Per una chiara distinzione fra organi sindacali e politici
Categorie: Party Doctrine, Union Question
Questo articolo è stato pubblicato in:
Traduzioni disponibili:
Per una chiara distinzione fra organi sindacali e politici
Dopo l’assemblea nazionale in videoconferenza del 31 maggio, il Coordinamento Lavoratori e Lavoratrici Autoconvocati per l’Unità della Classe (CLA) ha promosso una nuova assemblea, questa volta in presenza fisica, presso il CPA Firenze Sud, sabato 27 giugno. L’incontro ha avuto un esito soddisfacente – considerato che era il primo in presenza fisica dopo la quarantena e nel periodo estivo – con una cinquantina di lavoratori, alcuni per la prima volta avvicinatisi al CLA.
L’intervento introduttivo, a nome del Coordinamento, è stato esposto da un nostro compagno, e qui di seguito lo riportiamo. In esso sono delineati i caratteri in base ai quali solo è raggiungibile un’effettiva unità d’azione dei lavoratori, sintetizzabili con l’affermazione secondo cui il Fronte Unico di Classe può esistere alla condizione che sia un Fronte Unico Sindacale di Classe, e non un fronte coinvolgente organizzazioni partitiche, il che lo trasforma in un fronte politico.
I concetti espressi sono di grande importanza, anche perché all’esterno del CLA sono sorte diverse iniziative volte a promuovere “fronti unici di classe”, volutamente indefiniti, in modo da poterci infilare le organizzazioni politiche.
Questi concetti sono stati ripetuti dal nostro compagno, intervenuto ancora a nome del CLA in una assemblea “dei delegati e lavoratori combattivi” tenutasi nella sede bolognese del SI Cobas domenica 12 luglio, convocata da un “Patto d’Azione per un Fronte di Classe Anticapitalista”. Tale “Patto d’Azione” null’altro è che il nuovo nome dato ad una iniziativa che la dirigenza del SI Cobas cerca di promuovere da oltre 3 anni, a loro dire utile a portare i lavoratori dal “terreno della lotta sindacale” a quello della “lotta politica”.
Come la classe operaia, che nella sua larga maggioranza oggi non si solleva nemmeno alla lotta economica, possa elevarsi al “terreno” di quella “politica”, è questione che i dirigenti del SI Cobas risolvono solo con roboanti affermazioni, riferendosi alle lotte condotte in questi anni dal loro sindacato, principalmente nella logistica, certo ragguardevoli ma del tutto insufficienti a ribaltare il quadro presente.
Il giorno precedente, sabato 11 luglio, si era svolta una riunione del Patto d’Azione, preparatoria dell’assemblea del giorno dopo. Si è palesata la debolezza dell’iniziativa per lo scarso numero di presenti, in sala e collegati in videoconferenza; ciò nonostante alle spalle vi sia una organizzazione sindacale che vanta oltre 20 mila iscritti. È evidente che internamente al sindacato non sono in pochi a dissentire da questa impresa a cui la dirigenza dedica tante energie. O semplicemente non vi trovava interesse.
Lo conferma che delle forze sindacali questo patto non raggruppa che il SI Cobas e il piccolo Slai Cobas per il Sindacato di Classe. Per il resto, si tratta di gruppi politici che pensano di poter mettere in moto la classe lavoratrice agendo direttamente su di essa, senza la cinghia di trasmissione dei sindacati. Infatti non si fa alcuna menzione, nei documenti e negli incontri, della lotta da condurre entro le altre organizzazioni sindacali per portarle all’unità d’azione del sindacalismo conflittuale. Si pensa invece che il “Patto” debba appellarsi direttamente ai lavoratori per mobilitarli, ignorando le direttive dei loro sindacati.
Le organizzazioni del sindacalismo conflittuale – che pur deboli organizzano un numero di lavoratori naturalmente di gran lunga superiore a tutti i gruppi politici aderenti al Patto messi insieme (anche perché parte di questi sono composti da studenti) – non si sono avvicinate a questa iniziativa, e persino l’Adl Cobas, che ha sempre scioperato insieme al SI Cobas e inizialmente partecipava alle riunioni, se ne è defilato, motivando la decisione proprio col non condividerne il fine politico-partitico.
È vero che una parte dei gruppi politici che aderiscono al Patto possono dare una mano partecipando ai picchetti. La cosa può essere di aiuto ma non può certo sostituire lo sviluppo del sindacalismo di classe fra i lavoratori, e se è il risultato di un lavoro che va a detrimento della costruzione di un fronte sindacale di classe è ben più dannosa che utile.
L’assemblea di domenica 12 doveva servire a dare una verniciata sindacale ad un fronte di gruppi partitici ma l’apporto di militanti e forze sindacali è stato modesto.
A parte gli interventi di esponenti del SI Cobas – va da sé in linea coi proposti dei promotori dell’assemblea – e di alcuni della Opposizione in Cgil – per lo più partecipi al Patto d’Azione in qualità di membri dei gruppi politici che vi aderiscono – gli altri interventi, di due delegati dell’Usb, del capo dello Sgb, di Sergio Bellavita – da poco uscito dall’Usb – e del nostro compagno a nome del CLA, hanno indicato una strada che, anche se per ragioni fra loro diverse, diverge da quella proposta dai dirigenti del SI Cobas.
