Il II° Congresso Comunista si apre con manifestazioni di solidarietà internazionale
La seduta inaugurale
L’affluenza dei congressisti a Roma è incominciata sin da ieri e da sabato. Verso le 10 la sala destinata alle sedute plenarie è gremita.
Alle ore 10:20 il compagno on. Ambrogio Bellone prende posto al tavolo della presidenza e dice:
Dichiaro aperto il Secondo Congresso del Partito Comunista d’Italia. Saluto tutti gli intervenuti e li invito a discutere con serenità e con serietà. Inoltre rivolgo a tutti la preghiera e il comando di serbare la maggiore discrezione sulle discussioni che nel Congresso di faranno. Ciò è necessario per ragioni intuitive e anche per dimostrare che il costume che domina nel Partito comunista è profondamente diverso da quello che vigeva nel vecchio Partito socialista.
In seguito il compagno Bellone invita il Congresso a nominare l’ufficio di presidenza, i segretari, e l’ufficio per la verifica dei poteri.
Vengono indicati ed eletti alla presidenza i compagni Bellone e Roberto; segretari i compagni Azario e Giulianini; per la verifica dei poteri Germanetto, Michelangeli e Carretto.
Ha la parola il compagno BOCHICCHIO della Sezione di Roma.
Premesso che il Congresso poco tempo può dedicare alle formalità e molto tempo dovrà invece riserbare alla discussioni, egli rivolge ai congressisti brevi parole di saluto. Si augura che dal Congresso esca agguerrito il pensiero e sia rigidamente fissata la linea di condotta del Partito. Ciò è necessario ad evitare che per tener dietro a nuove tendenze, si conduca, anche involontariamente, il proletariato a dar modo alla borghesia di superare la crisi che la travaglia. Bisogna che gli sfruttati si guardino, per voler salvare se stessi, dall’offrire salvezza alla borghesia.
La Sezione di Roma ha fatto quanto era necessario per garantire sicurezza e tranquillità ai lavori del Congresso, e il compagno BOCHICCHIO terminando ricorda che, benché in Roma non esistano forti masse proletarie, i lavoratori si stanno però orientando sempre maggiormente verso il nostro movimento e verso il nostro Partito.
BELLONE – La parola al compagno Berti, segretario della Federazione giovanile comunista d’Italia.
BERTI – Saluto il Congresso a nome della gioventù comunista d’Italia. La gioventù comunista tiene a ricordare le lotte combattute al vostro fianco quando eravate ancora frazione comunista in lotta contro i dirigenti del Partito Socialista Italiano. Quando si è costituito il Partito Comunista d’Italia la gioventù comunista abbandonando ogni pretesa di autonomia si è posta ai suoi ordini come battaglione disciplinato ed animato da volontà di combattere. Tale essa vuole continuare ad essere.
ROBERTO – Fa una dichiarazione relativa alle rappresentanze del Comitato Esecutivo dell’Internazionale comunista.
Il delegato del Partito comunista di Germania
BELLONE – Ha la parola il compagno Boettcher rappresentante del Partito Comunista tedesco.
Il compagno BOETTCHER sale alla tribuna accolto da grandi applausi da tutto il Congresso.
E dice:
Compagni, in nome del Partito comunista tedesco porto ai comunisti italiani i nostri fraterni saluti.
La reazione economico-politica della Germania somiglia molto a quella dell’Italia. In Germania vi è la giustizia bianca, in Italia il fascismo. Perciò la necessità di vincoli internazionali per fronteggiare il nemico comune.
È giustificato dunque il mio proposito di esporvi la situazione politica ed economica in Germania, ma poiché non voglio stancarvi, la mia relazione vi sarà senz’altro letta in italiano dal compagno Peluso.
La parole del compagno Boettcher vengono tradotte al Congresso dal compagno Edmondo Peluso il quale legge in seguito la relazione sulla situazione del Partito comunista tedesco che è stata stesa dal delegato del P.C. di Germania.
Daremo domani nella sua integrità questa relazione che il Congresso ha ascoltato con interesse e con attenzione vivissima, sottolineandone con approvazioni e applausi i passi più significativi.
Saluto alle vittime
MERZAGORA – Reduce dal carcere giudiziario di Torino mi sento in dovere di portare a questo Congresso la voce dei compagni che in quel carcere soffrono e degli altri di tutte le parti d’Italia. Il pensiero di tutte le vittime politiche è orientato verso il nostro Partito. Nel carcere di Torino tutte le mattine i detenuti politici nei momenti destinati alla quotidiana passeggiata nei cortili si riuniscono per cantare l’«Internazionale». Questo vuol dire che essi ormai hanno fiducia solamente nell’avvenire del Partito e dell’Internazionale Comunista. Il Partito Comunista ha il dovere di nulla trascurare per queste vittime del tradimento della socialdemocrazia, per questi operai che scontano in carcere la pena di aver creduto ed obbedito ciecamente agli ordini del Partito Socialista, e che saranno domani i migliori combattenti della rivoluzione.
AZZARIO legge le adesioni pervenute al Congresso.
Il Partito Comunista austriaco ha comunicato di non poter inviare una rappresentanza, essendo impegnato esso pure per il suo Congresso Nazionale che avrà luogo a Vienna dal 24 al 26 marzo. Sarà lieto di vedere al suo Congresso un nostro rappresentante ed invia i migliori auguri senza dubitare che il nostro Congresso avrà un esito favorevole allo sviluppo del Partito e della Internazionale Comunista.
Il Partito Operaio Norvegese, dolente di non poter mandare rappresentanti ha inviato un dispaccio di augurio.
Hanno aderito il Partito operaio dell’America, la Federazione dei lavoratori d’America.
Il compagno Carlo Niccolini, già rappresentante del Comitato Esecutivo della Internazionale comunista in Italia ha inviato una lettera con il suo saluto. Egli constata il crescente e vigoroso sviluppo preso dal nostro Partito da Livorno in poi malgrado la reazione che si è scatenata. Riconosce che il Partito Comunista d’Italia è l’unica forza rivoluzionaria nel paese ed è sicuro che non passerà molto tempo che potrà diventare padrone dei destini del popolo lavoratore dei campi e delle officine d’Italia. Ricorda la considerazione speciale che l’Esecutivo di Mosca ha verso il nostro Partito e dice che essa non solo deve servire d’incoraggiamento ma essere una ragione di orgoglio e di soddisfazione per il lavoro ed i progressi fatti in così breve tempo.
Il regolamento del Congresso
BELLONE comunica che per regolare il funzionamento del Congresso è stato redatto un regolamento il quale viene letto dal compagno Azzario. Il regolamento dice:
1 – Nel seno del Congresso sono nominate 5 commissioni:
1) Commissione per la Relazione del C.C.;
2) Commissione per la tattica;
3) Commissione per la quistione agraria;
4) Commissione per la quistione sindacale;
5) Commissione per lo statuto.
2 – Ogni commissione si compone della quinta parte dei delegati presenti, del relatori, e dei rappresentanti del C.C.
3 – Ogni delegazione federale rimetterà alla Presidenza un elenco dei propri membri, con la indicazione delle Commissioni nelle quali desidera che figurino. Le delegazioni che hanno meno di 5 membri indicheranno per ciascuno di essi, in via subordinata, in quale altra commissione desidererebbero che fosse compreso in caso di impossibilità materiale a comprenderlo nella prima.
4 – L’ufficio di presidenza farà lo spoglio di queste liste, attenendosi ai seguenti criteri:
Comprendere in ciascuna commissione un rappresentante delle delegazioni con 5 e più membri;
Completare le liste ed eseguire gli opportuni spostamenti disponendo a suo arbitrio dei rappresentanti in eccesso delle delegazioni aventi più di 5 membri, e tenendo presente per le altre le designazioni, in via subordinata per quanto più sopra possibile.
L’Ufficio di Presidenza ha in questo lavoro pieni poteri, ma potrà di sua iniziativa interrogare i delegati.
5 – Ogni commissione nel costituirsi nominerà un presidente e due segretari che saranno responsabili della esatta redazione di un processo verbale da rimettere alla presidenza.
6 – I lavori delle Commissioni potranno, in generale, procedere come segue:
Una discussione di ordine generale sull’insieme delle conclusioni proposte dal comitato centrale, aperta da una esposizione del relatore, in seguito lettura e discussione di dettaglio del testo delle conclusioni, per gli eventuali emendamenti.
7 – La Presidenza stabilirà l’orario delle riunioni di Commissione, ed a seconda che queste si dichiareranno pronte alla discussione generale, stabilirà in quale seduta plenaria del congresso verrà discusso il rispettivo punto all’ordine del giorno.
8 – La discussione plenaria su ciascun punto dell’o.d.g. sarà continuativa. Si inizierà secondo le decisioni della Commissione con un rapporto del compilatore delle conclusioni oppure di un incaricato della Commissione che esporrà le proposte di questa. Il relatore e i relatori avranno diritto ad una replica finale prima del voto.
9 – Le comunicazioni per la riunione di sedute plenarie con determinato programma saranno fatte dalla Presidenza in fine di ogni seduta e opportunamente affisse nei locali del Congresso, e in quelli frequentati per le riunioni delle Commissioni.
10 – Il Congresso potrà dopo un voto di massima sulle conclusioni, rinviare eventualmente ad ulteriore lavoro della Commissione la definitiva redazione del testo delle conclusioni.
11 – Le Commissioni votano per numero di delegati federali componenti.
12 – Il Congresso in seduta plenaria vota per numero di delegati federali e per alzata di mano, e per numero di rappresentanti con appello nominale in caso di richiesta di 10 delegati, o su parere dell’Ufficio di presidenza.
13 – In commissione ed in congresso la maggioranza può votare tanto la chiusura della lista degli oratori quanto quella del dibattito che esclude tutti gli inscritti che non hanno ancora parlato.
Dopo aver dato lettura di tutto il regolamento il Presidente lo pone in discussione articolo per articolo.
I due primi articoli vengono approvati senza discussione. Riguardo l’articolo 3 il compagno PRESUTTI si preoccupa del fatto che sia garantita una rappresentanza in tutte le commissioni alle eventuali minoranze.
SCAFFIDI allo stesso scopo propone che ogni commissione possa avere un numero di membri superiore alla quinta parte dei delegati al Congresso.
BORDIGA – È permettere ai delegati di scambiarsi il posto da una Commissione all’altra in modo che ognuno possa discutere il tema per il quale ha avuto speciale mandato dalla sua Federazione.
CORNELI crede superfluo l’ordinamento del Congresso per Commissioni. Poiché dai Congressi provinciali non è risultata l’esistenza di una minoranza e poiché non si sono delineate tendenze, la discussione delle Commissioni avrà nessun valore. Nessun delegato ha ricevuto mandati specifici da sostenere.
BORDIGA – Poichè il lavoro preparatorio non si è fatto sin’ora perché vuoi che lo si faccia adesso?
SCAFFIDI – Quello che dice il compagno Corneli non è vero per tutte le Federazioni. Io ad esempio ho ricevuto un mandato specifico da sostenere e credo che soltanto la divisione del Congresso in Commissioni possa permettere un lavoro utile.
CORNELI – A che cosa si riferiscono i mandati specifici?
SCAFFIDI – Vi è stata una rosa di canditati e vi sono state delle tendenze.
Dopo un’altra breve discussione vengono approvati tutti gli articoli del regolamento fino al 13.
All’art. 13 PRESUTTI chiede che se si vota la chiusura del dibattito si cerchi di far sì che ogni tendenza possa essere rappresentata da un egual numero di oratori.
CORNELI ritornando sull’argomento della divisione del Congresso in Commissioni afferma che vi sono anche altre delegazioni le quali ritengono inutile questa divisione.
BELLONI – Ma noi approviamo un regolamento il quale costituisce una precedente anche per i prossimi Congressi in cui può darsi che vi sia una più profonda delimitazione di tendenze.
SCAFFIDI ribattendo gli argomenti di Corneli fa osservare che dopo la formulazione delle tesi sono intervenuti dei fatti nuovi sui quali si deve discutere; ad esempio vi è stata la costituzione dell’Alleanza del Lavoro.
GRAZIADEI – Vi è stata anche la riunione dell’Internazionale comunista.
Il regolamento viene quindi approvato in tutti i suoi articoli.
BELLONE – Ha la parola il compagno Tommasi, rappresentante del Partito comunista di Francia.
Il Congresso, applaude vivamente, mentre il compagno francese sale alla tribuna.
Il delegato francese
TOMMASI – Io porto al vostro Congresso il saluto del Partito comunista di Francia. Non mi propongo di farvi una esposizione molto lunga della situazione del nostro Partito e delle lotte in cui noi siamo impegnati, ma soltanto di indicarvi a grandi linee quali sono i problemi che attualmente stiamo risolvendo e quali le speranze che fanno nascere in noi le condizioni attuali del nostro movimento.
Premesso ciò, il compagno francese, le cui parole vengono seguite con grande attenzione da tutti i congressisti, afferma che ad un anno dalla scissione, il Partito comunista di Francia si trova in condizioni profondamente diverse da quelle che i suoi avversari speravano e prevedevano. Esso si avvia alla conquista di centomila aderenti e la soddisfazione per questo fatto non deriva tanto dalla entità numerica, quanto dalla considerazione dei progressi che il Partito ha fatto sulla via della conquista delle masse e della risoluzione dei fondamentali problemi della orientazione comunista.
La questione della quale principalmente il Partito comunista di Francia deve occuparsi è quella dell’atteggiamento verso la organizzazione sindacale. Per le particolari condizioni nelle quali si era svolta in Francia la lotta politica prima della guerra, l’organizzazione sindacale aveva assunto una importanza particolare divenendo una cellula politica a sé, gelosa della sua autonomia dai movimenti politici. Ciò rende particolarmente delicato il lavoro attualmente i comunisti devono svolgere per stabilire dei rapporti razionali ed organici tra gli uomini migliori del sindacalismo rivoluzionario ed il Partito comunista stesso e soprattutto fra i due movimenti. L’intesa però non è lontana e certamente essa si realizzerà quando il Partito comunista avrà dato la prova di non essere un partito di politicanti, ma un vero partito politico di classe.
Quindi il compagno Tommasi ricorda quanto progresso si è fatto da sei mesi a questa parte. Gli uomini del sindacalismo rivoluzionario come Monatte e Monmousseau i quali sei mesi or sono si ribellarono alle deliberazioni prese da Mosca al Congresso dell’Internazionale dei Sindacati Rossi, sono oggi in preda ad una crisi di coscienza la cui importanza non può sfuggire a nessuno e che dimostra che il Partito comunista di Francia non solo suscita le simpatie, ma sveglia le speranze dei migliori combattenti per il proletariato.
Ciò non toglie però che la le condizioni nelle quali i comunisti francesi debbono operare siano tali da imporre ad essi di procedere con grande cautela. Se il Partito comunista di Francia non avesse operato a questo modo, non avrebbe potuto condurre la lotta contro il riformismo. Questo debbono tener presente i compagni esteri i quali alle volte rimproverano ai francesi di non avere la stessa intransigenza che hanno i partiti degli altri paesi.
Il Partito comunista di Francia è riuscito ad isolare tutti i traditori del proletariato. Nel campo sindacale si è costituita una Confederazione Generale del lavoro unitaria la quale si avvia a conquistare la maggioranza del proletariato ed alla quale sono rivolte le simpatie di tutti i sinceri rivoluzionari. Gli stessi anarchici ed i sindacalisti puri incominciano a credere che questa organizzazione sindacale debba diventare il solo partito politico della classe operaia e si può anzi dire che essi – gli antistatali di una volta – facciano di questa organizzazione il primo embrione di uno Stato proletario. Ciò a dimostrare che il Partito comunista ha ottenuto con la sua tattica dei veri successi. Molti militanti libertari di una volta oggi sono fra i migliori membri del Partito comunista.
Certamente – conclude il compagno Tommasi – il Partito dovrà forse ancora epurare se stesso. Vi sono nelle sue file coloro che credono di essere dei rivoluzionari unicamente perché sono pacifisti o perché furono rollandisti durante la guerra, ma non si è lontani dal creare una organizzazione la quale risponda pienamente alle esigenze del movimento comunista internazionale.
Accennato in questo modo ai problemi interni del Partito comunista di Francia il compagno Tommasi si occupa brevemente delle condizioni nelle quali il proletariato francese è costretto oggi ad affrontare la reazione industriale; ricorda le ultime lotte combattute per la difesa dei salari ed afferma che la Confederazione Generale unitaria ed il Partito comunista sapranno guidare il proletariato nella sua difesa. Per far ciò è necessario che i rivoluzionari francesi non abbiano più nel loro petto due cuori, uno comunista ed uno sindacalista, e che vengano superati gli scrupoli che fino a ieri esistevano riguardo ai rapporti che debbono intercedere fra il movimento politico ed il movimento sindacale.
Il Partito comunista di Francia si sta ad ogni modo avviando a diventare il partito dell’avanguardia rivoluzionaria, il quale non teme i colpi ed è capace di renderli ad usura. Ciò che manca ancora è una rete di legami internazionali i quali pongano i partiti comunisti dei diversi paesi in grado di condurre una lotta comune.
Io non vi faccio giuramenti – così conclude il compagno Tommasi – ma credo di potervi dire che il Partito comunista di Francia non esiterà a fare tutto il lavoro che da esso richiede la situazione internazionale. Rivoluzionari lo siamo. Comunisti vogliamo diventarlo. La terza Internazionale potrà nei momenti supremi fare appello a noi, sicura che noi non siamo solo comunisti di formule, ma di azione.
Il Congresso che ha seguito con grande attenzione la vivace ed animata esposizione fatta dal compagno francese gli tributa alla fine un grande applauso.
BORDIGA riassume brevemente traducendole in italiano, le cose che egli ha detto.
Alle 12.20 il presidente Bellone sospende la seduta.
I lavori saranno ripresi alle 14 per la costituzione delle Commissioni ed alle 16 le Commissioni stesse inizieranno l’opera loro separatamente.
Seduta pomeridiana
All’inizio della seduta pomeridiana l’Ufficio di Presidenza del Congresso comunica i nomi dei compagni che fan parte delle varie Commissioni.
Le Commissioni immediatamente dopo si riuniscono ed iniziano i loro lavori, che si protrarranno fino a tarda ora.
L’attività spiegata dal nostro Partito nel primo anno dalla sua costituzione
La relazione che il Comitato centrale presenta al Congresso del Partito abbraccia un periodo di oltre un anno, che va dalla fine gennaio 1921 a tutto febbraio 1922. Essa non si limita alla esposizione delle vicende dell’azione del partito e alla critica il più possibile obiettiva di essa e dei suoi risultati, ma aggiunge frequenti accenni per sommi capi del lavoro che rimane da compiere e del programma di attività che il Partito deve prefiggersi per il periodo successivo al congresso. Questa parte che rivolge lo sguardo al futuro investe specialmente i problemi di carattere organizzativo, poiché per le grandi direttive tattiche il congresso farà altre discussioni, tenendo naturalmente presente nel corso di esse i risultati esposti nella presente relazione.
l compagni ohe esamineranno questo rapporto – documento di ordine interno di partito – troveranno in alcuni allegati parte dei dati necessari a completare la loro informazione, e devono inoltre ritenersi rinviati per più larghe notizie a tutta la letteratura di partito, alle collezioni della nostra stampa, come ai volumi nei quali si sta raccogliendo a cura della libreria del partito la serie dei più importanti atti del partito stesso.
L’origine del Partito
Senza riferire tutti i precedenti della costituzione del partito, la relazione ricorda come dopo l’ampia e contrastata discussione delle giornate del congresso di Livorno, la mattina del 27 gennaio 1921 la presidenza comunicava l’esito della votazione dalla quale la mozione comunista riusciva in minoranza, raccogliendo i 58 mila voti sui quali già sapeva di poter fare assegnamento il Comitato che aveva diretto il lavoro della Frazione Comunista. Immediatamente un nostro compagno leggeva dalla tribuna la dichiarazione che il Comitato suddetto aveva preparata nella sua riunione della sera precedente, con la quale i delegati comunisti annunziavano di abbandonare la sala per riunirsi nel teatro San Marco. Quivi recatisi in corteo e al canto dell’internazionale, seguiti da molti lavoratori, i delegati comunisti si adunarono in congresso costituente del Partito Comunista d’Italia, Sezione della internazionale Comunista. Nel primo numero del Comunista uscito a Milano pochi giorni dopo sono riferiti i brevi lavori di questo congresso al quale presero parte tutti i delegati dei partiti comunisti esteri e della Internazionale, che avevano seguiti i comunisti.
