Il Congresso degli indipendenti tedeschi
Il Congresso di Halle del Partito Socialista Indipendente di Germania, svoltosi tra il più vivo interessamento dell’opinione pubblica mondiale, ha condotto ad un risultato chiaro e preciso.
Sull’accettazione dei principi e delle condizioni della Terza Internazionale, il Congresso si è nettamente diviso. Gli avversari dell’adesione rimasti in fortissima minoranza hanno senz’altro abbandonato il Congresso, ed il Partito si è diviso in due, si è scisso definitivamente. La sinistra si unirà certamente al KPD in modo che il movimento della Terza Internazionale avrà nella Germania un forte organismo.
Certo questa riunione di due partiti in uno, questa fusione non può accettarsi che come un fatto di carattere eccezionale, ammissibile nella fase costitutiva della Internazionale Comunista. L’eredità del II Congresso dovrà essere quella della sistemazione del movimento in tutti i paesi, dopo di che non potrà più ammettersi altro processo di adesione alla Terza Internazionale che la normale adesione individuale ai partiti che ne costituiranno le sue sezioni in ciascun paese.
Ad Halle ha parlato con grande efficacia Zinoviev, in rappresentanza del Comitato Esecutivo di Mosca dell’I.C. Nella parte conclusiva del suo discorso Zinoviev ha pronunziato queste parole (resoconto della Rote Fahne del 14 ottobre): «Adesso io passo a trattare delle condizioni di ammissione. Si potrebbe dire che in generale le condizioni non sono necessarie. Così è avvenuto nella II Internazionale che si è sfasciata in malo modo». Non per malignità o per ingenuità, ma per le necessità stesse della rivoluzione, le condizioni sono sorte.
Quindi Zinoviev legge la prima delle condizioni e la commenta. «Ognuno deve chiaramente mostrare il proprio colore. Giustamente è stata approvata la ventunesima condizione, proposta dal compagno Bordiga. Se ancora c’era bisogno di una dimostrazione che Bordiga aveva ragione, questo Congresso l’ha fornita. Anche negli altri paesi avverrà la separazione netta degli spiriti (coscienza: geister)».
Abbiamo nel penultimo numero dato il testo dell’emendamento Bordiga, trasformato nel 21° punto. La nuova forma può indurre taluno ad equivoco, com’è avvenuto ai compilatori dell’OdG. Baratono, rimasto in minoranza nella direzione del nostro Partito, invoca il 21° punto come un’attenuazione del 7° punto, interpretandolo nel senso di limitare esclusioni di persone. Invece il confronto del 21° col 19° punto (Convocazione del Congresso straordinario d’ogni Partito per esaminare le condizioni dell’Internazionale) e soprattutto le dichiarazioni riportate da Zinoviev ristabiliscono integralmente il valore politico di tale condizione.
Non si tratta solo di escludere certi noti uomini, campioni dell’opportunismo e del riformismo, ma di tagliare fuori in blocco le minoranze non comuniste, le minoranze che al Congresso straordinario si dichiararono contro i principi e le condizione dell’Internazionale Comunista. Ed infatti ad Halle è avvenuto che tutti i delegati che hanno votato contro l’accettazione delle condizioni sono usciti dal Partito, e con essi i loro rappresentanti. Ha trionfato il principio che dinanzi ai cardini fondamentali programmatici non è questione di disciplina più o meno accettata e rispettata, ma di essere o non essere, di restare od uscire dal Partito.
Dopo di ciò l’Avanti! ha il coraggio di dire che dal discorso di Zinoviev risulta che le tesi di Mosca vanno applicate con una certa larghezza nel tempo e nelle forme dell’azione! Ciò quando in una giornata si è spezzato in due un grande Partito, quando anziché ”contentarsi” delle ”prede” elencate nel 7° punto, Kautsky ed Hilferding, il rappresentante di Mosca ha chiesto ed ottenuto l’eliminazione di 91 mila membri del Partito.
Crediamo che Serrati poteva risparmiarsi un viaggio a Berlino per raccomandare l’anima di qualche Modigliani e D’Aragona!
Come i riformisti confederali tengono il piede in due staffe
Come già è noto, i rappresentanti italiani al 2° congresso della III Internazionale erano i seguenti: per il P.S.I.: Serrati, Graziadei e Bombacci; per la Federazione Giovanile: Polano (con voto deliberativo) e per la Frazione astensionista Bordiga (con voto consultivo).
