Il valore dell’isolamento Pt.1
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Il momento politico che si attraversa in Italia è difficile da comprendersi ed ancora maggiori difficoltà presenta per i partiti che vogliono in esso tracciare la loro via.
L’incertezza che domina nell’ora attuale in tutti i campi, dalla economia alla politica, fa sì che tutti i partiti abbiano finalità, coscienza, tattica e contorni poco definitivi, e che i loro rapporti di affinità o di opposizione, di alleanza o di conflitto si presentino molteplici e mutevoli oltre ogni dire.
In questo caos di forze e di tendenze, il partito politico marxista della classe lavoratrice, non ostante le recenti vicende critiche del suo sviluppo, ha il dovere, ed ha anche, secondo noi, ove utilizzi tutte le esperienze del suo passato e del movimento internazionale di cui è parte integrante, la possibilità di orizzontarsi felicemente, di tracciarsi un indirizzo sicuro verso la sua meta.
Non intendiamo dire soltanto delle direttive generali che scaturiscono dalla dottrina e dai capisaldi programmatici del movimento comunista, ma ancora del contegno da tenere in presenza dell’attuale situazione da comprendere appieno secondo il metodo critico marxista e dirigersi attraverso essa utilizzandone lo sviluppo particolare alla realizzazione delle proprie finalità rivoluzionarie.
Un primo aspetto di questo insieme di problemi tattici è il rendersi conto della funzione di tutti gli altri partiti e movimenti politici, per dedurne l’atteggiamento che occorre serbare nei loro confronti.
Non intendiamo riferirci alla considerazione delle infinite circostanze di fatto le quali, da un’analisi della crisi economica, ad un esame anche superficiale della corrente cronaca politica, conducono alla conclusione che siamo in un periodo di estrema instabilità delle istituzioni politiche che reggono il paese e dei rapporti sociali che trovano in quelle la loro espressione e la loro protezione, che le forme dello Stato appaiono in procinto di essere, più o meno profondamente, più o meno brutalmente modificate.
Quello che è difficile nel momento attuale è il definire il senso e la portata in cui tende a concretarsi questa mutazione di reggimento politico che tanto chiaramente si preannunzia.
Il lato scabroso della questione è lo spesseggiare di tendenze politiche e di programmi più o meno definiti e tra loro distinti che si potrebbero chiamare rivoluzionari.
Poiché in un certo senso esteso della parola è rivoluzionario ogni movimento che tenda a mutare i limiti costituzionali delle istituzioni, adoperando mezzi che per poco esorbitino dalla abituale esplicazione della funzione dei partiti nei quadri della legalità. Non è indispensabile che i mezzi di azione che tali correnti adoperano o dicono di voler adoperare giungono all’impiego della violenza armata insurrezionale: come per il passato si avevano colpi di Stato attraverso la limitata cerchia di una congiura di palazzo, così l’odierno regime democratico lascia intravedere la possibilità di rivolunzioncelle che abbiano teatro, anziché la piazza, i corridoi del Parlamento e l’anticamera dei ministeri.
Oggi in Italia vi sono tanti di questi movimenti che “tendenzialmente” possono aspirare alla qualifica di rivoluzionari, vi sono tanti programmi di rivoluzioni, ossia tanti progetti di tipo di reggimento sociale o statale da sostituire a quello vigente, che ne resta ottenebrata la chiarezza di quella fondamentale antitesi tra due sole forze nemiche, nella quale soltanto si delinea efficacemente il divenire della rivoluzione, di quella vera e formidabile che si concreta nella precisa concezione che ne abbiamo. L’esistenza di troppe specie di rivoluzionari rende difficile la rivoluzione nel senso che ingombra alla chiara impostazione definitiva della lotta rivoluzionaria.
Tra l’ingombro di queste forze la critica e l’azione comunista devono ad ogni costo e sinceramente, spezzando e sprezzando pregiudizi ed opportunismi, farsi luce ed aprirsi una via.
L’interrogativo che più imbarazza i componenti di cose politiche, che tra noi per somma sventura pullulano ogni giorno di più, è quello di classificare i vari gruppi e movimenti rivoluzionari o semi-rivoluzionari secondo la comune estimazione politica della destra e della sinistra.
