Kansainvälinen Kommunistinen Puolue

Compagna 1922/7

La donna proletaria e il regima capitalista

La delittuosa guerra imperialistica tra gli Stati capitalisti e le nuove condizioni di vita che ne sono risultate aggravano fino all’estremo, per la grande maggioranza dell’elemento femminile, le contraddizioni sociali ed i mali che sono conseguenza inevitabile del capitalismo e che solo insieme con esso spariranno. E ciò dicasi non solo per gli Stati belligeranti, ma anche per i paesi neutri, i quali ultimi, infatti, sono stati più o meno trascinati nel turbine della guerra mondiale, risentendone l’influenza. L’ enorme e sempre crescente sproporzione tra il prezzo degli oggetti di prima necessità ed i mezzi d’esistenza di centinaia di milioni di donne rende insopportabili le loro pone, le loro privazioni e le loro sofferenze di operaie, di massaie e di madri di famiglia. La crisi degli alloggi ha raggiunto le proporzioni di un vero flagello. Lo stato di salute delle donne peggiora di giorno in giorno a causa dell’insufficiente alimentazione e dell’eccessivo lavoro nell’industria e nella casa. Diminuisce continuamente il numero di donne capaci di dare alla luce dei bambini normalmente costituiti; e cresce con rapidità spaventevole la mortalità infantile nel periodo dell’allattamento. Malattie e debolezza generale sono l’inevitabile conseguenza d’una insufficiente alimentazione e di deplorevoli condizioni di esistenza a cui sono condannati milioni di poveri fanciulli e che formano l’infelicità di innumerevoli madri.

Una speciale circostanza aggrava le sofferenze delle donne in tutti i paesi nei quali sussiste ancora il dominio del capitalismo. Durante la guerra l’attività professionale delle donne si è considerevolmente ampliata. Negli Stati belligeranti, in particolare, la parola d’ordine era: «Avanti le donne! Le donne alle professioni liberali!». Appena echeggiarono le fanfare di guerra, i pregiudizi contro «il sesso debole, arretrato, inferiore», disparvero come per incanto. Spinte dal bisogno e dagli abusati, menzogneri discorsi sul sacro dovere della difesa nazionale, le donne abbandonarono in massa i loro mestieri per l’industria, l’agricoltura, il commercio ed i trasporti, con gran vantaggio degli insaziabili capitalisti. L’attività professionale della donna penetrò irresistibilmente in tutte le amministrazioni comunali e statali ed in tutti i servizi pubblici.

Ma ora che l’economia capitalistica, colpita a morte dalla guerra mondiale, crolla definitivamente, ora che il capitalismo, ancora detentore del potere, si dimostra tuttavia impotente a rialzare la produzione fino al livello dei bisogni materiali delle masse lavoratrici e la disorganizzazione economica ed il sabotaggio dei padroni hanno provocato una crisi inaudita, di cui conseguenza diretta è lo sciopero; ora le donne sono le prime e le più numerose vittime di questa catastrofica situazione. Sia i capitalisti che i servizi pubblici e le diverse amministrazioni non temono tanto lo sciopero delle donne, quanto quello degli uomini; e la ragione è che le donne, nella loro maggioranza, non sono ancora politicamente organizzate. D’altronde la donna senza lavoro, secondo l’opinione corrente, può, come ultima risorsa, far mercato del suo corpo. In tutti i paesi in cui il proletariato non ha ancora assunto i poteri dello Stato si sente continuamente risuonare questo grido: ”Donne, abbandonate l’industria! Ritornate ai vostri focolari!”. Quest’appello ha anche un eco nei Sindacati, dove ostacola la lotta per l’uguaglianza dei salari dei due sessi e determina un ritorno alle antiche concezioni reazionarie e piccolo-borghesi sulla «vera, naturale funzione della donna». Parallelamente allo sviluppo dello sciopero e della nera miseria che ne deriva per tante donne, si constata una recrudescenza di prostituzione sotto tutte le forme, dal matrimonio d’interesse alla prostituzione aperta, ufficiale. La tendenza, sempre più accentuata, ad eliminare l’elemento femminile dalla sfera dell’attività sociale si trova in diretta opposizione col bisogno crescente che la gran maggioranza delle donne sente, di avere un guadagno indipendente e di consacrarsi al- le funzioni di pubblica utilità. La guerra mondiale ha distrutto milioni di vite, ha fatto di milioni di esseri umani degli invalidi o dei malati che bisogna nutrire e curare; a sua volta, la disorganizzazione dell’economia capitalistica mette ora milioni d’uomini nell’impossibilità di sostentare, come pel passato, le loro famiglie col proprio lavoro professionale. La summenzionata tendenza è dunque in contraddizione flagrante cogli interessi della maggioranza dei membri della Società. Solo utilizzando in tutti i campi dell’attività umana le forze e le facoltà della donna, la società potrebbe riparare le spaventevoli distruzioni di beni materiali e spirituali causate dalla guerra e sviluppare le ricchezze e la civiltà proporzionatamente ai suoi bisogni. La tendenza generale rivolta ad escludere l’elemento femminile dalla produzione sociale, ha origine nel desiderio dei capitalisti, avidi di guadagno, di accrescere il loro potere. Essa prova che l’economia capitalista ed il regime borghese sono incompatibili coi vitali interessi dell’enorme maggioranza delle donne, oltre che della società in generale.

