La questione agraria Pt.7
Elementi marxisti del problema
c) Dinanzi alla piccola proprietà
La socializzazione o nazionalizzazione delle piccole aziende rurali oggi gestite dai proprietari ”giuridici” non può essere che una espressione vuota di ogni senso: riteniamo ciò per ormai incontrovertibile.
L’esercizio di esse dunque resterà affidato al piccolo contadino che attualmente vi lavora colla sua famiglia. Ma il crollo del potere borghese e la instaurazione di quello proletario recheranno seco una radicale trasformazione dei rapporti nei quali vive tale piccolo esercizio produttivo, dal punto di vista della ripartizione della terra, come da quello della disposizione dei prodotti.
In regime borghese il piccolo proprietario è teoricamente il padrone assoluto della sua terra e di quanto trae da essa col suo lavoro. Ma questa enunciazione giuridica è lungi dal tradursi in una realtà economica. In realtà, e ad eccezione di periodi di prosperità sui quali molto di solito si suole esagerare, la integrità di quei diritti è minacciata da molte parti. La mancanza di mezzi economici che consentano al piccolo proprietario di provvedersi degli attrezzi e di quanto altro deve acquistare necessariamente sul mercato lo rendono vittima degli usurai e lo sottopongono ai debiti ipotecari sul suolo che possiede, molte volte a penosi impegni di vendere il prodotto a date persone e a date condizioni sfavorevolissime. Lo sfruttamento economico capitalista ha dunque molte vie per raggiungere il piccolo contadino proprietario senza intaccare il ”sacro” suo diritto. La rivoluzione proletaria cancellerebbe di colpo questi oneri, cui il piccolo esercente di terra soggiace quasi generalmente.
I piccoli coloni e affittuari liberati dal giogo dei grandi proprietari terrieri; in taluni casi, come vedemmo, i contadini senza terra in regioni dove manca possibilità ed esempio di conduzione collettiva dell’azienda agraria; e i piccoli proprietari, per effetto della rivoluzione politica verranno a trovarsi con assoluta parità di ”diritto” dinanzi al problema della ripartizione della terra.
Il contadino che dispone di una superficie di terra insufficiente ad assorbire la sua forza di lavoro e quella della famiglia e per conseguenza insufficiente a garantirgli una certa quantità di prodotto che gli è necessaria (sia per il diretto consumo che per l’esito in quelle forme che si renderanno possibili in cambio di quanto gli occorre), il contadino ”povero di terra” naturalmente sarà spinto ad occupare la terra che altri possiede in eccesso derivandola sia dal fatto di essere già un medio proprietario, sia dalla posizione di grosso affittuario subentrato al latifondista, sia per arbitrarie occupazioni, ecc. I contadini poveri, favoriti in ciò dallo Stato operaio, si organizzano per lottare contro quelli che possiedono terra in eccesso, per non essere costretti ad andare a lavorare come salariati la terra di costoro, e quindi per procedere ad una equa ripartizione di terre.
Non vi è alcuna eresia teoretica nel dire che i piccoli proprietari non solo conserveranno la loro terra (ma a chi dunque si dovrebbe darla? a meno di non volervi porre sopra un cartello: ”socializzata per ordine della asinità socialdemocratica”, e abbandonarla all’incoltura o alla coltivazione delle… zucche), ma ne riceveranno altra fino a capacità di forza lavoro (questo sempre come tendenza generica, che in realtà quello che si svolgerà dipenderà: a) dalla quantità di terra disponibile in proporzione della popolazione lavoratrice rurale; b) dalla forza politica e dallo sviluppo economico industriale del regime proletario che interverrà a disciplinare l’azione delle masse contadine).