Nel suo congresso costituente il partito adottava come suo programma quello proposto nella mozione della frazione comunista, la quale veniva inoltre a definire le grandi linee della tattica e del compito del partito. Veniva anche approvato il testo dello Statuto del partito preparato da una apposita Commissione, dopo breve discussione e nella intesa che lo Statuto veniva adottato a titolo provvisorio per trarre dalla esperienza della applicazione di esso la indicazione delle modifiche opportune, rimesse al successivo congresso nazionale. Lo Statuto veniva completato da disposizioni provvisorie.
Infine il congresso nominava il Comitato Centrale composto dei compagni; Ambrogio Belloni, Nicola Bombacci, Amadeo Bordiga, Bruno Fortichiari, Egidio Gennari, Antonio Gramsci, Ruggero Grieco, Anselmo Marabini, Francesco Misiano, Giovanni Parodi, Luigi Repossi, Cesare Sessa, Ludovico Tarsia, Umberto Terracini, e il segretario della Federazione giovanile, che era allora il compagno Luigi Polano. Il Congresso nel tempo stesso designava Milano come sede della Centrale del partito.
La stessa sera del 27 il Comitato Centrale, riunitosi, nominava il Comitato Esecutivo nelle persone dei compagni Bordiga, Fortichiari, Terracini, Grieco e Repossi, nominava il compagno Gennari rappresentante nel C.E. della Internazionale comunista, prendeva atto dello scioglimento della frazione astensionista del P.S.I., e costituiva il Gruppo parlamentare comunista nominandone il Comitato Direttivo.
Il Comitato Esecutivo, stabiliti a Milano i propri uffici nella sede della Palazzina Porta Venezia, iniziava subito, col lanciare il Manifesto ai lavoratori italiani, col diramare un primo comunicato illustrante le disposizioni transitorie dello Statuto per il lavoro locale di organizzazione, e coll’inizio delle pubblicazioni del Comunista bisettimanale, quel lavoro di cui la relazione del C.C. esamina i varii aspetti.
L’organizzazione interna
La frazione comunista del Partito socialista, che aveva ad Imola il suo Comitato e già pubblicava come suo organo Il Comunista settimanale, era organizzata sulla base di gruppi locali e di Comitati provinciali. Questi ultimi vennero dichiarati costituiti in Comitati provinciali provvisori del Partito Comunista. Per la costituzione delle singole sezioni fu subito disposto che i comunisti non dovessero partecipare ad assemblee complete delle vecchie sezioni socialiste: contrastando così la tendenza ingenuamente coreografica di molti compagni che avrebbero voluto ripetere in piccolo la scissione di Livorno e la scena relativa, si evitavano i pericoli derivanti dal rimettere implicitamente in discussione, sezione per sezione, la pratica esecuzione della scissione, parando le insidie dei socialisti i quali facevano assegnamento su questo. Ciascun groppo comunista fu invitato a indire una sua assemblea per costituirsi in sezione comunista, accettando l’adesione di quanti soci del Partito socialista anche non aderenti alla frazione, avessero dichiarato di voler far parte del nostro partito. Là dove i comunisti erano maggioranza, essi restavano in possesso del locale e della cassa sezionale, altrimenti si costituivano a parte. In seguito si veniva alla convocazione del Congresso in ciascuna provincia, a cura dei Comitati provvisori, per costituire in modo definitivo la Federazione comunista. Il C.E. fece in modo che un suo rappresentante partecipasse a ciascuno di tali Congressi, che si svolsero in un periodo alquanto superiore a quello prestabilito di due mesi per motivi facili ad intendere.
Il primo dei prospetti allegati alla relazione contiene l’elenco di questi congressi costitutivi, insieme con tutti gli altri congressi federali tenuti dal Partito comunista d’Italia dalla sua fondazione al 26 febbraio 1922. essi furono 139 di cui 65 di costituzione, 16 straordinari, 54 di preparazione all’attuale congresso, due interprovinciali e uno regionale.
Quanto agli effettivi del partito, essi risultano da un altro prospetto che viene pure allegato alla relazione ed è analogo ad altro già pubblicato dai quotidiani del partito.
Le Sezioni sono in totale 1407. I soci effettivi sono 40022, i candidati 3189: in tutto gli iscritti ammontano a 43211. In questa cifra però non figurano se non le tessere il cui importo è stato regolarmente pagato all’Esecutivo, e quelle che risultano pagate allae Federazioni. Per molte province non si conosce la cifra delle tessere il cui importo è stato stornato, pur constandoci che il fatto si è verificato, e per altre non abbiamo la cifra intera. Cosicché il numero dei soci che hanno pagata la tessera del partito è considerevolmente maggiore del totale della statistica. Occorre appena aggiungere che nella presente statistica non figurano i giovanili.
Per l’anno 1922 è stato istituito un nuovo sistema di distribuzione delle tessere, e con esso si è sicuri di poter dare una statistica assai più pronta, precisa e completa del numero dei soci del partito.
Inoltre spesso si è potuto constatare che presso gli uffici delle sezioni e anche di talune Federazioni esistono elenchi di soci regolarmente ammessi al partito assai più numerosi di quelli del soci muniti della tessera, fatto che si spiega con la grave crisi economica che mette molti lavoratori in condizioni di non poter disporre della somma occorrente per la tessera.
Nella organizzazione del partito quale venne ereditata dal Partito socialista erano comprese sezioni di compagni di nazionalità e lingua italiana costituite nella Francia, Svizzera, Lussemburgo e Germania. Per i compagni della Svizzera si ebbe una vertenza tra il partito e il comitato delle sezioni socialiste italiane della Svizzera. La scissione non avvenne subito. Talune sezioni risposero ad unprimo appello passando senz’altro al nostro partito, altre esitarono e ciò ebbe per spiacevole conseguenza di lasciare nelle mani del socialisti il giornale L’Avvenire del Lavoratore di Zurigo. Questa quistione venne poi superata pel fatto che si adottò il criterio di far passare le sezioni estere alla organizzazione del locale Partito Comunista, salvo a questo a permettere la costituzione del gruppo di lingua italiana nel proprio seno. Così è avvenuto in Isvizzera, dove i comunisti di lingua italiana aderiscono al Partito Comunista svizzero avendo un loro organo: L’Azione di Ginevra, e anche in Francia. Le sezioni esistenti o che si vorrebbero costituire da compagni italiani in altri paesi, regoleranno in tal modo la loro organizzazione, pur conservando contatto con il nostro partito e la stampa nostra.
I comunisti di Fiume sono organizzati in partito a sé, aderente alla internazionale Comunista, ma che si tiene in contatto col Partito nostro in tutto il suo lavoro, come èavvenuto nella sua costituzione. Per il 1922 il Partito Comunista fiumano adotta lo stesso tipo di tessera del nostro partito.
Vi èuna sezione del nostro partito nella Repubblica di S. Marino, e nelle colonie italiane vi è quella di Tripoli.
Uffici centrali
Quanto alla organizzazione centrale, l’ufficio centrale del partito èandato progressivamente allargando il suo impianto perfar fronte alle sempre maggiori esigenze del lavoro da espletare. Il C.E. ha risieduto a Milano fino al 15 settembre 1921; in taledata si è trasferito a Roma in seguito alla iniziativa di pubblicare in quella città l’organo centrale del partito, divenuto quotidiano. Presentemente sono residenti in Roma tre dei membri del Comitato Esecutivo. Il Comitato Esecutivo ha spesso occasione di riunirsi al completo per esaminare le quistioni più importanti, gli affari correnti sono sbrigati dai compagni presenti in Roma.
Uffici federali
Per quanto riguarda l’impianto e l’andamento degli uffici federali bisogna tener presente che sono variabilissime le forze delle Federazioni, talune delle quali hanno parecchie migliaia di inscritti, mentre per le più piccole, si giunge forse a poche decine. Non molte Federazioni sono rette da segretari retribuiti, e la più gran parte hanno così limitati mezzi che la Centrale ha dovuto fissar loro piccoli sussidi perché possano far fronte alle spese indispensabili per i sopraluoghi e la corrispondenza.
Il C.E. ha diramato parecchie circolari alle segreterie federali indicando loro come dovesse funzionare il loro ufficio, e quali fossero i documenti, quadri e registri da tenere costantemente al corrente. È stato anche fissato l’obbligo di inviare mensilmente un rapporto politico e un rendiconto finanziario alla Centrale: ma non tutte le Federazioni ottemperano a questo obbligo, il più delle volte per le suaccennate difficoltà e la speciale delicata situazione in cui la loro attività deve svolgersi. Il partito dovrebbe anche possedere nei suoi uffici centrali il bilancio preventivo rinnovato ogni anno di ciascuna Federazione.
Per assistere sempre meglio il lavoro di organizzazione locale – e tutte le altre forme dell’attività del partito – non è certo sufficiente alla Centrale la continua corrispondenza con sezioni e Federazioni, che pure ogni giorno cresce di mole: dovendosi ritenere che il solo ufficio politico del C.E. a Roma invia e riceve in media 500 lettere ordinarie e 200 riservate in un mese. Neppure sono bastevoli i sopralluoghi e i giri dei compagni del Comitato Esecutivo, o quelli affidati a membri dei C.C., deputati e altri compagni. Da alcuni mesi si sono assunti a tale scopo tre ispettori viaggianti che visitano, ispezionano, riorganizzano il movimento, tenendosi in strettissimo contatto con l’Esecutivo, nelle zone dove quest’opera appare più necessaria. Gli ispettori, il cui compito è indipendente da quello che possono svolgere altri inviati, provenienti dall’ufficio sindacale, dalle redazioni o amministrazioni dei giornali, sono più che incaricati della propaganda esterna, adibiti al lavoro di consolidamento della organizzazione interna di partito, che d’altra parte si collega naturalmente a tutto il resto. Questa iniziativa sembra abbia dato buoni frutti, e dovrà essere continuata ed estesa nella misura dei mezzi di cui si disporrà, in modo da rendere sempre più intimo il contatto e la collaborazione tra centro e periferia.
Per l’andamento, infine, dei varii uffici del partito, tra cui le redazioni e amministrazioni dei giornali, si è recentemente istituito il sistema di ispezioni periodiche affidate a un competente del C.E. il quale raduna tutti i compagni e impiegati addetti a ciascun ufficio e riceve una relazione da chi ad esso è preposto e da ciascuno dei presenti, chiedendo gli schiarimenti opportuni sull’andamento del lavoro e sulle riforme che si potrebbero introdurre nell’ufficio.
In conseguenza delle disposizioni dello statuto, ha regolarmente funzionato in tutto il Partito il sistema della «candidatura» degli inscritti, per cui ogni nuovo ammesso al Partito prima di divenire socio «effettivo» con tutti i diritti, compie un periodo di candidatura di sei mesi durante il quale il Partito può giudicare le sue qualità di militante. Tale revisione ha dato ovunque ottima prova. Della revisione degli inscritti diciamo a parte.
Revisione degli inscritti
Secondo le decisioni del Congresso tenuto dal nostro Partito alla sua costituzione a Livorno, si sarebbe subito dovuto procedere alla revisione degli inscritti, da ripetersi ogni sei mesi. Risultò invece praticamente necessario ultimare prima il lavoro di costituzione delle sezioni e delle federazioni, per il quale furono necessari alcuni mesi, e in seguilo venne indetta la revisione degli inscritti per cui la Centrale dette con ripetuti comunicati e circolari le opportune disposizioni. Questo lavoro, nuovo affatto per i compagni italiani, non procedette senza gravi difficoltà ed inciampi nell’applicazione. Sopratutto a molte sezioni e compagni non risultò chiara la differenza che corre tra gli ordinari provvedimenti disciplinari che immediatamente prendono effetto esecutivo, e la revisione generale dei soci. Da molte sezioni e da qualche Federazione venivano invece dei regolari elenchi di revisione, gli elenchi dei provvedimenti disciplinari già attuati nel periodo decorso. Tutti questi inconvenienti vennero rilevati in una apposita circolare a stampa a tutte le sezioni.
Malgrado ogni sforzo di buona volontà da parte della Centrale si dovette chiudere, in novembre, la revisione generale senza che tutte le Federazioni avessero mandati gli elenchi. Venne pubblicalo lo specchio di risultati della revisione per quelle Federazioni in cui si potè condurla a termine, e dal quale risulta che 749 inscritti furono per tal via allontanati dalle file della nostra organizzazione. Tuttavia non è a dedursi da questo che la epurazione non sia stata compiuta in una parte del Partito, polche l’inconveniente sopra rilevato per l’andamento della revisione è stato piuttosto quello contrario, di procedere troppo sommariamente alla radiazione di coloro che si ritenevano indegni o immeritevoli di militare nel Partito.
Una revisione degli inscritti dovrà indubbiamente farsi subito dopo questo Congresso.
In un capitolo a parte vengono considerate le misure disciplinari che si sono dovute prendere a carico dei soci che mancavano ai loro doveri di militanti.
Di questi provvedimenti hanno avuto a prenderne tanto le sezioni che le Federazioni e il Comitato Esecutivo. È stato anche necessario talvolta risolvere dissensi e vertenze tra compagni e organizzazioni locali del Partito, come altre volte, la Centrale ha dovuto intervenire per incidenti sorti nei varii uffici dipendenti dal Partito, ma questi casi sono rimasti eccezionali e la pronta risoluzione di essi non ha fatto che far risultare più forte la compagine della nostra organizzazione.
Di molte sanzioni disciplinari e giudizi su vertenze e inchieste varie è stata data notizia con pubblici comunicati, dalle semplici diffide delle sezioni, fino ai lodi motivati delle Federazioni o della Centrale. Si può constatare con soddisfazione come nel grandissimo numero dei casi la liquidazione delle vertenze sia stata accolta favorevolmente non solo dal Partito ma dagli stessi interessati, imponendosi al rispetto anche dei nostri avversari.
Inoltre vi furono dei provvedimenti disciplinari di cui le conclusioni e le motivazioni, per motivi diversi e comprensibili in un partito rivoluzionario, non vennero rese di pubblica ragione, ma direttamente comunicate agli interessati, salvo a renderle pubbliche in qualche caso dietro richiesta dei medesimi e non ostandovi ragioni di partito.
Attività di propaganda
Per quanto riguarda la propaganda nel senso limitato alla attività di oratori e conferenzieri di partito in pubbliche e private riunioni, secondo la relazione è possibile asserire che non vi è stata né vi è adunata proletaria in Italia alla quale non sia recata, per iniziativa di partito o da nostri militanti che vi assistono, la parola comunista. Nei limiti dei loro mezzi e in rapporto alle situazioni locali le sezioni del Partito e i Comitati federali si occupano permanentemente di preparare conferenze, comizi e giri di propaganda e di assicurare la presenza dei nostri oratori in tutte le circostanze in cui questo può essere utile, e parallelamente alla attività sindacale, elettorale, culturale del nostro Partito.
In varie occasioni si sono organizzate giornate e periodi di propaganda su scala nazionale e per iniziativa degli organismi centrali i quali hanno con manifesti e comunicati stabilite le direttive a cui si dovevano attenere i nostri propagandisti, e provveduto direttamente ad inviarli nei più importanti centri, disponendo per i centri minori che si provvedesse con propagandisti locali.
Una prima manifestazione nazionale comunista ebbe luogo il 20 febbraio 1921 per illustrare il programma del Partito ed incitare alla sottoscrizione per la stampa comunista quotidiana. Il C.E. inviò direttamente suoi oratori in 36 città più importanti, mentre centinaia di comizi e riunioni ebbero luogo nei centri minori con altri oratori.
Per il 1° maggio si decise di tenere manifestazioni con carattere esclusivo di partilo laddove il movimento proletario era in maggioranza nostro, mentre nello altre località i nostri oratori intervennero nel comizi indetti dagli organi sindacali o dal Partito socialista ad esporre il punto di vista politico del Partito nostro.
Al principio di settembre si ebbero successivamente le date di varie ricorrenze e manifestazioni: anniversario della occupazione delle fabbriche, manifestazione per gli affamati di Russia, giornata internazionale della gioventù comunista. Anche questa volta furono dalla Centrale date disposizioni opportune per coordinare le manifestazioni, e si provvide all’invio di molti oratori nei centri importanti.
Dal primo al sette novembre ebbe luogo la settimana di propaganda per l’anniversario della rivoluzione russa.
Alla giornata internazionale delle donne comuniste, il 12 marzo 1922 si è dato un carattere interno di partito.
La stampa del partito continuamente ha richiamato l’attenzione e l’intervento della Centrale, mentre esige la massima cura e il massimo sostegno, anche in misura maggiore di quanto fin qui non sia avvenuto, da parte dei compagni tutti.
Gli organi periodici di cui dispone il nostro Partito si possono così dividere.
Organi centrali
Organo centrale del Partito è stato ed è Il Comunista, che si pubblicò a Milano bisettimanalmente fino all’11 settembre 1921 a cura dei Comitato Esecutivo.
In questo periodo però non si giunse che a darne 51 numeri, con una tiratura tra 15 e 20 mila copie.
Col 15 settembre la Centrale del Partito si trasferiva a Roma, ma varie ragioni ritardarono l’uscita del quotidiano, a preparare la quale si attendeva da lungo tempo e solo con la data dell’11 ottobre fu possibile iniziare le pubblicazioni. Il Comunista pubblica una edizione di città ed una di provincia. Nonostante la grande attesa dei compagni dell’Italia Centrale e Meridionale per il quotidiano a Roma, il giornale non è stato abbastanza sorretto e la sua diffusione è limitata; non si tirano che 12 mila copie con lievi oscillazioni.
La Rassegna Comunista, rivista quindicinale del Partito, è anche pubblicata sotto la direzione del C.E. Se ne tirano duemila copie.
Ne sono apparsi nel 1921 sedici numeri, di cui i primi dieci apparvero a Milano, i successivi a Roma.
Il Sindacato Rosso, organo sindacale settimanale del Partito, si pubblica a Milano a cura del Comitato sindacale comunista dal 1° ottobre 1921. Ne sono usciti nel 1921 quattordici numeri. La tiratura è di circa quindicimila copie.
La Compagna, giornale per le donne comuniste, si pubblica a Roma sotto la direzione del C.E. quindicinalmente dal 5 marzo 1922 con una tiratura di sei mila copie.
L’Avanguardia, giornale settimanale della Federazione Giovanile Comunista è edita dal C.E. di questa. Si è pubblicata a Milano dal febbraio al settembre 1921, e quindi a Roma. Tira venticinquemila copie.
Un Bollettino per i compagni esteri in lingua francese e tedesca è stato pubblicato dal C.E. Non è stato possibile per difficoltà tecniche pubblicarlo ogni mese, e ne sono usciti finora tre fascicoli comprendenti i numeri dall’1 all’11 fino a tutto il 1921. Questa pubblicazione viene diramata gratuitamente all’estero per informare partiti e giornali sul movimento nostro.
Altri quotidiani
Fin dalla sua costituzione il nostro Partito possiede un organo quotidiano nell’Ordine Nuovo di Torino, che assunse tale nome il 1° gennaio 1921 mentre era prima la edizione torinese dell’Avanti!
L’Ordine Nuovo che tirava 45 mila copie quando era il solo nostro quotidiano, ne tira tuttora 30 mila copie.
Il Lavoratore, antico giornale dei socialisti della Venezia Giulia, passò al nostro Partito al quale aveva aderito la maggioranza della Federazione regionale socialista. Dopo pochi giorni dalla costituzione del Partito il magnifico impianto dei giornale veniva distrutto da un attacco fascista, grazie solo al criminoso intervento della forza pubblica che infranse la resistenza eroica opposta dai comunisti asserragliati nell’edificio, consegnandolo agli incendiari. Grazie a grondi sforzi dei compagni giuliani e del Partilo il giornale ha potuto essere riorganizzato, e il 10 settembre 1921 riprendeva le sue pubblicazioni in Trieste. Ha una tiratura di circa 15 mila copie.
Il Partito ha inoltre un organo in lingua slava nel settimanale Delo di Trieste, che ha ripreso a pubblicare dal 2 dicembre 1921 e tira quattromila copie.
È stata presa la iniziativa di pubblicare una edizione italiana della rivista L’Internazionale Comunista, organo del C.E. dell’I.C., di cui sono finora apparsi i fascicoli n. 15, 16 e 17.
A cura della Federazione Giovanile si è anche iniziata l’edizione Italiana della rivista L’Internazionale della Gioventù.
Stampa locale
Varie sono state le vicende della stampa locale della quale si è continuamente occupalo il C.E. Dei molti settimanali e quindicinali socialisti non pochi passarono nelle mani degli organi locali del nostro Partito. Altri settimanali comunisti sorsero immediatamente per contrapporli a quelli rimasti al Partito socialista. Il C.E. dispose immediatamente che non si potessero pubblicare nuovi giornali, oltre quelli antichi passati al nostro Partito, senza che la Centrale ne avesse approvato il preventivo economico e la costituzione della Redazione. Si riuscì non senza qualche difficoltà ad ottenere che non vi fosse più di un giornale per ciascuna Federazione, che non vi fossero più giornali del medesimo titolo, e che taluni titoli poco appropriati ad organi, comunisti venissero cambiati. Solo caso di due giornali dallo stesso nome è ora quello delle due Bandiera Rossa di Savona e Fano, che si è rispettato poiché trattasi di giornali provenienti dal Partito socialista.
