Kansainvälinen Kommunistinen Puolue

Il Programma Comunista 1957/10

La chimera dell'unificazione araba attraverso intese fra gli stati

Le ultime notizie dalla Giordania annunziano l’apertura della fase ”epurativa” dopo la repressione compiuta dalle forze conservatrici coalizzate attorno a re Hussein. I tribunali speciali hanno preso a funzionare con ampi poteri, compresa la facoltà di emettere condanne a morte; nel campo di concentramento di Abdali circa trecento personalità del campo filo-nasseriano e pan-arabista attendono le sentenze dei giudici; l’esercito, la polizia e la burocrazia vengono sottoposte a un ampio repulisti, che si dice avvenga sotto la direzione personale di Hussein. Così, mentre la VI Flotta tiene sotto sorveglianza i paesi confinanti col piccolo regno hascemita, e i marines sbarcano, sia pure in veste di turisti, sulle coste libanesi, il partito di corte, appoggiato alle orde beduine e ai mercenari circassi della guardia del corpo del re, dà libero sfogo ad impulsi di vendetta a lungo covati.

All’epoca del vecchio colonialismo toccava all’occupante imperialista porre mano personalmente al capestro. Ai giorni nostri l’imperialismo è in grado di sottrarsi a tale bisogna potendo, senza occupare il territorio conteso, atterrire i ribelli e consolidare il potere dei boja locali. E’ questa un’altra conferma di quanto andiamo ripetendo a proposito del processo di sostituzione del ”colonialismo termonucleare” al ”colonialismo storico” anglo-francese, clamorosamente battuto in breccia, davanti al Canale di Suez, dalla manovra a largo raggio di Washington. Tuttavia, guardando a ritroso gli avvenimenti di Giordania, ci si avvede che a favore di Hussein e del partito della Corte hanno giocato, oltre all’intervento finanziario e militare degli Stati Uniti, altri fattori. In realtà, la crisi giordana, che sulle prime parve dover accrescere il numero delle repubbliche medio-orientali, ha sommato in sé tutte le contraddizioni che tormentano il cosiddetto mondo arabo, prima fra tutte quella in cui si dibatte il pan-arabismo di fronte alla scelta dei mezzi per realizzare ”l’unità della Nazione araba dal Golfo Persico all’Atlantico”, come ama esprimersi il colonnello Nasser.

Così come stanno le cose nel Medio Oriente, l’unificazione araba resta un’utopia irraggiungibile, finché è affidata – come lo è ora – alla politica degli Stati. La contraddizione insolubile della demagogia pan-arabista consiste nel propugnare l’unità nazionale degli arabi dell’Egitto, dell’Arabia Saudita, della Giordania, dell’Iraq, della Siria, dei diversi principati del Golfo Persico e del Mar Rosso, ma nel pretendere di raggiungerla attraverso intese interstatali, mentre è chiaro che una ”nazione araba”, costituita in Stato unitario è concepibile solo attraverso la demolizione delle impalcature statali esistenti e la fondazione di una nuova struttura politica di tipo moderno. Caratteristica fondamentale della rivoluzione borghese è infatti il superamento del particolarismo statale proprio del feudalesimo. Ora, nella parte centrale e orientale dell’Asia – come in India e in Cina – a differenza di quanto accade in quella che gli europei conoscono sotto la denominazione impropria di Medio Oriente, il processo di centralizzazione del potere politico è in una fase molto avanzata; nel ”mondo arabo” invece, ad onta dell’unità etnica e linguistica, la centralizzazione del potere politico è tuttora lontana dall’essere una realtà. Le nuove e profonde fratture inter-arabe provocate dal voltafaccia della Giordania stanno a provarlo.

L’unificazione araba, di cui si riempiono la bocca gli agitatori ossequienti al governo del Cairo, se ed in quanto resti affidata ai governi costituiti, sarebbe realizzabile ad una sola condizione, e cioè che sorgesse un… moderno Gengis Khan o un Tamerlano di razza araba capace di schiacciare con la forza delle armi le resistenze particolaristiche al pan-arabismo. Ma ciò presupporrebbe l’esistenza di un potenziale economico e quindi militare che – come prova la fuga a gambe levate dell’esercito egiziano nella campagna del Sinai – non esiste, né può obiettivamente sorgere. Conscio della sua debolezza economica e militare, il governo di Nasser ha tentato, negli scorsi mesi, di realizzare una federazione dell’Egitto con la Siria e la Giordania, da attuare nel quadro dell’alleanza che già unisce questi tre Stati e alla quale partecipa anche l’Arabia Saudita. E’ noto che questa specie di NATO araba era giunta persino ad unificare il comando delle forze armate degli Stati membri. Ma i fatti di Giordania hanno mostrato a sufficienza come l’Egitto e la Siria, che restano i maggiori centri del moto pan-arabista, possano contare soltanto sulle proprie forze mentre le dinastie saudiana e hascemita, tenendo alla conservazione feudale da un lato e all’amicizia con gli Stati Uniti dall’altro, hanno aderito alla mossa del Cairo al solo scopo o di neutralizzare l’azione delle correnti filo-egiziane alimentate dai profughi palestinesi, come è il caso della Giordania, o di farsi pagare più alte royalties dalle compagnie petrolifere statunitensi, come è il caso dell’Arabia Saudita.

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Fino alla sconfitta delle forze estreme del pan-arabismo in Giordania, l’imperialismo occidentale poteva, nelle sue manovre di divisione degli arabi e di neutralizzazione dell’alleanza del Cairo, puntare soltanto sull’Iraq. Oggi, invece, non solo lo schieramento militare avversario che prende nome dal Patto di Bagdad, coalizzante Iraq, Turchia, Pakistan e Iran, e a cui aderisce la Gran Bretagna, si è rafforzato per l’ingresso degli Stati Uniti dopo il convegno anglo-americano alle Bermude dello scorso marzo; ma al suo rafforzamento ha corrisposto il grave indebolimento dell’alleanza araba in seguito al conflitto politico ora scoppiato tra l’asse il Cairo-Damasco e la Giordania. Prendendo aperta posizione a favore di re Hussein, proprio mentre questi dava la caccia ai locali esponenti del pan-arabismo, re Saud d’Arabia gettava nell’isolamento i propri alleati di Egitto e di Siria. A conti fatti, la grande contesa scoppiata nell’inverno 1955 tra il campo avverso al pan-arabismo anti-occidentale capeggiato dall’Iraq (in linea con gli interessi dell’imperialismo) e il campo propugnatore dell’unificazione araba sotto l’insegna del nazionalismo e dell’anticolonialismo, che accettava la direzione politica dell’Egitto, si conclude, almeno per il momento, in una bruciante sconfitta di quest’ultimo. Il governo di Nasser si vede ritornato al punto di partenza, cioè all’isolamento. Peggio ancora: esso maneggia armi propagandistiche spuntate, giacché le accuse mosse all’imperialismo occidentale e ad Israele presuppongono, per esercitare una presa effettiva, l’esistenza di una reale cooperazione inter-araba; e questa si è dimostrata soltanto una frase.

