Kansainvälinen Kommunistinen Puolue

Battaglia Comunista 1948/II/12

Il rullo compressore delle due democrazie

Antiproletarie per la prospettiva storica che fa di esse poli contrastanti del conflitto imperialistico e quindi della guerra, le forze politiche che muovono nel quadro della democrazia parlamentare e della democrazia popolare lo sono egualmente per l’opera concorde che sistematicamente svolgono per schiacciare sotto il loro modernissimo rullo compressore il proletariato. Al di sopra del contrasto imperialistico c’è fra loro una unità profonda, l’unità che si realizza nel contrasto stesso, per la difesa del dominio di classe. 

Gli anni intercorsi fra la fine della guerra ed oggi hanno visto, a conferma schiacciante dell’inesistenza di un fondamentale contrasto fra democrazia e fascismo, il sistematico, metodico, inesorabile rafforzamento della macchina repressiva dello Stato. Lo Stato padrone dei fascisti ha subito, in regime di democrazia, un perfezionamento tecnico che ne fa oggi uno strumento perfetto di compressione e di stritolamento dei moti di classe del proletariato, uno strumento che ha la mobilità, l’efficienza e la spregiudicatezza dei più moderni ordigni di guerra. La democrazia di oggi, quella tal democrazia che avrebbe dovuto seppellire il fascismo come regime di violenza organizzata e totalitaria, passerà alla storia nella coscienza dei proletari come il regime degli sfollagente, dei reparti di carabinieri aerotrasportati, dei gas lacrimogeni, delle jeeps, quando, riprendendo ed ingigantendo le esperienze fasciste, non si farà ricordare come il regime dei campi di concentramento, delle deportazioni in massa, dell’eliminazione diretta od indiretta, violenta o cortese dell’avversario. E si sa che, in questa opera ricostruttrice e perfezionatrice degli strumenti di repressione a… difesa della libertà, tutti i partiti della costellazione democratica hanno una responsabilità solidale, che lega Scelba a Romita, Schuman a Thorez, i neo-dittatori dell’Europa orientale ai loro ex compari della democrazia d’occidente, Truman a Stalin e tutti insieme alle ormai pallide ombre dei loro cosiddetti avversari di ieri, Mussolini e Hitler. 

Lo Stato democratico ha dotato delle sue armi migliori la polizia “popolare”, ha quasi dovunque, in America come in Francia, in Russia come negli Stati balcanici, cancellato dalle sacre tavole degli eterni principi il diritto di sciopero, ha fatto dei sindacati delle succursali delle prefetture e delle questure nella santa missione di mantenere l’ordine sociale, ha stretto nel suo pugno le leve dell’economia, ha trasformato in impiegati dello stato i lavoratori delle industrie nazionalizzate. 

Su scala internazionale, la democrazia antifascista ha instaurato un regime accentrato di polizia che fa dei tre grandi i questori del mondo, dei loro eserciti i corpi di P.S. dei quattro continenti, delle nazioni satelliti le docili pedine di un gioco feroce di dominazione e di repressione; ha “protetto” amici e “liberati”, giusto come Hitler, mettendo un carabiniere davanti alla loro porta di casa. 

Ha risolto il problema del salario con le tregue, quello della disoccupazione con lo sblocco dei licenziamenti, non ha dato pane ma ha dato in compenso la bomba atomica. Ha ripetuto agli operai: producete di più e consumate di meno; ed ha aggiunto: a consumare ci penserò io, giacché quello che produrrete non servirà per le vostre bocche, servirà per le bocche dei cannoni. 

Ed anche in questo, le responsabilità di tutti i partiti della ricostruzione democratica è unica, perché tutti insieme, anche se oggi divisi, hanno portato la loro pietra alla costruzione della gigantesca prigione in cui langue oggi, all’insegna dell’Uguaglianza, della Fratellanza, della Libertà, il proletariato di tutti i Paesi. 

Ma non hanno soltanto messo intorno alla classe operaia la camicia di forza di uno Stato ferocemente oppressivo. Hanno anche ottenuto di farne lo schiavo diligente che si scava quotidianamente la tomba cantando gli inni della sua redenzione. Hanno chiesto ed ottenuto dalla classe operaia che si lasciasse scannare per il trionfo della libertà di cui sopra; hanno chiesto ed ottenuto che ricostruisse, nell’illusione non ancora svanita di erigere la propria casa e di edificare il socialismo; che rinunciasse alle sue rivendicazioni di classe a vantaggio della patria; che producesse di più nell’unità di tempo perché le fabbriche dei suoi padroni rinascessero e le galere distrutte riaprissero i loro battenti. 