Il C.E. ha avuto di mira di giungere ad una razionale distribuzione della stampa nelle varie regioni, sopprimendo taluni giornali superflui e incoraggiando il sorgere di altri. Si è anche verificato che taluni giornali settimanali delle zone più colpite dalla reazione si dovessero sopprimere per forza maggiore, affidando le zone rispettive a giornali limitrofi. Si sono così avute continue variazioni, sempre però seguite da comunicati del Partito. Per tal modo avevamo, alla costituzione del Partito o poco dopo, 14 giornali locali al 6 marzo 1921, quindici al 17 marzo, diciotto al 30 marzo, ventuno al 3 aprile, ventiquattro al 26 maggio, ventotto nominalmente, quattro di questi essendo sospesi. Alla vigilia della pubblicazione dei due nuovi quotidiani i giornali erano sempre 25. Con la uscita del Comunista e del Lavoratore, e col fatto che L’Ordine Nuovo assumeva un maggior carattere locale, vennero soppressi alcuni Settimanali del Veneto, di Roma e Torino.
Secondo il piano generale stabilito dalla Centrale in rapporto alla suddivisione ragionale delle forze del Partito, questo sarà abbastanza provveduto con 21 giornali locali ben distribuiti. Lo stato attuale comprende 17 giornali che attualmente si pubblicano, di cui due saranno spostati, 2 che stanno per uscire, e altri 2 in corso di organizzazione.
Per quanto riguarda la direzione politica della stampa il nostro Partito può a giusta ragione vantare di avere perfettamente risolto il problema della unità di indirizzo e di atteggiamento della sua stampa. Fin dall’inizio si dispose che tutti indistintamente i giornali, anche locali, portassero il sottotitolo di «Organo del Partito comunista d’Italia» e non di organizzazioni locali o regionali del Partito. La stampa quotidiana e, si può dire, giorno por giorno diretta dalla Centrale, senza differenza tra Il Comunista e gli altri due quotidiani, permettendo il collegamento tecnico di raggiungere questo risultato politico. Naturalmente altrettanto avviene per gli organi centrali. Quanto al piccoli giornali locali, essi traggono le loro direttive dalla stampa quotidiana e dalla corrispondenza tra la centrale del Partito e le redazioni, la cui opera è costantemente sorvegliata a controllata dal C.E. Questa condizione di cose mentre nulla toglie alla buona compilazione dei singoli giornali garantisce il massimo di effetto politico nella diffusione a mezzo della stampa delle parole d’ordine del Partito, ed è la base migliore della ferrea compattezza di esso in tutti i riguardi.
Circa il valore giornalistico delle nostre pubblicazioni, non intendiamo certo affermare che la perfezione sia stata raggiunta, la relazione del C.C. fa presente che, come per quasi tutte le nostre iniziative si è verificato, si è dovuto organizzare tutta una serie di giornali con la più grande urgenza e senza poter attendere per esigenze politiche alla preparazione tecnica-amministrativa che sarebbe stata necessaria. Il partito, se ha pochi compagni che scrivono, aveva ed ha pochissimi elementi veramente adatti e maturi per il lavoro giornalistico: e questi pochi han dovuto essere utilizzati per la pubblicazione dei tre quotidiani, sottoponendoli ad un lavoro intensissimo, mentre si tentava di forzare nuovi compagni al giornalismo.
Per i servizi di informazione sono stati fatti tutti gli sforzi per poter utilizzare prontamente e razionalmente la rete di servizi giornalistici che collega la stampa mondiale della Internazionale comunista, e si è dato il maggiore impulso che si poteva alla informazione dell’interno per la quale si hanno uffici di corrispondenza comuni tra di essi. I principali uffici si hanno a Milano e Bologna. Corrispondenti esteri comuni alla nostra stampa va ne sono a Parigi, Londra e Vienna. Si utilizza largamente la CorrespondanceInternationale pubblicata a Berlino dalla Internazionale Comunista per la informazione originale e internazionale della stampa di tutti i paesi.
Gli articoli di collaborazione, sia di attualità politica che di studio dei problemi comunisti, non mancano alla nostra stampa, sebbene dovuti quasi esclusivamente alla penna dei compagni della Centrale o delle redazioni. La parte di propaganda e di polemica si è prestata talvolta ad appunti, che in parte hanno natura politica e non vanno qui esaminati, in parte hanno carattere tecnico, trovandosi da compagni anche esteri, e non del tutto a torto, che la stampa comunista italiana ha in generalo carattere troppo teorico e polemico riuscendo poco adatta alla propaganda tra le masse ancora impreparate. A queste osservazioni deve però contrapporsi la considerazione che quel carattere della nostra stampa ha anche delle giustificazioni dovute alla psicologia delle masse che restano nel giro della sua influenza. Siccome in Italia si legge in genere poco, il giornale agisce in parte per via indiretta e vale a formare dei propagandisti minimi che diffondono ulteriormente le idee raccolte nella stampa. Tali considerazioni, confermate da molte richieste di compagni e di lavoratori che seguono la nostra stampa, unite a quella che di giorno in giorno i nostri periodici acquistano un carattere di più dettagliata informazione di tutti gli episodi concreti della vita proletaria e riducono la parte generale troppo ardua per molti dei lettori, valgono solo a contemperare quei criteri che sempre più la nostra stampa deve sforzarsi di applicare, e che si desumono dalle esperienze e dai suggerimenti della Internazionale, come dalla nota circolare di Zinoviev sul modo con cui deve esser fatto un giornale comunista.
Circa l’insieme della stampa nostra si è trovato che esso è sufficiente per le esigenze del movimento, e non si sente il bisogno di aumentarla con nuove iniziative di pubblicazioni. Indipendentemente dalle considerazioni amministrative si ha in vista solo la pubblicazione di un settimanale domenicale che completerebbe il compito del Comunista, il solo dei quotidiani che non pubblichi né possa pubblicare, poiché esce di sera, la edizione del lunedì. Di tale settimanale, che assumerebbe il carattere di una pubblicazione diffusa in tutto il partito per un pubblico intermedio tra quello esteso dei quotidiani e quello ristretto della Rassegna, si va allestendo il progetto, che non appare per ora di immediata attuazione. Si ha in vista per considerazioni di cui il Congresso si occuperà in altri commi dell’ordine del giorno, la iniziativa di due quindicinali per la propaganda tra i contadini, e di un bollettino mensile per i cooperatori comunisti.
Esaminando infine la quistione della stampa dal punto di vista amministrativo la relazione dichiara che non si può essere ottimisti. L’attuale crisi economica si riflette in tutti i modi più nefasti sulle aziende dei nostri giornali.
Il sorreggere tre quotidiani, tutti passivi, è per il partito uno sforzo enorme, se si tien conto degli altri oneri di diversa natura che sopporta per i suoi vari servizi. Di questa situazione sembra che solo da poco tempo i compagni si stiano persuadendo. Occorre dire che il partito si trova dinanzi ad un bivio: o si fanno grandi sforzi per far salire la tiratura dei giornali, sul terreno di una attiva propaganda per la concorrenza alla scampa borghese e socialista e con tutte le iniziative per raccogliere danaro, che utilmente convergono in un lavoro per la diffusione dei giornali, o il problema di ridurre il numero dei quotidiani, malgrado i suoi aspetti siano difficili e dolorosi, implacabilmente verrà ad imporsi e dovrà essere affrontato radicalmente.
Ad ogni modo il Congresso deve mettersi sul terreno della necessità di distruggere quel certo senso di fatalismo che si è purtroppo fin qui potuto constatare, pel quale i compagni lasciano agli organi direttivi la cura di uscire d’impaccio, e si immaginano che nessuna difficoltà incontri il partito nel suo finanziamento, anche talvolta accogliendo con leggerezza imperdonabile certe esagerazioni favolose dei nostri avversari sui cespiti a cui attingerebbe il partito.
Edizioni del Partito
A queste interessanti notizie sulla stampa periodica seguono altre sulla attività editoriale del Partito, attività che si è concretata nella fondazione della Libreria editrice.
Per quanto riguarda il piano delle pubblicazioni, nella serie estera esso è stabilito di accordo con il C. E. della Internazionale Comunista e in modo da stampare i testi più importanti e nello stesso tempo seguire le pubblicazioni di maggiore attualità per la vita della Internazionale, nei suoi congressi e convegni, e nella discussione dei problemi più importanti.
Per le pubblicazioni italiane un programma organico è stato fatto dalla Libreria su indicazioni date dal Comitato Esecutivo.
Vi è poi il progetto di tutta una serie di opuscoli tendenti a dare una chiara idea di vari problemi nostri in modo facilmente accessibile ad ogni categoria di lettori. Si preparano anche lavori di maggior mole sulla storia del movimento socialista in Italia, sulla economia del paese, sul fascismo, nonché le traduzioni di opere classiche del comunismo scientifico (Marx, Hilferding, Luxemburg) e anche traduzioni di lavori letterari esteri a soggetto sociale, oltre a varie pubblicazioni di molteplice natura.
Movimento femminile e movimento giovanile
Due capitoli sono dedicati all’esame del movimento femminile e di quello giovanile.
Le donne aderenti al nostro movimento non sono organizzate in sezioni indipendenti ma in gruppi costituiti nel seno delle sezioni comuniste. Presso la centrale si è recentemente costituito un ufficio al quale è stata addetta una nostra compagna per l’assistenza, la corrispondenza, la organizzazione con appositi sopraluoghi dei gruppi femminili e del loro collegamento. Come si è detto parlando della stampa si è anche iniziata ultimamente la pubblicazione del quindicinale femminile.
Le compagne inscritte al nostro partito non sono molte, e sarebbe superfluo ridarne qui le ragioni. In questo campo occorre fare molto, molto di più di quanto non sia fatto finora e liberarsi dalle poco felici tradizioni del partito socialista in materia.
Quanto la movimento giovanile la relazione si apre ricordando che al Congresso di Firenze del 1921 ebbe luogo la scissione della F.G.S.I. Su quarantatremila inscritti, solo ottomila restarono col P.S.I.; la grande maggioranza diede la propria adesione incondizionata al P.C.I. costituitosi pochi giorni prima al Congresso di Livorno.
Subito dopo la sua costituzione, la F.G.C.I. si accinse alla riorganizzazione delle proprie file, alla diffusione delle ragioni che determinarono la necessità della scissione e poi al lavoro di organizzazione illegale e di inquadramento che trovò il proprio sviluppo e completamento nell’opera svolta su questo terreno dal partito.
Gli inscritti alla Federazione nel 1921 ammontano a 25000 regolarmente forniti di tessera, oltre ad altri 10000 fra candidati, inscritti ai circoli rionali ed ai circoli di cultura comunisti. In complesso si hanno 35000 giovani, che costituiscono una ricca riserva di energia e di attività per il nostro movimento ed una fonte preziosa dalla quale il partito trarrà degli ottimi elementi forniti di sicura coscienza comunista e fortemente temprati alla lotta.
Caratteristica del movimento giovanile italiano è il magnifico completo accordo col partito in tutti i campi di azione. Il partito si è sempre attivamente interessato dei giovani e del loro movimento. Il contatto fra le due centrali è continuo.
Lavoro illegale e inquadramento
La parte relativa al lavoro illegale e all’inquadramento ricorda che il lavoro illegale del partito comunista ha un doppio aspetto ed un doppio scopo. Anzitutto si deve preparare una tale attrezzatura che metta la organizzazione del partito anche In quanto assolve a funzioni che la legge vigente non vieta, al sicuro dal colpi degli avversari, siano essi altri partiti politici ed organizzazioni di lotta civile, o le autorità dello Stato con la loro opera di sabotaggio che certo non si arresta innanzi all’arbitrio contro le stesse disposizioni di legge.
Un secondo aspetto dei lavoro illegale è poi quello che tende ad organizzare le forze dell’azione rivoluzionaria per renderle idonee ad assolvere il compito specifico per cui vengono create.
All’una ed all’altra esigenza il nostro partito si è largamente dedicato.
Per la sicurezza del funzionamento del nostro partito in tutte le sue organizzazioni dagli uffici centrali fino alle sezioni locali, si è incominciato a costruire, anche per le opportune disposizioni emanate dalla centrale, una esperienza nuova per i compagni italiani abituati troppo alle manifestazioni esteriori anche quando queste non presentano alcuna utilità e poco atti a serbare un contegno riservato e prudente nel lavoro politico. Al mutamento di queste cattive disposizioni psicologiche in fondo l’attuale situazione di reazione ha favorevolmente contribuito.
Norma fondamentale per raggiungere questo scopo è che ogni compagno limiti strettamente la sua azione a quanto gli compete e non si creda in diritto di essere informato di cose che stanno al di fuori della sfera d’azione di cui è direttamente responsabile, e non interpreti come una menomazione personale il fatto di essere tenuto all’oscuro di tutto quanto non è indispensabile che sappia per le mansioni a lui affidate. Dinanzi a questa disciplina deve sparire ogni forma di fiducia e confidenza personale tra compagni al di fuori della rete stabilita dal partito per azioni riservate.
Per tutte le esigenze richieste da questa prima parte del lavoro illegale, si deve sempre più allestire quella suddivisione delle sezioni del partito in gruppi di circa dieci esponenti, munito ciascuno di un capo gruppo collegato al centro, che facilita il funzionamento delle sezioni specie quando maggiori divengano gli ostacoli e le difficoltà da sormontare. A questa prima forma di inquadramento devono essere tenuti tutti indistintamente i componenti del partito.
Passando poi alla seconda parte del lavoro illegale, e alla seconda forma di inquadramento, una volta gettate le basi di esso, si ritenne opportuno annunziarne pubblicamente la parola d’ordine, come è ben noto.
Persecuzioni ed assistenza
Data la situazione in mezzo alla quale è sorto, il nostro partito ha dovuto affrontare continuamente ogni specie di persecuzioni. È difficile farsi una idea completa di tutto ciò che i nostri militanti hanno subito, e compilare una statistica dei morti, dei feriti, degli aggrediti, dei profughi, degli esuli, degli arrestati, dei processati, dei condannati.
Non men difficile è poter dire quali e quanti siano stati gli sforzi fatti da tutti gli organi centrali e locali del partito per venire in aiuto ai compagni colpiti e aiutarli nell’affrontare le conseguenze della loro opera di buoni militanti.
In generale il partito nostro non ha tenuto, nella sua propaganda e nella sua stampa, ad esagerare il tono tradizionale delle campagne di protesta contro gli eccessi e gli arbitri della reazione. Questa attitudine deriva sia da ragioni di principio, per le quali la nostra propaganda deve mostrare che questa lotta spietata contro i rivoluzionari è una necessaria caratteristica dell’azione della borghesia nel periodo attuale, ed anche la necessità di educazione, per abituare le masse a rispondere agli attacchi di cui sono oggetto non con la dimostrazione che si è trattato di sopraffazioni e di arbitrio, ma con la preparazione effettiva per pervenire a respingere e vendicare le offese patite, a colpire a fondo le organizzazioni degli avversari. Per questo starebbe più a cuore del partito comunista il prospettare l’elenco delle vittoriose azioni di riscossa proletarie che si son potute condurre a termine, che non partecipare alla gara ipocrita per cui i bianchi da una parte, e i socialdemocratici dall’altra, tendono a presentarsi come vittime dell’altrui violenza e a dimostrare che è a quella dell’avversario che sono toccati i successi positivi.
Per l’assistenza ai profughi il partito ha dovuto fare, soprattutto localmente, sacrifizi finanziari veramente enormi. Sono straordinarie le tasse che si sono da se stessi imposti in molte località i compagni e i buoni simpatizzanti allo scopo di aiutare gli arrestati, gli esuli, e la famiglie delle vittime. La Centrale del partito ha fatto a tale scopo quello che ha potuto, e con ripetute istruzioni si è sforzata di far sì che gli sforzi locali avessero il maggior rendimento e fossero adoperati per sovvenire i veramente meritevoli, lottando contro la plaga delle false vittime che girano l’Italia e il mondo gabbando il sentimentalismo del nostri compagni.
Anche si è cercato di costituire per sottoscrizione un fondo centrale per le vittime politiche, ma questo non ha dato i risultati che si attendevano.
Cultura e sport
Nel campo del lavoro per le istituzioni della cultura proletaria la relazione dichiara che si è ancora allo stadio di studiare la sistemazione razionale delle iniziative sorte localmente.
Si sta adunque lavorando a costituire nazionalmente queste iniziative in un organismo, che pur non avendo carattere interno di partito, sia con esso ben collegato (non potendosi ammettere che un’opera come quella culturale sia fatta in comune con altri partiti e scuole politiche) e sia su base nazionale, aderendo al Proletkult internazionale di Mosca ed ispirandosi agli statuti di questo. Questa istituzione avrà anche un suo Bollettino periodico: la centrale risiederà probabilmente a Torino.
Si riconnette a queste iniziative anche quella che riguarda la attività sportiva proletaria.
Rapporti internazionali
A questo punto vengono esaminati i rapporti che la Centrale ha avuto cura di mantenere stretti rapporti con la Internazionale comunista e coi partiti confratelli, superando le varie difficoltà che si frappongono a questo contatto.
Il rappresentante del partito nel C.E. fu dalla sua costituzione il compagno Gennari, che è stato in Russia per un lungo periodo prima e dopo il congresso di Mosca. Il compagno Gennari ha fatto quanto era in suo potere perché l’Internazionale fosse continuamente informata delle cose italiane e del lavoro del nostro partito. Al secondo posto spettante all’Italia venne dopo il III Congresso designato il compagno Terracini, tornato poi in Russia per la recente adunanza dell’E. allargato.
Il partito ebbe spesso occasione di inviare rappresentanti all’estero: in marzo partecipò a Berlino a una conferenza dei partiti dell’Europa centrale, e cercò di stabilire speciali legami coi partiti più vicini, specie quelli di Spagna e Jugoslavia colpiti dall’infierire della reazione, ed anche quelli di Francia, Germania, Austria, Svizzera.
Il movimento italiano fu rappresentato ai congressi Internazionali da larghe rappresentanze, sia nel congresso della I.C. sia in quelli giovanile, femminile e sindacale.
Il nostro partito ebbe anche occasioni di avere intimi contatti e notizie dei partiti esteri allorché la Internazionale volle scegliere nel suo seno i propri delegati ai congressi esteri: Graziadei per la Spagna, Bordiga per la Francia, Gennari per la Ceco-Slovacchia e Finlandia.
Quando si ebbe a Milano il congresso socialista, la Centrale ebbe contatto con i delegati dei partiti comunisti esteri intervenuti e con quelli del C.E. dell’Internazionale, che furono assistiti in tutti i loro movimenti e nel loro intervento illegale al congresso socialdemocratico. Il compagno Henry Valevsky rimase più a lungo in Italia e collaborò al nostro lavoro politico e ai nostri legami con Mosca. Il partito italiano può registrare con soddisfazione come tutti i compagni esteri che hanno assistito da vicino al nostro lavoro ne abbiano scritto e riferito nei termini più lusinghieri.
La relazione dice però che dovrebbe essere maggiore l’attività del nostro partito per illuminare il C.E. dell’Internazionale e anche l’opinione comunista estera sul vero stato della situazione in Italia e sui problemi che ci si presentano, nonché sul nostro lavoro. Se di più non si è fatto in tal senso si deve alla materiale mancanza della possibilità di dedicare più ampiamente a tal lavoro gli uffici del partito il cui personale è sovraccarico di mansioni.
Si sono però già presi tutti i provvedimenti atti a sistemare questa materia importantissima. Si è inviato a Berlino un nostro ufficiale rappresentante, si è provveduto alla provvisoria rappresentanza a Mosca fino a dopo il nostro congresso, dal ritorno del compagno Gennari, salvo brevi interruzioni. Dall’altra parte si è inviato un compagno italiano perché collabori all’ufficio della internazionale sindacale rossa. Si sono organizzati servizi molteplici legali e illegali per lo scambio della letteratura con l’estero. Si sta anche sistemando il lavoro per la Correspondance Interntionale, in modo che a questa importante pubblicazione non manchino le notizie sull’Italia.
Per la migliore preparazione di tutto il materiale di informazione, sia per i lavori del partito, che per la comunicazione all’estero, il partito ha opportunamente cominciato a costituire un suo archivio politico che segue tutta la vita sociale e pubblica Italiana, nonché un ufficio di studi statistici ed economici collegato dall’altra parte al Comitato sindacale comunista.
