
Dopo aver trattato dei fattori storici e della realtà sociale da cui il fascismo è nato, dobbiamo ora occuparci dell’ideologia da esso accettata e del programma con il cui aiuto esso si è assicurato i diversi elementi che lo seguono.
La nostra critica ci induce alla conclusione che, rispetto all’ideologia e al tradizionale programma della politica borghese, il fascismo non ha apportato nulla di nuovo. La sua superiorità e la sua caratteristica distintiva consistono interamente nella sua organizzazione, nella sua disciplina e nella sua gerarchia. All’infuori di questi aspetti eccezionali e militari, non gli resta che una situazione irta di difficoltà di cui esso è incapace di venire a capo: la crisi economica, che rinnoverà sempre le ragioni della ripresa rivoluzionaria, mentre il fascismo non sarà in condizione di riorganizzare l’apparato sociale borghese. Il fascismo, che non saprà mai superare l’anarchia economica del sistema capitalistico, ha un altro compito storico, che possiamo definire come la lotta contro l’anarchia politica, contro l’anarchia dell’organizzazione della classe borghese come partito politico. Gli strati della classe dominante italiana avevano tradizionalmente formato raggruppamenti politici e parlamentari che non poggiavano su partiti saldamente organizzati e si combattevano reciprocamente, conducendo nei loro interessi particolari e locali una lotta di concorrenza che portava a ogni sorta di manovre dei politici di professione nei corridoi del Parlamento. L’offensiva controrivoluzionaria della borghesia imponeva la necessità di riunire, nella lotta sociale e nella politica di governo, le forze della classe dominante. Il fascismo è la realizzazione di questa necessità. Ponendosi al disopra di tutti i partiti borghesi tradizionali, il fascismo li priva a poco a poco del loro contenuto, li sostituisce nella loro attività e, grazie agli errori del movimento proletario, riesce a sfruttare il potere politico e il materiale umano delle classi medie per i propri fini. Ma esso non riuscirà mai a darsi una ideologia concreta e un programma di riforme sociali e amministrative che superi i limiti della tradizionale politica borghese, che ha già fatto mille volte bancarotta.
La parte critica della sedicente dottrina fascista non ha gran valore. Essa si dà una vernice antisocialista e, nello stesso tempo, antidemocratica. Quanto all’antisocialismo è chiaro che il fascismo è un movimento delle forze antiproletarie ed è naturale che si dichiari contro tutte le forme economiche socialiste o semisocialiste, senza che gli riesca di offrire nulla di nuovo per puntellare il sistema della proprietà privata, a meno di accontentarsi del luogo comune del fallimento del comunismo in Russia. Quanto alla democrazia, essa dovrebbe cedere il posto ad uno Stato fascista, perché non ha saputo combattere le tendenze rivoluzionarie e antisociali. Ma questa non è che una frase vuota.
Il fascismo non è una tendenza della destra borghese, poggiante sull’aristocrazia, il clero, gli alti funzionari civili e militari e volta a sostituire la democrazia del governo borghese e della monarchia costituzionale con una monarchia dispotica. Il fascismo incarna la lotta controrivoluzionaria di tutti gli elementi borghesi uniti; perciò non gli è affatto necessario e indispensabile distruggere le istituzioni democratiche. Dal nostro punto di vista marxista, questa circostanza non deve in alcun modo essere considerata come paradossale, perché sappiamo che il sistema democratico rappresenta solo una sintesi di garanzie menzognere, dietro le quali si nasconde la lotta reale della classe dominante contro il proletariato.
