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IL MARXISMO RIVOLUZIONARIO DI FRONTE ALLA QUESTIONE DELL’UNITÀ SINDACALE

بخش‌ها: Italy, Union Question

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  1. IL MARXISMO RIVOLUZIONARIO DI FRONTE ALLA QUESTIONE DELL'UNITÀ SINDACALE (pt. 1)
  2. IL MARXISMO RIVOLUZIONARIO DI FRONTE ALLA QUESTIONE DELL'UNITÀ SINDACALE (pt. 2)

Proletari di tutto il mondo, unitevi! Con questa esortazione, con questo incitamento alla lotta, Marx chiudeva il Manifesto dei comunisti, ad esaltare e sottolineare l’importanza fondamentale degli sforzi che il giovane movimento proletario mondiale stava facendo per unirsi a livello sia politico che sindacale.

È infatti esigenza fondamentale della classe operaia concentrare il più possibile le proprie forze per opporre un fronte sempre più vasto all’offensiva del capitale e per contrattaccare con sempre maggior vigore.

Oggi che lentamente ci si avvia verso una ripresa del movimento di classe rivoluzionario su scala internazionale, la classe operaia ha più che mai bisogno di ritrovarsi unita per abbattere sul decrepito Stato borghese, con la maggior forza disponibile, il maglio della rivoluzione.

Ma, se l’unità di classe è un’esigenza indiscutibile del proletariato, è tanto più indiscutibile che questa unità deve servire ad abbattere il regime capitalista, lo stato della schiavitù salariata; perchè se essa fosse ottenuta su basi tali da servire a perpetuare il sistema vigente, le andrebbe preferito l’isolamento più assoluto. L’unità – bisogna ricordarlo – è il mezzo, ma la lotta rivoluzionaria è il fine.

La questione del fronte unico sindacale non è nuova per il movimento operaio, e proprio in Italia ne abbiamo un esempio.

Il giovane Partito Comunista d’Italia, scissosi nel 1921 dal PSI riformista e poi traditore, si pose subito questo problema, poiché allora la classe operaia italiana era divisa in varie centrali sindacali: la più importante era la CGL, legata al PSI, che raggruppava la grande maggioranza degli iscritti, v’era poi l’USI di tendenza anarchica, e infine v’erano alcuni sindacati di categoria, di cui uno dei più forti era lo SFI, il sindacato dei ferrovieri. L’esistenza di sindacati gialli e bianchi, i progenitor della attuali CISL e UIL, non era nemmeno tenuta in conto: essi erano (e tali venivano naturalmente considerati) di origine padronale; non riconoscevano neppure formalmente il principio della lotta di classe, quindi non avevano nulla in comune con le organizzazioni operaie.

L’azione del PCd’I nel senso dell’unificazione fu condotta non tanto per aver riuniti più operai in un unico sindacato (infatti la CGL era di gran lunga il sindacato più numeroso), quanto per generalizzare sempre più le lotte operaie, per far lottare assieme un numero sempre maggiore di fabbriche e di categorie. Si trattava, per resistere all’offensiva del capitale che si concretizzava in attacchi continui al salario e alla giornata di otto ore, oltre che nell’azione intimidatoria delle bande fasciste, di affasciare le lotte operaie mobilitando «in una azione di classe tutto il proletariato organizzato», e di gettare così le basi non solo di un temporaneo contrattacco, ma dell’assalto definitivo allo Stato capitalistico. Scrive Il Comunista del 10-2-22:

«La necessità del fronte unico si impone per il proletario bersagliato dall’offensiva padronale, in quanto esso è costretto a constatare che per la sua difesa contro le mille manifestazioni dell’attacco borghese non è sufficiente l’azione isolata di parte della classe lavoratrice, non sono più bastevoli i movimenti locali o di categoria». E prosegue:

«Non si tratta tanto di stabilire che la Confederazione generale del lavoro, la Unione sindacale, i ferrovieri ecc., agiranno d’accordo su di un vago programma che resterà sulla carta, ma di stabilire che questi organismi concordano nello spostare il piano dell’azione proletaria dagli orizzonti locali e di categoria all’impegno simultaneo nella lotta di tutta la classe lavoratrice su scala nazionale e domani internazionale».

La lotta “economica” veniva così elevata, come è nei principi del marxismo, a lotta politica: il sindacato unito diventava «cinghia di trasmissione» del partito di classe.

Il PCd’I si trovava di fronte, ad ostacolarlo nel raggiungimento di questi obbiettivi, da una parte lo Stato democratico e il fascismo, dall’altra i dirigenti sindacali socialisti, che sabotavano le lotte operaie e tentavano con ogni mezzo di espellere i comunisti dalla Confederazione.

Grazie comunque all’azione del Partito e delle masse operaie si giunse alla costituzione dell’Alleanza del Lavoro (febbraio 1922) ossia al fronte unico sindacale tra CGL, USI e SFI, con cui il Partito Comunista ottenne una magnifica vittoria, poiché nell’alleanza trovava la necessaria premessa alla generalizzazione delle lotte, cioè all’obbiettivo in direzione del quale aveva sempre impostato e impostava la sua battaglia.

Nel numero 1 del ’72 abbiamo ricordato su quali basi il Partito Comunista d’Italia, nel 1921, propose alle tre organizzazioni di classe allora esistenti di fondersi in un unico organismo, e come la proposta, boicottata dai bonzi confederali, finì per realizzarsi, sotto la pressione inesorabile dei fatti, nell’Alleanza del Lavoro.

