Totalitarismo del regime democratico
Mussolini, nei limiti del partito unico, procedeva a frequenti mutamenti del personale governativo, al «cambio della guardia». La fine della seconda guerra mondiale ha restituito alla società capitalista italiana i caratteri democratici sospesi nel corso del ventennio: il cambio della guardia può di nuovo esulare dai limiti del partito unico e sono di nuovo molteplici raggruppamenti politici che possono pretendere a turno alla gestione dello stato borghese.
Non sono e non possono essere considerazioni d’ordine formale a guidarci nello stabilire come funzioni il partito di classe. Questo è unico tanto per il proletariato quanto per la borghesia, e resta unico anche quando – come nella società democratica – si fraziona in settori antagonici. La sola diversità per le due classi è che, mentre per la borghesia esso resta unico anche se si spezza in organizzazioni che si disputano il potere, per il proletariato il partito può pretendere di esprimere gli interessi della classe operaia alla sola condizione di realizzare nel suo seno un accentramento rigoroso che da una chiarificazione programmatica e politica derivi la conseguenza dell’espulsione di tutte le forze che si ricollegano anche indirettamente alla classe avversa.
Il punto di congiunzione dei differenti ed antagonici partiti borghesi si trova sul fronte di classe: tutti questi partiti, dal democristiano al «comunista», compresi i satelliti di questi due grandi, perseguono la realizzazione di un punto programmatico comune: il sistema salariale deve essere mantenuto, il principio fondamentale della società capitalista – il lavoratore vende la sua forza lavoro – deve trovare nell’organizzazione dello stato lo strumento della sua applicazione. L’unico punto di divergenza fra i due grandi è questo: chi deve comprare la forza di lavoro, il capitalista individuale, o il capitalista-stato?
Dal fatto che la disputa fra i partiti borghesi verte non sul principio dell’organizzazione sociale, ma sul principio della sua gestione, si può legittimamente concludere che il motivo reale della opposizione fra i partiti borghesi sia nella necessità di determinare le condizioni che renderanno sempre più complicato e difficile il processo di formazione del partito di classe del proletariato.
Per i marxisti il significato della clandestinità si trova non nei suoi aspetti formali, ma in quelli fondamentali. La meccanica dell’organizzazione della società capitalista comporta la ineluttabilità del carattere clandestino del partito di classe o dei gruppi che operano in vista di ricostruirlo, sia che questa clandestinità si esprima in misure di polizia del tipo di quello che si chiamò il fascismo (e che si chiama oggi stalinismo) o nella possibilità offerta allo sfruttato di discutere ed anche battersi per stabilire «come» debba essere sfruttato, sa dal capitalista individuale o dal capitalista-stato.
Sarebbe errore madornale credere che questa possibilità esorbiti dai limiti che le sono imposti e intacchi il fronte di classe. Forze poderose presiedono alla difesa di questi limiti, e se è vano oggi dichiarar battaglia agli eserciti di poliziotti che al di qua e al di là della cortina di ferro difendono il principio dell’organizzazione sociale capitalista, è tuttavia indispensabile proclamare che la condizione per infrangere domani questi limiti è che sin da oggi sia riconosciuto che la lotta tra De Gasperi e Togliatti non è suscettibile di esorbitare dai limiti imposti dalla storia; che se anche dovesse passare dal quadro parlamentare a quello della violenza comporterebbe non una modificazione di sostanza ma di forma (il salariato passerebbe dalla funzione di elettore a quella di soldato della borghesia); che questa lotta è lotta interna della borghesia e che il proletariato potrà riaffermarsi solo ristabilendo la propria frontiera di classe, la quale comporta una simultaneità di opposizione sia contro l’uno, sia contro l’altro dei due contendenti. I marxisti non possono agire che nel quadro determinato dalle condizioni obiettive, ma uscirebbero dal tracciato fondamentale della lotta della classe proletaria se fuorviati dagli elementi suggestivi delle situazioni supponendo che la contesa De Gasperi – Togliatti contenesse gli elementi per passare oltre e trasformarsi in contesa di classe fra borghesia e proletariato.
Nella fase dell’evoluzione capitalista caratterizzata dall’esistenza di stati nazionali che contenevano nel proprio seno le frontiere di classe, le lotte interne dei partiti borghesi potevano mantenersi nei limiti «ragionevoli» delle battaglie parlamentari, e l’obiettivo della classe dominante si limitava ad attirare in questa quadro i proletari. La situazione attuale vede questa lotta uscire dalle frontiere nazionali, e il fronte di congiunzione dei partiti borghesi si trova sul terreno della meccanica del funzionamento della società capitalista nella sua espressione internazionale.