Il fascismo unisce insieme la violenza reazionaria e l’astuzia demagogica; del resto la sinistra borghese ha sempre saputo ingannare il proletariato e mettere in evidenza la superiorità dei grandi interessi capitalistici su tutte le esigenze sociali e politiche delle classi medie. Quando i fascisti passano da una sedicente critica della democrazia liberale a esporci le loro intuizioni ideologiche positive, predicando un patriottismo esasperato e blaterando di una missione storica del popolo, essi sbandierano un mito storico che non ha alcun serio fondamento alla luce della vera critica sociale che mette a nudo quel paese delle finte vittorie che si chiama Italia. Quanto all’influenza sulle masse, abbiamo davanti a noi un’imitazione dell’atteggiamento classico della democrazia borghese: quando si afferma che tutti gli interessi devono subordinarsi al superiore interesse nazionale, ciò significa che si appoggia in principio una collaborazione di tutte le classi, mentre in pratica si sostengono solo le istituzioni conservatrici borghesi contro i tentativi di emancipazione rivoluzionaria del proletariato. La stessa cosa ha sempre fatto la democrazia borghese liberale.
Il nuovo del fascismo risiede nell’organizzazione del partito borghese di governo. Gli avvenimenti politici nell’aula del Parlamento italiano hanno destato l’impressione che l’apparato statale borghese fosse precipitato in una tale crisi, che bastasse una spinta esterna per abbatterlo. In realtà, si trattava soltanto di una crisi dei metodi di governo borghesi, nata in seguito all’impotenza dei gruppi e dei dirigenti tradizionali della politica italiana, che non erano riusciti a guidare la lotta contro i rivoluzionari durante una crisi acuta.
Il fascismo creò un organo capace di assumere il ruolo di guida della macchina statale in questo paese. Ma quando i fascisti, accanto alla loro lotta pratica contro i proletari, esposero un programma concreto e positivo di organizzazione sociale e di amministrazione dello Stato, in fondo si limitarono a ripetere le tesi banali della democrazia e della socialdemocrazia; non crearono mai un proprio sistema organico di proposte e di progetti. Per esempio, essi hanno sempre sostenuto che il programma fascista conteneva una limitazione dell’apparato burocratico statale che, partendo da una riduzione del numero dei ministeri, si sarebbe poi estesa a tutti i livelli dell’amministrazione. Ma se pure è vero che Mussolini ha rinunziato alla carrozza ferroviaria speciale di primo ministro, ha però aumentato il numero dei ministri e dei sottosegretari per potervi insediare i suoi pretoriani.
Esattamente allo stesso modo, dopo diversi repubblicani o enigmatici gesti di fronte al dilemma monarchia o repubblica? il fascismo si è deciso per un leale monarchismo, così come, dopo tanto strepito sulla corruzione parlamentare, ha ripreso in pieno la prassi del parlamentarismo.
Esso ha mostrato una così scarsa inclinazione ad annettersi le tendenze della reazione pura, che ha lasciato il più largo spazio al sindacalismo. Al congresso di Roma del 1921, dove il fascismo fece tentativi quasi buffoneschi di fissare la sua dottrina, si tentò anche di caratterizzare il sindacalismo fascista come il predominio del movimento delle categorie di lavoratori intellettuali. Ma questo indirizzo sedicente teorico è da tempo smentito dalla cruda realtà. Il fascismo, che ha fondato le sue organizzazioni sindacali sulla base della forza materiale e del monopolio delle questioni concernenti il lavoro, ad esso ceduto dagli imprenditori per spezzare così le organizzazioni rosse, non è tuttavia riuscito ad estendersi neppure a quelle categorie in cui la specializzazione tecnica del lavoro è maggiore. Esso ha ottenuto successi solo fra i lavoratori agricoli e in certe categorie poco qualificate di operai urbani, per esempio fra i portuali, senza però che gli riuscisse di conquistare la parte più evoluta e intelligente del proletariato. Esso non ha neppure dato una nuova spinta al movimento degli impiegati e degli artigiani sul terreno sindacale. Il sindacalismo fascista non poggia su nessuna dottrina seria. L’ideologia e il programma del fascismo contengono una torbida mescolanza di idee e rivendicazioni borghesi e piccolo-borghesi, e l’impiego sistematico della violenza contro il proletariato non gli impedisce affatto di attingere alle sorgenti socialdemocratiche dell’opportunismo.