Quando il Congresso si aprì (18 luglio) erano in Russia altri italiani membri della «missione» … benemerita: cioè D’Aragona, Colombino, Vacirca, Pavirani i quali, ed ebbero per mezzo di Serrati, anziché la tesserina verde degli invitati, quella azzurra dei delegati con voto consultivo.
Allorché, dopo le prime sedute, la presidenza del Congresso propose di ripartire il lavoro tra apposite Commissioni nominate per ciascun punto dell’ordine del giorno, si stabilì che ogni delegazione nazionale dovesse designare uno dei suoi componenti a far parte di ciascuna commissione. Altrettanto avrebbe dunque dovuto fare la delegazione italiana.
Il compagno Serrati, mentre si svolgeva la seduta del Congresso, venne a proporci alcuni nomi, e tra gli altri segnò per la Commissione della questione sindacale: D’Aragona.
Non si andò innanzi perché il sottoscritto, il compagno Bombacci, ed anche gli altri italiani, osservarono subito che il D’Aragona non era un delegato al Congresso.
Bombacci anche nella sua qualità di membro della Commissione per la verifica dei mandati, dichiarò che la Confederazione non aveva inviata alcuna delega al Congresso – d’altra parte la Confederazione non era un organismo aderente alla III Internazionale, tanto più che aderiva tuttora al segretariato di Amsterdam.
Serrati tentò di sostenere che la Confederazione del Lavoro non aderiva più ad Amsterdam; che essa, con l’adesione di D’Aragona alla famosa convenzione di sindacati firmata il 15 luglio (di cui parlammo estesamente nel numero scorso) doveva ritenersi aderente alla III Internazionale; che il telegramma di Gennari (da noi menzionato nel numero scorso) col quale si comunicava che la Confederazione autorizzava il D’Aragona a restare in Russia, poteva aver valore di mandato pel Congresso; infine che tutti gli altri compagni della missione italiana dovevano essere considerati congressisti con voto consultivo e diritto a stare nelle Commissioni.
(Peccato, aggiungiamo noi, che era già partito quel Pozzam, commendatore della Corona d’Italia, spacciato in Russia per un autentico «tovarisc» (compagno) e nominato membro onorario del Soviet di Pietrogrado, oratore rivoluzionario sulle piazze di Mosca e prudente diffamatore del bolscevismo in Italia! Si poteva metterlo, magari, nella commissione per le condizioni d’ammissione all’Internazionale!)
Tutte quelle affermazioni erano e risultarono infondate. Che la Confederazione aderiva ad Amsterdam poteva essere negato soltanto a Mosca. L’adesione alla convenzione sindacale, e il telegramma di Gennari non erano mandati ufficiali per Congresso: tuttavia, dichiarò Bombacci, D’Aragona poteva essere ammesso quale rappresentante al Congresso della Confederazione del Lavoro Italiana, forse anche con voto deliberativo: bastava che ne facesse domanda per iscritto dichiarando che la Confederazione non aderiva ad Amsterdam e chiedeva formalmente di partecipare al Congresso della Terza Internazionale.
Infine fu assodato che gli altri italiani potevano, come compagni esteri assistere al Congresso, ma non quali delegati, e quindi non avevano voto consultivo né diritto alla parola né tampoco ad essere membri delle commissioni.
D’Aragona rifiutò di presentare la domanda di cui sopra.
Tuttavia Serrati, membro della Presidenza, mentre tra noi si svolgeva tale discussione, fece raggiungere alla Commissione sindacale, come rappresentante «dei sindacati» assieme … all’anarchico Pestagua, il D’Aragona.
I compagni della commissione dei mandati e con essi Lenin, Bombacci, Zinoviev, da noi interpellati, si pronunziarono nel senso da noi sostenuto contro il Serrati.
Il D’Aragona, vista questa situazione, non solo non si presentò nella commissione sindacale, il che avrebbe dato luogo ad altri incidenti, ma credette bene disertare le sedute del Congresso.
Pochi giorni dopo egli partì con gli altri delegati, ad eccezione del Pavirani, che restò con noi fino al nostro ritorno in Italia.
Per questo motivo – e con grande stupore di tutti i compagni esteri – nessun delegato italiano prese parte ai lavori delle commissioni. Se il compagni Graziadei partecipò a quella per la questione del Labour Party, fu perché questa era stata nominata già prima a parte. Se il sottoscritto intervenne in quel pel Parlamentarismo, fu dietro la sua richiesta di presentare e sostenere le conclusioni in contrasto a quelle del relatore.
Tutto ciò potrebbe sembrare un pettegolezzo non degno di pubblica discussione, ove non ne emergessero due fatti di grande portata politica.
