Kansainvälinen Kommunistinen Puolue

Comunismo 12

Lezione marxista della formazione di stati e delle lotte sociali in Medio Oriente

PREMESSA

Il testo che segue ripropone all’attenzione dei lettori e proletari che seguono la nostra stampa il lavoro passato e presente del partito sulle lotte sociali, il processo di formazione degli Stati e le guerre fra questi che hanno interessato nell’arco dell’ultimo cinquantennio l’area medio-orientale, crocevia di tre continenti e inevitabile punto di contatto e di scontro dei contrapposti schieramenti imperialisti.

Il testo ripercorre il filo degli avvenimenti che brevemente riassumiamo.

Primo dopoguerra, crollo dell’impero Turco ed installazione degli imperialismi francese ed inglese nell’intera area, anche per la debolezza – non diciamo della borghesia araba, classe inesistente – dei legami tribali fra i vari sceriffi, principi e re arabi: panarabismo dalle polveri bagnate!

Negli anni Trenta, cresce enormemente l’immigrazione di ebrei in Palestina, allora sotto il mandato inglese, immigrazione risultato della crisi economica europea e mondiale e della politica antisemita di Germania e Russia. Gli ebrei internazionali incominciano l’esproprio prima economico poi anche armato delle popolazioni contadine arabe dagli arretrati sistemi di conduzione pre-borghese dei terreni: la proprietà borghese ”ebrea” schiaccia le forme di proprietà ”arabe” appena pre-borghesi.

Inevitabilmente – non solo per volere dell’imperialismo internazionale e di quello statunitense, nuovo signore dell’area – ma in quanto espressione del moderno capitalismo – nel secondo dopoguerra si forma lo Stato d’Israele, battendo con facilità gli Stati arabi, deboli, disuniti e per niente espressione di antimperialismo e rivoluzionarismo.

Nel secondo dopoguerra rinasce a vita effimera il panarabismo, profeta Nasser, ma le giovani borghesie arabe in mille modi legate e dipendenti dal mercato mondiale sono capaci solo di misere imprese ”nazionali”, impaurite dalle loro plebi povere e dal loro proletariato. Anche questa seconda ondata di panarabismo è un nulla di fatto.

L’espulsione forzata di popolazione araba dai territori d’Israele, la guerra del 1967 con una nuova grave sconfitta militare dei paesi arabi e l’espansione territoriale ed economica dello Stato di Tel Aviv, sono i fatti che concorrono a determinare quella che sarà chiamata ”questione palestinese”. Si costituisce l’OLP e le diane antimperialiste e barricadiere dei falsi gruppi di ”sinistra” iniziano ad esaltare ed incensare i ”combattenti fedayin”. Il Partito fa argine ai facili pietismi come alle illusioni, di stampo guevarista e maoista, che l’imperialismo si possa battere alla periferia del suo sistema economico, nel ”Terzo Mondo” e che questo compito lo possa assolvere il popolo; fin da allora venne scandito che la risoluzione del problema delle plebi povere arabe espulse dalla Palestina non era assolutamente alla portata dei fattori di nazione o di razza, ma di forze schiettamente di classe che ripudiassero ogni guerra ed ogni frontiera nazionale, etnica o religiosa.

Consegna questa che fu nettamente ripetuta pure di fronte alla terza guerra arabo-israeliana nel 1973.

D’intermezzo alle due guerre si ha – nel 1970 – il ”settembre nero” con lo Stato arabo della Giordania che massacra i fedayin, arabi sì, ma nullatenenti. È la prova pratica che quello che andavamo scrivendo altro non era che la rappresentazione reale dei rapporti sociali e di classe: nazionalità e razza hanno compiuto il loro compito storico, il testimonio è alla classe!

Il massacro di plebi e di proletari del ”settembre nero” verrà tragicamente ripetuto con accresciuta ferocia nel 1976: Tel El Zaatar, altra conferma tragica della fine di ogni spazio nazionale e razziale e di converso del ruolo controrivoluzionario che l’OLP deve svolgere, inevitabilmente, nella intera zona.

Gli ultimi avvenimenti sono conosciuti e purtroppo non apportano nessuna nuova lezione; sono solo ulteriori conferme di verità già rintracciate, già conosciute, sono quindi solo manifestazione di quanto la ”controrivoluzione maestra” sia salda e grandeggiante. Ma se questa è l’innegabile forza dell’avversario, può il Partito Rivoluzionario disertare il posto di combattimento che la storia gli ha riservato? Mille volte no!

Gli avvenimenti del Medio Oriente non si leggono solo come un periodico e puntuale ripresentarsi della potenza controrivoluzionaria dell’imperialismo internazionale, dello Stato d’Israele, degli Stati arabi, della stessa OLP, ma anche come manifestazione della incapacità da parte di tutti i singoli attori del dramma di neutralizzare le forze sociali da loro stessi evocate e provocate: guerre, crisi economica, miseria e sfruttamento bestiale hanno alimentato ed alimentano rabbia e disperazione di plebi povere e proletarie, oggi arginate con i miti di nazione e di religione, ma che minacciano di costituire domani il grande esercito dei senza riserve che travolgerà nazionalismi, frontiere e Stati progressivi e reazionari.

Ciò sarà possibile alla sola condizione che il Partito della Rivoluzione Comunista mantenga fede, senza deflettere, al compito proprio di studiare e propagandare quelle che sono – nostra vecchia posizione – le ”lezioni della controrivoluzione”, di ribadire con nettezza e vigore tutte le consegne organizzative e tattiche della Sinistra. Questo studio, questo propagandare, questo ribadire è l’unico modo per abbreviare lo stillicidio inutile delle sofferenze delle plebi povere e del proletariato del Medio Oriente, incatenato al pari di quello occidentale ai falsi miti della Patria, della Pace e dell’Antifascismo.

Tutte le altre strade più ”romantiche”, più di successo, più ”di massa” che da questa ardua si differenziano, sono ulteriori intralci alla ripresa dell’internazionale moto di classe, strade diverse che dalla Rivoluzione divergono per mai rincontrarla, giusta la consegna prima della Sinistra: chi non è con noi è contro di noi!
 


1. ELEMENTI BASE DEL MARXISMO E DELL’INDIRIZZO COMUNISTA DI FRONTE ALLE RIVOLUZIONI NAZIONALI E ANTICOLONIALI

Nell’affrontare tutte le questioni relative al processo rivoluzionario mondiale, il Partito Comunista si distingue da ogni altro partito e raggruppamento per il fatto che dichiara che ogni questione è risolubile coi dati di principio, e che denuncia come opportunismo la pretesa opposta di risolvere coi dati dell’ultimo momento, moda quanto mai scema che giunge fino al punto di sostenere di non potere dire nulla di nessuna questione se non si conoscono le ”ultime della notte”. Questo modo di affrontare le questioni si riconduce alla caratteristica di fondo dell’opportunismo, che è quella di non volersi legare le mani con nessun principio per poter agire liberamente nella pratica (“libertà di tattica”) e che in dottrina significa svalutazione della teoria, o quanto meno affermazione della scindibilità della pratica dalla teoria.

Tale duplice modo di affrontare le questioni sociali corrisponde in definitiva alla contrapposizione tra il metodo borghese-opportunista e quello marxista. Il primo ne dà una interpretazione secondo principi astratti, valutando i fenomeni sociali come emanazione di tali principi astratti (l’unica differenza tra i borghesi e gli opportunisti è che i borghesi lo affermano consapevolmente e gli opportunisti vi giungono senza averne coscienza); il secondo, il marxismo li valuta in relazione ai rapporti di classe e quindi ai modi di produzione e alle forme di Stato; così anche la Questione nazionale, che l’opportunismo e le correnti apertamente borghesi valutano astrattamente, e che il marxismo invece considera in stretta relazione con tutte le altre questioni, e, soprattutto, incardina nella sua peculiare teoria dello Stato, definendo prima di tutto il fatto nazionale legato alla formazione di un mercato territoriale caratterizzato dal medesimo diritto positivo.

«Nazione è dunque un circuito geografico nell’interno del quale il traffico economico è libero, il diritto positivo è comune, e di gran massima vi è una identità di razza e lingua. Nel senso classico la nazione lascia fuori la massa schiava e accomuna in quei rapporti i soli cittadini liberi, nel senso moderno e borghese la nazione comprende tutti quelli che vi sono nati. Se abbiamo trovato prima della grande tappa storica greco-romana Stati che non erano nazioni, e se ne ritroviamo dopo questa e prima della tappa borghese, non abbiamo mai una nazione senza Stato. Tutta questa trattazione in senso materialista del fenomeno nazionale, si incardina quindi ad ogni passo sulla teoria marxista dello Stato, ed è qui il divario tra i borghesi, e noi. La formazione delle nazioni è un fatto storico reale e fisico quanto altri, ma quando è raggiunta la nazione unitaria statalmente, essa è sempre divisa in classi sociali, e lo Stato non è espressione – come per loro – di tutto l’insieme nazionale come aggregato di persone, o sia pure di comuni e distretti, ma l’espressione e l’organo degli interessi della classe economicamente dominante» (da Fattori di razza e nazione, 1953).

Da queste considerazioni di principio discende direttamente e necessariamente l’affermazione di una nostra posizione fondamentale e storica: il sostegno che il marxismo ha sempre affermato di dover dare ai movimenti nazionali non è mai disceso da considerazioni astratte e aprioristiche, ma da valutazioni strettamente collegate ai fatti storici rivoluzionari.

Oggi è di moda vedere Rivoluzioni in ogni stormir di fronda, soprattutto nei paesi del cosiddetto Terzo Mondo: gli ideologi super-opportunisti terzomondisti sostengono che lo ”spirito rivoluzionario” sarebbe storicamente travasato dal proletariato mondiale ai movimenti popolari del Terzo Mondo, in quanto espressione della lotta per lo ”sviluppo” contro l’oppressione esercitata su questi popoli dagli Stati imperialisti, in specie dall’imperialismo occidentale. Alla analisi materialistica e scientifica della evoluzione storica dei modi di produzione e dello scontro tra le classi sostituiscono la lotta tra due emanazioni dello ”spirito”: l’idea di ”sviluppo” – il bene in sé – contro l’idea di ”sottosviluppo” – il male in sé. Questi idealisti travestiti da marxisti parlano continuamente di rivoluzione ed hanno finito per far diventare questo poderoso concetto una gelatina indifferenziata. Il marxismo usa il termine rivoluzione solo in riferimento a fatti storici ben definiti: rivoluzione antischiavista, rivoluzione borghese antifeudale, rivoluzione comunista anticapitalista.

Solo in determinate epoche storiche le classi lottano apertamente tra di loro dispiegando tutto il loro potenziale di scontro. Al contrario, in lunghissimi periodi storici le classi sembrano essere sparite dalla scena e le loro forze antagoniste agiscono solo sotterraneamente, preparando l’esplosione futura: in tali epoche sarebbe vano ricercare quegli sconvolgimenti della base economica della società che soli danno il diritto di chiamare tali fatti col termine rivoluzione. L’opportunismo, parlando di rivoluzione ad ogni pur minimo accenno di ”movimenti”, ha finito per dimenticare del tutto il nesso fondamentale e l’insieme dei rapporti tra base economica e sovrastrutture. Di più: ha ormai perso per strada perfino il significato di tali termini.

Per evitare ogni possibile confusione anche solo terminologica bisogna allora ricordare che il marxismo parla di forze produttive riferendosi alle materiali forze fisiche umane e naturali; i rapporti di produzione sono i rapporti sociali determinati dalla produzione sociale e variano a seconda dei modi di produzione (asiatico, antico, feudale, borghese). Con espressione riflettente non l’aspetto economico, ma quello giuridico, e perfettamente analoga, i rapporti di produzione sono detti rapporti di proprietà (sulla terra, sullo schiavo, sul prodotto del lavoro del servo, sulle merci) ed esprimono lo stesso rapporto sociale tra le classi. Su tale base economica si erge la sovrastruttura giuridico-politica (léggi, magistratura, potere centrale) che ha un suo aspetto materiale in quanto costituisce lo strumento dell’uso della violenza e cambia radicalmente nell’alternarsi dei vari modi di produzione.

Tale cambiamento materiale della direzione verso cui viene usata la violenza sociale non ha niente a che vedere con la coscienza che di tali cambiamenti si produce nelle menti degli uomini e perfino in quelle degli appartenenti alla classe dominante: tale coscienza distorta è rappresentata dalla cultura del tempo e si condensa nella ideologia della classe dominante, che dunque costituisce una sovrastruttura della sovrastruttura.

Con le rivoluzioni borghesi il trapasso rivoluzionario si presenta come passaggio del potere dalle vecchie caste alla borghesia mediante la nuova sovrastruttura giuridico politica rappresentata dalla democrazia elettiva-parlamentare. I vecchi rapporti di produzione e le vecchie forme di proprietà vengono infrante durante le vicende rivoluzionarie: alla servitù subentra il lavoro salariato e il libero commercio interno, anche della terra. Le forze produttive si esaltano con l’assorbimento nelle maestranze di fabbrica degli ex-contadini servi e degli artigiani. Non altrettanto rapidamente si modifica la sovrastruttura ideologica, che anzi subisce una lenta evoluzione che comincia già prima del fatto rivoluzionario e non terminerà che con la rivoluzione comunista. Sarebbe perfettamente inutile quindi chiedere alla coscienza che la borghesia ha di se stessa la spiegazione della sua funzione rivoluzionaria: solo il marxismo può andare oltre i limiti ideologici della cultura borghese per analizzare i rapporti materiali tra struttura economica e sovrastruttura giuridico-politica. Ecco perché per la borghesia gli stessi avvenimenti legati alla sua rivoluzione sono determinati non da forze materiali, ma dall’affermarsi dei principi eterni, espressione della ”natura umana”, dall’affermazione della ”Ragione”, dal riconoscimento da parte di tutti gli uomini dei valori assoluti derivanti dai ”diritti naturali”.

Il ”diritto delle nazioni” alla loro libertà e alla loro autonomia riassume compiutamente la coscienza di sé della borghesia nella sua fase rivoluzionaria. Per la borghesia un tale diritto è una manifestazione del ”diritto naturale”, per il marxismo tale aspirazione corrisponde al fatto rivoluzionario della creazione del mercato nazionale entro determinati limiti territoriali che, assoggettato allo stesso diritto positivo, permette alle forze produttive di svilupparsi per superare la stessa rivoluzione borghese in direzione della rivoluzione proletaria. Dunque ogni rivendicazione nazionale è sostenuta dal marxismo in via del tutto transitoria, come fase momentanea della doppia rivoluzione.

«La lotta della borghesia è nazionale e per condurla essa forma la sua unione, che trasmette allo stesso proletariato fin che lo adopera come alleato: la borghesia inizia la sua lotta politica costituendosi entro ogni Stato moderno in classe nazionale rivoluzionaria. Il proletariato non ha carattere nazionale ma internazionale. Questo non si traduce nel teorema: il proletariato non partecipa a lotte nazionali, ma nell’altro: la borghesia ha il suo postulato nazionale nel suo programma rivoluzionario, la sua vittoria distrugge il carattere anazionale della società medievale. Il proletariato non ha nel programma, che attuerà con la sua rivoluzione e con la conquista del potere politico, il postulato nazionale, cui oppone il postulato dell’internazionalismo. L’espressione nazionale borghese ha senso marxista ed è in data tappa storica richiesta rivoluzionaria. La espressione nazione in generale ha senso idealista e antimarxista. La espressione nazione proletaria, non ha nessun senso, né idealista né marxista» (Fattori…).

L’opportunismo più marcio arriva a queste nostre stesse conclusioni, ma sostiene che tali posizioni sono valide solo sul piano teorico e storico, mentre sul piano tattico è necessario integrarle con le necessarie mediazioni, che appunto prevedono la partecipazione fisica dei comunisti in appoggio a quei movimenti che lottano per rivendicazioni nazionali anche quando non hanno più il significato di quelle sostenute dalla borghesia nell’epoca in cui questa svolgeva una funzione rivoluzionaria.

A tale razza d’opportunismo noi ribattiamo innanzi tutto che si rinnega tutto il marxismo se potessimo pervenire alla conclusione che tra le posizioni di principio e l’attività materiale ci possa essere contraddizione o, in altri termini, se la pratica potesse negare la teoria: mediare non significa agire nella direzione contrapposta ai principi, ma usare nella pratica quei mezzi che in apparenza possono sembrare talvolta contraddire i principi, ma che valutati dinamicamente sono perfettamente coerenti con questi.

Inoltre l’appoggio alle rivendicazioni nazionali borghesi – beninteso quando sono poste sul terreno rivoluzionario – ha sempre avuto il significato di favorire il rafforzamento dell’organizzazione proletaria ai fini del superamento della stessa rivoluzione borghese e quindi del suo ambito nazionale.

Storicamente quindi anche il problema tattico dell’appoggio alle rivendicazioni nazionali si pone, per dei marxisti degni di questo nome, in termini dialettici, cioè negando ogni validità aprioristica a tali rivendicazioni, nel momento stesso in cui il proletariato non può non lottare a fianco degli elementi nazionali borghesi e piccolo borghesi, ricollegandosi così al suo specifico programma che non è nazionale, ma internazionale.

«Il nodo dialettico della questione sta non nell’identificare una alleanza nella fisica lotta ai fini rivoluzionari antifeudali tra Stati borghesi e classe e partito operaio, con un rinnegamento della dottrina e della politica della lotta di classe, ma nel mostrare che anche nelle condizioni storiche e nelle aree geografiche in cui quella alleanza è necessaria e ineluttabile, deve restare integra ed essere anzi portata al massimo la critica teorica programmatica e politica ai fini e alle ideologie per cui combattono gli elementi borghesi e piccolo borghesi» (Fondamenti…).

La questione nazionale appare oggi di difficile soluzione perché essa pone al Partito dei compiti tattici che la sua scarsa consistenza sociale gli impedisce di assolvere, così come di difficile soluzione appare la questione sindacale ed in genere ogni problema di tattica. Tuttavia, come il Partito pur ridotto ai minimi termini non rinuncia volontariamente a svolgere, per quanto possibile, una sua azione sindacale, così ha sempre dichiarato e dichiara che non rinuncia ad indicare nei giusti termini la sua funzione pratica nelle eventuali rivoluzioni nazionali che ancora la storia può porre all’ordine del giorno.

«Sarebbe errore gravissimo il non vedere e il negare che nel mondo presente hanno ancora effetto ed influenza grandissima i fattori etnici e nazionali, ed è ancora attuale l’esatto studio dei limiti di tempo e di spazio in cui sommovimenti per l’indipendenza nazionale, legati ad una rivoluzione sociale contro forme precapitalistiche (asiatiche, schiaviste, feudali) hanno ancora il carattere di condizioni necessarie del trapasso al socialismo, con la fondazione di Stati nazionali di tipo moderno (ad esempio in India, Cina, Egitto, Persia, ecc.)» (Fondamenti…).

Per poter svolgere tale compito con consapevolezza e tenendo sempre ben di mira l’obiettivo della rivoluzione proletaria internazionale è necessario prima di tutto rendersi conto di quali classi lottano veramente per una soluzione rivoluzionaria della questione nazionale. Per il marxismo è di fondamentale importanza la distinzione tra Rivoluzione borghese dal basso e radicale e Rivoluzione borghese dall’alto, perché, mentre la prima può trasformarsi in Rivoluzione proletaria, in quanto durante il suo processo viene rafforzato efficacemente il partito proletario, non altrettanto può dirsi della seconda. A tale proposito è posizione storica del marxismo che la borghesia, dopo le rivoluzioni inglese e francese, non costituisce più una classe rivoluzionaria in senso radicale nemmeno dal punto di vista della rivoluzione borghese: tale ripiegamento storico in senso conservatore è già stato notato sia da Marx, in riferimento alla rivoluzione tedesca del 1848, sia da Lenin in riferimento a quella russa.

«Le rivoluzioni del 1648 e del 1789 non furono rivoluzioni inglesi e francesi: furono rivoluzioni di stile europeo. Non segnarono la sola vittoria di una classe particolare della società sul vecchio ordine politico, ma la proclamazione dell’ordine politico per la nuova società europea. In esse la borghesia vinse, ma la vittoria della borghesia fu allora la vittoria di un nuovo ordine sociale (…) Nella rivoluzione prussiana di marzo nulla di tutto ciò (…) La borghesia prussiana non era, come la borghesia francese del 1789, la classe che rappresenta l’intera società moderna di fronte agli esponenti della vecchia società: i re e i nobili. Era precipitata al livello di una specie d’ordine rivolto contro la Corona non meno che contro il popolo, ansioso di resistere ad entrambi, indeciso nei confronti di ognuno dei suoi avversari perché se li vedeva sempre davanti o dietro; incline fin dall’inizio al tradimento del popolo e al compromesso col simbolo coronato della vecchia società perché esso stesso apparteneva a quest’ultima; incarnante non gli interessi di una società nuova contrapposta ad una società vecchia, ma rinnovati interessi all’interno di una società invecchiata (…) La borghesia francese cominciò col liberare i contadini. E, coi suoi contadini, conquistò l’Europa. La borghesia prussiana era talmente irretita negli interessi più angusti e contingenti, che si beffò di questi suoi alleati diretti, e così ne fece degli arnesi nelle mani della controrivoluzione feudale» (Marx, in una serie di articoli della Neue Reinische Zeitung, del 10, 16 e 31 dicembre 1848, sotto il titolo ”La borghesia e la controrivoluzione”).

«Il concetto di rivoluzione borghese non significa forse che solo la borghesia può compierla? Su questa opinione spesso deviano i menscevichi. Ma questa opinione è una caricatura del marxismo. Borghese per il suo contenuto economico-sociale, il movimento di liberazione non è tale per le sue forze motrici. Le sue forze motrici possono essere non la borghesia, ma il proletariato e i contadini. Perché ciò è possibile? Perché il proletariato e i contadini soffrono ancor più della borghesia per le sopravvivenze della sei virtù della gleba, hanno ancor più bisogno della libertà e della distruzione del giogo dei grandi proprietari fondiari. La borghesia invece si vede minacciata dalla completa libertà (…) Quindi l’aspirazione della borghesia a far cessare la rivoluzione a mezza strada, con una mezza libertà, con una transazione con il vecchio potere e i grandi proprietari fondiari. Questa aspirazione ha le sue radici negli interessi di classe della borghesia e si è manifestata con tanta vivezza nella rivoluzione borghese tedesca che il comunista Marx concentrò allora tutto il mordente della politica proletaria nella lotta contro la borghesia conciliatrice. Da noi in Russia la borghesia è ancor più vile, e il proletariato è invece molto più cosciente di quello tedesco del 1848. Da noi la vittoria completa del movimento democratico borghese è possibile unicamente a dispetto della borghesia liberale conciliatrice, soltanto nel caso che le masse contadine democratiche seguano il proletariato nella lotta per la completa libertà e per tutta la terra» (Lenin, La questione agraria e le forze della rivoluzione, del 1 aprile 1907; riportato in Comunismo n.8).

C’è una radice economica fondamentale che fa della borghesia una classe non più rivoluzionaria in senso radicale alla scala storica e tale radice consiste nel fatto che una radicale rivoluzione borghese significa la completa distruzione delle vecchie forme di proprietà feudali o arcaiche della terra, soluzione alla quale non può più giungere la borghesia come classe perché essa si è ormai ”territorializzata”, come annotava Marx nelle Teorie sul Plusvalore, e tale fenomeno ormai interessa anche quei paesi dove è ancora da compiere la stessa rivoluzione borghese.

Dunque solo il proletariato e i contadini poveri possono lottare per una soluzione rivoluzionaria-radicale della questione nazionale. Ciò è importante perché ci spiega la necessità di condurre la più aspra critica dei programmi nazionali dei partiti borghesi, anche quando si tratta di dover appoggiare giustamente le rivendicazioni di parità di diritti delle nazionalità oppresse. Tali partiti liberal-borghesi sono soliti sostenere con argomentazioni ideologici la necessità della separazione “culturale” delle nazionalità. Tale necessità era sostenuta per esempio dai nazionalisti ucraini e dal Bund ebraico in Russia negli anni precedenti la prima grande guerra. A tali partiti Lenin rispondeva ferocemente riproponendo, con argomentazioni di principio, il programma rivoluzionario comunista nella sua integrità.

«La conclusione è che ogni nazionalismo liberale borghese semina la corruzione più profonda nell’ambiente operaio e procura i danni più gravi alla causa della libertà e della lotta di classe proletaria. E questo è tanto più pericoloso in quanto la tendenza borghese (e borghese-feudale) si trincera dietro la parola d’ordine della “cultura nazionale”. In nome della cultura nazionale – bielorussa, polacca, ebraica, ucraina, ecc. – i centoneri e i clericali, nonché i borghesi di tutte le nazioni, fanno i loro affarucci sporchi e reazionari. È questa la realtà della vita nazionale contemporanea, quando la si guardi da marxisti, cioè dal punto di vista della lotta di classe, quando si confrontino le parole d’ordine con gli interessi e con la politica delle classi, non già con i vuoti “principi generali”, con le declamazioni e le belle frasi» (Lenin, Osservazioni critiche sulla questione nazionale, ottobre 1913, pag. 14-15).

Il diritto all’autodecisione delle nazioni, cioè il diritto delle nazioni a costituire Stati indipendenti, viene sempre difeso dai marxisti in quanto è direttamente collegabile alla funzione rivoluzionaria della borghesia, ma tale difesa non è incompatibile né con il processo di assimilazione di varie nazionalità realizzato dagli Stati più avanzati a parità di diritti tra di loro, né tanto meno con l’unità organizzativa di tutti gli operai a qualunque nazionalità appartengono. Chi sostiene il contrario, cioè che gli operai devono essere organizzativamente separati secondo il principio di nazionalità, perché gli operai della nazione oppressa avrebbero interessi di classe in contraddizione con quelli della nazione che opprime, diventa apertamente un sostenitore di ideologie borghesi.