Lo stato capitalista italiano può tollerare che i proletari sgarrino e che di tanto in tanto rompano con la classe capitalista scioperando, occupando terre e fabbriche, ecc.; ma una cosa questo stato non può tollerare, che rompano la disciplina verso l’altra forza spiccatamente capitalista che ne monopolizza e dirige i movimenti: verso Togliatti e satelliti.
E’ su questo terreno che risulta evidente il carattere totalitario del capitalismo democratico, altrettanto totalitario di quello staliniano. Un’impostazione classista rivelerebbe nei fatti il carattere clandestino dell’azione dei gruppi marxisti che operano nel seno della ricostruzione del partito di classe. Il giorno in cui, non più come in Calabria o a Modena, i proletari vedranno nelle Camere del lavoro non più degli organismi suscettibili di assicurare la loro difesa ma dei fortilizi della classe dominante allo stesso titolo delle prefetture e delle questure, quel giorno De Gasperi si fregherebbe le mani se Togliatti riuscisse a stendere al suolo gl’internazionalisti, che non fosse più possibile ridurre al silenzio con le solite accuse di traditori e di venduti.
Ce lo ha insegnato Marx: la evoluzione passata e presente del capitalismo determina le condizioni per il suo capovolgimento. Queste condizioni dipendono non dalla nostra volontà ma dallo scoppio delle contraddizioni entro le quali si svolge il processo antagonico dell’economia capitalista. Da noi non dipende che una cosa o, più chiaramente, due: svelare la realtà della lotta fra De Gasperi e Togliatti (lotta interna della borghesia su fronte del funzionamento della società capitalista nella sua espressione internazionale) ed orientare in conseguenza la lotta del proletariato nel senso dell’opposizione simultanea all’uno e all’altro con l’obiettivo della distruzione violenta dell’apparato della borghesia (dalla polizia, dal parlamento, dalla magistratura, dall’esercito fino alle Camere del Lavoro); insomma, mettere in guardia i proletari sul tranello teso dal post-fascismo col presentare come loro conquista quella che in realtà è una nuova maglia del dominio borghese. Sotto Mussolini, si poteva non applaudire al regime; oggi – attraverso Togliatti – De Gasperi ottiene l’appoggio dello sfruttato al regime borghese.
I proletari non chiedono e non possono chiedere ai marxisti rivoluzionari di assicurare la difesa dei loro interessi e dei loro movimenti: essi ci chiedono di illuminarli sulla via nella quale sono impegnati e su quella che porterà alla loro finale rivolta. La catastrofe rivoluzionaria di domani sarà determinata dalla persistenza delle condizioni antagoniche in cui si svolge l’economia capitalista. I comunisti internazionalisti ne accelerano lo svolgimento perché svelano la realtà della funzione svolta dai complici staliniani di De Gasperi e la necessità di dirigere l’assalto contro tutti e due i rappresentanti italiani del capitalismo mondiale.
Imperialismo "vecchio" e "nuovo"
Ieri
Carattere essenziale dell’opportunismo è la pretesa di riconoscere ad ogni svolto che sono apparse forme nuove e inattese del capitalismo, per dedurne che tutto va mutato sia nelle valutazioni proprie della dottrina comunista, che nei metodi di azione del proletariato.
Se Marx, Engels, Lenin avessero ”saputo” che le cose dovevano prendere una tal piega, poniamo quella del ”nuovo” trilionario imperialismo alla Truman, indubbiamente – l’opportunismo dice – avrebbero essi in tempo sostituita la lotta di classe con la politica nazionale e l’emulazione internazionale, la dittatura proletaria con la democrazia popolare, la distruzione dei ceti intermedi con la difesa e l’alleanza colla piccola proprietà il piccolo commercio la piccola industria e il capitalismo ”patriottico” di Mao-Tse.
