Kansainvälinen Kommunistinen Puolue

Il Programma Comunista 1960/5

La “distensione”, aspetto recente della crisi capitalistica (Pt.5)

3) Crisi generale dell’imperialismo americano: con tali termini abbiamo indicato il terzo gruppo di avvenimenti (dopo la fine dell’esplosione anticolonialista e all’inizio del grande avvicinamento politico e sociale dell’URSS agli USA) che occorre analizzare per scoprire le cause della “guerra fredda” e, di conseguenza, della “distensione”, che ad essa è seguita.

Per rendersi conto dell’imperialismo americano, come di ogni fenomeno storico, occorre ripercorrerne all’indietro le tappe, e risalire alle sue origini. Naturalmente non si tratta di un lavoro di mera cronologia. Al contrario, è necessario un vaglio critico del materiale costituito dagli avvenimenti par sceverare i caratteri comuni, che la storia dell’imperialismo capitalista americano ha con quella degli altri imperialismi mondiali, dai suoi caratteri originali ed esclusivi. Anticipando le conclusioni, si può affermare che il connotato fondamentale dell’imperialismo americano è una estrema instabilità, una condizione di crisi permanente e di lotta disperata contro i pericoli mortali insiti nelle convulsioni mondiali che esso stesso fomenta.

L’essenza dell’imperialismo americano è la colonizzazione finanziaria. Nella più generale accezione il colonialismo è l’assoggettamento di una struttura economico-sociale di livello inferiore da parte di una potenza politica basata su una struttura economico-sociale più evoluta. Il colonialismo capitalista, che ebbe inizio all’epoca delle scoperte geografiche, aveva in comune col colonialismo classico (fenicio, greco, romano) l’occupazione materiale del territorio da sottoporre a sfruttamento. Avvenne difatti che interi continenti furono assoggettati alla forma capitalistica di produzione, e il trapianto di questa sulle vecchie strutture locali, che in non pochi casi erano rimaste ferme al comunismo primitivo, si effettuò coi metodi di estrema crudeltà che contraddistinsero i “conquistadores”. In altre parole, la colonizzazione capitalistica per poter operare le sue gigantesche razzie di manodopera dovette procedere all’occupazione dei territori di oltremare. Non per altre ragioni, masse di uomini, che per l’imprenditore capitalista rappresentavano esclusivamente dei serbatoi di forza-lavoro da vuotare fino all’ultima goccia, furono gettate nella morsa del colonialismo.

Lo svolgimento storico mostra che l’imperialismo americano non batté le vie tradizionali del colonialismo. Naturalmente, ciò non prova che ai capitalisti americani ripugnassero i metodi seguiti dai colleghi europei o giapponesi. Anzi, venne un periodo, alla fine del secolo scorso, che vide la bandiera della repubblica del dollaro piantarsi su territori d’oltremare conquistati con le armi, come dimostra la guerra contro la Spagna, che fruttò agli Stati Uniti il possesso delle Filippine. Che la borghesia americana abbia ereditato dalla rivoluzione antinglese della fine del XVIII secolo un’avversione morale per ogni forma di colonialismo, è pura leggenda ideologica, alla quale non credono neppure i giornalisti atlantici che quotidianamente ne cianciano. La verità è che proprio ad opera della borghesia americana, ipocrita e bigotta quanto altre mai, la colonizzazione capitalistica raggiunse la sua forma genuina, cioè borghese al cento per cento.

A conti fatti, il vecchio colonialismo, che altre volte abbiamo definito il colonialismo “storico”, veniva a costare troppo. Impiantare un regime coloniale in territori di oltremare significò fino alla prima guerra mondiale – seguita di poco all’ultima grande impresa del vecchio colonialismo, la conquista francese del Marocco (1912) – rizzare sul posto una macchina statale di coercizione che obbligasse gli indigeni ad abbandonare le vecchie forme di produzione locali e a lasciarsi schiavizzare nella galera del lavoro salariato. Insomma, lo scopo esclusivamente capitalistico della cattura di masse enormi di uomini da trasformare in schiavi salariati era perseguito con mezzi che la colonizzazione capitalistica condivideva con quella di altre epoche storiche: occupazione del territorio, immigrazione in esso di un’aliquota della popolazione metropolitana, costruzione di un apparato burocratico locale.

Questo tipo di colonialismo capitalista si perpetuò a lungo mediante ogni sorta di prepotenze e scelleratezze. Basti ricordare la tratta dei negri, che costò all’Africa, sia per le stragi operate dai negrieri che per le conseguenze economiche, ben 200 milioni di morti, come ha ricordato a Roma in un convegno di intellettuali africani il poeta senegalese Leopoldo Senghor, leader della Federazione del Mali. Ma esso conteneva ancora, forse appunto perché mitigata da elementi non esclusivi del capitalismo, una certa carica di umanità. Alla fine, i coloni bianchi che sciamavano come cavallette dietro le armate conquistatrici o si installavano nel possedimento dopo averne scacciato gli indigeni, si esponevano, se non altro, ai disagi connessi al cambiamento di clima. Se agli indigeni, esemplari di razze “inferiori”, toccava pagarsi col sangue i benefici della “civilizzazione”, a lorsignori si chiedeva almeno il sacrificio del sudore. Ma tale tipo di colonialismo cominciò nei decenni a cavallo del secolo a non collimare più con le tendenze della nuova fase storica capitalista, cioè l’imperialismo. L’avanzata irresistibile del capitale finanziario rendeva superati i vecchi schemi del colonialismo “storico”. Cominciava a delinearsi una nuova forma di dominazione capitalistica: l’assoggettamento delle economie più deboli da parte delle potenze finanziarie per mezzo dell’indebitamento.

La prima guerra imperialistica 1914-18 fu il banco di prova delle due tendenze che si opponevano nel seno del capitalismo internazionale. Gli imperi coloniali parvero uscire rafforzati dalla prima carneficina mondiale. I rottami dell’Impero Ottomano – territorio ora appartenente alla Siria, all’Iraq, alla Palestina, all’Arabia – andarono ad ingrossare, sotto forma di “mandati”, il già gigantesco bottino coloniale delle potenze dell’Intesa. Ma un fatto di enorme importanza emerse dalla catastrofe bellica: i possessori di colonie risultarono tutti fortemente indebitati verso gli USA. Che era accaduto? I colonizzatori erano stati colonizzati! La potenza finanziaria americana, l’unica del mondo che si dichiarasse anticolonialista, aveva iniziato la caccia grossa procedendo innanzitutto a ridurre a proprie colonie finanziarie i più avanzati Stati capitalistici d’Europa!

Altro che anticolonialismo americano! Altro che eredità della rivoluzione liberale americana! Non la “coscienza morale” della borghesia americana, ma il determinismo storico, che aveva costretto le potenze dell’Intesa a farsi clienti di guerra della produzione statunitense, consentiva agli imperialisti del dollaro di ripudiare le vecchie forme di dominazione economica fino allora adoperate dalle potenze colonialiste europee. L’impiego di simili metodi non aveva permesso alla borghesia americana di andare oltre l’annessione delle Filippine: le porte di accesso all’America Latina e all’Asia restavano pur sempre sbarrate, ferocemente custodite dai pirati rivali. Poco meno di 10 anni prima dello scoppio della guerra mondiale, l’America di Teodoro Roosevelt non era costretta a fare da mero intermediario nel conflitto scoppiato tra il Giappone (sostenuto dalla Inghilterra) e la Russia per il possesso delle ferrovie mancesi e di Port Arthur? Ma, nel 1918, gli Stati Uniti erano i creditori delle maggiori potenze del mondo.

Che significava ciò? Tutta un’epoca crollava, quella che aveva visto la dominazione capitalistica affidarsi ai sistemi del colonialismo storico, della divisione del mondo in enormi imperi. Sorgeva la nuova forma di dominazione, la dominazione finanziaria, che scavalcava le frontiere, soggiogando le economie più deboli non più col peso dell’occupazione militare, ma con l’invisibile nodo scorsoio dell’indebitamento. La incetta di lavoratori da gettare nel meccanismo dello sfruttamento, che i vecchi colonialisti perseguivano nei paesi coloniali con l’ausilio del negriero e dell’aguzzino, si poteva fare adesso negli stessi paesi civili indebitando i governi locali, costringendoli a farsi intermediari delle banche del super-Stato imperialista che prestava i capitali e ne esigeva gli interessi.

Accadeva proprio questo: paesi progrediti come la Germania erano ridotti a colonie finanziarie cui si permetteva di produrre e vivere a patto di lasciarsi taglieggiare dall’usura d’oltrefrontiera.

