Kansainvälinen Kommunistinen Puolue

Il Programma Comunista 1973/23

L’opportunismo venera lo Stato, ma lo Stato è uno strumento di oppressione in mano alla classe dominante

Secondo la concezione filosofica, lo stato è la “realizzazione dell’Idea”, ovvero il regno di Dio in terra tradotto in linguaggio filosofico, il campo nel quale la verità e la giustizia eterne si realizzano o si devono realizzare. Di qui una superstiziosa venerazione dello stato e di tutto ciò che ha relazione con lo stato, che subentra tanto più facilmente in quanto si è assuefatti sin da bambini a immaginare che gli affari comuni a tutta la società non possano venir curati altrimenti che come sono stati curati fino a quel momento, cioè per mezzo dello stato e dei suoi ben pagati funzionari. E si crede di aver già fatto un passo estremamente audace quando ci si è liberati dalla fede nella monarchia ereditaria e si giura nella repubblica democratica. Però lo stato non è in realtà che una macchina per l’oppressione di una classe da parte di un’altra, nella repubblica democratica non meno che nella monarchia; nel migliore dei casi, è un male lasciato in eredità al proletariato riuscito vincitore nella lotta per il dominio di classe, i cui lati peggiori il proletariato non potrà fare a meno di amputare subito, nella misura del possibile, come fece la Comune, finché una generazione cresciuta in condizioni sociali nuove, libere, non sia in grado di scrollarsi dalle spalle tutto il ciarpame statale.

ENGELS

(dalla prefazione 18 marzo 1891 alla riedizione de «La guerra civile in Francia» di Marx)

Miniera d’oro dei sindacati americani

Un giornale economico svizzero, Schweizerische Handelszeitung del 4/10, ha pubblicato sotto il titolo “Boss sindacali alla testa dei guadagni”, alcuni dati sulla confederazione sindacale americana AFL-CIO.

Anzitutto il numero degli associati: non si può stabilire perché vi è completa divergenza fra la cifra resa nota dal sindacato, cioè 13,8 milioni di membri, e quella dell’ufficio federale per le ”Labor Statistics”, che è di 16,4 milioni, con una differenza di 2,6 milioni di membri. La spiegazione di questa differenza sarebbe da cercare nel fatto che le categorie associate devono versare alla cassa confederale centrale una percentuale sulle loro quote di associazione, sotto forma di ”testatico”, per cui hanno tutto l’interesse a comunicare all’ufficio centrale un numero inferiore di associati. Un esempio della fiducia fraterna che regna tra le federazioni.

Secondo dati delle autorità statali risulta inoltre che ai restanti sindacati appartengono 4,4 milioni di associati, in particolare ”teamsters”, e lavoratori dell’industria automobilistica. Quindi circa un quinto dei lavoratori è sindacato negli USA, cifra non certo considerevole.

Il giornale passa poi, scandalizzato, all’esame dei guadagni dei capi sindacali, sulla base di dati del Business Week osservando che il presidente dell’AFL-CIO, George Meany, percepisce 72.960 dollari, mentre il ministro del lavoro che «rappresenta gli interessi di tutti i lavoratori» e non di una loro frazione, secondo l’ineffabile giornale svizzero, ne guadagna 60.000.

Interessante notare che non è il presidente Meany a guadagnare di più, ma il presidente del sindacato dei ”teamsters”, Frank E Fitzsimmons, che arriva ad intascare fino a 131.481 dollari all’anno (strabiliate: circa 79 milioni di lirette!), cifra superiore a quella di dirigenti di grandi compagnie internazionali, – esclama ancora il giornale svizzero.

La lista dei boss menzionati è di 80 e lo stipendio minimo è di 17.678 (pur sempre 9 milioni di lire), con un nutrito gruppo “intermedio”, fra i 30 mila dollari e i 70 mila dollari (dai 18 ai 42 milioni di lire). Cifre certamente impressionanti, «giustificate» dall’alto livello necessario per combattere con imprese di importanza mondiale.

Il candido giornale finanziario si chiede poi come è possibile che i lavoratori accettino di mantenere tanto lautamente i loro rappresentanti. Alcune osservazioni sono interessanti.

Anzitutto risulta un tornaconto evidente per gli operai associati dove sono attivi i sindacati, i salari sono superiori che altrove: contro un salario medio settimanale di 132,83 dollari, vi sono salari di 220,43 (edilizia) nei campi in cui dominano i sindacati e di dollari 88,98 (dettaglio) e di dollari 106,08 (servizi), in cui si sindacati sono praticamente assenti.

Se si tiene conto, che il sindacato rappresenta una minoranza di lavoratori appare evidente che la AFL-CIO è la classica organizzazione della aristocrazia operaia, per non parlare del sindacato dei “teamsters”.