L’azione dei comunisti in seno all’Alleanza del Lavoro mirava fin dall’inizio a costringerne i dirigenti a portare avanti un’azione di classe che potesse validamente opporsi all’offensiva del capitale. I punti precisi sui quali i comunisti impostarono la lotta della classe operaia, «elevandoli a questioni di principio», furono:

a) Otto ore di lavoro.

b) Rispetto dei concordati vigenti e dell’attuale valore globale dei salari.

c) Rispetto dei patti colonici per i piccoli agricoltori.

d) Assicurazione all’assistenza per i lavoratori licenziati e le loro famiglie, attraverso la corresponsione di un indennizzo proporzionale al costo della vita ed al numero dei componenti la famiglia, tendendo a raggiungere il livello dell’integrale salario per una media famiglia operaia e gravando gli oneri sulla classe industriale per una quota parte dei salari e per il resto sullo Stato.

e) Integrità del diritto di organizzazione e riconoscimento di questa.

Il mezzo al raggiungimento di questo fine doveva essere «la azione diretta delle masse contro la classe padronale e i suoi organi di lotta: Stato e organizzazione fascista»; quindi, «lo sciopero generale nazionale, a cui si deve risolutamente tendere con una decisa preparazione». E la Alleanza del Lavoro divenne l’arena di battaglia del Partito che, con i suoi gruppi sindacali, animò e rinvigorì tutte le agitazioni del 1922, diffuse le sue parole d’ordine, smascherò i dirigenti opportunisti ed ebbe una parte di primo piano nel grandioso – anche se sabotato dai riformisti penzolanti verso l’appoggio a un «governo migliore» o addirittura la partecipazione ad esso – sciopero dell’agosto.

L’azione dei comunisti nel tentativo di ostacolare l’azione pompieristica dei bonzi è ben espressa in un appello del partito al proletariato d’Italia:

«Alla proposta ed alla campagna dei comunisti si contrappone il lavoro obliquo di taluni dei vostri capi, che svalutano la preparazione della lotta diretta contro la borghesia e vi propongono una diversa via d’uscita dalla tragica situazione in cui versate: la collaborazione parlamentare e governativa con una parte della borghesia. Da una parte costoro, come capi di grandi organizzazioni economiche e della CGL, hanno sostenuto e sostengono la tattica del caso per caso, della rinunzia, dell’indietreggiamento dinanzi alle pretese padronali, tattica che ha dimostrato di condurre i capitalisti ad imbaldanzire sempre di più nelle loro imposizioni. Dall’altra parte, dinanzi alle gesta del fascismo, ad una delittuosa propaganda di passività e di non resistenza tra i lavoratori assaliti, straziati, oltraggiati, essi accompagnano la menzognera ed illusoria affermazione che è possibile porre un termine al regime di schiavismo abbattutosi su tanta parte delle masse italiane, con una manovra puramente parlamentare, con l’accordo tra il partito socialista ed i partiti borghesi di sinistra allo scopo di costituire un ministero che si servirebbe delle forze ufficiali dello Stato per la repressione legale del fascismo. A questa tattica si vogliono oggi infeudare le grandi organizzazioni di classe del proletariato, distogliendole dalla lotta contro il padronato e dal solo compito che può alimentare la loro vita ed impedirne la dissoluzione, per farne la piattaforma della salita al potere dei parlamentari riformisti. Il Partito comunista denuncia questa tattica come tattica di tradimento».

Unità tricolore e unità rossa

Oggi le tre organizzazioni sindacali esistenti si sono poste il problema della loro riunificazione, e questa manovra viene contrabbandata alla classe operaia come tendente a rafforzarla in quanto «l’unione fa la forza». Noi comunisti diciamo: No, l’unione non sempre fa la forza!

Il Partito Comunista rivoluzionario si è sempre battuto, come abbiamo dimostrato sopra, per realizzare il fronte unico sindacale, ma ha sempre posto una pregiudiziale alla sua realizzazione: il fronte unico deve sorgere su basi classiste, fra sindacati che si professino dichiaratamente classisti, deve cioè avere come scopo la lotta per l’abbattimento del sistema capitalistico e non la collaborazione con esso, deve interpretare e difendere le esigenze reali della classe operaia e non patteggiare col padronato le briciole che è possibile concedere ai proletari perché non escano dalla «legalità democratica» e perpetuino col loro stesso sangue questo sistema; deve usare i mezzi corrispondenti al principio della lotta di classe e non quelli della collaborazione di classe, meno che mai della difesa di una particolare forma di governo borghese o del suo salvataggio.

I militanti del Partito Comunista Internazionale contrappongono quindi alla “unità” che i vertici bonzeschi pensano di consumare alle spalle dei proletari – unità non fondata su un programma di classe (e come potrebbe esserlo, con organizzazioni di origini padronali da un lato e una CGIL divenuta l’alfiere degli “interessi nazionali” dall’altro?) ma destinata soltanto a unire di fatto delle organizzazioni che già hanno programmi identici, nazionali, tricolori, riformistici, insomma borghesi -, la vera unità proletaria, che consiste nel dare obiettivi generali di lotta alla classe operaia in modo da realizzare nella comune battaglia un unico, formidabile fronte. È nella lotta per raggiungere questo obiettivo – lotta nel corso della quale dovranno rinascere anche le organizzazioni economiche operaie rosse – che noi ricordiamo ai proletari gli esempi fulgidi che hanno contraddistinto le battaglie della classe verso lo abbattimento del capitalismo. La storia ci ha insegnato non solo che il capitalismo può e deve crollare, ma anche qual è il modo e quali i mezzi per abbatterlo. Ignorare questi insegnamenti vuol dire aver abbandonato la strada maestra; riallacciarsi ad essi, farne patrimonio e guida per l’azione di ogni giorno, significa essere sulla strada della rivoluzione socialista.