Continua Lenin.
     «Contro l’assimilazionismo dei marxisti ortodossi russi quelli che strepitano più di tutti sono i nazionalisti ebrei della Russia in genere, e fra questi, in particolare, i bundisti. Ora, come risulta dai dati riferiti sopra, su dieci milioni e mezzo di ebrei che vivono in tutto il mondo circa la metà vive nel mondo civile, in condizioni di massima assimilazione, mentre soltanto gli ebrei di Russia e Galizia, sventurati, oppressi, privi di diritti, schiacciati dai Purisckevic (russi e polacchi) vivono in condizioni di minima assimilazione, di massimo isolamento, con la residenza fissa, il numerus clausus e altre delizie alla Purisckevic. Nel mondo civile gli ebrei non sono una nazione, perché vi si sono assimilati al massimo, dicono K. Kautsky e O. Bauer. In Galizia e in Russia gli ebrei non sono una nazione; purtroppo (non per colpa loro, ma per colpa di Purisckevic) sono ancora una casta. Ecco l’indiscutibile giudizio di uomini che conoscono indubbiamente la storia dell’ebraismo e che tengono conto dei fatti citati sopra. Che cosa dimostrano questi fatti ? Che contro l’ “assimilazione” possono strepitare soltanto i piccoli borghesi ebrei reazionari, desiderosi di far girare all’indietro la ruota della storia, costringendola a muovere non dai regimi di Russia e Galizia verso quelli di Parigi e New York, ma viceversa. Contro l’assimilazione non hanno mai strepitato gli ebrei migliori, che hanno svolto una funzione storico-mondiale e dato al mondo alcuni dirigenti progressivi della democrazia e del socialismo. Contro l’assimilazione strepita soltanto chi continua a venerare il ”passato ebraico” (…) Chi non si sia impantanato nei pregiudizi nazionalistici non può non vedere nel processo di assimilazione delle nazioni, realizzato dal capitalismo, un grande progresso storico, la distruzione dell’arretratezza nazionale dei vari angoli sperduti, soprattutto in paesi arretrati come la Russia.
     «Si prenda la Russia e l’atteggiamento dei grandi-russi verso gli ucraini. Beninteso, ogni democratico, per tacere dei marxisti, lotterà energicamente contro le inaudite umiliazioni degli ucraini ed esigerà la loro completa uguaglianza di diritti. Ma significherebbe tradire apertamente il socialismo e condurre una politica sciocca, perfino dal lato dei ”compiti nazionali” borghesi degli ucraini, indebolire il legame e l’alleanza tra il proletariato ucraino e quello grande-russo che esiste oggi nell’ambito di uno Stato unico. Lev Iuskevic si comporta come un autentico borghese e, per di più, come un borghese miope, limitato, ottuso, cioè come un piccolo borghese, quando butta a mare gli interessi dell’unità, della fusione, dell’assimilazione del proletariato delle due nazioni in nome del momentaneo successo della causa nazionale ucraina. Prima la causa nazionale; dopo, quella proletaria: dicono i nazionalisti borghesi e i signori Iuskevic, Dortsov e gli altri pseudomarxisti con loro.
     «La causa. proletaria prima di tutto, diciamo noi, perché essa non assicura soltanto gli interessi permanenti e radicali del lavoro e dell’umanità, ma anche gli interessi della democrazia, e senza democrazia un’Ucraina autonoma e indipendente non è pensabile (…) Se un marxista ucraino si lascerà trascinare dall’odio del tutto legittimo e naturale e per gli oppressori grandi-russi tal punto da far ricadere sulla cultura proletaria degli operai grandi-russi anche solo una piccola parte di quest’odio, anche solo sotto forma di estraneazione, questo marxista scivolerà con ciò stesso nella palude del nazionalismo borghese. Allo stesso modo anche il marxista grande-russo scivolerà nella palude del nazionalismo, non solo borghese, ma addirittura centonero, se dimenticherà sia pure per un attimo la rivendicazione della completa parità giuridica degli ucraini o il loro diritto a costituire uno Stato indipendente» (ivi).

Possiamo dunque riassumere in queste posizioni l’atteggiamento marxista di fronte alle rivoluzioni borghesi e alle collegate rivendicazioni di autonomia nazionale; da tali posizioni risultano anche i limiti entro cui tali rivendicazioni vengono appoggiate:

1) Appoggio a tutte quelle rivendicazioni tendenti a spingere la rivoluzione borghese fino in fondo, favorendo la rivoluzione dal basso contro la prospettiva dell’introduzione dall’alto dei rapporti capitalistici di produzione (metodo Junker e Stolypin). A tale scopo indicano nella nazionalizzazione della terra la misura che meglio delle altre favorisce la totale rottura dei vecchi rapporti di produzione in agricoltura la distruzione della antica proprietà fondiaria, e sviluppa il modo di produzione specificatamente capitalistico.

2) Nel momento stesso in cui si appoggia decisamente ogni rivendicazione nazionale capace di spingere fino in fondo la rivoluzione borghese, si procede anche ad una critica spietata dei programmi nazionali utopistici della borghesia e della piccola borghesia, per di più in quanto classi oggi non più rivoluzionarie. L’organizzazione proletaria deve essere ben distinta da quella delle altre classi ed unica tra proletari di diversa nazionalità. La lotta proletaria deve essere sempre messa in primo piano rispetto alla stessa lotta nazionale, dichiarando che i borghesi-nazionalisti rivoluzionari sono considerati alleati momentanei in previsione del superamento di ogni intesa nazionale per l’unione internazionale della lotta proletaria per il comunismo. Oggi solo i contadini poveri possono essere rivoluzionari, come già nella Russia; tuttavia questo è un aspetto che va studiato in riferimento ad ogni condizione particolare, tenendo presente il giudizio storico sulla borghesia commerciale e industriale come classe non più rivoluzionaria e che gli stessi piccoli contadini fanno parte della classe borghese.

3) Per quanto riguarda la rivendicazione giuridico-politica della autodeterminazione e della autonomia nazionale non si danno pregiudiziali aprioristiche né verso il cosiddetto “diritto alla autodeterminazione”, né verso un eventuale processo di “assimilazione” di diverse nazionalità. In ogni caso si deve sempre mettere in evidenza, da un lato, la lotta per l’abolizione di qualsiasi discriminazione nazionale, dall’altro, il collegamento di tale lotta con la lotta proletaria internazionale.
     A tale proposito è illuminante l’atteggiamento di Marx e di Engels verso la lotta antinglese degli irlandesi e degli indiani, oppure dei giovani turchi verso l’impero ottomano. Essi, nell’arco di alcuni anni, sostengono a tale proposito posizioni che sembrano contraddittorie: a volte che i problemi nazionali delle nazioni oppresse possono essere risolti solo dalla rivoluzione proletaria nelle nazioni sviluppate, altre volte che la stessa rivoluzione proletaria nelle nazioni sviluppate sarà possibile solo come conseguenza della completa liberazione delle nazionalità oppresse. Durante la crisi dell’impero ottomano nel 1853 Marx ed Engels sostenevano che «la soluzione del problema turco era riservata alla rivoluzione europea». Allo stesso modo Marx, in un articolo dell’agosto del 1853, giudicava i risultati della dominazione inglese in India: «Tutto ciò che la borghesia inglese potrà essere indotta a fare non emanciperà né migliorerà materialmente le condizioni sociali delle masse, che dipendono non solo dallo sviluppo delle forze produttive, ma dalla loro appropriazione da parte del popolo indiano. Ma ciò ch’essa non può fare a meno di fare è gettare le premesse materiali della soluzione dell’uno e dell’altro problema. La borghesia ha mai fatto di più? Ha mai compiuto un passo avanti senza trascinare gli individui e i popoli attraverso il sangue e il sudiciume, la miseria e l’abbrutimento? Gli indiani non raccoglieranno i frutti degli elementi di una società nuova seminati in mezzo a loro dalla borghesia britannica finché nella stessa Inghilterra le classi dominanti non saranno abbattute dal proletariato industriale, o finché gli stessi indù non saranno abbastanza forti per scrollarsi di dosso il giogo della dominazione inglese» (I risultati della dominazione britannica in India).

Le stesse posizioni erano sostenute negli stessi anni a proposito della lotta per l’indipendenza dell’Irlanda. Lenin cita nel suo articolo sul diritto all’autodecisione delle nazioni del dicembre 1913 una lettera di Marx a Engels del 10 dicembre 1869 dalla quale risulta che Marx “aveva cambiato opinione” sui rapporti tra lotta nazionale degli irlandesi e lotta di classe in Inghilterra sostenendo che solo la completa liberazione dell’Irlanda avrebbe permesso alla classe operaia inglese di lottare contro la stessa borghesia inglese. «Astraendo da ogni frase “justice for Ireland” sia “internazionale” sia “umanitaria” – frase che al Consiglio internazionale va da sé – è interesse diretto e assoluto della English working class to get rid of their present connexion with Ireland. È questa la mia convinzione più profonda per motivi che in parte non posso comunicare agli stessi operai inglesi. Per lungo tempo ho creduto che fosse possibile abbattere il regime irlandese mediante l’ascendancy della English working class. Ho sempre sostenuto questo parere nella New York Tribune. Uno studio più approfondito mi ha convinto ora del contrario. La working class inglese non farà mai nulla, before it has got rid of Ireland (…) La reazione inglese in Inghilterra era radicata nel soggiogamento dell’Irlanda» (Riportato in Lenin, Il diritto di autodecisione delle nazioni).

Il marxismo – è un assioma – non tollera contraddizioni soprattutto in questioni di vitale importanza come queste; crollerebbe tutta la sua impalcatura dottrinale se si potessero sostenere posizioni diametralmente opposte; né Marx e Lenin furono uomini di tal fatta da decidere ogni mattina la politica da seguire. Si tratta quindi di cogliere il nesso dialettico che unisce queste due posizioni solo apparentemente contraddittorie per cogliere l’unità inscindibile della posizione autenticamente marxista nella questione. Si tratta infatti della posizione fondamentale valida per tutto il periodo storico che condurrà alla vittoria mondiale del comunismo: la nostra tesi dice infatti che la vittoria sarà possibile alla sola condizione di unire in un’unica lotta mondiale il movimento proletario delle metropoli diretto dal Partito Comunista Mondiale e i movimenti nazionalisti antimperialisti.

Non a caso infatti tale posizione sarà la bandiera dell’Internazionale Comunista contro chi (Serrati) respingeva tale alleanza in nome della foglia di fico della ”purezza” della lotta proletaria che non doveva mischiarsi con altri movimenti ”barbari”. Il fatto che Marx in certe epoche attribuisce maggiore importanza ai movimenti proletari delle metropoli e in altri ai movimenti nazionalisti delle nazionalità oppresse non deve offuscare il dato fondamentale della indiscutibile affermazione che una vittoria definitiva sarà possibile solo sul terreno della lotta mondiale. È Lenin a spiegarlo nello stesso articolo attribuendo queste variazioni di indirizzo pratico disposte da Marx alla difficoltà di calcolare preventivamente e nella pratica i possibili rapporti reciproci tra lotta proletaria e lotta nazionale.

«La politica di Marx nella questione irlandese dovrebbe essere ora completamente chiara per i lettori. L’ “utopista” Marx è così “poco pratico” che è per la separazione dell’Irlanda, la quale si dimostra irrealizzabile anche mezzo secolo dopo. Questa politica di Marx a che cosa era dovuta? E non era sbagliata? Marx pensava dapprincipio che l’Irlanda non sarebbe stata liberata da un movimento nazionale, ma dal movimento operaio della nazione che l’opprimeva. Per Marx i movimenti nazionali non sono un assoluto, perché egli sa che soltanto la vittoria della classe operaia potrà portare alla completa liberazione di tutte le nazionalità. Calcolare preventivamente tutti i possibili rapporti reciproci fra i movimenti borghesi di liberazione delle nazioni oppresse e i movimenti proletari di liberazione delle nazioni che opprimono (ed è proprio questo il problema che rende così difficile la questione nazionale nella Russia attuale) è cosa impossibile. Ma il mutare delle circostanze fa sì che la classe operaia inglese cada per un periodo abbastanza lungo sotto l’influenza dei liberali, accodandosi a loro e decapitandosi con la politica operaia liberale. Il movimento borghese di liberazione in Irlanda si rafforza e assume una forma rivoluzionaria. Marx rivede la propria opinione e la corregge. “È una calamità per un popolo l’averne soggiogato un altro”. La classe operaia, in Inghilterra, non si libererà finché l’Irlanda non si sarà liberata dal giogo inglese. L’asservimento dell’Irlanda rafforza e alimenta la reazione in Inghilterra (così come l’asservimento di parecchie nazioni alimenta la reazione in Russia). E Marx, introducendo nella risoluzione dell’Internazionale l’espressione della simpatia per la “nazione irlandese”, per il “popolo irlandese” (l’intelligente L.V., probabilmente, avrebbe squalificato il povero Marx per aver dimenticato la lotta di classe!), propugna la separazione dell’Irlanda dall’Inghilterra, “anche se dopo la separazione potrà venire la federation”. Quali sono le premesse teoriche di questa conclusione di Marx ? In Inghilterra la rivoluzione borghese era già terminata da lungo tempo. Ma in Irlanda non era terminata; soltanto oggi, mezzo secolo dopo, le riforme dei liberali inglesi la conducono a termine. Se il capitalismo in Inghilterra fosse stato tolto di mezzo rapidamente, come Marx sperava dapprincipio, non vi sarebbe stato posto per un movimento nazionale, democratico borghese in Irlanda. Ma, quando questo movimento sorge, Marx consiglia agli operai inglesi di sostenerlo, di dagli un impulso rivoluzionario, di spingerlo fino in fondo, nell’interesse, della loro libertà».

Non si deve del resto dimenticare che il problema tattico di come valutare praticamente tali rapporti si poneva realmente a Marx, che aveva di fronte, visibile, sia il movimento operaio rivoluzionario organizzato nella Prima Internazionale sia il movimento nazionalista irlandese, e ancor più decisamente si poneva nel periodo della ricostruzione dell’Internazionale dopo la vittoria di Ottobre. Per non cadere in abbagli grossolani, che attirano tutti coloro che si allontanano dal marxismo nel nazionalismo borghese, bisogna tener presente che la questione tattica oggi non può risolversi negli stessi termini in cui si poneva per Marx ma anche per l’Internazionale Comunista, almeno fino a che non risorgerà un autentico movimento proletario e comunista nelle metropoli occidentali. Per rendersi conto di quanto ciò sia importante basta rileggere le nostre posizioni degli anni ’20 sulla questione nazionale che niente avevano da obiettare alle classiche posizioni di Lenin fatte proprie dai programmi dell’Internazionale.

«La tesi politica della Internazionale Comunista, per la guida da parte del proletariato comunista mondiale e del suo primo Stato del movimento di ribellione delle colonie e dei piccoli popoli contro le metropoli del capitalismo, appare dunque come il risultato di un vasto esame della situazione e di una valutazione del processo rivoluzionario ben conforme al programma nostro marxista. Essa si pone ben al di fuori della tesi opportunista-borghese, secondo cui i problemi nazionali devono essere risolti “pregiudizialmente” prima che si possa parlare di lotta di classe, e per conseguenza il principio nazionale vale a giustificare la collaborazione di classe, sia nei paesi arretrati sia in quelli di capitalismo avanzato, quando si pretenda posta in pericolo la integrità e la libertà nazionale. Il metodo comunista non dice banalmente: i comunisti devono agire ovunque in senso opposto alla tendenza nazionale: il che non significherebbe nulla e sarebbe la negazione metafisica del criterio borghese. Il metodo comunista si contrappone a questo “dialetticamente”, ossia parte dai fattori classisti per giudicare e risolvere il problema nazionale. L’appoggio ai movimenti nazionali ed anticoloniali, ad esempio, ha tanto poco sapore di collaborazione di classe che, mentre si raccomanda lo sviluppo autonomo ed indipendente del partito comunista nelle colonie, perché sia pronto a superare i suoi momentanei alleati con un’opera indipendente di formazione ideologica ed organizzativa, si richiede l’appoggio ai movimenti di ribellione coloniale soprattutto ai partiti comunisti delle metropoli. I comunisti utilizzano le forze che mirano a rompere il patronato dei grandi Stati sui paesi arretrati e coloniali, perché ritengono possibile rovesciare queste fortezze della borghesia e affidare al proletariato socialista dei paesi più avanzati il compito storico di condurre con ritmo accelerato il processo di modernizzazione della economia dei paesi arretrati, non sfruttandoli, ma sospingendo la emancipazione dei lavoratori locali dallo sfruttamento estero ed interno» (da Prometeo, 1924, Il comunismo e la questione nazionale).

È posizione assiomatica del marxismo che “stare fermi al nostro posto” mentre tutti si muovono e si agitano di fronte ad ogni movimento non rivoluzionario e lavorare alla preparazione rivoluzionaria del Partito, che sia messo in grado di poter assolvere ai suoi compiti rivoluzionari nei rari momenti in cui esplode la lotta delle classi, è premessa indispensabile per poter guidare con chiarezza e decisione di scopi la stessa classe rivoluzionaria, il proletariato mondiale. Nei momenti di amorfa stasi sociale, come tuttora è quella che viviamo, sembra che il Partito Comunista sia scavalcato a sinistra da tutti quelli che corrono dietro i cosiddetti “movimenti”. Quando realmente la situazione sociale si radicalizzerà allora vedremo come per incanto tutti gli ex-adoratori del movimento “ultimo grido” spostarsi decisamente a destra, mettersi contro il reale movimento rivoluzionario che per via organica e naturale non potrà non trovare la sua unica guida cosciente, il Partito.
 
 
 
 
 


2. CROLLO DELL’IMPERO TURCO E NUOVA INFLUENZA INGLESE E FRANCESE

L’area medio-orientale, nodo delle comunicazioni e dei traffici tra Europa ed Asia e vero e proprio mare petrolifero, venne alla ribalta della politica internazionale con la prima guerra mondiale, anche se già da qualche decennio era stata oggetto delle attenzioni delle più grandi potenze imperialiste che, specialmente dopo il taglio dell’istmo di Suez accentuarono la loro pressione sulla zona, interessate prima al controllo di quell’importante via di collegamento con le loro colonie in Asia e in seguito ai giacimenti di petrolio, che furono scoperti nel 1908 in IRAN.

Allo scoppio della prima guerra mondiale i territori ad ovest di Suez, che erano stati un tempo sotto il dominio ottomano erano già passati nelle mani delle potenze europee. «Nell’Africa settentrionale i paesi del Maghreb (che in arabo vuoi dire ’occidente’) erano soggetti alla Francia: l’Algeria come colonia fin dal 1930, la Tunisia come protettorato dal 1881, il Marocco e la Mauritania come protettorati rispettivamente dal 1912 e dal 1904. L’Italia aveva sottratto la Libia alla dominazione turca, occupandola a partire dal settembre del 1911, mentre in Egitto si era saldamente impiantata, fin dal 1882, la Gran Bretagna che controllava anche il Sudan. A Est del canale di Suez la Turchia era invece riuscita a conservare gran parte dei suoi possedimenti: restavano infatti nelle sue mani la Palestina, il Libano, la Siria e l’Iraq e una parte della penisola arabica. Lungo le coste dell’Oceano Indiano e del Golfo Persico tuttavia la sovranità turca era stata progressivamente sostituita da quella britannica» (da ”I paesi arabi” di P. Donini). La Gran Bretagna controllava dunque i territori dell’attuale Yemen del Sud, Oman, Emirati arabi Uniti, Kuwait, Bahrein etc.

L’impero ottomano che già da tempo dava segni della sua profonda decadenza, divenne una delle prede più ambite delle grandi potenze: l’Inghilterra in primo luogo era interessata a difendere le sue linee di collegamento con l’India e al controllo dei giacimenti di petrolio che, dopo che erano stati scoperti in Iran, si supponeva esistessero in Iraq; la Francia, da parte sua, temeva lo strapotere inglese e puntava sui suoi legami con le comunità cristiane di Siria e Libano per ottenere un’influenza politica sulla zona e magari mettere le mani sui pozzi; la Russia non nascondeva la sua volontà di approfittare dello sfaldamento dell’Impero turco per conquistare Istanbul e giungere così al controllo degli stretti che mettono in comunicazione il Mar Nero col Mediterraneo; la Germania aveva investito somme enormi in lavori pubblici e prestiti al governo turco (come per la costruzione della famosa ferrovia di Baghdad) ed intendeva garantirsi con l’influenza esercitata sul paese alleato, che i suoi investimenti avrebbero reso bene.

Allo scoppio della guerra l’Impero ottomano si schierò a fianco degli Imperi centrali. L’Inghilterra, forte delle sue posizioni in Egitto, Sudan e nella stessa penisola arabica, fu la più sollecita ad intervenire; ma l’esercito turco, grazie anche agli aiuti tedeschi, si dimostrò un avversario da non trascurare e per due volte le truppe ottomane raggiunsero il canale di Suez minacciandone il controllo inglese mentre fu messo in pericolo anche l’afflusso del petrolio persiano attraverso il Golfo Persico con l’interruzione dell’oleodotto che raggiungeva la raffineria di Abadan.

Gli Inglesi, da vecchie volpi colonialiste, pensarono allora di coinvolgere nella guerra i prìncipi arabi promettendo loro, in cambio dell’aiuto militare, la costituzione, a guerra finita, di un grande Stato arabo libero ed indipendente. L’Inghilterra prese dunque i primi contatti con lo Sceriffo della Mecca, Hussein, che aveva a poco a poco sottomesso alla sua autorità, sfruttando la debolezza del governo centrale, le tribù dell’Higiaz e che quindi univa un potere politico al suo prestigio quale capo religioso. Hussein si dimostrò sensibile alle offerte inglesi, d’altronde la sua collaborazione con Londra si rivelerà subito di estrema importanza perché porterà al fallimento degli appelli di Costantinopoli all’Jihad, alla guerra santa contro l’Inghilterra, facendo schierare le popolazioni dell’Arabia a fianco di Londra, determinando così l’esito della guerra nella regione.

Scrive L. Gaspar nella sua ”Histoire de la Palestine”: «Le forze armate reclutabili tra le tribù dell’Higiaz erano importanti sia per l’una che per l’altra parte. Rivolta contro i Turchi, questa forza poteva colpirli in un punto nevralgico, considerando le loro posizioni nella penisola arabica. D’altra parte le guarnigioni turche della penisola avrebbero potuto, con l’appoggio di Hussein, minacciare il canale di Suez, la più lontana Aden ed anche il Golfo Persico»

Hussein cercò anche l’alleanza con i deboli gruppi nazionalisti arabi che erano attivi soprattutto in Siria ed accettò di presentare come base di trattativa agli Inglesi un manifesto, stilato dai gruppi nazionalisti di Damasco che richiedeva la costituzione di uno Stato arabo indipendente, alleato alla Gran Bretagna. Naturalmente il documento non fa parola della forma politica da dare al futuro Stato. Nel gennaio del 1916, dopo lunghe trattative si arrivò ad un accordo tra Inghilterra e Hussein. Pochi mesi dopo una spedizione turco-tedesca lasciò Damasco diretta verso lo Yemen, attraverso l’Higiaz. Questa manovra tendeva a costituire una piazzaforte nel sud della penisola arabica, per minacciare sia Aden che l’entrata del Mar Rosso.

Hussein, ottenuta dall’Inghilterra la promessa di un regno indipendente che avrebbe dovuto estendersi dalla Siria alla Mesopotamia, dalla Palestina alla penisola arabica, scagliò i suoi beduini contro la guarnigione turca della Mecca (10/6/ 1916). «Nonostante l’armamento rudimentale ed insufficiente di fronte alle guarnigioni turche ben equipaggiate di armamenti pesanti, artiglieria compresa, in un mese i beduini conquistano tutte le roccaforti turche dell’Higiaz, eccettuato Medina. Fanno 6.000 prigionieri tra i quali il governatore generale turco» (L. Gaspar; op. cit.). Ormai l’esito della guerra è deciso. Alleatosi con tutte le tribù della regione, Hussein conquista Aqaba e si dirige poi su Damasco in cui farà un ingresso trionfale, il 1° ottobre del 1918, assieme al generale inglese Allenby.

Quanto fossero sincere le promesse inglesi lo dimostra il fatto che nel maggio del 1916, un mese prima che Hussein proclamasse la guerra santa contro i Turchi, con i famosi accordi segreti Sykes-Picot, Inghilterra e Francia si erano accordate per la spartizione tra di loro dell’ambita preda medio-orientale: la Francia avrebbe avuto il controllo di parte della Siria, dell’Iraq settentrionale, del Libano e una parte della costa della Anatolia (attuale Turchia) e l’Inghilterra il controllo dell’Iraq centrale e meridionale, della Transgiordania e di parte della Palestina; il resto della Palestina sarebbe stato posto sotto l’autorità di un controllo internazionale al di fuori dell’influenza britannica e francese. Quanto allo Stato arabo promesso ad Hussein, la sua parte settentrionale sarebbe stata considerata zona di assistenza e di preferenza per la Francia e quella meridionale per la Gran Bretagna. Che le cose non siano poi andate effettivamente così è una dimostrazione in più dell’ingordigia imperialista delle due potenze europee che non risparmiarono mezzi per attaccarsi a vicenda.

Uno dei primi atti della rivoluzione vittoriosa in Russia fu la pubblicazione dei trattati segreti che gli Stati imperialisti avevano siglato sulle spalle del proletariato e dei popoli oppressi. Anche gli accordi Sykes-Picot furono quindi pubblicati; gli Inglesi riuscirono per il momento a convincere Hussein che si trattava di una mossa propagandistica e con nuove promesse lo convinsero a continuare a combattere ma sapevano bene che alla fine della guerra, l’inganno sarebbe stato scoperto e avrebbe suscitato un’ondata di ostilità anti-inglese in tutto il mondo arabo. In previsione di questa reazione «occorreva premunirsi creando nel cuore della regione una base che fosse oggetto a sua volta dell’ostilità araba e pertanto costretta a una salda alleanza con la Gran Bretagna» (P. Donini; op. cit.).

Così già nel novembre del 1917, il ministro degli esteri inglese A. J. Balfour promise al movimento sionista un ”focolare nazionale” in Palestina, ove già da alcuni decenni si era stabilita qualche colonia di ebrei soprattutto russi, venendo meno agli impegni assunti con la Francia e fornendo ai sionisti il più consistente appiglio diplomatico per ottenere la creazione dello Stato d’Israele. Al termine del conflitto naturalmente questi nodi vennero al pettine ma gli Inglesi erano ormai pronti ad ogni evenienza, «avevano concentrato nella zona un altissimo numero di truppe, 160.000 soldati, nella primavera, del 1917 avevano, ad esempio, iniziato in Mesopotamia una grande offensiva che li portava a conquistare Baghdad e ad occupare Mossul e la zona più ricca di petrolio alla conclusione dell’armistizio, dopodiché il paese venne in concreto trasformato in una specie di provincia indiana e tasse onerose furono imposte alle popolazioni: il regime militare britannico si rivelò poco diverso da quello ottomano e il movimento nazionale, oppresso e perseguitato, iniziò a volgersi contro i nuovi occupati. Altre decine di migliaia di soldati inglesi, dopo una serie di azioni sfortunate, avevano conquistato la Palestina, occupando Gerusalemme, passato il Giordano verso Amman allo scopo (fallito) di congiungersi con gli uomini di Feisal che avevano preso il porto di Aqaba nel Mar Rosso ed erano arrivati in Siria, sino a Damasco e ad Aleppo inseguendo l’esercito turco in sfacelo» (da ”La rivoluzione araba” di G. Valabrega).

Nonostante che in una nuova lettera ad Hussein del febbraio del 1918, il governo britannico confermasse la ”simpatia” della Gran Bretagna per il desiderio di indipendenza dei popoli arabi, così come promesso nel 1916, con una serie di accordi internazionali, il trattato di Versailles (1919), di Sévres e San Remo (1920), Losanna (1923) e con le sanzioni solenni della Società delle Nazioni (1922 e 1924), grazie al cosiddetto sistema del mandato, gli inglesi assunsero il controllo effettivo della Mesopotamia, della Palestina e di larghe fette della penisola arabica, mentre ai francesi fu riservata la Siria, occupata però dalle truppe di Hussein, ed il Libano. Sulla riva destra del Giordano fu ritagliato su desiderio di Londra il regno di Transgiordania e concesso ad Abdullah, uno dei figli di Hussein per non rompere del tutto i ponti con lui e per disturbare i francesi che in Siria vennero subito ai ferri corti con l’altro figlio di Hussein, Feisal che intendeva fare della Siria il proprio regno e godeva di un vasto appoggio popolare. Ma Feisal, da buon principe feudale, non aveva tanto a cuore la lotta per l’indipendenza della nazione araba quanto quella per ottenere, come Abdullah, un suo regno e i continui patteggiamenti con i francesi e i tradimenti verso il movimento delle masse permisero infine a Parigi, dopo ben nove anni di accanite lotte e spietate repressioni, di avere partita vinta. A Feisal, tornato sotto la tutela inglese, fu accordato il regno dell’Irak.