Il primo riguarda la condotta equivoca dei riformisti che dirigono la Confederazione Generale del Lavoro: essi vogliono far credere in Italia che sono colla III Internazionale, essi volevano – dopo aver partecipato alla famosa convenzione – accreditarsi colla partecipazione al Congresso Comunista; ma nello stesso tempo non volevano e non vogliono staccarsi dall’Internazionale gialla e tagliare i ponti col corporativismo riformista e collaborazionista internazionale.
Per raggiungere tale scopo tennero a Mosca un contegno equivoco, e vollero insinuarsi nel Congresso per la finestra dato che costava loro troppo passare per la porta.
Il secondo rilievo riguarda l’atteggiamento di Serrati, che, pronubo dell’adesione di D’Aragona alla convenzione famosa, favorì il contegno di costui, essendo deciso a difendere a tutti i costi il riformismo dei capi della Confederazione, anche di fronte alle sferzanti accusa portate da più parti alla tribuna del Congresso.
D’Aragona e Serrati volevano arrivare alla conclusione – ingenui! – che la Confederazione del Lavoro, dati i suoi rapporti col P.S.I., partito aderente da tempo a Mosca e sinceramente massimalista, era il prototipo dei sindacati quali la III Internazionale deve desiderarli e comprenderli nel suo seno!
Ma questo è mancato, poiché a Mosca, nella chiusa sala del Kremlino, ha tuttavia potuto arrivare l’eco dell’avversione che la parte migliore dei lavoratori d’Italia nutre per l’opera antirivoluzionaria dei capi del massimo organismo proletario.
Contro i capi della Confederazione e contro l’indirizzo da loro seguito, oltre la formale sconfessione della Internazionale contenuta nella lettera famosa – che non si vede ancora venir fuori!! – stanno formalmente i testi del Congresso, e tra quelli già da noi ricordati anche la 10° e delle 21 condizioni d’ammissione: «Ogni partito appartenente alla Internazionale Comunista è obbligato a fare una lotta tenace contro la «Internazionale» dei sindacati gialli di Amsterdam. Esso deve fare energica propaganda tra gli operai organizzati nei sindacati, per dimostrare la necessità della rottura con la Internazionale gialla di Amsterdam. Ogni partito deve, con ogni mezzo, appoggiare la nascente Unione Internazionale dei Sindacati Rossi che si uniscono alla Internazionale Comunista».
Dunque è chiaro. Tocca ai comunisti ed ai lavoratori rivoluzionari italiani imporre alle organizzazioni il dilemma: o coi gialli o coi rossi. Tocca ad essi spezzare l’equivoco, per cui le rosse masse inquadrate nei sindacati italiani e frementi di insofferenza rivoluzionaria subiscono il controllo di un sinedrio di capi gialli, che in Italia usurpano la tessera del nostro partito, e a Mosca volevano usurpare la cittadinanza nella Internazionale Comunista.
a.b.
Lo sviluppo della rivoluzione mondiale e la tattica del comunismo Pt.4
Il predominio dell’ideologia borghese sulle masse non può impedire, che in tempi di crisi, che spingono queste masse alla disperazione e all’azione, la potenza di tale tradizione resti temporaneamente soffocata, come avvenne in Germania nel novembre 1918. L’esempio tedesco rivela le forze concrete, che noi sintetizziamo con l’espressione del predominio di concezioni borghesi: la venerazione per formule astratte, come quella della «democrazia», la potenza di antiche abitudini mentali e di antichi punti programmatici, come l’attuazione del socialismo ad opera di duci parlamentari e di un Governo socialista; mancanza di fiducia del proletariato in se stesso, riconoscibile dalla influenza della fangosa corrente di notizie menzognere sulla Russia; ma soprattutto la fede nel partito, nelle organizzazioni, nei capi, che per molti decenni erano stati la personificazione della lotta del proletariato, dei suoi scopi rivoluzionari, del suo idealismo. La poderosa forza, spirituale, morale e materiale delle organizzazioni, queste gigantesche macchine costruite dalle stesse masse in lunghi anni di assiduo lavoro, che rappresentano la tradizione delle forme di lotta d’un periodo, in cui il movimento operaio era un membro dello sviluppantesi capitalismo, soffocò ora tutte le tendenze rivoluzionarie che s’accendevano di nuovo nelle masse.