Una dimostrazione di ciò è la presa di posizione dei riformisti italiani, la cui politica per un certo tempo sembrò dominata da principii antifascisti e dall’illusione di poter costituire un governo di coalizione borghese proletario contro i fascisti, e che oggi si accodano ai fascisti vittoriosi. Questo avvicinamento non è affatto paradossale; è derivato da una serie di circostanze e molte cose lo lasciavano prevedere: fra l’altro il movimento dannunziano, che da una parte è collegato al fascismo e dall’altra ha tentato di avvicinarsi alle organizzazioni proletarie sulla base di un programma, derivante dalla costituzione fiumana, che pretendeva di poggiare su fondamenta proletarie e perfino socialiste.
Dovrei ricordare ancora altri punti che ritengo importantissimi del fenomeno fascista; ma non ne ho il tempo; altri compagni italiani potranno, prendendo parte alla discussione, completare il mio discorso. Ho volutamente tralasciato il lato sentimentale della questione e le sofferenze che gli operai e i comunisti italiani hanno dovuto subire, perché non mi sembrano il punto essenziale della questione.
Devo ora parlare degli ultimi avvenimenti accaduti in Italia, sui quali il Congresso attende informazioni precise.
GLI ULTIMI AVVENIMENTI
La nostra delegazione ha lasciato l’Italia prima degli avvenimenti in questione e ne era, fino a poco tempo fa, male informata. Ieri sera è però giunto un delegato del nostro C.C. e ci ha fornito un quadro degli avvenimenti, della cui esattezza io mi rendo garante di fronte a voi. Ripeterò le notizie che ci sono state fornite.
Come vi ho già detto, il governo Facta aveva lasciato libero gioco ai fascisti nell’attuazione della loro politica. Vi do soltanto un esempio. Il fatto che nei ministeri succedutisi gli uni agli altri, il Partito popolare italiano, cattolico-contadino, godesse di una forte rappresentanza, non ha impedito ai fascisti di continuare la lotta contro le organizzazioni, i membri e le istituzioni di questo partito. Il governo esistente non era che un governo ombra, la cui sola attività consisteva nell’appoggiare l’offensiva fascista in direzione del potere, quell’offensiva che noi abbiamo indicata come puramente territoriale e geografica. Il governo preparava in realtà il terreno al colpo di mano fascista. La situazione intanto precipitava. Si aprì una nuova crisi ministeriale. Si chiedevano le dimissioni di Facta. Le ultime elezioni avevano dato al Parlamento una composizione tale, che era impossibile assicurarsi una maggioranza stabile in base ai vecchi sistemi dei partiti borghesi tradizionali. Si era soliti dire che in Italia era al potere il “potente partito liberale”. In realtà questo non era un partito in senso proprio – come partito non era mai esistito, non disponeva di alcuna organizzazione. Esso costituiva un miscuglio di cricche personali di questo o quel politico del Nord o del Sud, e di consorterie della borghesia industriale ed agricola, manovrate da politici di professione. L’insieme di questi parlamentari formava il nocciolo di ogni combinazione parlamentare.
Ma per il fascismo, se non voleva cader preda di una grave crisi interna, era venuto il momento di modificare questa situazione. Era in gioco anche una questione organizzativa. Si dovevano soddisfare le esigenze del movimento fascista e pagare le spese delle sua organizzazione. Questi mezzi materiali sono stati anticipati in larga misura dalle classi dominanti e, a quanto sembra, anche da governi stranieri. La Francia ha finanziato il gruppo Mussolini. In una seduta segreta del governo francese si è discusso di un bilancio che comprende le ingenti somme fornite a Mussolini nel 1915. Di questi e altri documenti il Partito socialista ha preso visione; ma non vi ha dato seguito perché riteneva che Mussolini fosse un uomo finito. D’altra parte il governo italiano ha sempre facilitato il compito ai fascisti, che, per esempio, hanno potuto servirsi gratuitamente, per intere bande, della rete ferroviaria. Ma, date le enormi spese del movimento fascista, se quest’ultimo non avesse deciso di prendere direttamente il potere, sarebbe precipitato in una situazione molto difficile. Esso non poteva aspettare nuove elezioni, anche se il suo successo era scontato.