La morale, del tutto borghese, è dunque che chi vuol ben mangiare deve sopportare che chi sta sopra mangi ancor più e meglio. Pare che le proteste si facciano sentire solo quando risulta che i funzionari attingano perfino dalle casse per le pensioni. Casi del genere sono numerosi e in «numerosi scandali finanziari i sindacalisti dovettero rimetterci le penne, in quanto gli amministratori del fondo pensioni avevano investito in titoli discutibili che intermediari avevano descritto loro come allettanti nel corso di commissioni segrete e di assegnazioni».

Che agli operai convenga comunque, avere un’organizzazione economica, non saremo noi a negarlo; almeno essa potrà mantenere il livello raggiunto dai salari; ma è evidente che un sindacato organizzato come una cricca di affaristi che fa dei propri associati i membri di uno strato privilegiato difficilmente può essere considerato un sindacato operaio. Il suo principio è: associatevi, vi faremo guadagnare di più a spese degli altri lavoratori (preferibilmente di altra razza o provenienza), con qualsiasi mezzo. A New York, citiamo sempre lo stesso giornale, «elettricisti edili ben sistemati dal loro sindacato possono guadagnare 25 mila dollari l’anno (15 milioni di lire)». E a Los Angeles «un imballatore di mobili organizzato dai “teamsters” riceve un salario di 6,50 dollari (L. 4000). Il suo salario settimanale, con lo sfruttamento spudorato di lavoro straordinario, raggiunge una media di 350 dollari (L. 200 mila)».

Organizzazione per una minoranza disposta tutto – spinta anche dalla necessità, – pur sollevarsi dalla “media” in un mondo in cui legge dominante è la lotta di tutti contro tutti, ecco la AFL-CIO, mentre la ragione stessa della sua esistenza dovrebbe essere la lotta a fondo contro la concorrenza fra i lavoratori per una solidarietà sempre più estesa.

Vicende coreane

Che cosa sta succedendo in Corea del Nord, già «santuario della intransigenza anti-capitalistica e anti-imperialistica»? Che cosa è successo al «rivoluzionarismo indiscriminato» di Kim Il Sung, a suo tempo eroe preferito dei ”posters”?

I mercati della Corea del Nord si aprono al vecchio nemico, il Giappone; Kim II Sung tende la mano a Seul dove fino a poco tempo fa voleva esportare il suo ”socialismo”; come se non bastasse, chiede di entrare a far parte delle Nazioni Unite, prima denunziate come vile strumento dell’imperialismo… Tutti questi avvenimenti ci stupirebbero solo se facessimo parte della vasta schiera di ”gauchistes” che hanno voluto vedere nella rivoluzione coreana una rivoluzione proletaria e nel suo sistema economico un sistema socialista. Per noi, quanto sta accadendo non appare invece né come una ”svolta moderata” della politica rivoluzionaria, magari dovuta alla… senescenza di Kim, né come un tradimento del ”socialismo coreano”: è l’inevitabile traguardo al quale la Corea del Nord doveva approdare nella sua natura di giovane stato capitalista. Il tradimento del Partito comunista coreano era un fatto scontato fin dai tempi della guerra contro il Giappone, allorché esso si fece promotore di un fronte unico di lotta accantonando ogni problema di classe col pretesto di risolvere prima quello nazionale. Al termine della guerra mondiale, gli USA si preoccuparono soprattutto di riportare al potere le vecchie classi dirigenti: ma, avendo la guerra stessa accelerato il processo di trasformazione dell’economia asiatica, «facendo acquistare importanza agli elementi borghesi e capitalistici del luogo, che necessariamente chiedevano un profondo rinnovamento del regime in vigore» (come scrivevamo nel n. 14/1950 del nostro quindicinale), l’URSS ebbe buon gioco nel fornire appoggio al capitalismo nascente e nel dare una mano alla rivoluzione borghese. Al termine della lotta interna, la Corea, si trovò divisa in due: il Nord, più industrializzato, sotto l’influenza URSS; il Sud, agrario, sotto l’influenza USA; l’unica forma di capitalismo che si poté sviluppare nella parte settentrionale fu una specie di capitalismo di Stato: infatti, «per la particolare forma di arretratezza produttiva di questa zona, per la scarsità di capitali iniziali, per la difficoltà dell’accumulazione privata — scrivevamo ancora —, il sistema capitalistico introdotto dai russi con la suddivisione dei grandi fondi, e con l’accumulazione e gli investimenti regolati dallo Stato, è quanto di meglio si poteva augurare alla situazione asiatica, e perfettamente coincidente con le esigenze dell’economia borghese nel luogo e nel momento dato». Ciò spiega perché la storia della Corea del Nord dal 1950 ad oggi ricalchi — fatte le dovute proporzioni — le tappe già percorse dalla Cina. Si trattava nell’immediato di iniziare il processo di accumulazione grazie agli aiuti e «crediti socialisti (!!!)» russi ed altri (nel 1953-56, 1 miliardo e 37 milioni di dollari; nel 1954, pari al 33,4% delle entrate di bilancio), e l’enorme balzo avanti conseguito in tale periodo fu interpretato ancora una volta come uno dei tanti ”miracoli” del ”socialismo” alla Stalin. Il piano quinquennale per il periodo 1957-1961 previde poi un aumento del 260% della produzione industriale (il 300% per la siderurgia e il 330% per l’industria leggera). Ora, a parte che, come al solito, i dati sono relativi alla misera situazione di partenza e non dicono nulla sulla effettiva forza industriale del paese; a parte che mancano cifre sicure sui risultati finali raggiunti, il ”miracolo” non esisterebbe (né sarebbe da attribuire al ”socialismo”) neppure se l’incremento reale fosse stato il più modesto ma pur sempre elevato 200 o magari 100%, essendo la regola, nella storia dell’accumulazione capitalistica, che un paese appena uscito dal feudalesimo presenta — a parità di condizioni — un ritmo di industrializzazione enormemente più forte che un paese a capitalismo già maturo: era un bel risultato, certo, dal punto di vista storico ma… il socialismo non c’entrava!