Non vi erano esponenti né della Cub né della Confederazione Cobas, oltre che dei piccoli Adl Cobas, Usi Ait, Adl Varese, Sial Cobas, Cobas Sanità Università Ricerca, Cat.
All’assemblea del CLA del 27 giugno a Firenze – di dimensioni poco inferiori – vi era stata invece una presenza più eterogenea, con militanti della Opposizione Cgil, dell’Usb, della Cub, della Confederazione Cobas, dei Cobas SUR, del CAT e dell’ADL di Varese. Vi erano inoltre esponenti di gruppi operai di Vicenza e Sesto S. Giovanni (Milano). Non erano presenti militanti né del SI Cobas né dell’ADL Cobas.
Dall’assemblea del 12 luglio è scaturita una mozione finale che nel paragrafo finale afferma: «A partire da queste basi e da queste proposte intendiamo lanciare un percorso di confronto con tutte le realtà di lotta, sindacali e non, al fine di giungere a una vera assemblea nazionale dei lavoratori combattivi». Si noti, “sindacali e non”, a conferma del rifiuto a mantenere nel campo sindacale il loro “fronte unico”.
Così conclude la mozione: «… con l’obiettivo di aprire una vera agenda di lotta per il prossimo autunno, capace di … portare in tempi brevi a un vero sciopero generale e a una grande manifestazione nazionale che porti la voce e la rabbia di migliaia di sfruttati sotto i palazzi del governo». Col che sembra che nelle intenzioni dei dirigenti del SI Cobas vi sia ripetere, per la terza volta, in occasione del cosiddetto sciopero generale, una manifestazione nazionale a Roma – dopo quella riuscita di due anni fa e quella andata male dell’anno scorso, con enorme dispendio di risorse umane ed economiche – a detrimento della riuscita dello sciopero stesso, separatamente da tutte le altre organizzazioni sindacali che mai vi hanno partecipato, compreso l’Adl Cobas, ma insieme a gruppi politici opportunisti che non riescono o non vogliono comprendere la necessità di mantenere distinti – sebbene non scollegati – l’ambito sindacale da quello partitico.
Per l’autunno che viene il fronte del sindacalismo conflittuale sembra presentarsi ancora più diviso che negli anni passati, quando le dirigenze di SI Cobas, Cub, Sgb, Adl Cobas e Usi Ait, si incontravano a luglio per proclamare con larghissimo anticipo lo sciopero generale per ottobre, escludendo Usb e Confederazione Cobas.
È fallito il processo di unificazione fra Sgb e Cub, proclamato fin dal primo congresso dello Sgb (febbraio 2017). Ma la maggioranza delle strutture lombarde, e parte di quelle venete e romana hanno deciso di aderire ugualmente alla Cub e di fatto è già in atto una scissione che coinvolge quasi la metà del piccolo sindacato, che aveva baricentro in Emilia Romagna e che era nato da una scissione dall’Usb nel febbraio 2016. I rapporti fra Sgb e Cub sono divenuti quindi pessimi e la seconda ha pensato bene di proclamare, il 14 luglio, uno sciopero generale da sola per il 23 ottobre.
È interessante notare come alcuni dirigenti lombardi dello Sgb quando erano nell’Usb avevano sostenuto la scelta di aderire al Testo Unico sulla Rappresentanza e osteggiato l’azione dei nostri compagni volta a far revocare quella decisione. Oggi si apprestano a entrare in un sindacato – la Cub – che certo li accoglierà ma che ha fatto della firma della dirigenza Usb del TUR la ragione per condurre una sorta di guerra di religione a quel sindacato, escludendo “senza se e senza ma” ogni azione unitaria con esso. A conferma di come l’uso della questione del TUR per almeno una parte della dirigenza della Cub fosse solo strumentale.
Quindi, attualmente i fronti nel sindacalismo di base sarebbero non più due bensì almeno tre: da un lato il SI Cobas, la cui dirigenza marcia dritta col suo irrinunciabile progetto sindacal-politico; poi la Cub la cui dirigenza ha già proclamato lo “sciopero generale”; infine l’Usb, i cui capi si distinguono per pervicacia nell’ignorare le altre organizzazioni sindacali conflittuali. Sarà da vedere cosa faranno la Confederazione Cobas ed i sindacati più piccoli, come Sgb e Adl Cobas.
In questo quadro disarmante e a fronte dell’ulteriore passo indietro delle dirigenze del sindacalismo conflittuale, la strada indicata dal Coordinamento Lavoratori e Lavoratrici Autoconvocati emerge in modo ancor più nitido come quella necessaria e corretta. Occorre cioè unire i militanti di tutte le organizzazioni e aree del sindacalismo conflittuale che vogliono battersi contro l’azione di divisione della maggioranza delle dirigenze per imporre l’unità d’azione ad un ventaglio il più ampio possibile di organismi.
A questo scopo, fatto il bilancio della situazione, il CLA ha lanciato un “Appello per l’unità di classe – Per uno sciopero generale unitario e unico di tutto il sindacalismo di base e conflittuale!”.