L’intromissione degli Stati Uniti, come di altre potenze imperialistiche, nel Medio Oriente, gioca appunto sulle scissioni profonde che dividono il ”mondo” arabo. Gli arabi sono divisi: tale verità non sfugge a nessuno. Ma la causa di queste persistenti ed anzi acute divisioni politiche è solamente individuabile negli ”intrighi” della diplomazia delle potenze imperialistiche, come dichiara unanimemente la stampa pan-arabista, cui fa eco quella del nazionalcomunismo internazionale, o è vero il contrario, che cioè l’imperialismo ha buon gioco nel contrapporre gli arabi agli arabi proprio perché le scissioni che li dilaniano sono insite nella situazione del Medio Oriente?

L’organizzazione della ”Nazione araba” in uno Stato unitario stendentesi dall’Iraq al Marocco, è certo – nel quadro borghese – una aspirazione rivoluzionaria. Ma il progresso industriale e la scomposizione delle compagini sociali preborghesi nelle classi che caratterizzano la società borghese (l’unificazione araba non potrebbe andare oltre tale traguardo, in assenza della rivoluzione comunista del proletariato nei paesi di compiuto capitalismo) sono fatti rivoluzionari allorché si muovono nella cornice di vecchie strutture semi-feudali; mentre l’ideologia e la politica del pan-arabismo di tipo nasseriano checché ciancino i partiti affiliati al Cremlino, lungi dall’essere rivoluzionarie rientrano nel novero delle utopie conservatrici. Lo dica o no, il pan-arabismo alla Nasser sogna di procurare agli arabi d’Africa e d’Asia quanto la Confederazione nord-americana ha procurato agli americani, l’Unione Sovietica ai russi, l’Unione Indiana agli indiani; ma non comprende, per ragioni di classe, che all’origine di tali organismi statali agirono grandiose rivoluzioni, che introdussero, o stanno introducendo, nuovi modi di produzione e nuove forme di organizzazione sociale. Ora i pan-arabisti arrabbiati del Cairo e di Damasco, che sognano un’edizione moderna del Califfato, sono rivoluzionari finché gli obiettivi del loro odio sono situati fuori dei rispettivi confini; non lo sono più appena trattano le faccende di casa loro.

L’unificazione politica del mondo arabo è possibile alla sola condizione di marciare insieme con un movimento di unificazione economica e sociale, che non può essere se non un movimento rivoluzionario. Soltanto una rivoluzione che scuota le arcaiche strutture feudali, o addirittura pre-feudali – come definire altrimenti le tribù nomadi dei beduini, salvatrici del vacillante trono di Hussein? – può segnare l’avvio alla cancellazione delle divisioni che rendono impotente la ”nazione araba”. Si pensi alla formidabile forza di inerzia che oppongono società come quelle vigenti in Arabia Saudita o nello Yemen o nei principati arabi del Golfo Persico, ”pietrificate” in antichissime strutture sociali. Si pensi, invece, alla straordinaria evoluzione politica sociale di uno Stato non arabo del Medio Oriente, lo Stato d’Israele, dove è in atto una vera forma di ”trapianto” dell’industrialismo moderno. Ma i pan-arabisti alla Nasser pretendono di cogliere i frutti della rivoluzione, sforzandosi di distruggerne perfino il seme rivoluzionario. Nessuno ignora che il Napoleone d’Egitto usa il pugno di ferro e il carcere duro per chiunque attenti, o sembri attentare, alla stabilità sociale interna dell’Egitto.

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Per concludere: due modi di unificazione del mondo arabo sono pensabili in sede teorica: la conquista militare da parte di uno Stato egemonico che cancelli le partizioni statali imperanti nei territori abitati da gente di razza e di lingua araba e una rivoluzione delle classi inferiori che, distruggendo l’ordine costituito, getti le premesse della fondazione di uno Stato unitario.

La prima alternativa è inficiata dall’assenza di uno Stato arabo militarmente forte e politicamente influente, capace di svolgere le stesse funzioni che, in altre condizioni storiche, svolsero la Prussia per la Germania e il Piemonte per l’Italia. D’altra parte, l’esistenza dei grandi blocchi imperialistici facenti capo agli Stati Uniti e alla Russia lascia agevolmente prevedere che ogni guerra inter-araba si tramuterebbe, per l’adesione diretta o indiretta, palese o sottaciuta, di taluni paesi ad un blocco e di tal’altri al blocco rivale, in una guerra coinvolgente Stati non arabi. Da quando la VI Flotta USA è accorsa nelle acque libanesi, chi ne dubiterebbe ancora?

La questione dell’unificazione araba è infatti inestricabilmente legata alla lotta mondiale per l’accaparramento delle fonti del petrolio e delle basi militari. L’imperialismo americano non può porre a repentaglio le posizioni di forza di cui gode, esso che è in grado di trattare con gli Stati arabi presi ciascuno isolatamente, se non addirittura in concorrenza con gli altri. La proclamazione della dottrina di Eisenhower non è avvenuta a caso; e il suo obiettivo primo è il mantenimento dello status quo nel Medio Oriente. Dichiarandosi contrario ad ogni misura suscettibile di ”minacciare l’indipendenza e l’integrità” degli Stati arabi – sotto tale copertura di principio, il Dipartimento di Stato ha tatto accorrere la VI Flotta nelle acque del Mediterraneo orientale – l’imperialismo statunitense, che ha ereditata lo supremazia nel Medio Oriente, mirava soprattutto a sbarrare il passo al movimento pan-arabista. E, finché ci sarà la schiacciante potenza militare degli Stati Uniti a vegliare sulla conservazione di un assetto politico caratterizzato dalla divisione degli arabi in diversi Stati sovrani, ciascuno geloso della propria indipendenza e dei privilegi economici goduti per i suoi rapporti con l’imperialismo straniero; finché ogni tentativo di unificazione politica si urterà, come la progettata federazione tra Egitto, Giordania e Siria, contro l’indomabile resistenza dell’imperialismo americano, il movimento pan-arabista resterà nelle condizioni d’impotenza velleitaria che osserviamo oggi.