Avremo dunque sotto il regime del potere proletario due sole forme di esercizio della terra: le grandi aziende moderne che saranno a conduzione statale (aziende soviettiste in Russia, che nel 1919 non coprivano che il 2% della superficie di terra coltivabile) e le piccole aziende affidate all’esercizio dei contadini, derivanti dalla piccola proprietà e dalla grande proprietà tradizionale, semifeudale. La proporzione in cui queste due forme costituiranno la produzione agricola dipenderà dal preesistente sviluppo tecnico della pratica agraria, oltre che dalle condizioni generali di prosperità legate alle sorti della lotta politica rivoluzionaria e del processo di socializzazione dell’industria.
Come le piccole aziende agricole inseriranno il loro meccanismo produttivo in quello statale, e soprattutto in riguardo alla distribuzione dei generi alimentari? In un primo tempo la rivoluzione proletaria rovescerà l’integrità del diritto a possedere la terra, in un secondo tempo essa interverrà nella destinazione dei prodotti. Vi sarà un periodo in cui le piccole aziende, uscite nella loro sistemazione dalla infrazione del diritto di proprietà borghese, vivranno ancora nell’ambiente del commercio borghese, ossia della libertà di collocare sul mercato l’eccedenza del loro prodotto sul consumo interno, in cambio di denaro che conserverà la possibilità di acquisto di generi manifatturati e prodotti industriali, magari a prezzi fissati da organi statali. Il regime che si tenderà a realizzare sarà quello che il contadino esercente la piccola azienda possa ”vendere” solo allo Stato a dati prezzi, prima, e poi contro consegna di date quantità che gli competono di prodotti industriali e come corrispettivo di altre prestazioni statali man mano che matura l’abolizione della moneta. La piccola azienda tenderà a perdere un carattere di speculazione per inserirsi nel quadro della produzione collettiva.
Ma il primo momento lascerà allo Stato proletario la possibilità di dire solo che esso riserva a sé una certa parte del prodotto eccedente, non tutto, finché non potrà direttamente tutto fornire di quanto occorre alle necessità del funzionamento dell’azienda.
Solo dopo la risoluzione di questo problema si potrà fare un passo veramente gigantesco verso il regime comunista, cioè la soppressione del libero commercio non solo per i prodotti industriali ma anche per quelli agricoli.
In ogni modo la possibilità di inserire il funzionamento del piccolo esercizio agricolo, per un tempo non breve, nel regime di potere proletario esiste indubbiamente e vi ritorneremo su tra breve.
Resta a dire una parola su quanto è avvenuto in Russia. La guerra civile, sommandosi alle conseguenze di quella zarista e borghese, ha paralizzato gravemente l’economia generale del paese e la grande industria statizzata, cosicché questa non domina totalmente la vita economica ed il problema della piccola azienda agraria si pone al primo piano, mentre altresì la piccola industria ha parte notevole nella produzione. La cattiva raccolta del 1920 ha dimostrato quanto si sia ancora lontani dal poter superare la fase del libero commercio dei prodotti agricoli sulla unica base che si può chiamare di avviamento al comunismo, cioè la somministrazione da parte dello Stato ai contadini di tutto quanto loro occorre, contro prelevamento di tutto il prodotto. Si è ancora allo stadio in cui lo Stato non può tutto distribuire ai contadini, e perciò esso deve contentarsi di prendere ad essi una quota parte dell’eccedenza del prodotto lasciando loro la disponibilità del rimanente nel campo dello scambio con quanto altro loro occorre e che è prodotto dalla piccola industria od anche che si acquista negli stessi magazzini di Stato. Questo è il sistema della ”imposta alimentare”. Si è fatto un gran chiasso parlando di misura retrograda, in quanto precedentemente lo Stato prendeva ai contadini, con la forza se del caso, tutto l’eccedente ed anche il necessario ad essi, vietando il libero commercio. Ma, come mirabilmente dimostra Nicola Lenin, questa misura era ”fuori tempo” rispetto al razionale sviluppo economico verso il comunismo, necessariamente lento in Russia data la sua economia e la lotta gigantesca contro la reazione esterna. Era una misura di ”comunismo militare”, una requisizione dettata da eccezionale stato di necessità e