Tale forma di dominazione, che è un vero super-colonialismo, toccò proprio alla bacchettona America dei Teodoro Roosevelt e dei Wilson d’introdurla nella storia già colma di infamie del capitalismo. Toccò a quegli “anticolonialisti” congeniti il glorioso compito di mondare di ogni elemento spurio il colonialismo capitalistico, di epurarlo al cento per cento, e applicarne i metodi nuovi, non più soltanto ai paesi arretrati, ma a tutti gli Stati del mondo. In tal modo il capitale finanziario vedeva aprirsi davanti a sé uno sterminato territorio di caccia, il rapido realizzarsi di accumulazioni di profitti che gli antiquati sistemi del colonialismo storico non consentivano. Era il trionfo della nuova fase storica del capitalismo. Ma gli antichi imperi a base coloniale erano dei fattori di conservazione di primo ordine, erano dei formidabili baluardi della controrivoluzione. Perciò, il sorgere del primato imperialistico degli Stati Uniti coincise con l’aprirsi della epoca delle grandi convulsioni rivoluzionarie, di cui la Rivoluzione Socialista Russa diede nel 1917 il segnale.

Epopea usuraia del dollaro

Al Congresso dell’Internazionale Comunista, nell’estate del 1920, Lenin traccia un quadro della situazione cui è bene riferirsi, in quanto ne emerge nitidamente il fenomeno dello esplodere, grazie alla guerra mondiale, dell’imperialismo americano. A Lenin, mentre gli avvenimenti erano ancora allo stato di incandescenza, già appare chiaro ciò che soltanto oggi comincia ad entrare nei cervelli borghesi: la fine del primato imperialistico dell’Inghilterra a favore degli Stati Uniti, la retrocessione dell’Europa borghese, proprietaria imprenditoriale e commerciale, di fronte all’America banchiera e finanziaria. Lenin enumera gli Stati che, al lume della critica marxista, appaiono i veri vincitori del primo conflitto imperialistico e al primo posto colloca, non l’Inghilterra che nel 1914 era la potenza egemone, ma gli Stati Uniti, i nuovi arrivati nella giungla imperialista. E al secondo posto il Giappone, il grande profittatore delle guerre provocate in Asia dall’imperialismo europeo.

La chiave del mistero di questa trasformazione sta nel fatto che, come doveva ripetersi durante la seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti erano divenuti l’“arsenale delle democrazie”. Ma essi non si limitarono a fabbricare le armi del massacro e a venderle ai belligeranti. Oltre che da fabbrica d’armi, la libera repubblica stellata funzionò da cambusa degli eserciti in guerra. L’Europa aveva fame di armi con cui alimentare la carneficina, e di viveri per sostentare gli eserciti. Ma milioni di uomini erano stati strappati alle fabbriche e ai campi e gettati nelle trincee, sicché le forze del “fronte interno” non bastavano a portare la produzione all’altezza dei bisogni impellenti degli Stati Maggiori. Così l’Europa divenne cliente degli Stati Uniti, collocò colossali ordinazioni sul mercato americano e chiese di ottenere la vendita a credito a chi, fino a poco tempo addietro, era stato suo debitore. Infatti, fino al 1914 gli Stati Uniti erano indebitati presso vari paesi europei, più di tutti verso la Gran Bretagna.

Così, mentre la guerra svenava le nazioni europee, l’economia americana faceva un balzo gigantesco. Non solo l’industria, di cui i nuovi clienti europei chiedevano famelicamente prodotti, ma la stessa agricoltura vedeva arrivare il tempo della cuccagna. Gli impianti industriali subivano una profonda trasformazione sia nel campo tecnico che in quello della gestione, mentre le industrie europee segnavano il passo. In agricoltura, eguali grandi progressi: vengono incrementate le colture industriali; grandi estensioni di terra incolta vengono dissodate e messe a coltura; fiumi di prodotti industriali e di derrate si riversano dalle rive atlantiche degli Stati Uniti in Europa, dove la grande fornace della guerra inghiotte le ricchezze acquistate, ma non pagate. Il saldo dei debiti si rimanda alla fine delle ostilità. In tal modo, mentre l’economia europea languisce, la macchina produttiva americana si slancia freneticamente innanzi. La corsa procede ininterrotta fino al tragico 1929, quando gli USA cadono nel baratro della crisi, trascinandosi seco l’Europa e il resto del mondo.

Ma, subito dopo la guerra, chi oserebbe prevedere la crisi? Gli Stati Uniti appaiono il baluardo invincibile del capitalismo, rigurgitante di ricchezze, corteggiato e blandito da tutti i governi del mondo che, pur di ingraziarsi le grandi banche che ormai vantano crediti presso tutti, mostrano di inchinarsi alle fantasie pacifiste di Wilson. Ma in quali condizioni si trova il resto del mondo?

Dalle parole di Lenin emerge nettissima la piramide sociale quale era costituita nel primo dopoguerra, dal miliardo e 750 milioni di uomini che formavano allora la popolazione mondiale. Gli Stati Uniti con 100 milioni di abitanti, il Giappone con 50 milioni e l’Inghilterra – «che, dopo questi due paesi, ha guadagnato più di tutti dalla guerra» – con 50 milioni, e gli Stati neutrali arricchitisi col macello, formano una popolazione di 250 milioni di uomini. Naturalmente, questa massa umana non si può considerare indifferenziata, essendo divisa in classi sociali. Tuttavia, essa forma il campo dei veri profittatori sul massacro.

La base della piramide, la moltitudine che barcolla sotto il peso dell’oppressione sociale, è rappresentata da un miliardo e 250 milioni di uomini che vivono nelle colonie o nei paesi in “via di spartizione”, come la Persia, la Turchia, la Cina. Appartengono ad essi anche le popolazioni dei paesi vinti o ridotti a colonie. Restano 250 milioni di uomini che vivono nei paesi rimasti nella posizione precedente la guerra ma caduti sotto l’influenza economica e militare americana. In totale 250 milioni nel campo dei vincitori, un miliardo e 500 milioni nel campo dei vinti, degli oppressi, dei soggetti a regime coloniale.

Ciò che colpisce più di ogni altra cosa e denuncia la svolta radicale compiuta dal capitalismo è il fatto del tutto inedito che la guerra imperialistica, e per essa la dominazione del capitale finanziario, riduce allo stato di colonia non solo paesi semicivili, ma perfino le più progredite nazioni del mondo. «La guerra – dice Lenin  – ha rigettato di colpo circa 250 milioni di uomini in una situazione che equivale a quella di una colonia. Essa vi ha rigettato la Russia, la quale conta 130 milioni di abitanti, l’Austria-Ungheria, la Germania, la Bulgaria, che hanno non meno di 120 milioni di abitanti. Duecentocinquanta milioni di uomini appartenenti in parte a paesi come la Germania, che sono tra i più civili, i più progrediti, i più colti, e che, dal punto di vista tecnico, sono all’altezza del progresso moderno. La guerra, per mezzo del Trattato di Versailles, ha imposto a questi popoli progrediti delle condizioni che li hanno precipitati in una situazione di soggezione coloniale, di miseria, di fame, di rovina, di mancanza di diritti, poiché il trattato li ha incatenati per numerose generazioni e li ha ridotti a vivere in condizioni nelle quali non era mai vissuto nessun popolo civile».

Ecco il vero volto del super-colonialismo capitalista, sorto dalla prima guerra imperialista e impersonato dagli Stati Uniti: la soggezione coloniale estesa ai popoli civili; i popoli colonizzatori trasformati in colonizzati non meno che gli abitanti delle colonie. E, al vertice della sanguinosa piramide, tre super-Stati imperialistici: Stati Uniti, Giappone, Inghilterra. Ma nella stessa triade piratesca, al di sopra di tutte le potenze del mondo e della stessa Inghilterra, o del Giappone, si aderge la potenza finanziaria degli Stati Uniti, il mostro plutocratico che, sfruttando la carneficina, ha legato al suo carro i maggiori Stati del mondo. Essi sono incatenati per numerose generazioni, avverte Lenin, e mai profezia si dimostrò più esatta. Lenin non ebbe bisogno di assistere allo svolgersi degli avvenimenti, per capire che la pace americana, la pace degli usurai, imposta col Trattato di Versailles, avrebbe gravato sulle spalle delle generazioni future, provocando tremende catastrofi. Conosciamo la truce catena di infamie iniziatasi con quell’autentico terremoto sociale che provocò la crisi economica del 1929-30; l’avvento del nazismo in Germania, la guerra di Etiopia, la guerra di Spagna, la guerra cino-giapponese, le aggressioni di Hitler all’Austria, alla Cecoslovacchia, alla Polonia, e l’ultima, la seconda carneficina mondiale.

Il super-colonialismo imperialistico produceva il suo complemento dialettico: il super-nazionalismo, la patologia politica del fascismo e del nazismo che non rifuggivano dall’impiegare nel cuore della progredita Europa metodi una volta adoperati dai negrieri nelle colonie, quali la tratta, la deportazione forzata, l’eccidio in massa dei prigionieri.

Ma proseguiamo. Conviene fermarci sulla crisi economica 1929-31 che ebbe per epicentro gli Stati Uniti, ma travolse quasi tutti gli Stati del mondo. La crisi scoppiò per mutamenti intervenuti, a seguito della ricostruzione economica europea, nelle relazioni finanziarie e commerciali tra vecchio e Nuovo Mondo. Studiando le cause e le conseguenze di quel grande sconvolgimento internazionale, può darsi che riesca più facile analizzare le cause del fenomeno politico in atto: la “distensione” fra Stati Uniti e Russia.