Con ben altro criterio i comunisti debbono svolgere l’analisi della situazione, preoccupandosi di ridurre a unità le forze della conservazione, interpretando accortamente il valore conservatore di taluni movimenti, dalle scapigliate pose avanguardiste, e di condurre ad effettiva unità di coscienza e di metodo quelle forze che effettivamente dovranno inalvearsi nella realizzazione rivoluzionaria.
Non pretendiamo di fare una rassegna completa dei movimenti che inalberano un programma non in tutto “legalitario” ma solo di accennare qualche lato saliente di essi che serve bene a fissare analogie e differenze.
Ripetiamo un nostro noto concetto dicendo che non crediamo alla possibilità del colpo di stato di destra, della rivoluzione a rovescio, che ci regali un regime peggiore di quello monarchico e parlamentare che godiamo. Questo ridicolo spauracchio è stato troppe volte agitato da demagoghi di tutti i colori, perché si possa prenderlo sul serio.
Si è a volte annunziata la “dittatura militare” di Cadorna o di Giardino, del Duca d’Aosta o di D’Annunzio. Questi signori, col consenso dell’alta banca, dei pescicani e degli agrari e dei capi militari avrebbero chiuso il Parlamento e sostituito l’attuale reuccio.
In realtà tutti questi presunti movimenti di destra, diretti a tornare all’indietro, mostrano, in quanto non sono pure invenzioni, caratteristiche comuni coi movimenti dei pseudo rivoluzionari di sinistra. Tutti qui candidati dittatori e fautori di dittature reazionarie sono infatti usciti dalle file dell’interventismo, che, come a tutti è noto, aveva promesse politiche di “lotta contro la reazione feudale, clericale e militare” degli Imperi Centrali, pose di avanzata democratica, e militanti socialistoidi e sindacalisteggianti.
L’ipotesi di un attentato da “destra” all’attuale assetto statale italiano, per le ragioni dette in altri nostri scritti, è dunque da lasciare senz’altro da parte, per volgere la nostra attenzione alle correnti che aspirano ad una rivoluzione fino ad un certo punto, e, come dicevamo, ingombrano fastidiosamente il campo della lotta, incrociandosi maledettamente tra loro.
Diciamo subito che la tesi a cui giunge sicuramente la critica comunista è che tutti questi progetti non sono che piani per la migliore difesa e conservazione delle istituzioni presenti, introducendo in esse modifiche esteriori, per lasciare sussistere il contenuto essenziale; il sistema della economia privata e libera, ossia il capitalismo, ed il meccanismo democratico dello Stato, ossia il parlamentarismo.
Ogni lavoro politico diretto a far convergere l’attenzione e lo sforzo proletario in tali direzioni deve dai comunisti essere considerato come contro-rivoluzionario. Esistono, è vero, tra i movimenti che si propongono all’assalto dell’attuale regime taluni che non potremo classificare come anti rivoluzionari, seppure dissentiamo dai loro programmi, e sono il movimento sindacalista e quello anarchico, che ne costituiscono in fondo uno solo diviso in molte sfumature. Tuttavia il partito comunista deve rendersi conto del pericolo rappresentato dal fatto che questi movimenti, quasi a dimostrazione dei gravi errori di metodo rivoluzionario che contengono, presentano ogni tanto degli strani punti di contatto sentimentali, ed un pochino anche programmatici, con quelle prime correnti, nettamente controrivoluzionarie e disfattiste dell’azione proletaria. Perché in tutto questo la impazienza rivoluzionaria, la mania di battere in un senso quasi sportivo il record dell’estremismo, giocano una parte pericolosa generando il confusionismo rivoluzionario, la tesi semplicistica e facilona che, pur che si cominci ad agire, bisogna accettare tutte le alleanze, senza guardare troppo per il sottile alla finalità diversa della nostra che muoverà gli alleati in un primo momento.
Il movimento anarchico e sindacalista, nella sua opera di propaganda, fa ogni tanto senza quasi accorgersene delle concessioni, o per lo meno rilascia dei brevetti di rivoluzionarismo a quelli che sono in realtà i più insidiosi nemici della causa proletaria.
Questo si constata talvolta nel semplice riconoscimento di alcune ideologie di altri partiti politici, tal’altra nella tattica effettivamente adottata nei momenti di maggiore tensione della situazione.
