Kansainvälinen Kommunistinen Puolue

Il Programma Comunista 1971/6

Riprendendo la Questione Cinese Pt.12

L’atteggiamento dello Stato cinese verso la borghesia “nazionale”

Citiamo dai resoconti dell’8° Congresso del P.C.C. tenuto nel 1956: «Nella vecchia Cina, la borghesia nazionale era in contraddizione con l’imperialismo, con le forze feudali e con il capitale burocratico (…) Dopo la fondazione della Repubblica Popolare di Cina, essa ha preso posizione in favore della dittatura democratico-popolare (…) della prosecuzione della lotta contro l’imperialismo e della riforma agraria; ma essa aspira anche ardentemente allo sviluppo del capitalismo. Ne risulta che la nostra politica nei confronti della borghesia nazionale resta la stessa di quella applicata precedentemente: la politica d’unione e di lotta e della lotta per l’unione. E questo significa che noi abbiamo mantenuto, sulla base della alleanza degli operai e dei contadini, l’alleanza di ordine politico della classe operaia e della borghesia nazionale».

Il proletariato alleato con i contadini e con la borghesia “nazionale”; ecco l’essenza di quella che i “comunisti” cinesi chiamano “dittatura proletaria”. Infatti ben lungi da ritenere la borghesia nazionale, cioè la borghesia, come il nemico numero uno del proletariato, ben lungi dallo schiacciarla sotto il tallone di ferro di uno Stato che si pretende proletario, essi hanno scoperto in questa classe due anime: una favorevole al socialismo e una favorevole al capitalismo. Basta che il partito e lo Stato conducano un’opera di “educazione” intesa a reprimere l’anima capitalistica della borghesia, perché questa si trovi ben disposta verso il socialismo e rimanga l’alleata politica del proletariato. Quale politica adotta lo stato cinese nei confronti delle imprese capitalistiche nazionali? Leggiamo ancora:

     «In questi ultimi anni noi abbiamo applicato, fermo restando lo sviluppo prioritario dell’economia di Stato, la politica di “tener conto sia degli interessi dello Stato che di quelli particolari”, degli interessi dei lavoratori e di quelli del padronato (…) Grazie a questa politica, gli operai delle officine private hanno potuto evitare la disoccupazione e i capitalisti hanno potuto realizzare alcuni benefici. È così che nel loro insieme le imprese delle industrie e del commercio capitalistici, favorevoli alla prosperità nazionale e al benessere del popolo, hanno potuto mantenersi e realizzare anche qualche sviluppo».

Naturalmente si intende andare verso la statizzazione di tutta l’industria ed il controllo statale sul commercio, ma è il modo di tendere a questo obiettivo che ora ci interessa. In primo luogo notiamo che tutta la questione si riduce per i cinesi a un fatto ideale: invece di essere la borghesia come classe espressione di un modo di produzione sottostante, e perciò necessitata ad agire contro il proletariato; invece di essere gli interessi materiali contrastanti ed opposti delle classi a determinare la posizione sul piano politico ed ideologico, è al contrario la “ideologia borghese” a far sì che questa classe, o meglio, alcuni suoi elementi, si oppongano alla statizzazione.  «Il principio fondamentale che seguono il partito e lo Stato è cercare, attraverso queste lotte [i movimenti di “rieducazione” del 1950 e ‘52], di ridurre ad un isolamento completo nelle masse popolari e anche nel seno della stessa borghesia un piccolo numero di elementi borghesi che persistono nelle loro attività illecite e stringere intorno a noi la grande maggioranza degli elementi borghesi desiderosi di osservare le leggi e i decreti dello Stato». Lo Stato dunque svolge una politica di alleanza con la borghesia, limitandosi ad intervenire contro di essa nei casi più flagranti di insubordinazione e ad opporsi ai tentativi di ritardare il cammino dell’industrializzazione statizzata. L’attitudine di classe della borghesia viene giudicata in base a questo semplice criterio, che nulla ha a che fare col marxismo: se è favorevole alla statizzazione progressiva dell’industria, essa verrà difesa e protetta, e i suoi interessi salvaguardati; se contraria sarà repressa o “rieducata”.