Così?…
Occorre rilevare come in Inghilterra la tendenza dell’imperialismo a scindere la classe lavoratrice, a rafforzare in essa l’opportunismo, e quindi a determinare per qualche tempo il ristagno del movimento operaio, si sia manifestata assai prima della fine del XIX e degli inizi del XX secolo. Ivi infatti le due caratteristiche più importanti dell’imperialismo, cioè un grande possesso coloniale e una posizione di monopolio del mercato mondiale, apparvero fin dalla metà del secolo XIX. Marx ed Engels seguirono per decenni sistematicamente la connessione dell’opportunismo in seno al movimento operaio con le peculiarità imperialistiche del capitalismo inglese. Per esempio Engels scriveva a Marx il 7 ottobre 1858 (ot-to-cen-to): ”Il proletariato inglese si imborghesisce sempre più, sicché questa, che è la più borghese di tutte le nazioni, sembra infine voler arrivare a possedere un’aristocrazia borghese e un proletariato borghese, accanto alla borghesia. Del resto ciò è in una certa guisa spiegabile per una nazione che sfrutta tutto il mondo”. Circa un quarto di secolo più tardi, in una lettera dell’11 agosto 1881, egli parla di quelle spregevolissime Trade Unions inglesi ”che si fanno guidare da uomini venduti alla borghesia o almeno da essa pagati”. E in una lettera a Kautsky del 12 settembre 1882 scriveva ancora: ”Ella mi domandava che cosa pensino i lavoratori inglesi della politica coloniale. Ebbene, precisamente lo stesso che pensano della politica in generale. In realtà non esiste qui alcun partito di lavoratori, ma solo conservatori e liberali radicali, e gli operai godono del monopolio commerciale e coloniale dell’Inghilterra sul mondo”. E lo stesso dice Engels nella prefazione alla seconda edizione della ”Situazione delle classi lavoratrici in Inghilterra”, nel 1892.
Qui sono svelati chiaramente cause ed effetti. Cause: 1) sfruttamento di tutto il mondo per opera del paese in questione; 2) sua posizione di monopolio sul mercato mondiale; 3) suo monopolio coloniale. Effetti: 1) imborghesimento di una parte del proletariato metropolitano; 2) una parte del proletariato si fa guidare da capi che sono comprati o almeno pagati dalla borghesia.
Par di vedere la espressione di consumato fastidio dei grandi politici di oggi di fronte a questa mania di ricamare su vecchie citazioni pescate negli scritti di Marx ed Engels, mentre oggi essi hanno approfondito esperito e navigato ben altro nelle acque della ”vita” politica. Ma nemmeno il merito di aver pescato è nostro. La nostra erudizione non vale molto più della nostra attitudine al moderno politicare, e si riduce a quella del pretonzolo che dinanzi ad ogni quesito trae di tasca il breviario. Era per l’occasione un libercolo: l’Imperialismo di Lenin, e non abbiamo altro fatto che copiare, dopo la domanda: Così?, fino a tutto il capoverso che tanto stupendamente ricapitola cause ed effetti dell’imperialismo.
Ciò ci occorreva da un lato per confutare la pretesa di Truman che i suoi piani di mondiale controllo ”nulla abbiano a che vedere col vecchio imperialismo” e dall’altro, dialettica aiutaci tu, la non meno assurda pretesa di Stalin e dei suoi che il loro piano di agitazione demonazionalpopolare ”nulla abbia a che vedere col vecchio opportunismo”.
Non siamo noi che abbiamo eretto a Lenin una tomba faraonica, e nemmeno noi che abbiamo chiesto agli eredi di Marx le sue spoglie per portare anche quelle al Cremlino. Né l’uno né l’altro avrebbero mai sognato che, lottando per l’abolizione della proprietà sul lavoro dell’uomo, come Cristo aveva lottato per abolire la proprietà sul corpo dell’uomo vivo, sarebbero stati amministrati coi canoni giuridici della proprietà sul cadavere. Senza avere nemmeno, i due primi rispetto al terzo, il privilegio di portarlo via dal sepolcro a scanso di profanazione di farisei. Pensando tuttavia ad un Marx, a un Engels, a un Lenin vivi tuttora, ci pare di poter sicuramente indurre che ravviserebbero nella politica americana di oggi i caratteri stessi di quella inglese di allora, e riconfermerebbero il metodo di lotta rivoluzionaria del partito di classe contro la borghesia indigena, concludendo anche oggi che i fenomeni di pianificazione mondiale capitalistica – a cui non si deve, come faceva l’opportunista Kaustky, contrapporre richieste reazionarie di libertà di commercio e di concorrenza, di pace e di democrazia (cap. IX di Lenin) – stanno a provare che l’involucro dei rapporti di proprietà e di economia privata va in putrefazione, ma può durare in putrefazione per un periodo relativamente lungo (che finirà tuttavia male se si fa troppo aspettare la puntura del bubbone opportunista).