Il processo di accumulazione non si arrestò in seguito al voltafaccia della Russia nel 1956; per eventuali appoggi militari, restava la carta della Cina, e, aiuti economici o no, bisognava andare avanti: Kim II Sung organizzò folli squadre di lavoro vezzosamente, denominate «squadre del cavallo alato» che, come a suo tempo in Russia, lavoravano a ritmi frenetici grazie a stimoli morali prima, e a premi pecuniari ed incentivi poi. Puntualmente, dai soliti ambienti si ineggiò al ”socialismo” — come se la frusta (morale o fisica) non fosse l’arma secolare degli sfruttatori… La «rivoluzione tecnologica» venne più tardi, quando la Corea, avendo già capitali, potè cominciare ad introdurre macchinari più moderni. Lo scodo, ancora una volta, era quello dell’accumulazione di capitale, accumulazione di merci. Lungi dal diminuire le sue squadre di lavoro, Kim II Sung le ampliò: «nel 1963 ne fanno parte 213.000 operai e impiegati, 232.000 contadini, 140.000 studenti; nel 1965, i componenti superano il milione». E gli operai — si dirà — non si accorsero che, ”salariati” e ”incentivati” dallo Stato, restavano degli sfruttati; che anzi il processo intensivo di accumulazione aveva accresciuto il loro tasso di sfruttamento? Il fatto è che Kim II Sung aveva imparato bene la lezione: aveva scoperto anche lui la «rivoluzione culturale», che consiste appunto nell’abbindolare o, come dice Kim (e con lui tanti altri ”socialisti”), nel «responsabilizzare» il lavoratore a mezzo dell’autogestione. «Rivoluzione culturale e tecnologica», come seippre parallele, completeranno così il quadro idilliaco di un ”socialismo” che ricalcava a passo certo più veloce le tappe percorse da ogni paese capitalista.

Questa la storia della Corea fino al 1965, periodo ”caldo” anche per il suo «rivoluzionarismo esterno», giacché il Nord industrializzato era profondamente interessato al Sud, dove i capitali americani cominciavano a loro volta a far miracoli. Dal 1965 al ’69, Kim II Sung suscita bensì tensioni, lancia ripetuti attacchi verso Seul, ma infine è costretto a battere il passo: alle sue spalle non c’è più la Cina, che adagio adagio si svincola dall’impegno coreano e nel ’71 lascia il paese, invischiatosi nell’affare cingalese, a sbrigarsela da sola: «l’amichevole» di ping-pong con gli USA batte alle porte. Ecco, allora, Kim proporre a Seul un patto di non aggressione, che significa nello stesso tempo allacciamento di relazioni diplomatiche e soprattutto commerciali col Giappone: siamo nel ’72, e il memorandum sottoscritto per un arco di cinque anni prevede l’espansione del-Tintercambio da un minimo di 59 milioni di dollari a un massimo di 520 milioni di dollari. Do ut des: la Corea del Nord si è assicurati i capitali occorrenti; il Giappone, un nuo.-vo mercato. Non basta: il patto di non aggressione con Seul prevede un accordo con gli USA, che potranno rimanere nel Sud fino alla stipulazione formale di un trattato di pace fra le due Coree (inutile dire che in precedenza la richiesta di prammatica agli USA era lo sgombero immediato) ed è facile prevedere che questo sarà un primo passo verso l’apertura di scambi mercantili.

L’ha fatto Mao: perché non Kim? Di intellettuali pronti a dimostrare che tutto questo è socialismo, e che Washington è ormai a due passi dalla fossa proprio per gran virtù dei maestri in ”rivoluzione culturale”, ce ne sarà sempre in abbondanza. La Corea del Nord, frattanto, si è guadagnata i galloni nell’arena della politica e del commercio mondiali. Ecco la breve storia del ”socialismo di Kim”.