Partito Comunista Internazionale

La piccola borghesia in Corea chiede la sua parte del plusvalore proletario

Categorie: Asia, Democratism, Korea, Opportunism, South Korea

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Da metà giugno giungono dalla Corea del Sud notizie di oceaniche manifestazioni studentesche in nome della democrazia in tutte le principali città del paese. Il tutto avrebbe avuto inizio il 10 giugno quando il generale Chun, l’attuale presidente, decise di nominare « erede e successore » il generale Roh; le manifestazioni sono culminate nella « grande marcia della pace » di venerdì 26 giugno dove a gran voce si chiedeva una riforma costituzionale e la scelta del presidente non più affidata ai 5000 grandi elettori dell’assemblea nazionale, (Roh sarebbe stato di fatto l’unico candidato) ma all’intero elettorato con votazione diretta.

Grande risalto è stato dato dai giornali occidentali e da tutto l’apparato di informazione statale a questi avvenimenti: piace la Corea del Sud per il suo « miracolo economico »; rilevano soddisfatti i giornalisti servi del regime come, « da paese agricolo » devastato dalla guerra, è divenuto un paese industriale ormai uscito dal sottosviluppo, anzi Stato guida alle nazioni in via di industrializzazione, che in venti anni ha moltiplicato per ventidue volte il proprio prodotto nazionale lordo; ma soprattutto piace alla nostra borghesia lo « stile » della protesta: « all’ora fissata, alle sei del pomeriggio, a giornata lavorativa finita, i giovani universitari manifetano al canto dell’inno nazionale, sventolando bandierine nazionali… e nel paee continua a regnare la pace sociale, non si profilano scioperi né fratture fra chi manifesta a chi sta a casa » (Unità del 28/6). Una volta sicuri che la classe operai non si muove i giornalisti non hanno remore e giù a descrivere come gli studenti siano applauditi dai balconi al loro sfilare e come abbiano l’appoggio del ceto medio, della chiesa cattolica e addirittura anche dei monaci buddisti; come la polizia si limiti ad usare esclusivamente gas lacrimogeni al pepe (originale innovazione tutta orientale) contro i dimostranti. Tensione c’è stata, gli arresti sono stati numerosi e c’è scappato anche il morto, ma si tiene a precisare a sottolineare che la parola d’ordine del Partito democratico dell’opposizione è « lottare in modo pacifico e non violento ».

Come leggiamo noi comunisti tutto questo?

Certo la Corea del Sud è un paese moderno e industrializzato, come già spiegammo in un articolo del nostro giornale in occasione degli scioperi del ’79, e il passaggio dal sottosviluppo a campione mondiale della produttività è avvenuto e si mantiene con lo sfruttamento più bestiale della classe operaia. In Corea del sud la settimana lavorativa è di 72 ore, con i salari ancora da terzo mondo, gli operai sono privi di assistenza, di pensioni, i giorni di ferie sono 3 o 4 l’anno, nessuna libertà sindacale e lo sciopero è vietato. La classe operaia è stata messa a tacere con la repressione del ’79, quando ha pagato con un bagno di sangue l’eroico tentativo di rivolta per conquistarsi condizioni di vita più umane e la repressione fu condotta proprio da Chun e dal suo delfino Roh. Ora ha dunque buon gioco la piccola borghesia urbana e intellettuale frutto della moderna industrializzazione, a chiedere un regime democratico più adatto ai suoi traffici. Si noti che in Corea del sud per esempio ancora non esiste libertà di stampa.

Gli Stati Uniti sono d’accordo per questa svolta democratica del regime e sono stati presenti in Corea fin dalle prime avvisaglie di tensione tessendo contatti con tutte le personalità politiche locali; la posizione americana si riassume nella dichiarazione esplicita di Shultz che « invita i leader sud-coreani a consentire un passaggio dei poteri di governo nel rispetto della volontà popolare ». In tal modo gli USA vogliono salvare i propri interessi militari in uno Stato che considerano baluardo contro il blocco comunista asiatico, né intendono subire i contraccolpi del sostegno dato a un tiranno visto che nelle manifestazioni sono già apparsi slogan antiamericani. Comprensibilmente quindi hanno messo in guardia il presidente Chun dalla tentazione di ricorrere alla legge marziale per così poco: in fondo si tratta solo di scegliere un presidente con una scheda elettorale, basta non si muova la classe operaia!

L’imbelle schieramento democratico coreano ha subito accettate per buone le labili promesse fatte da Chun, senza insistere su un programma ben definito e si è dichiarato soddisfatto dimenticandosi che la Corea del sud ha una lunga storia di brogli elettorali e di colpi di mano che hanno più volte defraudato l’opposizione della vittoria conquistata nelle urne. Così di buona lena l’apparato statale si è messo al lavoro per rifare la faccia al candidato governativo Roh per assicurargli comunque la vittoria presidenziale, « i telegiornali parlano solo di lui, lo hanno fatto vedere mentre ordinava la liberazione degli studenti arrestati nelle dimostrazioni di piazza, lo hanno ripreso mentre incontrava il comitato che organizza le Olimpiadi, grande miraggio di tutti i Sudcoreani desiderosi di una ratifica internazionale dei successi economici ottenuti ».

In Corea del Sud ci si appresta a introdurre un nuovo governo, con il benestare americano, che comunque sarà avverso al proletariato e alle classi oppresse quarto il precedente. La classe operaia è al di fuori da queste volgari manovre e infatti rilevano i giornalisti che Seul, alle dichiarazioni di cambiamenti democratici del generale Chun, « è indifferente nella sua routine lavorativa », mentre stupidamente Kim Dae Jung, l’oppositore del governo, dichiara ai giornalisti « i coreani dovrebbero far festa nelle strade, per me questa è la più bella notizia della mia vita ». E aggiunge: « la democrazia è più efficace della dittatura nella lotta contro il comunismo », ove il comunismo che si teme non è solo e tanto quello « fra Stati », che viene dal nord…