I fascisti possiedono già una forte organizzazione politica. Contano già 300.000 membri; sostengono, anzi, di essere di più. Avrebbero potuto vincere anche soltanto coi mezzi “democratici”. Ma occorreva far presto. Il 24 ottobre si riunì a Napoli il Consiglio nazionale fascista. Oggi si dice che questo avvenimento, al quale tutta la stampa borghese ha fatto pubblicità, fu soltanto una manovra per distogliere l’attenzione dal colpo di Stato. Ad un certo momento si disse ai congressisti: chiudiamo i dibattiti, c’è di meglio da fare, ciascuno torni al suo posto. Cominciò una mobilitazione fascista. Era il 26 ottobre. Nella capitale regnava ancora una calma completa. Facta aveva dichiarato di non volersi dimettere prima di aver convocato ancora una volta il gabinetto, per osservare la procedura normale. Ma, nonostante questa dichiarazione, presentò le dimissioni al Re.
Cominciarono le trattative per un nuovo ministero. I fascisti si misero in marcia su Roma, centro della loro attività. Erano particolarmente attivi nell’Italia centrale, specialmente in Toscana. Li si lasciò fare. Salandra fu incaricato di formare un nuovo Governo, ma vi rinunziò in seguito all’atteggiamento dei fascisti.
È probabile che, se non li si fosse soddisfatti con l’incarico a Mussolini, i fascisti si sarebbero comportati come banditi anche contro la volontà dei loro capi e avrebbero saccheggiato e distrutto ogni cosa nelle città e nelle campagne. L’opinione pubblica cominciò a mostrare segni d’inquietudine. Il governo Facta dichiarò: noi proclamiamo lo stato d’assedio. Lo si proclamò, infatti, e per tutta una giornata l’opinione pubblica attese uno scontro fra il potere statale e le forze fasciste. A questo riguardo i nostri compagni rimanevano molto scettici.
E in realtà i fascisti non si scontrarono in alcuna resistenza seria in tutto il loro tragitto. Eppure, v’erano nell’esercito alcuni ambienti sfavorevoli ai fascisti; i soldati erano pronti a battersi contro di loro. Ma gli ufficiali erano in maggioranza filo-fascisti.
Il Re si rifiutò di firmare lo stato d’assedio. Ciò significava accettare le condizioni dei fascisti che sul “Popolo d’Italia” scrivevano: basta incaricare Mussolini di formare un nuovo governo, e si sarà trovata una soluzione legale; in caso contrario, noi marceremo su Roma e ce ne impadroniremo.
Qualche ora dopo la revoca dello stato d’assedio, si seppe che Mussolini partiva per Roma. Si era già preparata una difesa militare: si erano riunite delle truppe e bloccate le vie d’accesso alla città con cavalli di Frisia; ma gli accordi erano ormai conclusi, e il 31 ottobre i fascisti entrarono vittoriosi in Roma.
Mussolini formò il nuovo governo, la cui composizione è nota. Il partito fascista, che non contava in Parlamento che 35 seggi, ottenne nel governo la maggioranza assoluta. Nel ministero per sé Mussolini prese non solo la presidenza, ma anche i portafogli degli interni e degli esteri. Nei dicasteri più importanti furono insediati dei membri del partito fascista. E anche negli altri ministeri i fascisti occuparono dei posti. Ma poiché non si era venuti a una rottura completa con i partiti tradizionali, vi furono nel governo anche due rappresentanti della democrazia sociale, cioè della sinistra borghese, come pure dei liberali di destra e un giolittiano. Rappresentano la corrente monarchica il generale Diaz al Ministero della guerra e l’ammiraglio Thaon Revel al Ministero della Marina.