Sempre verso la borghesia si segue una politica gradualistica che mira a non lederne gli interessi materiali ed immediati: l’industria non viene espropriata ai capitalisti ma riscattata: «Noi abbiamo adottato una politica di riscatto graduale per la nazionalizzazione dei mezzi di produzione privati della borghesia. Prima della trasformazione dell’industria per settori interi in aziende miste [a “partecipazione statale” diremmo in Italia] il riscatto avveniva sotto forma di un sistema di distribuzione di benefici, consistente nel distribuire ai capitalisti certi benefici (diciamo un quarto) proporzionalmente all’insieme dei benefici realizzati. Dopo la realizzazione per interi settori del sistema di sfruttamento misto, il riscatto avviene sotto forma di un sistema di interessi fissi: cioè, in un periodo determinato, lo Stato attribuisce ai capitalisti degli interessi fissi, attraverso società di Stato specializzate, inoltre gli organismi di Stato interessati danno lavoro a tutti gli elementi del padronato capaci di assumere una certa funzione e prendono posizioni adeguate per assistere quelli che ne sono incapaci, al fine di assicurare la loro condizione di esistenza (…) Questa politica e queste misure sono state ben accolte dalle grandi masse, e anche i capitalisti non trovano alcuna ragione plausibile per rifiutarle od opporvisi». In verità i capitalisti cinesi non avevano nessuna ragione di opporsi ad una politica simile: lo Stato cinese era il loro Stato!

Tutto quello che abbiamo detto finora ci è servito a dimostrare, nei fatti e nelle parole degli stessi dirigenti, la natura non proletaria dello Stato cinese. La politica dello Stato cinese è la politica di qualunque Stato borghese all’inizio della sua costituzione. Le classi possidenti vengono protette e difese: le classi sfruttate (contadini poveri e proletari) danno il loro sangue e la loro vitra per mantenere in piedi le aziende dei contadini medi e ricchi, e per pagare gli interessi ai capitalisti. La proprietà individuale dei mezzi di produzione viene mantenuta nella misura in cui non contraddice allo «sviluppo nazionale» e, quando le necessità di questo sviluppo – che sono le necessità dell’accumulazione capitalistica stessa – impongono l’espropriazione, questa avviene alla maniera meno dolorosa e meno radicale possibile, e si sta bene attenti a «ricompensare» in qualche modo gli espropriati.

Le prospettive al 1956

Abbiamo sempre sostenuto che il preteso estremismo dei cinesi ha la sua radice non in una difesa del marxismo ortodosso o in una lotta della classe proletaria contro la classe borghese, ma nelle contraddizioni dello sviluppo della Cina come Stato nazionale. Così le prospettive date all’8° Congresso del partito nel 1956 erano tutt’altro che estremiste, e lo stesso “pensiero di Mao” tutto esprimeva fuorché la necessità della rivoluzione mondiale e della lotta a morte fra capitale e lavoro. È un periodo storico che i maoisti non amano molto ricordare; noi, al contrario, vogliamo riferirci ad esso perché è molto importante per valutare dal punto di vista marxista gli avvenimenti successivi. A quel Congresso, nel discorso di apertura, Mao si espresse nei seguenti termini:    «Il presente congresso ci pone il compito (…) di unirci, all’interno del paese come all’esterno, a tutte le forze suscettibili ad unirsi a noi, di lottare per fare della Cina un grande paese socialista (…) Considerando le condizioni del paese, è appoggiandoci sull’alleanza degli operai e dei contadini diretta dalla classe operaia, e collegandoci su vasta scala con tutte le forze suscettibili di essere collegate, che noi abbiamo riportato le nostre vittorie (…) Pur continuando a rafforzare l’unione del partito, bisogna anche continuare a rafforzare quella della nazionalità, delle classi democratiche [!!], dei partiti democratici e delle organizzazioni popolari: bisogna continuare a consolidare e ad allargare il nostro fronte democratico popolare unito, bisogna in tutti i campi del lavoro correggere con serietà ogni situazione suscettibile di compromettere l’unione del partito con il popolo (…) Abbiamo anche fra noi i rappresentanti dei partiti democratici e dei senza partito di Cina. Sono i nostri amici intimi che lavorano con noi, ci hanno sempre dato il loro aiuto».