L’attuale miserabile situazione della donna è la risultante fatale del regime capitalista, essenzialmente rapace e sfruttatore. La guerra ha poi aggravato fino all’estremo i vizi di tale regime, di cui le donne sono le innumerevoli vittime. E non è  questo uno stato di cose temporaneo che la pace farà sparire; l’umanità, del resto, per il fatto dell’esistenza del capitalismo, è continuamente esposta a nuove guerre di rapina, delle quali comincia appunto ora a precisarsi la minaccia, Sono le donne proletarie che soffrono, più crudelmente di tutti, dei difetti dell’organizzazione sociale contemporanea, in quanto, appartenendo al tempo stesso alla classe sfruttata ed al sesso al quale non si riconoscono affatto gli stessi diritti dell’uomo, esse sono le vittime maggiori del regime capitalista. Ma i loro mali e le loro sofferenze non sono che una delle conseguenze della situazione del proletariato oppresso e sfruttato in tutti i paesi nei quali regna ancora il capitale. Le riforme apportate al regime borghese allo scopo di lottare contro la miseria prodotta dalla guerra non cambiano in nulla la situazione. Solo l’abolizione di questo regime produrrà la sparizione delle sue terre; solo la lotta rivoluzionaria degli sfruttati e dei desiderati, uomini e donne di ogni paese, solo l’azione rivoluzionaria del proletariato condurrà al rovesciamento dell’ordine sociale. Solo la rivoluzione mondiale, giustiziere supremo, sarà in grado di liquidare ciò che è l’eredità della guerra imperialista: miseria, decadimento intellettuale e morale, mali e sofferenze provocati dal completo fallimento dell’economia capitalistica.

Dalle premesse alle Tesi votate al Congresso Internazionale delle donne comuniste.

CLARA ZETKIN

Le intellettuali e il Partito comunista

Non meno degli intellettuali sono in genere le intellettuali avverse o indifferenti al comunismo; per prevenzione, per soggezione dell’ambiente piccolo-borghese in cui vivono, per malintesa superiorità sulla classe proletaria, ma più per ignoranza delle dottrine comuniste che del comunismo conoscono la turpitudini che la stampa foraggiata dal capitalismo si è compiaciuta di inventare come fatti avvenuti nei paesi ove già il proletariato esercita la sua dittatura, ma ignorano l’opera di assistenza alla maternità ed all’infanzia e quella svolta per il maggior incremento delle arti e delle scienze, senza dire che non possono intendere la portata geniale morale della legge che tutti i nati considera legittimi, negli sforzi che mirano a costituire una società in cui solo chi lavori abbia diritto alla cittadinanza. Non ne hanno la necessaria preparazione spirituale ad onta che abbiano mente ed animo aperti alle più varie concezioni perché la scuola la famiglia la società hanno tutte insieme collaborato a distoglierle dall’osservazione dei fenomeni naturali sociali storici e dalle attuali conseguenze di essi.

Convenzionale e manchevole la funzione della scuola che in nessuno dei suoi gradi cura di mettere in rilievo le vere forze determinati dei contrasti umani, non sviluppa le facoltà speculative ma impone un suo pensiero ad una sua ideologia come una falsariga, onde costituisce un monito ed un freno ad ogni concezione innovatrice.