Manca finora, d’altra parte, la seconda prospettiva: quella di una rivoluzione sociale. Il movimento nasserista, ad onta dell’accesa demagogia dei suoi capi, non può definirsi in nessun caso un movimento rivoluzionario di massa. Esso non si è accompagnato ad alcun rivolgimento sociale, limitandosi ad innestare nella stessa struttura sociale su cui poggiava la monarchia un regime politico che differisce da quello soppiantato solo (e anche su questo ci sarebbero molte riserve da fare) negli orientamenti di politica estera, a loro volta resi possibili unicamente dall’urgere di nuovi rapporti di forza tra le grandi potenze mondiali. In altre parole, non è stata una spinta rivoluzionaria delle masse egiziane ad imporre la ”nuova politica estera” che Nasser ha seguito a cominciare dal giorno della nazionalizzazione del Canale di Suez. Il colonnello Nasser e i suoi seguaci, ai quali fa eco la stampa russo-comunista, spacciano l’espropriazione degli azionisti del Canale come un aspetto della loro pretesa rivoluzione sociale. In realtà, questa non ha neppure sfiorato gli strati profondi della società egiziana, che continuano a vivere nelle maglie di ferro di rapporti produttivi arretratissimi, e non ha nemmeno espresso la prepotente volontà di ascesa di una borghesia degna di questo nome.

Solo la rivoluzione sociale – quando ne saranno maturate le premesse – potrà, demolendo vecchie strutture, sopprimere la fungaia di Stati, grossi e piccoli, che da esse traggono vita. E’ a tale via che i pan-arabisti del Cairo e di Damasco voltano le spalle affidando le loro fortune politiche agli intrighi tra Stato e Stato, ma è lecito prevedere che future condizioni storiche, determinate dalla ripresa della lotta rivoluzionaria del proletariato nei paesi capitalistici, costringendo l’imperialismo sulla difensiva, permetteranno anche agli arabi di liberarsi dalla soggezione all’imperialismo da un lato e dalle sopravvivenze del particolarismo feudale dall’altro.

Struttura economica e sociale della Russia d’oggi Pt.35

PARTE II – Sviluppo dei rapporti di produzione dopo la rivoluzione bolscevica

192. Abitazioni e diritto

Abbiamo trattata la questione della casa urbana di abitazione, in quanto precede, sotto il profilo economico, ma limitandoci all’economia di costruzione della casa che ci interessa più dell’economia di gestione, di esercizio. Venendo su tale campo, per la chiarezza delle idee generali, sarà bene ricordare quali rapporti sorgono nel ”diritto” sovietico a proposito della casa.

Il lettore intende senza dubbio che noi non mettiamo il problema della casa, e dell’edilizia in genere, al centro dell’economia sociale, ma che ce ne siamo serviti per porre in evidenza la natura del rapporto sociale, e giungere in maniera inconfutabile alla scoperta di un rapporto di produzione del tipo capitalistico, male dissimulato nella facciata della struttura russa.

La nostra imputazione di capitalismo alla gestione dei mezzi e delle forze produttive in Russia è del tutto generale; ma abbiamo qui svolta una via più evidente per confutare l’eterna confusione tra statizzazione e socialismo, su cui da almeno trent’anni lavora la colossale propaganda della terza ondata del tradimento opportunista.

La distinzione tra esercizio della struttura costruita, ed economia della sua costruzione, vale anche per uno stabilimento industriale; e certamente in Russia quantitativamente la costruzione di officine e la loro successiva gestione hanno dato una massa di movimento economico ben superiore a quella della costruzione delle abitazioni, ed anche della costruzione diedifici in genere per tutte le destinazioni, e di quella delle grandi opere pubbliche, forse anche.

Nel fermarci dunque alle case urbane teniamo ben chiara questa distinzione triplice. La costruzione e il montaggio di una fabbrica con tutte le sue macchine ed impianti dà luogo ad un primo rapporto di produzione in quanto un’impresa ne assume contro compenso in denaro la costruzione ed il montaggio (prescindiamo per un istante dalla natura privata, cooperativa, statale di detta impresa).

Una volta eretta la fabbrica questo primo rapporto è chiuso, e se ne apre un secondo con la sua entrata in funzione, ossia si inizia la produzione di quel tipo di manufatto che la fabbrica somministra. Questa fase non temporanea ma permanente, fino a che l’impianto non sia messo in disuso, dà luogo al classico rapporto capitalistico di produzione quando arrivano in fabbrica materie da lavorare e lavoro umano e ne escono i prodotti lavorati in forma di ”merce”.

Quando al posto della nostra fabbrica vi sia, ad esempio, una opera pubblica di uso generale non pagato, come una strada rotabile, non vi sarà una fase di esercizio comparabile, nemmeno in paese di confessato capitalismo, al rapporto della produzione di merci: la spesa di manutenzione e di ripristino (ammortamenti) non sarà tratta da una entrata mercantile, ma sostenuta dallo Stato o altro pubblico ente.

I casi intermedi, tra questi due estremi della destinazione che oggi direbbero ”funzionale” della costruzione ”realizzata”, sono vari e complessi. Una ferrovia dà luogo ad un esercizio mercantile, dato che i viaggiatori e le merci pagano il trasporto e da tale ricavo si paga un personale, sia la gestione privata o pubblica, attiva o passiva.

La casa di abitazione, dopo eretta ed occupata, dà luogo ad un’attività economica di esercizio in quanto in generale l’abitatore paga per il suo godimento, ma non si tratta di un rapporto di produzione capitalistico, né basta a stabilirlo la relativamente lieve spesa di manutenzione e conservazione. Non vi sono prodotti vendibili, ed in generale nemmeno ”servizi” frazionabili in remunerazioni a prezzo, o tariffe.

Nella limpida società borghese ternaria, ove sono presenti i redditieri immobiliari, Marx ci dice che la gestione della casa non dà profitto di impresa ma solo rendita di proprietà. In Russia ci domanderemo se vi è la proprietà della casa e l’onere per il suo uso, e a chi nel caso vada tale ricavo di gestione.

Ma siamo giunti a questo per esserci occupati del rapporto di produzione che inerisce alla costruzione, al montaggio, all’appalto di questi lavori da parte di intraprese il cui bilancio abbiamo voluto studiare e svelare. Ciò in analogia stretta col fatto che nei paesi moderni una parte veramente notevole di investimento del capitale di impresa, che sta bene a fronte di quella che si rovescia nelle industrie ”manifatturiere” ed anche di ”servizi generali”, si dedica all’industria della costruzione, si tratti di case, di edifici generici o di altri impianti.

193. Codice civile sovietico

Sarà bene guardare alle formule teoriche che sono contenute nelle costituzioni generali e nel codice civile russo, anche se non è facile essere in possesso delle ultime versioni che tutte, notoriamente, si avvicinano sempre più a quelle in vigore nei paesi di diritto borghese (con le note origini dal diritto romano e dal codice di Napoleone).

Il codice russo ammette tre tipi di proprietà: statale, cooperativa, privata. Questa distinzione, che riguarda il soggetto del diritto di proprietà, è chiarita nella sua portata dalla distinzione circa l’oggetto della proprietà, ossia la natura dei beni su cui essa si esercita.