Tra il ’24 e il ’25, sembra con l’appoggio degli inglesi, favorevoli a sbarazzarsi di un alleato troppo ingordo, e certo scontento, Ibn Saud, sovrano del Negev condusse una fortunata campagna contro Hussein e occupò l’Higiaz; nel ’30 occupò poi l’Asir la cui unione con l’Higiaz ed il Negev gli permise la fondazione del regno d’Arabia, chiamato in suo onore ”Saudita”.
 
 
 
 
 


3. L’ESPROPRIO DEI FELLAHIN

Dunque con la 1° Guerra imperialista l’Inghilterra prende saldamente piede in Medio Oriente mentre l’intera zona, occupata non solo dagli eserciti stranieri ma anche dai capitali e dalla tecnica occidentale, viene sottratta al suo secolare immobilismo e gettata nel girone infernale del capitalismo.

L’altra conseguenza della guerra, che più direttamente si ricollega al nostro lavoro, è il nuovo ordine imposto alla regione dai paesi imperialisti usciti vincitori dalla guerra, ordine che, dopo diversi secoli, viene a spezzare l’unità della ”nazione araba” (col termine ”nazione” inteso in senso pre-borghese) dividendola in diverse entità statali, tra queste anche la regione geograficamente chiamata Palestina che, come abbiamo detto, viene posta sotto mandato inglese.

Queste dunque le premesse che porteranno, poco più di venti anni dopo, alla costituzione dello Stato d’Israele ed alle insuperabili divisioni tra i vari Stati arabi.

Già prima del mandato britannico, come abbiamo visto, le organizzazioni sioniste internazionali avevano impiantato alcune colonie ebraiche in Palestina, ma, come mostra la seguente tabella, il numero degli ebrei immigrati nella regione rimase molto basso fino alla 1° guerra mondiale:

PeriodoNumero (arrotondato) di immigrantiPrincipali paesi d’origine
1882-190320.000-30.000Impero zarista
1904-191435.000-40.000Impero zarista
1919-192335.000URSS, Polonia, paesi baltici
1924-193182.000Polonia, URSS, paesi balcanici, Medo Oriente
1932-1938217.000Polonia, Europe centrale
1939-194592.000Europe centrale, paesi balcani, Medio Oriente
1946-194861.000Polonia, Europa centrale, paesi balcanici

(S.Sitton, Israele, immigration et croissance. Paris, 1936, p. 32-33. Citato in E.Facchini-C.Pancera, Dipendenza economica e sviluppo capitalistico in Israele, Milano, 1975).

Fu proprio nel periodo del mandato che l’immigrazione ebraica conobbe una espansione senza precedenti, giungendo al culmine negli anni tra il 1932 ed il 1938, parallelamente al crescere delle persecuzioni antiebraiche nella Germania nazista. La Gran Bretagna infatti calcolò di sfruttare ai propri fini l’ideologia ed i capitali del movimento sionista favorendo la costituzione di uno Stato legato a doppio filo con l’imperialismo occidentale che fosse di aiuto nell’opera di contenimento e di repressione del vasto movimento anti-imperialista che minacciava di svilupparsi sotto l’egida di un grande Stato arabo indipendente ed unito.

Le prime colonie ebraiche stabilitesi in Palestina ove, avevano acquistato alcune fattorie; non aveva determinato alcuno scontro con le popolazioni del luogo, di cui gli ebrei condividevano gli arretrati metodi di coltivazione e la miseria, ma quando l’immigrazione ebraica si fece massiccia la situazione doveva evidentemente cambiare; come aveva affermato Theodor Herzl, agli ebrei era necessaria «una terra senza popolo per un popolo senza terra» ed egli identificava questa tetra con la Palestina, ma in quella regione, già all’inizio del secolo vivevano centinaia di migliaia di arabi!

«All’inizio del secolo si contano in Palestina circa 600.000 arabi e 50.000 ebrei. Fino al 1900 la Palestina vive soprattutto della sua agricoltura. Il commercio vi riveste un carattere essenzialmente locale. Quanto all’industria, è essenzialmente di tipo artigianale. La produzione agricola e la ripartizione della terra e del suo prodotto restano di ”tipo feudale” fino alla metà del XIX secolo. La caratteristica dominante è l’esistenza di grandi proprietà.
«Il declino progressivo di questo sistema tradizionale sarà determinato da una parte dall’introduzione del Codice della Proprietà fondiaria da parte dell’Impero Turco, nel 1858, e dall’altra dalla penetrazione straniera. Il Codice introduce diverse misure intese a favorire lo sviluppo del capitale mercantile. Le imposte che i fellab pagano in natura saranno ormai riscosse in moneta, fatto che li introduce nell’economia monetaria. D’altronde queste imposte saranno considerevolmente aumentate, indebitando i contadini che dovranno spesso abbandonare le loro terre, creando così uno strato di contadini senza terra. Inoltre il codice rinforzerà il diritto dello Stato sulla proprietà fondiaria e promuoverà un processo di dissoluzione della proprietà collettiva a profitto della proprietà privata, grande e piccola. Le terre abbandonate dai fellab schiacciati dai debiti, sono incamerate dai grandi proprietari privati e dai capitalisti delle città.
«In quest’epoca si osserva anche una importante penetrazione di capitali stranieri, essenzialmente per acquistare proprietà fondiarie, portati da congregazioni religiose di tutti gli ordini, venute in Palestina per «proteggere le minoranze cristiane». Così le chiese cristiane, cattoliche, ortodosse, protestanti, procedono ad importanti acquisti immobiliari ed investono. I preti ed i monaci fanno lavorare i fellab (…) L’immigrazione ebraica inizia con la fondazione di Petakh-Tikva nel 1878.
«All’inizio del secolo la grande proprietà fondiaria è costituita da terre appartenenti agli effendi (grandi proprietari palestinesi, siriani, egiziani e turchi), dai dominii dello Stato (dominii appartenenti al Sultano o semplicemente da lui confiscati), da terre waqfs (beni religiosi colpiti da inalienabilità) e dalle terre delle chiese cristiane. Ma la Palestina non è solo un paese di grandi aziende. Esiste una piccola e media proprietà soprattutto collettiva: sono essenzialmente le terre ’mucha’, cioè le terre la cui proprietà appartiene alle comunità di villaggio e su cui viene applicata la rotazione periodica dei lotti. Parallelamente a questo regime fondiario, si assiste, soprattutto dopo il 1860, sotto la pressione ottomana e a causa della penetrazione capitalista ad uno sviluppo della proprietà privata.
«L’integrazione della attività agricola nel mercato capitalista prosegue secondo un processo simile a quello delle regioni arabe vicine tra il 1860 e il 1920. La produzione agricola è sempre più commercializzata e le esportazioni si sviluppano. Il valore delle esportazioni delle arance di Jaffa ad es. passa da 26.500 lire sterline nel 1885 a 297.700 lire sterline nel 1913. Si spiega così che, vicino ad un sistema tradizionale ancora largamente dominante, appare un settore capitalista urbano e dunque nuove classi sociali. L’espropriazione dei contadini getta verso le città una numerosa manodopera, vera ”armata di riserva” disponibile per lo sviluppo industriale. Questa evoluzione, ed è questo che caratterizza la Palestina nei confronti degli altri paesi arabi, è bruscamente bloccata a partire dalla fine della l° guerra mondiale, dall’immigrazione sionista che accompagna il Mandato inglese sulla Palestina» (da ”Textes de la revolution palestinienne” di Bichara e Naim Khader).

Durante il periodo del mandato britannico dunque la grande maggioranza della popolazione della Palestina era ancora costituita da contadini o fellahin, alcuni proprietari di piccoli appezzamenti ma soprattutto affittuari o salariati nelle proprietà dell’aristocrazia agraria. Nel 1930, 250 famiglie di grandi proprietari possedevano tanta terra quanto 60.000 piccoli proprietari. Alcune famiglie possedevano tra i 30.000 ed i 60.000 dunam (1 dunam = 1/10 di ettaro) mentre il 30% delle famiglie contadine era senza terra. Circa i 2/3 delle terre erano date in affitto e appartenevano a grandi proprietari assenteisti. Tra i contadini proprietari della loro azienda agricola, il 54% disponeva di meno di un feddan di terra (il feddan corrisponde all’area che può essere lavorata con un attacco di buoi). Una statistica di qualche anno dopo conferma questi dati:

Struttura della proprietà fondiaria araba in Palestina nel 1936

CategoriaNumero di aziende% delle aziende% delle terre
Meno di 100 dunam65.93391,8%36,7%
Da 100 a 1.000 dunam5.7068,0%35,8%
Più di 1.000 dunam1500,2%27,5%
(di cui più di 5.000)(13)(0,01%)(19,2%)

(da ”Le mouvement national palestinien” di O. Carré).

L’acquisto di terre ad opera del J.C.A. (Jewisch Colonization Association) per installarvi le migliaia di profughi provenienti dall’Europa non poteva dunque significare che l’espulsione delle popolazioni già residenti nel paese, cioè dei mezzadri e dei braccianti palestinesi che costituivano la maggioranza della popolazione.

Infatti se i titoli di proprietà della terra erano detenuti dai grandi proprietari assenteisti che ne vendettero senza difficoltà la grande maggioranza alle associazioni sioniste, come dimostra la tabella seguente, la terra alla quale questi titoli si riferivano era la base indispensabile all’esistenza delle masse povere palestinesi.

Acquisti di terre delle tre Compagnie ebraiche alla fine del 1936

Acquisti daDunam%
Grandi proprietari non residenti358.97452,6%
Grandi proprietari residenti167.80224,6%
Governo, Chiese e Compagnie straniere91.00113,4%
Fellahin64.2019,4%
Totale della terra acquistata681.978100,0%

(da «The Land System in Palestine» di Granott).

Così il fellahin espropriato divenne prima lavoratore agricolo salariato alle dipendenze del capitale sionista e poi, quando l’immigrazione si fece più massiccia, fu addirittura cacciato dal suo lavoro e ridotto alla miseria più nera.

Questa situazione non poteva prolungarsi senza determinare violenti urti sociali perché ai contadini espulsi non era lasciata altra possibilità che di crepare guardando i coloni ebrei installarsi al loro posto. Da qui le disperate rivolte che si susseguiranno nel 1921, 1925, 1929, 1933, 1936
 
 
 
 


4. LA RIVOLTA DEL 1936: PRIMO TRADIMENTO DI BORGHESI E FONDIARI

Queste rivolte culminarono in quella del 1936 che durò per ben tre anni e fu caratterizzata da un grande sciopero generale di sei mesi.

Nel 1935 ormai gli ebrei da 84.000 che erano nel 1922 erano arrivati a 320 mila e il flusso immigratorio non accennava a diminuire mentre il capitale ebraico investito in Palestina in quegli anni ammontava a Lire palestinesi 6.000.000 per il 1933, L.P. 10.000.000 per il ’34, LP. 11.000.000 per il ’35, iniezioni di capitale che non solo non portavano alcun vantaggio alla popolazione araba, ma anzi contribuivano ad aumentarne la miseria.

In questa situazione di estrema tensione sociale, alcuni scontri tra arabi ed ebrei fecero scoppiare la rivolta: il 20 aprile fu creato un Comitato Nazionale Arabo nella città di Nablus che propose subito lo sciopero generale. Il giorno seguente fu formato un Supremo Comitato Arabo, composto dai rappresentanti dei maggiori partiti arabi, tutti legati all’aristocrazia fondiaria, e presieduto addirittura dal Mufti di Gerusalemme.. Questo Comitato decise di continuare lo sciopero generale chiedendo per prima cosa agli inglesi di bloccare l’immigrazione ebraica ed inoltre il divieto dell’immigrazione stessa, la proibizione di vendere terre agli ebrei, l’instaurazione di un governo nazionale responsabile dinanzi ad una assemblea nazionale. Ma di fronte al perdurare dello sciopero ed all’acutizzarsi della lotta che andava sempre più assumendo un carattere di classe sotto la spinta di un giovane ma già abbastanza consistente proletariato urbano, il Supremo Comitato decretò la fine dello sciopero aderendo ad un appello alla pacificazione proveniente dai tre prìncipi arabi pedine della Gran Bretagna: Saud d’Arabia, Ghazi d’Irak e Abdullah di Transgiordania; il testo affermava esplicitamente di «aderire all’appello delle loro Maestà e altezze i re e gli emiri arabi e chiamare la nobile nazione araba in Palestina a ritornare alla quiete e di porre fine allo sciopero e ai disordini». La rivolta dei contadini – osserva lo studioso George Antonius (The Arab awakening, London 1938) – non è soltanto rivolta contro gli inglesi ed i sionisti, ma contro i capi politici arabi, quasi tutti appartenenti alla classe dei proprietari terrieri, quella classe cioè che aveva venduto le terre ai sionisti provocando così, da una parte il rafforzamento della presenza sionista in Palestina e dall’altra privando i contadini arabi del lavoro di quelle terre che i sionisti compravano per affidarle ad agricoltori ebrei. Sulla stessa questione L.Gaspar nella sua «Histoire de la Palestine» (Paris, 1968), scrive: «La collera contadina accusava d’altronde anche la borghesia terriera araba oltre che l’amministrazione mandataria ed i sionisti del suo spossessamento. La vendita delle terre aveva certamente arricchito la classe proprietaria, non senza privare il contadino delle terre che egli coltivava da secoli senza peraltro possederle».

Dopo la cessazione dello sciopero, il movimento, che si era dato anche un embrione di organizzazione armata, si sfaldò e la lotta fu continuata da bande guerrigliere che diedero filo da torcere ancora per lunghi mesi all’esercito inglese e alle organizzazioni armate sioniste, che ne appoggiavano l’azione repressiva.

Alla fine della rivolta seguì una durissima repressione da parte della democratica e liberale Inghilterra: proprio da questi anni datano le leggi sulla responsabilità collettiva dei villaggi e delle città arabe e la pratica di far saltare con la dinamite le case di coloro che venivano sospettati di appartenere o di solidarizzare con la rivolta, metodi tutt’ora in uso da parte dell’esercito di Israele. Durante la rivolta da 3.000 a 5.000 arabi furono uccisi, 110 dei loro capi furono giustiziati, 6.000 furono incarcerati, 30.000 soldati inglesi furono impiegati per restaurare l’ordine.

Il terribile isolamento in cui la situazione internazionale confinò la rivolta del proletariato e delle masse sfruttate arabe, la mancanza di una direzione e di un indirizzo classista in grado di difendere il movimento dall’influenza devastante dell’aristocrazia feudale e religiosa che ne prese la testa, imperando ormai lo stalinismo a livello internazionale, impedì che il fuoco della rivolta si estendesse oltre la Palestina e ne determinò la sconfitta. Nel 1939 gli Inglesi accolsero in parte le richieste arabe proibendo per dieci anni l’immigrazione ebraica e gli acquisti di terreni arabi da parte dei sionisti; in pratica però, mentre la popolazione araba restò duramente delusa dalla sconfitta e fiaccata dalla durissima repressione, le organizzazioni sioniste continuarono a rafforzarsi adesso anche in funzione anti-inglese in vista della costituzione di uno Stato ebraico indipendente.
 
 
 
 
 


5. LO STATO D’ISRAELE

La seconda guerra mondiale mostrò a tutto il mondo la potenza del colosso imperialista americano, che si apprestava a sostituire quello inglese come massimo caposaldo dell’imperialismo. Dopo la guerra l’impero britannico si andava rapidamente sfaldando ed una delle prime posizioni che fu costretto a cedere fu proprio la Palestina, mentre le organizzazioni sioniste, legate sempre più strettamente al capitale americano, conducevano una dura guerriglia antiinglese. Erano stati infatti proprio i rappresentanti nel movimento sionista americano che già nel 1942, in una riunione a New York, adottarono il ”programma di Baltimora” che prevedeva l’instaurazione in Palestina di un ”Commonwealth ebraico”, l’immigrazione illimitata e la creazione di un’armata ebraica.

Ma nella difficile situazione internazionale che era seguita alla fine della guerra la costituzione di uno Stato ebraico su tutta la Palestina sembrava impossibile da realizzare vista l’opposizione degli Stati arabi, ancora appoggiati dall’Inghilterra e dagli U.S.A., che solo nel ’43 avevano stretto un patto con Riad in cui si dichiarava che «la difesa dell’Arabia Saudita è vitale per la difesa degli Stati Uniti d’America». Così il 22° Congresso sionista riunito nel dicembre del ’46 propose che la Palestina fosse divisa in due Stati, uno ebreo e l’altro arabo. Il piano fu fatto proprio dall’ONU (il nuovo nome assunto dalla ”Società delle Nazioni” ribattezzata da Lenin come ”covo di ladroni”), sotto la pressione congiunta di Stati Uniti e Russia. La spartizione, decisa il 29 novembre 1947, avvantaggiò sfacciatamente il capitale ebraico che, possedendo il 6% del territorio, si vide assegnare il 56% della superficie della Palestina.

La regione restava comunque sotto il mandato britannico che sarebbe scaduto solo il 15 maggio 1948. La Lega degli Stati arabi non riconobbe la spartizione e la Gran Bretagna naturalmente se ne lavò le mani, ansiosa solo di tirarsi fuori dalla mischia. Lo Stato di Israele fu proclamato otto ore prima dello scadere del mandato britannico, il 14 maggio 1948.

Gli USA lo riconobbero ”de facto” 11 minuti dopo; l’URSS il 17 maggio, di fatto e di diritto, probabilmente perché vedeva nello Stato d’Israele un mezzo per attaccare l’influenza dell’Inghilterra e degli USA in Medio Oriente. Sembra addirittura che buona parte delle armi della Haganah provenissero dalla Cecoslovacchia attraverso un ponte aereo semiclandestino che forzava il blocco inglese.
 
 
 
 
 


6. GUERRA ’48 – DISFATTA DELLA LEGA ARABA

Lo Stato d’Israele, disegnato sulla carta dai grandi strateghi dell’ONU era un assurdo politico; rispetto alla superficie aveva confini estesissimi ed era indifendibile da un punto di vista militare; inoltre la sua superficie era troppo ristretta per le necessità del capitale ebraico. La guerra che scoppiò pochi giorni dopo la costituzione del nuovo Stato, se fu voluta dagli Stati arabi che non furono capaci di valutare la potenza effettiva dell’esercito israeliano, fu non di meno desiderata dal governo di Tel Aviv conscio della sua forza e degli appoggi internazionali su cui poteva contare. Non mancarono comunque trattative separate tra arabi ed israeliani, come i contatti avuti da Golda Meir con il re di Transgiordania, Abdullah, nel novembre del 1947, che portarono ad accordi per la spartizione del paese.

In effetti se i governi arabi avevano necessità di fare la guerra per deviare l’attenzione delle masse in agitazione nei loro paesi e per giustificare le loro ferree dittature, cercando dì rifarsi una verginità politica nella lotta per i ”diritti dei fratelli palestinesi”, essi non avevano alcuna intenzione di mettere a repentaglio il loro potere ed i loro privilegi di classe in questa guerra; la loro maggiore preoccupazione era quella di difendere le loro poltrone e magari di accrescere i loro territori a spese dello Stato ebraico o anche di qualche paese arabo ”fratello” nel caso in cui se ne fosse presentata l’occasione.

Così il piano strategico comune che era stato adottato l’1l maggio al Cairo dovette essere più volte modificato, spostando, per volontà giordana, il punto chiave dell’invasione da Haifa, porto di grande importanza strategica, a Gerusalemme mentre, ad esempio, l’esercito egiziano concentrò il suo sforzo offensivo più sulla conquista del deserto del Negev, per contenere gli appetiti di Abdullah, che su Tell Aviv, la principale città ebraica. Inoltre «l’inefficienza organizzativa e la corruzione, insieme con i modi feudali con cui sovente i governi trattavano i comandanti, ed i generali e gli ufficiali trattavano i soldati, diedero un colpo decisivo alle speranze della Lega Araba» (G. Valabrega; op. cit.).

La dura sconfitta subita dai paesi arabi in questa guerra dimostrò l’incapacità politica delle classi al potere, legate a doppio filo con l’imperialismo, mentre tra le file dei militari, ufficiali e soldati, gettati allo sbaraglio nella guerra «senza compiti precisi, senza armamenti e rifornimenti adeguati, senza valido coordinamento con le truppe degli altri settori, maturava un sordo risentimento per coloro i quali erano responsabili di tali errori gravissimi, allo stesso tempo che calava l’entusiasmo» (G. Valabrega; op. cit.).

Questa guerra dunque, mentre rafforzò lo Stato israeliano, sia da un punto di vista politico sia permettendone un notevole ingrandimento territoriale, determinò un indebolimento dei regimi reazionari arabi, indebolimento che contribuirà al rafforzarsi in questi paesi di movimenti democratico-borghesi che daranno presto origine a rivolte e veri e propri tentativi rivoluzionari che in pochi anni cambieranno completamente l’assetto politico mediorientale.
 
 
 
 
 


7. L’ESODO PALESTINESE

La borghesia israeliana, a differenza delle corrotte cricche dirigenti arabe, aveva un preciso piano di condotta nella guerra e una precisa strategia per l’annessione di nuovi territori in Palestina. Questo piano (piano Daled) oltre alla conquista di territori prevedeva anche feroci azioni di rappresaglia e di terrorismo che, facendo strage tra le popolazioni arabe, e seminando il terrore ne determinassero la fuga lasciando via libera all’occupazione israeliana; «Ci furono pressioni crescenti – raccontano gli storici sionisti Jon e David Kimche nella loro opera ”The clash of Destinies” – da parte dei comandi militari, come di Ben Gurion e di Dalili, contro la limitazione delle azioni di rappresaglia».

Questi massacri culminarono nella strage del 9 aprile del 1948 quando «durante la notte uomini dell’Irgun e della banda Stern (gruppi armati sionisti; ndr) attaccano e catturano il villaggio di Deyr Yasin, presso Gerusalemme. Vengono massacrate 254 persone ed il villaggio è distrutto. Fra i morti vi furono: 25 donne incinte, 52 madri con bambini di pochi mesi, altre 60 donne e ragazze». Menachen Beghin futuro premio nobel per la pace, che guidò l’assalto al villaggio, ha scritto di questo massacro: «Non solo fu giustificato ma se non si fosse ottenuta la vittoria di Deir Yassin lo Stato d’Israele non sarebbe stato costituito… il panico sopraffece gli arabi… l’impressione creata dal massacro di Deir Yassin equivalse alla forza di sei reggimenti militari. Gli arabi cominciavano a fuggire pieni di terrore ancor prima di scontrarsi con le forze ebraiche… Il massacro di Deir Yassin ci ha particolarmente aiutati a liberare Tiberiade ed ad invadere Hazfa» (da: Dossier Palestina; aut. vari).

Il governo israeliano riesce così a raggiungere i suoi obiettivi: il territorio dello Stato passa dal 56 al 78% di tutta la superficie della Palestina; del milione e 380.000 arabi residenti in Palestina ben 750.000 sono stati costretti alla fuga abbandonando tutti i loro averi e riducendosi a vivere, naturalmente i ceti più bassi, in campi profughi nella striscia di Gaza, in Giordania, in Siria, in Libano, assistiti dalla ”carità” dell’ONU. Da qui, da questi campi della disperazione, da queste centinaia di migliaia di sradicati, di disoccupati, di sottooccupati, di veri proletari, sorgerà la forza che dovrà turbare e turba tutt’ora i sonni della borghesia israeliana come di quelle arabe.

Una parte degli arabi (circa 350.000) restò nella Cisgiordania occupata dall’esercito transgiordano e un’altra (circa 70-100.000) nella striscia di Gaza occupata dagli egiziani. In Israele, nonostante le minacce e le stragi, continuarono a risiedere 170.000 arabi. Anche il modo in cui avvenne la loro fuga rifletteva le differenze di classe esistenti, infatti tra la fine del ’47 e l’inizio del ’48, già 30.000 arabi avevano abbandonato la Palestina, ma la grande maggioranza di questi, che sfuggirono così al terrorismo statale israeliano, appartenevano alle classi medie e benestanti che possedevano beni o capitali su cui contare per stabilirsi nei territori vicini.
 
 
 
 
 


8. LA CONDIZIONE DEGLI ARABI IN PALESTINA

La politica dello Stato borghese israeliano verso gli arabi rimasti in Israele segui queste direttive: a) Mantenimento, di un permanente stato d’assedio verso le comunità arabe per impedire qualsiasi tentativo di ribellione. b) Progressiva espropriazione delle terre abbandonate dai contadini arabi che si erano rifugiati in altri paesi e loro assegnazione a colonie agricole ebraiche. c) Espropriazione delle terre ancora occupate e coltivate da contadini arabi e trasformazione dei piccoli contadini in proletari. d) Impiego di mano d’opera araba per i lavori più duri e a bassa specializzazione, con salari di fame.

Naturalmente questi obiettivi sono stati raggiunti nel pieno rispetto della legalità tramite la promulgazione di apposite leggi, proprio come sempre accade in qualsiasi Stato che voglia essere considerato sinceramente democratico!

a) Le leggi di emergenza

Subito dopo la proclamazione dello Stato d’Israele «il governo provvisorio decideva il 14/5/1948 di mantenere in vigore un cospicuo corpo di disposizioni introdotte dalle autorità britanniche a partire dal 1936 e rielaborate nel 1945. Queste Defence Emergency Regulations (che a suo tempo erano state violentemente attaccate dai giuristi sionisti quando erano applicate contro le loro organizzazioni; ndr.) hanno consentito allo Stato ebraico di mantenere in vita tribunali militari con giurisdizione sulla popolazione civile e di intervenire praticamente in ogni aspetto della vita quotidiana, autorizzando la censura dei mezzi di informazione e della corrispondenza privata, la limitazione della libertà di movimento, di opinione e di attività politica, l’arresto, l’espulsione dal villaggio di origine o addirittura da Israele, la confisca dei beni e la demolizione delle abitazioni. Queste disposizioni, unite ad un successivo provvedimento, rappresentano la base giuridica su cui Israele ha costruito il proprio regime di amministrazione militare nelle regioni a popolazione prevalentemente araba: le ”Defence regulations” riguardavano infatti teoricamente tutta la popolazione, araba o ebraica che fosse, ma poiché le zone in cui venivano applicate erano delimitate a discrezione delle autorità militari, era facile maneggiarle in modo che colpissero solo i palestinesi. Non può, pertanto meravigliare il fatta che l’88% della popolazione araba fosse sotto posta al regime di amministrazione militare, mentre il 95% degli ebrei non subiva restrizione alcuna; anche il 5% residuo, del resto, godeva di trattamento ben diverso di quello inflitto agli arabi: una delle disposizioni più vessatorie era il divieto di viaggiare nelle regioni sotto poste all’amministrazione militare senza un apposito permesso, che ovviamente non veniva negato ai cittadini ebrei (…) Le norme britanniche del ’45 furono sospese ufficialmente soltanto nel dicembre 1966, per essere introdotte, meno di un anno dopo, nei territori occupati della Cisgiordania e di Gaza dove costituiscono ancora la base giuridica di provvedimenti quali imposizione di coprifuoco, detenzione, arresto domiciliare, confisca e distruzione dei beni» (da Politica Internazionale: marzo 1979).

b) Le leggi per l’esproprio dei beni

Il primo esodo delle popolazioni arabe, dopo la guerra del ’48-’49 mise a disposizione dello Stato israeliano oltre 16.000 Kmq. di terreni abbandonati (pari all’80% della superficie totale di Israele) di cui circa 1/4 coltivabili, che ospitarono 350 dei 370 nuclei di colonizzazione agricola fondati da Israele tra il 1948 e il 1953.