Il Partito popolare, che ha una forte presenza nel Parlamento, si è mostrato pronto a un compromesso con Mussolini. Con il pretesto che gli organi ufficiali del partito non potevano riunirsi a Roma, la responsabilità di accettare le proposte di Mussolini è stata lasciata ad una riunione ufficiosa di alcuni parlamentari. Si è però riusciti ad ottenere da Mussolini alcune concessioni, e la stampa del partito popolare ha potuto dichiarare che il nuovo governo non cambiava gran che nel sistema di rappresentanza elettorale della volontà popolare.
Il compromesso si è esteso fino ai socialdemocratici e per un momento è sembrato che il social-riformista Baldesi avrebbe partecipato al Governo. Mussolini, abilmente, ha mandato uno dei suoi luogotenenti a saggiare le sue intenzioni; dopo che Baldesi si era dichiarato felice di accettare il posto, Mussolini rese noto che il passo era stato fatto da uno dei suoi amici sotto la sua responsabilità personale. Così Baldesi non è entrato nel nuovo gabinetto.
Mussolini non ha preso nel governo nessun rappresentante della riformista Cgdl, perché gli elementi di destra del suo Gabinetto vi si sono opposti. Ma egli resta dell’opinione che una rappresentanza di questa organizzazione nella sua “grande coalizione nazionale” sia necessaria, ora che si è resa indipendente da qualunque partito politico rivoluzionario.
In questi avvenimenti noi vediamo un compromesso fra le cricche politiche tradizionali e i diversi strati della classe dominante, industriali, banchieri e proprietari fondiari, tutti inclini al nuovo regime istituito da un movimento che si è assicurato l’appoggio della piccola borghesia.
A nostro parere, il fascismo è un mezzo per rafforzare il potere con tutti i mezzi a disposizione della classe dominante, non senza mettere a frutto gli insegnamenti della prima rivoluzione proletaria vittoriosa, la rivoluzione russa. Di fronte ad una grave crisi economica, lo Stato non basta più a mantenere il potere. Occorre un partito unitario, un’organizzazione controrivoluzionaria centralizzata. Per i suoi legami con l’intera classe borghese, il partito fascista è, in un certo senso, quello che è in Russia, per i suoi legami con il proletariato, il partito comunista, cioè un organo di direzione e di controllo dell’intero apparato statale, ben organizzato e disciplinato. In Italia il partito fascista ha occupato coi suoi commissari politici quasi tutti i posti importanti della macchina statale: esso è l’organo dirigente borghese dello Stato nel periodo di sfacelo dell’imperialismo. È questa, a mio avviso, una spiegazione storica sufficiente del fascismo e degli ultimi avvenimenti italiani.
I primi provvedimenti del nuovo governo mostrano che questo non intende modificare le basi degli istituti tradizionali italiani.
Naturalmente non sostengo che la situazione sia favorevole per il movimento proletario e socialista, sebbene io preveda che il fascismo sarà liberale e democratico. I governi democratici non hanno mai dato al proletariato altro che proclamazioni e promesse. Per esempio il governo Mussolini ha dato assicurazioni che la libertà di stampa sarà rispettata. Ma non ha tralasciato di aggiungere che la stampa deve mostrarsi degna di questa libertà. Che cosa significa ciò? Significa che il governo promette bensì di rispettare la libertà di stampa, ma lascerà libere le organizzazioni militari fasciste, se così piacerà loro, di mettere il bavaglio agli organi comunisti, come è già avvenuto in qualche caso. D’altra parte bisogna riconoscere che se il governo fascista fa alcune concessioni liberali borghesi, non si possono riporre eccessive speranze nella sua dichiarazione di voler trasformare le sue organizzazioni militari in associazioni sportive o in qualcosa di simile; è noto che dozzine di fascisti sono stati trattenuti in arresto perchè si erano opposti all’ordine di smobilitazione dato da Mussolini.
Quale influenza hanno avuto questi fatti sul proletariato? Esso si è trovato nella situazione di non poter giocare alcun ruolo importante nella lotta e di doversi comportare in modo quasi passivo.