Più che convenzionale e ristretta l’opera educativa della famiglia, che si preoccupa dell’emancipazione economica delle sue donne nella famiglia stessa e non anche della loro emancipazione spirituale nella vita, onde le emancipazione spirituale nella vita, onde le circonda di un atmosfera di infingimenti preoccupata più del danno che le malignazioni potrebbero recare alla loro carriera al loro collocamento alla loro reputazione ove ingaggiassero la lotta aperta contro il loro sfruttamento, che del danno che la presente condizione di cose arreca alla loro salute al loro spirito alla loro dignità.

Violenta tirannica perversa l’azione della Società a dir meglio: della classe dominante la quale, nella lotta assidua che combatte per mantenersi salda nei suoi privilegi, bene intendendo come l’influenza esercitata dalle intellettuali, sia feconda ed efficace, costruisce attorno a loro tale apparato di restrizioni di timori e di vincoli da mantenerle nella perplessità e nella inazione. Si volge difatti la società con malvagio accanimento contro le poche intellettuali che già da lei dissentono le mette all’indice come un qualsiasi libercolo contrario ai dogmi ecclesiastici, le perseguita tentando financo di escluderle dagli uffici pubblici e dai privati; le irride e vitupera e calunnia.

Il Partito Comunista che in Italia è così giovane e, forse perché cosi giovane, così combattuto e vilipeso ha bisogno anche di forze che persuadono alle sue finalità ed ai suoi sistemi e dirimano i dubbi e foggino le coscienze forze intellettuali. E le donne intellettuali, acquistate alla causa del comunismo, darebbero buon contributo di persuasione e di incitamento, non certo per l’attrattiva che possano esercitare maggiore di quella dell’uomo, ma perché una concezione più prontamente si sviluppa e si impone quando le donne concorrano a propugnarla. E ciò perché, essendo le donne considerate per tradizione che si radica nei secoli solo capaci di dedicarsi alla casa ed alla famiglia ed essendosi sempre assuefatte alle ingiustizie ed alle restrizioni cоmе necessità sociali, quando si lancino risolutamente nell’agone per la redenzione umana ne affermano col solo esempio la necessità.

Se poi anche si considera che molte delle intellettuali esplicano la loro attività nella scuola a contatto di bimbi e di giovinette e che nella scuola si possono formare le coscienze e indirizzare le menti alla concezione di una piuttosto che di un’altra ideologia; non vi è dubbio che compito del P.C. sia anche quello di intendere, più di quanto non abbia fatto, ad attrarre a sé le intellettuali, e per averle militanti e per averle, almeno, simpatizzanti.

Quest’opera di attrazione è da presumere che non si svolgerebbe in terreno estremamente sfavorevole.

Perché, appartenendo le intellettuali, nella maggior parte, a famiglie di piccoli possidenti alle prese col fisco, di industriosi spesso alle prese con gli usurai, di impiegati spesso alle prese con i fornitori, e conoscendo per propria esperienza quanto scarsamente sia retribuito e quanto largamente sfruttato il loro lavoro, che per certe categorie neanche è equiparato all’uguale fatto dall’uomo: hanno già latente in se stesse il germe della scontentezza e del dubbio se ancor convenga concorrere sia pure con la passività e l’acquiescenza a mantenere l’attuale sistema sociale, Sicché dovrebbe il P. C. destare questi spiriti scontenti e dubbiosi ed animarli a dispogliarsi delle riluttanze dei 

pregiudizi e curare di condurli alla penetrazione delle sue dottrine a traverso l’osservazione e la critica di quelle che per ora prevalgono.


Vale quanto dire che dovrebbe curare che le intellettuali si diano la preparazione atta a distruggere tutto l’apparato di credenze di fatuità  di ideologie che costituiscono il loro patrimonio spirituale ed il fattore preminente della loro concezione economica e morale perché si possano sule rovine ricostruirsi mentalità ed idealità nuove.

E niente di mezzi e niente di attività dovrebbe il P. C. risparmiate per compiere l’opera. Che, conquistate le intellettuali alla sua саusa, potrebbe il P. C. contare incondizionatamente sulla fermezza delle loro convinzioni, perché queste sarebbero il risultato non di momentanei e fuggevoli entusiasmi, ma di elaborazioni e di rivolgimenti interiori. E incondizionatamente potrebbe contare anche sulla resistenza e sulla forza del loro carattere perché esse avrebbero di già mostrato di essersi corazzate del triplice acciaio contro le persecuzioni i vituperi è l’isolamento in cui tenterà di porle la presente società,

JOLANDA CORSO