La crisi economica mondiale

Alla fine della prima guerra imperialistica, tutti i maggiori Stati sono indebitati: «solo gli Stati Uniti vengono a trovarsi in una situazione assolutamente indipendente». La stessa Inghilterra, che vanta ingenti crediti presso la Francia l’Italia la Russia, è debitrice nei confronti degli Stati Uniti per la cifra astronomica di 21 miliardi di lire-oro. Nei confronti della Francia essi sono creditori, insieme con la Gran Bretagna, di 26 miliardi e mezzo; nei confronti dell’Italia, insieme con Inghilterra e Francia, di 20 miliardi e mezzo. Se si considera che tutte queste potenze, così indebitate verso gli Stati Uniti, erano i vertici d’immensi imperi coloniali e controllavano, per mezzo delle loro organizzazioni bancarie, la gran parte del mondo abitato, ci si accorge come gli USA all’indomani della prima guerra imperialista facessero già passi decisivi sulla strada dell’egemonia mondiale, in seguito conquistata mediante la seconda carneficina.

Un’altra considerazione si impone. Solo nel secondo dopoguerra, ci è stato dato di assistere al crollo del vecchio colonialismo. Ma, è chiaro, la sua condanna era stata scritta nei fatti all’epoca della prima guerra mondiale, al momento in cui le banche statunitensi videro le maggiori potenze colonialiste della vecchia Europa accorrere ai loro sportelli. Le rivoluzioni non avvengono mai prima che il vecchio edificio sociale da abbattere sia imputridito per le sue contraddizioni interne: in tale senso, i grandi sommovimenti che portarono alla cacciata dei colonialisti dall’Asia sono da considerarsi avvenimenti di portata rivoluzionaria. Volendo seguire un classico ragionamento di Lenin, esistevano le condizioni rivoluzionarie per l’abbattimento del colonialismo: da una parte, la coscienza delle masse sfruttate di non poter continuare a vivere come in passato e la loro ferma volontà di mutar condizione; dall’altra, la coscienza degli sfruttatori di non poter continuare a governare, come in passato.

Ma è altrettanto chiaro che la disgregazione degli imperi coloniali vedeva coincidere la spinta eversiva delle masse, oppresse da un giogo intollerabile, con le finalità storiche dell’imperialismo americano cui si affiancava, in posizione di rivale, quello russo. Il saper ciò ci ha impedito di cadere nell’orrore opportunista di scambiare per qualcosa di diverso dalla rivoluzione demo-nazionale, o addirittura per socialismo, il contenuto e le finalità delle rivoluzioni anticolonialiste

Per comprendere appieno le cause della crisi economica mondiale e le sue conseguenze, bisogna soffermarsi sulla particolare situazione in cui il Trattato di Versailles aveva gettato la Germania. I vincitori avevano imposto ai vinti di pagare le cosiddette “riparazioni di guerra”, cioè di risarcire i vincitori dei danni “patiti” in una guerra la cui responsabilità si decise, da parte dei Wilson, dei Lloyd George, dei Clemenceau, degli Orlando fosse attribuita esclusivamente alla Germania e alleati. Ma lo stesso disposto del trattato poneva la Germania nell’impossibilità di rimettere in sesto la propria macchina produttiva sconquassata dalla guerra e saccheggiata dai vincitori.

Allora intervenne, come deus ex machina, il genio finanziario dei banchieri americani, che partorì l’idea, compatibile unicamente con la follia usuraia borghese, di permettere alla Germania di pagare le riparazioni di guerra, vale a dire un enorme debito, obbligandola ad accettare un prestito destinato a rimettere in marcia la produzione nazionale. Nulla di più squisitamente borghese! Tu mi devi rimborsare un prestito e non guadagni abbastanza per pagarmi? Niente paura: io ti anticipo una somma supplementare che ti servirà a sfruttare un maggior numero di operai e quindi ti permetterà di rimborsarmi il prestito antico e quello nuovo, oltre agli interessi su entrambi. In fondo, lo strapotente banchiere si comporta, dall’alto dei suo mucchio di miliardi e attorniato dagli scienziati dell’economia borghese, all’identico modo dello strozzino da quartiere cui ci ha abituati la letteratura mondiale.

L’11 aprile 1924 la Commissione per le Riparazioni fa proprio il Piano elaborato dal generale nordamericano Charles P. Dawes, uomo di fiducia della finanza americana e abile finanziere egli stesso. La Germania, che avrebbe ricevuto un prestito di 800 milioni di marchi-oro per la ricostruzione economica del paese, si obbligava a versare per il primo anno un miliardo di marchi; entro quattro anni la rata sarebbe salita a due miliardi e mezzo. Responsabile dei pagamenti era considerata la Reichsbank. Ma in che modo quest’ultima avrebbe reperito i fondi necessari?

Il lancio del Piano Dawes provocò un vero ciclone in tutto lo schieramento politico tedesco. Le proteste più violente e le minacce più atroci provennero dalla fungaia di partiti, movimenti e associazioni dell’estrema destra, tra cui il partito nazional-socialista di Hitler, notoriamente finanziati dagli agrari, dagli industriali, dai banchieri, e sostenuti dai mai dissolti quadri dell’ex esercito imperiale. Ciò indurrebbe a pensare che il colpo vibrato dalla finanza anglo-americana (giacché inglesi e soprattutto americani erano i banchieri che offrivano il prestito) fosse diretto alla borghesia tedesca: tutt’altro. Lupo non mangia lupo. La furiosa campagna xenofoba e revanchista della estrema destra era pura demagogia. In realtà, erano le masse lavoratrici tedesche che il sig. Dawes destinava a svenarsi perché la Reichsbank potesse far fronte agli impegni. Infatti, i fondi necessari a pagare le rate si stabilì che fossero realizzati mediante l’esazione di imposte sui trasporti, sui tabacchi, sull’alcool, sulla birra, sullo zucchero. Inoltre i creditori stranieri assumevano il controllo delle ferrovie che venivano sottratte allo Stato e organizzate in azienda privata; eguale sorte subivano le dogane, e la stessa Reichsbank. E se un finanziere americano era stato l’ideatore del Piano, la carica di ispettore generale per la sua esecuzione venne affidata ad un altro finanziere americano, Parker Gilbert.

Una esemplare battaglia sindacale

Con vivo compiacimento pubblichiamo i volantini che nostri compagni di un centro della Versiglia hanno lanciato nel corso della loro attivissima partecipazione all’agitazione degli operai alimentaristi di una cooperativa di consumo e che possono servir di modello ad altre iniziative analoghe.

Nell’ultima riunione del personale di banco della Cooperativa di Consumo si è avuta una chiara visione di come la C.G.I.L., tradizionale organo di lotta della classe operaia, sia oggi dominata da opportunisti che con la loro politica tradiscono quotidianamente i lavoratori.

Gli operai della Cooperativa hanno riferito ai funzionari sindacali la loro situazione ed hanno manifestato il proposito di battersi a fondo per le loro rivendicazioni. I sindacalisti hanno risposto che la Cooperativa non è una azienda come tutte le altre e che gli operai devono ridurre le loro rivendicazioni per non incidere troppo sul suo bilancio. Per questi signori la Cooperativa è un ente morale benemerito, creato dai consumatori e dagli operai stessi. Gli operai sanno invece che da moltissimi anni la Cooperativa li truffa non solo giocando sulle qualifiche, ma rubando sugli inventari, sui pesi delle merci, sugli orari di lavoro, sulla gestione degli spacci; impone multe esose sugli orari e sui bollini; instaura nell’azienda un vero regime di polizia mandando ispettori fidati al posto di quelli locali, assume e licenzia a suo piacimento. A questa situazione i signori col sindacato credono di rimediare collaborando con il consiglio d’amministrazione e proclamando l’identità di interessi tra operai e datori di lavoro.

Noi denunciamo questo metodo come un tradimento non solo degli interessi degli operai della Cooperativa, ma di quelli di tutti gli operai in generale, qualunque sia la loro qualifica; e sosteniamo che:

1) Gli operai non hanno nessun interesse in comune con la Cooperativa, che li sfrutta da anni e da cui essi come gli operai di tutte le altre aziende, non ricevono che il salario. 2) È perciò da ritenersi falsa e antioperaia laproposta di eleggere un comitato operaio che collabori col consiglio nel decidere gli acquisti. Infatti agli operai spetterà sempre il loro misero salario sia che la Cooperativa aumenti le sue vendite o no. 3) Gli operai devono respingere come arma di lotta il dialogo pacifico e la collaborazione col consiglio della Cooperativa, e rivendicare come unica valida la lotta aperta, energica, condotta fino in fondo senza compromessi.

Direttive per una eventuale agitazione degli operai alimentaristi (esercenti) della Cooperativa di Consumo.

1. Rivendicazione della misura dello sciopero al primo rifiuto della direzione di soddisfare le richieste degli operai.

2. Lo sciopero deve essere generale, cioè di tutte le categorie dell’azienda e non limitato alla sola categoria interessata.