che era erroneo scambiare per una tappa assicurata del processo economico. Infatti essa era possibile in quanto era la condizione necessaria della lotta armata contro i reazionari feudali, e si potevano indurre i contadini a intendere che rifiutando di sacrificarsi avrebbero determinata la vittoria della controrivoluzione e il ritorno allo sfruttamento da parte dei signori. Non era peraltro una situazione naturale, poiché i contadini non ricevevano nulla dallo Stato, oltre la loro difesa militare, alla quale già contribuivano di persona nell’esercito rosso, ed a prova di questa artificialità sta il fatto che il contrabbando imperversava anche per il grano interamente monopolizzato per legge dallo Stato. L’essere passati da questo stadio di eccezione all’imposta in natura, non significa che, per quanto se ne possa dedurre, il divenire dell’economia socialista in Russia sia difficile e lento, un passo indietro, anche se reca con sé la necessità di riconoscere certi diritti alla piccola industria e di integrare l’economia del paese colle ”concessioni” ai capitalisti esteri. Ma non è qui nostro assunto un tracciato generale dello sviluppo dell’economia russa; e basterà indicare che in fondo all’esame di tutto ciò sta il basilare concetto storico della internazionalità della rivoluzione proletaria, poiché solo la dittatura proletaria instaurata nei paesi a grande sviluppo capitalistico potrà assicurare un ritmo sicuro al divenire in senso comunista della economia russa, a cui il generoso proletariato di quel paese può a pena oggi dare le sue cure dirette dopo essersi con eroismo incalcolabile prodigato su tutti i fronti della lotta rivoluzionaria contro i comuni nemici di tutto il proletariato mondiale.
Il congresso dei ferrovieri
Il Congresso del Sindacato Ferrovieri che avrà inizio, dopo i parecchi rinvii, a Bologna, fra pochi giorni risolverà l’appassionato dibattito che nel campo dei ferrovieri ha preceduto il Congresso, intorno ai quesiti: Autonomia? Adesione alla C.G.d.L.? Federazione dei trasporti? Adesione all’U.S.I.?
Però la esistenza di talune incertezze ed incomprensioni non è da porsi menomamente in dubbio. E tanto più esse esistono quanto più da alcuni le si vorrebbe mascherare sotto l’equivoca veste di un estremismo di falsa lega. Tanto è vero che l’unità proletaria sul terreno sindacale è una opportuna tattica rivoluzionaria, che l’Internazionale comunista ha posto questo concetto come premessa di tutta quanta la sua tattica sindacale, mentre invece i socialdemocratici che nel capo della politica pura (adoperiamo questo grossolano aggettivo allo scopo soltanto di chiarire il nostro pensiero) ostentano un assurdo amore per una impossibile unità, nella loro attività sindacale tendono proprio in questi giorni, con varia intensità ma in quasi tutte le nazioni, a selezionare nei sindacati in cui essi dominano, gli elementi estremisti dalla massa, per guidare questa da assoluti padroni.
Chi dice quindi: non vogliamo aderire alla C.G.d.L. perché essa è nella mani dei socialdemocratici, se parla a nome d’una massa animata da sincero spirito rivoluzionario, propone una tattica perfettamente contraddittoria al raggiungimento dei fini rivoluzionari, si rende complice dei socialdemocratici, facendone il gioco migliore.
Ma non è questa, a dire il vero, la posizione dei fautori dell’autonomia in seno al S.I.F. Nelle dichiarazioni di molti di essi si contiene una certa dose di imparaticci (tutt’altro che ben digeriti) intorno alle teoriche sindacaliste, od un’aperta dichiarazione di apoliticità. O vengono a narrarci in tono cattedratico che il sindacato è un «partito di classe» e come tale non può né deve sottomettersi al partito socialista od al partito comunista; o favoleggiano intorno a probabili scissioni, in caso di adesione alla C.G.d.L., o fan chiari accenni alla necessaria apoliticità del sindacato, ad esempio perché «un anarchico, un sindacalista, un repubblicano, un comunista non può stare contemporaneamente in un Sindacato o Confederazione Generale di Sindacati, la quale disciplini la propria attività, sia pure politica, a quella di un determinato partito politico, come appunto nel caso che ci interessa, codesti elementi non possono entrare nella Confederazione Generale del Lavoro fintanto che questa resta subordinata al partito socialista italiano».