Quanto al Partito comunista, esso ha sempre ben capito che la vittoria del fascismo avrebbe significato una sconfitta del movimento rivoluzionario. Il problema è essenzialmente di sapere se la tattica del partito comunista è stata in grado di raggiungere il massimo dei risultati nella difesa del proletariato italiano e in una posizione difensiva; giacché non abbiamo mai dubitato che, oggi, esso non è in grado di lanciare una offensiva contro la reazione fascista. Se, invece del compromesso fra la borghesia e il fascismo, fosse scoppiato un conflitto militare, una guerra civile, il proletariato avrebbe forse potuto giocare un suo ruolo, creare il fronte unico per lo sciopero generale e ottenere dei successi. Ma nella situazione così com’era, il proletariato non ha potuto partecipare alle azioni. Per quanta importanza avessero gli avvenimenti che si stavano sviluppando, non bisogna perdere di vista il fatto che il cambiamento di scena politico fu in realtà meno brusco di quanto possa apparire, perché la situazione si era, già prima dello scatenamento dell’offensiva finale fascista, acutizzata di giorno in giorno. Basti come esempio della lotta contro il potere statale e il fascismo il conflitto di Cremona, in cui morirono sei persone. Il proletariato ha combattuto soltanto a Roma, dove le truppe operaie rivoluzionarie si sono scontrate con le squadre fasciste e vi sono stati dei feriti. L’indomani la guardia regia ha occupato il quartiere operaio, l’ha privato di ogni mezzo di difesa e ha quindi permesso ai fascisti accorsi di sparare a sangue freddo sugli operai. È questo l’episodio più sanguinoso che si sia verificato nelle recenti lotte in Italia. La Cgdl, quando il partito comunista propose lo sciopero generale, lo ha disarmato e ha spinto i proletari a non seguire le pericolose esortazioni dei gruppi rivoluzionari, diffondendo anche la voce che il partito comunista si fosse sciolto, e ciò nel momento stesso in cui la nostra stampa era nell’impossibilità di uscire.
A Roma, l’evento più grave per il nostro partito è stata l’occupazione della sede della redazione del “Comunista”. Il 31 ottobre fu occupato il locale della tipografia, nel momento in cui il giornale stava per essere pubblicato e 100.000 fascisti tenevano in stato di assedio la città. Tutti i redattori erano riusciti a mettersi in salvo attraverso uscite secondarie, con la sola eccezione del comp. Togliatti, il nostro redattore-capo che era nel suo ufficio. I fascisti entrarono e lo catturarono. Il comportamento del nostro compagno è stato veramente eroico. Fieramente egli ha dichiarato di essere il redattore-capo del “Comunista”, ed era già stato messo al muro per essere fucilato, mentre i fascisti spingevano indietro la folla per procedere alla sua esecuzione. Egli si è salvato grazie al fatto che corse voce che gli altri redattori fossero scappati sui tetti e gli aggressori si diedero ad inseguirli1. Ciò non ha impedito al nostro compagno, qualche giorno dopo, di tenere un discorso al comizio di Torino per la ricorrenza dell’anniversario della rivoluzione russa.
Ma si tratta di un caso isolato. L’ organizzazione del nostro partito è in uno stato abbastanza buono. Se “Il Comunista” non esce non è per un divieto del governo, ma perché la tipografìa si rifiuta di stamparlo. Lo abbiamo quindi stampato in un’altra tipografia illegale. Le difficoltà di pubblicazione erano di ordine non tecnico ma economico. A Torino è stata occupata la sede dell’ “Ordine Nuovo”, e sono state sequestrate le armi che vi si trovavano. Ma il quotidiano è ora pubblicato altrove. A Trieste la polizia ha invaso la tipografia del nostro giornale, ma anche quest’organo appare ora illegalmente. Il nostro partito ha ancora la possibilità di lavorare illegalmente, e la nostra situazione non è del tutto tragica. Ma non si può sapere come le cose andranno in futuro e sono quindi costretto a esprimermi con un certo riserbo sulla situazione del partito e del suo lavoro in avvenire.