«Nel 1954 oltre un terzo della popolazione ebraica di Israele viveva su terreni arabi abbandonati e oltre 250.000 persone, compreso un terzo di nuovi immigrati, abitavano in immobili urbani abbandonati dai proprietari arabi (…) Complessivamente l’economia di Israele assorbì 300.000 ettari di terre arabe abbandonate che furono rimesse a coltura e valorizzate. Malgrado l’elevato ammontare dell’assistenza economica ricevuta dall’estero sotto forma di aiuti statunitensi, riparazioni tedesco-occidentali, vendite di obbligazioni israeliane e contributi di organizzazioni filantropiche, Israele non avrebbe certo potuto raddoppiare la propria popolazione nei primi tre anni di vita senza utilizzare i beni arabi abbandonati» (da Politica Internazionale; marzo ’79).

Per impadronirsi di queste proprietà arabe lo Stato israeliano ha utilizzato tutta una serie d strumenti legislativi: «In una prima fase il governo ha istituito delle zone chiuse secondo l’art. 125 della legislazione coloniale promulgata dagli inglesi nel ’45 per lottare contro il terrorismo ebraico (Defence Emergency Regulations). I proprietari arabi delle terre comprese in queste zone non sono stati autorizzati a farvi ritorno dopo la guerra del ’48 e i loro campi sono rimasti abbandonati. Nell’ottobre del ’48 il ”giornale ufficiale” pubblicava delle nuove ordinanze che autorizzavano il Ministero dell’Agricoltura a confiscare ogni terra non lavorata e non seminata per un anno. Queste misure riguardavano le terre rimaste abbandonate dopo l’applicazione dell’art. 125; il Ministero dell’Agricoltura era autorizzato a trasferirle a terzi, cioè a degli ebrei. In seguito apparvero delle ordinanze (divenute leggi nel 1950) sui proprietari assenti. Si trattava non solo dei beni dei profughi palestinesi, ma anche di quelli di circa 20.000 arabi israeliani bizzarramente qualificati di ”assenti-presenti”. Questi ultimi erano di fatto degli arabi con carta d’identità israeliana ma considerati come assenti, dunque privati per legge dei diritti sulle loro terre e beni immobili, perché tra il 29 novembre 1947 (data della decisione dell’ONU sulla spartizione della Palestina, cinque mesi e mezzo prima della creazione dello Stato d’Israele) e il 1 settembre 1948 essi si trovavano fuori del territorio della Palestina oppure in una regione della Palestina controllata dagli arabi, e questo qualunque fosse il motivo della loro assenza, fuga, affari, esodo o espulsione.

«Nel 1949, una nuova legge che istituiva delle ”zone di sicurezza”, autorizzava il Ministro della Difesa ad allontanare gli abitanti dei villaggi situati in una zona di 10 Km. lungo le frontiere. Queste leggi non minacciavano, come le precedenti e le ordinanze menzionate prima, il diritto di proprietà degli abitanti arabi ma gli impedivano l’accesso ai loro beni. Nel 1953 lo Knesset (il parlamento israeliano) adottò una legge secondo la quale il governo diventava proprietario di tutte le terre che, al 1/4/’52 non fossero state effettivamente nelle mani dei loro proprietari. Le indennità versate ai vecchi proprietari furono fissate secondo il valore delle terre al gennaio 1950, a un tasso molto basso. Anche un’altra legge, che autorizza il governo a requisire terre e beni per ”la difesa e l’assorbimento di nuovi immigrati”, è stata utilizzata per espropriare proprietari arabi. In seguito un emendamento ha precisato che le terre occupate ai termini di questa legge dopo il 1/8/’58 sarebbero state considerate come appartenenti allo Stato (…) Infine in diversi casi si è fatto ricorso ad ordinanze risalenti all’epoca del mandato, per ”l’acquisizione di terre nell’interesse della popolazione”. Grazie a queste leggi, le città ebraiche di Nazareth alta e Karmel, ad esempio, sono state costruite su terre confiscate agli arabi». (da Le Monde; 1/6/76).

Così, dei 200.000 ettari che possedevano, prima della creazione dello Stato d’Israele, ai villaggi arabi non restano oggi che 50.000 ettari. Questa cifra non comprende il Negev, ove i beduini, che sono il 20% della popolazione araba di Israele, nel corso del 1975 hanno dovuto condurre un’aspra lotta per impedire che fossero espropriati 150 dei 190 mila ettari di terre sulle quali essi vivono da secoli. «Il governo afferma che le terre del Negev non sono registrate a nome di abitanti arabi, per la maggior parte beduini trasformatisi in agricoltori. Formalmente il governo ha ragione, ma in pratica è noto che i beduini del Negev non si sono mai dati la pena di iscriversi al catasto. Questo era l’uso, tanto sotto l’Impero ottomano quanto sotto il mandato britannico; quando i beduini compresero, dopo la creazione dello Stato d’Israele, che le autorità agognavano le loro terre, cercarono di regolarizzare la loro situazione, ma questo diritto fu loro rifiutato» (Le Monde; 13/12/75).

La questione della terra è ancora molto viva in Israele sia per quei pochi piccoli contadini arabi che sono riusciti a conservarla, sia per quelli che pur essendo ormai stati proletarizzati ne furono privati nel passato. «Non è un caso se la più massiccia mobilitazione della popolazione araba in Israele negli ultimi anni (febbraio-marzo 1976) è nata proprio dalla decisione di espropriare terre arabe in Galilea per costruirvi quartieri residenziali ed installazioni militari» (da Politica Internazionale; Marzo ’79).

c) La proletarizzazione dei contadini arabi

Dal censimento fatto dagli inglesi nel 1931 risultava che l’80% degli arabi palestinesi vivevano nelle campagne; alla fine del mandato inglese questa percentuale era calata al 70%, ma secondo il censimento del 1973 gli arabi urbanizzati erano il 56%. Gli ex contadini espropriati, come è naturale processo di sviluppo capitalistico, sono stati costretti a spostarsi nelle città dove la loro forza lavoro è stata impiegata nei lavori più umili e faticosi e comprata al prezzo più basso. I proletari arabi hanno alimentato soprattutto la manovalanza nell’edilizia e nel settore terziario. La seguente tabella mostra l’evoluzione dei settori d’attività della manodopera araba dal 1954 al 1972:

Ripartizione % della manodopera araba fra i principali settori d’attività

Settore195419661972
Agricoltura59,9%39,1%19,1%
Industria8,2%14,9%12,5%
Edilizia e lavori pubblici8,4%19,6%26,6%
Altri settori23,5%26,4%41,8%

(Fonte: Annuaire statistique d’Israèl, 1955-1973).

I lavoratori arabi sono discriminati sui salari, sensibilmente più bassi di quelli dei lavoratori israeliani a parità di lavoro; sono soggetti ad essere licenziati; subiscono continuamente un elevato tasso di disoccupazione; spesso sono impiegati nel ”lavoro nero”; non hanno alcuna protezione sindacale poiché sono sottoposti ad un costante controllo poliziesco e anche l’organizzazione sindacale ufficiale la Histadrut, «fino al 1966 era ufficialmente la confederazione generale dei lavoratori ebrei in Heretz Israel ed anche dopo l’abolizione programmatica di questa forma di discriminazione etnica non si può dire che il sindacato si sia eccessivamente impegnato a favore dei suoi iscritti arabi» (Pol. Int., Marzo 79).

Ma anche le condizioni dei profughi palestinesi in terra ”araba” non erano certo migliori, nonostante i vari governi e leaders arabi si riempissero la bocca con ”la nobile causa palestinese”. I profughi vivevano nei campi ai sobborghi delle città arabe o lungo la frontiera israeliana, con le sovvenzioni dell’UNRWA, un organismo dell’ONU, sovvenzioni che in buona parte finivano nelle tasche dei governanti locali. «Come se la vita dei profughi non fosse già abbastanza dura, i palestinesi erano discriminati a tutti i livelli nella società araba. Prima di poter ottenere un lavoro, il profugo palestinese doveva ottenere un permesso di lavoro. In Libano, ove la discriminazione era particolarmente pesante, era praticamente impossibile ottenere tale permesso» (”La diaspora palestinese”; Monthly Review, nov. 1972). D’altronde i profughi che, una volta terminate le ostilità tentarono, come era sempre accaduto in precedenza, di fare ritorno ai propri villaggi in territorio israeliano furono spesso accolti a fucilate o picchiati e rispediti indietro.
 
 
 
 
 


9. IL MITO DELL’UNITÀ ARABA

Gli anni successivi alla seconda guerra mondiale, furono anni di profondi sconvolgimenti per tutti i Paesi medio-orientali che videro quasi tutti i governi scossi da crisi, colpi di Stato, rivolte sociali.

La particolare situazione geografica della zona che fa da cerniera a tre continenti e quindi ne aumenta il valore strategico, e l’enorme ricchezza del petrolio costituirono una debolezza piuttosto che una forza perché suscitarono l’attenzione delle massime potenze mondiali, richiamarono l’attenzione di predoni ancora più forti di quelli che vi erano installati dopo il primo grande macello: al posto della Francia e dell’Inghilterra, che pure fecero di tutto per rimanervi a difendere i loro interessi economici-strategici, si installò saldamente la potenza del dollaro, mentre quella minore del rublo forzava ogni spiraglio.

«Grazie all’intervento combinato dei due massimi vincitori della seconda carneficina mondiale, la rivoluzione anticoloniale nel medio-oriente – come del resto altrove – ha registrato effetti rivoluzionari inferiori a quelli che sarebbero stati auspicabili per ragioni storiche generali e per lo sviluppo stesso dei paesi interessati.
     «Una rivoluzione borghese ”fino in fondo”, all’epoca dell’imperialismo, è ancora più irrealizzabile che in passato se i nuovi poteri subentrati ai vecchi non nascono sull’onda di grandiosi movimenti di masse sfruttate e non poggiano sulla forza armata delle stesse. Nei paesi medio-orientali molte monarchie feudali si sono quindi trasformate senza grandi scosse in monarchie borghesi e continuano a governare sotto nuove spoglie. Ma anche là dove la monarchia è stata sostituita dalla repubblica l’avvenimento è piuttosto da considerare il frutto di rivolte militari ristrette che di movimenti politici di massa» (”Il Programma Comunista”, 12/1965).

Seguendo il filo degli avvenimenti dei primi anni ’50, che videro numerosi scioperi operai in Libano, Iraq, Giordania e perfino in Sudan, è del luglio 1952, dopo diversi mesi di grandi dimostrazioni popolari e importanti scioperi operai culminati nello sciopero generale del gennaio dello stesso anno, l’abdicazione del re di Egitto Faruk costretto dalla sollevazione dell’esercito guidato dal gruppo dei ”Liberi Ufficiali”. Nel giugno del 1953 l’Egitto è dichiarato Repubblica, la stella di Nasser comincia a brillare.

Sempre nel 1952 in Libano va al potere Camille Chamoun, personaggio legato a doppio filo all’occidente e amicissimo del re Abdullah di Giordania, assassinato un anno prima da un arabo palestinese.

Ma è la salita al potere di Nasser il fatto importante: tutta la politica di nazionalizzazione della repubblica egiziana riprende la bandiera del panarabismo, della grande patria araba unita, cerca di ridare vigore alla lega araba costituitasi fin dal 1945, fra Egitto, Arabia Saudita, Yemen, Transgiordania, Iraq, Libano e Siria, una lega che aveva mostrato tutta la sua impotenza, tutta la sua inefficacia, tutti i limiti del federalismo nella guerra del 1948 contro Israele. Il primo colpo al rinato panarabismo lo diede l’Iraq quando nel 1954 si alleò alla Turchia, entrata due anni prima nella Nato, per poi aderire, nel 1955, al patto di Baghdad che estendeva il patto turco-iraqeno all’Iran, al Pakistan e alla Gran Bretagna, e che trovava approvazione e sostegno soprattutto negli Stati Uniti.

A questo ”patto di Baghdad”, l’Egitto rispose firmando con la Cecoslovacchia un accordo per la fornitura di armi in cambio di cotone.

Nel febbraio del ’54 una rivolta rovescia in Siria la dittatura di Shishakli, aprendo un periodo di instabilità politica. In Giordania nel 1955 vi furono vasti movimenti popolari contro l’adesione al patto di Baghdad e le elezioni del ’56 diedero origine ad un governo filo-nasseriano.

Il 26 luglio del 1.956 Nasser nazionalizza il canale di Suez, dopo un ennesimo rifiuto americano di concedergli un prestito per costruire la diga di Assuan; il 29 ottobre dello stesso anno l’esercito israeliano iniziò l’invasione del Sinai mentre, alcuni giorni dopo, truppe anglo-francesi attaccavano la zona del canale con bombardamenti aerei e lancio di paracadutisti.

L’aggressione terminò dopo nove giorni, il 6 novembre dopo l’intervento congiunto russo-americano per porre fine ai combattimenti.

All’inizio del 1957 gli Stati Uniti si fanno nuovamente avanti per consolidare la loro influenza su quell’area sempre più importante nella contesa interimperialistica: il 5 gennaio il presidente Eisenhower presenta al congresso un piano per la politica americana in M.O. «Tale piano si articolava in 3 punti: nella decisione di intervenire con massicci aiuti in appoggio dei governi amici del settore; nell’intenzione di fornire, ad arbitrio del presidente stesso, un sostegno militare a Stati o gruppi di Stati che lo richiedessero; nel tenere pronte forze militari americane per intervenire direttamente a fianco di Stati mediorientali amici minacciati dal comunismo internazionale» (Valabrega; op. cit.).

Questa politica si concretizzerà nei mesi successivi in Giordania e in Libano. In Giordania un colpo di Stato dell’esercito appoggiato dal Sovrano liquida il governo filonasseriano di Nabulsi, mentre la VI flotta americana, di stanza nel Mediterraneo, si dichiara pronta ad intervenire per salvare l’integrità e l’indipendenza della Giordania. Dieci milioni di dollari sono il premio concesso da Washington al sovrano hascemita in cambio della sua fedeltà all’occidente.

In Libano nel maggio del ’58, come reazione al governo dittatoriale di Chamoun scoppia uno sciopero generale che si trasforma in una vera e propria insurrezione che incendia l’intero paese. Quando l’insurrezione stava ormai volgendo a favore delle forze della ”sinistra”, il 14 luglio un colpo militare spazzava via la monarchia irachena nell’entusiasmo popolare. Questo episodio convince gli Stati Uniti ad intervenire direttamente: il giorno dopo una flotta di una cinquantina di navi americane, tra cui due portaerei, sbarcano in Libano 10.000 soldati, mentre forti contingenti di paracadutisti inglesi arrivano ad Amman, chiamati da re Hussein di Giordania. L’ordine è in pochi giorni ristabilito.

Commentavamo così questi avvenimenti sul nostro giornale:
     «Il bersaglio del vile atto di forza degli Stati Uniti non è tanto la salvezza del fradicio regime di Chamoun, quanto l’unificazione araba. Non a caso l’intervento armato americano è stato deciso a poche ore dalla rivoluzione antimonarchica dell’Iraq che ha fatto giustizia della monarchia filo-britannica e dei suoi servi sanguinari. Ai gangsters del dollaro preme soprattutto impedire la formazione del grande Stato unitario che è nelle aspirazioni del movimento pan-arabista e quindi salvare le alleanze militari che sono il maggior ostacolo alla unificazione politica dei popoli del Medio Oriente. Giustiziando la monarchia hascemita, rovesciando il regime del tirannico Nuri-es Said, traditore dell’unità araba, abrogando la provocatoria federazione giordano-irachena, ritirandosi dal patto di Baghdad, i rivoluzionari nazionalisti iraqeni vibrano un colpo durissimo agli interessi e al prestigio dell’imperialismo americano (…)
     «I paesi arabi si trovano attualmente nelle condizioni in cui si trovava l’Italia risorgimentale. Uno stesso popolo parlante la medesima lingua, professante gli stessi usi e costumi, avente alle spalle un’evoluzione storica indivisibile è spezzettato in una dozzina di Stati (…) La rivendicazione della unificazione statale, riunificazione che fu in altri tempi la bandiera dei Garibaldi, dei Kossuth e dei Bolivar, la soppressione dello spezzettamento politico e del separatismo, è rivendicazione non comunista, non proletaria, ma nazionale e democratica. Sta interamente dentro la rivoluzione democratica nazionale borghese.
     «Al proletariato cosciente non interessa la formazione dello Stato nazionale in sé stessa, ma il contenuto di trasformazioni sociali che il trapasso comporta. Gli interessano lo sblocco dialettico dei ”potenti fattori economici” che Lenin vedeva costretti ed immobilizzati dalle anacronistiche strutture politiche che si perpetuano nei paesi semifeudali ed arretrati» (”il Programma Comunista”; n. 14-1958).

La prospettiva dell’unificazione araba pareva a quei tempi ancora attuabile, e come abbiamo visto era dal partito ritenuta, sebbene improbabile, progressiva e un primo passo in quella direzione parve essere l’unione tra Egitto e Siria, ormai passata nell’area di influenza russa, unificazione che diede origine alla R.A.U. il primo febbraio del 1958. Ma le fiacche borghesie arabe, giunte troppo tardi sull’arena della storia, espressione di economie deboli totalmente dipendenti dal mercato mondiale temevano assai di più le masse sfruttate e affamate di proletari e contadini poveri che con i loro sommovimenti ne avevano favorito l’andata al potere, delle vecchie classi tribali di cui esse avevano preso il posto e dell’imperialismo internazionale così di sovente condannato a parole. La conclusione fu che in tutti i paesi i nuovi governi borghesi immediatamente repressero ogni spontaneo movimento di massa e si accordarono sia con le vecchie classi spodestate sia con l’imperialismo dell’Ovest o dell’Est, a seconda dei loro contingenti interessi statali.

Infatti già nel settembre del ’58 potevamo scrivere: «Come avevamo facilmente previsto, la questione del Medio Oriente, trasferita sul piano delle trattative diplomatiche, ha trovato il suo epilogo nella più cinica e risibile pastetta. Pastetta tra i giovani Stati arabi soprattutto. Preoccupati di perdere acquirenti (il che vale in particolare per i produttori di materie prime d’importanza mondiale, come l’Iraq, la Tunisia, il Marocco e via discorrendo) divise da contrasti di interesse e di tradizioni storiche, ansiose di non perdere il controllo di masse scatenate e malfide, pronte ad inchinarsi al primo banchiere ”caritatevolmente” disposto a fornire ossigeno in denaro sonante (il che vale per tutti), le giovani ed avide borghesie giuranti sul Corano hanno messo da parte il loro ”anticolonialismo” di maniera barattando il ritiro dei ”soldati stranieri” contro l’ingresso trionfale di quattrini non meno stranieri, facendo propri – esse che si pretendono portatrici della guerra santa rivoluzionaria – i principi della ”non interferenza”, del ”rispetto reciproco, dell’integrità e sovranità nazionale”, insomma della difesa di uno status quo che è pure l’espressione ed il prodotto del dominio imperialistico, il rovescio della vantata aspirazione ad uno Stato arabo unitario esteso dall’Asia occidentale a tutta l’Africa del nord» (”il Programma Comunista”; n. 16/1958).

In questi anni si chiude qualsiasi possibilità di una rivoluzione borghese radicale per la completa vittoria della strategia imperialista che vuole il mantenimento della divisione politica del Medio Oriente in diversi Stati deboli e in perenne contrasto tra loro, soluzione questa favorita certamente dalla debolezza anche numerica del proletariato e delle masse sfruttate di quella regione.

Proprio sulla scia di questa sconfitta, nel gennaio del ’64, il vertice dei massimi dirigenti arabi riunito al Cairo, tra le tante questioni ed i tanti contrasti tra i vari Stati che portò alla luce senza risolverli, prese l’importante decisione di riconoscere l’entità palestinese, primo passo verso la creazione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina che avverrà ufficialmente alcuni mesi dopo. Il momento scelto per questa importante decisione conferma ancor più decisamente che essa non fu dettata dalla volontà dei vari governi arabi contro l’imperialismo israeliano per risolvere il problema delle centinaia di migliaia di profughi palestinesi espulsi dalle loro terre, ma dalla paura che tutti gli Stati arabi avevano del potenziale di rivolta sociale che si stava accumulando nei campi e che aveva già dato vita fin dal 1958, nei campi della striscia di Gaza, ai primi nuclei guerriglieri, Al Fatah ed il suo braccio armato Al Assifa (La tempesta).

Il movimento palestinese benché fosse nato con un programma moderato, filonasseriano e panarabista, fu sin dall’inizio violentemente osteggiato dagli Stati arabi che ne temevano la possibile radicalizzazione date le terribili condizioni di esistenza dei profughi. I primi gruppi guerriglieri, come abbiamo detto, si erano formati nei primi anni ’50 nella striscia di Gaza poiché questo territorio, per quanto posto fin dal ’49 sotto amministrazione egiziana, non fu mai formalmente annesso all’Egitto, e vi era dunque possibile una certa libertà d’azione.

Così su Politica internazionale viene descritta la nascita di Al Fatah: «Esso godé così di un’ampia autonomia, nel cui ambito poterono formarsi le future élites del movimento nazionale palestinese. In un primo tempo il nasserismo raccolse tra i palestinesi di Gaza un larghissimo consenso che si concretizzò ben presto nella costituzione di gruppi di fedayin, le cui attività erano costantemente controllate dal Cairo. La crisi di Suez, in seguito alla quale per alcuni mesi la regione cadde sotto il controllo israeliano, e più ancora il blocco che successivamente le autorità egiziane imposero ad ogni attività di guerriglia che da Gaza muovesse contro Israele, fecero sì che gli elementi palestinesi più coscienti politicamente si rendessero conto delle gravi limitazioni che comportava una strategia mirante alla liberazione della Palestina del tutto basata sulla presunta capacità rivoluzionaria e sulle potenzialità militari dei regimi arabi ”progressisti”. Fu in questo periodo che Yassir Arafat, come molti altri futuri leaders palestinesi operò un vero e proprio rovesciamento di ottica; pur mantenendosi fedeli alla prospettiva di fondo del panarabismo, essi tuttavia compresero che la via per l’unità araba doveva passare attraverso la lotta per la liberazione della Palestina e non viceversa. Il movimento nazionale palestinese doveva quindi compiere un salto di qualità; doveva cessare di essere al rimorchio dei diversi paesi arabi e divenire esso stesso, tramite una propria autonoma strategia di lotta, il vero motore dell’unità araba.
«Per i nasseriani, non meno che per i baatisti, la ricerca di autonomia che veniva emergendo tra i palestinesi, costituiva una grave involuzione di tipo separatistico, quasi che essi volessero distaccarsi dal processo unitario che allora coinvolgeva non pochi paesi arabi; un ripiegamento provincialistico che non solo bisognava combattere ideologicamente, ma anche reprimere concretamente. Vennero così attuandosi da parte degli Stati arabi le prime persecuzioni poliziesche nei confronti di quei dirigenti palestinesi che non intendevano piegarsi alle direttive politiche provenienti dal Cairo o da Damasco e che, a maggior ragione, contestavano la politica palestinese di Hussein di Giordania. Arafat, Abu Jyad e altri leaders palestinesi si trovarono così costretti a cercare rifugio nei paesi arabi del Golfo ed in particolare nel Kuwait, ove non si respirava il clima di repressione antipalestinese dominante in altri Stati arabi. Fu proprio nel Kuwait che venne fondata Al Fatah, l’organizzazione palestinese che più di ogni altra si sarebbe sviluppata nel futuro, che non mancò di ribadire sulle pagine della propria rivista teorica Filastinuna (La nostra Palestina) il cui primo numero venne pubblicato nel 1959, il concetto secondo cui la lotta del popolo palestinese doveva seguire un indirizzo del tutto – autonomo rispetto ai voleri dei vari regimi arabi».

Il fatto tragico che peserà terribilmente negli avvenimenti futuri, era che il panarabismo non si poteva in nessuna maniera resuscitare, né dal basso – cioè poggiando sui profughi arabi della Palestina, sparsi un po’ in tutto il medio-oriente – né tanto meno dall’alto come aveva cercato di fare Nasser.

Panarabismo is over, gli appuntamenti storici avuti li aveva clamorosamente mancati e l’irredentismo palestinese non poteva ormai resuscitarlo. Le migliaia di profughi palestinesi ammassati in campi e bidonvilles riflettevano pertanto tutta la tragedia del medio oriente, mosaico non di nazioni (che non esistono né in formato minore né, come i fatti storici hanno mostrato, in un solo formato maggiore di unica nazione araba) ma di Stati pidocchiosamente attaccati ai loro interessi particolari, ciascuno legato mani e piedi a questa o quella potenza, ciascuno farneticante una indipendenza economica e politica negata dalla loro reale dipendenza dal mercato mondiale del petrolio o del cotone o dalle forniture di armi dell’una come dell’altra potenza mondiale, ciascuno orgoglioso e superbo quanto prono servitore dei grandi big internazionali, ciascuno retto da pseudo-borghesie avide e succhione o anche da relitti di un passato millenario neppure feudale ma appena tribale.

La via intrapresa da Al Fatah non poteva non condurre dove ha condotto non poteva non sacrificare a più riprese gli interessi materiali delle plebi palestinesi sull’altare di una impossibile emancipazione nazionale scartata ormai dalla storia. Queste plebi povere e straccione avevano un’unica possibilità davanti a sé: quella di riuscire a fissare davanti ai loro occhi il nemico di classe, non di ”razza” o di ”nazione”, e, stringendosi in un unico esercito di senza riserva, si attrezzassero a far piazza pulita di sbirri e padroni locali e stranieri, tutti ugualmente interessati alle loro miserie e disgrazie.

Infatti proprio in virtù della strada nazionale e di razza intrapresa i regimi arabi, nel settembre 1964, riconobbe l’OLP fondata ad Alessandria nel secondo vertice arabo, e la posero sotto la loro tutela, visto che, nonostante tutte le dichiarazioni di panarabismo dal basso, erano essi che permettevano con aiuti, soldi, e armi la vita della nascente organizzazione che, nei loro voti, doveva avere negli interessi degli Stati arabi il limite della sua azione, in modo che i pericoli di rivolte sociali fossero neutralizzati dall’inquadramento guerrigliero anti-ebreo di Arafat, garanzia questa che i cadenti e corrotti regimi arabi sopravvivessero alla loro flaccidità e debolezza.