Ci limiteremo ad esempi. Una serie di sfumature insensibili ci può condurre dagli anarchici… a quei tali presunti dittatori “di destra” di domani. Guardiamo a D’Annunzio. Egli è tanto poco un reazionario nel senso che voglia sopprimere i due cardini della democrazia: regime a suffragio larghissimo, illimitata libertà alle corporazioni sindacali riconosciute dallo Stato che a questi concetti ha ispirato la “costituzione fiumana”. Questo stesso programma è stato esaltato in un recente convegno dei giovani “corridoniani” ossia di quei giovani sindacalisti rimasti con quella parte della Unione Sindacale che passò all’interventismo più smaccato, la Unione del lavoro dei De Ambris, ieri luogotenenti dannunziani ed oggi leaders politici di quel movimento. Orbene Guerra di Classe, organo dei sindacalisti rivoluzionari, esamina con espressioni di simpatia quel programma, pur facendo naturalmente delle riserve, che però non sono le giuste riserve che ne possono colpire i lati antirivoluzionari. Che quel programma e quell’atteggiamento politico siano veramente sindacalisti è cosa che lasciamo giudicare a Guerra di Classe, ma che siano veramente “rivoluzionari” ecco quello che mettiamo in gran dubbio. I corridoniani sono per la “repubblica sociale dei sindacati” e nella loro replica al giornale del sindacalismo ufficiale chiariscono questo loro concetto: uno Stato ultraliberale, che garantisca la libertà e l’ordine per tutti i cittadini, che non si immischi nelle cose della economia, e che lasci libero campo alla funzione dei sindacati operai.
Questo concetto non è nemmeno in parte rivoluzionario: Guerra di Classe si limita a trovarlo poco preciso, ma ciò nonostante trova rivoluzionario il programma nel suo insieme: a questo errore essa è condotta dall’errore intrinseco del metodo sindacalista come metodo rivoluzionario, e così ci fornisce uno di quegli esempi indiretti che mostrano il pericolo dei movimenti rivoluzionari affini al nostro, ma non chiaramente orientati sul terreno del comunismo internazionale marxista. Una repubblica sociale, uno Stato, una costituzione come la pensano D’Annunzio e i giovani corridoniani, col suo ultraliberalismo nel campo sindacale, è uno Stato ultraliberale con le intraprese del capitalismo, in quanto rinunzia alla funzione di intervento regolatore nella economia. Non è che una mascheratura abilmente rivoluzionaria dell’attuale Stato borghese, colla sua vernice di eguaglianza democratica e di neutralità sociale, e la effettiva sua funzione di guardiano armato dello sfruttamento capitalista. Troppa fretta ha il giornale sindacalista a compiacersi di quella concezione come schiettamente “libertaria e sindacalista”. Il che conduce a domandarsi se non sia molto più facile essere libertari e sindacalisti che efficacemente e realmente rivoluzionari nel senso classista. Le obiezioni di Guerra e Classe sono infatti incomplete. Cosa vuol dire questa repubblica neutrale, essa si dice, se dovrà essere la repubblica sindacale in cui, rovesciato rivoluzionariamente il potere borghese, le funzioni dello Stato sono rimpiazzate da quelle dei Sindacati? La riserva è tanto insufficientemente rivoluzionaria che essa ricorda una stretta parentela con un altro piano di pseudo rivoluzione caratteristico nella politica italiana: quella costituente professionale dei riformistoni confederali che, come la costituzione dannunziana, pretendeva di avere sapore di sovietismo!!
E tutto questo conduce alla sana concezione rivoluzionaria comunista, e indica uno dei pericoli della incompleta impostazione del problema rivoluzionario, poiché non si avrà vittoria rivoluzionaria del proletariato se la lotta non si delinea ad abbattere insurrezionalmente l’attuale potere costituito, per costituirvi, con chiarezza di finalità e ferrea volontà rivoluzionaria, l’unico reggimento politico che non sia una delusione delle masse e una rivincita della controrivoluzione: la forza politica statale organizzata saldamente nelle mani del proletariato: la dittatura di questo; lo Stato di classe, artefice dell’intervento rivoluzionario economico; in quanto ogni forma di neutralità statale dell’economia e di eguale distribuzione a tutti della libertà, è falsamente rivoluzionaria, è anzi squisitamente reazionaria e significa conservazione del regime borghese.