Nel diritto sovietico è scomparsa la classica distinzione tra beni immobili e mobili, in quanto il bene immobile tipo, ossia la terra, il suolo, è dichiarato dalla Costituzione proprietà dello Stato, e nessuna sua parte può divenire oggetto di proprietà privata, e in teoria nemmeno cooperativa.

Questo è vero formalmente agli occhi di un ideologo del diritto borghese, in quanto per costui si ha la proprietà integrale e piena quando alla stessa si accompagna il diritto di ”alienabilità” contro denaro sul mercato. Nei paesi borghesi ogni titolare del diritto di proprietà può, appena crede, vendere la sua terra; ed anche il titolare di qualche altro diritto meno totale (enfiteusi e simili).

In regime borghese lo Stato ha una doppia forma di proprietà: demaniale, ossia invendibile sul mercato a privati – patrimoniale, ossia vendibile ad un qualunque compratore, a volontà dello Stato stesso o a giudizio di chi lo gestisce.

Poiché nel codice russo la terra è dichiarata non solo proprietà dello Stato, ma anche «bene non passibile di atto di disposizione privata», insieme ad altri beni e cose che elenca un articolo fondamentale dal titolo sull’«oggetto dei diritti» (il nostro giurista direbbe: res extra civile commercium), essendo ipotizzabile un unico proprietario di terra, che è lo Stato, questo è un proprietario che non può contrarre vendite (né compere) dato che un secondo non ne esiste.

Il codice civile di un paese comunista, prima di divenire del tutto inutile, potrebbe dire più semplicemente: è abolito l’istituto della proprietà sulla terra e sul suolo. Inutile far vivere una ”proprietà statale”, che in tanto è logicamente necessaria in quanto ha di fronte una proprietà privata.

Comunque, è solo apparente l’abolizione della proprietà privata della terra (e più ancora come vedremo quella degli immobili, tra cui le case) dato che lo Stato può darne concessione ad enti cooperativi e famiglie private come ben sappiamo per il campo agrario. Questa forma giuridica di concessione non la si vuol chiamare proprietà (e si avrebbe ragione anche dal congresso internazionale dei professori di diritto!) perché non comporta l’alienabilità contro denaro. Ma restando sul terreno economico (ossia per un marxista che studi il diritto solo in quanto sovrastruttura contingente dell’economia), quando il godimento è perpetuo, e irrevocabile dallo Stato, non si accompagna ad altro tributo che ad un’imposta come quella che anche la proprietà fondiaria borghese paga ai suoi Stati, ed è perfino trasmissibile per via ereditaria, abbiamo la piena trasformazione della proprietà statale in proprietà cooperativa (grande azienda colcos) e proprietà privata (campicello e casa familiare contadina). Marx direbbe che a pari rapporto di produzione si ha pari forma di proprietà.

Abbiamo anche sempre detto che una riforma legislativa che attribuisca allo Stato la proprietà e la rendita è concepibile per il sistema capitalistico e propugnata da gran tempo da scuole borghesi e ”industriali classiche”.

I beni non suscettibili in Russia, ed in dottrina legale, di privata disposizione, sono oltre alla terra molti altri, e soprattutto gli impianti e stabilimenti industriali o destinati a servizi di utilità generale. Contiene questa definizione espressamente il divieto di possedere l’attrezzatura ”volante” di un cantiere di costruzione, che è un impianto non fisso, non di produzione di manufatti, e nemmeno di servizi permanenti, quali sono invece l’officina e la rete elettrica, ferroviaria, ecc.?

Il problema centrale che abbiamo davanti è quello del primo smascherarsi del profitto di impresa, che non è mai stato assente, attraverso le organizzazioni di costruzione a cui si trovano nei vari discorsi ai congressi curiosi accenni.

194. Abitazioni e locazioni

Costruita la casa di abitazione, come nel caso di un fabbricato industriale o di un’opera destinata a un servizio pubblico, la ”organizzazione” edile si ritira facendone consegna. A chi, e per quale disposizione?

Se interroghiamo il nostro ipotetico congresso mondiale delle università giuridiche, appariràche la proprietà delle case non esiste, e che sono tutte dello Stato, una volta che tale è la sorte del suolo. Infatti nel puro diritto romano «qui dominus est soli…», chi è proprietario del suolo, lo è anche di quanto sta sotto e sopra «usque ad coelum et inferos», fino al cielo e all’inferno, e tutt’al più escluso solo il possesso di Dio e di Satana…

Tale norma dei polverosi digesti cade però in difetto non solo in legislazioni moderne ma anche in quelle che hanno base nel diritto germanico medioevale; e quindi la miniera sotto e la casa sopra trovano discipline diverse da quelle del suolo. E nel diritto positivo russo abbiamo che, dopo aver defenestrata la definizione di ”immobile” per il fatto che la nuda terra non è commerciabile, si riammette la possibilità di case di privata disposizione, ereditabili e vendibili, come pure godibili senza pagare canoni allo Stato o ad altro ente.

Infatti del terzo tipo di proprietà, ossia ”privata”, non solo possono essere oggetto tutti i generi di uso personale o meno, per cui non faccia specifico divieto la legge, come anche le piccole aziende commerciali ed industriali che abbiano un numero molto piccolo di operai salariati, ma altresì «gli edifici non municipalizzati». La Costituzione 1936, come sappiamo, riconosce nell’art.7 al componente dell’azienda collettiva (membro del colcos), a parte il godimento di cui abbiamo ampiamente discorso sul campicello, «la proprietà personale sull’azienda accessoria all’appezzamento suddetto, sulla casa per l’abitazione, il bestiame produttivo, il pollame e il minuto inventario rurale». L’art. 8 riconosce analogo diritto di proprietà a contadini singoli e a piccoli artigiani, purché basata esclusivamente sul proprio lavoro personale. Nel codice è riconosciuta la proprietà individuale sul reddito del proprio lavoro, sui risparmi, sulle ”case di abitazione” e sui ”beni domestici ausiliari” ossia sugli oggetti facenti parte dell’uso e dell’economia domestica, come sugli oggetti di uso personale. Per tutti i detti beni (e quindi anche per la casa di abitazione) è consentito il diritto di successione ereditaria.

Quanto alle case, l’art.182 (codice civile 1937) dichiara «valida la vendita di edifici di abitazione non municipalizzati o demunicipalizzati» con la sola condizione che «attraverso quell’atto l’acquirente o i suoi familiari non assommino presso di sé più di una proprietà».

La casa di abitazione è dunque suscettibile di compra-vendita, sia evidentemente da parte di successivi possessori, sia da parte del primo costruttore.

Esiste dunque la piena privata proprietà delle case di abitazione, col solo limite che siano adibite all’uso del proprietario e dei familiari.