Altra considerazione si impone: l’OLP favorendo questo stato di cose faceva gettito del suo stesso panarabismo dal basso, che, preso alla lettera, avrebbe dovuto battere in fronte gli esistenti regimi arabi, ma la ragione di Stato valeva per la stessa OLP: la rottura del cordone ombelicale che la lega agli esistenti regimi era di razza e nazione e questa rottura avrebbe valso l’imboccare un’altra strada, ma in tal caso niente OLP, niente Arafat!
 
 
 
 
 


10. LA RIPROVA: LA GUERRA DEI SEI GIORNI

Nel giugno 1967 ancora una volta la parola fu alle armi, ancora una volta operai e contadini e plebi povere, per decreto imperscrutabile di Jeavé-Allah si scannarono a vicenda.

La guerra era benedetta da ambedue gli schieramenti: se lo Stato di Israele scatenò l’offensiva sia per ottenere delle conquiste territoriali, sia per rimandare una crisi economica e politica interna che già cominciava a manifestarsi in modo abbastanza grave, nondimeno gli Stati arabi con il conflitto poterono rispolverare ipocrite parole d’ordine antimperialiste e filopalestinesi, semplicemente ad uso interno per stringere nell’emergenza dello stato di guerra le masse sfruttate ai loro corrotti regimi, scaricando così le cause della miseria e dell’oppressione sull’espansionismo israeliano.

Fu solo sei giorni, ma le truppe di Tel Aviv fecero in tempo a conquistare Gaza, la Cisgiordania e il Sinai (70.000 kmq.), mentre gli Stati arabi dimostrarono tutta la loro debolezza militare ed inconsistenza politica. Per migliaia di proletari Palestinesi si ripete il dramma che nel 1948 aveva colpito i loro fratelli della restante Palestina. La fascia di Gaza era abitata nel 1967 da 450.000 palestinesi di cui più di due terzi erano rifugiati provenienti dalla fertile piana di Giaffa dai cui erano stati scacciati nel 1948. Più di 100.000 abitanti di Gaza, di cui molti prendevano la via dell’esodo per La seconda volta, furono costretti a rifugiarsi nei paesi vicini. La Cisgiordania che contava circa 850.000 abitanti nel ’67, vale a dire prima dell’occupazione, non ne contava che 650.000 tre anni dopo, il che significa che 200.000 palestinesi avevano dovuto abbandonare tutto in questa regione per andare a finire nei campi di miseria chiamati campi profughi e dai quali la guerriglia dell’OLP trarrà militi su militi, vista l’inettitudine militare dei regimi arabi ad arginare il moderno esercito israeliano.

Senza il minimo dubbio e senza nessuna concessione a pose antimperialiste e estetica ammirazione per il combattentismo, così commentammo a caldo: «Quale ’indipendenza’ e quale ’pace’ possono sperare dei paesi attraverso i quali corrono gli oleodotti che pompano il sangue nelle arterie della pirateria capitalistica mondiale e i cui ’reggenti’, – borghesi arrivati, nuovi ricchi o signorotti semi-feudali – hanno tutto l’interesse a vendersi a chi detiene le chiavi dei forzieri in tutto il globo, rubando al vicino – magari fratello di razza – quello che i loro finanziatori e padroni agitano davanti ai loro occhi di insaziabili sciacalli? Non erano in gioco in questi giorni nel Medio oriente un ’socialismo’ che esiste soltanto nella menzognera bocca di Nasser e di Kossigin, o un altro ’socialismo’ finanziato in Israele dai grandi banchieri al di qua o al di là dell’atlantico: erano in gioco interessi e posizioni di forza, economici e strategici, nazionali e internazionali dell’imperialismo. Proletari arabi e israeliani hanno contro di sé lo stesso nemico: o lotteranno INSIEME per scardinarlo, e i proletari delle grandi metropoli imperialistiche che sulla loro pelle hanno eretto le proprie fortune saranno I PRIMI a dare loro l’esempio di una battaglia che non ha frontiere di razza, di Stato e di religione, o sarà guerra ancora, lì e dovunque, oggi e domani» (”il Programma Comunista”, 11/1967).
 
 
 
 
 


11. IMPOTENZA DELLA GUERRIGLIA

È dalla guerra ”dei sei giorni”, con il numero dei profughi palestinesi enormemente cresciuto, con il loro massiccio inquadramento nelle formazioni di guerriglia che queste cominciano a giocare un ruolo prima militare poi diplomatico nella tormentata area del Medio Oriente. L’esordio militare della guerriglia è nel marzo del 1968: l’esercito israeliano invade il territorio giordano con 15.000 uomini, carri armati, autoblindo e cannoni, appoggiati da elicotteri ed aerei con l’obiettivo dì distruggere le basi di ”terroristi”. L’attacco, una vera e propria operazione di ”rappresaglia”, come la definisce ufficialmente il governo di Tel Aviv, dura 15 ore, le organizzazioni armate della guerriglia palestinese combattono con accanimento costringendo gli israeliani a ritirarsi con gravi perdite (battaglia di Karameh) e lo stesso Hussein «è costretto a rendere omaggio alla combattività dei partigiani e a dichiarare che non gli è più possibile opporsi alla loro azione».

Oltre che in Giordania gruppi di commando erano presenti anche nel Libano meridionale da dove partivano per portare i loro attacchi contro i villaggi dell’alta Galilea; l’esercito israeliano rispondeva alle azioni terroristiche con massicci ed indiscriminati interventi repressivi contro le popolazioni libanesi del sud mentre l’esercito libanese era troppo debole per far rispettare la sovranità delle frontiere. Lo Stato libanese temeva inoltre che la presenza nel paese di forti organizzazioni palestinesi col loro peso politico e militare potesse costituire un serio pericolo per le classi dominanti cristiane, rafforzando le organizzazioni della sinistra. Nel novembre del 1968 le forze armate libanesi circondarono quindi le basi di guerriglieri nel sud; la tensione continuò nei mesi successivi portando anche a gravi scontri armati nell’aprile e nell’ottobre del 1969. Questi contrasti vennero appianati con la firma degli accordi del Cairo che riconoscevano la presenza di basi di commando nel sud del Libano e lo status indipendente del movimento della guerriglia palestinese che poteva disporre quindi di un’altra fetta di territorio oltre la Giordania da cui puntare su Israele.

Sempre in questo periodo, al fianco di Al Fatah, proliferano numerose altre organizzazioni, spesso create da questo o quello Stato arabo nel tentativo di esercitare una influenza sul movimento. Il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina (FPLP) è fondato nel dicembre 1967 con la benedizione di Damasco e del Cairo; la Siria patrocina nel 1968 la creazione della Saika (la folgore). Nello stesso anno, da una scissione di sinistra del FPLP si forma il Fronte Democratico Popolare di Liberazione della Palestina (FDPLP) su posizioni ”marxiste-leniniste” o ”terzomondiste”; l’anno seguente l’Iraq crea il Fronte di Liberazione Arabo (FLA). Nel marzo del 1970, i partiti comunisti di Giordania, Siria e Iraq costituiscono le ”Forze dei partigiani”.

Al Fatah rimase comunque l’organizzazione più numerosa ed influente e nel 1969, con l’aiuto di Nasser, si assicurò il controllo effettivo dell’OLP.

Ma il movimento di Al Fatah, il più forte movimento della resistenza palestinese, pur essendo nato dalla volontà di lotta esistente nei campi profughi è l’espressione della piccola borghesia palestinese, come dimostra un documento programmatico del gennaio ’69, ove benché si affermi che 1) «La lotta armata e la rivoluzione globale sono la sola via da seguire per liberare la Palestina e per liquidare l’entità sionista» si dichiara che 2) «L’avanguardia rivoluzionaria palestinese non interviene negli affari interni degli Stati arabi, a patto che gli Stati arabi non intervengano in alcun modo negli affari interni della rivoluzione palestinese».

Con questa strategia politica Al Fatah sancisce il carattere non solo non di classe ma nemmeno di lottare sul solo piano nazionale radicale. Simile prospettiva avrebbe imposto all’OLP lo scontro immediato e permanente contro il federalismo reazionario dei piccoli Stati arabi della regione, e non solo Israele. È nell’accettazione della non ingerenza negli affari ”interni” dei singoli Stati la premessa dei fatti successivi che vedranno la mina vagante delle plebi palestinesi disinnescata con le armi non da Israele ma dagli stessi regimi arabi, ad ulteriore conferma che la questione non era più di razza o di nazione ma di classe.
 
 
 
 
 


12. IL SETTEMBRE NERO: CHIUSA OGNI SOLUZIONE DI RAZZA O DI NAZIONE

La situazione politica in Giordania era già tesa da alcuni anni. Il reame hascemita, come tutti gli Stati della regione – dai confini turchi sino a Suez e al Mar Rosso a sud, dal Mediterraneo ad ovest ed ai confini dell’Iran ad est – è uno Stato artificiale, creato dagli inglesi con un tratto di penna per favorire i loro interessi mediorientali, «né meno artificiale è la sua struttura economica. La sua feudalità è terriera, non ha costruito la sua ricchezza sul petrolio. A differenza della maggioranza degli Stati arabi della regione, non si è espressa una borghesia commerciale di qualche rilievo: tutto ciò che si ha è solo ceto ”borghese” gracile e asfittico, adibito a mansioni puramente intermediarie e dipendenti dall’esterno. Povera di risorse, la Giordania vive solo dell’ossigeno dell’aiuto americano e inglese per cui il gruppo sociale dai privilegi più consistenti e stabili è dato dall’apparato amministrativo e militare, gravitante intorno alla corte» (da La battaglia di Amman di R. Ledda). La Giordania inoltre ha una popolazione composta per due terzi da Palestinesi, 800.000 contro 400.000 transgiordani, per metà beduini nomadi tra i quali si reclutano i soldati.

Le questioni da affrontare per il regime giordano erano due:

a) Il movimento palestinese stava creandosi in Giordania, soprattutto nelle città, una base di massa. Esso disponeva di armi, pubblicava giornali, organizzava scuole ed ospedali, rappresentava per le masse sfruttate giordane l’illusione di rialzare la testa, di opporsi alla monarchia, al regime di fame e sfruttamento.
     Arafat, fedele alla sua politica di “non ingerenza negli affari interni dei regimi arabi” naturalmente non intendeva affatto organizzare le masse giordane su questo terreno. Poco prima della strage, il 9 settembre, aveva dichiarato: «I palestinesi non vogliono il potere e non hanno la forza per prenderlo (…) Difendendoci non cerchiamo di minare il regime di Hussein, né il potere giordano. Difendiamo solo l’esistenza della rivoluzione palestinese, minacciata di annullamento politico e di distruzione fisica» (R. Ledda; op. cit).
     Né in fin dei conti terranno un diverso atteggiamento le altre organizzazioni della resistenza (FPLP e FDPLP) nonostante le loro dichiarazioni “rivoluzionarie”. La tendenza è sempre quella verso il compromesso col regime giordano, un compromesso che consenta di proseguire la lotta contro Israele in cambio della neutralità in politica interna. Ma le masse non seguono pedissequamente le direttive dei loro pretesi capi e il pericolo di una rivolta sociale si fa sempre più vicino.

b) Il regime giordano non poteva tollerare neppure che partissero dal suo territorio le azioni di guerriglia contro lo Stato israeliano. Fin dall’inizio del ’68, quando la guerriglia è costretta ad insediare basi permanenti fuori dai territori occupati e fa partire i suoi commandos dal territorio giordano, si era registrato uno stillicidio di incidenti tra reparti dell’esercito giordano e fedayin che si apprestavano a superare la linea del cessate il fuoco. La ragione di questo è chiara: il regime hascemita è legato mani e piedi all’imperialismo americano ed inglese, e dipende vitalmente dagli aiuti di questi paesi di cui Israele salvaguardia gli interessi medio-orientali; la Giordania dunque non può essere nemica di Israele.
     D’altronde in questo senso vi è una lunga tradizione di collaborazione tra i due Stati che risale al lontano 1949 quando il nonno di Hussein, Abdullah, si accordò con gli israeliani per autorizzare i feudali giordani a liquidare a congruo prezzo i beni posseduti nell’ex Palestina, divenuta Stato d’Israele e rinunciò al corridoio verso il mare attraverso il Negev in cambio della via libera all’annessione della Cisgiordania.

Per il regime hascemita la soluzione ai due problemi è una sola: liquidare le basi della guerriglia palestinese in Giordania, dare una lezione al proletariato di Amman e spezzare ogni velleità di rivolta.

Iniziano così trattative segrete con Israele per concordare le modalità dell’azione liquidatrice, si aspetta quindi un favorevole momento internazionale che riduca al minimo le reazioni, anche verbali, degli altri Stati arabi e che veda consenzienti all’operazione di polizia anche le due superpotenze USA e URSS. L’occasione propizia si presenta con l’ennesima proposta americana di un “piano di pace”, il cosiddetto “piano Rogers” che comportava i seguenti punti:
     a) La nomina da parte di ciascuno Stato interessato di un rappresentante per negoziati, sotto la guida di Jarring, sulla base della risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU del 22 novembre 1967 (sempre respinta dalle organizzazioni della guerriglia).
     b) Il riconoscimento di Israele.
     c) Il ritiro israeliano dai territori occupati durante la guerra di giugno.
     d) Il ristabilimento del cessate il fuoco per un periodo non inferiore a tre mesi.
Ciò a condizione che la Giordania, l’Egitto e Israele prima dell’inizio dei negoziati firmassero un documento contenente i suddetti punti.

Egitto e Giordania accettano il piano americano mentre l’OLP lo respinge risolutamente

Il piano Rogers naufraga però ancora prima che le truppe di Hussein siano potute passare all’attacco. Il governo israeliano denuncia infatti delle violazioni della tregua da parte egiziana, consistenti nello spostamento di alcune batterie di missili Sam-2 e Sam-3 e il 16 settembre dichiara che «non potrà partecipare alle conversazioni del dottor Jarring fin quando lo status quo militare incluso nel cessate il fuoco non sarà rispettato e non sarà restaurata la situazione precedente».

Nel frattempo Hussein ha però raggiunto accordi diretti con gli USA. «Il Sun Times di Baltimora e l’autorevole Sawt El Uruba di Beirut riveleranno in seguito che gli USA si accordarono con lui su quattro punti precisi. 1) Intervento se lo scontro (con i palestinesi) dovesse sfociare nel pericolo di un crollo della monarchia, grazie ad interferenze militari esterne (nessuno crede ancora che la resistenza possa in qualche modo porre problemi di una certa serietà all’agguerrito esercito giordano); 2) garanzie che la Cisgiordania resterà parte integrante del regno hascemita; 3) appoggio ad un negoziato separato tra la Giordania ed Israele su Gerusalemme; 4) aiuti economici e militari per un valore superiore ai 200 milioni di dollari» (R. Ledda; op. cit.).

Mentre, con perfetto sincronismo Israele ammassa truppe sul Giordano ed Hussein prepara la repressione, le organizzazioni della guerriglia, benché pienamente coscienti del colpo che si prepara, mantengono una posizione difensiva e si rifiutano di organizzare le masse contro l’attacco alle spalle, limitandosi a chiedere al regime il rispetto del governo legittimo e l’epurazione dell’esercito dagli elementi “più reazionari.

Il 16 settembre Hussein scatena l’offensiva: viene creato un governo di militari con alla testa Habes al Majali, capo beduino. Questi ordina senza indugio ai palestinesi di consegnare le armi, impone la legge marziale e dichiara che stroncherà ogni tentativo di reazione popolare.

La guerriglia continua nella sua politica capitolarda e dà disposizioni severissime di non provocare incidenti. «È proibito a chiunque di sparare su qualunque posizione dell’esercito giordano nelle città, nei villaggi e nei campi – dice l’ordine 70/71 del 16 settembre – eccetto il caso in cui queste posizioni inizino il fuoco. In questo caso i tiri devono essere limitati a quelle posizioni militari che hanno aperto il fuoco». Contemporaneamente in un Comunicato congiunto con la Fed. Giordana del Lavoro viene però proclamato lo sciopero generale che ha un grande successo: «Immediatamente Amman si svuota, mentre armate fino ai denti le milizie palestinesi, e questa volta anche i giordani aderenti ai sindacati, al partito comunista e altri gruppi progressisti, si armano e si preparano a battersi» (R. Ledda; op. cit.)

Anche in questa occasione, mentre ormai si attende solo l’inizio della strage, l’OLP non vuole rompere i ponti con Hussein e accusa i settori oltranzisti di corte e l’ambasciata americana. Ancora una volta si cerca l’accordo ed il compromesso ponendo così le premesse per una sconfitta militare che era tutt’altro che inevitabile, visto che l’armata giordana riuscirà a prevalere solo diversi mesi dopo.

L’attacco viene scatenato il mattino del 17. Per prima viene attaccata la città di Amman, dove si concentrava il grosso della forza proletaria. «Dai colli dei dintorni spara l’artiglieria pesante da 155 mm. con proiettili al fosforo, da distanze più ravvicinate sono i cannoni da 75 mm. e i mortai da 80 e 120 mm., i cannoni senza rinculo da 105 mm., i Centurion con i loro pezzi da 105 mm. Il campo di Wahdat, i jebels Hussein e Ashrafia sono i principali bersagli, ma l’attacco è a tutta la città, non si risparmiano se non pochi quartieri» (R. Ledda; op. cit.).

Dopo 48 ore dall’inizio dell’attacco, nonostante l’enorme superiorità di mezzi, l’esercito giordano è appena riuscito a lambire alcuni quartieri periferici della città senza riuscire ad entrarvi. «La mobilitazione popolare impedisce alla fanteria di entrare in azione e i mezzi corazzati non possono arrampicarsi sui jebels» (R. Ledda; op. cit.). Fin dal primo giorno di combattimento viene tolta l’acqua alla città, impedito ogni rifornimento in viveri e medicinali, bombardati ospedali, scuole, i campi profughi che saranno rasi al suolo dalle bombe al fosforo e dal napalm. La guerra divampa anche nelle città del nord della Giordania; il 18 settembre i fedayin controllano Ramtha, Irbid, Zarqa, che sarà anch’essa rasa al suolo, e Mafraq.

Nessuno si attendeva questa capacità di resistenza da parte delle organizzazioni guerrigliere che contavano al massimo 30.000 uomini, privi di armi pesanti, a cui si opponevano 60.000 beduini di Hussein, perfettamente armati ed appoggiati dall’artiglieria, dall’aviazione, dai mezzi corazzati; neppure i capi della guerriglia si aspettavano simile combattività, ma la spiegazione sta nell’intervento nella lotta delle masse oppresse giordane che fin dal primo giorno partecipano in massa ai combattimenti, nonostante la direzione opportunistica dell’OLP non ne incoraggi minimamente l’organizzazione e si rifiuti sempre di rompere l’unità nazionale. Scrive B. Valli sul Giorno del 14/10/70: «I palestinesi si sono resi conto, con grande stupore, che la milizia popolare, non inquadrata come i fedayin, ma dispersa in tutti gli angoli della città, composta da uomini e da donne scarsamente addestrati, ha avuto un ruolo decisivo nella battaglia. Ha saputo perfino organizzare la popolazione, distribuendo pane e munizioni».

Nel nord del paese si va costituendo una ”zona libera” sotto il controllo della guerriglia, mentre, preoccupati dalla piega che stanno prendendo gli avvenimenti, gli USA annunciano che unità della flotta dell’Atlantico si dirigono verso il mediterraneo per rafforzare la VI flotta. «Anche Mosca interviene pesantemente a Baghdad, le truppe irachene di stanza in Giordania, si ritirano dalla città di Zarqa e lasciano passare le truppe di Hussein che si portano all’attacco di Ramtha» (Quad. del MO.; nov. ’70).

Solo dalla Siria l’organizzazione Al Saika e la brigata Hittine, cioè le truppe palestinesi inquadrate nell’esercito siriano, entrano in Giordania con mezzi corazzati per aiutare i guerriglieri, ma il loro intervento ha un obiettivo limitato «permettere, rimanendo in territorio giordano per 36 ore, il consolidamento politico e militare della ”zona libera”. La brigata infatti batte l’esercito giordano a Ramtha il 20 e il 21 settembre, ma non avanza verso Jerash ed Amman, attestandosi sulla linea di Irbed» (R. Ledda; op. cit.).

Al Fatah rivolge un messaggio ai re e ai presidenti arabi riuniti al Cairo in cui si afferma che: «Le perdite nella sola Amman sono giunte a circa 20.000 tra morti e feriti, la maggioranza delle quali sono donne e bambini caduti in seguito ai continui bombardamenti di scuole, moschee, chiese e ospedali nei quali si erano rifugiati dato che le loro case erano state distrutte». Nella città continua la battaglia e le truppe di Hussein controllano ora il centro della città mentre i fedayin rafforzano le loro posizioni nel Nord del Paese e si avvicinano alla capitale conquistando la regione di Gerash.

Il 23 le unità corazzate di Al Saika vengono fatte rientrare in Siria. Il 25 il generale El Nimeiri, capo della missione di conciliazione araba instaurata dalla missione dei capi di Stato al Cairo, si incontra ad Amman con Arafat. Viene raggiunta un’intesa e nella tarda mattinata la radio di Amman annuncia che è stato raggiunto un accordo tra Arafat, Hussein e Nimeiri per un cessate il fuoco totale ed immediato in tutta la Giordania. Ma nonostante l’accordo i beduini di Hussein continuano nei giorni seguenti i massacri e le stragi. Domenica 27 un nuovo accordo viene raggiunto al Cairo.

L’accordo prevede una serie di nobili e solenni impegni da parte del governo giordano, ristabilisce alcune libertà fondamentali per il movimento di guerriglia (organizzazione, spostamento, ecc.), ma stabilisce i luoghi dove i fedayin dovranno restringere le loro basi mentre non dice una parola sul futuro assetto governativo della Giordania e tradisce quindi completamente le aspettative delle masse povere giordane che, scendendo in battaglia a fianco dei fedayin speravano di imporre il miglioramento delle loro condizioni di esistenza.

Agli Stati arabi è necessario che l’OLP mantenga il controllo organizzativo e militare delle numerose plebi della regione, deviando la loro disperazione in senso nazionale, anti-israeliano, a-classista. Questo compito è coscientemente – statutariamente come visto – accettato da tutta l’OLP.

L’accordo non poteva non prevedere la delimitazione territoriale e sociale del ruolo dell’OLP, che deve mantenere il carattere di movimento ”irredentista” e non generale di tutti gli sfruttati, nemmeno solo arabi. Non di tradimento si è trattato, né da parte degli Stati né di Arafat, ma di conferma del loro ruolo necessario. Questo accordo separa le organizzazioni della guerriglia dalle masse giordane mentre serve ad Hussein per riorganizzarsi in vista di un colpo decisivo non molto lontano. Non viene neppure silurato il boia Majali, responsabile diretto dei massacri di Amman, che sebbene debba rinunciare alla carica di governatore militare, mantiene quella di comandante delle forze armate. Secondo gli accordi i campi palestinesi vengono allontanati dalle città e spostati verso il confine con la Cisgiordania.

Il senso degli avvenimenti venne così descritto su ”il Programma Comunista” 17-1970: «I fedayin esprimono la collera sacrosanta di plebi maciullate sotto il rullo compressore della ’pace’ borghese. Ma che cosa possono attendersi, dall’eroismo della propria disperazione? Essi stessi sono il prodotto di un gioco infame condotto sulle spalle e sulla pelle di popolazioni conquistate o perdute ai dadi dal capitalismo nell’affannosa corsa al dominio del mondo: forse che la ’Palestina ai palestinesi’ li riscatterebbe più di quanto li abbia ’riscattati’ la Giordania? Sono i martiri del dramma collettivo: non possono – non è colpa loro – risolverlo nel quadro e coi mezzi della società che l’ha voluto e lo vuole. Non hanno né ’fratelli’ né ’cugini’ negli Stati vicini o lontani sui quali hanno avuto l’ingenuità di contare, non al Cairo e non a Damasco, non a Mosca e non a Pechino. Avranno dei fratelli il giorno in cui i proletari di EUROPA e di AMERICA, delle ’metropoli’ del ladrocinio mondiale, avranno cessato di prosternarsi vergognosamente dietro i loro falsi pastori del mito della ’pace’, del ’dialogo’, di una ’solidarietà’ fatta di miserabili preci e lacrimosi petizioni, e, avendo liberato se stessi dal duplice giogo del capitale e dei suoi servi opportunisti, si assumeranno con gioia fraterna il compito di dare, essi che hanno ereditato non le troppe infamie ma le poche conquiste durature della società borghese finalmente defunta, a coloro che non hanno mai avuto. Li avranno il giorno in cui il Medio Oriente non conoscerà più giordani né libanesi, né siriani, né iracheni, né egiziani, né sauditi, ma proletari che abbiano fatto saltare qualunque frontiera, abbiano riconosciuto falsa e bugiarda ogni patria».

La sconfitta di settembre provoca aspri dibattiti tra i vari gruppi palestinesi ma, «mentre le organizzazioni palestinesi si sfibrano in dibattiti, utili ma interminabili – scrivono Bichara e Naim Khader – le autorità giordane si preparano ad una seconda grande offensiva. Alla testa del governò giordano si trova un uomo di pugno, Wasfi Al-Tall, alla testa dell’esercito dei capi intransigenti che rimproverano al reuccio di essere troppo morbido con i commandos. Vengono prese misure draconiane: siluramento dei Palestinesi dai posti importanti dell’Amministrazione statale, estensione dei poteri dei Servizi d’informazione della Polizia. La fermezza di Hussein non si spiega soltanto con le pressioni che l’esercito fa su di lui.
«Il re è venuto a conoscenza delle ipotesi di lavoro, formulate da certi diplomatici americani ed inglesi secondo le quali la creazione di uno Stato palestinese in Giordania – alla quale verrebbe un giorno ad aggiungersi la Cisgiordania – potrebbe costituire una soluzione al problema mediorientale; è ovvio che questa sarebbe la fine della monarchia hascemita. Il comportamento di Hussein durante i mesi che seguiranno l’VIII Consiglio nazionale palestinese sarà dunque guidato da un imperativo vitale: apparire di fronte agli Stati arabi ed alle grandi potenze come l’unico interlocutore valido. È ciò che egli spiega nel lungo viaggio che lo condurrà da Riad a Londra, a Washington e a Parigi. Riconfortato dagli incoraggiamenti o dai ’complici silenzi’ che caratterizzeranno il suo viaggio, cosciente della paralisi dei paesi arabi, Hussein può tentare di finirla con i fedayin. I primi scontri hanno luogo nell’aprile del ’71. Per togliere ogni pretesto al re, i fedayin evacuano Amman tra l’8 ed il 15 aprile, ma essi intendono conservare le zone boscose che erano state loro assegnate nel nord della Giordania (Jerash, Ajlun, Irbid). Nel maggio, le forze di Hussein chiedono ai fedayin di abbandonare le loro basi nel nord e di raggiungere la valle del Giordano. Di fronte al rifiuto palestinese l’esercito prende posizione davanti a Jerash e a Dibbin. All’inizio di giugno circola la voce dell’eventuale creazione di un governo palestinese in esilio. Il re reagisce ordinando a Wasf Al-Tall di spezzare senza esitazioni questi «complottatori che vogliono creare uno Stato palestinese separato». La battaglia di Ailun, che si svolge dal 13 al 17 luglio del ’71, porta un duro colpo alla resistenza. I combattimenti fanno centinaia di vittime».

