Agnelli-Storti: dialogano i salvatori della patria
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Vecchie tesi marxiste sono le conosciutissime (ma non per questo condivise) seguenti enunciazioni: la violenza è la levatrice della storia, le rivoluzioni sono le locomotive del progresso. Per i comunisti, pertanto, l’unico fattore che può determinare un ribaltamento nell’oppressione sociale è l’incessante offensiva di classe del proletariato allo Stato borghese che culmini nella dittatura del proletariato. Unica arma per la difesa anche degli interessi immediati è la lotta di classe che, per non sprigionare improduttivamente la sua energia deve essere convogliata e diretta dal partito.
Questa è una pedissequa ripetizione dall’Abc del marxismo che siamo costretti a riproporre al proletariato, frastornato com’è dalle false prospettive che gli vengono continuamente additate da capi politici e sindacali venduti alla borghesia.
Occupiamoci di questi ultimi i quali, approfittando anche dell’ennesima tornata elettorale, hanno avuto svariate occasioni per mettersi in mostra. Secondo costoro tutto si risolverebbe con le manovre di corridoio, negli accordi coi padroni nelle commissioni paritetiche. Logica vuole che una simile strategia (la chiamano così) riservi a scioperi, a dimostrazioni operaie, cioè a tutto quello che viene comunemente denominato come «attività della classe», un carattere dimostrativo e fiancheggiatore di una politica fatta di bisbigli, sotterranea e senza troppi clamori, da svolgersi nelle lucenti sale di tanti ministeri di Roma sotto l’egida, nel migliore dei casi, di un ministro sia questo del Lavoro, delle Partecipazioni Statali o dell’Industria.
Il proletariato è considerato da costoro come una semplice massa di manovra, da scoprire al momento decisivo per i loro loschi traffici elettorali o di bottega. Grande sciopero, oceanico comizio tipo Piazza Venezia e giù, dopo averla bene inteso tranquillizzata, moniti su moniti alla classe dirigente: «noi non vogliamo fare nessun polverone, noi vogliamo soltanto richiamarvi alla ragione per il bene di tutti, dei piccoli, dei grandi e, soprattutto, del Paese. Noi, classe operaia, siamo pronti ad assumerci le nostre responsabilità di “classe nazionale”, e se oggi non siamo al lavoro ma qui in piazza è per farvi uscire, o padronato, dai ristretti limiti corporativistici nei quali siete rinchiusi e farvi assumere responsabilità nazionali. Non vi preoccupate, non è un atto di guerra».
Quale lavoratore non ha sentito parlare così i suoi rappresentanti sindacali?
Un esempio fra i tanti di questo andazzo, non certo il più clamoroso né tantomeno il più emblematico, né purtroppo l’ultimo, è offerto dal recente dibattito televisivo del 26 giugno fra Agnelli, in qualità di presidente della Confindustria, e Storti, presidente della CISL come rappresentante della Confederazione Unitaria; il tema era già un programma: «Imprenditori e lavoratori di fronte alla crisi economica».
Certo chi si immaginava una lotta all’ultimo sangue fra i due interlocutori è rimasto veramente deluso; tutto è filato liscio come l’olio senza intoppi né incidenti per sfociare, come logica voleva, in un misurato e da tutti benedetto «abbracciamoci», in un clima idillico in cui i due nemici scopertisi amici si scambiavano consigli: «guardi, segua il nostro parere, per salvare il Paese urge far così e così…». E forse i più sorpresi di tale sostanziale identità di vedute sono stati proprio loro, i nostri due eroi che pur tuttavia erano lì per recitare la parte di due irriducibili avversari, tanto è vero che il più «dritto» dei due, l’Agnelli, non ha potuto fare a meno di esclamare: «Via! Non facciamo del peronismo, Signor Storti!», insomma vogliamoci bene e amiamoci, ma in segreto, voleva dire l’Agnelli, altrimenti troppo scoperto sarebbe il giochetto agli occhi degli sfruttati.
Punto cruciale del dibattito è stato quindi la crisi economica ed il suo da tutti sospirato «superamento»: le nude cifre hanno cominciato a rimbalzare: due milioni fra disoccupati, cassa integrazione e in attesa di primo impiego, tre milioni di emigrati per molti dei quali si prospetta un triste ritorno, un calo della produzione industriale nel 1975 intorno al 10 per cento; dipinto questo triste quadro, come superare l’impasse produttivo? Tocca all’Agnelli: «I rapporti fra noi e il mondo del lavoro devono essere il più possibile analoghi a quelli dei paesi con cui ci troviamo a dover concorrere: ore lavorate, costo del lavoro, percentuale di conflittualità, possibilmente di assenteismo, costo del denaro e delle altre componenti del prodotto».