Infatti la casa di abitazione, sia pure idealmente considerata come distinguibile dal suolo su cui sorge (che è dello Stato), può avere, oltre a tutti gli altri requisiti (perpetuità di godimento, ereditabilità per successione, non revocabilità da parte dello Stato o di altro ente di tali diritti), anche quello che mette d’accordo tutto il congresso dell’universale giure borghese, ossia la vendibilità e acquistabilità contro moneta.

Tutt’al più si può considerare che colui che ha acquistato questa piena e totale proprietà della casa può goderne solo direttamente o attraverso i suoi più stretti congiunti, e non può procurarsene una seconda (non può stipulare più di una volta in tre anni), e quindi non ha il diritto di concederla ad altri contro un canone di locazione. Sarebbe così ammessa la proprietà della casa propria familiare, e non altra.

Viene quindi da chiedersi come tutti quelli che non hanno raggiunta la proprietà della casa che abitano, conseguano il godimento di una casa, e sotto quali rapporti e condizioni, poiché non si mancherà di gridarci in volto che non devono rivolgersi all’odiata figura del ”padrone di casa”; alla quale tuttavia nei paesi borghesi coi vincoli, i blocchi e le proroghe sono state tagliate le unghie.

Fermo restando che il suolo è proprietà dello Stato, la legge sovietica, che si fonda indubbiamente sulla espropriazione iniziale di tutta la proprietà edilizia che fu trovata in atto dalla rivoluzione, ha affidato la gestione delle case che non sono possedute da privati abitatori alle municipalità locali.

L’insieme delle case di una città grande o piccola forma un ”demanio comunale”, tra cui si eccettuano alcuni edifici dell’amministrazione statale centrale, e quelli che traverso un lungo decorso in continuo incremento sono stati attribuiti a privati goditori-proprietari nelle forme ora dette.

Le case disponibili sono distribuite tra coloro che ne abbisognano con un procedimento chiamato di ”condensazione” che assegna i locali a ciascuno e fissa il canone di affitto, cui apposito articolo pone limiti tariffari (il 166). Non meniamo scalpore sulla non immediata abolizione di ogni canone di fitto, quale era stata fatta al tempo del comunismo di guerra, ben ricordando che nella sua classica ”Questione delle abitazioni” Engels spiega che l’ente espropriante di esse nell’interesse del proletariato non potrà di primo colpo sopprimere la pigione, essendo chiaro che il demanio case non starebbe in piedi senza un contributo di tempo lavoro dedicato a mantenerlo efficiente. Lo scandalo lo vediamo nella proprietà privata familiare che non paga pigione.

195. Costruzione ed assegnazione di case

Lo Stato o gli enti pubblici locali possono concedere il diritto di costruzione su dati terreni, contro pagamento di un canone «da parte del costruttore» e con diritto di «godimento e sfruttamento della costruzione» alle condizioni del contratto. Tale diritto può essere attribuito a «privati, cooperative, aziende», ecc. Togliamo le attuali citazioni dall’articolo di Ugo Natali nel nr. 1-2 della stalinista ”Cultura Sovietica” del 1946.

Il costruttore non solo può ricavare dalla costruzione i canoni di affitto, ma può anche alienarne le parti, sotto date norme se la figura del costruttore l’ha rivestita un’azienda che ha lo scopo di destinare le case ai soli suoi dipendenti. È vero che al termine della lunga concessione il tutto ritorna all’ente concedente il suolo, e in ultima analisi allo Stato, ma un simile istituto è in molte legislazioni (Inghilterra) ed è notoriamente ottimo ossigeno per la vitalità delle capitalistiche ”società di costruzione”.

Ecco perché la casa è un bell’esempio di come il diritto di proprietà dei mezzi di produzione, che sembrava scomparso, appare nella deteriore forma del diritto di costruzione. Nato sul terreno infido dell’abitazione tale diritto passa ben presto al diritto di appalto della costruzione, che altro non è che la proiezione, in un’economia statizzata, del diritto di intrapresa privata, sul comune fondamento capitalista.

Quando si procede alla ”condensazione” delle abitazioni di un edificio, o di un rione urbano, ossia si tolgono stanze in più ad antichi occupanti per alloggiare altri nuclei familiari, si colpiscono gradatamente tre categorie di utenti: i godenti di reddito non proveniente da lavoro; i professionisti ed artigiani; e solo per ultimi i lavoratori salariati. Nello stesso ordine si procede allo sfratto degli eventuali occupatori eccedenti lo spazio disponibile, e i lavoratori non possono (salvo casi disciplinari come il disturbare un coabitante) essere sfrattati se non vengono provveduti di casa altrove.

In tal modo il codice ha disciplinato l’uso delle case urbane e il contratto di locazione dell’abitazione. Ma il codice prevede anche la locazione, a privati o a cooperatori, di aziende di produzione dello Stato o dei comuni, che è legata a cifre minimum della produzione annua. E da questa norma vediamo riapparire il rapporto di appalto di una fabbrica, che ci richiama a quanto abbiamo svolto sul caso statisticamente predominante dell’appalto di lavori di costruzione e di montaggio, che si estende dalle case agli stabilimenti, ai grandi impianti ed opere pubbliche generali.

È forse, in tale sistema, non certo ordinato e facilmente classificabile, e che nelle risultanze in possesso di chi lo studi ad ogni passo richiama il caos equivoco del mondo borghese della costruzione edile, dell’accaparramento dei suoli, dei cantieri e delle case, ed in genere della proteiforme ed elastica industria dell’intrapresa costruttrice, dai tentacoli inafferrabili e dal ribollire che aggira ogni freno, è forse l’esistenza di una proprietà privata sulle case abitate una eccezione, un residuo di forme passate che si tende a liquidare con forme transitorie di gestione e di amministrazione? Risulta perfettamente il contrario.

È certo che una rivoluzione proletaria potrà facilmente liberarsi della forma sociale della grande proprietà urbana, con la stessa facilità con cui i regimi borghesi hanno potuto in guerra eternare l’uso della casa semplicemente togliendo al padrone i mezzi di forza legale per estromettere il locatario. Tuttavia non solo non potrà, come dice Engels, regalare la casa al pigionante, perché costituirebbe una nuova base alla proprietà perpetua, ma sarà costretta in un primo breve periodo a rispettare la minoritaria proprietà legata all’uso diretto (di famiglia) dell’abitazione. La giusta politica sarà di prendere per il collo ”chi si è fatta la casa” e fargli pagare una buona pigione allo Stato: ma è facile vedere come al primo momento si tollereranno, provvisorio del provvisorio, i padroni della loro risibile ”home”.