Nel brano che abbiamo riportato si parla di incompatibilità degli appartenenti ai partiti politici o seguaci delle concezioni politiche elencate, con la C.G.d.L. legata al P.S.I., ma evidentemente l’autore di esso non vede soluzione alle incompatibilità derivanti dall’assoggettamento di «un sindacato o Confederazione Generale di Sindacati» ad un qualunque partito politico, fuorchè nell’apoliticità del sindacato. Or queste concezioni (accenniamo di volo, perché è inutile rifarci tutta la polemica coi sindacalisti) rivelano un grado di sviluppo della coscienza di classe che l’esempio della realtà va man mano costringendo un po’ tutti a sorpassare.
Ma si potrebbe obiettare: perché allora i sindacalisti del S.I.F. non sostengono almeno l’adesione alla U.S.I.? (a sua volta domanderemmo a questa come mai essa, pur aderendo alla Internazionale Sindacale di Mosca, non ne accetta la tattica, respingendo l’invito – che per essa doveva essere ricordo di un elementare dovere – fatto del P.C.d’Italia, d’entrare nella C.G.d.L.; ma questo argomento merita d’essere trattato a parte).
Il perché è semplice. Lo stato d’animo di larga corrente nel S.I.F. non è sindacalista, o anarchico, o socialista, o comunista: è semplicemente autonomista. Ciò nella massa si spiega col fatto che essa, data la mole e la complessità e la importanza del congegno ferroviario, ha l’erronea sensazione che la sua organizzazione possa ben essere un tutto a sé stante, un organismo vivo e vitale senza bisogno di innesti ed iniezioni, uno strumento perfettissimo di lotta pel raggiungimento dei fini sindacalisti; e veramente l’esperienza degli ultimi anni rafforza, in apparenza, questa credenza.
Ma chi di essa si fa sostenitore, dimentica che non è il caso di parlare di un problema dei ferrovieri o dei metallurgici, o degli impiegati statali isolatamente presi. c’è un solo problema: quello rivoluzionario, che interessa tutto il proletariato.
È un problema dai mille aspetti e dalle innumerevoli irte difficoltà; la cui soluzione però chiede come premessa indispensabile la unificazione delle forze proletarie sul terreno del disciplinamento delle energie e delle coscienze, nella cancellazione d’ogni istinto conservatore corporativistico, per la assimilazione spontanea della coscienza di classe il cui senso profondo può comprendere chi ne dimentichi l’abuso fatto nell’oratoria da comizio.
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Dicono i ferrovieri autonomisti: ma il S.I.F. agì sempre concordemente, in armonia con ogni manifestazione proletaria. La sua adesione al massimo organismo proletario è un fatto, pur se nella forma non appare tale … Quest’affermazione, in verità, non è del tutto esatta, ma non stiam qui a far vane, banali recriminazioni.
Coloro che con queste e simili osservazioni credono di tagliare il nodo gordiano del grave problema, non fanno invece che costatarne uno degli aspetti meno importanti. Essi dimenticano che la lotta fra proletariato e borghesia attraversa una fase in cui la tattica rivoluzionaria richiede squisita sensibilità critica in chi veramente la segue, perché secondo le apparenze (in parte nella realtà) le forze controrivoluzionarie e conservatrici più temibili perché meno, a chi grossolanamente giudichi, visibili si annidano proprio nelle organizzazioni proletarie. Sempre il movimento proletario covò nel suo seno il veleno socialdemocratico: ma mentre questo in altre fasi dello sviluppo rivoluzionario non dava effetti esageratamente deleterii, perché non ancora era aperta la crisi di successione del potere proletario a quello borghese, oggi, invece, il prevalere dei socialdemocratici significa deviazione della corrente rivoluzionaria, arresto momentaneo di essa, dispersione di energie, dilagare dell’equivoco e del disorientamento, proprio quando le travolgenti necessità rivoluzionarie dovrebbero creare compattezza ed unità di sforzi.