Approfondire l’argomento è però toccato allo Storti che, senza tanti preamboli ha sviluppato la proposizione di Agnelli sul «rapporto fra imprenditori e mondo del lavoro»: «per uscire dalla recessione, dice, sono necessarie notevoli volontà e responsabilità di tutte le parti ma occorre certamente l’intervento del pubblico potere. Non credo che possiamo cavarcela di fronte a carenza – non voglio neanche dire assenza – di tale intervento, solo con la rassegnazione. Le organizzazioni sindacali dei lavoratori non si rassegnano, ripresenteranno richieste di questo genere, non certo autoritariamente, ma accordandosi con gli imprenditori. Se non al cento per cento alcune di queste richieste devono essere soddisfatte: perché porteranno ad una maggiore competitività, perché affronteranno il problema delle diversificazioni nei confronti delle nuove domande del mercato e contribuiranno a risolvere il problema del mezzogiorno. Questo impegno può essere l’unico modo per dimostrare che anche le forze sindacali organizzate e degli imprenditori cercano di fare la loro parte per il superamento della recessione…».
Raramente è stato dato vedere un così meraviglioso esempio di sintesi; Storti in poche parole è riuscito a condensare tutto lo spirito e la sostanza del sindacalismo fascista il quale accettando il concetto di capitale, non come elemento da sopprimersi, ma da proteggere e sviluppare, era tutto preso da due imperativi categorici: la «realtà» della produzione e quella della Nazione. L’azione del sindacalismo fascista non poteva che essere, e questo era il suo vanto, interclassista, dovendo fare acquisire alle classi la coscienza non soltanto delle divergenze ma piuttosto delle convergenze dei loro interessi e quindi della perfetta superabilità di quel conflitto che il comunismo proclama insanabile.
Una organizzazione «sindacale», ispirata a tali principi, non poteva che basarsi sulla «necessità di stringere sempre più cordiali rapporti tra i singoli datori di lavoro e lavoratori, e fra le loro organizzazioni sindacali, cercando di assicurare a ciascuno degli elementi produttivi le migliori condizioni per lo sviluppo delle rispettive funzioni, e di più equi compensi per l’opera loro» citando testualmente nientemeno che del Patto di Palazzo Chigi del 21-12-1923, Duce presiedendo.
Storti, poveretto con i suoi sogni di un «confronto» fra sindacato degli imprenditori e sindacati dei lavoratori, prima di uscire dalla crisi, poi per non ritornarne più, è arrivato con cinquanta anni di ritardo e, prima di lui, lo stesso nodo fu ugualmente interclassistamente sciolto da tanti pagliacci che avevano la pretesa di fare la storia e quel che è peggio dalla parte nostra e degli operai. Quelli usavano il bastone e l’olio di ricino, questi, moderni, la televisione, per il resto perfetta continuità dialettica di sindacalismo antioperaio di marca fascista.
Noi comunisti non abbiamo nessuna proposta «pratica» per «uscire» da questa crisi economica: non proponiamo né riforme di struttura né investimenti né moralizzazioni di vita pubblica né obbrobriose alleanze con mezze classi in rovina. «La classe operaia, affermava il rappresentante della Terza Internazionale Comunista Valensky, nel 1921, deve formulare le sue rivendicazioni lasciandosi guidare solo dai suoi interessi vitali, senza curarsi se la soddisfazione delle sue rivendicazioni sia compatibile, al momento attuale, con il profitto capitalistico. La classe operaia deve vivere, e se il capitalismo dichiara che farla vivere, nutrirla, vestirla comporta la sua morte, che le rivendicazioni più elementari degli operai sono inconciliabili con le leggi della sua economia, ebbene, che muoia!». Oggi come ieri.
Siamo per la difesa intransigente del salario e del posto di lavoro, per la difesa delle condizioni di vita degli occupati e dei non occupati e siamo per la lotta e ancora la lotta, unica arma a disposizione del proletariato per difendersi dalle offensive del capitalismo, senza curarsi delle conseguenze che il soddisfacimento di queste richieste potrebbe influire sull’andamento della economia borghese. La crisi è del capitalismo, noi non misuriamo le nostre richieste su quella che il capitalismo può dare agli operai, che in questo momento non può dare che disoccupazione e miseria, ma sui bisogni vitali del proletariato che esclusivamente rappresentiamo anche nelle lotte quotidiane. Il sindacalismo attuale usa invece come scala di paragone il bene del Paese ponendosi da un punto di vista che vorrebbero far credere obiettivo, ma è in realtà quello della conservazione del capitalismo in generale, anche al di sopra e perfino contro l’angusta visione del singolo padroncino.
La loro politica è una vera palla al piede al proletariato, baluardo a difesa dello status quo, sbarramento da abbattere perché sia possibile la ripresa del movimento rivoluzionario di classe.