3. Quando la resistenza della direzione lo imponga, per la riuscita dello sciopero si devono chiamare in campo pure gli operai delle altre aziende, anche se hanno già ottenuto il riconoscimento dei loro diritti.

4. Nessuna retrocessione dal primitivo scopo dell’agitazione (esigere ciò che si è chiesto da principio, senza compromessi).

5. Rifiuto categorico di trasformare l’agitazione in contesa giuridica (rifiuto cioè di affidarsi al giudizio di un magistrato per decidere la vertenza).

6. Rifiuto di legare in qualche modo le rivendicazioni degli operai con la situazione finanziaria della cooperativa (gli operai hanno diritto al loro salario anche se la cooperativa dovesse andare al diavolo).

7. Rifiuto di accettare, in cambio delle richieste avanzate, il blocco dei salari e l’applicazione dei minimi salariali ed altre proposte simili che si risolverebbero in un inganno per gli operai.

8. Manifestazione della sfiducia più completa per le trattative fra direzione e commissione interna e denuncia aperta del carattere di collaborazione con la direzione di questa.

* * *

Queste direttive devono essere applicate dai nostri compagni addetti all’azienda. Essi devono esporle e chiarirle agli operai perché sappiano quale è la via da seguire per impedire che l’agitazione si trasformi in un’umiliante sconfitta o in un compromesso molto più vantaggioso per l’azienda che per loro, cosa che, se da una parte demoralizza gli operai, dall’altra invoglia i padroni a fare anche di peggio.

Gli operai devono capire che nessun interesse comune li lega alla azienda in cui lavorano, che questa non dà loro il pane quotidiano, ma li sottopone al più bestiale sfruttamento, e pretende da loro dieci volte il salario.

I lavoratori devono anche convincersi che solo la loro azione diretta può portarli alla vittoria, e che la giustizia, la magistratura, le petizioni, non sono che i mezzi con cui la classe padronale tenta di ridurli all’impotenza.

[RG-25] Tavole immutabili della teoria comunista di partito

Testo marxista fondamentale

Nella seduta conclusiva della riunione della Spezia e con maggiore diffusione nel resoconto (per cui si veggano i nn. 15, 16,17 e 18 del 1959 di Programma Comunista) si svolsero temi essenziali a cui dette occasione lo studio dei Manoscritti economico-filosofici del 1844 di Carlo Marx.

Si rilevò che di questo testo le varie edizioni e traduzioni in più lingue non sono conformi, e soprattutto non lo sono nell’ordine degli argomenti e dei capitoli, il che si deve alla difficoltà della ricostruzione del testo originario. I testi in tedesco, inglese, francese ed italiano di cui si dispone non solo non sono concordi per alcuni passi particolarmente importanti, ma non presentano tutti lo stesso materiale.

Nella utilizzazione di esso, tutto di esso, tutto di grande significato, ci tenemmo non ad una ripresentazione teorica e nemmeno ad un commento a pié di pagine, ma cogliemmo alcuni punti che si mettono in evidenza nelle questioni che oggi, ancora e soprattutto, travagliano il movimento della classe proletaria, e ciò sempre a sostegno della tesi che il partito di questa non avrebbe deviato ed errato se, invece di andare alla sterile ricerca di nuovi veri, nuovi corsi, e nuovi corpi di dottrina e di programma, si fosse riportato alle tavole lapidarie su cui fu fondato. A differenza dalla comune opinione, nel sistema coerente di esse non va annoverata con peso minore del Manifesto dei Comunisti e del Capitale questa opera con cui il nascente partito comunista scolpì la sua antitesi di principio con la filosofia critica borghese e le sue grandi costruzioni tedesche della prima parte del secolo XIX. Tra questa prima azione di assalto dottrinario alla ideologia della classe capitalistica e quelle che seguirono nel campo della critica della economia e della storia contemporanea non esiste alcuna soluzione di continuità, ed è leggenda creata dai travisatori del marxismo quella che tra queste tappe si inserisca una romanzata conversione di Carlo Marx, che dall’idealismo hegeliano in gioventù professato sarebbe passato alla dottrina, da lui scoperta o fondata, del materialismo storico. La nostra ricerca mira a stabilire che questo svolto non si è mai verificato, ma che in Marx, ossia nella voce per cui si esprimeva il nascere della nuova dottrina storica di classe, l’apprendimento la critica e la confutazione del sistema hegeliano furono simultaneo processo. Tale coerenza ed unità di costruzione furono rivendicate dalla grande scuola per tutta la vita di Marx e di Engels, come per tutta quella di Lenin e dei leninisti non adulterati; e per noi, ultimi allievi e cocciuti credenti nei testi medesimi, che ad ogni passo difendiamo quali vere posizioni di combattimento, lo sono ininterrottamente fino ad oggi e lo dovranno essere fino a quando la rivoluzione comunista avrà vinto.

Poiché appunto la nostra rivendicazione e agitazione non è di docenti scolastici ma di uomini di parte, e non si ordina in tesi di programmi a stile accademico, sarà utile ricordare al lettore lo schema del resoconto della Spezia che si fermò per queste chiare ragioni su punti di vivente controversia con i disgustevoli odierni traditori del marxismo; proprio quelli che, rivendicandolo come proprio credo, turpemente lo bestemmiano.

Dalla proprietà al comunismo

Poiché è stato merito indiscusso di Hegel, come di tutta la moderna critica che è il riflesso ideologico della rivoluzione liberale borghese, di rompere la immobilità delle contrapposizioni metafisiche dei contrari proprie degli antichi regimi feudali (Dio e Diavolo, Bene e Male) e introdurre nella vita del pensiero, e quasi senza saperlo e volerlo nella storia dell’umanità, la luce vitale del movimento, la Battaglia che Marx inizia contro il maestro come contro gli allievi più o meno degeneri (fatta grazia al solo Feuerbach) si imposta rizzando le stesse macchine di offesa della scuola da sfatare, quali armi conquistate a un nemico.

La esercitazione classica della manovra, che aveva intuito la luce della dialettica ma purtroppo senza uscire dall’inganno idealistico e mistico, consisteva in un primo movimento in cui il soggetto, la coscienza, esce di sé stessa.

Marx, al fine proprio di annientare la inconcludenza del sistema individuale e soggettivistico delle parti essenziali della costruzione hegeliana (Logica e Fenomenologia), adotta per un momento lo schema stesso del doppio movimento. Ma non è più un soggetto pensante e cosciente di tutti i tempi che sul piano astratto si dedica allo sport di uscire da sé stesso (alienazione, esteriorizzazione) al fine di guardarsi di lì fuori, e verificare: io davvero esisto! – e poi rientrare nello stesso personale ricettacolo di cervello per salire questo scalino delle certezze, che al vertice della mistica piramide sarà, chi sa come e perché, il sapere ”Assoluto”. È invece un essere fisico, palpabile e reale, il lavoratore del tempo capitalistico, che compie questo esperimento tragico di estraniarsi da sé stesso. E Marx pone il problema del secondo movimento, del vero ritorno, domandandosene la meta.

Perciò mostrammo che lo schema hegeliano sembra accettato ed applicato, ma è in effetti da Marx radicalmente trasposto, rivoluzionariamente, al fine di distruggere la applicazione che Hegel ne fece. La metamorfosi che l’uomo del tempo moderno, il proletario salariato, subisce nella economia della proprietà privata, è una uscita dalla essenza umana, cui furono più vicini i membri di società primitive. Alienato dalla mercede per cui ha venduto sé stesso, il suo tempo e il suo lavoro, il proletario si è estraniato da uomo; è una pura merce, un oggetto fisico senza vita. Noi diamo questa chiave, per il rivoluzionario scioglimento da Marx la prima volta in queste pagine descritto. Per ridiventare da non sé stesso, sé stesso; da non uomo, uomo; il lavoratore estraniato non tenderà a riconquistare la sua persona, il suo individuo di prima, chiudendo un ciclo inutile e stupido che non avrebbe altra prospettiva che una seconda ed eterna autovendita per schiavo, ma riconquisterà, con la sua classe, e per tutta la società e la specie umana, la qualità di uomo, non più come individuo singolo, ma come parte della nuova umanità, del comunismo. Il quadro della società nuova è da questo momento tracciato, e questo modello è valido fino al tempo storico della sua attuazione futura.

Tutto il ciclo viene descritto nel suo termine ultimo di cui sarà bene ripetere la formula insuperata. La vittoria, sulla subìta estraniazione che dell’uomo vivo fece l’infamia della proprietà privata, così è formulata:

”Il comunismo, positiva abolizione di quella estraniazione dell’uomo da sé stesso che è la proprietà privata, quindi effettiva conquista dell’essenza umana da parte dell’uomo e per l’uomo; quindi ritorno completo, cosciente, raggiunto attraverso la intera ricchezza dello sviluppo passato, dell’uomo per sé quale uomo sociale, ossia quale uomo umano.

”Questo comunismo è come completo naturalismo = umanismo, come completo umanismo = naturalismo; esso è il vero scioglimento del completo umanismo = la natura e tra uomini ed uomini, la vera soluzione del contrasto tra esistenza ed essenza, tra realtà oggettiva e coscienza soggettiva, tra libertà e necessità, tra individuo e specie. Il comunismo è il risolto enigma della storia, e si considera come tale soluzione”.