Diventa così trascurabile cosa, sotto questo aspetto, l’arresto del congegno di produzione e di scambio a scopo di intimidazione e di minaccia contro la borghesia, quando questa manifestazione di forze proletarie può essere abilmente sfruttata dai socialdemocratici ai loro fini, che non sono quelli della causa rivoluzionaria. I socialdemocratici, che non sono assolutamente contrarii ad ogni forma di violenza, comprendono nei modi della loro tattica sindacale anche le più esasperate forme di minaccia proletaria (l’occupazione delle fabbriche insegni) arrestando però, ben si intende, l’azione quando essa da coreografico spiegamento di forze tende a trascendere in reale esercizio di esse, per la conquista del potere proletario.
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Ecco quindi cosa significa unità proletaria: intima coesione di tutte le forze rivoluzionarie, per epurare i sindacati della infezione socialdemocratica.
Ma ciò non ancora intende quella corrente del S.I.F., che è autonomista. Essa rivela così (è superfluo la dimostrazione) d’essere ancora essa medesima dominata da spirito, sia pur larvato da una grossolana tendenza sindacalistoide, socialdemocratico.
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Ciò non ci scoraggia. La socialdemocrazia attraversa oggi un periodo di notevole fortuna. Essa pervade del suo equivoco l’animo di moltissimi proletarii che il rivoluzionarismo parolaio degli ultimi anni disabituò dalla esatta comprensione dei fini e dell’aspra strada che la tattica rivoluzionaria è pur costretta a seguire. Essa è incoraggiata dai ceti più intelligenti della borghesia, che accorrono a rafforzare le sue file: ed in ciò essa vede la vittoriosa riconferma della sua teoria.
Quale il compito dei comunisti, in questa ora grigia? Non quello di «fare la rivoluzione», o ignorantissimi critici faciloni, ma quello di prepararla. E prepararla, oggi, non significa altro che inquadrare il nucleo centrale dell’esercito proletario, per le piccole battaglie di oggi, per le grandi battaglie di domani; e significa anche prospettare al proletariato la previsione esatta di ciò che esso domani non per effetto soltanto, della nostra propaganda, ma soprattutto per l’incalzare degli avvenimenti sarà costretto a fare.
Anche nel S.I.F. i nostri compagni comunisti, strenuamente, esercitano questa benefica azione.
Nell’imminente Congresso essi porranno con ogni chiarezza il problema; dimostreranno quali sono i motivi rivoluzionari dell’ingresso nella Confederazione, ed i pericoli dell’autonomia, ribadendo quei concetti che esponeva chiaramente il nostro «appello sindacale».
Che cosa faranno i socialisti? Che cosa dirà il P.S.I. ai suoi membri ferrovieri?
Pare che esso taccia e la soluzione autonomia allora prevarrebbe come una tacita confluenza del punto di vista sindacalista con quello socialdemocratico.
Ma anche se i socialisti proponessero l’entrata nella C.G.d.L., i comunisti saprebbero differenziarsi da loro, presentando la loro proposta sulla base della ben diversa finalità che la inspira e che risponde alla formula tattica di Mosca: «Nei sindacati diretti dai socialdemocratici, per la lotta a fondo ai socialdemocratici!».