Con queste testuali parole chiudeva Lenin al 26 aprile 1917 il suo scritto. La Rivoluzione di ottobre punse il bubbone. Rimasero nel mondo i germi, ed esso si è formato di nuovo, incombendo sul coperchio di quella tomba monumentale.
Oggi
Nel suo messaggio di Capodanno il presidente degli Stati Uniti ha tentato di impiantare la prospettiva caratteristica della nuova forma dell’imperialismo in cifre che pretendono di contenere un piano di mezzo secolo. Chi non fa piani oggi? Gli stessi sostenitori del classico liberalismo economico, che si fidava sul gioco spontaneo di forze e di leggi sufficiente ad avviare tutto per il meglio, basta che si lasciasse produrre commerciare e speculare chi voleva, sostengono capziosamente che la stessa massaia in atto di fare la quotidiana spesa per il pranzo regola le sue decisioni secondo un piano economico…
Comunque Truman studia la ricetta ed il bill di un pranzo che di certo non consumerà di persona, nell’anno duemila. Il capitalismo diviene ogni giorno di più un volgare scimmiottare del socialismo ed ecco che lo vediamo rubare il titolo del famoso romanzo utopistico del Bellamy…
Facciamo come gli astronomi che ipotizzano di essere su un apparecchio dotato di velocità superiore a quella della luce, e cominciamo dal duemila tornando indietro a questo vile 1950. Truman ci assicura che gli Stati Uniti avranno allora un reddito nazionale annuo di un trilione di dollari, e che attraverso la pace – dice alcune volte – o il controllo del mondo garantito da formidabili armamenti – dice altre volte – avranno triplicato il reddito di ciascuna famiglia rispetto a quello di oggi.
Oggi la Confederazione americana conta quasi 150 milioni di abitanti; dobbiamo pensare che secondo Truman saranno tra mezzo secolo almeno 200 milioni. Staranno sempre larghi: in 26 ogni chilometro quadrato, laddove in Italia siamo già oggi in 150. Il reddito pro capite, cioè per ogni abitante, sarà di cinquemila dollari annui, ossia 96 dollari per settimana, equivalenti circa a 64 mila lire nostre di oggi: quasi diecimila lire al giorno. Poiché con un simile standard di prosperità il signor Truman ci dice che il gettito presente sarà triplicato, oggi ogni americano dispone di 32 dollari per settimana, ossia 21 mila lire circa, appena tremila al giorno. Il reddito annuo medio è di 1670 dollari ossia un milione e rotti di lire e il reddito nazionale 250 miliardi di dollari. Deve essere così, dicono le statistiche. Un tale reddito è circa otto volte quello italiano che in base alle cifre date da Pella, cui avemmo occasione di ricorrere tempo addietro, si limita a 225 dollari annui, ossia 4,35 settimanali per abitante; in lire: 150.000 e 2900, appena 400 lirette al dì…
Il senso suggestivo del ”nuovo imperialismo” sta nell’aumento del tenore di vita del paese imperiale per questa via: investimento all’estero ultraredditizio dei capitali che trae dai suoi accantonamenti; programma di intensificazione e miglioramento dello standard di vita nei paesi sottomessi. Le cifre ”medie” servono magnificamente a questo scopo. Infatti Truman ha due giorni dopo dettagliato un piano economico di meno ampio respiro, di cinque anni appena. Sostenendo che, dopo una breve depressione tra il 1948 e il 1949, l’economia interna americana è già in forte ripresa, egli considera possibile un risparmio sul reddito nazionale di 300 miliardi di dollari in cinque anni, precisamente per i famosi investimenti privati all’estero che lo Stato garantirà dai ”rischi peculiari ad essi”. Dunque 60 miliardi annui, un 40% del gettito odierno che gli americani non consumerebbero, per poterlo investire: tanto consumeranno sempre cinque volte più di noi. Tuttavia già nei cinque anni il reddito sarà aumentato, prevedendo con sicurezza il presidente di elevarlo di almeno mille dollari annui per famiglia, assicurando al tempo stesso 64 milioni di jobs , ossia di posti, di impieghi, di occupazioni lavorative retribuite di ogni genere. Libertà eguaglianza fraternità e job, ecco i principii della perfetta moderna democrazia. Ed allora vuol dire che, se chiamiamo famiglia il gruppo di abitanti per ogni job, si deve salire da 4000 a 5000 dollari annui per famiglia, ovvero da 80 a 100 dollari alla settimana. Il capofamiglia occupato guadagnerà in media diecimilalire al giorno.