Ultimamente poi, in circostanze ben note, una nostra delegazione di tre compagni ha preso parte ai lavori del Comitato Esecutivo allargato a Mosca sostenendovi le direttive tattiche del partito nostro.
Elezioni e Parlamento
L’azione svolta dal Partito in Parlamento e nelle amministrazioni locali e l’attività elettorale vengono ampiamente considerate in seguito. Si ricorda anzitutto la costituzione del primitivo gruppo parlamentare comunista di 17 deputati e le disposizioni date subito dopo il Congresso di Livorno alle amministrazioni locali.
Nelle mani del partito comunista passò una sola amministrazione provinciale: quella di Mantova, e molti comuni tra cui di una certa importanza: Cremona, Savona, Tivoli, Trecate.
Nello svolgersi delle vicende politiche di questo periodo moltissime delle amministrazioni comuniste sono state disciolte o costrette alle dimissioni per le insidie della reazione fascista e talvolta dei socialisti. In massima la Centrale stabilì che non si dovessero dare dimissioni senza il suo consenso, consenso che fu talvolta dovuto accordare per superiori ragioni locali. Il C.E. ebbe anche a disporre che non si dessero le dimissioni dai comuni laddove si restò in minoranza nelle elezioni politiche.
In aprile ebbe luogo a Rimini il congresso dei Comuni socialisti. Fino allora non si era tassativamente disposto che i comuni comunisti dovessero uscire dalla lega dei comuni socialisti, poiché si prospettava la utilità di servirsene a scopo di consulenza tecnica. Ma poiché si ebbe agio di constatare come la Lega boicottasse in tutti i modi talune amministrazioni nostre, si dispose che i comuni comunisti non intervenissero al congresso di Rimini e rompessero i rapporti con la lega.
Per il problema della consulenza ai comuni comunisti si pensa di costituire un ufficio. Finora nella misura del possibile ha provveduto direttamente il C.E. Come base al funzionamento di un tale ufficio e delle sue eventuali filiali locali si è intrapreso il censimento dei comuni comunisti, a cui i compagni malgrado le sollecitazioni ripetute non sono stati troppo solleciti a rispondere. L’allegato che contiene i risultati di questo censimento da una parte non è completo, dall’altra non contiene i dati per quelle amministrazioni ormai disciolte, e forse comprende taluni comuni che sono stati sciolti posteriormente alle notizie giunte all’Esecutivo.
Il contegno delle minoranze comuniste nei comuni e nelle provincie, specie dove vi è maggioranza socialista, ha dato luogo a interessanti problemi di tattica. Talvolta dipendeva solo dai nostri voti il rovesciare le amministrazioni socialdemocratiche, come nella provincia di Milano e di Alessandria. In questi casi la Centrale, pur trattandosi di provvedimenti, o bilanci, i cui criteri non potevano essere accettati dal punto di vista comunista, dispose che si dovesse con formali dichiarazioni stabilire il nostro dissenso pur evitando di unire i nostri voti a quelli dei partiti borghesi contro i socialisti.
Per quanto riguarda l’azione in Parlamento, certo essa è risultata molto più facilmente disciplinabile da parte del partito e del suo centro dirigente. I rapporti tra questo e il Gruppo parlamentare furono inspirati ai criteri stabiliti dal secondo Congresso internazionale e allo statuto del nostro partito, secondo cui ogni iniziativa della attività politica parlamentare è deliberata dal partito, del quale il gruppo parlamentare è uno specifico strumento d’azione. Nello stabilire la procedura di questi rapporti, tanto contrastanti colle abitudini da tempo invalse nel vecchio partito, sorse qualche transitorio incidente; chiusosi nella osservanza della disciplina di partito da parte del gruppo.
D’altra parie non si ebbe mai a constatare tra la Centrale e il gruppo un contrasto che avesse valore politico o di principio circa le tesi da sostenere in Parlamento a nome del partito nelle successive situazioni che si presentarono.
Ricordata l’attività del gruppo durante lo scorcio della XXIV legislatura e l’inizio della XXV, il clamoroso incidente Misiano e le dimissioni date da Tuntar per ragioni più private che politiche, la relazione conclude dicendo che l’azione parlamentare del partito si presenta chiara nelle sue direttive politiche dinanzi all’atteggiamento di tutti i gruppi della Camera e alla sempre più aperta tendenza alla collaborazione borghese che mostra il gruppo socialista.
Quanto all’opera estrapalamentare del gruppo, essa non è stata trascurabile, se si pon mente alla esigua forza numerica di esso, e al complesso di mansioni di partito che hanno, oltre il mandato parlamentare, molti deputati nostri. In generale i deputati hanno data al partito una notevole attività complessiva, ponendosi con buona volontà a disposizione della Centrale per le più svariate esigenze al di fuori del Parlamento, per quanto lo permettevano a ciascuno le proprie forze, ed hanno anche in queste missioni fedelmente eseguito il compito loro.
Attività elettorale
Per l’attività elettorale la relazione ricorda il modo come si è partecipato alla lotta politica nell’aprile 1921, i risultati di questa lotta e delle altre combattute nel più ristretto campo amministrativo.
Per i relatori indubbio è che dalla esperienza della sua azione elettorale il Partito ha tratta la convinzione che è eccessivo il costo di quella forma di azione in risorse economiche: mentre la partecipazione dei nostri militanti alla lotta si risolve in una effettiva campagna di propaganda tra le masse e lascia un utile risultato, le spese che bisogna affrontare lasciano esauste e talvolta immobilizzate le organizzazioni locali del Partito, che per un lungo periodo successivo devono rinunziare alla loro attività in molti campi per l’onere residuato dalla partecipazione alle elezioni. Questo dato di esperienza viene però citato al di fuori di ogni esame della quistione generale di tattica elettorale e parlamentare.
Attività sindacale
La esposizione del lavoro sindacale del partito è fatta accennando alle cose essenziali.
Si ricordano prima di tutto i risultati del Congresso confederale di Livorno e la successiva costituzione dei Comitati comunisti nelle singole Federazioni professionali. Essi sono i seguenti:
1. Comitato Nazionale Comunista della Federazione Metallurgica – Torino.
2. Comitato Centrale Comunista fra i lavoranti del mare – Genova.
3. Comitato Centrale del Gruppi Postelegrafonici comunisti – Roma.
4. Comitato Centrale Comunista nella Federatone Edilizia – Alessandria.
5. Comitato Centrale Comunista fra i Lavorane della Pelle – Torino.
6. Comitato Sindacale Insegnanti Comunisti d’Italia – Parma.
7. Comitato Comunista nel Sindacato Tramvieri Italiani – Roma.
8. Comitato Centrale Comunista fra i Lavoranti della Terra – Forlì.
9. Comitato Centrale Comunista fra i Lavoranti dello Stato – Torino.
10. Comitato Comunista fra gli operai argentieri, orefici ed affini – Milano.
11. Comitato Centrale dei gruppi poligrafici comunisti d’Italia – Roma.
12. Comitato Nazionale Sindacale Comunista fra i Lavoranti in Legno – Torino.
13. Comitato Nazionale Comunista Ferrovieri – Bologna.
Infine si è costituito anche il Comitato Centrale Comunista nella Lega Proletari Reduci di Guerra in Milano.
Per mezzo di questa rete organizzativa, il Partito si tiene a contatto con le masse organizzate nei sindacati o raccolte nelle fabbriche ed aziende, ed esplica una intensa azione intesa a distruggere in esse l’illusione riformista e l’inganno opportunista.
La posizione tattica del Partito comunista, nell’attuale situazione del movimento sindacale italiano, si definisce in rapporto a tre principali punti; l’unità sindacale, i rapporti internazionali, l’azione di resistenza e di riscossa contro l’offensiva capitalistica.
Unità organizzativa
Ispirandoci al fondamentale principio della unità organizzativa delle masse lavoratrici, ed allo scopo di spingere le organizzazioni di sinistra ad entrare nella Confederazione Generale del Lavoro onde intensificare la lotta contro i dirigenti riformisti, il partito comunista lanciò nell’aprile 1921 un appello a tutti gli operai organizzati, esponendo loro il punto di vista comunista sulla quistione sindacale ed invitandoli ad entrare nella C.G.L.
Tanto l’Unione Sindacale quanto il Comitato ferrovieri, ai quali in modo speciale era diretto l’appello del Partito comunista, non sentirono il dovere di valutare seriamente e senza preconcetti tutta la portata della proposta comunista. Né ad alcun risultato concreto si giunse alcuni mesi dopo, con l’intervento della Internazionale dei Sindacati Rossi.
Relazioni internazionali
Ricordata la situazione del Sindacato ferrovieri e dell’U.S.I. si passa all’esame dei rapporti internazionali.
I comunisti fin dal congresso di Livorno (1921) denunciarono l’obliqua manovra dei socialdemocratici che, evitando di determinare gravi ripercussioni fra le masse, doveva condurre la C.G.L. fuori delle file della Internazionale dei Sindacati Rossi e mantenerla, invece, legata all’Internazionale gialla di Amsterdam.
In seguito la C.G.L. inviava i propri rappresentanti al primo Congresso internazionale sindacale di Mosca, ma solo a titolo consultivo e non deliberativo. Ed al Consiglio nazionale di Verona tenutosi nel novembre 1921, si deliberava senz’altro di rimanere ad Amsterdam. Contro tale decisione sono insorti i comunisti, i quali sostengono che solo il Congresso nazionale può decidere in merito, e perciò ne chiedono la convocazione.
Un atteggiamento pressoché simile è stato tenuto dall’U.S.I.
Quanto al Sindacato Ferrovieri, nel suo ultimo Congresso nazionale solo i comunisti sostennero l’adesione alla I.S.R. Contro di essi si schierano anarchici e sindacalisti da una parte, socialisti e senza partito dall’altra.
Si decise a maggioranza l’invio di una rappresentanza a Mosca, rimettendo ad un congresso straordinario, la decisione definitiva su tale quistione. Poi il Consiglio Generale si arbitrò a votare contro l’adesione, mentre i comunisti si agitano pel congresso.
Controffensiva proletaria
Altro lato dell’attività sindacale è quello relativo alla propaganda per la difesa e la riscossa proletaria contro l’offensiva borghese.
Fin dal 15 agosto 1921, il Comitato sindacale comunista, con una lettera diretta alla C.G.L., al Sindacato Ferrovieri e alla U.S.I., proponeva la costituzione del fronte unico proletario sul terreno sindacale, e lo sciopero generale nazionale in difesa della classe lavoratrice. I riformisti tacciarono di demagogia e di incoscienza la proposta comunista. Il Sindacato Ferrovieri e l’U.S.I., pur dichiarandosi favorevoli al fronte unico non presero però neppure essi in seria considerazione l’invito.
La questione fu portata dai comunisti direttamente fra la massa, nella quale essa trovò le maggiori simpatie. Contemporaneamente si chiedeva alla C.G.L. di discutere la nostra proposta in un consesso nazionale.
Numerose organizzazioni sindacali, pur non essendo dirette da comunisti, accettarono la proposta comunista.
Frattanto, nei giorni 7 ed 8 settembre si teneva a Milano un Convegno nazionale delle organizzazioni sulle direttive comuniste. Un centinaio di delegati rappresentanti oltre 500000 organizzati nella C.G.L. e nel Sindacato Ferrovieri, convennero da ogni parte di Italia. Vennero ampiamente discusse importanti quistioni di organizzazione e fissate le direttive dell’azione dei comunisti in seno alle organizzazioni proletarie.
La campagna per il fronte unico proseguiva. Dietro richiesta di numerose organizzazioni aderenti, il Consiglio Direttivo della C.G.L. fu costretto a convocare il Consiglio nazionale, che si tenne a Verona, nei primi giorni di novembre del 1921.
questione centrale intorno alla quale si svolse la discussione, fu quella del fronte unico e dello sciopero generale nazionale, come più valida forma di lotta contro l’offensiva capitalistica.
Contro tale proposta si schierarono quasi tutti i burocrati sindacali della C.D.L. Il risultato della votazione fu il seguente:
Camere del lavoro
Mozione comunista voti 246402
Mozione socialista voti 612653
Federazioni di mestiere
Mozione comunista voti 169310
Mozione socialista voti 813868
Devesi rilevare che la votazione avvenne in base al numero di organizzati esistenti alla fine 1920. Ciò ha avuto la seguente conseguenza: che mentre molte organizzazioni ebbero modo di pesare nella votazione a favore della mozione confederale votando per un numero di soci molto maggiore del reale, numerose organizzazioni sorte nel 1921 ed aderenti alla proposta comunista non poterono far valere la loro forza nel voto. Tipico esempio della Federazione dei lavoratori della terra che ha votato per 850000 inscritti, tanti quanti erano nel 1920, mentre attualmente non ne conta che 200000.
Ma, nonostante tutti gli ostacoli e tutti gli impedimenti, la pressione delle masse spinge inesorabilmente verso il fronte unico. La costituzione dell’«Alleanza del Lavoro» fra le cinque maggiori organizzazioni sindacali nelle quali è diviso il proletariato italiano, è il primo passo verso la costituzione del fronte unico in Italia. Esso può essere da noi considerato come nostra prima vittoria, nonostante si sia negato il diritto di rappresentanza tanto alla minoranza comunista della C.G.L. e nel S.F.I., quanto a quella che nell’U.S.I. sostiene l’adesione alla I.S.R.
Il grave problema della disoccupazione è già stato oggetto di agitazioni di massa dirette dai comunisti, i quali hanno dimostrato di saperlo e poterlo impostare rivoluzionariamente, nel campo dei problemi immediati che interessano i lavoratori. Le esperienze di lotta di Torino e di Trieste potranno essere prossimamente utilizzate per una azione su vasta scala che il Partito va studiando, e che si riallaccia naturalmente alla quistione dell’azione generale contro le multiformi manifestazioni della offensiva borghese.
Accennato, così, alla posizione dei comunisti rispetto ai tre fondamentali problemi sindacali, la relazione ricorda il Consiglio nazionale della F.I.O.M., della Federazione lavoranti in legno, della Federazione lavoranti in pelle, della Federazione dei chimici, della Federazione degli edili, ecc., in cui i comunisti hanno ottenuto delle notevole affermazioni.
Scioperi e agitazioni
Come conclusione dell’esame dell’attività sindacale viene presentato un cenno dei principali scioperi ed agitazioni locali e nazionali che, dopo un periodo di stasi e di depressione del movimento operaio, segnano il risveglio della combattività proletaria.
La lotta si inizia a Torino con la serrata degli stabilimenti Fiat e conseguente sciopero delle maestranze. Essa investe successivamente tutte le altre categorie di lavoratori; si estende in tutto il paese e determina una serie di scioperi ed agitazioni che naturalmente tendevano ad integrarsi ed a svilupparsi in una azione generale nazionale. La tattica socialdemocratica, isolando le agitazioni per ogni singola categoria e località, ha impedito il realizzarsi, sul terreno dell’azione diretta, del fronte unico proletario, determinando così la sconfitta – più o meno grave a secondo delle diverse categorie – della classe lavoratrice in questa sua prima battaglia di difesa contro l’assalto capitalista.
Verso il luglio è da ricordare lo sciopero degli impiegati statali, movimento di grande importanza politica, in quanto segnò il fatto nuovo dell’ingresso nell’arena della lotta di classe e dell’azione diretta, della categoria più retriva e più tipicamente piccolo-borghese quale è quella degli impiegati di Stato. Di fronte a questo movimento il nostro partito assunse una chiara posizione mediante apposito comunicato pubblico, posizione di solidarietà però che non implicava affatto rinuncia al principi rivoluzionari, anzi si impostava sulla loro riconferma.
Si è avuto Io sciopero, durato per ben trentacinque giorni, dei lavoranti in legno, e quello dei lanieri, i quali dopo aver eroicamente resistito per circa 4 mesi, hanno dovuto subire una grave e clamorosa sconfitta.
Cronologicamente devesi ricordare l’agitazione dei metallurgici lombardi che si chiuse con una proroga delle condizioni allora esistenti fino al 31 dicembre. Questa che fu vantata dai riformisti come una vittoria, in realtà non era che il riconoscimento di una situazione di fatto in cui gli operai avevano già dovuto subire una riduzione di salari.
L’agitazione del metallurgici lombardi si chiude mentre scioperano i metallurgici della Liguria e della Venezia Giulia. L’atteggiamento tenuto dai dirigenti della Confederazione al Consiglio nazionale di Verona dà maggior forza agli industriali, contro i quali lottano gli operai. Ad una più recisa intransigenza dei primi, il proletariato risponde in Liguria con lo sciopero generale di solidarietà con i metallurgici. Frattanto scoppia lo sciopero politico antifascista a Roma che determina per solidarietà lo sciopero dei ferrovieri del mezzogiorno. Si chiude intanto lo sciopero ligure proprio nel momento in cui a Trieste, per la stessa ragione, si riaccende lo sciopero generale chiusosi alcune settimane prima con una proroga. Dopo cinque giorni cessa Io sciopero a Roma, mentre continua lo sciopero dei ferrovieri napoletani costretti a rimanere in lotta per difendersi dalle rappresaglie che l’autorità vuole applicare contro di essi. Invano la minoranza comunista chiede esplicitamente al C.C. del Sindacato la dichiarazione dello sciopero generale in difesa dei compagni esposti alla reazione delle autorità. Il Comitato Centrale ordina la ripresa del lavoro, mentre vengono espulsi tre capi del movimento di Napoli. Nel contempo si chiude anche lo sciopero nella Venezia Giulia. Ma l’assassinio di un organizzatore dei tipografi compiuto durante lo sciopero dai fascisti, causa lo sciopero nazionale del tipografi che, naturalmente, i dirigenti socialdemocratici si affrettano a far cessare dopo 24 ore. Invano, negli ultimi giorni dello sciopero di Trieste, il Comitato sindacale comunista rinnova alla Confederazione l’invito formale allo sciopero generale di solidarietà contro le prepotenze del governo a Trieste.
Un altro sciopero di non lieve importanza politica è quello che si ha a Torino in segno di protesta contro la feroce condanna nel processo per avvenimenti svoltisi durante il periodo di occupazione delle fabbriche.
Infine, si ricorda Io sciopero generale di Napoli proclamato in solidarietà dei metallurgici e dei lavoratori del porto che si trovavano in lotta contro la riduzione dei salari ed i primi anche contro i numerosi licenziamenti che si minacciavano da parte degli industriali, e la gravissima agitazione dei Lavoratori del mare, notando che gran parte di queste agitazioni sono tuttora in corso, destinate a riaprirsi prima o poi.
In tutti questi movimenti e in altri minori i comunisti hanno spinto alla proclamazione di essi, e vi hanno partecipato In prima linea, e se ne sono anzi resi iniziatori là dove, sono alla direzione degli organismi sindacali.
Questi movimenti dimostrano che anche l’azione generale e nazionale avrebbe assicurata la scesa in campo delle masse: un sol caso l’ostacolò, ed è il disfattismo dei capi sindacali.
I comunisti adunque perseguono la loro azione nella C.G.L., organismo nel quale si sforzano di fare affluire le loro forze proletarie italiane, nello stesso tempo che si prefiggono di mutarne radicalmente l’indirizzo.
Attività nelle cooperative
Dinanzi al movimento cooperativo il nostro partito prese la posizione che fu tenuta in genere dalIa Internazionale Comunista e precisata nelle tesi del convegno di Mosca: utilizzare per la propaganda e l’organizzazione delle masse anche il movimento cooperativo, colla partecipazione ad esso, colla formazione di nuclei comunisti di cooperatori, colla azione per la conquista delle cooperative, ma opporsi a quelle degenerazioni del metodo cooperativistico che tendono al ghildismo.
Come lavoro pratico svolto esso cominciò ad avere una impostazione nazionale con la partecipazione al congresso nazionale della Cooperazione tenuto recentemente a Milano, al quale una pattuglia comunista intervenne a precisare con efficaci discorsi e col voto di una mozione, nonché con la critica dell’equivoco atteggiamento politico dei dirigenti opportunisti della Lega, il nostro punto di vista in materia.
In seguito al congresso si costituì il Comitato tra i cooperatori comunisti che ha sede in Torino, e che procede d’intesa con il Comitato sindacale e il partito a disciplinare e coordinare l’azione comunista nel movimento cooperativo.
Compito di questo comitato è altresì di seguire e organizzare la partecipazione nostra al movimento mutualistico, e ad altre forme di organizzazioni di assistenza proletaria.
Il lavoro è appena al suo inizio ma non potrà non prendere un grande sviluppo e riserbare notevoli successi al nostro partito, come già si è comincialo a verificare nel Piemonte, in Liguria, nella Venezia Giulia, in Emilia, ecc.