Si va in Russia verso una liquidazione di questa forma di proprietà frammentaria e minuta dell’abitazione, che appunto per evitare il concentrarsi in grossi blocchi tiene in vita il famigerato borghese istituto del ”condominio sugli edifici”, sopra tutti irrazionale, antieconomico e socialmente pestifero? Al contrario! Questo miserabile e reazionario sistema, ricettacolo incubatore di ogni tirchieria individualista e piccolo-borghese, costituisce in Russia un ideale, non meno che nei paesi retti da democratici laici o confessionali!

Basti sentire Kruscev al XX congresso: «Oltre alle costruzioni con finanziamento statale, bisogna sviluppare più ampiamente le costruzioni con fondi individuali, aiutare gli operai e gli impiegati a costruirsi la casa con i risparmi personali, aumentare la produzione e la vendita alla popolazione di materiali da costruzione di case prefabbricate».

196. L’antimarxismo emulato

In che differisce questo linguaggio, questo stile, questo programma di incanalamento delle tendenze ”popolari”, da quelli che adoperano, nella fiducia di pervenire a sradicare dalle classi lavoratrici dei paesi di tutto il mondo le luminose impronte della tradizione rivoluzionaria suscitata dalla sommovente dottrina del marxismo, gli americani, i keynesiani, quelli della teoria del benessere, della cancellazione di ogni dinamico connotato di classe in una società che tuttavia resti inchiodata sui ceppi del modo capitalista di produrre, i bigotti indecenti di tutte le socialdemocrazie e di tutti i socialcristianesimi?

Quando non si era ancora dimenticato il classico inno che il nostro Manifesto levò, fra il terrore di un mondo abbacinato, alle gesta della borghesia mondiale che aveva cancellato, nelle masse immense dei salariati lanciate in turbine per un mondo fragoroso di sonanti officine e di macchinari frementi, gli istinti millenari che vi avevano impresso i residui tradizionali di limitatezza personale religiosa, familiare, domestica, mercantile, propri di vinte economie polverizzate e pidocchiose – allora noi concedemmo ogni fede alla minoranza magnifica che in Russia rappresentava questa avanguardia delle società moderne, preparata sui piani dell’istinto della massa e della dottrina del partito a dilacerare senza alcuna pietà tutti gli schermi di quei vecchi fradici scenari; e mai fede fu meglio riposta. La collera di classe che montò sul sommo dell’onda bolscevica di battaglia scosse sulle loro fondamenta tutti quegli idoli e feticci a cui ancora l’occidente bruciava stupidi incensi. Vedemmo davanti ad essa per sempre fuggire gli ultimi scrupoli paralizzatori legati ai pretesi ”valori” della civiltà moderna, che voleva solo chiudere nel giro delle sue molli braccia la vastaterra degli zar, ma allibì vedendo spezzare dal proletariato scatenato ogni vincolo alle sue icone e ai suoi ideologismi ed ai suoi astratti, che si equivalgono quali forze classiste e storiche, si chiamino essi divinità, personalità, libertà, proprietà, culto imbecille dello Stato, della patria, della famiglia, della casa infine, ultima e più sinistra prigione che il fiammeggiare del comunismo mondiale deve disonorare prima, dissolvere poi.

Mentre il giovane proletariato russo, con la sua breve ma sfolgorante storia di classe, che aveva percorsa fulmineamente infrangendo sinistre catene ideologiche, e che più irruente ripercorse avendo nelle mani le fiamme e le armi della guerra di classe, si proiettava all’avanguardia di tutti verso le più audaci conquiste dell’avvenire, in uno dei cicli più iconoclasti della storia umana, fu chiaro alla nostra teoria, mai disgiunta dal nostro entusiasmo, che esso, levandosi, doveva sommuovere il più tremendo di tutti i cumuli di strati sociali che il marxismo avesse mai previsto; vivemmo la storia ed erigemmo coi marxisti russi la scienza del trattamento nella rivoluzione non tanto di nobili e borghesi, per cui era pronta ed ovvia la formula della riduzione al nulla, quanto e soprattutto dei contadini famelici, loro a buon diritto perché non avevano retine per raggi più alti, di terra e libertà, di proprietà non serva e di casa che non fosse canile nella famiglia del padrone terriero

Stabilimmo chiaro che essi avrebbero saputo combattere, ma non potevano sapere e vedere quei traguardi tanto più alti, per i quali solo la classe dei lavoratori di massa e nullatenenti ha organi di senso e di pensiero.

Questo insegnamento ci permise di intendere che per tratto non breve, ma che confidammo potesse essere traversato di slancio con la forza della rivoluzione occidentale, si dovesse filtrare questa massa di disperati servi, dai muscoli rivoluzionari ma dalle menti oppresse da tenebra, attraverso le reti della parcellazione dei campicelli e delle casette tra loro lontane e purtroppo nemiche, dialetticamente immergendo, e non vi era da temere a riconoscerlo, il fiammante slancio delle masse urbane nella rurale fame di egoismo personale, microdomestico, microaziendale, come sola via storica per spingersi poi fuori dall’inferno della limitatezza individuale, che vive nel culto ingenuo quanto sciagurato della zolla, del peculio, della vacca, del figlio-animale da lavoro posseduto, del padre nutrito titolo monetario, delle quattro mura cretine che separano dal mondo, come disse Engels della meno angusta cerchia del mir.

Non venne l’onda montante della rivoluzione di occidente con le altre formidabili armate di senza-riserva, di proletari puri delle città – e delle campagne capitalistiche da secoli – e fummo pronti a registrare l’evento storico che, col raffreddarsi della tensione rivoluzionaria ad ovest, si dovesse scontare l’imprigionamento della campagna contadina russa in forme istintive da bassa rivoluzione borghese-individualista, per una dura tappa storica ulteriore.

Ma abbiamo veduto cosa e vicenda più orrenda: non solo che il ferratissimo e spregiudicatissimo proletariato industriale russo fosse riportato indietro alla parità di potere col contadiname frammentario; ma che al primo si ponesse come modello, come traguardo, come programma, al posto di quelli comunisti che aveva conquistato nella forza del più grande partito di dottrina della storia, il modo di vivere miserabile dell’agricoltura molecolare affondata nel pantano dell’egoismo sociale.

197. La proprietà personale

È una vecchia canzone che ci insegue dai tempi lontani della prima polemica sulla rivendicazione comunista. «Il socialismo non sopprimerà la proprietà personale». Si vuole con ciò dire che il socialismo consiste nel sostituire all’appropriazione privata degli strumenti di produzione, e quindi dei loro prodotti, la loro appropriazione da parte della società. La massa del prodotto sociale verrà assegnata ai produttori, ma ognuno, ricevuta la sua parte di consumo, tra il momento dell’assegnazione e quello della consumazione ne ha la ”proprietà personale”, come si dirà sempre il mio pane, il mio companatico, le mie scarpe, il mio mantello…

Questo non è un ragionamento scientifico ma solo un vecchio espediente di propaganda per attenuare la paura che faceva al tardigrado ”senso comune” la rivoluzionaria proposta di cancellare ogni proprietà individuale.