Un altro esempio: un denominatore comune di quelle formulazioni “rivoluzionarie” che hanno il solo valore di diversivi all’azione del proletariato è il sentimento “nazionale”. Tutti vogliono far la rivoluzione “per la nazione”. I veri rivoluzionari sono invece quelli che la vogliono compiere “per la classe”, se anche dopo si potrà parlare come di uno Stato di classe, di una “nazione di classe”, di cui i peggiori nemici e “stranieri” saranno i borghesi italiani.
Mentre è evidente che questo denominatore nazionale sta alla base dei programmi di “rinnovamento” dei fascisti, dei dannunziani, dei legionari, degli arditi del popolo, dei Giulietti, dei corridoniani, ecc. ecc., sembrerebbe ingiusto farne carico ai sindacalisti e agli anarchici, che hanno fatto aperta professione di antipatriottismo. E noi non vogliamo certo accusarli di nazionalismo, solo indicare su questo terreno un’altra loro inclinazione a confluire talvolta con tutti quegli altri movimenti, sia pure per un momento e con valore incidentale, ma in modo da fornire un’altra prova della intrinseca debolezza programmatica e tattica dei metodi loro proprii.
In una polemica che si svolge su Umanità Nuova, Luigi Fabbri, rispondendo alle critiche di Damiani sull’atteggiamento politico degli anarchici italiani negli ultimi anni, rivendica la opposizione alla guerra e al patriottismo borghese, ma ha pure qualche frase come questa: «insorgemmo anche contro i socialisti a difesa dei volontari caduti nelle Argonne quando alcuni vollero di questi non solo criticare le opinioni ma anche offendere il coraggio». E nella citata critica di Guerra di Classe al programma dei corridoniani è passata per buona e lodevolmente rivoluzionaria questa ridicolissima formulazione. «Sindacalismo vale a dire concezione libertaria e latina in perfetta antitesi con comunismo concezione autoritaria e teutonica, che ha preso la cittadinanza slava, ecc.». Questo non vuol dire altro che quei movimenti libertari, con la loro esitanza ad accettare l’unica vera tesi rivoluzionaria: dittatura statale e accentramento, al di fuori della quale non c’è che un’altra ipotesi storica: consolidamento del domino borghese, cadono nel tranello di valorizzare autentici controrivoluzionari. Le riserve alla tesi comunista, o meglio alle sue adulterazioni a scopo di deviazione delle masse, si traducono bene in quel semi-nazionalismo rivoluzionario. Si propone da molte parti una rivoluzione si, ma una rivoluzione latina, ossia “libertaria”, preoccupata degli interessi nazionali. Questo, per la illuminata critica rivoluzionaria, vuol dire uno strozzamento, una castrazione della rivoluzione, fermandola nel momento in cui piomberà su quella parte della nazione che è controrivoluzionaria, per immobilizzarla nella stretta potente della sua dittatura. Ed è deplorevole che, per la mania di criticare il comunismo, l’autoritarismo, l’intervento rivoluzionario accentratore statale dell’economia, i rivoluzionari autentici sindacalisti e anarchici si pongono a fare il gioco del falso rivoluzionarismo, del confusionismo rivoluzionario, ultimo espediente di conservazione della borghesia.
Un’attenta considerazione di questi problemi e di questi contatti, di cui abbiamo dato solo qualche saggio sperando di farci in tal modo intendere più facilmente, dovrebbe servire, attraverso l’assidua propaganda nostra, a condurre tutti gli amici veri della rivoluzione sul terreno delle tesi comuniste, con la riprova indiretta che ogni altra via conduce a trovarsi gomito a gomito coi nemici del proletariato. Questa debolezza “nazionale” non è forse anche condivisa dal partito socialdemocratico i cui capi di destra gridano: Viva l’Italia! I cui capi di sinistra distinguono tra il fallimento dello Stato e quello della “economia nazionale”?
Ad un altro articolo gli aspetti più concreti della questione e le conclusioni nei riguardi della tattica che noi dobbiamo adottare nel campo in cui agiscono, pericolosamente confusi, i rivoluzionari e i ciarlatani della rivoluzione.