Risultati della lotta elettorale
Preme moltissimo al Comitato Esecutivo del Partito Comunista d’Italia presentare un ”bilancio” dello svolgimento della recente campagna elettorale politica, non già come fanno tutti gli altri partiti dal punto di vista del semplice risultato e del numero di voti e di mandati conseguito, ma da quello ben più organico della prova di compattezza e di disciplina data dal Partito.
Non premetteremo le note considerazioni intorno alle enormi difficoltà tra le quali la campagna elettorale è stata condotta, a poche settimane dalla costituzione del Partito e tenendo fronte a molteplici avversari all’astensionismo istintivo di parte del proletariato rivoluzionario, alla subdola velenosità socialdemocratica, all’ostruzionismo governativo, alla violenza reazionaria borghese.
Esporremo apertamente i casi d’indisciplina, i provvedimenti adottati e quelli in corso contro tutti indistintamente quegli iscritti al Partito che hanno mancato al loro dovere di comunisti, non temendo le critiche avversarie alle misure disciplinari che da noi inflessibilmente si adottano, anzi rivendicandole come doverosa preparazione di una sempre maggiore saldezza organizzativa del partito, condizione, insieme alla chiarezza di principii programmatici, di ogni successo duraturo nella lotta rivoluzionaria.
Preparazione delle liste
Il Comitato Esecutivo per delega del Comitato Centrale, riunito a metà di aprile, presiedette alla presentazione delle liste in tutte le circoscrizioni. Esso decise l’astensione del Partito nelle circoscrizioni seguenti: Benevento, Bolzano, Padova, Potenza, Salerno, Trieste, Zara (7 su 40).
Invece la lista non venne presentata in altre 5 circoscrizioni: Cagliari, Palermo, Parma, Perugia, Udine. Su queste mancate presentazioni di liste sono in corso inchieste per accertare se siano dovute a trascuranza delle organizzazioni locali del Partito o a casi di forza maggiore. Particolarmente deplorevole è stata la non presentazione delle liste di Udine e Parma, ove il Partito aveva considerevoli forze.
Un caso speciale si è presentato a Caserta. Ivi la lista è stata presentata con appena 8 nomi su 13 posti, ed in circostanze che hanno indotto l’Esecutivo a ritirarla senz’altro, aprendo un’inchiesta sulle responsabilità. Sono così 27 collegi su 40 quelli in cui il Partito Comunista ha lottato.
Per ragioni indipendenti dalla volontà dei Comitati elettorali, alcune liste rimasero aperte, ma il CE ritenne di non ritirarle, disponendo che in tali circoscrizioni si dovessero scrivere tutte le schede coi nomi di preferenza designati dall’Esecutivo: e ciò avvenne per Ancona (16 su 17), Bari (15 su 18), Bologna (18 su 20), Catania (18 su 24), Catanzaro (21 su 23), Firenze (11 su 14), Pisa (14 su 15). In 20 circoscrizioni le liste erano bloccate, in altre 2 (Ancona e Pisa) furono depositate tali e vi fu cancellazione di un nome da parte della Commissione competente.
Ai molti rifiuti di candidatura fu provveduto con dirette intimazioni del Comitato Esecutivo, che ebbero esito in massima favorevole. Un severo provvedimento fu preso contro Enrico Hoenning che rifiutò la candidatura nella lista di Genova con lettera ai giornali avversari.
A Milano si verificò il caso di un candidato incluso all’ultimo momento, ma non ratificato dall’Esecutivo, il Passalacqua, che firmò una dichiarazione di ritiro della candidatura, ed in seguito, dopo apposita inchiesta, è stato espulso insieme ad altro responsabile dell’irregolarità grave.
Svolgimento della lotta
Alcune manifestazioni di astensionismo pratico furono energicamente represse, conducendo alla espulsione di Carlo Godina diIstria e alla radiazione di detta sezione, nonché della sezione di Casorate Primo (Milano).