Rapporti col Partito socialista
A questo punto vengono esaminati i rapporti che sono intercorsi col Partito socialista.
La rottura che avvenne con la scissione di Livorno non poteva non apportare con sé una vivissima polemica tra il partito comunista e coloro che nel partito socialista erano rimasti. Il partito nostro aveva lo stretto dovere di esporre alle masse le ragioni del suo sorgere, mentre era evidente che dall’altra parte si tendeva a menomare l’Importanza dell’avvenimento e del nuovo partito e a limitare le ripercussioni della scissione sul seguito che tradizionalmente aveva il partito socialista.
Mentre questo faceva il possibile per evitare una vasta discussione di principio da cui sarebbe uscita la dimostrazione del proprio voltafaccia, le dichiarazioni programmatiche dei comunisti e la loro obiettiva critica alla funzione del partito socialista venivano parate con attacchi personali e volgari insinuazioni tendenti a sfruttare con risorse demagogiche la ingenuità dei lavoratori. Ne seguì la stretta necessità di una violenta polemica contro i socialisti da parte del partito e della sua stampa.
Sarebbe un errore credere che il tono vivace di questa polemica fosse voluto dalla minoranza dirigente del partito e avesse per effetto di allontanare da noi Ie masse: i fatti stanno a dimostrare che il dissidio nasceva alla base e nelle file stesse degli operai, e che, dall’altro lato, non solo le polemiche dei comunisti anziché danneggiarlo hanno data una ragione di vitalità al movimento proletario nei momenti difficili, ma esse hanno migliorata la nostra posizione, o almeno hanno sempre agito in tal senso contro altri spiegabili coefficienti di cui in seguito potrà dirsi. Infatti la dimostrazione palmare di questo fatto sta nella constatazione che laddove i nostri compagni non presero una decisa posizione di attacco ai socialisti nei sindacati, nelle elezioni e in ogni altra circostanza, ivi il nostro movimento subì non liete vicende.
La posizione di principio su cui verteva la nostra polemica era quella di dimostrare la opportunità del metodo col quale era avvenuta la scissione di Livorno, ed i caratteri anticomunisti non solo della tradizionale destra riformista del P.S.I. ma sopratutto, come più pericolosa, della tendenza centrista serrattiana colle sua pose di intransigenza e di rivoluzionariamo.
Lo svolgimento dei fatti dimostrò che questa critica era più che giustificata. Tutto il partito socialista andò sempre più gravitando verso destra e verso il dominio incontrastato del riformismo collaborazionista.
II Congresso Internazionale di Mosca, nel discutere l’appello presentato dal partito socialista contro la sua esclusione, interpretò diversamente la situazione Italiana e rinnovò l’ultimatum al P.S.I. esigendo la esclusione dei riformisti per la sua riammissione nell’Internazionale. Il congresso di Mosca si orientò verso la convinzione che il partito socialista si sarebbe scisso. Il nostro partito con ampie relazioni in materia precisò invece il suo diverso punto di vista presso l’Internazionale. Esso previde come sarebbero andate le cose, con l’allontanamento di ogni possibilità di contrasto pratico tra la politica del nostro partito e quella della Internazionale, esponendo a Mosca che nessuna scissione sarebbe avvenuta a Milano e che una piccola frazione avrebbe sostenuta la esclusione dei riformisti, ma non per le ragioni collimanti colle direttive nostre e affermate da noi a Livorno, né con la decisione di uscire in caso che non si fosse effettuata la scissione dal partito socialista.
D’altra parie II nostro partito osservava che nella ipotesi di una scissione tra intransigenti e collaborazionisti, ossia sulla quistione che era sul tappeto al congresso socialista di Milano, non si sarebbero verificate quelle condizioni che sono necessarie per la entrata nella Internazionale, a cui non basta che si espellano i fautori della collaborazione borghese, ma anche tutti coloro che sono contro la lotta rivoluzionaria e la preparazione della dittatura proletaria, così come lo era tutto il partito socialista compresa la frazione dirigente di sinistra, responsabile di vergogne come la pacificazione con i fascisti. Ripetiamo che questo contrasto fu eliminato dai fatti. Dopo il congresso di Milano la Internazionale con una sua dichiarazione, il testo della quale rispondeva ai desideri della nostra Centrale, escludeva definitivamente il P.S.I. dalle sue file.
Restava il problema dell’atteggiamento da tenere verso la frazione Lazzari-Maffi-Riboldi. Il nostro partito precisò la sua posizione col suo manifesto al lavoratori socialisti, che li invitava a venire nelle sue file aprendo gli occhi sulla rovinosa politica socialista, e colla decisione di non accettare adesioni di gruppi, né di avere contatti ufficiali colla organizzazione di frazioni nel seno del P.S.I., poiché i singoli elementi di tendenza affine alla nostra erano chiamati a passare nelle nostre file e non invitati a fare un lavoro per noi nelle file socialiste. Disposizioni interne chiarirono che gli elementi proletari potevano e dovevano essere cordialmente accolti, come in genere tutti quelli che erano sinceramente convinti nel venire a noi, e le ammissioni pur seguendo le norme statutarie dovevano essere facilitate nello sbrigarne la procedura. In tal modo non pochi sono stati i casi di socialisti passati a noi anche con aperte dichiarazioni contro la politica del loro antico partito.
Il Congresso – dice la relazione – può compiere un atto conclusivo della felice soluzione che ha avuta la famosa «quistione italiana» col concedere a tutti coloro che rispondendo ai nostri appelli sono passati nei nostri ranghi da Livorno ad oggi e che militavano prima nel P.S.I. gli stessi diritti statutari dei soci che fanno fin dal primo momento parte del partito comunista. Da ora innanzi la base organizzativa del nostro partito è solidamente stabilita, come punto di partenza per l’incessante assorbimento di nuovi militi attraverso l’opera condotta tra le masse.
Quanto alla frazione Maffi essa non è stata trattata con ostilità dal nostro,partito e dalla nostra stampa; a parte le obbiettive critiche a quanto essa ha di incompleto e indeciso nel suo atteggiamento. Non si sono evitali alcuni esperimenti di collaborazione sindacale con essa, che se non hanno avuto più grande ripercussione deriva appunto dalla posizione equivoca in cui si trova chi voglia fare opera rivoluzionarla nelle file del partito socialista. In ogni modo, è certo che questo è un periodo di dissolvimento per la sua galoppante degenerazione politica, e sta alla tattica del Partito comunista accelerare il processo di chiarificazione in seno alla massa. Come si dirà ancora più innanzi riteniamo che questo debba raggiungersi con la lotta per la effettiva unità d’azione delle masse collegata armonicamente alla ininterrotta campagna di vergogne dell’opportunismo.
Contro la reazione fascista
L’esame della lotta condotta contro la reazione fascista è preceduto da una esposizione del nostro punto di vista secondo il quale il fascismo è una delle molteplici manifestazioni di un fatto internazionale: la controffensiva borghese contro il proletariato che succedeva al periodo dell’immediato dopo guerra in cui la classe lavoratrice era presa da grande slancio rivoluzionario, ma, meno che in Russia, falliva al suo scopo per la natura della sua organizzazione e della preparazione minate dalle influenze degli opportunisti nei sindacati e nei partiti socialisti. Carattere di una tale offensiva di classe non era solo quello puramente politico di schiacciare e terrorizzare il proletariato perché divenisse impotente ad ogni attacco rivoluzionario, ma anche quello più vasto di ritogliere alle masse le loro conquiste di ordine sindacale per assoggettarle ad un tale sfruttamento, che potesse uscirne il successo del tentativo di ricostituire l’apparato in dissoluzione della economia borghese. Essenzialmente l’offensiva tendeva alla distruzione della organizzazione sindacale nel proletariato cittadino e agricolo, base di un tal grado di sua influenza che anche se fosse stata assicurata la rinunzia ad ogni iniziativa rivoluzionarla ad opera dei riformisti, il suo funzionamento di resistenza economica avrebbe assicurato il fallimento della economia borghese. Disponendo, in piena crisi, per gli errori e le colpe dei capi proletari, di una effettiva forza politica, la borghesia iniziò l’impiego diretto contro le masse comprendendo di lottare per la sua salvezza.
Se questa azione, che si svolse su fronti molteplici, con il terrore disciplinare delle rappresaglie nelle officine, con i licenziamenti in massa, con le denunzie dei concordati che sancivano le conquiste operale, con la reazione poliziesca e giudiziaria, si completò con l’azione di una milizia di classe organizzata dalla borghesia tra elementi vari e variamente guadagnati a una tal causa, al di fuori della organizzazione legale dello Stato, che pure è una organizzazione borghese di classe. La ragione sostanziale di ciò sta nella istintiva coscienza della borghesia che l’offensiva frontale contro il proletariato essendo una terribile arma a doppio taglio, non può da sola sopperire a tutte le esigenze della difesa di classe, ma deve essere integrata col tradizionale mezzo degli inganni democratici e della finzione della neutralità statale dinanzi ai conflitti di classe e di parte.
Il fascismo quindi non è un movimento che tende a mutare le basi della costituzione democratica borghese, bensì a integrare l’azione dello Staio, con tutta la naturale connivenza di questo, e procurandogli al tempo stesso un alibi che eviti che tutte le masse si convincano della necessità di prepararsi per una riscossa diretta contro le istituzioni legali.
Così interpretata, la situazione non presenta alcuna probabilità che il fenomeno fascista abbia a cessare per dar luogo a un regime di liberalismo pratico e di neutralità dello Stato nelle lotte tra classi e partiti, nemmeno nella misura in cui si simulava in altri periodi meno critici l’apparenza giuridica di tutto questo. La situazione tende a due ben distinti sbocchi; o allo schiacciamento del proletariato e dei suoi sindacati e ad un regime di sfruttamento negriero, o ad una risposta rivoluzionaria delle masse che in tal caso contro di sé troveranno la coalizione del fascismo, dello Stato e di tutte le forze che difendono il fondamento democratico delle presenti istituzioni.
Data questa previsione, resta risolta una prima quistione: quella della resistenza da opporre al fascismo. I socialdemocratici predicano la non resistenza alle gesta fasciste perché prevedono o danno ad intendere che se il proletariato rinunzia alle «provocazioni» lo Stato restaurerà contro le prepotenze fasciste il «diritto comune», e in fondo perché sono per principio contro l’impiego della violenza di classe da parte del proletariato: il partito comunista deve sostenere la resistenza con tutti i mezzi possibili e dichiarare che è giusto ed utile adoperare contro il fascismo gli stessi suoi mezzi offensivi, passando ad organizzare la preparazione e l’impiego di tali mezzi.
Tale parola d’ordine veniva data dal nostro partito.
Un secondo problema fondamentale tattico era quello della misura in cui si poteva collaborare con altri partiti proletari che prendevano atteggiamento antifascista, e che dettero luogo al sorgere, in episodi del luglio 1921, di formazioni di lotta dette «arditi del popolo».
La Centrale dette decisamente la disposizione che il nostro organismo di inquadramento dovesse restare affatto indipendente dagli arditi del popolo, pur lottando al fianco di questi, come è molte volte avvenuto, quando si avessero di fronte le forze del fascismo e della reazione.
Tattica generale del Partito
Segue a questo punto un capitolo dove sono ampiamente esaminati i criteri che hanno guidata la Centrale tutte le volte che si è trattato di prendere posizione dinanzi ai grandi problemi dell’azione proletaria nella situazione politica italiana.
Indubbiamente il nostro partito non ha con sé la maggioranza del proletariato italiano, nemmeno se si considera quello politicamente e sindacalmente organizzato.
Resta tuttavia indiscutibile che senza le forze proletarie che ancora sono controllate dal P.S.I. l’azione vittoriosa del proletariato non è possibile, e d’altra pane anche le forze che seguono gli anarchici e i sindacalisti, sebbene sul valore di esse molto si esageri, non possono essere trascurate. Molto resta dunque da fare per condurre la grande massa del proletariato sul terreno della lolla contro la borghesia per il rovesciamento del potere di essa e la realizzazione della dittatura proletaria. Il dimostrare che solo il programma comunista contiene in sé la via per la quale il proletariato può vincere, non è opera sufficiente a spostare i suddetti rapporti di forze.
Fin dal primo momento i comunisti Italiani intesero come una maggiore influenza tra le masse dovesse conquistare sopratutto colla partecipazione effettiva alle lotte di tutti i grandi e piccoli gruppi di operai per i loro interessi immediati, secondo il terzo congresso ha riconfermato: e se vi è un partito che non lavora racchiuso in sé stesso, ma perfeziona il suo apparato interno attraverso il continuo contatto con le masse proletarie e l’azione fra di esse, questo è indubbiamente il nostro partito.
Altrettanto evidente è sempre stato per il centro dirigente del nostro partito che si doveva trovare la via tattica per smuovere rapidamente i grandi strati proletari sottoposti alla guida di altre correnti, e portare il loro sforzo sul terreno dell’azione coi metodi comunisti.
La relazione esprime la recisa convinzione che si è fatto quanto si doveva per ottenere in questo senso il massimo successo. Può sembrare che intrinsecamente il risultato sia ancora scarso, che non ancora si sia verificata una grande convergenza di vaste masse attorno a noi, ma questo è dipeso dalle grandi difficoltà della situazione, e dalle vicende politiche fin qui svoltesi, la cui natura è stata tale che ha permesso di accumulare le condizioni preliminari di vasti successi tattici, salvo a raccoglierne i frutti in ulteriori fasi, che possono non essere lontane.
La scissione del partito proletario, avvenuta troppo tardi, costituiva solo un punto di partenza del compito immane di ritemprare e riorganizzare alla lotta il proletariato. SI trattava anzi tutto di dare a questo un punto sicuro di riferimento, che gli restituisse la fiducia che avevano mostrato di non meritare affatto le oscillazioni del partito socialista e le numerose ma sterili proteste degli anarchici. Una grande confusione regnava nel campo delle tendenze proletarie e nei contrasti delle organizzazioni: il ritorno a sinistra di elementi che durante la guerra erano passati alla causa borghese complicava la situazione: il proletariato minacciava di ridursi ad un informe aggregato di gruppi soggetti a camarille personali senza né programma né indirizzo, né responsabilità organizzativa. Per compiere ulteriori e delicate mosse tattiche era indispensabile costruire anzitutto la base di una organizzazione solida, ben orientata, coerente nei suoi atteggiamenti dinanzi alle masse e ben scevra dalle responsabilità degli errori altrui. Questa premessa darà i suoi frutti più tardi, ma con ben altro effetto da quello che sarebbe uscito da una immediata corsa a smodati atteggiamenti demagogici, ed in questa severità di linea sta non la soddisfazione di uno stupido desiderio di purezza astratta, ma il fallimento clamoroso delle previsioni degli opportunisti che il nostro partito si sarebbe esaurito in poco tempo in manifestazioni chiassose ed effimere come avvenne ad altri movimenti secessionisti di sinistra in Italia.
Il passaggio di larghi strati della massa sulle direttive rivoluzionarie veramente efficaci, si è verificato nel suo aspetto più lento, di graduale e sicuro inquadramento che il Partito, nel ben definirsi da ogni altro movimento politico, è andato realizzando nei vari campi di azione che abbiamo in questa esposizione passati in rassegna. Per realizzare i momenti di più rapida conquista di vantaggi nella influenza del Partito, si tratta di saper seguire la situazione per inserire in essa le iniziative tattiche nostre con efficacia e decisione, senza esitare, ma nello stesso tempo senza giuocare su probabilità non favorevoli tutto quanto si è fino al dato momento realizzato.
Che questo dovesse farsi prendendo di vista quei caratteri della situazione che si definiscono nel termine di offensiva padronale, il nostro Partito lo ha non solo inteso, ma attuato prima di ogni altro.
Il fatto che ancora le masse guardino sia pure passivamente al Partito socialista non è una prova che l’azione del Partito comunista sia stata poco felice o efficace, ma si inquadra nella nostra valutazione della situazione. Malgrado l’imperversare della reazione fascista in Italia, un pericolo gravissimo per il proletariato risiede nella politica di sinistra borghese. Nelle panie di questa potranno domani ancora cadere le masse quando avessero preso un tale slancio da superare la stessa resistenza fascista. Un attimo di esitazione a sbarazzarsi dalle istituzioni statati democratiche o a erigere una ferrea costruzione di dittatura proletaria, l’esitazione a sferrare in tutta la sua estensione la violenza rivoluzionaria e a schiacciare ogni diritto della borghesia dopo una prima sua défaillance potrebbero compromettere la causa rivoluzionaria.
Quindi la tattica del Partito comunista deve essere imperniata solidamente su due punti: preparare lo spostamento delle grandi masse sul terreno rivoluzionario, ed in ogni momento preparare il proletariato alla situazione che immancabilmente lo attende: andare fino in fondo nella lotta contro il governo borghese, qualunque esso sia, e immobilizzare le organizzazioni borghesi di lotta nella dittatura, senza immaginare che su questa via si trovi l’intervallo in cui si possa lottare col fascismo avendo il governo neutrale, o peggio vedere il fascismo disarmato e soppresso dal potere statale.
Non si tratta di una semplice previsione a cui le masse si devono abituare, ma si tratta del problema della organizzazione, della dirigenza del movimento. È in considerazione di questo che il nostro Partito è contro il fronte unico dei partiti, e propone una piattaforma di azione comune del proletariato i cui caposaldi hanno questa natura: escludono che l’azione delle masse sia incanalata nella collaborazione e quindi nel disarmo di classe, spianano la via alle realizzazioni successive nel senso comunista, e non sono tali che esigano l’impegno a riconoscere la superiorità del metodo comunista da parte di altre correnti proletarie.
In questi termini si realizza la soluzione del problema di schierare le masse in lotta contro la reazione borghese, evitando che lo schieramento, magari dopo una vittoria frontale, possa essere facilmente aggirato dalla trasformazione della politica del Governo e della borghesia da fascistica in collaborazionista e socialistoide.
A meno di non rendersi complice di un inganno delle masse, il Partito nostro non potrebbe partecipare ad una riunione di partiti politici senza porre condizioni che già è noto non sarebbero accettate: sul terreno sindacale si può invece fare dei passi utili verso l’unità d’azione, restando sul chi vive contro ogni sorta di insidia, e ponendo il problema che nessuno ha il diritto di respingere senza smascherarsi innanzi alle masse: difesa della vita dei proletari e di quella delle loro organizzazioni con l’azione diretta della massa e delle organizzazioni stesse.
Ma questa tattica deve essere condotta ad occhi aperti e con sangue freddo senza le disperate impazienze di chi sogna i successi della politica proletaria sotto gli aspetti romanzeschi dei terni al lotto o dei contratti col diavolo.
Qualche eccesso di rigidismo sulle linee della nostra dottrina e del nostro saldo bagaglio non nuocerà certo – dice la relazione – ad evitare delusioni e passi falsi, se è cosa ben diversa dal cieco settarismo il senso della disciplina e della fierezza che i militanti del nostro partito stringe attorno alla comune bandiera.
A questa parte strettamente politica fa seguito l’esame di quanto è stato fatto dal partito per organizzare l’azione di soccorso alla Russia.
Conclusione
Indi dopo l’esame di alcune questioni diverse sul modo come il congresso nazionale è stato preparato la relazione così conclude:
Con la esposizione che precede, di cui i compagni vorranno scusare le lacune ed anche qualche parimenti inevitabile ripetizione, ci siamo sforzati di sottoporre al Partito il bilancio di un anno e più di lavoro, ed il materiale di insegnamenti che ne sono scaturiti. Non abbiamo riferito dell’opera di pochi capi, ma di quella di tutto il Partito, al quale va il merito di avere assolto una somma di compiti la cui vastità non può essere messa in dubbio.
Quanto alla Centrale dirigente, essa può avere errato in alcuni casi o in molti, ed in taluni ha naturalmente già constatati e rettificati gli errori: come ben vede e designa le numerose deficienze, tanto che nella presente relazione abbiamo anche voluto trattare di quello che si dovrà fare per colmarle dopo il Congresso, sotto la direzione di coloro che esso eleggerà.
La Centrale del Partito comunista rivendica solo, pur nella coscienza di non avere avuto in sé e attorno a sé tutte le forze che sarebbe stato necessario per fronteggiare l’immenso compito del Partito e la opposizione dei suoi innumeri nemici, rivendica senza reticenza di avere agito con la mira della nostra dottrina e della nostra fede comunista e di non avere mai abbassata per un momento la dignità della nostra bandiera indietreggiando per debolezza, per infingardaggine o per tema di responsabilità innanzi ai doveri dalla milizia rivoluzionaria.