Prima di provarne il vizio con la teoria e coi suoi testi di base, ne abbiamo ora trovata una prova storica: arriveremmo a questa enormità, che il socialismo conservi la proprietà personale della casa, in quanto la stessa, pur non essendo un genere di sussistenza e di consumo, può essere goduta individualmente?

Fatta questa scivolata è facile rilevare che tale godimento non è personale, ma familiare, per piccole collettività domestiche, ed ecco che nel socialismo avremmo fatto rientrare a bandiere spiegate l’istituto della ”famiglia” che consuma e gode in comune dati benefici, e con esso il cardine di ogni società di proprietà privata, fino alla forma capitalistica, la trasmissione ereditaria, che è uno dei piloni angolari dell’accumulazione della ricchezza privata.

Andrebbe riletto l’intero capitolo ”Proletari e comunisti” del Manifesto, che stritola le obiezioni tradizionaliste alle posizioni comunistiche contro la proprietà, la libertà, la personalità, la cultura, la famiglia, la patria, la religione.

Nella moderna società borghese, dice il Manifesto, non vi è proprietà acquistata col lavoro. «Il lavoro del proletario crea il capitale, crea cioè la proprietà sfruttatrice dei salariati». Quando si accusano i comunisti di abolire ogni proprietà, si allude forse alla proprietà del piccolo-borghesee e del piccolo agricoltore che precedette la proprietà borghese? Codesta non abbiamo bisogno di abolirla; lo sviluppo dell’industria l’ha abolita e la abolisce quotidianamente.

Ora il punto è questo: vogliamo noi forse capovolgere questo processo borghese di espropriazione della piccola proprietà, che in epoche precedenti è stata formata, genericamente parlando, col lavoro? No, noi vogliamo soltanto che esso si completi, per avere tutte le condizioni del socialismo. Possiamo essere costretti a riconoscere, pur essendo passati 110 anni da quelle tavole formidabili, che resta in questo campo molto da espropriare, e tollerare che queste antiche forme conducano il loro ciclo; ma non certo disfare quel tanto di loro evoluzione che la stessa società borghese ha attuata.

E come, senza essere paranoici, si concilia questo abbicì sempre indiscusso con l’incoraggiamento alla proprietà della casa ”formata col risparmio del lavoratore”? Una tale frase delinquenziale può pronunciarla Keynes, e con lui soltanto chi abbia lacerato tutte le pagine del marxismo.

Vogliamo tuttavia seguire il tentativo di considerare la casa non come una parte di capitale (ciò stabilirebbe decentemente ogni keynesiano che aspira ad attribuire individualmente e familiarmente non solo pezzetti di case, ma anche di intraprese di produzione industriale, di titoli azionari; ogni modernissimo capitalista democratico – coerente lui, e coerenti noi cui capitale e democrazia suscitano lo stesso schifo) ma come parte di quel consumo individuale di prima necessità, per cui non abbiamo mai annunziata la privazione del diritto di disporre.

Il Manifesto infatti dice: «Il salariato con la sua attività si appropria il puro necessario per campare la vita e riprodursi. Noi non vogliamo abolire in nessun modo questa appropriazione personale che si compie del prodotto del proprio lavoro per il mantenimento della vita immediata, appropriazione la quale non lascia rendite che diano modi di dominare sul lavoro altrui».

Questo passo segue a quelli che hanno spazzata via la ”proprietà formata con la produzione autonoma” e quella formata con la produzione borghese, e tratta la proprietà nata dal salario – fin che esista. Da questo passo è uscita la parafrasi che il socialismo fa salva la proprietà individuale del consumo, di cui non vieta la ”appropriazione” nel breve ciclo tra erogazione della forza di lavoro e consumo del cibo che la ripristina. Ma ogni accantonamento, ogni ”risparmio”, esula da questa appropriazione fatta salva, ed è concessione alla posizione opposta, l’accumulo di rendite che diano modo di dominare il lavoro altrui.

Scientificamente parlando è il caso di riservare il vocabolo proprietà ed appropriazione a questo secondo rapporto, di messa in riserva di risorse da usare ”per dominare il lavoro altrui”, rapporto che è finito nella società socialista, e parlare di ”disposizione” da parte del lavoratore di quanto gli compete per provvedere al suo consumo ”immediato” nel senso che non va a riserva, ma può coprire in ciclo brevissimo la gamma dei bisogni.

198. La questione posta storicamente

Scientificamente e fuori delle prime concessioni filosofiche alla contrapposizione dei principi, per un solo attimo pensati metafisicamente, il marxismo mette esattamente al loro posto i termini ed i rapporti di appropriazione e di espropriazione. Siamo nel classico centrale caso di uso della dialettica.

Nel capitolo finale del Capitale Marx fa in nota uno dei suoi tanti omaggi al geniale dialettico Sismondi, che aveva scritto: «Noi siamo in una condizione affatto nuova per la società… tendiamo a separare ogni specie di proprietà da ogni specie di lavoro». Frase da gigante, quanto è da sporco pigmeo quella di Kruscev sull’ideale della saldatura del lavoro risparmiato con la proprietà perpetua della casa e, peggio, non individuale, ma familiare.

La separazione della proprietà dal lavoro Marx la svolge in tutta la dottrina dell’accumulazione capitalistica: noi la chiamiamo con rigore ”Espropriazione dei produttori immediati”. E leggiamo (cento volte e più nella vita): «La proprietà privata fondata sul lavoro personale, questa proprietà che salda (e per così profetizzare che taluno sarebbe sceso fino a Kruscev) il lavoratore isolato ed autonomo alle condizioni esteriori del proprio lavoro, viene soppiantata dalla proprietà privata capitalistica, che ha per base lo sfruttamento del lavoro altrui, libero soltanto formalmente».

La classica descrizione segue il suo corso indimenticabile. Questa espropriazione di molecolari proprietà private, che il Capitale compie è nel nostro formulario già una socializzazione. Ma presto: «anche la ulteriore socializzazione del lavoro e la metamorfosi successiva del suolo e degli altri mezzi di produzione prende una nuova forma». Questo corsivo lo dedichiamo a sottolineare che nel marxismo il suolo, la terra, è ”un mezzo di produzione”. Vi diamo il tema: la casa, il suolo non agrario, sono mezzi di produzione? Marx dovette ricordare il teorema generale nella lettera sul programma di Gotha a smemorati discepoli: il suolo e la terra sono compresi negli strumenti di lavoro. Ma la casa non è compresa tra gli strumenti di lavoro, ci si può dire per la disperata difesa della ”riappropriazione” della casa. È vero. Ma la casa non è nemmeno un ”prodotto” rapidamente consumabile – per distruzione – prima di poter divenire monopolio di chi domina il lavoro altrui. In questo passo Marx indica i due monopoli della società borghese: quello dei capitalisti sugli strumenti costruiti dal lavoro, e quello ”dei proprietari della terra”, che in questo senso è, come detto, uno strumento di lavoro anch’essa.