Nelle circoscrizioni, dove il Partito non scendeva in lotta, talune sezioni non fecero la dovuta propaganda astensionista o addirittura appoggiarono i socialdemocratici. Vennero per tale ragione radiate la sezione di Brienza (Potenza) nonché quella di Cittadella (Padova). Nel collegio emiliano, ove già si era constatata cattiva volontà di taluni compagni nella presentazione della lista soprattutto dopo il netto rifiuto deI1’Esecutivo di includervi estranei al Partito, s’è anche verificato l’appoggio larvato alla lista socialista comprendente, com’è noto, un sindacalista detenuto. L’Esecutivo ha deciso di inviare nella zona un suo incaricato, che accerterà le responsabilità e provvederà a riorganizzare il movimento, riservandosi i provvedimenti del caso.
Nella circoscrizione di Caserta non venne lanciato il manifesto per l’astensione. Anche per questo si accerteranno le responsabilità e si provvederà a riorganizzare il movimento, riservandosi i provvedimenti del caso.
Incaricati dell’Esecutivo già sono stati sul posto.
In genere la lotta fu dovunque condotta con grande slancio e disciplina.
Esito delle elezioni
Nelle 27 circoscrizioni nelle quali il partito lottava si sono raccolti, secondo le cifre ufficiali, 305.000 voti, divisi secondo un prospetto già pubblicato. Gli eletti sono stati 15, e l’elenco ne è anche stato pubblicato.
Nel piano elettorale del Comitato Esecutivo, compilato al momento della presentazione delle liste (seconda metà di aprile) erano previsti ventuno mandati come sicuramente conquistabili. In seguito avvenimenti politici resero evidente l’impossibilità di conquistare il posto preveduto a Bari (contegno dei sindacalisti che ostentavano di simpatizzare col nostro Partito, e che, dal nostro rifiuto ad equivoche combinazioni, furono spinti a compromessi coi socialisti) e almeno uno, dei due preveduti a Mantova-Cremona. La non presentazione della lista eliminò qualche altro quoziente preveduto a Parma e Udine. L’andamento delle elezioni nel collegio di Siena tolse un altro posto, mentre solo per decine di voti si perdevano taluni quozienti (il terzo a Torino, il secondo a Pisa, il primo a Mantova). Si tenga conto dei posti non preveduti e conquistati ad Ancona e Alessandria (secondo quoziente), e si vedrà come il numero si sia ridotto a quindici senza che il Partito abbia perduto la sicura direttiva del maneggio delle forze elettorali dì cui disponeva. La composizione del gruppo parlamentare è quindi, con grande approssimazione, quella preveduta dall’Esecutivo attraverso l’organizzazione delle preferenze.
L’esito dei voti preferenziali è stato oggetto di attento esame da parte nostra, conducendo alle seguenti conclusioni.
Ben 17 circoscrizioni su 27 hanno dato esattissimamente le preferenze come stabilite dall’Esecutivo, e le citiamo a titolo d’onore per i compagni che hanno diretto la lotta, e che spesso erano candidati relegati agli ultimi posti: Alessandria, Ancona, Aquila, Bologna, Como, Cuneo, Genova, Gorizia, Lecce, Mantova, Napoli, Novara, Parenzo, Pisa, Siena, Trieste, Venezia.
In altre 6 circoscrizioni gli spostamenti sono stati tali da escludere qualunque ipotesi di indisciplina. Il criterio indicato nella circolare dell’Esecutivo per la scritturazione delle schede stabiliva, come l’esperienza ha dimostrato, uno spostamento lieve tra i preferiti, temendosi che i voti di elettori meno disciplinati potessero portarsi su qualcuno dei non preferiti. Invece ciò non è avvenuto quasi in nessun posto, mentre lievi masse di voti hanno potuto invertire tra loro taluni dei candidati indicati per le preferenze, che si seguono a poche decine e centinaia di voti di distanza, mentre i non preferiti sono grandemente distanziati dall’ultimo dei preferiti. Questo è avvenuto a Brescia, Catania, Milano, Roma, Torino, Verona. Spostamenti tra i preferiti più marcati, ma che sono risultati non dovuti a lavoro indisciplinato, sebbene a poca accuratezza di qualche compagno, si notano a Firenze e Bari, senza che però avvenga che i non preferiti abbiano sorpassato i preferiti.