La Centrale chiede anche che sia riconosciuto che, come legittimamente e senza ipocrite reticenze ha preteso e quando occorreva imposto il rispetto alla disciplina da parte di chiunque, così non ha mai prese a mezzo le responsabilità che le toccavano, e nel risolvere le quistioni urgenti ha sempre voluto anche quando molte erano le ragioni di perplessità, dare al Partito delle soluzioni e delle norme nette, sicure e chiaramente orientate, convinta che nella nostra lotta la indecisione dell’azione e il non coordinamento di essa ha talvolta conseguenze peggiori di una attitudine che contenga la inevitabile dose di lieve esagerazione in un senso o nell’altro che non si può scompagnare dalle parole d’ordine lanciate perché siano fortemente eseguite.
Lo spirito informatore dei criteri che hanno guidata la nostratattica, oppure alcune soluzioni tracciate a questioni parziali, possono dal Congresso, nel suo compito di revisione della nostra esperienza per le ulteriori battaglie e di definizione delle linee di un nostro preciso programma di lavoro e di lotta, essere giudicati erronei ed essere rettificati. In tal caso a noi non resta che disciplinatamente augurare che la nuova Centrale possa operare nel senso di assicurare al Partito maggiori successi, conducendo alle più grandi vittorie la milizia che noi sappiamo di consegnare non macchiata di indegnità ai suoi compiti supremi.
E mentre il Congresso apre i suoi alti dibattiti eleviamo irresistibile il grido:
Viva il Partito Comunista d’Italia!
Sempre sulla questione agraria
Una critica radicale
Giorni sono, discutendo su queste colonne alcune osservazioni del compagno Judicello sulle tesi agrarie, rilevavo come esse partivano da uno stato d’animo, comune a non pochi compagni, per lo meno d’incertezza, se non addirittura di negazione, di fronte al modo con cui io e il compagno Graziadei, seguendo i principi stabiliti dai Congressi internazionali, abbiamo cercato di risolvere il problema dell’attitudine del P.C. di fronte alle rivendicazioni delle varie categorie di lavoratori rurali: modo che ne resta caratterizzato specialmente dall’abbandono della funeste utopia della socializzazione integrale della terra e del riconoscimenti della necessità di conservare la piccola proprietà terriera, fino a tanto che lo sviluppo dello Stato proletario non avrà creato le premesse materiali e tecniche della socializzazione. Esprimevo anche il rincrescimento che questo stato d’animo, se traspariva abbastanza chiaramente da alcuni rilievi ed osservazioni, non si fosse però mostrato risolutamente, a bandiera spiegata, almeno sulla stampa, in modo da permettere una discussione di principio.
Debbo ora in parte rettificare: una critica «radicale» delle tesi agrarie era effettivamente comparsa, a firma di Ruggero Ruggeri sul «Sindacato Rosso», anno II, n. 3, che io però ho potuto vedere solo in questi ultimi giorni.
In realtà neanche queste «Osservazioni» costituiscono base per una discussione di principio perché l’autore di esse si affretta a premettere che «in linea di principio condivide intieramente il pensiero della Terza Internazionale sul complessivo problema dei contadini». Ma anche un fatto che esse, negando la più importante ed essenziale conseguenza logica delle tesi agrarie di Mosca, vengono indirettamente, ma non meno nettamente, a negare anche queste ultime, nonostante la diplomatica premessa. Vediamo dunque.
1. Battuta esegetica
Al R. non piace la nostra espressione di «rendita fondiaria separata dal lavoro». Egli la interpreta come se con essa implicitamente si ammettesse la possibilità di «una rendita unita, o meglio, dipendente dal lavoro, il che non è»; vale a dire la interpreta come se essa avesse voluto dire «rendita fondiaria quando è separata, ecc.», mentre in realtà dice soltanto «rendita che è separata dal lavoro». Come si vede, è una semplice questione di grammatica, su cui non è davvero il caso di approfondirsi troppo. L’espressione da noi adoperata sarebbe perfettamente corretta anche se fosse esatta la definizione che R. dà della rendita, che secondo lui è «il provento che ricava il proprietario di terre indipendentemente da qualsiasi attività produttiva impiegata sul fondo». Orbene, questa definizione, non è soltanto è molto … grossa, ma anche falsa. Ecco, infatti, come la rendita è definita da Marx: «La Concurrence rivelant le prix de marchè, le produit du meilleur terrain sera payè tout aussj cher que celui du terrain inferieur. C’est l’exeédant du prix des produits du meileur terrain sur les frais de leur production qui constitue la rente» (Misère de la philosophie, ed. Giard 1896, p. 220). Ora, questa eccedenza si ha tanto nel caso che il terreno migliore sia posseduto da un signore che non vi impieghi «qualsiasi attività produttiva», quanto se esso appartiene allo stesso contadino che lo lavora. Per cui, può esservi anche rendita unita al lavoro.
2. Una contraddizione ed una inesattezza
Il R. si scaglia contro il nostro assunto (paragr. 14 delle tesi) che occorra fomrulare distinto programma d’azione e all’occorrenza creare anche organizzazioni distinte delle varie (tre) categorie di salariati agricoli a seconda delle diverse condizioni dell’azienda in cui sono impiegati. Ora, se seriamente, e non solo per diplomazia, si ammettono le tesi agrarie di Mosca, è evidente che il programma, almeno quello finale, deve essere diverso per ciascuna di queste categorie; e cioè la socializzazione per i salariati delle grandi aziende agricole progredite e industrializzate, la ripartizione individuale o cooperativa per le grandi tenute a condizione primitiva, l’accordo col datore di lavoro per le piccole aziende a conduzione famigliare diretta, esenti da esportazione. Quanto al programma immediato, lo stesso R., con singolare contraddizione, ammette che la differente condizione dei datori di lavoro possa «indurre i salariati a pretendere rimunerazioni diverse». Ma questa dei salari, delle tariffe di rimunerazione del lavoro, non è forse il punto più importante del programma di lotta di tutti i salariati? E se si ammette una diversità in questo punto, come si fa a negare che nel formulare il programma d’azione per i salariati occorra tener conto della diversità di condizioni delle singole categorie?
E se si ammette, come di fatto si ammette, diversità di programma, si deve ammettere anche la possibilità, all’occorrenza, noi diciamo, di badi bene, non di regola, di diversità di organizzazione. L’obbiezione del R., che il salariato agricolo passando spesso per tutte e tre le categorie in breve tempo, in un mese, dovrebbe ogni volta cambiare programma (di questo non è più il caso di parlare) ed organizzazione, parte da un’inesattezza di fatto, e da non avere ben capito lo spirito della nostra proposta. Questa divide i salariati in tre categorie a seconda della natura dell’azienda in cui lavorano: grande azienda agrario-industriale, grande tenuta primitiva, piccola azienda contadinesca. Ora, perché il pericolo accennato da R. esistesse realmente, occorrerebbe che tutti e tre questi tipi d’azione coesistessero in uno stesso territorio, il che non è. Generalmente, infatti, a seconda delle regioni prevale, in Italia, l’uno o l’altro tipo di azienda, e quindi l’uno o l’altro tipo di salariato; e il lavoratore agricolo, rimanendo nella stessa zona, per lo più passerà da un’azienda a un’altra dello stesso tipo, non ad aziende di tipo diverso. Mutando località, può avvenire più spesso che muti anche il tipo dell’azienda in cui si colloca: ma in questo caso egli anche indipendentemente da ciò, mutando località, deve passare ad un’altra organizzazione.
3. Il punto centrale: lotta dei contadini o alleanza?
Il Ruggeri riconosce «la necessità di attirare a noi questa importantissima categoria di lavoratori (della terra), e non solo i braccianti, gli avventizi, i giornalieri, chè questi vengono spontaneamente al nostro fianco, ma anche i cosiddetti piccoli coltivatori».
Orbene, come intende egli attirare a noi i piccoli coltivatori (piccoli proprietari, coloni, mezzadri, fittuari, ecc.)?
Proclamando che costoro sono tutti ugualmente sfruttati del salariato!
Se questa concezione fosse esatta, e tuttavia si ritenesse opportuno un accordo del P.C., del partito proletario, con tali elementi, ciò significherebbe volere l’accordo degli sfruttati con gli sfruttatori, la impossibile alleanza tra classe dominata e classe dominante.
Il vero è che questa concezione che il R. – e non lui solo – ha del piccolo coltivatore, se risponde all’antica ideologia socialdemocratica che tanti insuccessi procurò in passato al movimento agricolo in Romagna, è affatto errata. Sfruttamento si ha quando il datore di lavoro si appropria i prodotti che non egli, ma un altro ha creati. È questo il rapporto che ordinariamente corre tra il piccolo coltivatore-lavoratore, proprietario o semiproprietario, e il salariato da lui assunto? Vediamo. Anzitutto il contadino, lui e la sua famiglia, lavorano anch’essi la terra propria o quella tolta in fitto: e non solo la lavorano quanto il salariato, ma chiunque ha veduto l’uno e l’altro al lavoro, può attestare – e ciò d’altronde è ovvio e naturale – che il lavoro del contadino «indipendente» è ben altrimenti continuativo, intenso, rabbioso quasi di quello del salariato. Il contadino lavora la sua terra di giorno, tutto il giorno, e spesso anche di notte, senza conoscere limitazioni d’orario, né 8 ore, né turni, né riposi festivi: e lavora senza nessun risparmio delle proprie forze e di quelle dei suoi famigliari. Può dirsi, dopo ciò, che i prodotti che egli ricava dalla terra siano risultato di sfruttamento del lavoro dei salariarti, ch’egli adibisce per lo più soltanto perché la natura speciale dell’agricoltura richiede che mentre per i lavori ordinari il contadino basti da sé, per lavori di stagione, che non si possono rimandare, abbia bisogno di lavoro ausiliare (p. e. durante la mietitura, ecc.)? O non piuttosto il prodotto della terra coltivata è per il contadino la ricompensa del proprio lavoro, come tale è il salario per il salariato?
Dunque, contadino e salariato agricolo sono entrambi lavoratori, allo stesso titolo, e l’uno non sfrutta l’altro. Non è rapporto di sfruttamento quello che corre tra di loro, ma rapporto, sebbene inconscio e purtroppo non di rado ottenebrato e sconvolto da pregiudizi e da ignoranza loro o di cattivi pastori, di cooperazione. Non vi è tra loro, come dice il R. contrasto «pieno ed assoluto», ma bensì incertezza e controversia circa la ripartizione del prodotto ottenuto dal lavoro in comune. Il salariato ha la sua parte in misura fissa in antecedenza, per lo più in denaro, talvolta anche, almeno in parte, in natura; il contadino la ha sempre in natura, ma non in misura fissa e si cura, e se può avvenire che un buon raccolto gli faccia ottenere una parte proporzionalmente maggiore di quella del suo collaboratore a salario, può però anche avvenire – e non di rado avviene – tutto il contrario. Ciò posto, non l’aiuto ai salariati in tutti i casi e senza eccezione contro i piccoli coltivatori perché sfruttati gli uni e sfruttatori gli altri, come sostiene il R. – maniera veramente singolare di attirarsi i piccoli coltivatori! – è il compito del P.C., ma quello di trovare la via migliore per risolvere un contrasto che non è affatto di natura essenziale, che è piuttosto quantitativo che qualitativo. Noi abbiamo indicato nelle tesi il sistema del contratto di compartecipazione proporzionale al prodotto, da sostituirsi a quello di salario. Potrebbe anche impiegarsi utilmente a tale scopo la «gleiende Lohnskala»; e altre forme razionali di contratto potrà suggerire via via l’esperienza.
Ma se alleanza vi dev’essere – e dev’esservi per ragioni politiche ed economiche – non ci si venga a dire che uno degli alleati, il salariato, abbia sempre e senza restrizioni il diritto di assalire l’altro! Questa sarebbe l’alleanza del mulo con la sella: e i contadini, che non affatto dei gonzi, capirebbero subito il significato di una tale «alleanza», e ce lo mostrerebbero passando alla controrivoluzione.
4. Due «ingenuità»
Una è quella, secondo il nostro criterio, di ritener possibile che i salariati rinunzino a lottare contro il piccolo proprietario-lavoratore per associarsi invece a questo nella lotta contro il Governo. Intanto, noi non abbiamo detto che questo fronte unico debba essere rivolto soltanto contro il Governo, ma anche, e in prima linea, contro i rappresentanti locali della borghesia parassitaria, contro i signori terrieri e i loro segugi annidati nelle amministrazioni locali per angariare tanto i proletari quanto i piccoli proprietari e addossare loro tutte le spese e i tributi locali, per usurpare gli uni e agli altri le terre e altre rendite comunali, ecc.; contro gli usurai di villaggio, contro le sanguisughe del piccolo commercio locale; e anche, naturalmente, contro il pretore che non fa mai giustizia ai poveri contro il maresciallo dei carabinieri che se la prende sempre coi poveri; ecc., ecc. Ed è un campo abbastanza vasto, e che, specialmente nel Mezzogiorno, tocca troppo da vicino la vita di ogni giorno, gli interessi immediati tanto del piccolo proprietario come del giornaliero, perché non sia possibile tentare di coalizzare su questo terreno di lotta i due elementi. Certo sarebbe più che ingenuo tentarlo con organizzatori che avessero al riguardo dei piccoli proprietari la mentalità del Ruggeri.
L’altra ingenuità sarebbe quella di credere possibile risolvere mediante arbitrato (si badi, dell’organizzazione locale di cui entrambe le parti contendenti sono inscritte) le controversie su cui piccoli proprietari-lavoratori e salariati non si siano messi d’accordo. Intanto, se tale arbitrato fallisse, non si farebbe altro che tornare allo stesso punto, da cui il R. vorrebbe partire sempre ed in ogni caso: la lotta. E l’organizzazione locale, e quindi il P.C. di cui essa segue le direttive, avrebbero sempre il merito e il prestigio d’aver tentato l’accordo tra due categorie di lavoratori non sfruttatori, anziché spingerne senz’altro una alla lotta. È poi sicuro il R. che tale azione di arbitrato fallirebbe sempre? Non abbiamo visto, nel 1919 e 1920, in Romagna, cioè nel paese in cui più aspre erano state le lotte tra piccoli coltivatori e bracciati, stabilirsi sotto la direzione del Partito socialista, allora ancora in parte rivoluzionario, il fronte unico tra loro?
Noi siamo invece profondamente persuasi che organizzazioni rurali ben guidate da capi che non abbiano pregiudizi e che abbiano capito lo spirito della tattica stabilita dall’Internazionale comunista verso i contadini, dirette da una Partito comunista ben disciplinato, in possesso di idee chiare e di precise direttive d’azione, possa raggiungere quell’accordo, quell’alleanza vera e onesta tra proletari e contadini, senza cui la rivoluzione proletaria difficilmente potrà entrare nel campo della realtà pratica, e se vi entra, assolutamente non potrà durarvi.
Questa convinzione è alimentata dalla coscienza, che il sempre più intensificato sfruttamento cui la casta capitalistica dominante dovrà tentare di sottoporre tutti coloro che lavorano, nel suo disperato sforzo di prolungare la propria agonia, farà stringere attorno alla bandiera comunista tutte le categorie oppresse, senza distinzione, convogliandole verso il fatale sbocco della rivoluzione socialista.
GIOVANNI SANNA
Tesi agraria e piccola proprietà
Ci piace rilevare come nella tesi agraria predisposta dai compagni Sanna e Graziadei, per il prossimo Congresso Nazionale è messa in buona luce l’importanza del movimento agrario nella politica generale del Partito: era una necessità specie dopo gli ammonimenti venutici dalla Russia e dalla Ungheria.
Preoccuparsi maggiormente della campagna e dei contadini: ecco uno dei capisaldi della politica del nostro Partito; non va dimenticato infatti che, se è vero che nelle città è accentrato il potere, è altrettanto vero che nelle campagne è fondamentalmente distesa l’economia, che è poi la sostanza della politica.
È pertanto opportuna e consigliabile la istituzione della Sezione Agraria nel seno dell’Esecutivo del Partito come propongono i relatori: Sezione che deve non solo provvedere alla propaganda e organizzazione, ma dare anche la coltura tecnica.
L’istruzione tecnico-agricola, non solo ci occorre per una preparazione generale di partito agli eventi dell’avvenire, ma per tutti i piccoli proprietari, per gli affittuari, i mezzadri, ecc., che sono essi stessi coltivatori e dirigono le loro aziende.
Va fissato subito il concetto che i piccoli proprietari, e sono milioni in Italia, se guadagnati al Comunismo, apporterebbero sottraendolo in più alla influenza dei controrivoluzionari, un elemento formidabile di patrimonio terriero disposto a seguire le sorti del nuovo regime e assieme un contingente notevolissimo di energie provate e predisposte psicologicamente e mentalmente, alla direzione tecnico-economica di aziende agrarie. Questo in contrapposto ai salariati agricoli che sono, è vero, degli elementi rivoluzionari di primo ordine, ma, appunto perché salariati e spessissimo specializzati, di difficile adattabilità a funzioni diverse dalla consuetudine, e quasi sempre poco adatti a dirigere la produzione di un’azienda.
Abbiamo richiamato subito un confronto fra piccoli proprietari e salariati perché è appunto nella diversa valutazione e diversa destinazione assegnata agli uni e agli altri dai relatori che troviamo una grave lacuna o deficienza della tesi.
A volere elencare anzi e riassumere le deficienze vere e proprie che noi rileviamo nella tesi agraria, possiamo segnare i seguenti punti: 1 – il non riaffermare, in un’occasione così solenne, che l’agricoltura ha una posizione preminente, in economia, di fronte alle industrie dato che queste effettivamente si alimentano e dipendono da quella (è istruttiva al riguardo anche l’attuale lotta degli industriali per indurre gli agrari a minori pretese sui prezzi delle loro materie prima); 2 – il mettere i piccoli proprietari al di sotto dei salariati e prospettare la piccola proprietà come destinata, di massima, ad essere assorbita dalla grande azienda. In tutta la tesi vi è come diffuso un preconcetto verso la piccola proprietà, vi è come disseminata l’idea di doverla sopportare e sospingere ad essere assorbita (Art. 15: «Lo stato proletario farà ai salariati agricoli condizioni tali di lavoro, di rimunerazione, di previdenza e tutela sociale che la loro situazione risulti superiore a quella del piccolo contadino autonomo, il quale così più facilmente si indurrà a passare anch’egli in tale categoria»); 3 – la distinzione troppo recisa e netta, quasi non vi siano interdipendenze sostanziali, tra grande e piccola proprietà; 4 – il non riconoscere e valorizzare gli elementi di economia agricola comunista già esistenti e consolidati nella psicologia delle masse contadine, specie montanare.
Le nostre obbiezioni basano, come si vede, su questi due elementi: l’importanza della piccola proprietà e diciamo meglio della piccola azienda e l’importanza degli elementi tradizionalmente comunisti della campagna. Lasciando per ora questo ultimo argomento che merita trattazione speciale, ci soffermeremo più che tutto sulla questione della piccola proprietà.
Giova rilevare anzitutto le caratteristiche della tecnica della produzione agricola in confronto dell’industria.
Nell’agricoltura entra in piccola proporzione l’elemento mano d’opera mentre gli elementi naturali (come terreno, concimi, acqua, calore, ecc.) vi hanno influenza dominante. Al contrario nell’industria propriamente detta entrano in parte quasi infinitesima gli elementi naturali e quasi tutto è mano d’opera e materia prima da lavorare. Di qui il carattere di estensività e di libertà di sviluppo delle produzioni agricole contro il carattere di raccoglimento, di intensitività e di sovrapposizione degli organi di produzione dell’industria (vedi l’ordinamento degli stabilimenti); quindi anche, nella agricoltura, la maggior difficoltà di collegamento e di dominio delle funzioni particolari e il bisogno di frazionamento in tante unità produttive.
Ne viene di conseguenza che, mentre in linea di massima e giustamente, la bottega del piccolo artigiano può essere classificata un non senso economico, la piccola azienda agricola, specie se dispersa nella pianura o sui dirupi della montagna, deve essere riconosciuta, in massima, come una necessità tecnica e quindi anche un elemento produttivo di primo ordine.
Questo, come diciamo, in linea di massima; e veniamo alle considerazioni particolari.
Un elemento che è spesso dimenticato nello studio dell’economia agraria è quello della interdipendenza tra la grande e la piccola azienda agricola.
La grande azienda agricola ha sempre aggregata a sé poca mano d’opera fissa e continuativa mentre ha poi i periodi di grande impiego di avventizi (zappature di cereali, mondatura risi, raccolte in genere); in questi casi assorbe, dai dintorni, gli operai agricoli che di solito sono poi piccoli proprietari (o mezzadri). Questi alla loro volta hanno stretto bisogno della grande azienda: per la monta taurina per es., per l’incubazione dei bachi, per l’irrigazione, per la segatura legnami, la macina d’olio, per la selezione delle sementi, ecc. All’infuori quindi e al di sopra della stessa volontà dei singoli c’è l’esigenza delle cose: il piccolo proprietario paga ma ricorre alla grande azienda; il grande proprietario paga, ma ricerca forze del piccolo coltivatore.