Che cosa accade nel mondo che attornia l’America trumaniana e dai suoi piani dipende? Compulsiamo un’altra statistica di fonte attendibile che confronta il guadagno settimanale di un lavoratore in tutti i paesi del mondo, ridotto in dollari americani. Al vertice sta la Confederazione americana con 27,62, alla base la Cina, con appena 2,40. Sono cifre di guadagno del lavoratore occupato, e quindi inferiori al guadagno medio di tutti i capifamiglia che hanno un job. Accade così che per l’Italia, paese povero, questa statistica dà dollari 6,86, ossia più del reddito medio per abitante, molti essendo gli abitanti senza reddito, pochi quelli con redditi alti – per l’America dà invece meno dei già riportati 32 dollari settimanali per abitante.
Questa scala impressionante non costringe certo il capitalismo pianificatore ad ammettere che per alzare lo standard di vita in America e in qualche altro paese associato al privilegio (nella scala attuale Canadà, Nuova Zelanda… precedono la stessa signora di un giorno, la Gran Bretagna) occorra ribattere ancora le già basse medie dei paesi di Oriente e dell’Occidente Europeo, arricchire cioè affamando il mondo. All’opposto: esportando insieme ai capitali la alta tecnica scientifica, tenuta su con dispendiosi istituti del Capitale statunitense, si vuole esaltare con la produzione il consumo estero, la stessa esportazione americana che i civilizzati potranno pagare in dollari Marshall. Il Piano ha per suo scopo di arrivare nei paesi ”assistiti” – nell’Italia del Sud, zona arretrata, l’assistito è quello che ha in sogno i numeri del lotto… – ad un reddito pro capite annuo di 350 dollari; ossia dollari 6,60 circa per settimana ed abitante, il che esige nei paesi non ricchissimi una resa del lavoro salariato di almeno 9 dollari settimanali al capofamiglia occupato. In Italia non ci siamo, ed infatti contro i 550 del Piano Truman, il reddito pro capite sappiamo essere di 225 dollari soli all’anno…
Non solo il piano mondiale modernissimo non ammette di voler affamare, ma dobbiamo avere il coraggio di dire di più. Per la dimostrazione che il sistema capitalistico deve cadere, per la rivendicazione del suo abbattimento, per il diritto, se così vogliamo esprimerci, di denunziarlo infame, non è condizione necessaria la prova che sopravvivendo abbasserà il tenore medio di vita mondiale. Il capitalismo deve cedere a forme di più alta resa economica oltre che per le sue infinite conseguenze di oppressione, distruzione e di strage, per la sua impossibilità ad ”avvicinare gli estremi delle medie” non solo tra metropoli e paesi coloniali e vassalli, tra zone progredite industriali e zone arretrate agrarie o di agricoltura primordiale, ma soprattutto fra strato e strato sociale dello stesso paese, compreso quello dove leva la sua bandiera negriera il capitalismo più possente ed imperiale.
La ricchissima e prosperosa America, dall’alto dei suoi 1670 dollari di tenore di vita, ne promette 350 ai paesi che di gradino in gradino scendono ai forse 50 della Cina rurale. Ma già le statistiche degli Stati della Confederazione danno un giudizio sulla vantata e progressiva prosperità. La media dei quattro Stati meno industriali scende a 150 dollari: nel Tennessee sono 137. Stanno peggio che in Italia. Ma qualche sergente del Tennessee sarà mandato a colonizzare la Calabria, qualcuno calabrese la Somalia… Vecchia storia.
Ben altro si vedrebbe confrontando le statistiche, se le cifre borghesi consentissero tale esame, del tenore di vita delle varie classi sociali. Vi sarà certo uno scarto più grande tra i re del capitale di Nuova York e i lavoratori del sottosuolo edilizio (per lo più italiani) che tra il primo farmer e l’ultimo agricolo del Tennessee. Non per niente nel programma di Truman rientrano misure per sostenere il prezzo dei prodotti della terra e non affamare i farmers dell’Ovest… a spese si capisce dei salariati dell’industria.