I Paesi arabi attaccano Hussein a parole ma non muovono un dito. Il vertice riunito con urgenza a Tripoli da Gheddafi vede l’assenza dell’Arabia Saudita, della Tunisia, del Sudan e del Libano.

A seguito di questa sconfitta i fedayin perdono tutte le loro basi in Giordania.

Nel marzo l’VIII Congresso naz. pal., riunito al Cairo, aveva ribadita l’opposizione alla costituzione di uno Stato palestinese in Cisgiordania e Gaza. Nell’ottobre Arafat si reca a Mosca; dal ’69 le relazioni con la Russia sono infatti nettamente migliorate; ormai anche Mosca ha capito che l’O.L.P. è disposta alla trattativa ed è tutt’altro che un covo di rivoluzionari.

Il 1972 è l’anno degli attentati terroristici compiuti dall’organizzazione ”Settembre Nero”. Sono il risultato logico della disperazione e della rabbia che aveva colto i combattenti palestinesi dopo gli avvenimenti giordani. Intanto i fedayin si spostano dalla Giordania in Libano, l’ultimo Stato arabo in cui è loro ancora possibile organizzarsi autonomamente; anche in Libano però sorgeranno presto gravi problemi.

Il 10 aprile del ’73 con un rapido raid, truppe israeliane attaccano alcuni quartieri di Beirut e Sidone, le sedi di alcuni movimenti di guerriglia e uccidono nelle loro abitazioni tre loro dirigenti. Le responsabilità del governo libanese vengono denunciate: «Il governo libanese ha fatto tagliare i telefoni dei dirigenti della Resistenza e ha inoltre sospeso l’erogazione dell’energia elettrica nei quartieri di Beirut colpiti dall’attacco israeliano, favorendo quindi la ritirata dei sionisti» (da ”Al Sharara”, periodico dei FDPLP). Anche in Libano si andava creando una situazione simile a quella giordana ed il governo libanese aveva iniziato a rimettere in discussione gli accordi del Cairo del 1969 con l’OLP, proibendo ai guerriglieri di portare le armi, di vigilare sui campi etc. Ma ai funerali dei tre dirigenti dell’OLP partecipano 250.000 persone tra cui molti proletari libanesi. Per il governo è un grave monito e si decide quindi di passare all’attacco diretto contro i campi profughi, pericolose concentrazioni di proletari e sottoproletari. Nelle prime due settimane di maggio si verificano gravi scontri tra guerriglieri ed esercito; il 7 maggio vengono decretati in tutto il paese la legge marziale ed il coprifuoco. Anche l’aviazione viene impiegata contro le basi dei fedayin, ma gli attacchi sono respinti ed il 12 maggio viene raggiunta una precaria tregua.
 
 
 
 
 


13. LA GUERRA DEL 1973 E IL RICONOSCIMENTO DIPLOMATICO DELL’OLP

Il 6 ottobre del ’73 Egitto e Siria attaccano Israele. Lo scopo è evidentemente quello di costringere Tel Aviv, con l’ottenimento di un successo militare anche parziale, ad ammorbidire le sue posizioni sui territori occupati nel ’67 ed a portare il problema davanti ad un tavolo di negoziato. Anche la Giordania prende parte alla guerra unitamente a simbolici reparti iracheni, marocchini e tunisini. L’OLP partecipa alla guerra all’interno dei territori occupati. Decine di migliaia di lavoratori dei territori occupati e dello stesso Israele, sotto indicazione del Fronte Nazionale Palestinese, fanno sciopero per tutta la durata della guerra mettendo in seria difficoltà numerose industrie israeliane.

La guerra, iniziata con una vittoriosa avanzata delle truppe egiziane nel Sinai, si conclude dopo un paio di settimane con la vittoria degli israeliani che conquistano nuovi territori sul Golan e riescono anche ad attraversare il canale di Suez accerchiando la III armata egiziana. La guerra aveva mostrato, una volta di più, l’inconsistenza del mito della unità araba: la partecipazione dell’esercito giordano era stata pressoché nulla; nessun coordinamento vi era stato tra l’azione degli eserciti di Egitto e Siria e l’uno attaccava quando l’altro era in ritirata e persino l’accordo di disimpegno tra le parti viene firmato il 18 gennaio dall’Egitto e solo il 31 maggio dalla Siria. L’impatto psicologico sul mondo arabo è comunque notevole perché per la prima volta eserciti ”arabi” erano riusciti a sconfiggere, seppure parzialmente, l’esercito di Tel Aviv.

«Questa guerra – commenta Le Monde Diplomatique del giugno ’78 – presentata come una vittoria dai regimi egiziano e siriano, doveva permettere loro di negoziare partendo da una posizione di forza; inoltre doveva servire a riabilitare la guerra classica a spese della guerra popolare. La direzione dell’OLP ha potuto quindi utilizzare questi due elementi per giustificare, all’interno dell’organizzazione, la sua partecipazione ad un tale regolamento politico. I risultati di questa strategia non si fanno attendere: il 27 novembre, al vertice arabo di Algeri, l’OLP viene riconosciuta come «la sola rappresentante legittima del popolo palestinese».

Il 26 ottobre del ’74 il vertice arabo di Rabat riconosce ufficialmente l’OLP come «unica legittima rappresentante del popolo palestinese su qualsiasi parte liberata del territorio palestinese». Il 2 giugno precedente il 12° Consiglio naz. pal. aveva riconosciuta la possibilità della creazione di uno Stato palestinese su una parte dei territori liberati. Il 14 ottobre l’ONU invita l’OLP a partecipare alle deliberazioni dell’assemblea sulla questione palestinese; il 13 novembre Arafat interviene all’ONU; il 16 dicembre il Comitato centrale dell’OLP annuncia la cessazione della campagna propagandistica antigiordana.

Solo il Fronte Popolare (FPLP) rifiuterà l’ipotesi del ”mini Stato” uscendo nel settembre del ’74 dal Comitato esecutivo dell’OLP e dando vita al cosiddetto ”Fronte del rifiuto”, insieme al FPLP – Comando generale e al Fronte di Liberazione arabo (FLA).

L’emergere della posizione del ”Mini-Stato”, posizione ferocemente condannata fino a qualche mese prima, e che si ricollega direttamente al riconoscimento dell’OLP da parte degli Stati arabi e della stessa ONU, come unica rappresentante del popolo palestinese, è una prova ulteriore dell’inconsistenza della ”questione nazionale” palestinese, perlomeno nel senso nazionale progressista.

L’accettazione della prospettiva del ”Mini-Stato” conferma che la guerriglia sceglie di porsi definitivamente all’interno dell’ordine imperialista della regione e che la via della diplomazia e della trattativa va ormai prendendo il posto di quella delle armi poiché i suoi metodi di azione e di lotta devono adeguarsi alla sua politica.
 
 
 
 
 


14. IL NUOVO ”SETTEMBRE NERO” LIBANESE:
LA COMUNE DI TELL EL ZAATAR

Gli avvenimenti libanesi vengono a spezzare i piani di pacifiche conquiste che si andavano facendo strada nella testa dei dirigenti dell’OLP.

Il tentativo di eliminazione fisica dei guerriglieri in Giordania si era risolto nello spostamento geografico degli stessi problemi per di più aggravati dal contatto inevitabile e spontaneo dei palestinesi con le masse musulmane sfruttate libanesi. Sradicati dalla terra, costretti a vendersi a salari irrisori o ad impugnare le armi in organizzazioni non solo non classiste ma neanche rivoluzionarie, gli ex braccianti, contadini, artigiani, piccoli commercianti palestinesi si avviano a poco a poco verso un’alleanza non scritta, spontanea e radicata con i loro fratelli di classe libanesi nonostante le direttive opportuniste dei loro dirigenti. Il profugo palestinese si trova sfruttato al pari del suo fratello libanese o giordano, sia dal proprietario arabo che dal capitalista israeliano; sia dal regime progressista libico o siriano che dalla monarchia hascemita, la sua condizione di profugo lo libera dalla responsabilità patriottica verso frontiere che non possiede (e che gli vorrebbero dare), la sua forza lavoro è quotata sul mercato di Tel Aviv fino al Kuwait; migliaia di proletari passano giornalmente le frontiere a sud del Libano per recarsi al lavoro in Israele; altre migliaia si spostano da Gaza o dalla Cisgiordania, egli ormai non è più un palestinese ma un proletario senza terra. Lo Stato libanese è cosciente del pericolo rappresentato dalla presenza sul suo territorio di ben 400.000 profughi, data la situazione sociale estremamente critica del paese, che vede da una parte ammassate ingenti ricchezze nelle mani della minoranza cristiana maronita, cioè della grande borghesia commerciale e finanziaria, dei proprietari fondiari, della casta politica e militare, dall’altra la maggioranza della popolazione musulmana, contadini poveri, braccianti, operai, disoccupati, ammassati spesso nelle bidonvilles alla periferia delle grandi città come a Beirut dove si raccoglie un terzo dell’intera popolazione del Libano in condizioni di vera e propria miseria o addirittura in campi di fortuna.

«L’interesse particolare che la destra cristiana perseguiva – scrive S.Turquie su ”Le Monde Diplomatique” del dic. 1976 – era la conservazione del suo potere minacciato dalla presenza della resistenza palestinese in Libano: l’azione dei fedayin alla frontiere israeliana metteva in crisi la sua preminenza e provocava una tensione che rischiava di trascinare il paese in un conflitto regionale da cui la borghesia libanese aveva sempre saputo restare al di fuori; l’autonomia militare dell’OLP spezzava il monopolio delle armi sulle quali è fondata la dominazione delle classi al potere».

Dopo i tentativi falliti, negli anni precedenti, di disfarsi con la forza della presenza delle milizie palestinesi, nel gennaio del 1975 le Falangi (organizzazione della destra cristiana) denunciano la presenza dei fedayin nel sud e chiedono un referendum per stabilire se debbano o meno continuare a restare nel paese. Il 13 aprile un autobus di palestinesi e libanesi viene attaccato alla periferia di Beirut e 27 passeggeri tra cui 18 fedayin vengono massacrati. Da questo episodio inizia la lotta aperta tra le organizzazioni della guerriglia e le agguerrite milizie della destra cristiano-maronita. I combattimenti provocano una grave crisi di governo e con la mediazione della Siria si giunge alla formazione di un ”governo di salvezza nazionale” che annuncia un programma di riforme socio-economiche e riesce a mantenere la tregua per due mesi (luglio e agosto del ’75). Alla fine di agosto gravi incidenti scoppiano nella piana della Bekaa, nel Libano orientale, tra cristiani e musulmani, tra cui numerosi sono i braccianti agricoli impiegati in gran numero nella zona. Gli incidenti si estendono anche al nord del Libano e si svolgono con estrema durezza culminando, a Beirut, con la strage di 200 civili musulmani da parte di miliziani cristiani. L’intervento diplomatico della Siria riesce purtuttavia, nel mese di dicembre a far cessare i combattimenti. Queste tregue naturalmente non servono ad un bel niente poiché non rimuovono le cause che hanno determinato gli scontri; l’unica loro funzione è quella di permettere alle organizzazioni della destra, ben decise sul da farsi, di riorganizzare le loro forze e procedere a nuovi attacchi. Infatti nel gennaio ’76 i falangisti organizzano il blocco del campo palestinese di Tell El Zaatar, alla periferia di Beirut. Il 14 gennaio la destra cristiana si impadronisce del campo di Dbaje (a nord di Beirut) e attacca la bidonville libano-palestinese della Quarantena a Beirut. Le organizzazioni della guerriglia palestinese unite a quelle della sinistra libanese contrattaccano. L’intervento in alcune occasioni dell’esercito libanese a fianco delle destre, provoca una ribellione nell’armata le cui gerarchie superiori sono composte essenzialmente da cristiani maroniti, mentre gli ufficiali di rango inferiore ed i soldati sono in gran parte di estrazione proletaria e contadina e musulmani. La ribellione si estende a macchia d’olio in tutto il paese e viene costituita l’Armata del Libano Arabo, che si schiera al fianco delle organizzazioni di guerriglia.

A questo punto la situazione si fa molto delicata per le forze cristiane ed il pericolo di una vittoria delle milizie palestinesi si fa reale. Si impone dunque un intervento esterno in aiuto delle forze statali.

È la Siria stavolta ad assumersi il compito di riportare l’ordine. Intervenendo in Libano il regime siriano persegue dei suoi obiettivi particolari. «Qualunque siano stati i regimi che si sono succeduti a Damasco, la Siria non ha mai veramente ammesso l’esistenza di un Libano indipendente. Il sogno della dominazione di questo paese, o meglio, del suo ritorno nella ”Grande Siria”, è stato un elemento costante nella politica siriana. Al momento in cui i carri del presidente Assad passavano la frontiera libanese, all’inizio del giugno ’76, la frazione dominante del potere libanese, la destra cristiana, non è nella situazione di potersi opporre all’impresa. È un’occasione insperata per Damasco che ha un altro motivo per intervenire nel conflitto: non può permettere, nel vicino Libano, una vittoria palestino-progressista che rischierebbe di spingere a sinistra il suo stesso regime» (Le Monde Diplomatique, dic. ’76). A questi motivi particolari dello Stato siriano, si aggiunge, come abbiamo già detto, la volontà generale dei paesi arabi: «La disfatta della destra libanese avrebbe rappresentato un avvenimento controcorrente nella prospettiva di un regolamento negoziato con Israele e avrebbe condotto ad una diminuzione della dipendenza dei Palestinesi verso Damasco. Così, al di là delle proteste verbali, gli Stati Arabi più direttamente interessati hanno lasciato fare le truppe di Assad, almeno fino ad un certo punto» (Le Monde Diplomatique, dic. ’76).

In un primo tempo la Siria ha fatto intervenire le truppe della Saika, cioè palestinesi organizzati nell’esercito siriano, ma questi reparti disertano in massa passando dalla parte della guerriglia; ai primi di giugno allora interviene direttamente l’esercito siriano con 13.000 uomini e 800 carri armati; esso sottopone ad uno stretto assedio i quartieri di Beirut in mano alle milizie palestinesi e apre un nuovo fronte nel sud del paese. L’intervento siriano non trova oppositori; è avvenuto con l’approvazione americana ed il consenso israeliano che ha però posto come frontiera insuperabile dalle truppe di Damasco, il fiume Litani; è approvato dalla Russia che vede di buon occhio un rafforzamento della Siria e sta contrattando la vendita di armi alla Giordania e naturalmente è accettato dalla Lega Araba che indice però un vertice per arrivare ad un accordo di ”pace”.

Nell’agosto, dopo un assedio di 52 giorni cade il campo palestinese di Tell El Zaatar; chiamata la popolazione ad abbandonare il campo promettendo la protezione della croce rossa, i falangisti e le milizie di Chamoun (un’altra organizzazione cristiana) iniziano poi il massacro sistematico della popolazione facendo migliaia di vittime.

Scrivevamo, commentando rabbiosamente quei tragici avvenimenti: «L’azione e l’esistenza stessa delle masse povere palestinesi era UNA MINA VAGANTE, in quella tormentata zona del mondo, una mina che poteva scoppiare da un momento all’altro: i palestinesi cozzavano contro gli interessi di tutti, andavano eliminati, ed a farlo è stata la coalizione Stati arabi – Israele-Imperialismo che si è mossa in un compatto fronte reazionario.
«L’Unità nei suoi schifosi commenti dà lezioni a tutti di moderazione e di frontismo, cercando bellamente di diluire e nascondere lo scontro di classe esploso in Libano, usando sfacciatamente i miti ingannevoli di popolo e nazione palestinese per far passare sotto banco le contraddizioni che lacerano l’unità di questo stesso popolo. Le agenzie di stampa riportano che Tell El Zaatar più che un campo di profughi vero e proprio era diventato un gigantesco sobborgo, una bidonville come tante delle città africane, asiatiche, americane, bidonville in cui abitavano spalla a spalla proletari e semi-proletari libanesi e palestinesi reclutati come forza lavoro a basso prezzo nelle fabbriche di Beirut; il capitale, forza anonima e gigantesca, prima unisce le razze e le nazionalità e poi le scioglie nella classe! (…)
«Questi i rapporti sociali e politici esistenti. Questa l’unica prospettiva rivoluzionaria reale: legare il problema nazionale palestinese a quello di classe, il che significa inquadramento autonomo dei proletari e dei contadini poveri palestinesi e non fronte comune, in antitesi ad ogni organizzazione nazionale, interclassista; programma di radicale riforma agraria, incessante sforzo per collegare la forza ed il movimento dei proletari e dei contadini poveri palestinesi e degli altri paesi arabi, la emancipazione dei quali dovrà vincere contro gli Assad, gli Hussein, i Sadat, i Gheddafi, gli Arafat e non solo contro lo Stato di Israele.
«Certo, anche contro l’OLP che sabota l’azione del proletariato di Palestina il quale dovrà invece darsi un’organizzazione di classe, operaia. Questo è apparso in modo cristallino col massacro di Tell EI Zaatar durante il quale l’OLP ha finto di elemosinare da tutti gli Stati arabi, Siria compresa, promesse mai mantenute, come era inevitabile, di tregua e conferenze di pace, coll’unico risultato di aumentare la massa dei chiacchieroni e preti che sempre, quando i fatti danno la parola alle armi e alla azione diretta delle masse, si aggrappano testardamente alle illusioni pacifiste piccolo-borghesi (…)
«Presupposto per la vittoria dei proletari e contadini poveri arabi e palestinesi è rompere la coabitazione di classi e programmi opposti, emendarsi e darsi una disciplina autonoma, prima di tutto militare. Solo tale libertà di movimento potrà permettere anche che la stessa logora bandiera del panarabismo borghese si stravolga nella rossa insegna delle affratellate masse proletarie mediorientali.
«L’opportunismo che incatena il proletariato dei paesi avanzati alle illusioni riformiste, gradualiste, pacifiste ed elettoralesche è l’altro nemico da battere: è nostra certezza che i giganteschi sommovimenti economici, politici e sociali annunciati vicini dalla crisi attuale del sistema di produzione capitalistico mondiale faranno sciogliere come neve al sole queste illusioni e che il proletariato si ricongiungerà col suo partito e il suo programma rivoluzionario di attacco al regime borghese, buttando il suo formidabile peso sulla bilancia della lotta di classe alla scala del mondo. Tell El Zaatar è una sconfitta dei lavoratori di tutto il mondo, ma ci sono sconfitte che valgono più di mille vittorie… elettorali, sconfitte dalle quali la rivoluzione si rialza anonima e tremenda più di prima, col suo grido: Ero, sono, sarò! I vinti di oggi saranno i vincitori di domani» (da ”il Partito Comunista”; settembre 1976)

Dopo le stragi di Beirut l’offensiva delle truppe siriane si arresta: «L’offensiva lanciata dall’esercito siriano nella montagna libanese contro le forze palestinesi-progressiste è stata bruscamente arrestata a metà ottobre, per iniziativa diplomatica del re Khaled dell’Arabia Saudita. L’arresto dei combattimenti è avvenuto nel momento in cui l’esercito di Damasco dava prova della sua superiorità militare, ma anche quando l’accanita resistenza dei combattenti palestino-progressisti lasciava presagire degli scontri particolarmente sanguinosi che avrebbero rischiato di terminare, a prezzo di pesanti perdite siriane, con lo schiacciamento della resistenza palestinese. In queste condizioni, una vittoria puramente militare avrebbe portato ad una aperta occupazione siriana e senza dubbio al rimpiazzo dei dirigenti dell’OLP con i capi della Saika, infeudati a Damasco. Gli Stati arabi non potevano ammettere né una liquidazione troppo spettacolare dell’OLP, né un rafforzamento troppo evidente della sola influenza siriana» (Le Monde Diplomatique.; dic. ’76). L’accondiscendenza della Siria al volere degli Stati arabi e soprattutto dell’Arabia Saudita, che in questo momento ne conduce la politica, si spiega facilmente: «Circa un quarto delle risorse siriane (un miliardo di dollari sui 4,5 miliardi che Damasco spende nel ’76) provengono dai paesi petroliferi. L’eccessiva dipendenza finanziaria della Siria verso l’Arabia Saudita in particolare dimostra assai bene che l’intervento di Assad negli affari interni del Libano e della resistenza palestinese fu almeno tollerato da Riad» (Le Monde Diplomatique; dic. ’76).
 
 
 
 
 


15. DURANTE LE TREGUE LE CAMARILLE IMPERIALISTICHE MANOVRANO STATI E GUERRIGLIA

Fatto significativo: dopo averne massacrato in Libano i migliori combattenti, il 6 settembre, appena tre settimane dopo la strage di Tell El Zaatar, la Lega Araba riconosce all’OLP piena qualità di membro, con diritto di voto. Come abbiamo già visto dopo la strage del ”Settembre nero”, anche stavolta il comportamento disciplinato dell’OLP, che si limitava alla trattativa per ”fermare il massacro”, gli frutta la promozione sul campo diplomatico: le stragi di plebi arabe scandiscono tragicamente i ”progressi politici” della ”causa nazionale palestinese”.

Il 17 ottobre si riunisce il vertice arabo di Riad: Arafat vi partecipa insieme al boia Assad, al suo uomo di paglia libanese, Sarkis, al collaborazionista Sadat, all’Emiro del Kuwait e al re Kaled d’Arabia Saudita che pare l’uomo forte della situazione… cioè l’uomo di Washington. Apertosi sotto l’egida della riconciliazione tra il Cairo e Damasco che erano in rotta dal 2 settembre del ’75, data della firma da parte egiziana del secondo accordo nel Sinai con Israele.

Il vertice è manovrato, pur in loro assenza, dagli USA e si inscrive nel loro piano di risoluzione della crisi mediorientale fondato sulla pace ed il riconoscimento reciproco tra Stati Arabi ed Israele, una volta eliminati con la forza i focolai di tensione rappresentati dai palestinesi. Viene deciso che entri in vigore in tutto il territorio libanese una cessazione del fuoco per il 21 ottobre; che una forza di pace araba di 30.000 uomini sia incaricata di far rispettare la pace; di ottenere che tutti i combattenti tornino sulle posizioni occupate all’inizio della guerra e di ritirare loro l’armamento pesante. L’OLP si impegna a rispettare gli accordi del Cairo del ’69 ed a ritirarsi nelle sue basi nel Libano meridionale. Il piano non fa una parola del fatto che milizie della destra con l’appoggio dell’esercito israeliano, stanno conquistando forti posizioni nel sud, ponendo in dubbio molto seriamente la possibilità da parte dei palestinesi di tornare nelle loro vecchie basi; ufficializza in pratica la presenza di truppe siriane in Libano ed anzi apre la via al rafforzamento del contingente di Damasco che da 12 passerà a 30 mila effettivi e pretende perfino il disarmo delle organizzazioni guerrigliere che, senza le armi pesanti, resterebbero in balia del macellaio dei momento.

Il compromesso di Riad se riesce a stabilire una incerta tregua, lascia una situazione non meno esplosiva di quella che esisteva prima della guerra: dopo mesi di guerra civile le forze palestino-progressiste sono state duramente colpite ma non certo eliminate dalla scena; non è cambiato nulla in Libano e l’unica garanzia di ”pace” è costituita dalla presenza massiccia di soldati d’occupazione; Israele d’altronde non pare affatto disposta a subire la nuova strategia americana che, in preparazione di Camp David, non intende più limitare la sua presenza nella regione sul solo Stato d’Israele, ma vuole anche l’alleanza con i paesi arabi moderati e punta quindi a ridurre i motivi di scontro tra le parti per arrivare ad una ”pacificazione” regionale in funzione antirussa. Lo Stato israeliano intende dunque trarre dalla guerra civile quanti più vantaggi possibile per rafforzare la sua posizione e l’occasione è tra le più favorevoli per guadagnare posizioni a nord.

In questo periodo la situazione dei palestinesi, reduci dalla sanguinosa guerra civile, è particolarmente critica: a sud, come abbiamo visto essi sono braccati dall’esercito israeliano e dai suoi mercenari; nel centro e nel nord essi devono fare i conti non solo con le milizie delle Falangi, anch’esse ben foraggiate ed armate dagli israeliani, ma soprattutto con la Siria che cerca in ogni modo di sottometterne le organizzazioni alla sua direzione.

Ma l’atteggiamento della Siria è destinato a cambiare con l’ulteriore avvicinamento dell’Egitto ad Israele, confermato spettacolarmente dalla visita di Sadat a Gerusalemme nel novembre del 1977.

Mentre Israele, col rafforzarsi dei legami con l’Egitto, si assicura la pace alla frontiera meridionale e può con tutta tranquillità spostare il suo potenziale militare verso il nord, la Siria rischia di trovarsi completamente isolata, opposta sia all’OLP, sia ai paesi arabi moderati che accettano di fatto la politica conciliatrice dell’Egitto.

Il massiccio attacco israeliano al Libano meridionale nel marzo del ’78, attacco che mostra la potenza dell’esercito di Tell Aviv e costituisce una seria minaccia per lo stesso territorio siriano; la firma degli accordi di Camp David nel settembre; l’atteggiamento intransigente delle Falangi che, nonostante l’appoggio avuto da Damasco non sono disposte a tollerarne a lungo la occupazione e puntano su Israele, tutti questi fatti porteranno il regime di Assad a cambiare di nuovo bandiera e a ricercare nuovamente l’alleanza con l’OLP, rinsaldando allo stesso tempo i legami con Mosca.

Nel marzo del ’78, come abbiamo detto, prendendo a pretesto un grave attentato terroristico contro civili israeliani, 30 mila soldati di Tell Aviv, con l’appoggio di aviazione e mezzi corazzati, invadono il Libano meridionale, investendo le basi palestinesi, difese da poche centinaia di guerriglieri.

Ma la situazione non è evidentemente ancora matura per assestare il colpo decisivo alla forza militare dei fedayin; le truppe israeliane dopo alcuni mesi di occupazione del Libano meridionale, si ritirano accontentandosi di un successo solo parziale. I palestinesi, dal canto loro, nonostante il massiccio intervento israeliano che, proprio per la sua potenza non era potuto avvenire di sorpresa, sono usciti dalla battaglia senza gravi perdite, avendo potuto ritirarsi in buon ordine.

Nel settembre successivo proprio mentre aerei israeliani mitragliavano e bombardavano i campi palestinesi ed i villaggi nel Libano meridionale, a Camp David si stavano siglando, sotto l’alta regia carteriana i famosi accordi tra USA-Israele ed Egitto che avrebbero portato al decisivo passaggio dell’Egitto nell’orbita americana, alla firma del trattato di pace tra Gerusalemme ed il Cairo e alla restituzione del Sinai all’Egitto. Questi accordi, che le agenzie della propaganda imperialista del mondo intero reclamizzeranno come un decisivo passo in avanti verso la pace in Medio Oriente, saranno al contrario la indispensabile premessa dell’attacco israeliano al Libano, dell’occupazione di Beirut da parte dello Tsahal e dell’eliminazione completa della presenza palestinese nel Libano meridionale.