Il compagno da poco arrivato è un lavoratore che dirige un’importante organizzazione locale del partito, e il suo parere, condiviso pure da altri militanti, è che d’ora in poi potremo lavorare meglio che in passato. Non voglio presentare questa opinione come una verità definitiva. Ma il compagno che la esprime è un militante che lavora davvero fra le masse e il suo parere ha una grande importanza.
Vi ho già detto che la stampa avversaria ha diffuso la falsa notizia che il nostro partito si è sciolto. Noi abbiamo pubblicato una smentita e ristabilito la verità. I nostri organi politici centrali, la nostra centrale militare illegale, la nostra centrale sindacale sono in piena attività, e i collegamenti con le provincie sono stati ripristinati quasi dovunque. I compagni rimasti in Italia non hanno mai perso la testa e fanno tutto quello che è necessario fare. Quanto ai socialisti, la sede dell’ “Avanti!” è stata distrutta dai fascisti e occorrerà qualche tempo prima che il giornale possa uscire di nuovo. È stata anche distrutta la sede del Partito Socialista a Roma e bruciati gli archivi.
Circa la posizione dei massimalisti nella polemica tra il partito comunista e la Cgdl non possediamo né un manifesto, né una dichiarazione.
Quanto ai riformisti, dalle parole dei loro giornali, che continuano ad uscire, risulta chiaro che si accoderanno al nuovo governo.
In merito alla situazione sindacale, il compagno Repossi del nostro Comitato Sindacale è dell’avviso che il lavoro potrà continuare. Queste sono le informazioni, datate il 6 novembre, che abbiamo ricevuto.
Il mio discorso è già lungo, e io non toccherò la questione della presa di posizione del nostro partito durante l’intero periodo di sviluppo del fascismo, perché mi riservo di farlo in altri punti dell’ordine del giorno del congresso.
Vogliamo solo porci la questione su quali prospettive abbiamo per l’avvenire. Abbiamo sostenuto che il fascismo dovrà fare i conti con il malcontento provocato dalla politica del governo.
Ma noi sappiamo fin troppo bene che, quando oltre che allo Stato si dispone di un’organizzazione militare, è più facile domare il malcontento e rendersi padroni di una situazione economica sfavorevole. Ciò è molto più vero durante la dittatura del proletariato, quando lo sviluppo storico parla a nostro favore. I fascisti sono assai bene organizzati e hanno obbiettivi ben precisi. In tali circostanze, è prevedibile che la posizione fascista non sarà affatto insicura. Come avete visto, io non ho affatto esagerato le condizioni in cui il nostro partito ha lottato. Non vogliamo farne una questione sentimentale.
Il Partito comunista italiano ha forse commesso degli errori; lo si può criticare, ma io credo che, nel momento attuale, l’atteggiamento dei compagni prova che abbiamo svolto un vero lavoro: quello della formazione di un partito rivoluzionario del proletariato, base della ripresa della classe operaia italiana. I comunisti italiani hanno il diritto di chiedere di essere riconosciuti per quello che sono. Anche se il loro atteggiamento non è sempre stato approvato, essi sentono di non doversi rimproverare nulla di fronte alla rivoluzione e di fronte all’Internazionale Comunista.
XXVII seduta, 30 novembre 1922
[Dopo la lettura della sessione precedente del nuovo progetto di organizzazione dell’I.C., prende la parola Bordiga (pp. 814-816)].
Trovo completamente accettabile in tutte le sue parti il progetto di organizzazione. Esso contiene disposizioni che, obbiettivamente considerate, hanno una grande importanza perché mirano ad eliminare gli ultimi residui dei metodi organizzativi a tipo federalistico della vecchia Internazionale.