Abbiamo riportato questi passi in una migliore traduzione perché in essi incorsero errori, anche di stampa. Nella loro potenza di sintesi essi contengono le innumeri tesi che vanno opposte alle infamie dei revisionismi; ma non in questo momento vogliamo sviluppare queste tesi una ad una.

La tesi centrale della invarianza opposta alla eresia dell’arricchimentodel comunismo marxista esce trionfante. I balzi della conoscenza umana sono scioglimenti rivoluzionari di storici enigmi. Un qualunque problema può essere risolto per tentativi tappe e gradi. Di problemi si pasce la imbecillità riformista. Ma l’enigma una volta per sempre sciolto da una rivoluzionaria illuminazione, non si richiude più in un mistero.

In questa concezione del corso della storia il passato non fu un errare nella tenebra; è attraverso tutta la ricchezza delle sue rivoluzioni che la via al comunismo si è aperta.

Contro l’immediatismo

Potemmo mostrare che anche secondo questo testo viene battuto il dilagante – oggi persino tra gruppi antistalinisti – immediatismo. La presentazione ossia falsificazione staliniana anche di questo testo voleva farne uscire la condanna di Marx a Proudhon come una difesa della moderna indecente disuguaglianza dei salari in Russia. Con citazioni decisive mostrammo che Marx imputa a Proudhon non la eguaglianza dei salari come programma sociale ma la conservazione dei salari, che vanno nel comunismo soppressi.

Rimandiamo il lettore a quelle citazioni da cui risulta la fallacia sia della pretesa dei russi di vivere in socialismo – e andare verso il comunismo! – mentre la loro forma economica più avanzata è immersa nel salario monetario; sia di quei pretesi marxisti che sono rimasti alla richiesta operaistica di far salire il tono pecuniario del salario a danno del profitto padronale.

Ci interessa far vedere che il nostro termine immediatismo – valido a battere insieme stalin-krusciovisti e falsi sinistri comunisti – è vecchio di cento anni. Esso è introdotto da Marx nella critica alla prima forma incompleta del ”comunismo rozzo” su cui lungamente ci fermammo. In questa prima formulazione del programma della classe operaia la soppressione della proprietà privata appariva come la sua generalizzazione e il suo completamento. La giusta critica di Marx vuole mostrare come la formula: nessun proprietario e nessun proletario, appare prima ingenuamente come quella: tutti proprietari e tutti proletari. Questo è proprio l’errore dei russi con la loro ”proprietà di tutto il popolo” nonché degli ouvriéristes de gauche tipo Socialisme ou Barbarie con la loro rivendicazione: gestione della fabbrica agli operai, e tutti operai.

Il testo dice: ”Il fisico, immediato, possesso, vale per il comunismo rozzo quale solo scopo della vita e dell’esistenza; la determinazione dell’operaio non viene soppressa, ma estesa a tutti gli uomini, il rapporto della proprietà privata rimane come rapporto della società umana al mondo delle cose”.

La confutazione è tanto chiara per russi e per sinistroidi piccolo-borghesi, che va pensato che le loro tesi imbelli (e così è di fatto) esistevano cento anni fa, e il marxismo ne sciolse per sempre l’enigma. Ma sia gli uni che gli altri immediatisti si dichiarano occupatissimi a costruire qualcosa di meglio del marxismo classico, con le lezioni, di cui sono in vantaggio sul giovane Carlo, in cui noi giuriamo, di un secolo di storia. Invece li accieca ancora la fame del possesso immediato che generò le formule la terra ai contadini e le fabbriche agli operai, e simili vili parodie della grandiosità del programma del partito comunista rivoluzionario.

La soppressione del danaro

La tesi del comunismo integrale è che è forma di proprietà privata e quindi di disumanazione dell’uomo non solo quella che si ha quando il capitalista spende il suo profitto e il terriero la sua rendita, ma anche quando il proletario spende il suo salario. Solo per tale via sono condannabili tutte le forme spurie in cui trionfa il possesso immediato, e che i falsi comunisti luridamente esaltano.

Ogni economia il cui mezzo è la moneta è economia di alienazione dell’uomo e di spregio della sua umanità. Le pagine di questo testo, tratte da commenti e passi di massimi poeti come Goëthe e Shakespeare, da noi riportate, sono pagine incendiarie. Il denaro degrada l’uomo ad essere peggio che bestia. Ma anche qui il falso stalinista ha imperversato. Il danaro è la conciliazione degli impossibili, scrisse Marx commentando la frase del tragico inglese che il danaro costringe i contrari a baciarsi. È desso, noi dicevamo, che costringe Krusciov e Eisenhower a baciarsi…

La traduzione stalinista così riportò il passo: ”Il danaro… scambia le caratteristiche e gli oggetti gli uni con gli altri, anche se si contraddicono a vicenda”. In questa forma anodina la inesorabile condanna del danaro si riduce ad una vaga ripetizione della ”legge del valore di scambio” che gli stalinisti pretendono regga la economia socialista, dato che regge certo l’economia russa. Ma Marx squalifica il danaro appunto in quanto squalifica la legge del valore. Il passo inizia con le parole: ”Poiché il danaro, in quanto concetto esistente ed in atto del valore, permuta, scambia tutte le cose, così esso è la generale invenzione e confusione di tutte le cose, e anche il mondo rovesciato, la confusione ed inversione di tutte le qualità naturali ed umane”. E così segue: ”Colui che può comprare il coraggio, quegli è coraggioso anche se è un codardo. Poiché il danaro si scambia non con una determinata qualità, con una determinata cosa, o forza essenziale umana, ma con tutto il mondo umano e naturale oggettivo, così esso – dal punto di vista del suo possessore – scambia ogni caratteristica (come sopra la codardia) con ogni altra qualità ed oggetto anche ad essa contrari (come il coraggio, o il ferro del sicario); quindi egli è il conciliatore degli impossibili; egli costringe i contrari a baciarsi”.

A questo passo segue quello che mostra come nel pieno comunismo si scambia solo fedeltà con fedeltà, amore con amore, gioia con gioia. E ad esso precede la serie di spietate antitesi: ”Il danaro muta la fedeltà in infedeltà, l’amore in odio, l’odio in amore, la virtù in vizio; il servo in padrone, il padrone in servo, la stupidità in intelligenza, l’intelligenza in stupidità”.

Ne traemmo la tesi incontestabile che dove è danaro ivi non è socialismo e comunismo, come non ve ne è, di gran lontano, in Russia.

Svolgemmo lungamente lo squarcio di Marx che precede quello sul comunismo integrale e riguarda la forma preliminare del comunismo ”grossolano”. Non sviluppiamo le nostre osservazioni sulla relazione con l’attività culturale sociale che potrebbero fare equivocare senza i chiarimenti che demmo e torneremo a dare circa il contenuto della conoscenza umana e sociale nel corso delle lotte rivoluzionarie storiche. Fondamento della nostra critica fu il ribadire che le pretese intellettuali della Russia di oggi non tolgono che la sua ideologia sia ancora molto peggiore di quella che Marx analizza nel comunismo rozzo.

Questo era, oltre un secolo addietro, un primo passo effettivo contro la alienazione dell’uomo dovuta alla forma capitalistica; nella Russia di oggi è all’opposto un ritorno ed un appoggio alla conservazione della forma capitalistica.

Soppressione della famiglia

Meritò lungo commento questo squarcio sul comunismo grossolano per quanto riguarda la condanna che Marx qui dà della prima affermazione di comunione delle donne, malamente intesa come indistinta proprietà del sesso maschile sul femminile. Marx stabilisce qui che lo stesso rapporto, per cui l’uomo della classe lavoratrice è alienato nelle forme proprietarie, trova la sua misura storica nel grado di abiezione e di alienazione sessuale della donna.

Sarebbe audacia suprema tentare di dedurre da questa tesi profonda una giustificazione, ad uso del Kremlino (è tempo di giubilare la vecchia frase ad usum delphini) della forma della famiglia monogama e perfino ereditaria, come forma socialista! Se non vi fosse altro immenso materiale per scolorare la Russia odierna di ogni residua tinta socialista, basterebbe l’episodio, che ricordammo come di atroce ”attualità”, del gioco delle coppie al vertice per cui, con decenza assai minore che nelle classiche dinastie ereditarie, gli Stati moderni usciti con pretese di rinnovamento dalla Seconda Guerra Mondiale si fanno pubblicitariamente rappresentare dalle famiglie… sovrane, con Presidente, Moglie o prole. L’umiliante spettacolo valeva allora per il binomio Stati Uniti-Russia; è valso poi più di recente e con strani sapori di gustosa parodia per il binomio Russia-Italia.