Intanto l’intervento delle forze dell’ONU, voluto dagli Stati arabi e dalla stessa OLP porta all’internazionalizzazione del conflitto libanese ed apre la strada a quel ”regolamento politico globale” che è nei piani dell’imperialismo americano; anche la precaria alleanza che si era costituita tra i paesi arabi contro gli accordi di Camp David e contro l’Egitto si va rapidamente sfaldando e dopo la caduta dello Scià in Iran e l’andata al potere di Komeini nei primi mesi del ’79, l’Iraq, l’Arabia Saudita e la Giordania prendono nettamente le distanze da Siria, Libia e Yemen del Sud che restano i soli paesi ad opporsi alla trattativa con Israele.

Nel sud del Libano intanto la politica seguita da Israele tende a togliere ai palestinesi, approfittando della loro sconfitta, l’appoggio della popolazione, composta in maggioranza di sciiti, l’etnia più numerosa e più povera del Libano. Per lungo tempo gli sciiti sono stati alleati delle sinistre libanesi; essi hanno subito le perdite maggiori nella guerra civile del ’75-’76 e la loro regione nel Libano meridionale, è stata la più tartassata dalle bombe. Da sempre hanno subito le rappresaglie israeliane insieme ai palestinesi ed una solidarietà di fatto tendeva a stabilirsi tra le due comunità, nel sud come nelle bidonvilles alla periferia di Beirut. Ma né le organizzazioni palestinesi né i partiti della ”sinistra” libanese potevano mai offrire nulla a questa comunità e ai proletari delle bidonvilles, in cambio della loro solidarietà, o meglio, la mancanza di un programma sociale di emancipazione degli oppressi, da parte dell’OLP e dei suoi alleati, li ha abbandonati alla propaganda israeliana e falangista che poteva fare breccia additando i palestinesi come i veri responsabili della guerra e della miseria. È la politica reazionaria dell’OLP dunque che, anche in questa situazione, isola i proletari e i combattenti palestinesi dai loro alleati naturali e li espone agli attacchi delle classi ricche.

Nell’agosto dell’80 l’esercito israeliano decide di dare un nuovo colpo alle posizioni dei fedayin nel Libano meridionale. Due colonne corazzate, forti di circa 1.000 uomini, con l’appoggio di una ventina di elicotteri, attaccano le posizioni palestinesi, puntando alla conquista della roccaforte del castello di Beaufort; l’attacco viene respinto dai guerriglieri, ma reparti del genio israeliano preparano, nei territori controllati da Haddad, le opere necessarie per un’operazione in grande stile.

Di fronte al pericolo sempre più pressante di un massiccio attacco israeliano al Libano, e spinta anche dai nuovo acutizzarsi della tensione con l’Iraq, sentendosi forte del trattato di amicizia e collaborazione firmato nell’ottobre precedente con l’URSS, la Siria decide di passare nuovamente all’offensiva in Libano nel tentativo di rafforzare le sue posizioni minacciate da alcune iniziative dei falangisti che nel dicembre avevano iniziato ad installarsi nella città di Zahle, spinti probabilmente dagli israeliani che volevano mettere alla prova il regime di Damasco. L’esercito di Assad attacca dunque le posizioni falangiste a Zahle e riesce a rompere le comunicazioni tra la città assediata e la regione sotto controllo maronita.

Durante questa battaglia i siriani bombardano massicciamente il settore est di Beirut, dove i palestinesi ed i loro alleati erano scesi in campo contro le Falangi per appoggiarli; il bombardamento della città maronita provoca l’immediata reazione della stampa internazionale contro il ”massacro dei cristiani”. L’intervento degli israeliani e poi delle grandi potenze imperialiste riporterà la tregua, ma sulle alture di Zahle, ormai passate in mani siriane, verranno piazzate alcune batterie di missili Sam-6, fornite dai russi, che dovrebbero servire a contrastare il pressoché totale dominio dei cieli posseduto sino a questo momento dalla aviazione di Israele.

Tre mesi dopo, nel luglio, l’esercito di Gerusalemme passerà nuovamente all’offensiva contro le basi palestinesi nel Libano meridionale e l’aviazione con la stella di David bombarderà spietatamente i quartieri palestinesi a Beirut ed i campi profughi nel Libano meridionale. La carneficina cesserà solo dopo un nuovo intervento americano che, intavolando per la prima volta trattative, sebbene in forma indiretta, tra Israele e vertici palestinesi porterà ad un accordo che prevede «la fine di tutte le operazioni ostili tra il territorio libanese e quello israeliano»; la Siria però non ha fatto nulla per opporsi all’attacco dello Tsahal.

Due settimane dopo il raggiungimento del cessate il fuoco sul fronte libanese, l’Arabia Saudita propone un piano di pace per il Medio Oriente (piano Fahd, dal nome del principe regnante); i punti significativi del piano sono questi: 1) Ritiro israeliano dai territori occupati; 2) Creazione di uno Stato palestinese; 3) Riconoscimento del diritto di tutti gli Stati della regione a vivere in pace, cioè implicito riconoscimento dello Stato d’Israele. Nell’ottobre il piano ottiene l’appoggio di Arafat. L’intento della direzione dell’OLP è quello di arrivare al riconoscimento formale da parte degli Stati Uniti. I contatti avuti con l’emissario di Reagan, Philip Habib, durante le trattative del luglio per arrivare al cessate il fuoco con Israele hanno avuto, per i dirigenti palestinesi, una grande importanza in questo senso e secondo la rivista Palestine, bollettino d’informazione dell’OLP, essi hanno rappresentato «un atto di riconoscimento, se non dell’OLP, almeno della realtà politica dell’OLP». «Per la direzione politica dell’OLP – scrive Samir Kassir su Le Monde Diplomatique (12/’81) – l’interesse di un tale piano è precisamente quello di costruire una solida passerella in direzione degli USA, con l’intermediazione del Fronte del Silenzio, (Arabia Saudita, paesi del Golfo, Giordania) a condizione che i suoi promotori ottengano da Washington un sostegno più efficace all’accordo tacito dietro cui si nasconde l’amministrazione americana». Il piano però viene osteggiato dalla Siria che è sempre più in rotta con l’Iraq ed i suoi alleati del Fronte del Silenzio. Contro il piano si schierano anche la frazione dell’OLP controllata da Damasco ed il Fronte del rifiuto, i quali riescono a mettere in minoranza Arafat. «La centrale palestinese ha dunque sconfessato il piano Fahd, fatto che ha determinato il clamoroso fallimento del vertice di Fez, il 25 novembre» (Le Monde Diplomatique, 4/’82).

Naturalmente queste divisioni all’interno della direzione dell’OLP non derivano dallo scontro di due diverse tendenze di classe, l’una più favorevole alle classi ricche e l’altra alla classe dei diseredati, all’interno del ”popolo” palestinese, ma, schierandosi ambedue pienamente nel campo borghese, ne rappresentano due diversi partiti foraggiati dall’uno o dall’altro imperialismo. In questo quadro la posizione di Arafat è indubbiamente ancora la più forte e dunque la sua politica, al di là di momentanei incidenti di percorso, è quella destinata a prevalere. «La presenza di Arafat alla testa del movimento palestinese – si legge su Le monde Diplomatique (12/’81) – svolge un ruolo rassicurante per i regimi arabi conservatori. È precisamente questa funzione che permette all’OLP di continuare a ricevere importanti sussidi, essenziali alla sua sopravvivenza. Le fonti di finanziamento propriamente palestinesi, riservate alle grandi prove, non sono sufficienti per le necessità dell’importante apparato

politico-militare della resistenza. L’assistenza materiale dei ricchi paesi arabi e, singolarmente, dell’Arabia Saudita, è più che mai necessaria». Anche la Russia, che in un primo tempo si era opposta al piano, dopo un viaggio di Arafat a Mosca, avrebbe deciso di non opporvisi più, pare in cambio di assicurazioni di una sua inclusione futura in tale piano e della normalizzazione delle relazioni diplomatiche con Riad.

Uno dei punti centrali del piano Fahd prevede però la ritirata di Israele dai territori occupati e in particolare dalla Cisgiordania che sempre più appare come il territorio previsto per la costituzione dello Stato-ghetto palestinese, ma lo Stato israeliano non ha affatto intenzione di restituire questi territori e per non lasciare dubbi sulle sue intenzioni, a metà dicembre ’81 estende la legislazione israeliana al Golan siriano, siglandone in pratica, l’annessione ufficiale. Si avvicina intanto il momento della prevista restituzione dell’ultima parte del Sinai all’Egitto, secondo quanto previsto dagli accordi di Camp David. Il governo israeliano ne approfitta per organizzare una campagna propagandistica contro il ritiro cercando di arrivare a nuove trattative che prevedono, in cambio del rispetto dei patti con l’Egitto, l’assicurazione del mantenimento dell’occupazione degli altri territori; pare anche che Gerusalemme intenda attaccare nuovamente il Libano in modo da far montare la tensione con gli Stati arabi, ma l’intervento degli USA, decisi a salvare il regime egiziano, che subirebbe un duro colpo dal mancato rispetto degli accordi di Camp David, frena l’iniziativa israeliana e il 26 aprile ’82 il Sinai viene regolarmente restituito al governo del Cairo.
 
 
 
 
 


16. IL DOMINIO ECONOMICO DEL CAPITALE ISRAELIANO

Il capitale israeliano, già alle prese con una grave crisi economica, non è dunque affatto disposto a ritirarsi dalla Cisgiordania. Negli ultimi anni ha continuamente accentuato i suoi sforzi per l’annessione di questa fertile regione; dopo il ’67 ben 152 colonie ebraiche sono state create nei territori occupati, di cui 85 in Cisgiordania e nel novembre scorso è stata instaurata in Cisgiordania un’amministrazione civile israeliana. «Una serie di scioperi generali e di manifestazioni sono subito iniziati nei territori occupati, seguiti dalla tradizionale risposta: case fatte saltare con la dinamite, coprifuoco, chiusura dell’università di Bir-Zeit, arresto di molti dirigenti palestinesi, censura sulla stampa» (Le Monde Diplomatique, 12/’8 1). Le ragioni di una così profonda opposizione delle popolazioni dei territori occupati alla occupazione israeliana e, d’altra parte, la ferma risoluzione di Israele di non mollare, nonostante le forti pressioni internazionali ed anche americane, si spiegano con l’importanza economica che questi territori e la loro popolazione rappresentano per Israele e con la politica di vera e propria rapina che esso vi pratica.

La Cisgiordania e Gaza occupano rispettivamente una superficie di 5505 Kmq. (come la nostra Liguria) e di 363 Kmq. La Cisgiordania ha circa 700.000 abitanti con una densità di 127 ab./Kmq. e Gaza quasi 300.000 (825 ab./Kmq.) ai quali bisogna aggiungere rispettivamente 72.500 e 195.000 profughi ammassati nei campi. L’economia della Cisgiordania, prima della guerra del ’67 era essenzialmente una economia di sussistenza; la gran parte della popolazione, circa il 50% era dedita all’agricoltura contro solo un l5% impiegato in una industria ancora rudimentale, costituita quasi interamente da piccole officine con 4 o 5 operai. Un po’ più sviluppata era la striscia di Gaza col 33% di impiegati nell’agricoltura. L’occupazione israeliana ha profondamente inciso sull’economia di queste zone avendo lo Stato israeliano cercato di sfruttarne ogni risorsa a suo esclusivo vantaggio, così come nella pratica di qualsiasi imperialismo.

La borghesia israeliana, ha teso soprattutto a sfruttarne la grande riserva di manodopera a basso prezzo, fornita dalle masse di rifugiati e dall’espropriazione dei contadini, sfruttandola sul posto o nello stesso Stato d’Israele, cercando contemporaneamente di allontanare la popolazione in eccedenza per preparare il terreno ad una eventuale annessione.

«Della manodopera palestinese di riserva fornita a basso prezzo dai territori occupati, il capitale israeliano decise di importarne una parte, sfruttando invece la rimanente sul posto. Il numero limite degli immigrati arabi palestinesi in Israele fu aumentato ogni anno. Così, mentre nel ’67 non vi erano che mille lavoratori dei territori occupati che lavoravano in Israele, nel 1973, prima della guerra d’ottobre, essi erano circa 80.000 (operai ed altri) assunti ufficialmente dagli uffici del lavoro israeliani. E quanti sono quelli impiegati illegalmente? Altri dati ci indicano che nel ’73 il 36% circa della manodopera attiva dei territori occupati – che equivaleva a 195.000 persone – era impiegato direttamente nell’economia israeliana. Dei 100 mila lavoratori manuali della striscia di Gaza e della Cisgiordania, 60.000 lavoravano in Israele, ossia il 60% della classe operaia di queste regioni» (da ”Palestine en marche”; n. 5/’75).

«Settantaquattromila palestinesi attraversano quotidianamente e nei due sensi (è loro severamente vietato passare la notte in Israele) i limiti dei territori occupati nel 1967. A questi vanno aggiunti da 10 a 15 mila ”irregolari” che non sono assunti con l’intermediazione degli uffici del lavoro israeliani e dunque non sono ufficialmente censiti; si tratta spesso di giovani, impiegati contravvenendo alla legge israeliana, o di adulti che fanno lavoro nero. In totale più di un terzo della popolazione attiva della Cisgiordania e della striscia di Gaza. Relegati al livello più basso nella scala dei lavoratori e dei salariati, meglio pagati che nei territori occupati ma meno degli operai israeliani (secondo dati di ”Palestine en marche” il salario giornaliero di un palestinese era di 22,9 lire israeliane contro le 42,8 di un israeliano) questi lavoratori sono raggruppati nel settore delle costruzioni (47% nel 1980), dell’industria (20,5%) e dell’agricoltura (14,3%). (da Le monde Diplomatique, sett. ’81). Questo mentre il settore industriale nei territori occupati è rimasto stazionario quando non ha regredito; in Cisgiordania infatti il numero dei lavoratori dell’industria è diminuito dalle 17.000 unità del ’69 alle 15.000 del 1980. «Il governo israeliano ha posto i territori occupati in uno stato di dipendenza crescente. Alcuni la chiamano ”stagnazione pianificata”, sperando che le condizioni di vita sempre più difficili per gli arabi li spingano a partire. In effetti circa 200.000 hanno emigrato dal ’67 ed il ritmo delle partenze in questi ultimi anni è di 10-20 mila all’anno secondo alcune stime» (ivi).

Anche le relazioni commerciali tra Israele e questi territori sono a senso unico: «Fin dal primo anno d’occupazione le autorità israeliane decisero di aprire questi territori ai prodotti israeliani. L’effetto è stato traumatizzante; oggi non vi si trovano beni di consumo manufatti che non provengano da Israele. Per gli esportatori israeliani i territori occupati costituiscono una vera e propria riserva di caccia. Protetti dalle stesse barriere doganali dei loro stessi mercati interni, essi costituiscono il loro secondo mercato, dopo gli Stati Uniti e prima della Germania Occidentale: in media il 90% delle importazioni provengono da Israele (solo l’1% dalla Giordania e il 9% dal resto del mondo). Al contrario l’accesso al mercato israeliano è chiuso per i prodotti di Cisgiordania e Gaza, con l’eccezione di qualche prodotto agricolo, materiali da costruzione ed un numero molto limitato di beni manufatti e la bilancia commerciale di questi territori è cronicamente in deficit poiché le esportazioni coprono soltanto per il 35% le importazioni, né bastano i salari dei palestinesi che lavorano in Israele a coprire questo deficit. I territori occupati possono riequilibrare la loro bilancia dei pagamenti solo grazie alle rimesse degli emigrati all’estero, soprattutto nei paesi del Golfo ed alla loro bilancia commerciale attiva con la Giordania dove esportano prodotti agricoli» (ivi).

Anche la tradizionale struttura agricola è stata pesantemente modificata dagli Israeliani soprattutto attraverso la massiccia confisca delle terre che rappresenta un passo decisivo verso l’annessione:

«Secondo fonti giordane gli Israeliani hanno confiscato o espropriato, dopo la guerra dei sei giorni, ben 203.000 ettari in Cisgiordania, cioè il 37% del territorio. Così ad esempio, nella valle del Giordano il 40% delle terre coltivabili, è ormai nelle mani dei coloni israeliani. Da quattordici anni i palestinesi non hanno potuto scavare un solo pozzo mancando l’autorizzazione del governo militare (…) Al contrario, la compagnia israeliana delle acque, Mekorot, ha scavato 17 pozzi nella valle, per l’uso dei coloni. Equipaggiati con potenti pompe essi fornivano, già nel ’78, più di 14 milioni di metri cubi di acqua all’anno a meno di 16.000 coloni, mentre 690.000 abitanti arabi non dispongono che di 33 milioni di metri cubi (…) Attualmente solo il 4% delle terre coltivate dagli arabi in Cisgiordania è irrigato (…) Nel 1970 l’agricoltura impiegava ancora il 38% della popolazione attiva nei territori occupati; oggi ne occupa meno del 28%. Piccoli proprietari terrieri, piccoli contadini, operai agricoli, formano, con la popolazione dei campi profughi, il grosso delle truppe che ogni giorno prendono il cammino verso Israele, in cerca di un impiego che l’industria locale non può loro offrire» (ivi).

Nel giugno ’80 scriveva A. Kapeliouk su Le monde Diplomatique: «La lotta per la terra diventa il tema centrale di un confronto ormai quotidiano tra israeliani e palestinesi. La politica delle impiantazioni diretta dal gen. Ariel Sharon, ministro dell’agricoltura, ha uno scopo chiaro e netto: creare fatti compiuti in Cisgiordania in modo da rendere il nuovo status quo irreversibile e impedire la creazione di uno Stato palestinese (…) In tutto 122 colonie ebraiche sono state installate nei territori occupati e riuniscono una popolazione di 20.000 coloni (senza contare 60.000 ebrei che abitano nei nuovi quartieri costruiti nella parte araba di Gerusalemme). Le colonie israeliane sono state create su delle terre demaniali di cui il governo israeliano si pretende l’ereditario, o su altri lotti che appartenevano a profughi palestinesi e su terre di privati confiscate per ”motivi di sicurezza” (…) I metodi per espellere i proprietari palestinesi sono vari (intimidazioni, ricorso a diverse leggi, etc.) e anche inabituali: recentemente degli aerei hanno sparso defolianti su molte centinaia di ettari di culture (grano, orzo e olivi) che appartenevano ad agricoltori palestinesi di 4 villaggi della regione di Hebron; un metodo che era già stato utilizzato con successo nel 1972 nel villaggio di Akraba in Cisgiordania le cui terre furono in seguito assegnate alla nuova colonia vicina di Gitit». «Dall’inizio dell’occupazione israeliana la popolazione araba del Golan è caduta da 130.000 a 13.000 persone. Colpiti dalla politica di confisca delle terre circa 200.000 palestinesi sono stati costretti ad abbandonare la Cisgiordania. Anche nella striscia di Gaza superpopolata, dove si ammassano 450.000 palestinesi, gli israeliani hanno confiscato delle terre e fondato 4 colonie (5 nel 1980)». Attualmente gli abitanti delle zone occupate sono un milione e trecentomila di cui 850.000 in Cisgiordania.

In questi territori dunque lo Stato israeliano non opprime solo i proletari e i diseredati, ma anche le altre classi sociali impedendo al capitale arabo di sviluppare una sua industria, il commercio, l’agricoltura.

Ma anche se, pur con diversi pesi, lo Stato israeliano schiaccia sotto il suo tallone tutta la popolazione araba di Cisgiordania e Gaza come del Golan, da questa constatazione non deriva affatto che il proletariato debba lottare, in nome di una pretesa indipendenza nazionale da riconquistare, al fianco delle altre classi ”popolari” che lo hanno sfruttato e lo sfruttano ancora più duramente degli israeliani.

In tutta l’area medio-orientale, come stiamo dimostrando, non c’è soluzione ai problemi del proletariato nel quadro di una lotta nazionale; la soluzione sta solo nella ripresa della lotta di classe, ed in questo senso i proletari arabi, anche dei territori occupati, devono rifiutare ogni collaborazione con le altre classi e costituire delle proprie organizzazioni di lotta e di combattimento.

Communism and the National Question

Presentation from Communismo No. 12, 1983

At the 5th Congress of the Communist International (June-July 1924) the national and colonial question was again placed on the agenda. The theses of the 2nd Congress and of Baku, despite their theoretical and practical clarity, had not proved adequate to prevent: 1/ the French and English Communist Parties from displaying serious resistance to promoting and adequately supporting the nationalist movements in India and Indonesia; 2/ the Egyptian and Turkish communist parties from lending their support in a way which was entirely subordinate to their bourgeoisies and governments; and 3/ above all, in Germany, and with the total complicity of the International itself, they had not managed to prevent serious confusion arising between the struggle for communism and that of bourgeois nationalism struggle against the Versailles Treaty. What is more, other questions overlapped with the re-emergence of Greater Russian chauvinism and nationalism, in the guise of the incipient Stalinism, against which the dying Lenin led his last battle from the terribly isolated position in which the Left of the CPSU already found itself. The necessity of taking up all the main questions of principle again, and deriving from these in the clearest way possible rules of practical action in the various geo-historical areas within which the Communist International was called upon to act, was clearly posed. But by now the official chairman of the Executive of the C.I. was already resorting to that infamous method which would later become the distinguishing mark of Stalinism: instead of clarifying the norms of practical action in the light of principles a hunt began for someone to blame for incompetence and ineptitude. A representative of the Italian left took part in the discussions and emphasised the two key cornerstones of the national question which risked getting forgotten in the rush to allocate blame: first of all, the theoretical basis for the resolution of national problems is already contained in the Manifesto and it consists in the victory of communism on a global scale; and, in the second place, the national and colonial question must be posed from the very instant the metropolitan proletariat embarks on its struggle against imperialism, since it is not a case of problems which belong to two successive phases, but of problems which are strictly interdependent.

The text we are republishing here was written precisely in view of the debate about to take place at the 5th Congress, and it was originally published in our journal of the time (Prometeo, April 1924). What stands out is the clear contrast between the method subscribed to in the text and the one in vogue in the International at this time. To deal with practical questions from the point of view of principle was considered within the C.I. to be totally pointless, and, in the best of cases, supporters of this method were ridiculed or pointed out as representatives of a tendency which favoured “inactivity”, a tendency which loved theoretical dissertations since it was hostile to practical action. Here we see expressed the particularly persistent notion of the inherent opposition of theory to practical action.

It was precisely in order to prevent such bad practices, whose dire consequences the Left had already accurately predicted, that the text we are republishing here was written. It is an admirable example of that unique method, unbounded by time and space, which is an identifying feature of the Communist Party.

The article begins with a powerful theoretical introduction in which it is recalled how the Marxist method is opposed to every type of opportunism precisely because its tactical norms are directly linked via the dialectical method to its theoretical principles: only thus, a feature of our tradition alone, do theory and action not stand in contradiction with one another. Opportunism on the other hand has always signified absence of principles, and you only arrive at such an absence by devaluing ends (“the end is nothing, the movement is everything”). Since opportunism is able to do without principles it ends up by theorising that the rules of practical action can be concocted on an ad hoc basis; which, with communist principles repudiated, is as good as theorising that one can only act on the basis of the ideological principles of the bourgeoisie in all their myriad manifestations. In response to the old and by now very predictable criticism that we oppose this method with a set of dogmas, and thus relapse into metaphysics and the condoning of a method which is anti-scientific, we respond today, as the article did back then, that we do not deny that the examination of the general historical situation is in continual development and that our conclusions can always be elaborated better, but we also say that we wouldn’t be able to exist as a Party (with no Party everything would be ruled out: no party, no Communism) if the historical experience incarnated in its Party which the proletariat already possesses didn’t allow us to construct a programme and a set of rules of practical conduct, which cannot be done without precise and pre-arranged schemes. To the inevitable accusations of schematism we reply that we are happy to leave the eclecticism, “manoeuvrism”, the oscillations to right and left and the political in-fighting to all the other so-called communist movements and parties. We have no hesitation in replying that it is precisely our schematic method which not only allows us to exist as a single, compact and unitary party, but allows the proletariat itself to exist as a historical class. The proof of this is the way in which this method was comprehensively applied in a historical situation which had got notably worse from the point of view of the class’s potentiality, that is, from the time of the meeting of the 5th Congress of the C.I. in Moscow already heading toward definitive degeneration. And when applied to the present class struggles in Palestine, it has allowed us not only to correctly interpret the historical evolution of this area, but also to represent the only truly revolutionary course open to the martyred proletariat of those countries, one which is opposed to all the nationalist pipe-dreams, all the more pernicious insofar as they claim to be revolutionary or even in the line of our own tradition of the Communist Left.

Action and Principles

Debates about the proletarian, communist and revolutionary method often revolve around the issue of “principles” and of a so-called dualism between these principles and action, between theory and practice. It isn’t often that we manage to reach a clear understanding on this matter; and yet until we do, every critical and polemical development will turn into pointless confusion.

Opportunism, old and new, likes to shift the emphasis of the Marxist thesis which denies that innate eternal ideas underpin human conduct, and often talks about actions to be taken without considering the limiting factors which might hamper them, of policies without fixed principles. Bernstein’s classic revisionism, which cleverly superimposed itself onto the proletarian movement by claiming to have left Marx’s revolutionary doctrine intact, proclaimed “the end is nothing, the movement is everything”. To declare that the end is nothing, as we will soon see, implies you can do without principles because for Marxist communism principles are the ends, that is, points of arrival towards which action is directed… And the contraposition of the two terms shouldn’t seem paradoxical.

After setting aside the vision of a great final objective and consigning the movement’s doctrine to the attic, opportunist reformism only talks about existing problems which can be resolved empirically one at a time, in the immediate future.

However, regarding the new variations of this falsification, which certainly hasn’t stopped reinventing itself and reappearing under new guises, we were entitled to enquire, and are still entitled to enquire, what indicator should we then use, having done way with all standing rules and guidance, to guide our choice between the various forms of action? Who is the “subject” in whose interest the action is to be taken? And opportunism (embodiment and exponent of simple “labourism” as replacement for the doctrine and general praxis of proletarian revolution) replied that its day to day tasks were inspired by workers’ interests, meaning by that the interests, taken one by one, of particular groups and professional categories, considering the satisfaction of these easier, closer to hand and quicker.

The solutions to the questions of what action to take are thus no longer inspired by the proletarian movement and its historical journey, but are concocted one at a time and restricted to small sections of the working class, on very small sections of its journey. By acting this way revisionism frees itself from any link to principles, but, in its more or less extreme forms, still boasts nevertheless of operating in the true spirit of Marxism, which according to them equates with a movement which is extremely open-minded and eclectic.

The struggle against these deviations will continue to be a very important aspect of the proletarian movement as it continues to acquire further important experiences. There have been frequent warnings and criticisms of this revisionist way of presenting and resolving problems, and yet it will find new and more devious ways to try and influence proletarian action. We will not make a general rebuttal of it here, but just in regard to a particular problem, which will render our position more intelligible.