Oggi, chiedono ed ottengono lo stesso risultato chiamando gli operai ad agitarsi perché trionfi il piano Molotov e perisca il piano Marshall, o viceversa. Tutto hanno falsato e distrutto: il sindacato, divenuto organo di incremento della produttività operaia; lo sciopero, divenuto arma di rincalzo dell’imperialismo; le organizzazioni politiche del proletariato, divenute strumenti di governo; il nazionalismo sostituito all’internazionalismo; la lotta contro lo “straniero” sostituita alla lotta contro lo sfruttatore; le rivendicazioni proletarie soppiantate dalle rivendicazioni patriottiche: Trieste, le colonie, Briga e Tenda gettate in pasto alla torbida demagogia dei ceti medi. 

Questa è l’opera che i partiti della ricostruzione hanno svolto e continuano, in mutate condizioni, a svolgere: ed era giusto che si chiamassero “della ricostruzione”, perché ricostruire l’apparato produttivo e di governo del capitalismo non si può senza distruggere gli strumenti autonomi di classe del proletariato. 

Essi, i ricostruttori dello Stato e delle chiese, gli amnistiatori dei fascisti, gli apostoli della Patria, i concorrenti nello sfruttamento delle più torbide passioni nazionalistiche, gli organizzatori di una pace da commissari di polizia e di una democrazia da manganellatori, possono ben stringersi la mano al disopra di tutte le frontiere e di tutti i temporanei contrasti, e insignirsi a vicenda dei supremi attestati di merito del progresso borghese. 

Parlamentare o popolare, orientale od occidentale, la democrazia è passata come un gigantesco rullo compressore sul corpo del proletariato. Era la sua missione. Può ora, con tranquilla coscienza, pensare alla guerra.

La società dei gaglioffi (o i gaglioffi nella società)

Secondo la formula in uso nella battaglia elettorale in corso e largamente usata dai partiti aderenti agli imperialismi in lotta, gli avversari non sono degli individui le cui ideologie divergono dalle proprie, ma sono dei ladri, degli speculatori, dei venduti allo straniero, dei traditori della patria e del popolo ecc. ecc. (Noi ci accontentiamo di applaudire le due parti).

Ma la penna di uno scrittore dell’altezza di Indro Montanelli non poteva, evidentemente, servirsi di termini sì banalmente triviali degni degli Ulisse di destra e di sinistra, e si è servito, in un articolo sul «Candido» del 14 scorso, dell’aggettivo «gaglioffo» (sulla cui eleganza, sinteticità e causticità non ci sono dubbi) per descrivere la personalità di Giovanni Pirelli junior, che ha aderito al fronte socialcomunista ed esercita la sua oratoria per esso..

Non discutiamo gli apprezzamenti del Montanelli; soltanto vorremmo ci facesse conoscere l’araba fenice che abbia il diritto di dare impunemente del gaglioffo senza correre il rischio di una giustificata ritorsione a un qualsiasi membro della società piccolo-borghese e dell’alta borghesia, che lui conosce così bene.

Nel caso specifico, il Montanelli accusa il Pirelli di essere passato al nemico tradendo la causa della democrazia, della libertà, ecc.; in altri termini, di aver tradito gli interessi della sua classe buttandosi nelle braccia del comunismo. Il Montanelli falsa la realtà coscientemente, e la prova la fornisce egli stesso in una corrispondenza sulla Spagna, dove afferma ― dimostrando di non essere del tutto ignorante in fatto di comunismo ― che il movimento partigiano spagnolo, dominato dagli staliniani, non ha di comunista che il nome.

Si può accusare l’alta borghesia capitalista italiana di tradizionale impotenza a comprendere i rapporti di forza fra le potenze imperialiste; questo stato d’animo di eterno dubbio una parte lo risolve con la classica tattica del doppio gioco, tenendo il solito piede nelle solite due staffe; ma dire o pensare che i Pirelli tradiscano il loro interesse di classe è una patente menzogna perché i loro privilegi sarebbero difesi altrettanto bene in un regime statalista e poliziesco quanto in un regime di democrazia parlamentare e bacchettona. Se vi è un tradito in tutto questo è il solito pantalone: la classe operaia.

Il Montanelli tace prudentemente sul numero infinito di gaglioffi che pullulano nelle redazioni dei giornali benpensanti e nei cosiddetti circoli intellettuali e che «dignitosamente» ammorbano l’atmosfera politica italiana: tutti concordi nell’imbrogliare le carte quando, e avviene spesso, rivolgono la loro benevole attenzione alle masse lavoratrici.

Rivolta di lacchè! Non diversamente si può definire la sfuriata del Montanelli; il quale pare si sia beccato una solenne reprimenda se, in un successivo articolo, ha fatto una doverosa distinzione fra i due fratelli Pirelli e il loro rampollo, e fra l’alta borghesia italiana ed i due o tre grossi industriali che fanno il doppio gioco; tutto ciò con l’aria solenne della decrepita vestale della serietà culturale e della indipendenza politica.

Non ci aspettiamo alcuna risposta. Consideriamo impossibile che il Montanelli dall’alto del suo piedestallo ed in ossequio alla congiura del silenzio che da oltre un secolo circonda il marxismo, si degni di «rispondermi per le rime».