Molteplici sono in questo testo di Marx i passi valevoli a mostrare che il programma della società comunista elimina la istituzione famiglia come le istituzioni di Stato e di Religione, ben vive in Russia, con un completo sconvolgimento della giustificazione che finisce col darne il sistema hegeliano. Il preteso mai esistito hegelianismo di Marx si è rifugiato proprio al Kremlino. La discussione teorica del punto è vasta e suggestiva. Abbiamo il diritto di far seguire alle tesi economiche secolari: non salario, non danaro, non scambio, non valore, le non meno secolari ed originali tesi sociali (ben diverse da quelle borghesi che sembrano orecchiarle): non Dio, non Stato, non famiglia.

Invidia ed emulazione

Un altro punto che valse a ribadire la nostra rampogna alle sinistre involuzioni strutturali russe è quello della invidia che Marx rimproverava al primo ingenuo comunismo rozzo, per cui il povero appetisce i beni del ricco e dipinge il suo fine come un frammento della proprietà di quello, conseguito attraverso un generale livellamento. Questa invidia Marx la dimostra una espressione della concorrenza economica motrice del mondo borghese. Ma che altra origine ha mai la recente ammissione sovietica dell’incentivo del guadagno personale, trasformabile in peculio accumulato individuale e familiare, specie nelle campagne? Tale motore è, alla fine, alla base della formula internazionale di gara tra gli Stati, di emulazione pacifica, nella quale sono vilmente naufragati gli ultimi avanzi della concezione comunista dello svolgimento del brigantesco mondo contemporaneo. La lotta di classe, la visione rivoluzionaria, la dittatura del proletariato, la descrizione programmatica di una società tanto radicalmente diversa da quella borghese, naufragano in una livida e miserabile invidia di poteri, che tutti parimenti si costruiscono sulla alienazione dell’uomo.

Marx ed Hegel

Il primo scritto edito di Marx è la sua lettera al padre del 10 novembre 1837. Studente a Berlino all’età di appena 19 anni il giovane mostra di avere nella testa un vulcano rivoluzionario e si rovescia nel suo studio da un settore sull’altro: materie di diritto, poesia, letteratura, filosofia, ed in una lettera che occupa nella stampa sedici pagine mostra al padre tutto sé stesso, parla di nottate bianche ed agitate e chiude quando gli occhi gli bruciano e la candela è consumata fino alla base.

Sarebbe ridicolo presentare Carlo Marx come un enfant prodige e un sapiente mostruosamente precoce; sarebbe nello stile stupefattore che oggi sempre più dilaga. La gioventù della sua generazione si trova su di una trama storica incandescente, specie in Germania dove la rivoluzione borghese, grandiosamente svoltasi in Inghilterra e in Francia, urta in resistenze esasperate del vecchio regime e nell’impotenza della borghesia liberale. Nella mente del giovanissimo studente, figlio di una famiglia agiata e che ancora discute se dopo la laurea sarà un impiegato amministrativo o un magistrato, si incrociano le ondate mosse da una sottostruttura di doppia rivoluzione. Non è con la frase banale che siamo in presenza del Genio, quello che ”viene ogni cinquecento anni”, e nemmeno di una mente eccezionale per acume e cultura scolastica profonda, incrociata con una formidabile potenza critica, che si risponde all’impressione che nelle fasi di mefitico paludismo storico come quella presente i giovani di quella età, anche forniti di mezzi economici familiari che li pongono in grado di studiare con tutte le più facili risorse, al confronto sono appena arrivati ad imparare a nuotare nella pipì.

Secondo la dottrina che oggi prende il nome di Marx, e di cui siamo seguaci per ragioni di schieramento di parte che ci ha schiaffati come doveva, noi vediamo nella tormentata lettera non il riflesso di un sapere o di una potenza di ingegno mostruosamente sopra la media, ma una intuizione che senza ancora sussidio pieno di informazione culturale e di allenamento critico, e ad uno stato di quasi subcoscienza, esprime la determinazione di un ambiente.

Il brano della fremente lettera, ultima, tra centinaia di fascicoli che si confessano bruciati e centinaia di altri scritti pensando giovanilmente alla pubblicazione, che l’autore avrebbe potuto immaginare stampata per essere discussa dopo centoventi anni, che interessa la quistione del rapporto con Hegel, è questo. ”Partendo dall’idealismo che, sia detto di passaggio, io avevo confrontato coi dati di Kant e di Fichte ed avevo con quelli alimentato, ero giunto a cercare l’idea nel reale stesso. (Si può già osservare che quelli, Kant e Fichte, ed Hegel che viene ora, avevano cercato la chiave del reale nell’idea. La spallata sovversiva del giovanile vigore è subito dopo espressa con foga retorica). Se gli dei avevano un tempo ’planato’ al disopra della terra, essi ne erano ora divenuti il centro”.

”Io avevo letto dei frammenti della filosofia di Hegel, di cui la grottesca rocciosa melodia non mi garbava troppo. Volli ancora una volta tuffarmi nel mare, ma col progetto ben stabilito di trovare la natura spirituale tanto necessaria, concreta e ben fondata quanto la natura fisica; di non più esercitarmi a giochi di scherma, ma di portare alla luce la perla preziosa”.

Marx racconta di avere dopo digerito e riscritto per suo conto il sistema di Hegel, affrontando ”infiniti rompimenti di testa” ma che un tale lavoro a cui teneva immensamente lo aveva ”gettato, come una falsa sirena, nelle braccia del nemico”. Segue un periodo di rabbia e nervosismo e la necessità di una cura all’esaurimento. Marx penetra allora in un ”club di dottori” che erano allievi della scuola hegeliana, ove traverso discussioni violente e contraddittorie ”si attaccò sempre più solidamente a quella filosofia a cui aveva pensato di sfuggire”… ”Ma tutto quello che era sonoro vi era taciuto; ”io fui preso allora da un vero furore di ironia, il che d’altra parte doveva facilmente prodursi dopo che avevo rinnegato tante cose”.

Determinismo che opera

La spiegazione che si tratta del giovane studioso che si forma sui libri è quella stupida e convenzionale. Il buttarsi sui libri di qua e di là non è che un pericolo a cui sfuggono solo uomini dotati di una salute fisica (come l’adolescente Carlo intuiva, essa coincide col vigore del muscolo cervello) a tutta prova, e guidati da circostanze esterne di cui non si possono accorgere. Nel cenacolo della sinistra hegeliana si conduce una lotta tra le influenze del potere dinastico feudale prussiano che vuol fare del cavaliere Hegel un suo funzionario, anche dopo morto, e la giovane borghesia che di quel patrimonio culturale tanto copioso tenta di fare la bandiera rivoluzionaria del liberalismo tedesco. Marx è determinato, senza ancora essere stato uomo di partito, tanto a partecipare all’assalto contro lo Stato tradizionale prussiano, quanto a sferzare e svergognare una borghesia impotente nel suo conato di imitare Cromwell o Robespierre; la sua mente non si è meno alimentata di storia che di filosofia e letteratura – si è anche nutrita di scienze naturali, ma non sa ancora che il suo cammino sarà di ”imparare” la economia, frutto vivo di borghesie che avevano saputo vincere una rivoluzione.

La nostra ricostruzione è semplice ed ingenua. Marx era nato, come avrebbe potuto nascere il suo coetaneo della porta accanto, materialista e nemico degli idealisti. Per adempiere il compito in cui era gettato di demolire l’idealismo borghese, una prima esigenza era di conoscerlo. D’altra parte ogni tanto la destra dispotica prussiana dubitava del suo Hegel e lo trattava da ”cane morto”. In queste ondate, che riempiranno i decenni della maturità di Marx, la sinistra dei dottori si vede colpita dalla censura e dalla reazione di polizia. Marx non rinunzierà, dopo avere rotto con essa clamorosamente, a fustigarla a sangue. Ma non solo userà per frustarla la sua più alta comprensione del misterioso ed oscuro maestro, rabbiosamente conquistata nella notte di rompicapo, quanto eviterà di unirsi ai demolitori di Hegel davanti ai quali il vecchio ispiratore della Germania borghese e l’ala sinistra dei suoi allievi sono almeno fino al 1848 un fronte unico.

Non è posizione personale e tanto meno intellettuale, ma chiara linea politica del partito proletario che frattanto si sarà formato e che nel Manifesto dei Comunisti invoca la caduta del regime feudale e dinastico tedesco prussiano come prepara la battaglia di classe anticapitalista del giovane proletariato tedesco, giovane quanto Marx e non meno tormentato dal multiplo fronte dei suoi nemici naturali, al cui abbraccio di sirene sarà ancora per un secolo ed oltre tanto difficile sottrarsi.

La nostra formulazione, ostica a molti, che Marx non faceva da solo il suo sforzo mentale, ma per effetto di fattori sociali, la troviamo nello stesso testo dei manoscritti verso la fine del capitolo su ”proprietà privata e comunismo”. Valga il vero. ”Anche quando io svolgo da solo una attività scientifica, che raramente posso adempiere in immediata comunità con altri, io pure sono attivo socialmente, poiché sono attivo come uomo sociale. Non soltanto il materiale della mia attività mi è dato come prodotto sociale – come la stessa lingua nella quale lo studioso è attivo – ma la mia stessa esistenza è una attività sociale, perché quello che io faccio da me stesso, lo faccio per la società, e avendo di me la coscienza che sono un essere sociale”.