Aversion to Principles Equals Submission to Bourgeois Principles

Several times we on the Marxist Left have unmasked the vulgar trickery of opportunism. Its alleged aversion to principles, stupidly referred to as dogmas, was simply reduced to a blind, obstinate observance of principles typical of the counter-revolutionary ideology of the bourgeoisie. The positive, practical, open-minded people within the proletarian movement revealed themselves at the supreme moment as the most enthusiastic supporters of bourgeois ideas, to which they tried to subordinate the proletarian movement, and the workers’ economic interests.

The theoretical critique which highlights this characteristic fact is one which proceeds side by side with the political unmasking of socialist opportunism as a form of bourgeois action, and of its leaders as agents of capitalism within the proletarian ranks.

At the start of the world war, the spectacular bankruptcy of the opportunist International defended itself theoretically with arguments which, in the realm of theory as well as in socialist propaganda, appeared as surprises, as unexpected revelations, as sensational “discoveries”. Those who had stated that socialism had no doctrinal or programmatic principles suddenly asserted that socialism no longer even retained that distinction, of being the movement without principles, but had to be subordinated to the unconditional acceptance of certain theses, up to then never explicitly stated, indeed always viewed as extraneous to socialist thought and which at the polemical level had been demolished by it once and for all. Socialism was reduced to being a “sub-school” of the bourgeois left movement, affiliated to the ideology of so-called democracy, which was presented all of a sudden not as Marxism considered it in its most elementary statements, that is, as the political doctrine appropriate to the interests of the bourgeois class, but as something advanced and progressive with respect to the dominant capitalist polity. The traitors in the International then tried to trip us up by “discovering” some principles, by which they claimed proletarian action was inevitably determined and doomed to follow; to which they said all immediate interests, including those of the individual groups so dear to their hearts, had to be inexorably sacrificed. Three of these principles in particular were especially touted: the principles of democratic liberty, the defensive war, and nationality.

Up to this time the opportunists had deliberately feigned a theoretical orthodoxy and were always talking to the masses about class struggle, socialisation of the means of production and abolition of the exploitation of labour: which is why the sudden discovery of the new principles was bound to take the proletariat by surprise and undermine its class consciousness and revolutionary ideology, sabotaging the possibility of mobilising it ideologically in a classist direction, just as, in a corresponding way, the passing of the leading officials of the great workers’ organisations into an alliance with the bourgeoisie was bound to result in the sudden removal of any platform of reorganisation of the world working class on the basis of socialist action.

Then we learnt (and only very few militant socialists knew how to articulate their indignation and protest, and less still were able to) that the socialist proletariat had to do without principles if they were principles derived from the classist doctrine, but bow to them, as though holy writ, if they were the principles of bourgeois ideology, namely, those fundamental ideas of religion into which the ruling classes tends to transform their prevailing interests. The betrayal of the substance of the Marxist critique could hardly have been more blatant.

To give a small idea of how far this brazen superimposition of irrelevant and antithetical elements onto the socialist doctrine’s most obvious formulations went, we will cite just one example. For our part we naturally invoked the well-known passage from the Communist Manifesto, according to which the proletariat has no country, and can only consider itself to have formed a nation, in a very different sense to that of the bourgeoisie, when it has seized political power. so, one of the socialist party’s best-known propagandists, the old party’s “technician” of propaganda himself, Paoloni, came back with this response: that conquering political power consisted in conquering … democratic suffrage; and wherever the proletariat enjoyed the right to vote it had a country and national rights! This proposition, which we won’t dignify with a reply, shows how those who were entrusted with the job of making Marxist propaganda in the Second International were either incredibly stupid or incredibly shameless.

The Bourgeois Principle of Liberty and Democracy

In the pages of this journal we have expressed the Marxist critique of the bourgeois “principles” of democracy and liberty and will continue to try and express even better. We do not take bourgeois liberal philosophy and its equality under the law seriously. Its theoretical demolition needs to be accompanied, according to the communist conception, by a proletarian political programme which liquidates any illusion that it is possible to apply liberal and libertarian methods to achieve the revolutionary aim: the suppression of society’s division into classes. The allegedly equal rights of all citizens under the bourgeois state is nothing but a translation of the economic principle of “free competition”, and the parity, in the market-place, of the buyers and sellers of commodities: a levelling which merely signifies the consolidation of the best conditions under which capitalist exploitation and oppression can be installed and maintained.

Directly related to this critique, an essential of socialist thinking, is the demonstration that in time of war it is wrong to invoke, as a guide to proletarian and socialist policy, the greater or lesser degrees of “democratic freedom” achieved by the countries in conflict as this would mean relying purely on bourgeois and anti-proletarian criteria. We will therefore dwell no further on the first of the aforementioned three principles.

The other two principles derive from the same theoretical distortion: all the talk of just and unjust wars, according to whether they are defensive or aggressive, or have the objective of giving a country’s inhabitants the government the majority allegedly wants, presupposes the belief that a principle of democracy has been established in relations between states, like those between individuals.

Such principles are the ones the bourgeoisie proclaims with the precise aim of creating among the masses an ideology favourable to its rule, since it can’t confess to the ruthless egotism which really lies behind it. Whereas in the internal life of the capitalist state elective democracy is in fact equivalent to a legal ratification or a constitutional ruling, although not constituting, from our point of view, any effective guarantee to the proletariat that in the decisive moments of the class struggle it won’t find itself up against the armed State machine; in international relations there are no sanctions or conventions which correspond with a formal application of the principles deriving from democratic theory.

For the capitalist regime the establishment of democracy at a State level was a necessity intrinsic to its development: but the same cannot be said of any of the formulas deduced from democratic for international relations, and banned by ideologists who support universal peace based on arbitration, on the settling of borders based on nationality and so on. The latter is an argument which seems to fit in with the game of the opportunists, who depict the capitalist classes as opposed to these political demands which they, after borrowing them from purely bourgeois theoreticians, wish to have accredited by the proletariat. But the argument is constantly blowing up in their faces.

Indeed it is absurd to think that a bourgeois State would modify its international policy just because the socialist proletariat, after having lain down its arms in the name of the “Holy Alliance” and abandoned its own struggle and independence, had left it an even freer hand to act in the interests of self-preservation. In the second place the criminal game of the social traitors is proving to be even more blatant: they have countered the so-called “utopianism” of the revolutionary programmes with the need to set immediate and tangible aims, of sticking to what is actually possible; all of a sudden they are coming up with objectives, with a view to subordinating the proletarian movement’s policy to them, which are not only not classist or socialist, but are proving to be entirely unrealistic and illusory; they lend credence to ideas which the bourgeoisie themselves would never apply but which it is in their interests to have the proletariat believe. The policy of the opportunists does not therefore aim to drive situations forward in their real practical development, albeit in small steps, but reveals itself as nothing less than the ideological mobilisation of the masses in the interests of the bourgeoisie and the counter-revolution.

The ”Nationality Principle”

As regards the nationality principle, it isn’t difficult to show that it has never been other than a slogan to agitate the masses, and, in the best hypothesis, an illusion cherished by some petty bourgeois intellectual strata. If for capitalism to develop the formation large State units was necessary, none however were formed through the observance of the famous national principle, which besides is very difficult to define in practice. A writer called Vilfredo Pareto, who was certainly no revolutionary, wrote an article in 1918 (republished in the collection Men and Ideas, editore Vallecchi, Florence, 1920), in which he criticised the “so-called principle of nationality” and showed how impossible it is to find a satisfactory definition, and how of the many criteria which it appears can be used to specify it (Ethnic, linguistic, religious, historical, etc.) not one of them is exhaustive, and in fact all of them lead to conclusions which contradict one another. Pareto also makes the obvious observation, which we frequently made during our war-time polemics as well, that plebiscites are certainly no sure-fire way of resolving national problems, since one would have to establish beforehand the boundaries of the territory to which a majority vote would apply, and the nature of the powers which would organise and control it; thus ending up in a vicious circle…

There is no need to go back over all of the polemics of nine years ago here. Easy it was then for us internationalists to show how the famous principles invoked by the social-warmongers lent themselves to being applied in an entirely contradictory way. Every State at war can find some way of contriving a situation that is defensive: maybe the aggressor is the one whose territory ends up being “trampled underfoot by the foreign invader”; in any case a revolutionary attitude on the part of the socialist movement would lead to analogous consequences in the case of both offensive and defensive military action, since the one can simply be converted into the other. As to the nationalist questions and those of irredentism, they are so complex and there are so many of them that they could be used to justify the formation of alliances very different to the ones during the world war.

The famous list of principles when applied then contradicted each other. We asked the social patriots whether they recognised the right of a more democratic people to attack and subjugate a less democratic one; whether in order to liberate “unredeemed” regions they would countenance military aggression, and so on.

And these logical contradictions would translate into the possibility, once those fallacious theses were accepted, of justifying socialist support for any war, as indeed would happen, with the same arguments used to support the tactics of socialist betrayal in all countries, which were in the most desperate circumstances, with the workers on both sides dragged off to confront each other on the war front.

It was just as easy to predict that the victorious bourgeois governments, whichever of them happened to win, wouldn’t dream for one minute of applying, in peacetime, those policies which, according to the social nationalists, had not only provided a reason for the proletariat to support the war, but the guarantee that the war would lead to those outcomes, which the workers had been duped into believing by their unworthy leaders.

The National Question in the Communist International

The critique and rebuttal of social-nationalist deviations is therefore nothing new: less obvious is the issue, which appeared particularly pressing at the time of the founding of the Third International, of the positive resolution of the national question from the communist point of view. It is a problem which cannot be said to have been entirely resolved by the theses of the 2nd Congress (1920) to the extent that the imminent 5th Congress will have to concern itself with it as well.

Obviously the Communist International is not about to borrow theories and slogans from the bourgeoisie and petty-bourgeoisie to help it resolve its own political and tactical problems. The Communist International has reinstated the revolutionary values of the Marxist doctrine and Marxist method and drawn inspiration from its programme and tactics.

How then do we arrive, on such a basis, at a solution to such problems as, for example, the national question? We would like to recall the latter’s most basic features here. The revisionists used to talk about examining contingent situations on a case by case basis, with no regard for principles or general aims. They therefore reached purely bourgeois conclusions, no longer sticking to Marxist criteria, which highlight the play of social-economic factors and conflicting class interests, in their evaluation of situations. It could be said that the correct communist line is to ensure that when analysing a situation one remains strictly faithful to the Marxist method of critique of the facts, arriving at conclusions naturally from there, without any need for preconceived ideas. But in our opinion such a response still harbours opportunist dangers, because of its indeterminacy. On the other hand it could be said instead that we, in order to conduct a more Marxist and classist examination of the contingent facts, should add the observance of principles and general formulas arrived at by an almost mechanical overturning of bourgeois formulas: we willingly admit that this would be to err on the side of oversimplification and a misjudged radicalism. Certain simple formulas are indispensable for the agitation and propaganda of our party, and they are, in any case, less dangerous than excessive elasticity and unscrupulousness. But these formulas are points of arrival, outcomes, not the points of departure from which to examine those questions which arise from time to time and have to be tackled by the party’s supreme critical and deliberative organs, in order that their conclusions can be placed at the disposal of the mass of militants in clear and explicit terms. Thus it could be said, for example, of the slogan “against all wars”, that during an important historical phase it served as a excellent way of distinguishing genuine revolutionaries from the opportunists quibbling over the differences between one war and another which lead to the justification of each bourgeoisie’s policy; but as a statement of doctrine the slogan is clearly inadequate, and this is because, for all its formal radicalism, which brusquely overturns the opportunist position, it could lend itself to being conflated with another bourgeois ideological position: that of Tolstoyan pacifism. And thus we would end up contradicting our fundamental postulate on the use of armed violence.

The Marxist Way Correctly Defined

The Marxistically exact way of answering such questions is neither of the two responses we briefly mentioned. It would be worth the party of the revolutionary proletariat specifying this more precisely, even if brilliant examples already exist, such as the admirable edifice of the Marxist-Leninist critique of the bourgeoisie’s democratic doctrines, and the definition of our programme with respect to the question of the State.

To give a brief idea of what we consider the best solution to be, we can say that we absolutely reject the following thesis: that Marxist politics should be content to simply examine one situation after another (using a very specific method, of course) without the need for other elements. Whenever we have studied the economic factors and growth of class conflicts as they appear in relation to any given problem, we have done something that is indispensable but we still haven’t taken everything into account. There are certain other criteria that need to be considered which may be referred to as revolutionary “principles”; although it needs to be made clear that such ideas do not consist of immanent or a priori ideas, “discovered” deeply inscribed on some stone tablet somewhere. We could if we wanted to dispense with the word “principles” and refer instead to programmatic postulates: it is always possible to put things better, and in fact we should also bear in mind the linguistic requirements of an international movement, our terminology.

To these criteria we add an additional consideration which sums up the revolutionary power of Marxism. We cannot, nor should we feel compelled to, resolve the question of, say, the English dockers or the workers in Finland, merely with the facts derived from studying, using the historical-determinist method, the situation of the former as a category of workers or the latter as a nation considered within the temporal and spatial limitations imposed by the immediate context of the problem. There is a higher interest guiding our revolutionary movement with which these partial interests cannot conflict, if the historical process as a whole is to be taken into consideration; but it is an interest which does not appear to be directly indicated by, or to directly arise from, the individual problems concerning proletarian groups in particular situations and at particular times. This general interest, in a word, is that of the Proletarian Revolution, i.e. the interest of the proletariat considered as a world class endowed with unity as to its historical task and aiming at a revolutionary objective: the overthrow of the bourgeois order. Subject to this supreme aim we can and must still resolve individual problems.

The manner of co-ordinating the separate solutions with this general aim is embodied in certain postulates accepted by the party which are presented as lynchpins of its programme and tactical methods. These postulates are not immutable revealed dogmas but are in their turn the outcome of a general and systematic examination of the situation of the whole of human society in the present historical period, in which an exact account is taken of all the facts that fall within our experience. We do not deny that this examination is continually developing and that the conclusions can always be elaborated better, but one thing is certain: we would not be able to exist as world party if the historical experience which the proletariat possesses already did not allow us to construct a programme and a set of rules of political conduct as the basis of our critique.

Without this we would not exist; neither us as a party, or the proletariat as a historical class in possession of a conscious doctrine and a fighting organisation. If gaps in our conclusions become apparent, or partial revisions are envisaged in the future, it would be a mistake to make up for it by failing to define our postulates and principles, which certainly appear as a “curb” on the actions which subsequent situations in the various different countries might suggest as possibilities. A much less serious mistake would be to attempt to set matters right by “completing” our definitive formulae even if a bit arbitrarily. This is because the clarity and the precision, as well as the maximum possible continuity, of such formulae for agitation and action are indispensable conditions for the strengthening of the revolutionary movement. To this declaration, which might seem a bit reckless, we add, without wishing to dwell further on a serious question which many might see as excessively abstract, that it seems to us that the facts which the history of the class struggle up to the Great War and the Russian Revolution have provided us with allow the world communist party to fill all the gaps with satisfactory solutions: which certainly doesn’t mean to say there is nothing left for us to learn in the future, or from the continuous confirmation of our conclusions in the political application of same. The refusal to make an urgent priority of the “codification” of the programme and the tactical and organisational rules of the International can mean for us today nothing other than a threat of an opportunist nature, due to which our action would run the risk tomorrow of taking refuge in bourgeois rules and principles, which are certainly completely wrong and catastrophic as far as our “freedom” of action is concerned.

We conclude that a Marxist solution to the problems our movement is facing consists of these elements: the set of conclusions which comprise our general vision of the historical process, which is directed toward the realisation of the final, general revolutionary victory; and the Marxist study of the facts that fall within the remit of its research.

This set of conclusions is the dialectical offspring of an examination of the facts, and specifically an examination of all of the socio-historical facts available to us up until now: it shouldn’t, as far as the revolutionary party is concerned, be characterised as dogmatic, but rather as having that enhanced degree of historical “permanence” which distinguishes us from all the opportunists, and which, in more banal terms, is also embodied in that doctrinal and tactical coherence of ours, even monotonously if you will, which serves to distinguish us from the traitors and renegades of the revolutionary cause.

Application of the Method to the National Question

We will now consider the national question, more than anything by way of exemplification of the method we have indicated. The examination of this question and the description of the facts in which it is summed up are contained in the theses of the 2nd Congress, which rightly refer back to the general evaluation of the situation of global capitalism, and the imperialist phase it is going through.

This combination of facts must be examined whilst bearing in mind the general balance sheet of the revolutionary struggle. One fundamental fact is that the global proletariat now possesses a stronghold in the first workers’ state, Russia, as well as its army in the communist parties of all countries; capitalism has its fortifications in the big states and above all in those which won the world war, a small group of which controls global policy. These states are struggling with the consequences of the general breakdown of the bourgeois economy produced by the great imperialist war, and against the revolutionary forces which aim to overthrow them and take power.

In their struggle against the general disequilibrium of the capitalist economy, one of the most important counter-revolutionary resources the great bourgeois states can count on is their influence over two groups of countries: on the one hand their overseas colonies, on the other the smaller countries of the white race with backward economies. The Great War, presented as the historical movement which would lead to the emancipation of the minor peoples and the liberation of national minorities, has spectacularly given the lie to this ideology, in which the socialists of the 2nd International believed in or pretended to believe, by subjugating all of the smaller countries to the great powers. The new states of central Europe are just vassals of England or France, while the United States and Japan are increasingly consolidating their hegemony on the weaker states of their respective continents.

Without a doubt the capacity to resist the proletarian revolution is concentrated in the power of the few large capitalist states; with these overthrown, the rest would collapse in the face of the victorious proletariat. If in the colonies and the backward countries there are social and political movements directed against the large states, and bourgeois and semi-bourgeois classes and parties take part in them, the success of these movements, from the point of view of the development of the world situation, is certainly a revolutionary factor since it contributes to the fall of the principal fortresses of capitalism, whereas if under the bourgeoisies of the great states there might still be a survival of bourgeois power in the small states, this would be swept away after the proletariat had taken power in the more advanced states, even if locally the proletarian and communist movements were still weak and in their formative stages.

A parallel and simultaneous development of proletarian power and of the relations of class and party in each country is not a revolutionary criterion but harks back to the opportunist conception of alleged simultaneity of the revolution, in the name of which even the Russian Revolution was denied a proletarian character. The communists do not believe at all that the struggle develops in each country according to a set pattern; they take account of the differences which become apparent through a study of the national and colonial problems, only they co-ordinate the solution with the interests of the one movement to overthrow global capitalism.

The Communist International’s political thesis on how the global communist proletariat, and its first state, should direct the rebellious movement of the colonies and of the lesser peoples against the metropolises of capitalism, appears, therefore, as the outcome of a vast examination of the situation, and of an evaluation of the revolutionary process which is totally in keeping with our Marxist programme. This serves to sharply distinguish it from the bourgeois-opportunist proposition according to which the resolution of national problems has to be “prioritised” before it is possible to talk of class struggle, the consequence of which is that the national principle can be used to justify class collaboration, both in the backward countries and those of advanced capitalism, whenever national integrity and liberty is reckoned to be in danger. The communist method is not so trivial as to say: communists must oppose the nationalist tendency everywhere and at all times. This would be meaningless and would be merely a “metaphysical” negation of the bourgeois criterion. The Communist method counters it “dialectically”, that is, in order to evaluate and resolve the national question it sets out from the class factors. Support for the colonial movements, for example, smacks much less of class collaboration, when – at the same time as recommending the autonomous and independent development of the communist party in the colonies, so it is to ready to surpass its momentary allies, with an independent work of ideological and organisational formation – support for the rebellious movements in the colonies is above all required from the communist parties of the metropolises. And such tactics smack so little of collaboration that they have been condemned by the bourgeoisie, as anti-national, defeatist and traitorous.

Thesis 91 states that without these conditions in place, the fight against colonial and national oppression remains a deceitful pretence, as it was in the 2nd International; and thesis 11, section “e”, asserts that “a resolute struggle must be waged against the attempt to clothe the irredentist national revolutionary liberation movements in the backward countries which are not genuinely communist in communist colours”. That is enough to corroborate the accuracy of our interpretation.

The need to destabilise the colonies derives from a strictly Marxist examination of capitalism’s situation, insofar as the oppression and exploitation of coloured workers becomes a means of exacerbating the oppression and exploitation of the proletariat in the metropolises. Here the radical difference between our criteria and those of the reformists is again very clear. The latter in fact attempt to show that the colonies are a source of wealth also for the workers in the metropolises, by offering an outlet for products, and draw from this other reasons for class collaboration often having the bare-faced cheek to maintain that their very principle of nationality could be violated by the ‘spread of bourgeois civilization’ and by accelerating the evolution of capitalism. And here we have a perfect example of reactionary distortion of Marxism, which comes down to granting capitalism ever longer postponements of the moment of its demise and the revolutionary attack, by attributing to it a longer and longer historical role, which is something we contest.

Communists utilise forces whose aim is to break the patronage of the great States over the backward and colonial countries, because they consider it possible to overturn these fortresses of the bourgeoisie and to entrust to the socialist proletariat of the more advanced countries the historical task of driving the process of modernisation of the economy of the backward countries forward at an accelerated pace; not by exploiting them, but by pressing for the emancipation of the local workers from both internal and foreign exploitation.

The Error of ”National Bolshevism” in Germany

That, in broad strokes, is the correct position the C.I. has taken as regards the question under consideration. But it is very important to see how these conclusions were arrived at in order to avoid the temptation to get embroiled in outdated bourgeois sloganising about national liberty and national equality, soundly denounced in the first of the theses2 we referred to as derived from the capitalist concept of the equality of citizens of all classes. Because in these new (in a way) conclusions of revolutionary Marxism, the danger of exaggerations and deviations can sometimes appear.

To give another example: we deny, on the grounds indicated, that any policy of rapprochement in Germany between the communist movement and the nationalist and patriotic movement is justifiable.

The pressure exerted on Germany by the States of the Entente, even in the acute and vexatious forms it has taken of late, does not mean that Germany can be seen in the same light as a small country with an undeveloped capitalism. Germany remains a very large country, extremely well equipped from a capitalist point of view, and one in which the proletariat is socially and politically extremely advanced. To confuse the conditions there with those mentioned earlier is therefore absurd. Without going into a more detailed examination of this serious question, which can be carried out in a less summary way some other time, for us that is enough.

But the fact that within the alignment of political forces in Germany the big bourgeoisie doesn’t have a marked nationalist stance, but, due to its counter-revolutionary actions, is inclined to ally with the bourgeoisies of the Entente to the detriment of the German proletariat; while the nationalist movement is fuelled by layers of the discontented petty bourgeoisie who are also being economically bled dry as this solution gathers pace, that isn’t enough to make us change our evaluation either. The problem a revolution installed in Berlin would face can only be understood by relating it on the one hand, and this is comforting, to Moscow, but on the other hand to Paris and London. The main forces on which we need to depend to counter the capitalist entente between German and the Allies are, not just the Soviet State, but also, in the front line, the alliance of the German proletariat with their counterparts in the Western countries. This is a factor which is so important for the global development of the revolution that it is a very serious mistake to compromise it, at a time when revolutionary activity in England and France is hitting problems, by turning the question of the German revolution, even in part, into a question of national liberation, even if on a level that excludes the collaboration of the big bourgeoisie. The very disproportion in the maturity of the German Communist Party when compared with those in France and England makes it inadvisable to adopt this mistaken position, which aims to counter the anti-patriotism of the German big bourgeoisie with a nationalist programme of proletarian revolution. The aid of the German petty bourgeoisie (which it is certainly better to utilise with other tactics than those of “national bolshevism” and by focussing on the ruinous economic situation of the intermediate classes) would be totally annulled in a situation in which Paris and London felt they had an entirely free hand to cross into Germany and intervene directly: which can only be prevented with an internationalist approach to the question of the German revolution. Maybe it is in France that we should be more worried about the attitude of the petty bourgeois strata, which would be at the mercy of the local bourgeoisie if German nationalism intensified: meanwhile something analogous might be said regarding England, where labourism, now in government, is so blatantly nationalist, on account of and in the interests of the British bourgeoisie.

This all goes to show how forgetting the original principles which lie behind communist political solutions can lead to them being applied when the conditions that prompted them are absent, under the pretext that any more complicated expedient can always be used if necessary. We cannot avoid considering as a phenomenon analogous to the actions of national-socialism the fact that comrade Radek, in support of the tactic he was advocating at an international meeting, “discovered” that the gesture of the nationalist who sacrificed himself in the struggle against the French in the Ruhr should be extolled by communists in the name of the principle (new to us and unprecedented), that above and beyond parties one should support anyone who sacrifices themselves for their ideals.

It is deplorable to reduce the task of the great proletariat of Germany to that of national emancipation when what we expect from this proletariat and its revolutionary party is that it manages to achieve victory not for itself, but to defend the existence of Soviet Russia and its socialist economic evolution, and to unleash against the fortresses of western capitalism the torrent of the world revolution, arousing the workers of other countries who have been temporarily immobilised by bourgeois reaction’s latest counter-revolutionary retchings.

The national disequilibria between the major advanced States are factors we have studied and examined as much as any other: in opposition to the social nationalists we flatly deny that these can be resolved by any other means than the class war against all the major bourgeois States: and the patriotic and nationalist survivals in this camp are considered by us as reactionary manifestations which must not be allowed to gain a foothold in the revolutionary parties of the proletariat; which are called upon, in these countries, to make the most of an inheritance rich in genuine and authentic communist possibilities, and to take on the task of most advanced vanguard in the world revolution.

  1. Thesis 9 of the Theses on the National and Colonial Question: ”In regard to relations within States, the Communist International’s national policy cannot confine itself to the bare and formal recognition of the equality of nations, expressed in words only and involving no practical obligations, to which bourgeois democracies – even if they call themselves “socialist” – restrict themselves. Offences against the equality of nations and violations of the guaranteed rights of national minorities, repeatedly committed by all capitalist States despite their “democratic” constitution, must be inflexibly exposed in all their propaganda and agitation carried on by the communist parties, both inside and outside parliament. But that is not enough. It is also necessary: first, to make clear all the time that only the Soviet system is able to ensure real equality for the nations because it unites first the proletarians and then all the masses of the working people, in the struggle against the bourgeoisie; secondly, communist parties must give direct support to the revolutionary movements among the dependent nations and those without equal rights (e.g. in Ireland, and among the American Negroes), and in the colonies. Without this last particularly important condition the struggle against the oppression of the dependent nations and colonies, and the recognition of their right to secede as separate States, remains a deceitful pretence, as it is in the parties of the Second International.” ↩︎
  2.  Thesis 1 of the Theses on the National and Colonial Question: ”An abstract or formal conception of equality in general, and of national equality in particular, is characteristic of the very nature of bourgeois democracy. Under the show of the equality of the human personality in general, bourgeois democracy proclaims the formal equality in law of property owners and proletarians, of exploiters and exploited, thereby deeply deceiving the oppressed classes. The idea of equality, which is itself a reflection of the conditions of commodity production, is turned by the bourgeoisie, using the pretext of the alleged absolute equality of the human personality, into the instrument for combating the abolition of classes. The true meaning of the demand for equality resides solely in the demand for the abolition of classes.” ↩︎