Ci sono poi dei rapporti speciali che non hanno minor importanza: il grosso proprietario che ha grandi coltivazioni di gelsi, da ai piccoli proprietari il seme dei bachi e la foglia per ricavare, unendo le molte forze dei piccoli, maggiore prodotto dai suoi terreni; dà talvolta il bestiame alla guadagna, pascolando così, coi capitali propri anche sulle disponibilità foraggere dei piccoli proprietari.
E i rapporti fra piccole e grandi aziende sono molteplici e più importanti di quanto comunemente si crede.
Ci siamo fin qui riferiti alle aziende agricole di pianura che hanno una loro propria fisionomia, sono prevalentemente industrializzate, con produzioni a ciclo breve (cereali, canapa, foraggi annuali, ecc.) e prevalentemente a conduzione e proprietà individuale. In montagna, dove le grandi aziende sono prevalentemente a base di produzione a ciclo lento e continuo (boschi e pascoli), con scarsissimo bisogno di mano d’opera, che sono nella maggior parte dei casi a conduzione e di proprietà collettiva (Comuni, Consorzi, Società), l’interdipendenza fra la grande e piccola azienda diventa una vera integrazione e compensazione, in natura, dei reciproci servizi.
Tale compensazione vi è spesso disciplinata da regolamenti, ma spesso anche è lasciata alla discrezione degli utenti il che non impedisce, e non sono rari i casi, che le cose procedano senza inconvenienti e senza danno all’economia produttiva. Intanto si ha risparmio notevole nelle spese di direzione, di sorveglianza, di scritturazione, ecc.
È in questo campo che è visibilissima la possibilità, la necessità anche di coesistenza della piccola e grande azienda della piccola e grande proprietà.
Intanto non v’è chi possa mettere in dubbio che là dove sono dislivelli, discontinuità e delimitazioni naturali del terreno non si debbano stabilire e far vivere delle piccole aziende. Ma dove bisogna fissare bene l’attenzione è nel fatto che, tanto in pianura che in montagna le grandi e le piccole aziende si integrano e si aiutano a vicenda. Ora, ammesso questo principio di funzionamento tecnico, bisogna praticamente intendere che anche in regime comunista si dovranno stabilire aziende grandi – grandi quanto la tecnica agraria premetta secondi i singoli casi – e ai margini ed a completamento di esse, tutte quelle piccole aziende che contribuiscano a sfruttare maggiormente il complesso della superficie terriera come pure per soddisfare il bisogno di collocamento delle famiglie.
La piccola proprietà, che così spesso e grossolanamente si condanna, ha poi degli elementi di reddito e di tornaconto misconosciuti, ma non pertanto di grande portata ed è per questo che colla stessa unità di terreno, essa riesce a dare, se bene organizzata, maggiore prodotto e maggiore utilità pratica che non la grande proprietà.
Si potrà essere contrari fin che si vuole, ma i fatti sono questi: che essa rende possibile l’utilizzazione di tutti i ritagli di tempo e anche delle forze minime della famiglia e triplica la produzione colle successioni delle colture senza mai lasciar scoperto il terreno, colle intense concimazioni, le irrigazioni e perfino la sovrapposizione delle coltivazioni (arboree ed erbacee nello stesso tempo e nello spazio di terreno).
Questo nel fatto e come elementi palesi a tutti, mentre l’elemento fondamentale dell’economia di tutta la piccola azienda è costituita dal fatto della permanenza del piccolo coltivatore sul suo pezzo di terreno. Permanenza che vale e significa: evitare un dislocamento notevole di mano d’opera come avviene giornalmente nelle grandi aziende; evitare il trasporto di attrezzi e materie; permettere la consumazione sul posto di gran parte dei prodotti e quindi evitare il trasporto al centro di prodotti e di materie concimati dal centro alla periferia.
È abbastanza noto il segreto del tornaconto degli allevatori di pecore nei latifondi e nelle lunghe emigrazioni: il piccolo animale trasforma l’erba che bruca direttamente in lana ed in carne. La piccola proprietà è un po’ come la pecora e prepara alla mensa del coltivatore l’alimento col minimo di dispendio possibile.
La grossolana guerra mossa fin qui, anche nel vecchio Partito socialista, alla piccola azienda e piccola proprietà non ha mani tenuto conto degli elementi più sopra ricordati e per i quali è evidente che la piccola proprietà dà un minimo peso ai servizi dei pubblici trasporti, di manipolazioni e scambi per cui, in definitivo, sulla bilancia della pubblica economia, essa non è seconda alla grande azienda.
Ha un lato veramente detestabile e rovinoso la piccola proprietà ed è quello di favorire nell’individuo la tendenza ad appartarsi a vivere indipendentemente e bastare a sé medesimo, svincolandosi, con l’avvicinare la produzione al consumo, dal giogo del prezzo del mercato: crea la diffidenza verso i confinanti e così approfondisce sempre più le radici dell’egoismo; intanto i muri, le reti, le siepi, i sentieri si moltiplicano a dismisura con grave impiego e perdita di capitale e con danno alla stessa materiale produzione del terreno; costringe così anche la psicologia del piccolo coltivatore ad arretrare verso concezioni economiche e morali da medioevo. Tutto ciò è verissimo ma ciò è pure destinato a sparire come per incanto per cui le grandi tenute non saranno più in mano allo speculatore privato, ma allo Stato o al Comune o alla Cooperativa; per cui tutti i vecchi pesi alla piccola proprietà (come fitti, livelli, ipoteche, ecc.), cesseranno; per cui la grande azienda sarà obbligata a mettersi in rapporto colla piccola e per cui i benefici dei pubblici servizi (energia elettrica, strade, teleferiche, scuole e servizi medici, ecc) dovranno estendersi intensamente dovunque. Cesserà naturalmente, anche il giogo ferreo del prezzo del mercato per vendite per le compere.
Sarà quella una vera liberazione che, permettendo la visione di una vita migliore, predisporrà anche l’animo dei piccoli coltivatori a nuovi adattamenti che saranno necessari per il riordino della piccola proprietà.
E passiamo alla questione della proprietà propriamente detta, cioè della libera disponibilità dei terreni.
Premettiamo che né in Russia, né nei nostri programmi di Partito è insegnato ed affermato che famiglia, casa e piccolo corredo patrimoniale di famiglia debbano essere aboliti. Nel manifesto stesso di Marx e di Engels è lamentato ed elevato ad accusa il dissolvimento e la corruzione che lo sfruttamento industriale esercita sulla famiglia; ora vale la pena di riaffermare una volta ancora che il piccolo bene di famiglia dovrà sussistere, come dovranno sussistere casa e famiglia e formare dovunque, specie nell’ambito agricolo, le fondamentali cellule sociali ed economiche.
Ma nell’ambiente dell’azienda familiare, e nel caso nostro della famiglia contadina vanno riconosciuti e distinti due elementi: vita della famiglia e gestione dell’azienda agricola.
Questa ultima è la parte che nella piccola proprietà ha obblighi di carattere generale e pubblico e quindi dovrà ammettere anche una certa ingerenza della legge.
Tale ingerenza però dovrà limitarsi più ci si allontana dai centri per portarsi verso le distese campestri o verso i dirupi delle montagne. Colà i piccoli proprietari sono le vere forze pioniere, sono i Robinson Crosuè che vanno a costituire le prime cellule delle future aziende agricole, grandi o piccole non si sa ancora; sono i benemeriti dell’appoderamento fondamentale e vanno premiati e incoraggiati con la libertà assoluta di poter disporre dei terreni che possiedono. Questa libertà è, in effetti, la proprietà del concetto attuale e corrente. In regime comunista i terreni dei piccoli coltivatori, all’infuori del riscatto o modificazioni imposte dalle più grandi linee tecniche delle aziende avvenire, dovranno essere lasciati liberi dai balzelli in compenso dell’attaccamento e permanenza di forze produttive su di essi; di essi terreni che non sono ancora, e forse anche non saranno mai, adatti alla gestione industrializzata e collettiva.
Sul tema della piccola proprietà crediamo di poter facilmente concludere: che essa, in regime comunista, andrà bensì corretta e disciplinata, ma ritenuta come branca indispensabile della nuova economia agricola; che, nonché difficile, sarebbe un errore grave volerla distruggere o anche solo menomare; per ragioni di tecnica produttiva in quanto interpreta pienamente il carattere di estensività della agricoltura e relativo discentramento e fissazione delle forze; per ragioni sociali in quanto, non potendosi influire sul numero degli abitanti di un paese è pur giocoforza costringere la natura ad accoglierli tutti e tutti nutrice sovraccaricando il meno possibile di servizi pubblici di dislocamento e trasporto; per ragioni di elevazione anche morte della famiglia che nei grandi concentramenti delle città e dei quartieri annessi alle grandi aziende è terribilmente corrosa e pregiudicata.
La guerra europea ha precipitato la rivoluzione russa ed ha preparato nella psicologia umana un substrato rivoluzionario che può darci in brevissimo delle sorprese e dei movimenti impensabili; d’altronde bisogna riconoscere che l’ambiente agricolo (specie nella psicologia degli individui) è meno predisposto e pronto che quello industriale per un integrale mutamento e nuova radicale sistemazione.
Abbiamo l’obbligo di essere pratici e di tenere in gran conto degli esperimenti altrui. L’ultimo Congresso Panrusso ammettendo che «i terreni non possono in alcun modo venire comprati e venduti» esplicitamente dichiara: «non dobbiamo credere che le Comuni agricole già create in numerosi villaggi, costituiscano l’unica base del nuovo sviluppo agrario. Ai contadini deve essere accordata una certa libertà di scelta fra le varie forme che possono essere adottate: Comune agricola, azienda particolare, cooperativa fra contadini». Nel concetto dell’azienda particolare e nella cooperativa fra contadini, entra, secondo il nostro modo di vedere, la sostanza della nostra piccola proprietà.
G. FRANCESCHI
Discussioni sulla tattica del Partito comunista d’Italia
Il compito del nostro Partito
Alla vigilia ormai del Congresso nazionale non vorremmo ancora trattare troppo lungamente della quistione della tattica, che, connessa a quella dell’opera passata del Partito, il Congresso appunto esaminerà a fondo.
Gli articoli dei compagni Presutti e Mersù che rispecchiano l’opinione di qualche altro compagno nostro, ci inducono a tentare ancora di tracciare le ragioni del nostro atteggiamento. Più che partire da elucubrazioni teoriche, a cui se mai proprio i dirigenti del Partito non hanno il tempo di dedicarsi, vogliamo connettere le conclusioni tattiche di ordine generale che sono riassunte nelle nostre tesi con la nozione del compito del Partito comunista in Italia, derivante da quello che è per noi stato il punto concreto di partenza: la esperienza pratica della crisi del Partito socialista e di questo primo anno di lotte del Partito comunista.
Le ben note internazionali esperienze della lotta proletaria nel dopoguerra condussero a stabilire una tesi vitale, a cui si vorrà perdonare di essere contenuta nella dottrina; quella che la via per la quale la classe proletaria giungerà a far trionfare la propria causa dovrà passare per la distruzione violenta dell’attuale macchina statale. Che il Partito possegga una tal tesi, non vuol dire che si stia pago di considerare la verità, ma vuol dire di meglio. Vuol dire che per la vittoria del proletariato è necessario che anche nei periodi che precedono la fase della lotta suprema in cui quella necessità diventerà tangibile materialmente, esista appunto un partito che su di essa fondi il suo programma e la sua organizzazione, divenendo la principale forza che integrando lo sviluppo degli avvenimenti verso quella ultima soluzione sviluppi la preparazione del proletariato alle esigenze di essa.
Questa affermazione si ripete molte volte nelle tesi come si riflette in molti atteggiamenti tattici presi dal Partito, non perché rappresenti un dogma indiscutibile e una categoria sacra, ma perché, a nostro modesto avviso, la esperienza pratica della lotta proletaria la sorregge ad ogni momento.
Il fallimento del Partito socialista si ricollega alla illusione di una tattica «ad uso universale» nella quale ancora oggi ci pare che da molte parti si corra serio pericolo di ricadere. Il Partito avrebbe potuto comprendere forze anche non volte all’obbiettivo massimalista ed indirizzate su vie opposte, come la utilizzazione e la conservazione della macchina statale borghese, perché queste forze facevano capo a parti del proletariato e occorreva tenersi uniti ad esse per portare tutta la massa sul terreno dell’azione rivoluzionaria, appena la situazione lo avrebbe permesso. È notissimo come l’essere inquadrate nello stesso organismo di dirigenza delle masse con queste forze di destra, impedì alle correnti massimaliste di assolvere il loro compito di preparazione e sviluppo di condizioni rivoluzionarie, finché non divenne evidentissimo che in qualunque momento ed anche in situazioni maturate verso lo sbocco rivoluzionario, ne avrebbe parimenti silurata ogni azione: da qui la scissione.
Se precedentemente la maggioranza del Partito non aveva inteso che vi era inconciliabilità tra i propositi massimalisti e la tolleranza nelle file della organizzazione di partito di chi era principio contro la lotta rivoluzionaria e la dittatura, questo si è dimostrato come sintomo sicuro della impotenza rivoluzionaria del Partito nelle ulteriori situazioni «pratiche». Perché tante volte il proletariato italiano è stato fermato sulla via di azioni rivoluzionarie? Perché i rivoluzionari non avevano preventivamente stabilita una piattaforma di azione politica che denunziando apertamente l’antirivoluzionarismo della destra avesse ottenuto di sottrarre ad essa il diritto di inquadrare l’azione parlamentare e sindacale delle masse, o almeno avesse evitato di impostare dei movimenti di masse in cui la manovra era in mano dei controrivoluzionari, ma questi apparivano garantiti dalla comune responsabilità dei rivoluzionari negli ordini di movimento e nei risultati. Si tenga ben chiaro questo gioco pratico delle forze, e se ne riconsiderino le tristi esperienze.
Dopo la scissione del Partito socialista ci siamo trovati innanzi a dati obbiettivi della situazione alquanto mutati, e nessuno lo contesta. Molto meno facile (almeno per i molti che nel 1919 e 1920 si erano creduti alla vigilia della rivoluzione italiana) si presentava una grande insurrezione di masse con direzione aggressiva contro il potere borghese. In un certo senso la impostazione della lotta per la dittatura si è allontanata.
Noi osserviamo che internazionalmente e nazionalmente, con maggiore evidenza anzi nel secondo caso, la mutata e peggiorata situazione non è tale da aprire alle masse altre vie da quella dell’assalto allo Stato, bensì sottolinea enormemente l’antitesi tra la legale costituzione vigente e gli interessi proletari: ieri non si potevano inserire nelle istituzioni vigenti le massime conquiste, ma si poteva ottenere da esse la soddisfazione di limitati e parziali interessi proletari, oggi nemmeno questo è possibile e la sopravvivenza del regime significa schiacciamento anche economico e sindacale del proletariato. La lezione che ci dà la realtà è in questo, e giova insistervi molto.
In tale situazione la massa è ancora in gran parte dominata dai partiti opportunisti poiché non sa che essi non possono mantenere le loro promesse minimaliste. Che da queste difficoltà non si uscirà con la propaganda teorica, ma solo con la partecipazione all’azione e ai movimenti delle grandi masse, è affermazione che tutti ci ha concordi. Ma mentre noi la traduciamo in una soluzione concreta e pratica, ci pare che proprio i nostri critici facciano di questa asserzione, capovolgendone la impostazione, un sofisma. La mentalità del Presutti e del Mersù, è che la partecipazione a iniziative di grandi movimenti di masse da qualunque parte vengano contenga una via sicura per giungere ai fini rivoluzionari. Presutti lo dice chiaramente quando stabilisce che per garantirsi che lo svolgimento dell’azione delle masse si diriga verso lo sbocco rivoluzionario basta al Partito comunista la condizione di esistere come partito a sé. Mersù pensa analogamente quando afferma che la opposizione del Partito comunista alla costituzione di un governo socialdemocratico non può concretarsi in una attitudine reale se non dopo che tal governo sia divenuto in fatto, e che sia buona tattica anche partecipare alla lotta generale per il governo socialdemocratico, agli effetti della ulteriore preparazione rivoluzionaria.
Quello che è indubitamente esatto nel considerare la situazione attuale è che la grande massa è disposta a muoversi per obbiettivi immediati, e non sente quegli obbiettivi rivoluzionari più lontani di cui possiede invece la coscienza il Partito comunista. Bisogna utilizzare per i fini rivoluzionari quella disposizione delle masse, partecipando allo slancio che le porta verso gli obbiettivi che loro pone la situazione. È vero questo al di fuori di ogni limite? no. Quando noi poniamo alla nostra tattica il limite di non smarrire mai l’attitudine pratica di opposizione al governo borghese e ai partiti legali del Partito comunista, facciamo noi della teoria, o lavoriamo rettamente sulla esperienza? Ecco il punto.
Per noi la esistenza indipendente del Partito comunista è ancora una formola vaga, se non si precisa il valore di quella indipendenza in base alle ragioni che ci hanno imposto di costruirla attraverso la scissione, e che la identificano con la coscienza programmatica e la disciplina organizzativa del gruppo. Il contenuto e l’indirizzo programmatico del Partito, che nella sua milizia e in quella più vasta che inquadra sindacalmente e in altri campi non è una macchina bruta ma appunto è un prodotto e un fattore al tempo stesso del processo storico, possono essere influenzati sfavorevolmente da atteggiamenti erronei della tattica. La sicurezza della organizzazione dipende dalla possibilità di controllare i movimenti delle forze che al Partito fan capo.
L’azione che Mersù propone per facilitare direttamente l’avvento di un governo socialdemocratico, equivalendosi a quella che svolgerebbe un partito che abbia riconosciuto di dover sostituire alla lotta per la dittatura un surrogato conciliabile con la situazione mutata, comprometterebbe la impostazione programmatica del Partito e la sua indipendente esistenza. L’azione che Presutti sostiene nel seno degli arditi del popolo vorrebbe di re affidar il controllo e la direzione dei movimenti di forze tra cui vi sarebbero quelle del Partito ad una centrale politica mista: stessa situazione di quella derivante dai movimenti passati diretti dal Partito socialista, Confederazione e Gruppo parlamentare in cui il disfattismo riformista comprometteva il metodo rivoluzionario in insuccessi immancabili, demoralizzando la massa.
Una coalizione politica crea gli stessi rapporti che creava, col noto e disastroso effetto, la convivenza nel Partito socialista di opposte tendenze. Certo la unità del Partito socialista permetteva di affermare che si partecipava ad azioni inquadranti grandissima parte del proletariato italiano, ma ciò non toglie che si finisse nell’opportunismo. Oggi, si dice, che il Partito comunista organizzato a parte, e questo basterebbe ad evitare analoghe conseguenze. Come e perché? Qui proprio vi è dottrinarismo e meccanicismo, e uso sbilenco di dialettica. Il Partito socialista non era che una coalizione di partiti, un vero partito del lavoro. Esso immobilizzava la sinistra non per il fatto che fosse comune la organizzazione, ma per quello che che era comune al Direzione dei movimenti. Quel dirigente di partito che in omaggio all’andare alle masse concedesse quanto noi negammo, cioè che una centrale politica anonima e incontrollabile come quella degli arditi del popolo diramasse ordini diretti alle sezioni comuniste senza nemmeno aver proposto un accordo al Partito, mostrerebbe di fare di quella formola una applicazione dogmatica e cieca, e rovinerebbe per sempre la organizzazione e l’indipendenza del Partito: questa non è nulla se non è la norma di dare le disposizioni di movimento per le vie di una gerarchia unitaria e accentrata. E trattandosi di una centrale militare più che politica la cosa si aggrava, se per poco si pensi che diritto di dirigenza militare significa conoscenza, non diremo nemmeno di supreme responsabilità affrontate da tutti coloro che si pongono a disposizione, ma di mezzi di preparazione e di armamento, controllo e disposizione su questi.
Perciò noi restiamo fermi su queste basi della tattica del Partito, in cui si riassumono le più utili esperienze del movimento italiano: fare propri gli obbiettivi immediati delle masse e provocare il movimento di insieme di queste verso di essi, ma conciliando (e lo si può brillantemente) tutta la utilizzazione di questo potente slancio proletario con la garanzia che non venga intaccato quel tanto di preparazione rivoluzionaria già raggiunto nella organizzazione indipendente del Partito e nel suo indipendente controllo di parte delle masse. Quindi lavoro per l’Alleanza sindacale e per la difesa degli interessi immediati minacciati dall’offensiva borghese non solo di ordine economico ma anche di ordine politico bensì unicamente attraverso una pressione dall’esterno e a mezzo della lotta delle masse sulla borghesia e sullo Stato.