Filosofia ed economia

Al testo del 1844 i vari editori premettono un brano che può servire di presentazione storica. Marx spiega che prima di addentrarsi nello studio della economia politica, che egli in queste pagine contrappone apertamente ad ogni attività puramente filosofica, di cui la rivoluzione proletaria e comunista vale il definitivo superamento, egli aveva già stese seppure non pubblicate due opere critiche del sistema di Hegel, che si sanno scritte nel 1841-42, sulla Filosofia dello Stato e sulla Filosofia del Diritto. Il contenuto di queste opere che non possiamo qui richiamare è apertamente demolitore di queste parti essenziali dell’opera del filosofo. Ad esempio è in esse che viene abbattuta la illusione della eternità ed immanenza dello Stato e del Diritto, propria del pensiero borghese moderno, e soprattutto la identificazione dello Stato come universale assoluto davanti alle forme particolari e dipendenti della società civile, della chiesa, della famiglia. Marx getta qui le basi del suo sistema storico che culminerà nella teoria della dittatura proletaria e della morte dello Stato nella società senza classi, in quanto distrugge il colossale errore hegeliano e mostra che lo Stato è forma derivata secondaria e transeunte della storia.

Marx rinvia la pubblicazione di questi suoi lavori ritenendo urgente intavolare il dialogo tra gli economisti e i filosofi. Egli dall’altro lato tiene da parte i lavori di critica alla sinistra hegeliana che vedranno la luce in seguito, come quello monumentale sulla Ideologia tedesca scritto con Engels ed Hess e destinato, come è noto, alla critica dei topi.

Questa premessa di Marx è nello stato di un appunto quasi informe ed occorre leggervi con sagacia. Egli ha questa frase: non vuole confondere la critica diretta contro la speculazione con la critica dei diversi argomenti. Nella seconda categoria allude evidentemente ad esposizioni di fatti economici sociali e storici cui procederà come lavoro della sua nuova nascente scuola, nella prima alle fiere rampogne rivolte ai Bauer, Stirner, Vogt e simili contro le presuntuose derisioni dei quali difende il solo successore serio di Hegel che per lui era Feuerbach, che compie il passo dall’idealismo al materialismo, facendo, solo, più e meglio di Hegel, sebbene in forma ancora incompleta.

Per chiarire questo passaggio storico teorico ricorriamo al paragone con la polemica, che abbiamo citata in altro campo recentemente, tra Galileo ed i peripatetici. Innovatore quanto Marx, e quanto lui polemista formidabile, Galileo tiene di fronte ai suoi contraddittori una posizione duplice. Da una parte si sforza di spianare ad essi la via verso nuovi argomenti di cui li sa digiuni, come l’astronomia la cinematica e la dinamica. Nel dialogo (peccato che Marx abbia bruciato il suo Cleantes in cui narra di avere trattato di scienza della natura e del pensiero) l’autore è Salviati, il buon apprenditore delle nuove scienze Sagredo, il timido rimasticatore del verbo aristotelico Simplicio. Quando Salviati si rivolge a Sagredo gli apre le vie del nuovo metodo sperimentale. Ma quando si rivolge a Simplicio che sa solo speculare, ossia masticare i sacri testi, gli fa quel tale discorso che lo mette a terra. Tu non sai fare la critica della osservazione sensoriale del mondo esterno, e credi di arrivare prima col logo che credi di avere nella testa. Ebbene io accetto di maneggiare non l’esperienza ma la ginnastica mentale del tuo logos e ti dimostro lo stesso che tu leggi in Aristotile – che fesso non fu – una piramidale fesseria.

Marx, questo boxeur del muscolo cervello, si offre lo stesso sollazzo, ma non vuole confondere i due piani dell’argomentare. Per noi, suoi seguaci proletari e comunisti, tratta gli argomenti del mondo reale fisico, naturale umano, avendo per sempre deposto ogni misticismo idealistico. Per i Simplicii che stavano ad Aristotile come Bauer e soci ad Hegel egli accetta la loro arma. Questa è la ”speculazione”, il lavoro nella testa sapiente, la cecità al vero fisico e la introspezione nelle profondità tenebrose del cerebro cogitante. Ebbene, dirà il nerboruto Carlo, accetto la sfida con l’arma scelta da voi, e sul terreno della speculazione, del metodo di Hegel e anche del fraseggiare hegeliano, non mi sarà difficile ridurvi a fantocci spagliati. Ma questa esercitazione in cui per necessità polemica il lazzo satiresco sarà frequente e acerbo, la voglio tenere distinta dal lavoro della dottrina del partito, a cui nulla preme se seguitate a spremervi nell’onanismo speculativo.

Una sola citazione, dall’Ideologia tedesca, Parte Terza, contro Sancio (Max Stirner): ”La filosofia e lo studio del mondo reale stanno tra loro come l’onanismo e l’amore sessuale”. Anche nelle parolacce, non siamo arricchitori!

I manoscritti economico-filosofici tuttavia si chiudono col capitolo ”Critica della dialettica hegeliana”. Esso va letto con circospezione e vi si troverà sotto la specie di un impiego intelligente del formulario di Hegel, la definitiva ed inappellabile condanna del suo sistema.

Gli eterni enigmi

Tuttavia anche nella parte economico-sociale, dopo la descrizione del comunismo pieno, prima della fine del capitolo su Proprietà privata e comunismo, vi sono brani che si riferiscono al problema filosofico, o meglio alla uscita dalla problematica tradizionale del filosofare.

Siamo nei passi che fanno seguito a quello sulla scienza non personale ma sociale. E siamo già in piena demolizione dell’hegelismo. Per Hegel dopo una tortuosa deduzione dall’autocoscienza del singolo si giungerebbe alla ”coscienza universale”. Tutto il capitolo finale sarà diretto a smantellare il vertice della iridescente piramide idealista e chiuderà con due citazioni della Enciclopedia perché ne risalti l’assurdità, fino al famoso aforisma: ”L’Assoluto è lo spirito, questa è la suprema definizione dell’Assoluto”. Che vuol dire assoluto? Vuol dire sciolto da, o quell’aggettivo sostantivato dice che la pretesa suprema conquista è sciolta da ogni base fisica e naturale. La intuizione geniale fece dire ad Hegel, come rivoluzionario del pensiero, che ogni reale è razionale e ogni razionale è reale, ma il conformista professore prussiano finì nello spiritualismo più mistico ed irreale. Invece di intendere che l’uomo non cerca l’assoluto perché non è rintracciabile ”allacciabile”, pretese che nella sua persona professionale lo aveva trovato una volta per sempre, e la ricerca era finita!

Qui Marx contrappone alla coscienza universale nel senso di Hegel, che ”al giorno d’oggi è un’astrazione della vita reale e come tale si contrappone in forma ostile alla vita”, la conquista che l’uomo fa col suo ritorno ad uomo sociale che lo riscatta dalla alienazione infame dovuta alla proprietà privata. ”La mia coscienza universale non è altro che la forma teoretica di ciò di cui la comunità reale, l’essere sociale, è la forma vivente”. La parola teoretica non ha nulla più di mistico e metafisico. La realtà e la vita della natura e della umana specie sono fatti fisici, e la loro impronta, fatto anche fisico, nel cervello non più individuale ma sociale, è la teoria.

L’idea pretende di essere stata data prima del fatto. La teoria si dà dopo i fatti, come soprastruttura di essi. Ecco il materialismo storico.

Segue nel testo la tesi che non vi sarà più motivo di distinguere tra la vita individuale dell’uomo e la sua vita generica, ossia di specie. La coscienza del singolo, antico filosofema, è stata tolta di mezzo. ”Con la coscienza di specie (Gattungsbewusstsein va tradotto così e non coscienza del genere, che è una stalinata del genere…) l’uomo constata la sua reale vita di società, e non fa altro che ripetere la sua esistenza nel suo pensiero, come inversamente l’essere di specie si constata nella coscienza di specie, e nella sua generalità, come essere che pensa; ha esistenza reale” (così traduciamo fuer sich ist).

Si svolge la completa abolizione della persona singola, soprattutto come soggetto di attività pensante. L’Uomo, per quanto sia un individuo particolare… è tuttavia la totalità, la ideale totalità, la soggettiva esistenza della società che essa stessa pensa e sente”.

Siamo sulla soglia della caduta degli eterni enigmi e contrasti. ”Pensiero ed essere sono dunque distinti, ma nello stesso tempo, sono in Unità tra di loro (in Einheit è molto più forte che uniti, come nella versione a.u.k.).

Una millenaria contraddizione è sciolta. Si deve ipotizzare prima la realtà, l’essere, o prima il pensiero? Se vi era realtà senza pensiero, chi ne sapeva nulla? Vecchio trucco che approdava a detronizzare l’uomo ed introdurre sua santità il Padreterno, o il professore Assoluto Spirito; che ne resta ormai?