Lenin nel suo testo già illustra a fondo uno dei caratteri essenziali dell’imperialismo nella esportazione dei capitali, nell’investimento estero. Egli mostra come nell’anno 1917 i dati più suggestivi venissero da due paesi: Germania e Stati Uniti, che i suoi falsi scolari hanno dipinto come poli opposti del mondo, barattando il marxismo colle dottrinette borghesi.
I rivoluzionari marxisti ai piani di esportazione del capitalismo, della sua tecnica e della sua economia dai paesi più avanzati contrappongono dunque da Marx in poi la stessa forza, lotta di classe interna, distruzione del capitalismo a casa sua.
La scala statistica che abbiamo adoperata conduce ad un rilievo impressionante. Se la tagliamo in due all’altezza della Cecoslovacchia, tutti i paesi al di sopra sono con Truman, tutti quelli al di sotto con Stalin. Due sole eccezioni, che possono confortare le chances di carriera dei Nosaka e dei Togliatti: Giappone, Italia!
La cortina di ferro, vista dalla parte di Mosca, è una cortina d’oro.
La media dei paesi superiori è circa tripla di quella dei paesi inferiori. Sicché, anche se fosse vero che un terzo della popolazione del mondo sta già dal lato di Stalin, lo stesso non avrebbe che un nono delle forze economiche. I margini che si possono strappare al consumo di pace per una economia di armamento e di guerra, oggi che non gli uomini combattono ma le macchine, e quelli che combattono tendono a divenire tutti dei professionisti, sono in un rapporto ancora più disperato. Oltre quindi che essere traditrice della linea rivoluzionaria e di classe, la politica di una guerra su fronti nazionali, di una guerra di paesi poveri contro paesi ricchi – ed era in fondo questa la politica Hitler-Mussolini – è politica di disfatta. È la politica migliore che il piano Truman possa desiderare: uccide dai due lati della cortina la guerra di classe, assicura la finale vittoria mondiale alle armi ”occidentali”.
Sarà inutile calcolare le conseguenze preterintenzionali di una vittoria di Stalin, come fu inutile calcolare quelle di una vittoria di Hitler. Il trono massimo del capitalismo non tremerà sulle sue basi, aprendo una possibile via al cataclisma rivoluzionario, che, come Lenin vide, abbatta imperialisti ed opportunisti, vinti e vincitori, nella stessa rovina.
Rinfrescare la memoria Pt.3
Naturalmente, al governo insieme e insieme alla C.G.L. l’8.2.47 l’ Unità stampa un manifesto contro l’iniquo trattato di pace, firmato dalla CGIL e da … combattenti che dice: «Invitiamo i lavoratori italiani a sospendere ogni lavoro per 10 minuti». Poco dopo, è vero, De Gasperi, tornato dall’America presenta «scorrettamente» le dimissioni (26 febbraio), ma riprende poco dopo le redini «assumendosi precisi impegni per la difesa della repubblica». E poiché siamo in tema di «difesa» ricordiamo le belle e nobili battaglie condotte in quel tempo per l’esercito («l’onore delle armi italiane difeso alla Costituente» da Longo). Unità del 25.2.47: «Noi siamo contro i responsabili che hanno portato l’esercito italiano non alla guerra ma al massacro». Meno male la guerra, ma il massacro! Le viscere dei «comunisti» di Togliatti sanguinano: «I capi hanno il compito e il dovere di preparare l’esercito per la guerra e per la vittoria, non per la sconfitta»: la distinzione fra guerra e massacro si tramuta in quella fra vittoria (o massacro dell’avversario) e sconfitta (o massacro dei connazionali). «Si dice che noi comunisti, noi partigiani, noi combattenti della guerra di Liberazione nazionale, siamo contro l’esercito. E’ una menzogna e una calunnia!». Solo che i comunisti vogliono un esercito rinnovato: «Poniamo una questione molto più grande, la questione dell’avvenire del nostro Paese e del nostro esercito che vogliamo forte, popolare e democratico … tre aggettivi coi quali marcia sempre la vittoria… Riorganizzazione e unificazione della Forze armate italiane che devono essere e saranno il baluardo delle sorti della democrazia della repubblica e della Patria» (suona il Piave…).