Se, in questo stadio del Congresso, fosse ancora possibile allargare ancora un po’ la discussione, potrei sollevare la questione su tutto ciò che è necessario per rendere operante una effettiva centralizzazione rivoluzionaria è realizzabile mediante una riforma dell’apparato organizzativo.
Ho già detto qualcosa in merito nel mio discorso sul rapporto dell’Esecutivo e non mi ripeterò ora. Devo tuttavia ribadire che, se vogliamo realizzare un’effettiva centralizzazione, cioè una sintesi delle forze spontanee dell’avanguardia del movimento rivoluzionario nei diversi paesi, per potere eliminare le crisi disciplinari che oggi constatiamo dobbiamo si centralizzare il nostro apparato organizzativo, ma nello stesso tempo unificare i nostri metodi di lotta e precisare bene ciò che si riferisce il programma e alla tattica dell’I.C.
A tutti i gruppi e compagni appartenenti all’I.C. dobbiamo spiegare esattamente che cosa significhi il dovere di incondizionata obbedienza che essi contraggono entrando nelle nostre file.
Quanto ai congressi internazionali, concordo pienamente sulla soppressione dei mandati imperativi e sul modo di convocazione dei congressi nazionali.
Ammetto senza riserve che si tratta qui di misure che corrispondono ai principi della centralizzazione, ma sono dell’avviso che, nell’interesse di una vera centralizzazione, non dovremmo limitarci a dichiarare che i mandati imperativi devono essere soppressi e i congressi mondiali tenuti prima dei congressi nazionali, perché sullo stesso lavoro e sulla stessa organizzazione dei Congressi mondiali vanno dette parole ancor più gravi.
Siamo giunti alle ultime sessioni del Congresso e dobbiamo constatare che l’opera svolta non è sotto tutti i rapporti soddisfacente.
Resta per esempio aperta la questione delle dimissioni.
Sono d’accordo che le dimissioni devono essere impedite. Suggerisco però l’adozione della norma in vigore nel nostro partito, secondo la quale tutte le dimissioni sono accettate e colui che le ha presentate non può riprendere il suo posto nel partito nei successivi uno o due anni. Credo che questa procedura avrebbe per effetto di ridurre sensibilmente il numero delle dimissioni.
Ma v’è un’altra questione che ritento di dover trattare malgrado lo stadio nel quale il Congresso si trova: la proposta relativa ad un intervallo di due anni fra i Congressi mondiali. Se il prossimo Congresso non dovesse essere così gravato di lavoro e di questioni com’è accaduto all’attuale, sarebbe certo consigliabile non ripetere questo imponente sforzo organizzativo e finanziario. Ma io sollevo la questione specifica del tempo che ci separa dal V Congresso.
Noi stiamo per rimandare al prossimo Congresso una serie di questioni della massima importanza, in specie la presentazione di un nuovo programma, o meglio del primo vero programma, dell’I.C., e la revisioni dei suoi Statuti, cioè del legame organico che unisce l’Internazionale e le sue sezioni.
Dopo il rapporto dell’Esecutivo, abbiamo a lungo discusso la questione della tattica, ma i diversi oratori che si sono succeduti alla tribuna non hanno trattato il grande problema della tattica dell’Internazionale, limitandosi a discutere alcuni rilievi nel C.E. sull’attività o sulla situazione di questa o quella sezione nazionali. Questioni molto importanti, come quella del governo operaio, non sono state invece chiarite.
Non propongo di riaprire ora un grande dibattito sulla questione della tattica ma, se penso al programma, agli statuti, alla tattica, trovo assurda l’idea di convocare il V Congresso solo fra due anni. In nome della maggioranza della delegazione italiana, mi riservo quindi di presentare la proposta che il V Congresso dell’I.C. tenuto conto del rinvio di temi molto importanti, si tenga nell’estate o nell’autunno del 1923 al massimo.
[Kolarov a nome del C.E. chiarisce che il V Congresso si terrà l’anno prossimo e che le decisioni circa l’intervallo di due anni fra i congressi mondiali entreranno in vigore solo dopo]
Dal Protocollo tedesco.