Le case ed i suoli urbani non sono mezzi di produzione in senso proprio; non sono, come dice lo Statuto della Prima Internazionale: fonti della vita, ma la loro appropriazione che non sia sociale ma personale è una base di monopolio borghese e non è concepibile che esista nella società socialista; in quanto residui storicamente, una società anche tendenzialmente socialista la può subire, ma non fondare, incoraggiare, diffondere alla Kruscev. Se lo fa, è perché è borghese.

Non si tratta solo di un’aspirazione antisocialista e controrivoluzionaria ma di una aspirazione assurda e falsaria, che sia apologizzata a Mosca o a New York. La casa dei singoli raggiungerà una piccola minoranza, o cadrà nei vortici dell’accumulazione capitalista. Il risparmio sarà espropriato dal capitale, come con la odierna confisca dei titoli di Stato forzati.

Torniamo indietro, nella nostra corsa storica. Qual è per Marx la nuova forma della socializzazione che succede alla prima in cui i capitalisti espropriano le impotenti proprietà dell’autonomia familiare? È la forma dialettica: «Colui che bisogna esproprire non è più il lavoratore indipendente, ma il capitalista». Non gridino i Kruscev che l’hanno fatto! Sono i grandi capitalisti che qui vannoe spropriando i minori, fino a che (Engels, Antidühring) non agisce lo Stato: «Ad un certo grado anche la forma delle società per azioni non basta più; il rappresentante ufficiale della società capitalistica, lo Stato, deve assumere la direzione».

E ritorniamo alla pagina base: «L’appropriazione capitalistica costituisce la prima negazione di quella proprietà privata che non è se non corollario del lavoro indipendente ed individuale. Ma la produzione capitalistica genera essa stessa la propria negazione con la fatalità che presiede ai fenomeni della natura.

È la negazione della negazione. Essa ristabilisce non la proprietà privata del lavoratore ma (ecco il passo che sembrò ermetico) la sua proprietà individuale fondata però sulle acquisizioni dell’era capitalistica, sul lavoro associato, sul possesso comune della terra e di tutti i mezzi di produzione creati dal lavoro».

Ma l’ermetismo insinuato da Dühring fu risolto dal nostro ”cristallino Engels”, in cui Stalin fu il primo a non saper leggere: «Per ognuno che intenda il tedesco questo significa che la proprietà privata si estende alla terra e agli altri strumenti di produzione, e la proprietà individuale ai prodotti, quindi agli oggetti di consumo».

A ribadire questa portata dell’espressione di Marx sulla proprietà individuale, Engels cita, come altre volte abbiamo riportato, il passo di Marx nello stesso primo libro del Capitale che – al solito – descrive la società socialista. «Una associazione di uomini liberi che lavorino con mezzi di produzione sociali e spendano le loro forze individuali produttive coscientemente come una sola forza lavoro sociale…» viene supposta da Marx. In essa: «l’intero prodotto dell’associazione è prodotto sociale. Una parte di questo prodotto serve di nuovo come mezzo di produzione. Ma altra parte è consumata per il mantenimento dei membri dell’associazione: essa deve quindi essere ripartita tra di loro».

A disposizione del singolo produttore nella società socialista viene messa solo la quota immediatamente consumabile del prodotto sociale che gli compete, e questo Marx chiamò proprietà individuale storicamente in contrapposto alla proprietà privata borghese sorta dall’espropriazione degli antichi lavoratori autonomi, e che a grande distanza storica e in forme radicalmente nuove ne rivendica la riaffermazione dialettica, sorta dall’espropriazione degli espropriatori.

L’oggetto della formula ”proprietà individuale” fisicamente sparisce nel consumarla. Solo questo lo salva dall’essere riespropriato.

Sorge da tutto ciò che la casa stabile e usabile (ma non consumabile) in successione da persone fisiche mutevoli e diverse non può mai essere compresa nella quota dal continuo flusso assegnata alla disposizione personale di ciascuno e che costui può consumare subito e sul posto o in altro luogo ed ora.

La casa non può venir assegnata alla persona e alla famiglia senza che si ricada in una forma di proprietà precedente all’epoca borghese, in cui si confondevano totalmente il luogo di soggiorno e riposo e quello di lavoro, forma palesemente deteriore rispetto a quella borghese, sicché non si tratta di un capovolgimento dialettico ma di un banale rinculo su strade già percorse dalla storia sociale.

È ben chiaro che un tale processo seduce i difensori dell’ordine borghese, che sono tutti schierati a frenarlo e chiamarlo indietro dalla china inesorabile in cui lo travolgono le leggi scoperte e proclamate dalla potenza del marxismo.

Ed è ben chiaro che l’adesione ad un simile metodo sociale da parte della politica russa non può preludere ad altro che all’accettazione di questo piano generale dei neo-malthusiani moderni, i quali vogliono rimettere in ripartizione non solo la parte consumabile del prodotto di lavoro, ma anche quella del profitto di impresa e di capitale, insieme alle particole di rendita della ricchezza, ben rappresentate nel godimento dell’abitazione urbana. Ciò è altro passo verso l’ammissione e la confessione che l’economia russa di capitalismo di Stato si risolve palesemente in una copia conforme delle economie di capitalismo privato, confesse in occidente.

La questione della casa è un nodo cruciale di tale dimostrazione, in cui converge la valutazione delle relazioni economiche, con quella delle influenze psicologiche, ideologiche e politiche che ci hanno consentito il parallelo tra il colcosiano agrario dispositore di terra, di casa, di capitale scorte, e il proletario industriale avviato alla casa di proprietà familiare ereditaria, arredata domani all’americana di refrigeratore, televisore e tutto l’altro installment multiforme e stupefacente, e che farà un giorno analoga fine.

Alla posizione di vantaggio economico e sociale che, tramite il rapporto con lo Stato, corre oggi in Russia tra il ceto medio e gli operai industriali, corrisponde nella soprastruttura politica il processo di plasmatura dell’ideologia operaia su un modello piccolo-borghese, che spegne gli ultimi ritorni di fiamma dell’incendio bolscevico, e chiama il plauso, l’appoggio, la collaborazione e la direzione suprema del grande capite internazionale e degli imperi di Occidente, primo fra tutti quello di America. Questo, preso coraggio dalla liquidazione delle ultime vampe che lucevano nell’aggressività stalinista, mostra ormai alla luce del sole i grappoli delle bombe atomiche, che assicurano della servile emulazione e della lunga pace.