Come si vede, pareggio del bilancio, concordia governativa nonostante le prime burraschette, disoccupazione in aumento, alleanza con le classi «possidenti operose», lotta contro l’ «ingiusta pace», e infine, per chiudere il bilancio: «Necessità di avere un esercito che rappresenti il baluardo della repubblica e della democrazia». Si stava formando così una «coscienza comunista», cioè patriottica, democratica, ricostruttiva, tutto l’opposto di quel che comunista è. Questione di tattica, naturalmente…
Marzo 1947. Mentre già si delineano le posizioni di rottura del fronte democratico, i giri di valzer democristiani-nazionalcomunisti continuano. De Gasperi dichiara il 1.3 (Unità di quella data): «siamo uomini che ci siamo incontrati in un momento difficile ed essi (i comunisti) ci hanno detto: «Da qualunque parte voi siate diretti, in questo difficile momento, in questo periodo di transitorietà dobbiamo essere uniti su questo fronte, cerchiamo di esserlo insieme per salvare il nostro paese, per dare al nostro popolo la possibilità di salvarsi, questo rispettando le regole della democrazia e della libertà! » Tale è il nostro accordo coi comunisti, la volontà che ci unisce». I Frutti di questa «transitoria alleanza» sono noti, oggi, a tutti gli operai italiani.
Ma si sa, stava nascendo la magna charta della costituzione italiana, e quei mesi sono tutti infiorati di patriottici discorsi, e in nome del nascente capolavoro si fronteggiano con la polizia armata le manifestazioni dei disoccupati e si «lavora insieme… per il bene della patria», con De Gasperi. Parole di Togliatti: «Sovranità popolare, unità della nazione e progresso sociale devono essere i cardini della costituzione italiana» (Unità del 12.3.1947). E avanti: «L’unità nazionale è stata mantenuta, e l’unità nazionale è un bene prezioso, soprattutto per un paese che la possiede da pochi anni. Per conquistare questa unità nazionale il nostro paese ha impiegato secoli di lotta di travaglio e di sofferenze.. Tutti i popoli vicini ci umiliarono perché non eravamo uniti, perché non avevamo un esercito ed uno stato unitario. Dobbiamo dunque stare attenti e non perdere questa unità». I «comunisti» sono diventati le vestali della storia patria, dell’esercito nazionale, del «bene prezioso» della unità nazionale.
E naturalmente di tutto il resto, compresa la Chiesa, Pajetta nell’ Unità del 21 marzo: «noi comunisti vogliamo trovare la via perché la conciliazione non sia un nome vano. Noi non possiamo dimenticare la nostra storia, in cui tanta parte ha avuto la Chiesa… Nessuno voterà contro il papa come nessuno voterà per il Papa. Alla costituente si vota solo per o contro l’Italia». E l’ Unità del 26 marzo: «Per la pace religiosa e l’unità dei lavoratori i comunisti accettano di votare l’articolo 7», e Togliatti «Non vogliamo che sia turbata la pace religiosa nel nostro paese… Anche nel nostro paese esistono cittadini cattolici e noi ci sentiamo gli ascoltatori della loro coscienza e la difenderemo come partito democratico moderno e progressivo…».
E la più bella: «Non v’è contrasto fra un regime socialista e la coscienza religiosa di un popolo… Non vi è nemmeno contrasto fra un regime socialista e la libertà religiosa della Chiesa cattolica». Per cui, logica conseguenza, votando l’articolo 7, «siamo convinti di compiere un dovere verso la classe operaia, verso la classe lavoratrice, verso il popolo italiano, verso la democrazia e la repubblica, e verso la nostra patria» (quanti doveri in una volta, povero Palmiro!).
Intanto, di vittoria in vittoria si andava avanti. Forse qualcuno oggi non ricorderà ma il 23 aprile 1947 le elezioni siciliane davano la vittoria al blocco popolare e organi politici e persino sindacali indirizzarono manifesti agli italiani annunciando che nell’isola «si era vinto» e che da questa vittoria «L’Italia aspettava nuove garanzie di libertà e di progresso» (Unità del 20 e 23 aprile 1947). La vittoria la si vede oggi; ma basterebbe saltare all’aprile dell’anno dopo per convincersi di «come si era vinto»: 35 contadini e dirigenti sindacali assassinati da mafiosi.
La situazione della classe operaia, nonostante tante vantate «vittorie» peggiora di giorno in giorno: il 30 aprile manifestazione di contadini armati di randelli a potenza. L’Unità parla di provocazione: 1 morto e 14 feriti. Il 3 maggio, dopo i morti di Piana dei Greci, scrive l’ Unità «Abbiamo la forza per far valere nella legalità il nostro diritto» (ma intanto i morti sono morti).