Oggi vi si rimedia colle popolazioni di esseri astrali che avrebbero pensato prima della nostra umanità, che forse non ne captò i radiomessaggi…

Sembra venuto il momento di togliere di mezzo un altro imbroglio dualista, che tormentava il buon Simplicio, quello tra il nous e l’aistesis greci, la mente e il senso. Ricordate? L’occhio mi dice che il bastone nell’acqua è spezzato, ma dico che non lo è perché la mente me lo chiarisce. Il senso inganna, il pensiero trova la verità. Ma era il pensiero, o il senso di un altro uomo che guarda nell’acqua o il mio stesso altro senso, il tatto? Ora vedremo che dopo avere stabilito che la ragione non è dote personale ma sociale, faremo lo stesso anche del senso e dell’esperienza.

Che il senso fosse individuale era una illusione stupida determinata dal rapporto storico della proprietà privata. Ecco che economia e storia ci servono ad uscire dai vecchi trucchi filosofici!

”La proprietà privata ci ha resi così ottusi ed unilaterali che un oggetto è considerato nostro solo quando lo abbiamo (non quando lo sentiamo) e quindi quando esso esiste per noi come capitale o è da noi immediatamente (oh disgraziati immediatisti) posseduto, mangiato, bevuto, portato sul nostro corpo, abitato etc., in breve quando viene da noi utilizzato… Al posto di tutti i sensi fisici e spirituali è quindi subentrata la semplice alienazione di tutti questi sensi, il senso dell’avere”. Marx potrebbe richiamare il suo termometro sessuale e dire che per la psicologia borghese non è gioia quando si ama una donna ma quando la si possiede!

Ma dopo la soppressione della proprietà privata, nel comunismo, ”l’uomo si appropria del suo essere onnilaterale in maniera onnilaterale, e quindi come uomo totale. Tutti i rapporti umani che l’uomo ha col mondo, e quindi vedere, udire, odorare, gustare, toccare, pensare, intuire, sentire, volere, agire, amare, in breve tutti gli organi che costituiscono la sua individualità, come gli organi che sono nella loro forma immediatamente organi comuni, sono nel loro oggettivo comportarsi, ovvero nel loro comportarsi verso l’oggetto, l’appropriazione di questo, per la effettualità umana; il loro rapporto con l’oggetto è la constatazione della effettualità umana. Questa manifestazione è tanto multipla quanto le determinazioni e le attività umane, l’agire ed il patire (altro classico contrasto) dell’uomo, perché le sofferenze prese nel senso umano sono un godimento proprio dell’uomo.

Giù la personalità: ecco la chiave

Tutti questi mirabili risultati, che apporterà la rivoluzione comunista e che sono intuiti nella dottrina del comunismo, perfetta dal 1844, tutti questi scioglimenti di enigmi ”esplosi nella storia una volta per sempre”, si rendono possibili nel loro meraviglioso effetto per la uscita dal millenario inganno dell’individuo solo di faccia al mondo naturale, stupidamente detto dai filosofi esterno. Esterno a che? Esterno all’Io, questo supremo deficiente; ma esterno alla specie umana non è più lecito dire, perché l’Uomo specie è interno alla natura stessa, è parte del mondo fisico.

Testé nella splendida espressione che una manifestazione massima dell’uomo, la più alta, è il patire, ché se non soffrisse non conoscerebbe la gioia a cui è proteso nella vita e nella storia, è stata tolta di mezzo la base stessa di tutte le ”grammatiche”, ossia l’attivo e il passivo, il soggetto e il complemento oggetto. Altrove dice Marx che i filosofi hanno perfino fatto soggetti di tutti i predicati. La filosofia da migliaia di anni sgrammatica, accecata dalla follia di tutto riferire all’Ego, questo stolto fantasma.

In questo testo possente l’oggetto e il soggetto divengono, come l’uomo e la natura, una cosa stessa. Anzi tutto è natura, tutto è oggetto; l’uomo soggetto, l’uomo ”contro natura” sparisce, con la illusione dell’io singolo.

Questo è dato leggere in queste pagine, tanto più grandi in quanto è evidente la frettolosità rivelatrice (per noi non vi è più creazione se non la passione) con cui una forza determinatrice ha costretto a stenderle.

Abbiamo visto che quando da singolo diventa di specie, lo spirito, povero assoluto, si va a dissolvere nella natura oggettiva. Ai cervelli singoli, misere macchinette passive, abbiamo sostituito il cervello sociale. Di più, Marx ha superato i sensi corporali, singoli, nel senso umano, collettivo.

”La soppressione della proprietà privata rappresenta quindi la completa emancipazione di tutti i sensi e di tutte le facoltà umane; ed è una tale emancipazione, proprio in quanto quei sensi e quelle facoltà, sia soggettivamente che oggettivamente, sono divenuti umani. L’occhio è divenuto occhio umano, come il suo oggetto è diventato un oggetto sociale, umano, svolgentesi dall’uomo per l’uomo”. Non occorre più notare che questo uomo grammaticalmente singolare sta per la unitaria pluralità degli uomini, la umanità, la specie sociale (quando libera dalla peste proprietaria). Anche il singolare e il plurale dei grammatici sono travolti dall’onda rivoluzionaria.

Perciò i sensi sono diventati immediatamente, nella loro prassi, dei teorici”. Perciò, perché non più sensi soggettivi, personali. O peripatetico Simplicio, eccoti il ponte che ha colmato l’aristotelico abisso tra il senso e la mente!

”Il bisogno e il godimento hanno perciò perduta la loro natura egoistica (corsivo di Marx, che ogni tanto ci scavalca), e la natura ha perduta la sua mera utilità, da quando l’utile (del privato singolo ceffo) è divenuto l’utile umano”.

”Parimenti i sensi e lo spirito degli altri uomini (nel testo: dell’altro uomo) sono diventati la mia propria appropriazione. Oltre questi organi immediati (immediato vale individuale; perciò immediatismo vale anticomunismo) si formano quindi organi sociali, nella forma della società”. Leggi: impersonali.

”S’intende che l’occhio umano (collettivo) gode in modo diverso dall’occhio rozzo, inumano, l’orecchio umano in modo diverso dall’orecchio rozzo, etc.”.

Come può godere da occhio umano quello soggettivo dell’operaio che si vede gettare in mano poca moneta, l’orecchio che ne ode il suono schiavizzante? Salario e moneta inchiodano l’occhio e l’orecchio, perciò lo spirito, alla disumana rozzezza, che vige in Russia. Il testo con il suo eccetera è volato su altre sommità; noi abbiamo concluso come l’oggi determina.

Altri ponti su abissi

”Si vede come il soggettivismo e l’oggettivismo, lo spiritualismo e il materialismo, l’agire ed il patire, per la prima volta nello stato sociale (il comunismo: programma della società comunista) perdano la loro opposizione, e quindi perdano la loro esistenza fatta solo di tale contrapposizione. Si vede come lo scioglimento delle opposizioni teoretiche sia possibile soltanto in una maniera pratica, solo a mezzo della energia pratica degli uomini (solo con la rivoluzione), e come questa soluzione non sia per nulla un compito della conoscenza sola, ma sia anche un compito effettivo della vita, che la filosofia non poté sciogliere, proprio perché essa intendeva questo compito soltanto come compito teoretico”.

Il miracolo non avviene ogni qual volta un soggettivo individuo, la cui sterilità isolata è fuori di dubbio (si chiamasse egli Marx Carlo) svolge la prassi di far vibrare le proprie natiche (sus valientes pasadoras di Sancho Max Stirner, l’Unico). La tesi si può scrivere così: una sola pratica umana è immediatamente teoria: la rivoluzione. La conoscenza umana avanza per rivoluzione. La conoscenza umana avanza per rivoluzioni sociali. Il resto è silenzio.

Si tratta infine di togliere di mezzo Dio, ma non per accendere i moccoli, che erano sui suoi altari, dentro l’ignobile ricettacolo della scatola cranica del pensatore. La saldatura unitaria tra uomo e natura ha abolito ogni dualismo, ogni inessenzialità tra uomo e natura, tra spirito e mondo. Per effetto della tradizione del passato proprietario, non è facile liberarsi della domanda: poiché la natura ha avuto un corso prima dell’uomo, la sua origine non si può spiegare senza un Creatore.

Il nostro ateismo non ha nulla di comune con quello a cui pervennero gli idealisti borghesi immanentisti, che noi riduciamo a vuoti trascendenti.

”Dal momento che la essenzialità dell’uomo e della natura è diventata praticamente sensibile e visibile (col superare l’inganno dualista di due essenze non comparabili, quella dello spirito e del mondo materiale), dal momento che è diventato praticamente visibile e sensibile l’uomo per l’uomo, come esistenza della natura, e la natura per l’uomo, come esistenza dell’uomo, è diventato praticamente improponibile il problema di un essere estraneo, superiore alla natura e all’uomo, dato che questo problema implica la inessenzialità della natura e dell’uomo”.

Nella proprietà privata, occorse dirsi atei per assumere che esisteva l’uomo, affare diverso dalla materia naturale. Rimesso l’uomo nella natura come sua parte integrante, ci sono diventati tanto inutili la religione, che afferma Dio, quanto l’ateismo che lo nega. In pensione Dio, e la sua Negazione!

Con entrambi, dal 1844, in pensione Hegel.