In nessun caso dunque dovrà il Partito dichiarare di aver fatti propri postulati e vie di azione politica che avvalorino la preparazione a svolgimenti contrastanti con il contenuto programmatico del Partito, come sarebbe se si proponesse la diretta utilizzazione della macchina borghese da parte del proletariato per uscire dalla situazione attuale. E neppure esso dovrà accettare la corresponsabilità di azioni che possano domani essere dirette da altri elementi politici prevalenti in una coalizione la cui disciplina si sia preventivamente riconosciuta: senza di che non vi sarebbe coalizione.
Dinanzi al problema del governo socialdemocratico, l’attitudine di mostrare che esso non può contenere una soluzione dei problemi proletari è necessaria anche prima che esso si costituisca, per evitare che il proletariato non sia tutto aggiogato al fallimento di tale esperienza. Che tanto non ritardi il reale sviluppo che a questa esperienza conduce, è detto anche nelle tesi, ed è curioso come lo ammetta, nettamente contraddicendosi, il Mersù stesso, quando afferma che questo sviluppo è accelerato dalla pressione rivoluzionaria delle masse. Il Partito comunista non fa che divenire il protagonista, nelle sue attitudini e nella sua opera e nella sua lotta, di questa pressione della parte più rivoluzionaria delle masse, rifiutando di schierarsi tra le forze che invocano il governo socialdemocratico. Ecco come l’antitesi diviene non solo teorica ma anche pratica, contraddicendo la dialettica di Mersù che corrisponderebbe alla mutevolezza di atteggiamenti. La dialettica dirittamente intesa spiega invece proprio come la opposizione comunista all’esperimento socialdemocratico, prima e dopo, sia un coefficiente del precipitare degli sviluppi tra cui quell’esperimento è compreso.
Quella stessa contraddittoria ammissione contiene il germe della risposta ad un’altra obiezione che noi ci permettiamo di trovare quanto mai vaga ed astratta: quella che costruisce sul vuoto il dilemma: o agire col movimento che tende al governo socialdemocratico, o restare inattivi e fermi alla critica, intento che anche l’amico Presutti ci attribuisce, immaginandoci dediti unicamente alla travagliosa emissione di teorici pensamenti.
Nella stessa opera del nostro Partito è la risposta. Si tratta di tenersi sul terreno di attori e fattori della pressione rivoluzionaria delle masse, volgendo in questa le lotte per gli obiettivi immediati. La attitudine e il lavoro intenso del nostro Partito di fronte alla offensiva padronale, ci hanno consentito e ci consentono senza il bisogno di impegnarci in movimenti che contengano la negazione del nostro programma e gravi insidie per il proletariato, di edificare ed esplicare un formidabile piano di azione delle masse in cui tutti i problemi anche concreti che le interessano si vengano ad inquadrare. Quando si dimostrerà che anche l’esperienza di un governo di sinistra della macchina statale borghese non fa fare un passo alla soluzione di quei problemi vitali per i lavoratori, allora l’azione di grandi masse sulla rete di lavoro e di organizzazione da noi tracciata, si volgerà efficacemente sulle vie rivoluzionarie, trovando un punto di appoggio che altrimenti le mancherebbe affatto come le mancò in tutte le classiche occasioni che posero in evidenza la impotenza del vecchio Partito socialista, perché allora si potrà trasformare in un concreto rapporto di fatti quello che è ora solo una cosciente previsione dei comunisti, ossia la parte controrivoluzionaria che rappresentano i propagandisti odierni delle vie legali e democratiche di emancipazione proletaria.
Sono limiti tattici che non traccia la teoria, ma la realtà, e questo è tanto vero che, senza fare gli uccelli del malaugurio, noi prevediamo che se si continuerà ad esagerare in questo metodo delle illimitate oscillazioni tattiche e delle coincidenze contingenti tra opposte parti politiche si demolirà a poco a poco il risultato di sanguinose esperienze della lotta di classe, per arrivare non a geniali successi, ma allo svuotamento delle energie rivoluzionarie del proletariato, correndo il rischio che ancora una volta l’opportunismo celebri i suoi saturnali sulla sconfitta della rivoluzione, le cui forze già esso dipinge come incerte e esitanti e avviate sulla via di Damasco.
AMADEO BORDIGA
Il problema fondamentale
II
Abbiamo trattato nel nostro primo articolo la questione da un punto di vista generale, sforzandoci di mettere in luce le posizioni di principio contenute nelle tesi riguardo alla questione tattica, e ciò per necessità di fissare in proposizioni sintetiche – quindi il più nettamente possibile, fin dal principio – le differenti premesse teoriche della questione, dalle quali sarebbero poi risultate in contrasto con le tesi le illazioni d’ordine tattico che ne avremmo tratte. Sia in una prima postilla che Il Comunista faceva precedere all’articolo, sia nelle poche parole di risposta ad uno dei relatori (il compagno Bordiga), sia nell’articolo a firma Leo, rafforzato anche questo da una postilla, è affermato che le nostre critiche sono insussistenti per il semplicissimo fatto che lottiamo contro un nemico immaginario e mai esistito. Le nostre affermazioni tutt’altro che essere in contrasto con le tesi, ne sarebbero la conferma più esplicita ed assoluta. Il Leo arriva a dir questo: «Che cosa resta ora delle osservazioni del compagno Presutti? Questo: che le osservazioni non sono che … affermazioni solidali coi concetti espressi nelle tesi che egli approva … senza accorgersene! (il corsivo è nostro). Questa non è foga dello scrivere, è baldanza giovanile!». Per l’esame delle tesi non ci si può fermare al raffronto di alcune frasi, che possono anche coincidere, ma ci si deve riferire al valore che acquistano per ciò che le precede e le segue, quindi procedere con metodo di sintesi alla ricostruzione del contenuto delle varie tesi, che potrebbero tra di loro anche contraddirsi nel tutto o nella parte, e non perdersi nell’analisi slegata di affermazioni isolate. Con questo metodo noi potremmo firmare i nove decimi delle tesi, pur dichiarandoci avversi alla loro conclusione. Noi chiudevamo il nostro articolo con questa conclusione: «È perciò preciso compito dei partiti comunisti di secondare, promuovere, tutte le iniziative da qualunque partito della classe lavoratrice partano, che mirino a sollevare «a mezzo dell’azione diretta» le condizioni del proletariato, non sdegnando una diretta partecipazione negli organi dirigenti della lotta. I partiti comunisti non hanno nulla a temere da questi contatti, anzi essi vi hanno tutto da guadagnare».
Per pervenire a questa illazione tattica conclusiva, era indispensabile fissare, insistere, con chiarezza, su alcune affermazioni di principio, fondamentali: a) le dottrine anarchiche e sindacaliste presentano un pericolo assai trascurabile per la rivoluzione comunista: la realtà s’impegna di liquidarle; b) non è sul terreno della propaganda, ma sul terreno dell’azione che il Comunismo, e per esso il Partito Comunista, conquista le grandi masse; c) le masse, a misura che procedono nell’azione si radicalizzano, superano le mentalità piccolo borghesi (menscevica, sindacalista e anarchica), e abbracciano i principii e il metodo del Comunismo; d) basta al Partito Comunista di esistere come tale, cioè come partito a sé, per non perdere la sua fisionomia e non divenire una nebulosa nella mente dei proletari.
Alcune di queste affermazioni sono contenute nelle tesi, come quella alla lettera b, e fino a un certo punto, assai dubbio, anzi nello spirito assolutamente contraddittorio, quella alla lettera a, ma né il compagno Bordiga, né Leo, pure facendoci rilevare che noi o non avevamo capito nulla delle tesi, o ci eravamo fermati come l’asino di Burindano ad un passo della 41°, ci hanno chiarito il come da affermazioni uniformi noi siamo venuti a conclusioni così diverse e contraddittorie.
Che cosa sono tenuti a risolvere i Partiti Comunisti in riguardo alla tattica al giorno d’oggi, e dopo il III Congresso dell’Internazionale Comunista? Cioè quale è il problema fondamentale tattico dell’ora? Il III Congresso, e più ancora le successive riunioni del Comintern, hanno risposto in modo assai esplicito: divenire partiti di masse, andare verso le masse. Come? Ecco a che cosa bisogna rispondere. Naturalmente si sono affacciate diverse soluzioni del problema, e quindi diverse tendenze al riguardo. Su un punto tutti i Partiti, i compagni dell’Internazionale sono assolutamente d’accordo: nel riconoscere cioè che oggi l’obiettivo fondamentale è quello indicato dal Congresso dell’Internazionale: andare verso le masse. La situazione politica del proletariato rovesciata in tutti i Pesi, la profonda crisi economica del capitalismo seguita all’apparente prosperità industriale dei primi due anni del dopo-guerra in cui il proletariato ebbe l’illusione di poter strappare sine die concessioni su concessioni al capitalismo senza scomodarsi troppo in incognite insurrezionali, la enorme disoccupazione conseguenza della crisi che ha prodotto una certa concorrenza tra le masse di operai disoccupati e i pochi privilegiati occupati, hanno enormemente abbassato lo spirito di combattività e la fede del proletariato. Aggiungere a questo l’opera nefanda svolta dai partiti maggioritari e centristi per spegnere nelle masse ogni anelito rivoluzionario e legarle mani e piedi al carro del capitalismo sfruttatore, opera coronata sempre più da successo a misura che sul terreno politico il proletariato perdendo posizioni acquistava la nozione della forza potente e colossale dell’avversario, e quindi di spostava dagli obiettivi massimalisti a quelli minimalisti, contingenti. Il fatto obiettivo della situazione del movimento operaio internazionale è questo: la mentalità della maggioranza del proletariato è sotto la influenza dei capi riformisti e centristi. I partiti comunisti concorreranno al miglioramento della situazione e potranno ricondurre il proletariato, scoraggiato e depresso dalla crisi e dalla reazione che lo colpisce nelle forme più tragiche e disperate, ad una «morale» massimalista, e quindi allo spirito di combattività rivoluzionario, nella misura che riusciranno a strapparlo dalla influenza nefasta dei capi riformisti e centristi. A questo punto la parola d’ordine della Internazionale Comunista si trasforma in fronte unico. Nel pensiero del presidente del Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista, Zinoviev, questo nuovo motto dovrebbe ritenersi una integrazione e un approfondimento dell’altro «andare alle masse», nel senso che la lotta pel fronte unico condurrebbe i partiti alla conquista delle masse. Anche su questa parola d’ordine del fronte unico, in linea generale, tutti i partiti comunisti sono d’accordo, come lo erano per l’altra. Non ci fermiamo lungamente sulla soluzione che il compagno Zinoviev dà di questo problema perché i nostri giornali hanno riportato per intero il suo discorso tenuto alla riunione del 28 dicembre del Comitato Esecutivo. Egli in sostanza dice: «il fronte unico di cui noi facciamo oggi la nostra più importante piattaforma di agitazione in tutto il mondo, mettendo i riformisti e i centristi dinanzi a proposte concrete e bene determinate, in quanto a mezzi da usare e a fini da raggiungere, serve a costringerli a uscire dalla loro politica demagogica e a smascherarsi dinanzi alle masse per chi sono: questo è l’unico mezzo per cui le masse potranno imparare a conoscere chi sono i loro attuali capi, e a riconoscere la giustezza delle nostre critiche e delle verità che andiamo predicando da tanto tempo». Egli ammette in ciò che si possa realizzare il fronte unico, oltreché sul terreno sindacale, anche su quello politico, ritenendo che i partiti comunisti, che già da tempo hanno superato la loro fase di sviluppo e di organizzazione, sono consolidati, cristallizzati secondo la espressione sua, non devono temere di perdere la loro fisionomia costituendo alleanze temporanee con altri partiti della classe operaia purché, ben s’intende, il partito resti partito a sé, e conservi libertà di critica e di movimento senza impegni di sorta. Il compagno Radek va oltre di molto: egli arriva a dimostrarsi favorevole ad una coalizione parlamentare con i socialdemocratici (egli si riferisce più specificamente alla Germania, unico paese dove una tale tattica è resa possibile dalla situazione parlamentare) per la costituzione di un governo socialista che s’impegni di realizzare alcune rivendicazioni, e giunge fin’anche, se le nostre informazioni corrispondono al vero (noi non possediamo degli scritti di Radek che quelli apparsi nella traduzione italiana, nella stampa e nei libri) a sostenere l’eventualità dell’appoggio dei deputati comunisti a un Governo di sinistra social-borghese che si impegni anch’esso di attuare alcune rivendicazioni.
Quale è la soluzione che le tesi dei nostri relatori danno a questo problema fondamentale dell’ora: divenire partito di masse, e fronte unico?
Ogni problema tattico, lo ripetiamo, si ricollega per la sua soluzione ad affermazioni di principio di cui deve essere una logica applicazione. Le tesi giustamente fanno rilevare che non si può indifferentemente ed arbitrariamente assumere questo o quell’altro atteggiamento tattico lasciandosi influenzare dalle specifiche situazioni economiche contingenti, caratteristica questa propria dell’opportunismo, non avendo il programma del partito (tesi 29) il carattere di un semplice scopo da raggiungere per qualunque via, ma quello di una prospettiva storica di vie e di punti di arrivo collegati tra loro. Da ciò derivano una serie di limiti entro i quali l’attività e gli atteggiamenti dei Partiti Comunisti possono muoversi senza compromettere e venir meno al loro compito fondamentale, che consiste nel riservare al Partito comunista la funzione di nucleo centrale, di protagonista della rivoluzione proletaria, funzione negata dalle scuole anarchiche e sindacaliste. Condizione essenziale per cui la sollevazione della classe lavoratrice, vittoriosa come atto insurrezionale, divenga rivoluzione vittoriosa, è che essa acquisti forma e coscienza comunista, cioè che sbocchi nella dittatura proletaria. La vittoria della rivoluzione è quindi tanto più assicurata in quanto maggior numero di proletari si muovono nell’orbita d’influenza del Partito Comunista, il solo che abbia la dittatura come categoria assoluta. È giusta, marxisticamente ortodossa, l’impostazione che del problema tattico fanno i relatori, i quali nel vasto esame delle possibili situazioni delle quali il Partito Comunista potrebbe essere chiamato a muoversi, hanno sempre, incessantemente, diremmo quasi pedantemente dinanzi questo fondamentale punto programmatico del comunismo, e la preoccupante che falsi passi e sentimentali concessioni alla realtà contingente ed episodica compromettano irrimediabilmente l’avvenire del Partito e della rivoluzione. Però, e in questo è che noi ravvisiamo una concezione troppo meccanica del processo rivoluzionario, questa preoccupazione ci pare spinta tant’oltre da divenire un pregiudizio, e da costituire un ostacolo ingombrante e pericoloso per lo stesso avvenire del Partito e della rivoluzione, presentando il pericolo di isolarlo, proprio nei momenti risolutivi della vita della classe lavoratrice, dalle masse stesse.
Alla tesi 36 è detto: «Il fronte unico sindacale … offre la possibilità di azioni d’insieme di tutta la classe lavoratrice … libero da ogni corresponsabilità (del partito comunista) con l’opera degli (altri) partiti» e più sopra «sia che si tratti di richieste economiche, sia anche che esse rivestano carattere politico, il P.C. le proporrà come obbiettivi di una coalizione degli organismi sindacali, evitando la costituzione di comitati dirigenti di lotta e di agitazioni nei quali tra altri partiti politici sia rappresentato e impegnato quello comunista» e ancora alla tesi 23 «la evidente incompatibilità ad appartenere … anche a quei movimenti che non hanno il nome e la organizzazione di partito pur avendo carattere politico» donde si desume:
1. Che le tesi dei relatori non prevedono possibile ed utile altro fronte unico che quello sindacale.
2. Che il Partito deve mantenersi al di fuori, in una posizione di attesa, di fronte a qualsiasi movimento della classe lavoratrice, anche se spontaneo, anche se contro la bonzeria sindacale di tutte le tinte, anche se nelle circostanze in cui esso di manifesta e si sviluppa rappresenta una necessità imposta alla classe lavoratrice dalla passività e dalla inerzia dei dirigenti le organizzazioni economiche, anche se esso ha tutte le forme e il contenuto di un movimento che nelle prevedibili fasi del suo sviluppo può condurre ad uno sbocco rivoluzionario.
3. Che l’attività del Partito per la conquista delle masse sul terreno dell’azione non trova altro campo all’infuori di quello sindacale.
4. Che la lotta contro il riformismo e il centrismo si esaurisce sul terreno dell’azione contro i soli dirigenti riformisti e centristi delle organizzazioni economiche.
5. Che la sola agitazione teorica con la letteratura (tesi 36 «il Partito comunista agiterà allora (quando gli altri partiti prenderanno la iniziativa di azioni ed agitazioni per un programma di benefizi del proletariato) sottolineandoli e precisandoli, quegli stessi postulati, come bandiera di lotta di tutto il proletariato») è sufficiente a smascherare l’opportunismo dei partiti socialdemocratici di fronte alla classe lavoratrice.
6. Che il coinvolgere il Partito comunista in azioni comuni con gli altri partiti operai per obbiettivi ben precisati da condursi con mezzi di lotta ben precisati (tesi di Zinoviev) anziché offrire l’inestimabile vantaggio di battere i partiti centristi e riformisti direttamente, e non indirettamente attraverso gli organizzatori sindacali (ben s’intende che i due terreni di lotto contro il centrismo e il riformismo non si elidono ma si integrano, devono cioè essere usati tutti e due) smascherandoli appena abbandoneranno la lotta, come è indubitato appena questa assumerà forme nuove e appena i mezzi di lotta iniziali si saranno rivelati insufficienti per la vittoria dell’azione ingaggiata, presti il Partito al pericolo di perdere di fronte alle masse la sua fisionomia programmatica.
Un esame particolareggiato delle tesi ci avrebbe portato troppo lontano, e non è possibile espletarlo in uno o più articoli di giornale. Il certo è che da tutto il complesso della relazione balza una contraddizione evidente: da una parte lo sforzo, potente e coscienzioso, di abbracciare il movimento rivoluzionario come movimento di tutte le forze sociali in moto, discordi e contrastanti talora stranamente concordanti tal altra, coscientemente affiancate altrove, ma tutte fatalmente e necessariamente confluenti alla grande rivoluzione comunista, incuneando in questo caos immenso come elemento risolutivo il Partito comunista, e dall’altra una conclusione tattica che fa credere che il metodo dialettico nelle mani dei relatori più che uno strumento di studio sicuro e unitario della storia e del suo vasto e complesso processo, sia una vera mera esercitazione intellettuale.
La rivoluzione contemporanea delle classi lavoratrici, o sarà comunista o non sarà che un vano conato. Ma più che le dottrine e la propaganda degli agitatori, sarà l’incalzare stesso degli avvenimenti, sotto la pressione delle necessità banali dell’economia, che porterà i lavoratori, anche inconsapevolmente all’uso dei metodi del Comunismo, che indiscussamente è la più razionale e la più positiva dottrina storica contemporanea. Ma nessuna situazione economica è insolubile, perché il problema economico in tanto esiste ed è vivo, in quanto ad esso si ricollegano i bisogni degli uomini. Ridurre i bisogni degli uomini alla capacità economica della società umana: è questo il sogno imperialista, il quale tende con la sua offensiva reazionaria ad abbassare il tenore di vita del proletariato – o aumentare la potenza economica dell’immenso laboratorio produttivo che è il mondo – è questa la soluzione comunista. Dunque non è per un processo assolutamente meccanico e fatale delle cose che si giunge alla rivoluzione comunista; ma per una confluenza delle necessità economiche con la capacità volitiva della classe lavoratrice, che è portata dalla sua posizione come classe sociale alla soluzione comunista del problema. La capacità volitiva è rappresentata dal Partito Comunista. Presentano quindi lo studio dei metodi che conducono al rafforzamento dei Partiti comunisti il più grande interesse per noi, e la più grande importanza. Noi crediamo che nella misura in cui i Partiti comunisti sapranno tanto più liberamente e arditamente muoversi in mezzo alla classe lavoratrice, e tanto più liberamente in quanto più omogenei, e basati su una ferrea disciplina interna, corrispondentemente essi eviteranno di trasformarsi in sette e in movimenti puramente teorici, e guadagneranno la simpatia delle masse che avendoli sempre al loro fianco, in tutte le loro lotte e le loro speranze, impareranno a conoscerne i membri come i loro più fedeli e più coraggiosi difensori.
SMERALDO PRESUTTI