E sul piano internazionale le prospettive non erano meno rosee: «Sul piano internazionale, è grazie al sostegno del campo della pace, della democrazia e del socialismo, con alla testa l’Unione Sovietica, e grazie anche alla simpatia profonda di tutti i popoli amanti della pace del mondo intero che noi abbiamo riportato le nostre vittorie. Solo certi gruppi monopolistici in alcuni paesi imperialisti che cercano di arricchirsi per mezzo dell’aggressione aspirano alla guerra e non vogliono la pace. Grazie agli sforzi continui portati avanti dai paesi e dai popoli amanti della pace, la tensione internazionale ha lasciato il posto a una certa distensione. Per ottenere una pace durevole nel mondo, bisogna che sviluppiamo ancora di più la nostra cooperazione amichevole con i paesi fratelli del campo socialista e che rafforziamo la nostra unione con tutti i paesi che amano la pace. Noi dobbiamo fare tutti i nostri sforzi per stabilire, con tutti i paesi desiderosi di vivere in pace con noi, relazioni diplomatiche normali sulla base del mutuo rispetto dell’integrità territoriale, della sovranità, dell’eguaglianza e del reciproco vantaggio».

È il linguaggio che veniva intonato nello stesso periodo da Krusciov in Russia al XX Congresso, che oggi per i maoisti segna la data della “restaurazione del capitalismo” in URSS, ma che allora proprio Mao salutava con queste precise parole:     «Nel corso del XX congresso che ha tenuto poco fa (…) [il PC russo] ha formulato ancora un gran numero di giuste direttive e ha criticato le insufficienze che esistevano presso di lui. È certo che il suo lavoro conoscerà uno sviluppo di grandissima ampiezza». Coesistenza pacifica su tutti i fronti dunque; all’interno con l’insieme dei contadini e con la borghesia nazionale; all’esterno con tutti i paesi “amanti della pace”. Che cosa c’è, in tutto questo, di diverso dal “revisionismo” che oggi fa tanto schifo ai “marxisti puri” come Mao?

La ragione di prospettive così poco rivoluzionarie sta nel fatto che lo sviluppo nazionale della Cina sembrava ancora svolgersi in maniera lineare e senza gravi intoppi. Mao prevede di raggiungere la piena stabilizzazione dell’industria in pochi anni e pensa che i capitali russi affluiranno copiosamente permettendo il conseguimento in breve tempo dell’industrializzazione del paese. Infatti anche le previsioni del congresso dal punto di vista dello sviluppo economico sono trionfalistiche:  «Il compito storico estremamente complesso e difficile che consiste nel trasformare la proprietà privata dei mezzi di produzione in proprietà collettiva socialista è già per l’essenziale compiuta nel nostro paese. Attualmente la questione di chi trionferà nella lotta ingaggiata tra il socialismo e il capitalismo nel nostro paese è già risolta (…) Noi dobbiamo, nel corso di tre quinquenni, costruire per l’essenziale un sistema industriale completo, tenuto conto del fato che il nostro paese ha una forte popolazione e risorse abbondanti».

Ciò che i Cinesi spacciano per ”Costruzione del socialismo”

Abbiamo visto che, nelle previsioni del 1956, la trasformazione “socialista” dell’economia era, secondo i dirigenti cinesi «compiuta per l’essenziale» e per il resto avrebbe dovuto compiersi in pochi anni. Nella miglior tradizione staliniana, essi intendono per costruzione “socialista” l’industrializzazione della Cina e la nazionalizzazione dell’industria, la cooperazione nell’agricoltura e nel campo dell’artigianato e della piccola produzione. Una volta realizzato completamente questo compito, la trasformazione socialista sarà un fatto. In questa visione non marxista, né tanto meno leninista, il passaggio dal capitalismo al socialismo non è un capovolgimento totale del modo di produzione e delle leggi che lo regolano, ma un semplice cambiamento nei rapporti di proprietà. La nazionalizzazione dell’industria e l’eliminazione graduale della proprietà individuale dei capitalisti e dei contadini vengono presentate come socialismo. Restano in piedi tutti i rapporti e le categorie tipiche della società e del modo di produzione capitalistico: mercato, lavoro salariato, denaro, capitale, profitto. Restano in piedi le classi sociali: lavoratori salariati, borghesia, piccola-borghesia, contadiname ecc. È un “socialismo” con le classi, col commercio, col capitale, col salario! È, in realtà, la negazione del socialismo e il perpetuarsi come in Russia, del modo di produzione capitalistico sotto una maschera populistica e democratoide.

Dopo il 1956 le posizioni ufficiali dei dirigenti cinesi sono, è vero, cambiate; il connubio lattemiele del 1956 ha lasciato posto, sia all’interno sia all’esterno, alla verbale affermazione di un ritorno al “vero marxismo”. Ma la prospettiva che maschera da socialismo la semplice costruzione del capitalismo è rimasta la stessa. Lo dimostreremo nei prossimi studi.