Questo caso non sarà l’unico. Il contrasto tra l’immaturità spirituale, la potenza della tradizione borghese sul proletariato e il rapido sfacelo economico del capitalismo – che non è un contrasto fortuito, giacché fino a tanto che il capitalismo è in fiore il proletariato non può acquistare maturità per il dominio e la libertà – può venir risolto solo dal processo rivoluzionario dell’evoluzione, nella spontanea vicenda di sollevazioni, di conquiste del potere, e di ritirate. Esso determina un corso della rivoluzione tale, che per lungo tempo il proletariato si getta, sempre invano, con gli antichi e nuovi mezzi di lotta, contro la rocca del capitalismo, finché questa non è alla fine conquistata, e allora definitivamente, almeno secondo verosimiglianza. E con ciò cade anche la tattica del lungo e macchinoso assedio, esposta nelle considerazioni di Radek. Il problema tattico non consiste nel ricercare come si possa conquistare il potere al più presto, giacché in tal caso esso può essere soltanto un potere apparente – e toccherà ai comunisti abbastanza presto – ma come si debbano formare nel proletariato le fondamenta di un potere durevole. Nessuna «minoranza risoluta» può risolvere i problemi, che possono esser risolti soltanto dall’attività dell’intiera massa; e quando la popolazione lascia compiersi con apparente indifferenza una simile presa di possesso del potere su di sé, essa tuttavia non è una massa realmente passiva, ma, in quanto non sia guadagnata al comunismo, è capace a ogni momento di dare addosso alla rivoluzione in qualità di seguito attivo della reazione. Anche una «coalizione con la forca subito dopo» sarebbe soltanto insufficiente palliativo d’una simile dittatura di partito. Se il proletariato con una sollevazione violenta rovescia il bancarottiero dominio borghese, e la più cosciente avanguardia di esso, il partito comunista, assume la direzione politica, allora questa ha un solo dovere: quello di adoperare tutti i mezzi per estirpare le cause della debolezza del proletariato e accrescerne le forze, sì da renderlo idoneo al massimo grado alle lotte rivoluzionarie dell’avvenire. Allora occorre spingere le masse stesse alla maggiore attività, stimolarne l’iniziativa, rafforzarne la fiducia in se stesse, affinché esse si rendano conto da sé dei compiti loro spettanti, giacché solo così questi possono essere assolti. A tale scopo è necessario spezzare la preponderanza delle tradizionali forme d’organizzazione e degli antichi capi – e quindi in nessun caso formare con essi una coalizione di Governo, che può soltanto indebolire il proletariato –, costruire le nuove forme, rafforzare i presidii materiali delle masse; solo così sarà possibile di dare nuova organizzazione alla produzione, come pure di difendere la rivoluzione contro gli assalti del capitalismo dal di fuori, e questa è la prima condizione per impedire la controrivoluzione.
La potenza, che la borghesia possiede ancora nel periodo attuale, è costituita dalla servitù spirituale e dalla mancanza d’indipendenza del proletariato. Lo sviluppo della rivoluzione corrisponde al processo di autoliberazione del proletariato da tale dipendenza, dalla tradizione dei tempi passati; e ciò è possibile solo mediante la propria esperienza nella lotta. Dove il capitalismo è già antico, e quindi anche la lotta del proletariato contro di esso dura già da alcune generazioni, il proletariato in ciascun periodo dovette creare metodi, forme e strumenti di lotta, che fossero adatti volta per volta a quel tal grado di evoluzione del capitalismo; ma tali metodi, forme e strumenti ben presto non furon più considerati nella loro realtà di necessità limitate nel tempo, ma invece furono sopravalutate come forme eterne, assolutamente buone, ideologicamente divinizzate, e quindi più tardi divennero impacci all’evoluzione, che occorre spezzare. Mentre la classe è trascinata in un rivolgimento, in un’evoluzione sempre più rapida, le persone dei capi si fermano ad un determinato gradino, come rappresentanti di una determinata fase, e il loro potente influsso può ostacolare il movimento; forme d’azione vengono elevate a dogmi, e organizzazioni diventano scopo a se stesse, ciò che rende difficile un nuovo orientamento e l’adattamento a nuove condizioni di lotta. Ciò vale anche attualmente; ogni fase evolutiva della lotta di classe deve superare la tradizione delle fasi precedenti, per poter riconoscere chiaramente i propri compiti e assolverli; soltanto che ora l’evoluzione progredisce a tempo molto accelerato. E così la rivoluzione si sviluppa nel processo della lotta interiore. Dal seno dello stesso proletariato nascono le resistenze, che esso deve superare. Superandole, il proletariato supera la sua propria limitatezza, e cresce al comunismo.