In talune delle circoscrizioni già citate, però, pur non essendo avvenuto quanto or ora abbiamo detto, alcuni candidati, non designati alle preferenze, hanno avuto tale numero di voti, ed in tali località, che ne risulta evidente una preparazione voluta. Ciò si è verificato a Siena, Bari, Aquila e Roma, ma le responsabilità sono in corso di accertamento.
I casi d’indisciplina in cui candidati non preferiti sono stati votati più dei preferiti, e per i quali sono in corso inchieste che daranno luogo a severissimi provvedimenti, sono stati due: Catanzaro, dove Gullo è riuscito primo, sorpassando tutti i candidati prescelti dall’Esecutivo, e Girgenti, dove il candidato Castellino ha sorpassato i preferiti ed è stato fatto un evidente lavoro personale per Guadagnino e Giuliana. Se casi simili avessero dato luogo ad elezioni, l’Esecutivo avrebbe provveduto con le immediate dimissioni degli eletti.
In conclusione, 20 circoscrizioni su 27 non danno luogo al minimo appunto; e di ciò la Centrale del partito vivamente si compiace, valutando tale risultato, che da taluni avversari potrà essere ritenuto irrilevante, al disopra di qualunque clamoroso successo numerico. Il Partito Comunista dimostra di essere, malgrado l’ancor recente separazione dal partito socialdemocratico affetto da ogni sorta di malattia elettoralistica, libero dal gioco dei personalismi e degli arrivismi, esiziali ad ogni movimento politico. E questa dimostrazione viene data nel campo della più delicata e difficile forma di azione, affrontata in circostanze inverosimilmente penose.
Può anche notarsi, con soddisfazione, che nessuno dei compagni eletti deputati è fra quelli che, pur essendo ritenuti degni di rappresentare il Partito nella lotta, non erano indicati alle preferenze.
Infine si deve aggiungere che il numero delle schede scritte dai comitati elettorali per ragioni pratiche è stato, in molti posti, molto esiguo, e ciononostante il risultato delle preferenze non ha subito spostamenti, ciò che dimostra che non solo i militanti, ma anche gli elettori del Partito Comunista sentono la disciplina del partito. Ad essi il Partito invia il suo saluto, non per ringraziarli del voto dato alle proprie liste, ma per augurare di poterli impegnare in ben altre lotte e di poter registrare, incampi più alti sempre più fervido concorso del proletariato intorno alla sua bandiera, che, se anche dovesse conoscere la sconfitta, ignorerà sempre la bassezza dei compromessi e delle transazioni.
Restano ad espletare talune inchieste disciplinari, che saranno probabilmente seguite da provvedimenti. Man mano che i suoi lavori lo consentiranno, il CE si riserva di renderli noti. Il Partito comunista procede con inflessibile fedeltà alla severità della sua milizia. Esso sa che la perfezione non è qualità raggiungibile nel mondo reale; ma nello stesso tempo è orgoglioso di non celare quelli che possono essere i propri difetti residuali, ma di affrontarli con cure radicali, che possono suscitare sciocche ironie, ma in realtà fanno sentire agli avversari di tutti icolori quanta sia la superiorità immancabile che i nostri metodi ci garantiscono, e quanto maggior diritto di loro noi abbiamo di contare sull’avvenire, sul responso finale della storia. La stragrande maggioranza dei comunisti italiani constata oggi di aver fatto, tra gli scogli della tattica elettorale, tutto il proprio dovere. Essa procederà su questa via con fede pari alla decisione di attaccare a fondo tutti gli avversari del comunismo e della rivoluzione, su tutti i campi e su tutti i fronti della battaglia.